SONO GAY, CHE CI POSSO FARE???

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“Carissimi mamma e papà, spero mi scuserete se per comunicare con voi uso questa lettera, ma proprio ora che sto morendo, volevo rendervi partecipi di quanto realmente nella mia vita accade, tutti i giorni.

Volevo ringraziarvi per tutto ciò che avete fatto per me, mi avete reso l’uomo che sono oggi, educato, leale e gentile, e soprattutto sincero.

Ma ho vissuto una vita nella menzogna, ho finto di essere ciò che non sono, per troppo tempo ho vissuto come un uomo “normale”, come piaceva alla società, che ancora non accetta quelli diversi.

Sappiate che non sono in un letto di ospedale perché Giulia mi ha lasciato, come tutti voi pensate.

Giulia è stata una donna senza dubbio importante nella mia vita, ma qualcuno ha rappresentato qualcosa di più per me.

Ricordi mamma quando durante una funzione in chiesa mi dicesti che avevi la sensazione che il mio amico Carlo fosse omosessuale e che Dio non avrebbe gradito che quelli come lui partecipassero alla festa della domenica e facessero la comunione?

Oggi voglio dirti che sono un mucchio di cazzate, Dio ama ogni sua creatura senza precondizionamento, senza giudicare quelli che per dogma non sono graditi all’essere umano.

 Quelli come noi mamma.

E’ arrivato il momento che sappiate che è Carlo l’uomo che ho sempre amato, è lui l’uomo per il quale due mesi fa ho tentato il suicidio che mi ha portato qui ora, rinchiuso tra quattro mura di ospedale, che saranno probabilmente l’ultima cosa che i miei occhi vedranno.

Non posso più mentire a me stesso, non posso più mentire a voi dopo la morte di Carlo.

Quelli come noi non sono mai stati davvero compresi, siamo costretti a nasconderci da occhi indiscreti, perché due uomini che stanno insieme sono un cancro inguaribile.

E pensare che proprio ora che sono qui capisco invece quanto sia importante avere la salute, e che il vero cancro è l’indifferenza di taluni esseri umani verso altri…

Sono gay, che ci posso fare? Ma sono anche vostro figlio e questo non potete dimenticarlo.

Io vi ho sempre accettati per ciò che siete, perché non dovreste volerlo/poterlo fare anche voi?

Un figlio non pretende molto, se non avere l’amore e il consenso da parte dei genitori, noi figli non ci poniamo il problema di come siete, come vestite, chi frequentate, quali sono i vostri studi e quale sarà il vostro percorso. Noi vogliamo solo che viviate il più a lungo possibile per restare al nostro fianco e vederci crescere.

So di avervi dato un dolore immenso ora, ma non sarà mai più forte di ciò che accadrà a breve, in questo letto di ospedale.

Quindi fatevi forza e se davvero mi amate, accettatemi per tutto ciò che ho scelto di essere in questa vita, perché è stata una vita sicuramente dura ma piena, piena di amore che io e il mio compagno abbiamo condiviso esattamente come voi due.

E’ vero, non possiamo procreare, ma non possiamo neppure andare contro natura, fingendo di essere chi non siamo per la paura di venire derisi.

Vi amo mamma e papà e vi amerò sempre.”

Vostro, Mauro

Perché è così difficile per i ragazzi come Mauro, riuscire ad affermarsi agli occhi della società come uomo omosessuale, che ama un altro uomo?

Sarà forse colpa delle aspettative che troppo spesso i genitori ripongono nei figli, come quella che seguano un certo percorso di studi, di vita, lavorativo, senza rendersi conto che è importante non dare ai figli le cose migliori, ma quello che è meglio per loro?

Ho sentito genitori dire: “Preferisco un figlio malato ad un figlio gay!”. E’ stato per me aberrante, come un bastone nello stomaco, come se essere omosessuale fosse una malattia, mortale, quindi si preferirebbe una malattia più congeniale, guaribile con i farmaci magari.

Ed ecco che aprendo i quotidiani vedo che si tengono anche corsi per far cambiare orientamento sessuale ai gay duri di comprendonio, che proprio non vogliono saperne di diventare etero.

Questa mancanza TOTALE di rispetto di ogni individuo non ha fatto altro che portare danni alla nostra Società, dove veniamo indottrinati a seguire come timorati di Dio il percorso di Adamo ed Eva e viviamo con i precetti di qualcuno vissuto oltre 2000 anni fa.

Se solo alcuni sedicenti cristiani seguissero quanto Dio vuole loro insegnare, comprenderebbero proprio che egli non punisce le creature dello stesso sesso che si accoppiano, ma coloro che fanno del male ai loro simili!!!

Anche in natura esistono creature animali dello stesso sesso che si accoppiano, sia in cattività che in ambiente naturale, come ad esempio delfini, pecore, scimmie antropomorfe e altro. Allora chi ha creato quelle creature? Forse un altro Dio, forse un Dio deviato??

Fino a quando non sarà riconosciuta a ciascun essere umano la facoltà di sentirsi libero di esprimere anche la propria sessualità oltre al proprio pensiero, non saremo mai liberi, ma solo schiavi.

Provate a pensare a quando conoscete una persona davvero interessante, intelligente, colta, con la quale condividete interessi particolari e momenti piacevoli… quante volte vi siete posti il problema se fosse omosessuale o meno?

MAI. Perché quella persona è interessante, intelligente e colta, piacevole, aldilà del proprio orientamento sessuale!

Sappiate aprire la mente, il cuore, guardate aldilà e giudicate non per partito preso, ma solo per ciò che realmente avviene intorno a voi e direttamente alla vostra persona.

