Subire una violenza

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Subire una violenza è devastante.
Subire una violenza, soprattutto domestica, dove le persone che dovrebbero amarti ti toccano, indagano nel tuo intimo e ti costringono a fare cose che non dovresti fare con loro, è aberrante.
Non si torna più indietro dal panico notturno e dai sensi di colpa che, in quanto donna, ti attanagliano con mordente costanza.
Ti viene da vomitare.
Ti fai schifo.
Ti reputi inopportuna.
Subire una violenza non è qualcosa che si sceglie.
Avviene e basta, e qualcun altro ha già scelto per te. Ha scelto TE.
Hai due sole probabilità da quel momento: lasci morire il tuo corpo e ti getti nelle mani del tuo carnefice, oppure sviluppi una resilienza incontrollata, una capacità unica di NON piegarti agli eventi drammatici che hanno scelto di accompagnare la tua esistenza.
Ora hai la tua storia, da scrivere e raccontare.

Sei conscia di avere imparato una lezione importante: è solo sulle tue FORZE che puoi contare, e il GIUDIZIO del mondo è qualcosa che non ti appartiene più.

Letizia Turrà

ph: Francesca Wood

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I papà sono creature strane.

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Amo mio padre come si amano le cose lontane, che non puoi toccare.

Io mio padre me lo sono sempre immaginato come qualcuno non appartenente a questo mondo; una creatura strana che rappresenta la più intima parte di me, e il mio lato maschile che preservo da sempre.

Siamo entrambi appassionati di ufologia, di musica (lui è un insegnante di musica, insegna batteria per la precisione), discorsi filosofici e astrali che nulla hanno a che vedere con la stragrande maggioranza degli argomenti che tratta il mondo che si rifà ad un modo di vivere meramente religioso dove la persona spera (o pensa) che vi sarà un posto in paradiso per ciascuno di noi.

Io e mio padre abbiamo conosciuto il paradiso e l’inferno qui sulla terra ed all’interno di questo micro spazio che ci è stato riservato siamo rimasti lontani, ma non troppo da dimenticarci l’uno dell’esistenza dell’altra.

Amo mio padre perché non l’ho mai potuto davvero toccare, perché come molti amo le cose che non si possono avere o che è più semplice compiangere. E lo amo pure perché quello che provo anche solo quando vedo il suo like sui miei post è inspiegabile, come un cuore che batte dall’altra parte e mi dice: “anche se non ci sentiamo mai, io ti penso.”

Lo amo perché mi ricorda le canzoni belle che insieme abbiamo ascoltato migliaia di volte senza dire niente altro. Non c’era bisogno di dirsi nulla, avevamo solo bisogno di ascoltare.

Rifletto sul fatto che è bello essere pensati dalle persone che amiamo, perché noi apparteniamo alle persone che amiamo, anche nel silenzio del mondo che non può ascoltare le nostre preghiere.

Il tempo sul volto di mio padre è passato cambiando i suoi tratti di bambino in quelli di un ragazzo dagli occhi brillanti, poi un eccellente musicista, poi un padre un po’ assente, e infine una persona in cerca della saggezza con le doti di un grande comunicatore.

Ed io che non riuscivo a perdonarlo per una marea di motivi, mi sono ritrovata a comprendere ogni suo passo solo oggi, dopo 36 anni, lunghi e pesanti come i macigni scuri che porto al posto degli occhi.

Due pietre che sono appartenute a mio padre e mia madre un giorno, e che oggi porto con me, come diamanti allo stato grezzo.

Io lo amo mio padre, e glielo scrivo perché non sono mai riuscita a dirglielo davvero.

Perché lui sappia che il perdono è la più alta forma di crescita umana.

Sono troppo grande per essere abbracciata ora, forse.

Ma mai troppo per sentirmi amata, perché voglio sentirmelo dire ancora che quello sarà per sempre.

Ti amo papà, spero che sorriderai leggendo questa.

Tua figlia, Letizia T.

