Niente dura.

 

 

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Niente dura in eterno. Niente proprio.

Man mano che il tempo avanza ne sono sempre più consapevole; ché tutto ha avuto la sua importanza e niente mi è stato restituito, né il bene che ho fatto né le parole che ho pronunciato.

Niente ritorna, neppure la mia voglia di ricominciare a scrivere.

È un periodo di vuoto letterario, di svuotamento del contenitore che era la mia cassa toracica fatta di sentimenti, che lentamente si dipana per lasciare spazio a delle nubi interpretative su quanto precedentemente vissuto.

Ho scritto milioni di parole, ne avrò dette altrettante. Tuttavia, tutta questa richiesta di essere ascoltata non è stata che un vano tentativo per me di ritrovare ciò che credevo di voler essere, una scrittrice.

Oggi so che sono molto più di questo.

Non penso più a me come la persona che voleva lasciare un segno nell’editoria; io voglio lasciare un segno nella mia vita riservata, fatta degli sguardi innocenti delle mie figlie ancora piccole, del mio orto bagnato dal sole e della voce di mio marito, l’unica presenza indispensabile nella mia vita.

Avevo molti amici scrittori e artisti. Qualcuno è rimasto, qualcun altro si è volatilizzato ed è stato di passaggio sul sentiero giusto il tempo di un battito d’ali. Qualcun altro ha lasciato delle cicatrici indelebili che non potrò mai cancellare, qualcun altro giungerà di nuovo a riempire gli spazi tra un rigo e un altro.

Sono solo io che sono cambiata; non mi sento più incastrata in un meccanismo dal quale ho voglia o necessità di uscire perché mi sta togliendo aria vitale.

Ora so che respiro a fondo anche senza tutte quelle cose che sembravano l’inizio di chissà quale nuovo mondo.

Ecco, io non mi ci ritrovo più tra quelle parole e non ho voglia di scriverne altre, poiché non devo più riempire in modo assoluto i miei giorni.

Perché a un certo punto sono diventati i “nostri” giorni, qualcosa che volevo e potevo condividere insieme alla mia famiglia, senza nessun altro ad interferire.

Niente dura, quindi vivo del presente che mi viene consegnato nelle mani in ogni istante, non esiste niente di più importante del presente, racchiuso fra queste mie dita.

Ho impiegato anni per comprenderlo. Anni fatti di silenzi, di lacrime, di momenti esilaranti ed estremo caos interiore.

Non ho più bisogno di sentire, so che esiste tanto al di là di tutto questo mare, che già prima sentivo e percepivo, e avevo a mia disposizione.

Abbiate cura di voi e prendete per mano anche i silenzi che vi porterà ogni vostro giorno, senza avere la paura di riconoscere che è solo lì, nel presente, che risiede il vostro reale potere.

A presto, Letizia T.

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L’IMMORTALITA’

 

 

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Non donate mai immortalità a qualcuno che avete amato scrivendo di lui.
Vi strapperà il cuore e lo morderà, come il peggiore fra i lupi.
Poi lo getterà in fondo a un fiume impervio, facendo di voi delle persone ferite a morte.
Non donate mai troppo amore a ciò che bramate di raggiungere o si allontanerà, lasciandovi derisi.

 

Letizia Turrà

Ti penso…

 

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Ti penso ogni volta che mi chiudo in un silenzio ermetico che molto dice di me, per chi sa dargli ascolto.
Ti penso ogni volta che guardo la natura seccare, e ripenso al fatto che ogni stagione possiede il suo inizio e il suo termine.
Ti penso quando mi sento stanca, ferita, emarginata, perché le persone diverse come me tu le hai sempre amate, abbracciate, protette.
Ti penso ogni volta che il cuore mi batte forte per l’ira che sento, lontana da te.
Ti penso ogni volta che si parla di malattia, di morte, per ricordare che neppure la morte potrebbe far sì che il mio volerti bene perisca.
Ti penso, perché non so far altro se non pensarti.

 

Letizia Turrà

Estratto di un viaggio e di un amore inesplicabile…

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“Non siamo riusciti a bloccare il tempo, se non attraverso poche righe che non ci rappresenteranno più domani, perché nessun domani è uguale, né simile, all’adesso.

Irene è vicina, ed io non so cosa pagherei per essere lì con te.

Quante cose non posso più fare.

Mio caro dolce Jules, spero solo tu abbia dato ascolto al tuo cuore in tutto questo tempo.

Rise Hill e le sue colline millenarie sono ormai lontane, e la prossima tappa potrebbe vederti stanco di viaggiare.”

 

Poche righe paragonabili a martellate accompagnavano la mia macchina usurata dal tempo, e dai chilometri.

Nel posacenere le decine di sigarette, le impronte scure delle mie dita in rilievo sul volante, il cruscotto polveroso, i sedili logori.

Avevo lasciato che la mia macchina si tramutasse nella perfetta riproduzione di me stesso, senza opporre la benché minima resistenza.

Proseguendo sulla Statale 461, la bruma lasciò spazio alle luci del tramonto e il cielo si tinse di un giallo intenso unitamente a un rosso violaceo.