Preoccupatevi di più del vostro vicino, curate la vostra famiglia, abbiate rispetto della vostra casa e dell’ambiente, di Madre Natura che tanto ci ha dato e che fa vivere in coesione tutte le creature.

Smettetela di lamentarvi di ciò che non va, e cambiate rotta se la vostra vita ha preso il binario sbagliato.

Riflettete gente, riflettete sulla cattiveria che cercano di scatenare in noi alcuni mezzi mediatici e proteggete i più deboli, e non sentiatevi troppo sicuri, un giorno potrebbe toccare a voi.

Vi saluto con una frase scritta da un utente anonimo su Internet:

Non esiste crimine più grave nell’impedire a due persone di amarsi.

Ed aggiungerei…. Aldilà del loro sesso.

 A presto,

Letizia T.

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I nonni…

nonna e bambina

Non potevo tralasciare di parlare con questo capitolo di coloro che rappresentano in sostanza e concretezza la base della mia educazione e tutti i principi sui quali è fondato ogni mio credo: parlo dei nonni e della loro presenza nella vita dei nipoti.

Sono figure fondamentali nella vita di un bambino. Per me è stato così, se non fosse per loro non sarei qui tanto per cominciare, e non avrei mai capito cosa lega davvero due persone per 57 anni l’una all’altra; insieme hanno creato un rapporto di profondo rispetto, feeling e complicità, anche di fronte ai problemi che nella vita si sono posti davanti a loro, quando è scoppiata la tragedia della perdita di una delle figlie, e quando hanno avuto i problemi che tutte le coppie prima o poi affrontano.

I nonni sono rocce sulle quali possiamo contare ogni istante della nostra vita, sono stati genitori a loro volta, ed hanno imparato dai loro errori, come quello di trascurare i figli per il troppo lavoro ad esempio, quindi riservano al nipotino tutte le attenzioni, le preoccupazioni e le ansie quasi come se per loro si riaprisse un capitolo nuovo e fossero nuovamente genitori.

Potrò dirmi fortunata se un giorno diventerò nonna, vorrà dire che per me inizierà una seconda vita. Dal canto mio spero per l’età della pensione di godermi un po’ la vita, non voglio essere il genere di nonna che vive per il nipotino, io vorrei stare con lui, ma i figli sono principalmente dei genitori, non dei nonni.

La cosa bella dei nonni è che anche quando non li vedi a causa della distanza, è come se non fosse cambiato nulla dall’ultima volta, il tuo cuore scoppia di felicità nel vederli, sai che da loro puoi aspettarti la parola dolce, il regalino che mamma e papà non ti concedono, il sostegno nello studio o nelle tue passioni perché hanno tempo a disposizione.

Che belli i nonni, io lo dico sempre, anche se siamo lontani da tutti e quattro i nonni, quando finalmente ci riuniamo ecco che siamo tutti di nuovo lì insieme, come un tempo, con il calore del camino acceso e le caldarroste in inverno, l’immancabile scialle o plaid sulle gambe perché loro sono freddolosi e fanno tutte le loro raccomandazioni su quanti strati di abiti dovrai mettere al bambino perché ha le manine gelate e i piedini gelati (e credetemi, qui si parla di amore, non dell’ansia di cui parlavo nei capitoli precedenti).

Ecco, loro per me sono tutto questo: un immutabile ricordo di cucina casalinga, di profumo di pane, bucato, di coccole sincere, di aspri rimproveri, di tutto quello che rappresenteremo perché in fondo in noi c’è anche una parte tangibile di loro.

A volte possono nascere scontri tra la mamma e la nonna a causa delle insicurezze che alcune mamme possono avere nel loro “esclusivo” rapporto con il figlio (diventiamo anche noi gelose di nostro figlio come le suocere che tanto critichiamo), oppure a causa della troppa invadenza della nonna, che non tralascia neppure un’occasione per far presente alla mamma quanto sia utile ascoltare i suoi consigli, data la sua ottuagenaria esperienza, senza fare affidamento sul fatto che esiste un’esperienza che ognuno di noi ha diritto di praticare da sè, senza consigli di questa o quell’altra persona.

Ma i nonni sono belli anche per questo, lo fanno per aiutare, non biasimateli dunque, un giorno potrebbero mancarvi.

Quindi per questo voglio ringraziare di cuore tutti i nonni, che con la loro presenza arricchiscono la vita dei nostri bambini, sappiate apprezzarli, finchè ci sono.

da “Manuale della mamma fai da te” di Letizia Turrà

Photo: Internet

I miei sei anni e i miei ricordi… quando la mente ti riporta indietro.

2015-07-29 07.02.11

Apro la scatola di pastelli di cera.

Il suono è diverso dagli altri: è rigida, l’odore che ne fuoriesce è inconfondibilmente vicino al legno puro, i colori sono vivaci, si intuisce che si tratti di pastelli artigianali.

Li prendo uno ad uno e li sfioro con le dita: sono ruvidi, lunghi, e con l’indice ne sento la punta zigrinata.

La mia mente subito viene riportata ai miei sei anni, al mio primo giorno di scuola.

Mia nonna mi faceva sempre il codino sulla fronte, a mo’ di unicorno, avevo il grembiule nero col colletto bianco, le calzette bianche e il vestitino bello perché lei ci teneva che fossi impeccabile.

Posso ancora con la mente rivedere la scuola nel primo giorno, grande, bianca e piena di bambini.

Sembravamo tutti uguali, eppure eravamo tutti diversi, non solo per la diversa etnia.

In quei primi giorni di inizio settembre il caldo torrido che ci distaccava dal mare ci scovava storditi, ma spigliati e curiosi per quella “nuova vita” che ci attendeva.