Nella foto: mio padre.

Le collane di perle…

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Mia nonna Rosina

 

È il giorno della Festa del Patrono, nel paese accanto al mio.

Tra luci e suoni indistinti, imbocco un piccolo vicolo solitario, dove si trova una bancarella di oggetti vecchi e dimenticati.

Il mio sguardo si sofferma ora sulle ceramiche, ora sui quadri raffiguranti Venezia e luoghi a me sconosciuti. Osservo con attenzione e nostalgia quegli oggetti inutili per molti, che al contrario io rivedo pregni della vita di qualcun altro, terminata chissà dove e chissà come.

I miei occhi si illuminano quando l’occhio ricade sulle collane di perle.

Già, le collane di perle.

Improvvisamente risorge dal cassetto della memoria il ricordo di quando frugavo nei cassetti della mia nonna paterna e vi trovavo le sue collane di perle.

Una volta finii in ospedale col mal di pancia perché mangiai una collana intera, perla dopo perla.

Dal giorno in cui sono nata non gliele ho mai viste indossare, nonostante fosse di origini francesi e per questo amante delle cose belle. Mia nonna era una donna devota e pulita in viso, vestita con indumenti semplici e poco vistosi, seppure molto elegante nei movimenti.

In quel momento ho compreso che non l’ho neppure salutata prima che morisse, ero lontana quando se n’è andata improvvisamente, lasciandoci tutti sgomenti.

Ho ripensato alle sue collane e alla vetrina in sala da pranzo infarcita dei suoi cimeli, e ho riso di gusto ripensando al fatto che mangiavo le sue collane di perle.

Una vera follia. Ho rivissuto qualcosa che avevo rimosso; ho ricordato mia nonna, che amava sentirmi cantare.

Perché sia avvenuto ora è qualcosa che probabilmente non riuscirò mai davvero a spiegarmi. Forse sono più ricettiva di un tempo, o forse ho bisogno di aggrapparmi al passato per poter comprendere che vivo oggi in questo, ormai lontano da allora, Presente.

Quel passato dove ridevamo con poco e avevamo poco, succhiavamo stecchi di liquirizia di un gelato al limone, piangevamo con Nino Buonocore e la sua “Scrivimi”, attendevamo la riapertura dei Lidi in vista dell’estate, facevamo nuove conoscenze che lasciavano il segno, bevevamo Gazzosa fino a farci scoppiare la pancia, sentivamo il cuore esplodere per un ragazzo biondo che metteva Ligabue al Jukebox sperando che fosse dedicata a noi, sognavamo di fuggire via dal luogo dove eravamo nate….

Sorrido ripensando alle collane di mia nonna che spezzavo per poi mangiarle, alle discese veloci in sella a una bici senza freni, alle risate sguaiate quando imitavo la Pausini al Karaoke.

Tutte cose così, tra presente e passato, che fanno sorridere il cuore.

Letizia T.

 

Faccio fatica a fidarmi delle persone.

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Non so ancora perché mi succeda, ma faccio fatica a fidarmi delle persone.

Faccio fatica a incamerare un complimento, una critica, un gesto gentile e autentico, senza poi sentire una fitta lacerante allo stomaco.

Forse le troppe, vistose ferite, chissà. O forse è solo il dolore trascorso a tenermi lontana da  un ulteriore dolore.

Mi occupo delle persone costantemente, ma spesso mi sento abbandonata da molti altri, ed è una di quelle sensazioni che nessuno riesce a levarmi dalle ossa.

Mi muovo in silenzio, parlo sempre meno, scrivo sempre di più, osservo da lontano gli altri come fossero orizzonti lontani, amo fotografare e salire sugli alberi grandi.

Rileggo i sentimenti che gli altri avevano nel passato nei miei confronti, che sembrano ormai sopiti come pagine sbiadite, quasi senza una ragione.

Forse siamo solo di passaggio – penso concretamente – quindi anche il bene provato è stato qualcosa di passaggio. Io però quando voglio bene lo faccio sul serio, e non tutte le persone che oggi provano per me un sentimento indifferente o sono sparite dalla mia vita le ho dimenticate.