Avevamo uno zaino nuovo, un astuccio moderno con penne nuove e brillanti, nuovi compagni, aule pulite, gessi nuovi e lavagne ancora intatte, scure come la pece.

Era tutto bello in principio.

Poi col tempo, anche quella sensazione gioviale si tramutava in un’abitudine, perdendo così la bellezza iniziale.

Allora diventavi uno scolaro, pieno di compiti, e capivi che la vita era una gran rottura!

Sorrido nel rimpiangere quei momenti tanto preziosi, in cui ho desiderato ardentemente di diventare grande, quando avrei dovuto pretendere di rimanere come ero (sarebbe stata la cosa migliore).

Adesso vivo con un’altra ottica, quella di mamma, mentre preparo quei pastelli che sfioro con cura per la mia Gaia, che a settembre ha visto l’inizio del suo nuovo percorso di alunna.

Quegli stessi pastelli che mi hanno riportata indietro a quando anche io ho vissuto quelle emozioni, che ho mantenuto custodite nel cuore, salde come lucchetti arrugginiti, ormai impossibili da violare.

Non ho mai smesso di pormi domande su quanto studiavo, e ho chiesto a mia figlia di fare lo stesso. Voglio che mantenga il suo spirito fanciullesco ma allo stesso tempo si chieda sempre se esista una verità oltre quella che vede in apparenza.

Una volta chiusa la scatola sono tornata alla normalità, ho realizzato che quei momenti non torneranno più indietro.

Almeno, non in questa vita che ho già vissuto per un terzo.

Non posso che riflettere sulla bellezza che ha il suono della voce delle mie figlie che si trovano fuori a giocare, e che sono ignare che si cresce e che la vita ti riempie di responsabilità, dalle quali non sempre puoi scappare.

Io stessa mi sono voltata e di quei giorni non è rimasta traccia, se non il ricordo della mia memoria cinestetica e il profumo nell’aria di mia madre e di mia nonna, che non sono più al mio fianco.

Letizia T.

Photo: Autentic Crayons from my private archive

Le avversità…

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Le avversità mi sono sempre servite per capire che la vita non è una fiaba dove tutto magicamente appare e scompare, ma è una sfida continua fatta di problemi e lesioni interne. Solo chi ha varcato la soglia del dolore e la affronta superandola nel livello più alto riesce a comprendere quanto sia importante ogni singola esperienza e quanto quel dolore che sembrava così insuperabile, sia un ulteriore mattone che si aggiunge alla nostra struttura morale.

Ed io quel dolore fatto di mattoni lo avevo conosciuto bene e continuavo ancora a viverlo.

Il dottore me lo aveva detto che non sarebbe stato un passaggio facile. Una malattia come il cancro ti fa attraversare momenti che vorresti solo cancellare e non rivivere mai più.

L’unica scelta che puoi fare è decidere di vivere al meglio il tempo che ti rimane e quello che trascorre.

Ero in attesa del peggio dopo quanto era successo la notte precedente.

Pensavo che Cesare sarebbe andato via per sempre ora che aveva avuto da me ciò che voleva.

Le cicatrici, che fino a quel momento non mi facevano male, avevano ricominciato a tirare come se avessi piccoli aghi sotto l’ascella.

Passai la mattina a letto ripensando alla notte con lui.

Era come se avessi ancora le mani di Cesare nuovamente su di me. Potevo anche sentire il suo respiro e rivedere i suoi occhi meravigliosi.

Per tutta la notte mi aveva stretto come si stringe qualcosa che non vogliamo vedere andare via e che temiamo di perdere.

Eravamo ormai due adulti consenzienti, che rispondevano alla loro unica volontà, quella di stare insieme.

Contro ogni mia previsione pessimistica, venne a trovarmi nel primo pomeriggio.

Mi sembrò di aver fatto un salto indietro di cinque anni improvvisamente quando lo vidi arrivare in jeans con sottobraccio un mazzetto di narcisi.

-“Se non la smetti di portarmi fiori mi farai ammalare di qualcos’altro!” gli dissi accarezzandogli il viso.

-“Nessuno è mai morto per eccesso di fiori, semmai per il contrario!”

Mi baciò tentando di togliere la bandana dalla mia testa.

-“Non farlo, ti prego. Provo ancora un certo imbarazzo nel farmi vedere senza capelli.”

-“Sbagli sai, dovresti accettare anche questo lato di te. Balla, canta, sorridi come facevi una volta. E se corri fino a perdere fiato che ti importa? E’ così che si assapora la vita, quando le ginocchia sanguinano e il tuo occhio non vede l’orizzonte. Troppo pensare, poco agire. Troppo volere, troppo poco Amore. Ora ti vestirai e verrai fuori con me.”

Letizia T.

Esiste un libro con il nostro destino?

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Chissà se esiste un destino già scritto. Un libro contenente la nostra storia.

Chi o cosa decide quale sarà il vagone del treno su cui saliremo o il modificarsi degli incontri a seconda dello spazio temporale?

In quale modo il nostro pensiero è corresponsabile degli eventi che si susseguono?

Vi è un romanzo già scritto per ciascuno di noi che da tutti viene definito destino?

Solitamente il destino è associato ad un evento tragico, un incidente ad esempio o un evento di portata catastrofica.

Difficilmente si parla di destino quando arriva una malattia.

Forse perché molti di noi ritengono che una malattia sia una disgrazia o la causa di una nostra negligenza.

Perché allora non parlare di destino anche in quel caso?

Al contrario un incidente improvviso viene considerato causa del destino.

Era già scritto per noi negli eventi che ci saremmo trovati quel giorno a quell’ora in quel determinato luogo.

Suona quindi contraddittorio dal momento che molte persone sostengono che sia ogni uomo ad essere artefice del proprio destino.

Non so ancora se sia qualcosa che ci chiami già dalla nostra nascita per quello che sarà più avanti la nostra vita.

Posso però sostenere in base alle esperienze, che ci sono alcune persone che non entrano per caso nella nostra vita.

Alcune entrandovi la migliorano, la rendono felice e degna di essere vissuta.

Altre la migliorano uscendovi.

Altre ancora la peggiorano nel più subdolo dei modi, apparentemente benevolo ma che con il tempo non fa che trasformare le nostre peculiarità in difetti e distruggere ciò che ci rende speciali.

Quelle persone con il loro arrivo interferiscono anche con il nostro percorso.

Usciti dall’ambulatorio, Cesare mi guardò con visibile imbarazzo.

-“Mi è successa una cosa straordinaria e vorrei condividerla con te.”

Sorrisi pensando a qualcosa di molto speciale vedendolo tanto emozionato.

-“Ho conosciuto una donna. È più grande di me, non so come sarà ma vorrei provare a conoscerla meglio e magari intraprendere una relazione con lei.”

Sbarrai gli occhi incredula.

-“Ma è fantastico! Che meravigliosa notizia mi stai dando!”

Nella realtà la potenza di un’intera montagna si scagliava contro di me prepotentemente seppellendomi ed io avrei preferito restare lì a soccombere, piuttosto che udire di quella sua felicità.

Era il mese delle notizie devastanti.

Mi ricordo solo che a quel punto mi sentii definitivamente sola nel mio dolore e le spine che avevo nel cuore si fecero ancora più dure.

Letizia Turrà, “Il labirinto di orchidee”

Michael Jackson, storia di un eterno bambino…

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Before you judge me, try hard to love me…

L’eterno bambino. La star più caritatevole del pianeta con donazioni pari a circa 400 milioni di dollari elargiti per scopi benefici e umanitari.

Ripesco dal mio archivio privato un “Rare Video”, che tengo custodito da quando sono diventata una sua fan.

È il 1993 e Michael Jackson, star multimilionaria, scarta alcuni pacchetti regalo nel giorno di Natale in un video girato da alcuni amici nella sua Residenza di Neverland.

È così che ha chiamato il suo regno l’eterno bambino, ispirandosi proprio alla fiaba di Peter Pan, figura da lui amata.

Ed eccolo nuovamente in pigiama, spettinato, che legge una favola a Paris e Prince sul suo divano di velluto rosso.

Non è mai stato bambino Michael, per volere di suo padre Joseph è stato costretto a esibirsi dall’età di 5 anni insieme ai fratelli Tito, Marlon, Jackie e Jermaine; da lì la sua corsa non si è mai arrestata.

Michael ha l’aspetto di un nano, un piccolo James Brown in miniatura, dotato di una grinta non comune e una voce davvero angelica.

Sarà la madre Katherine che si accorgerà di quella voce udendolo cantare in solitaria un giorno in casa.

Un bambino nato per ballare, cantare, recitare ed esibirsi davanti a un pubblico, con cui manterrà un rapporto d’amore e di fiducia fino alla fine.

Costretto a fare tutto ciò che un adulto farebbe in piena coscienza, ma che Michael vive come un sacrificio, una privazione che lo allontana da una normale infanzia, fatta di giochi con il pallone, che a lui sono categoricamente vietati da Joseph.

Brucia interiormente quel dolore, bruciano le vergate che il giovane Michael e i suoi fratelli ricevono dal padre perché protestano contro le infinite ore passate in studio a registrare e a provare.

Erano un prodotto i Jackson 5. E un prodotto va educato, guidato e sottoposto al sacrificio col sangue perché possa vedere compiersi la realizzazione del suo successo.

Così quel ragazzino nato a Gary, in Indiana, il 24 agosto 1958 rappresenta la gallinella dalle uova d’oro, l’opportunità di successo anche per i suoi fratelli, meno dotati di lui vocalmente e scenograficamente.

Ben presto quel successo scala le vette di ogni classifica, i loro singoli scalzano dal podio i temuti e rispettati Beatles che se l’erano aggiudicato per “Let it be”, scritta da Paul Mc Cartney.

Il 1978 è l’anno della svolta per Michael, che debutta da solista con “Off the Wall”, prodotto da Quincy Jones, che Michael conosce durante le riprese del rifacimento de “Il mago di Oz”, in cui recita al fianco di Diana Ross, figura femminile musicale al quale rimarrà sempre legato.

L’album non ottiene il successo sperato, ma permette al pubblico di conoscere Michael nelle vesti di solista, al di là dei Jackson 5.

È nel 1982, anno di uscita di “Thriller”, che viene consacrato come il “Re del pop”, rimasto in assoluto l’album più venduto di tutti i tempi nella storia della musica, con 110 milioni di copie vendute.

Nessuno immagina quanto grande possa essere il successo di Michael, neppure la sera in cui, per i festeggiamenti del 25° anno di vita dell’etichetta Motown, Michael si esibisce in “I’ll be there” con i suoi fratelli. In quell’occasione Michael li abbraccia tutti, un abbraccio simbolico, che servirà a dire chiaramente addio al progetto “gruppo”.

Poi Michael si volta, indossa una giacca nera, un abito colmo di paillettes scintillanti, un guanto bianco e un cappello nero.

È il 25 marzo del 1983, di lì a poco il mondo conoscerà “Billie Jean”. Il pubblico rimane col fiato sospeso, mentre Michael indietreggia facendo conoscere il MOONWALK, una tecnica di ballo imparata osservando i neri di quartiere che ballavano in strada, poi da lui perfezionata per essere portata agli occhi del mondo.

Michael lancia mode, costumi, balli free stile, è testimonial di moto, bevande, tempo libero, tutte le aziende ricercano la sua immagine vincente.