E neppure coloro che mi dimostrano amore adesso. Io faccio fatica a dimenticare, quasi quanto faccio fatica ad affidare i miei sentimenti nel palmo della mano di un altro essere vivente.

Io non ce la faccio a non mettere paletti, mantenere distanze, fare finta di non essere suscettibile, impressionabile, emotiva.

Ho appena scritto sotto al post di un amico che non conosco la paura, e forse ho pronunciato la più ardita bugia fra tutte quelle che avrei mai potuto sostenere.

Invece ho paura di come mi sento. Ho paura di non essere amata a lungo come fossi un’onda che si ripete all’infinito. Ho paura di essere dimenticata, bistrattata, turlupinata. Ho paura di fare la richiesta diretta con scritto: “Rimani”!

Così molto spesso mi allontano dal riflesso della vita, come quando ti specchi e ti vedi brutta, così non torni a specchiarti finché la tua autostima non ha ripreso il giusto assetto.

Forse è più colpa mia quello che accade, sono stata più in grado di ascoltare e “sentire” gli altri, ma poco ho ascoltato me stessa per via dei mezzi che ho usato come ponte per presentarmi agli altri.

A volte guardo il mio volto e vi scorgo qualcuno che non è stato ancora emotivamente compreso, né completo.

Sento che userò sempre uno scudo per proteggermi; che vorrò sempre bene a certe persone nonostante tutto; che verrò dimenticata.

Nel frattempo, mi occupo di questo presente, in cui faccio finta che la paura per me NON esista.

Letizia T.

ph: Noelle Oswald

 

 

Non siamo più lì. Non siamo più noi.

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Vorrei tanto che ti sedessi qui, e col tuo profilo greve mi raccontassi qual è stato il sogno più bello che hai fatto recentemente; qual è stata l’ultima volta che hai pianto; qual è stato il momento in cui hai compreso che mollare era più importante che vincere.

Vorrei restare da sola con te, anche solo per due minuti, per sentire quella favola antica, che trasposta dalla tua bocca mi apparirà come sempre nuova.

Invece vivo qui, ancorata ad un presente che non mi appartiene, a desiderare di resistere perché fa più male abbandonare tutto.

Riguardo vecchie foto, le trapasso con lo sguardo.

Non siamo più lì. Non siamo più noi.

Letizia Turrà

 

La leggenda di Gina Cardamone, l’autostoppista fantasma.

 

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È ormai noto ai più l’attaccamento ai fenomeni paranormali diffusi nel Sud Italia. Siamo un popolo molto legato alla religiosità estrema, alla parte spirituale più pura, a fenomeni di suggestione che si protraggono da anni attraverso i racconti di grandi e piccini.

Oggi voglio parlarvi di una storia che ha dell’incredibile, incastonata come una pietra preziosa, tra realtà e leggenda.

È la storia di Gina Cardamone, una studentessa da tutti conosciuta come “l’autostoppista della pioggia”.

Gina Cardamone nacque nel 1930 e morì nel 1947, a soli 17 anni, a causa di una malattia incurabile, lasciando i genitori nello sconforto più totale per molti anni (si pensi al fatto che la madre morì nel 2000 alla veneranda età di novantatré anni, sopravvivendo alla perdita della sua unica figlia).

Tornando alla leggenda che riguarda la studentessa, si narra che in una notte piovosa e fredda per la strada fosse possibile incontrare una fanciulla di bell’aspetto e ben vestita, priva di cappotto.

Gli ignari passanti, mossi a compassione, avrebbero offerto un passaggio alla ragazza, prestandole il proprio cappotto affinché non sentisse freddo.

In macchina la ragazza raccontava di essere una studentessa all’ultimo anno, di chiamarsi Gina e chiedeva di essere accompagnata in uno specifico luogo. Una volta scesa dall’auto scompariva, dissolvendosi nel nulla.