Nessuno può arrestare la sua corsa.

Nessuno, tranne una multinazionale, un colosso del mercato come Pepsi Cola, di cui Michael è testimonial.

È il 1989. Michael e i fratelli stanno girando uno spot per la nota marca, in cui simulano un’esibizione in concerto.

Accade tutto velocemente.

A causa di un problema accidentale con gli effetti pirotecnici, i capelli di Michael prendono fuoco. Il cantante non se ne accorgerà subito, se non quando gli strati di pelle verranno bruciati quasi fino ad arrivare al cranio.

Il dolore è indescrivibile, la corsa folle in ospedale per salvargli la vita, e diversi i trapianti di cuoio capelluto per rimediare al danno.

Il danno, che ammonterebbe a circa 1.5 milioni di dollari, sarà interamente devoluto dallo stesso Michael in beneficenza all’ospedale “Brotman Medical Center”, che oggi riporta il nome di “Michael Jackson Burn Center”.

Un danno dal quale Michael non si riprenderà mai più. I farmaci e gli antidolorifici che è costretto a prendere lo renderanno dipendente a vita da quelle sostanze.

Di lui cominciano a circolare le voci più assurde e controverse: si sarebbe sbiancato la pelle per diventare bianco a ogni costo perché lui odia il fatto di essere nero, si sarebbe sottoposto a 13 operazioni di rinoplastica, dormirebbe in una camera iperbarica per non invecchiare, nel suo ranch inviterebbe bambini allo scopo di abusarne e molto altro… .

Tutte fandonie che gli costano in termini economici (Pepsi scioglie il contratto con la Star), e in termini morali, ingenti somme.

Michael scrive a quel punto “Childwood”, in cui chiede al suo amato pubblico di amarlo davvero, prima di giudicarlo come uno stupratore di bambini.

Aprirà il suo cuore e le porte del suo Ranch per 8 mesi a Martin Bashir, un giornalista senza scrupoli che userà il materiale girato contro di lui, cercando di vessare costantemente per ogni confidenza privata che Michael gli farà, la comunicazione sul messaggio che in quel personaggio vi sia qualcosa che non va.

Ciò compromette ulteriormente l’immagine del cantante.

Michael si dimostra debole, fragile, troppo reale, è nel pieno di una causa giudiziaria per avere abusato di Jordy Chandler, un ragazzino che avrebbe accolto nella sua residenza allo scopo di curarlo dalle sue malattie, pagando interamente di tasca sua tutte le spese.

Bashir taglia il video nelle parti più importanti, tradendo la fiducia che Michael ha riposto in lui.

Quelle accuse che si dimostreranno in seguito palesemente false, costeranno ingenti somme di denaro alla star, e anni di stress emotivo, nonché continua dipendenza dai farmaci per riuscire a dormire.

Abbandona Neverland ma non il suo pubblico, la sua arte e le sue attività benefiche della “Heal the world foundation”, che rappresentano il fulcro della sua vita.

Entra di diritto nel Guinness dei primati per l’album più venduto di tutti i tempi (Thriller), record tutt’oggi ineguagliabile.

Da molto tempo però Michael non si concede al suo pubblico con un Tour di rilevanza mondiale.

È il 5 marzo del 2009, quando un sorridente MJ annuncia durante una conferenza stampa il suo ritorno sulle scene con una serie di concerti.

Dice anche: “This is the final curtain call”: “Queste saranno le mie ultime esibizioni”, afferma con certezza.

Sembra quasi trattarsi di una profezia. Il 25 giugno, esattamente tre mesi dopo, MJ ha un malore dovuto a un’eccessiva dose di Demerol, un potente anestetico usato in sala operatoria, iniettatogli in una dose massiccia 5 volte superiore alla media dal suo medico Conrad Murray.

Muore così il Re del pop, alla vigilia dei suoi 51 anni, lasciandoci sgomenti e senza una reale forma di giustizia.

Un grido inascoltato il suo, una richiesta di aiuto dell’eterno bambino urlata a squarciagola fin da piccolo, ma mai compresa davvero.

Lui che aveva sempre donato, che insegnava ai suoi collaboratori che per far bene le cose bisogna farle con AMORE. “Do with Love, with L-O-V-E-“, gli diceva facendo anche lo spelling perché fosse a tutti più chiaro.

L’amore che lo ha spinto avanti per tutta la sua vita, senza fare in modo che si stancasse mai di donare al prossimo ogni briciolo di sé.

45 anni di musica non si possono descrivere brevemente in un articolo.

Desidero che molto dell’amore che Michael mi ha donato con la sua musica e la sua essenza in qualche modo ritorni a lui, dovunque egli si trovi adesso.

Molte leggende internettiane lo vogliono ancora vivo, dicono che la sua morte sia stata solo inscenata per chissà quale motivo.

È ovvio che dietro tali teorie si cela la voglia di non riconoscere la morte di una persona tanto importante, speciale e al tempo stesso tanto amata.

Una cosa che Michael diceva risuonerà sempre nella mia mente:

“La conoscenza non è fatta solo di biblioteche piene di carta e inchiostro, è anche fatta dai volumi di conoscenza che sono scritti nel cuore degli uomini, modellati sull’animo umano e incisi nella psiche di tutti noi.”

Addio amico caro. Addio.

Letizia T.

Amy Winehouse- Quando l’amore può far male…

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“Tutto mi dà ispirazione… Tutto ciò che accade nella vita…”

Risuonano come tamburi queste parole pronunciate da un corpo esile, carico di emozioni e note, che sembrano voler straripare da ogni dove.

Sono quelle di una fanciulla dai capelli alti che assomigliano a nidi d’ape, scuri e grossi come le radici di un albero.

Sarà proiettato per tre giorni al cinema, dal 15 al 17 settembre, il documentario “Amy”, che racchiude gli inizi della bellissima e talentuosa cantante.

Si parla di Amy Jade, più nota come Amy Winehouse, che con il suo esordio a soli 20 anni dimostra di avere una grinta e una capacità vocale al di sopra della media, diventando la cantante Soul più apprezzata degli ultimi 10 anni.

Dovevano capirlo mamma e papà che quello scricciolo di appena 10 anni quando fonda il suo primo gruppo Rap, di strada ne farà tanta.

A tredici anni riceve in regalo la sua prima chitarra, e a 16 entra nella National Youth Jazz Orchestra, con la quale ha la possibilità di far vedere le sue doti canore.

Comincia a scrivere le sue canzoni, e nel 2003 pubblica “Frank”, il suo primo album, che però non le riconosce il successo che merita.

Qualche tempo dopo racconterà in un’intervista che il suo amore per la musica è nato dai dischi che origliava dalla stanza del fratello, appassionato delle grandi cantanti Soul e Jazz degli anni 30/40.

E’ con “Back to Black”, contenente molti brani di ispirazione personale dovuta alle sue travagliate vicende amorose, che Amy entrerà di diritto nell’Olimpo delle cantanti Soul, arrivando a vincere tre dei quattro premi attribuiti in una sola serata per Back to Black nella categoria “Migliore canzone”, cinque grammy nelle categorie “Record of the Year”, “Song of the Year” e “Best Female Pop Vocal Performance” e uno nella categoria “Miglior artista emergente”.

Piovono successo e denaro su di lei, ma ciò di cui Amy ha bisogno, che tiene nascosto sotto quella coltre di capelli e eye-Liner in realtà, è amore.

Sembra quasi volere affogare questo bisogno nell’alcol, l’unico amico che non le chiede nulla in cambio, le riempie le serate e la aiuta a dimenticare per quale motivo lei senta tanto forte quel vuoto.

Era partita come una stella poi, improvvisamente, il suo volto emaciato raccontava di una Amy scontrosa, irascibile, sempre in lotta con gli uomini con cui allacciava relazioni che poi finivano sbattute in prima pagina su Tabloid di poca rilevanza, che servivano più a uccidere la star che a darle risalto.

Si presenta ai concerti senza voce, si giustifica dicendo che ha avuto un enfisema polmonare, alcuni problemi respiratori e per questo passa qualche tempo in clinica.

Ormai in molti dei suoi concerti si presenta sul palco ubriaca, vomitando in un angolo, appare sempre più magra e triste, perdendo quattro taglie tra il secondo e l’ultimo album.

In fondo chi non vorrebbe una vita come quella di Amy? E’ famosa, ricca, amata e bella, eppure qualcosa che le manca c’è, più forte dell’alcol, più forte delle lacrime, più solido dell’amore dal quale sembra volersi districare.

Divorzia da suo marito e ricorre alla mastectomia per aumentare il seno. Cambia continuamente e stravolge il suo corpo, sul quale infierisce in tutti i modi.

Chiede l’affidamento di una bambina caraibica, che potrebbe significare la svolta per Amy, un figlio che la aiuterebbe a comprendere quale sia la motivazione che spinge avanti ogni madre, l’amore per un figlio.

Purtroppo non arriverà mai il momento in cui le due anime si incontreranno, Amy Winehouse e il suo corpo straziato dall’alcol saranno rinvenuti privi di vita nella casa della star, al numero 30 di Camden Square, un elegante quartiere di Londra, il 23 luglio del 2011, intorno alle 15 del pomeriggio.

Ricordo ancora che con sgomento appresi la notizia, fino a poco tempo prima Amy era viva, in un modo o nell’altro, e di improvviso non c’era più.

Morire a 27 anni. Chi lo avrebbe mai detto…

Proprio quando trovi un equilibrio, la vita è lì pronta a sorprenderti, a volte riprendi la rotta, ritornando sul binario, alte volte le troppe scelte sbagliate concatenate tra loro ti fanno deragliare e uscire dal binario.

Come nel caso di Amy, il treno della vita l’avrebbe portata lontano forse, e invece ha avuto uno “Stop and go”, è così che hanno definito i medici legali al termine dell’autopsia, la causa che avrebbe portato la Winehouse alla morte. Era pulita quando, non si sa quale sia il reale motivo, ha ripreso a bere un grosso quantitativo di alcol che il corpo, lontano da tempo dalla sostanza, non è stato in grado di sostenere anche per via della sua magrezza.

E’ andata via quel piccolo fiore delicato, con la voce nera, una voce che richiama l’anima, così come il buon Soul impone a chi lo celebra.

Le sue ceneri e quelle della nonna Cynthia, alla quale la cantante era devotamente legata, saranno unite dopo la sua morte, come Amy avrebbe voluto.

Deve essere stato anche a causa di quella perdita che Amy si è sentita destabilizzata e ha trovato nell’uso massiccio di droghe e alcol la sua consolazione.

Dei suoi genitori dirà: “Quando mio padre ha lasciato mia mamma lei ne rimase sconvolta, ogni notte piangeva, cadeva a pezzi e ho pensato che era una donna debole fino a quando ho capito che era mio padre, il debole. Non è stato capace di far funzionare le cose. Mia madre fu quella forte alla fine.”

Amy al contrario non ce la fece a sostenere tutto quel bisogno, nè ad essere forte come doveva, non ce l’ha fatta a reggere gli abbandoni.