Quel luogo in cui terminava il viaggio, era effettivamente la casa della famiglia Cardamone.

La ragazza chiedeva anche all’automobilista di tornare il giorno successivo per ritirare il cappotto.

Così, per molto tempo, decine di persone sono andate a bussare alla porta della madre di Gina, venendo a scoprire che la ragazza era morta molti anni orsono.

La scoperta più sconcertante riguardava il cappotto, che nessuno fra gli automobilisti ritrovava nel luogo indicato dalla ragazza, bensì sulla sua tomba, un mausoleo con una statua femminile, che tutti riconducevano per la somiglianza proprio alla studentessa.

Ero bambina quando mi raccontarono questa storia. 

Una persona a me molto vicina asserì addirittura di averla vista per davvero, facendomi venire i brividi.

Ho deciso di andare direttamente al Cimitero di Catanzaro davanti alla sua tomba per rivedere quella statua che da piccola tanto mi incupiva e incuriosiva allo stesso tempo.

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Ai piedi di Gina ora ci sono i suoi genitori, Fioramante Cardamone e Raffaella Loprete, e il fantasma di Gina sembra aver cessato di esistere da molto tempo.

I genitori scrissero parole molto toccanti dedicate alla loro unica figlia, che ora fiera punta il suo sguardo di marmo bianco verso il cielo: “Con te, o figlia diletta, s’è spento l’orgoglio dei tuoi. Sorretto dalla fede, vivificato dalla speranzza, vivrà l’affetto per te finché i nostri cuori avranno un palpito e una lagrima le nostre pupille”.

Ho avvertito un senso di pace lì, tra quei silenzi sigillati, in cui è possibile udire solo il bisbiglio sofferente di chi va a trovare i propri cari e la certezza che solo gli alberi possano custodire ogni singolo alito di vento.

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Ho pensato a molte cose, e spero che Gina sia in pace ora, stretta nell’abbraccio dei suoi genitori che tanto l’avevano amata.

A presto, Letizia T.

ph: Leti Turrà, Cimitero di Catanzaro, 2018

Sulla mia tomba voglio che vengano piantati dei gigli…

L’ennesima lesione ha preso forma; inizialmente era apparsa come una grossa bolla piena d’acqua dietro al collo, adesso è una macchia rossa indelebile come vernice, e il resto del corpo ne è pieno.

Anni di cure non sono stati sufficienti a nascondere il mio terribile segreto.

La mia anima imputridita si aggira ora tra le stanze della mia casa, come fossi uno spettro.

Jules non ha mai aperto la porta, e non ha voluto più vedermi. Deve avere capito tutto, e mi odia per tutto il dolore che gli ho procurato.

Ho sempre pensato che il male fosse qualcosa da propagare, non ho mai accettato che rappresentasse solo un mio fardello; le sofferenze dovevano essere condivise, per essere davvero reali.

E con la mia scelta ho distrutto la vita di molte persone che mi hanno amata, mentre io non ho mai conosciuto bene il significato della parola “amore”.

Non conoscevo né desideravo l’amore, quindi come avrebbe potuto farmi del male?

E invece l’unico amore che ho conosciuto è stato un amore malato, di una malattia atroce, che mi sta consumando dall’interno e che pian piano giungerà a impossessarsi anche del mio volto sfigurato.

Sulla mia tomba voglio che vengano piantati dei gigli, non profumano ma sporcano, con i loro pistilli color dell’oro.

Tutti amano e odiano i gigli.

Sarò qualcosa che viene ammirato ma odiato, per i suoi effetti collaterali.

“Lacrime di legno”, Letizia Turrà

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ph: George Gvasalia from unsplash.com

Mi manca mia madre, insieme a un mucchio di altre cose.

 

Mi manca mia madre in questo periodo dell’anno, insieme a un mucchio di altre cose.

In estate accade spesso perché è il momento dell’anno in cui arrivo più stanca, sfibrata e la pressione si abbassa vertiginosamente.