Mi piace ricordarla con la sua spontaneità quando in tempi migliori diceva in “Do you still love me Tomorrow?”:

Questo è un tesoro che durerà? 
o è solo un momento di piacere?
posso credere alla magia dei tuoi sospiri?
continuerai ad amarmi domani?

stanotte, con parole non dette
dici che sono l’unica per te
l’unica, si
ma il mio cuore si spezzerà quando
la notte incontrerà la stella del mattino?

vorrei sapere che il tuo amore
è un amore di cui posso essere sicura
quindi dimmelo adesso,
perchè non te lo chiederò di nuovo:
continuerai ad amarmi domani?”

Ecco cosa voleva Amy. Amore, niente altro. Solo amore.

E chi l’ha amata quando era un vita non potrà che amarla ancora oggi.

Riposa in pace Amy, sei salita solo un po’ più in fretta di tutti noi lassù, ma ci rivedremo per una Jam Session, prima o poi….

A presto,

Letizia T.

Morire di nostalgia per qualcosa che non vivrai mai…

lui e lei
E’ uno strano dolore.. morire di nostalgia per qualcosa che non vivrai mai… A. Baricco

 

…”E poi guardami, sembro il brutto anatroccolo, guarda come sono magra, non so neppure di donna! Non troverò mai un ragazzo!”

Sorrise guardando i fiori che mi aveva regalato.

-“Quindi vuoi dirmi che ho portato questo mazzo di fiorellini ad una donna magra, brutta e insicura? Io credo invece che non si è mai davvero lontani da chi abbiamo amato finché cuore e mente, seppur in modo remoto, rievocano nei ricordi le persone che hanno dato senso a tutto ciò che ci circonda. Questo riguardo tuo nonno…”

-“E… riguardo me?”, dissi maliziosamente.

-“Penso che tu sia bellissima come una rosa, ma piena ancora di spine, spine che pungono facendo uscire il sangue. Sei ancora in grado di farmi male.”

Mi colpì molto quella descrizione di me che non ero mai stata in grado neppure io di vedere prima di allora.

Bella come una rosa ma colma di spine.

Lo guardai negli occhi e guardai le sue mani.

Ogni giorno in più che passava pensai che stesse migliorando col tempo, si faceva sempre più profondo e mi affascinava quel suo sguardo smarrito e furtivo. Quello sguardo che sembrava non soffermarsi su niente ma che invece riusciva nitidamente a leggere in ciascuno delle persone che incontrava con una tale certezza e un’assoluta purezza da lasciare stupiti e inquieti allo stesso tempo.

Si avvicinò per darmi un bacio, ma io mi tirai indietro.

Come tutte le cose belle che amavo, tendevo a rifuggirne per la paura che, una volta arrivate al cuore, esse non sarebbero più riuscite a soddisfare quel mio bisogno di essere “riempita” di sentimenti.

Era come se fossi attratta dal senso di vuoto che tira a sé più del pieno, che spesso davo per scontato.

“Il labirinto di orchidee” di Letizia T.

Tutti i diritti sono riservati e protetti.

Photo: Internet

Sei brutta, fai schifo! -La cattiveria della rete e dei Social, che possono uccidere.

em ford

Sei bellissima, wow, quanto mi piacerebbe conoscerti!”, con milioni di like al seguito.

Un istante dopo: “Fai schifo, sei orribile, guarda la tua faccia, è un tappeto di brufoli schifosi, sei disgustosa!”.

E’ ciò che è capitato a Em Ford, una blogger inglese incappata nella spiacevole esperienza di essere se stessa. Solo unicamente se stessa.

Questa bellissima 23enne si è ritrovata vittima di una pioggia di insulti sulla rete, dopo aver mostrato il suo vero volto al pubblico.

Era stanca di apparire perfetta (Em ha un blog dove le donne vengono istruite attraverso dei Tutorial a truccarsi per differenti eventi al fine di apparire più belle), così ha mostrato cosa c’era sotto il trucco.

E tutte le persone che prima lodavano il suo operato con esaltazioni e complimenti, improvvisamente le si rivoltano contro, perché così com’è è brutta, tutta piena di acne, una vistosa acne che le ricopre il volto e che la rende schifosa agli occhi degli altri.

Allora mi chiedo, perché apparire è tanto importante?

Vedo costantemente in rete, soprattutto sui social, foto perfette ritoccate all’inverosimile, quasi come a far passare il messaggio che per essere giuste, idonee, per gli amici che guardano il nostro profilo, si debba necessariamente essere anche con la pelle di porcellana, ben vestite, magre, con i denti perfetti.

Chi se ne importa se poi, chiuso l’uscio di casa, siamo quello che realmente siamo, piene delle nostre insicurezze, piene di difetti, con l’alito al mattino puzzolente e i capelli arruffati, sudate all’inverosimile e scontrose, bruciamo le padelle nonostante quindici puntate di Masterchef, altro che Party mondani e champagne in compagnia!

Poi apri i giornali e ti deprimi: sederi scolpiti, esibiti con gran disinvoltura al mare, da vip (donne) che nonostante quattro figli sono tornate subito in forma, e il giornale lo rimarca perché ci tiene che tu, donna sappia che è necessario essere in forma sin da subito, devi scorazzare facendo zumba con il passeggino per strada così perdi calorie, guai a te se hai un po’ di cellulite, perché per le tue foto non puoi permetterti l’uso di Photoshop che costa migliaia di Euro e che solo quelle vip possono permettersi.

E’ pericoloso essere se stessi, questo è lo scotto da pagare per chi pretende la perfezione…

Se non altro una cosa positiva in tutta questa vicenda c’è: Em è stata contattata dal canale You Tube, che le ha chiesto di mostrare la sua arte di trasformare un volto sfigurato come il suo in quello di una ragazza bellissima, riscuotendo successo e acquisendo maggiore visibilità.

In qualche modo è stata ripagata dei suoi sforzi, e la pubblicità negativa le ha giovato.

Come dice il famoso detto: “Bene o male che se ne parli, l’importante è che se ne parli!”.

A presto,

Letizia T.

Photo: Em Ford

“Le donne con le palle” – Anna Wintour e le donne come lei…

wintour

E’ la stronza per eccellenza, quel tipo di capo che tutte vorremmo schivare nella vita e alla quale auguriamo anche la morte se possibile.

Quell’amica che non vorremmo mai portare fuori per una serata perché troppo puntigliosa sui vestiti che metteremmo per quell’evento, troppo criticona, ci squadrerebbe dalla testa ai piedi facendoci sentire sempre fuori posto.

Perché lei di moda ne capisce… e anche tanto.

La signora in questione è Anna Wintour, direttrice di Vogue, la rivista di moda per eccellenza, dal lontano 1988, un posto che ha ricoperto grazie alle sue doti di determinata imprenditrice.

Deve essere stato traumatizzante molti anni orsono, per l’allora direttrice di Vogue, trovarsi di fronte al colloquio con una giovane Wintour, che alla sua domanda: “Che ruolo vorrebbe rivestire nella nostra azienda?”, si è sentita rispondere: “Il suo!”.

Fa tremare le gambe questa risposta, poche sarebbero in grado di avere le idee tanto chiare.

Poche, ma non Anna, maniaca del controllo, metodica all’inverosimile, riservata nel privato, al punto che poche sono le informazioni che trapelano persino dalla rete su di lei.

Si sa poco, se non delle sue controversie di cui si parla spesso avute con i suoi ex collaboratori, tra cui una segretaria che ci ha fatto pure un libro sulla sua capa stronza, da cui è poi nato il film “The devil wears Prada”, meglio conosciuto in Italia come “Il diavolo veste Prada”, velatamente (neppure tanto) ispirato alla temuta figura della direttrice di una delle più autorevoli, se non la più autorevole, rivista di moda di tutti i tempi.

Tutti parlano di lei come una donna ossessionata dall’aspetto, dalla selezione di eventi a cui presenziare, al peso delle modelle e delle star che appaiono sulla copertina della rivista, come nel caso di Oprah Winfrey, che parrebbe essere stata “invitata” dalla Wintour a dimagrire di 20 kg pur di apparire nel servizio di Vogue.

La perfezione assoluta, ecco cosa esige Anna, ed io penso nel mio intimo che non è poi così sbagliato essere devoti al proprio mestiere al punto da farlo diventare la nostra ragione di vita, purchè punti al raggiungimento del nostro miglioramento, senza toglierci il fiato e senza compromettere il nostro privato.

Credo che tutte le donne corazzate come Anna, abbiano lottato in quanto tali per affermarsi, rischiando di essere surclassate da altre giovani pretendenti del suo ruolo ma che non avevano alcuna capacità né amore per quello che facevano, lottando quotidianamente per rimanere sulla cresta dell’onda munendosi di una tavola da surf gigante.

Per essere una madre retta, una moglie convincente, una direttrice credibile, soprattutto per la massa che punta solo all’apparenza.

Apparenza che Anna, nonostante la sua età, sembra portare con l’assoluta fierezza di una ragazzina, elegantissima sui red carpet delle maggiori sfilate dei migliori stilisti nel mondo, sempre in prima fila, con il posto riservato accanto alla sua amica Franca Sozzani, la direttrice di Vogue Italia.

Nonostante molti la detestino, è indiscussa regina di stile, imitata da molti, ispirazione per cartoni e film come nel caso del sopraccitato “Diavolo veste Prada”.

Tutte lottano per non essere donne come Anna, eppure tutte in fondo vorrebbero essere come lei, o piacerle, come accade alla protagonista del film, Andrea, che ci tiene tanto a far vedere che si prende sul serio, senza sapere che ogni singola sua decisione non è poi così distante da quel mondo dorato che ella stessa vuole (inizialmente) respingere.

Perché tutte vorremmo occupare quel posto in cima, tutte vorremmo avere un reddito da 2 milioni di Euro annui, non tanto perché sia bello, ma solo per vedere riconosciuto il nostro diritto a guadagnare come un uomo, a sedere accanto a persone dal potere immenso, perché ce lo siamo meritate, nessuno ce lo ha regalato.

Ce lo siamo sudate.

Madre di due figli e desiderosa che la figlia crescesse nella moda, quest’ultima preferirà seguire un altro percorso, quello degli studi in legge.

Intanto Anna, precisa e metodica, ogni mattina si alza sempre alla stessa ora per compiere sempre gli stessi rituali, che la rendono sicura.

Quei rituali che l’hanno resa la donna più criticata e quanto mai famosa al mondo.

Chissà se sia contenta di tutto quello che è stato il suo percorso, se qualcosa poteva essere modificato, se poteva anche accettare l’idea di essere una normale donna sposata, con due figli, senza ingurgitare la travagliata esperienza di un mondo a volte effimero e deludente, basato solo sull’estetica.

Chissà cosa pensa la mattina quando si guarda allo specchio e consuma la sua colazione preferita, quella da Starbucks.

Forse quelle abitudini poteva riservarle rispettosamente al suo privato, ai suoi figli, a qualcosa di più sicuro.

Ma in fondo la sicurezza cos’è? La disperata ricerca di routine o un interminabile viaggio di emozioni alla ricerca della sola perfezione?

“La bellezza non può essere interrogata, regna per diritto divino” – diceva Oscar Wilde. Credo che sia questa la vita che voleva, è questa la sua felicità, quella di una “donna con le palle”.

Letizia T.

Photo: Anna Wintour in her office