Non riesco a dormire la notte, né a gioire più di tanto per quello che mi accade perché i miei occhi sono sempre velati di una malinconia color seppia, simile a quella degli anziani.

Cerco di ascoltare profondamente i dialoghi delle persone più adulte di me, provando un’insana invidia quando scorgo nelle loro riflessioni quella saggezza che a me manca tanto.

Perché sarò anche matura per la mia età, ma sono pur sempre troppo giovane per la vita, che si rifiuta di riconoscermi.

Non riesco più a fare un sacco di cose, tranne che annotare pensieri, studiare i comportamenti umani, sentire dolore fisico costante per via di alcuni problemi al fegato che ormai porto con me da anni.

Mi piace ascoltare gli altri, ma sempre meno ascolto me stessa.

Piuttosto sento un sacco di musica triste in questo periodo, e affido alla carta la maggior parte delle mie emozioni, perché lei vuole conoscermi man mano che le righe si compongono e quindi non vive nel pregiudizio di sapere già cosa avverrà; la carta non è avara perché ti lascia spazio, non ti giudica se scrivi o pensi cose sconcie, né se le confidi segreti tanto intimi da vergognarti dei tuoi stessi pensieri.

Esco di casa, faccio piccoli spostamenti e fotografo, vivo appieno i sorrisi della mia famiglia e subito dopo ritorno ad avere quel velo di malinconia che trapassa lo sguardo, per la consapevolezza che niente si ripete, niente dura, niente mi sarà restituito.

Lo dico spesso infatti: il tempo che viviamo NON sarà restituito.

E forse queste mie confessioni resteranno solo follie di una pazza amante dell’amore.

Mi ritiro nel mio nido fatto di amore e compassione, i cui rovi sono costituiti da incertezze ferme nel tempo.

Mi manca mia madre, ancora, insieme a un mucchio di altre cose.

Letizia T.

Ph: Annie Spratt

 

 

Ph: Nick Fewings

 

 

Il voler bene non si compra.
Il voler bene si sente, come io lo sento, fin dentro la mia carne.
Il voler bene è più forte dell’amore, più avvinghiante di una catena, più duro del ghiaccio, più ambizioso di un volo.
Il voler bene è racchiuso tra due ali di farfalla fragili, che molti chiamano amicizia.

 

Letizia Turrà

La telefonata…

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3895628790.
Il numero è rimasto quello, o almeno…così spero.
Lo avevo scritto sul bordo del muro, vicino alla porta.
Mi mangio le unghie nell’attesa di capire quale sarà la prossima mossa del cuore.
Tremo mentre compongo le dieci cifre.
Sto per mettere giù, ma poi sento di nuovo quelle note risuonare; sono quelle della sua voce che mi è sempre apparsa come uno xilofono leggero.
“Sono io” dico piano.
Resta in silenzio, sa che “io” posso essere solo io.
Rivedo l’ultimo nostro bacio, i morsi sulle spalle, i capelli miei stretti nelle sue mani, il suo calore immerso nel mio.
“Perché mi hai chiamato?”
“Non lo so – pronuncio asciugandomi il naso – forse perché mi mancavi. Forse volevo dirti che ti auguro di trovare qualcuno come te, che ti ami e sia capace di donarti l’amore che meriti.”
Di nuovo un disarmante silenzio torna a impossessarsi del nostro tempo.
“Grazie, sono proprio le parole che avevo bisogno di sentire in questo periodo.”
“È la mia condanna lo sai, donare agli altri ciò di cui io stessa ho estremo bisogno.”
“Chiamerai ancora?”
“Non lo so. Forse quando avrò qualcos’altro da dirti.”
“Forse mai.”
Punzecchio le labbra con l’angolo dell’anulare.
“Già, forse mai.”
Chiudo la cornetta, prendo la matita, cancello quel numero.
Da certe cose non se ne esce, e i sentimenti sono una fra queste.
Letizia Turrà, “aforismi estemporanei”
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