Mi ritrovai ad essere un osservatore muto al cospetto del cielo, di fronte a quello scenario che mi lasciò interdetto.

Le teste ripiegate dei fiori di tarassaco rivolsero un inchino al sole tiepido che pian piano scomparve, ancor prima che la mia mente riuscisse a fotografare quell’attimo.

Mi ricordai di quando da bambino aspettavo il momento in cui si sarebbero seccati per soffiare sulle loro teste, e vederli volare lontano.

Bastava solo quello: un soffio energico, e debolmente il fiore abbandonava il centro del suo micro mondo. Non rimaneva che un chiodino verde e morbido, tra le dita.

Sentii intensamente la mancanza di mia madre, e quella di Angeline.

Come potevamo essere arrivati a separarci, nonostante avessimo condiviso lo stesso amore, e lo stesso dolore?

Come possono due destini distaccarsi e continuare ad amarsi ventidue anni dopo, solo attraverso dei miseri fogli di carta?

Nessuna cosa nella mia vita era mai stata tanto bella, quanto lei.

Neppure Dana, nonostante l’amore immenso che sentivo scalpitare nel petto per lei, era mai riuscita a colmare il vuoto che Angeline aveva lasciato tra le mie mani, facendo sì che arrivassi a cancellare la fiducia che riponevo nell’amore.

Mi mancava una buona bottiglia alla quale affidare i miei dispiaceri, ma avevo già infranto la promessa fatta a me stesso quando avevo incontrato Sybil.

Giunse al mio orecchio il suono di una musica irlandese antica, che rese ancora più incisiva la malinconia.

Mi ficcai nel primo albergo che trovai, per usare il telefono.

Composi lentamente il numero che Angeline aveva segnato sulla copertina del quaderno.

“Pronto.”

La sua voce arrivata dopo molto tempo, apparve talmente lontana da togliermi il fiato.

Rimasi in silenzio per qualche secondo, giusto il tempo necessario per riprendere il respiro.

“Sono io. Come stai Angeline?”

“Non bene Jules, sto peggiorando. Ma tu, dimmi di te.”

“Io ho fatto come mi avevi chiesto. Ma certo che l’ho fatto, è ridicolo che te lo dica anche! È solo che voglio che tu sappia che farò tutto quel che posso per renderti felice, e realizzerò il tuo desiderio, fosse anche l’ultima cosa che farò. Sono così agitato ora, perché mancano solo pochi chilometri e non vedo l’ora di arrivare e consegnare questi diari a tua figlia, per farle sapere quanto è fantastica sua madre!”

Mi resi conto che non riuscivo più a fermare le parole, che mi travolsero come una tempesta in mare aperto.

Iniziò a piangere senza sosta, e mi resi conto che improvvisare ci avrebbe aiutati.

“Ehi, non voglio sentirti piangere Angeline. Ti prego, non farmi questo. Ce la fai a resistere finché arrivo?” chiesi con il magone che mi impediva di continuare.

“Non lo so. Non credo di farcela ad aspettare il tuo ritorno.”

Mi morsi le labbra, e tremai per la paura.

“Allora resisti fino a quando non arrivo da Irene. Domattina sarò lì, te lo prometto.”

“J-Jules, t-ti amo.” gli spasmi che avvertiva le impedivano di parlare serenamente.

Per una vita ero rimasto in attesa di quelle parole ed ora arrivavano nette, decise, come una freccia che viene scagliata da un arco misterioso e ti finisce dritta nel petto.

“Ti amerò sempre.” dissi asciugando gli occhi.

Separarmi dalla cornetta equivalse a separarmi da lei. Avevo la gola e lo stomaco tagliati in due.

In quel momento capii che le avevo perdonato tutto.

Avevo perdonato me stesso, quel vuoto che per anni aveva accompagnato la mia esistenza, quella corda tesa che avevo lasciato appesa al soffitto nel mio garage, il mio amico immaginario con il quale mi arrabbiavo spesso, che non rappresentava altro che il mio riflesso.

E a proposito di riflesso, avevo il viso così stanco e gli occhi così piccoli, che decisi che mi sarei concesso al più presto una dormita abbondante.

Mangiai un piatto di ravioli al formaggio e osservai fuori dalla finestra la pioggia copiosa, grondante.

Pensai alle lacrime di Dio, doveva essere lui che piangeva per me, per quanta pena gli facevo. Forse se fossi diventato un uomo di fede nella mia vita, quello sarebbe bastato a salvarla.

Sentii il cuore fermarsi, permeato da un senso di tristezza infinita.

Ebbi il terribile sospetto che non avrei più ritrovato Angeline al mio ritorno.

Mi sentii assalito da dubbi e rimorsi su quanto avrebbe potuto essere e invece non era mai stato.

Il vento forte fece sì che un volantino si scagliasse contro la finestra. Sobbalzai per lo spavento, sovrappensiero com’ero.

La scritta sopra riportata diceva: “Happiness”. Sembrò quasi si stesse burlando di me.

La mia felicità era lontana da me anni luce, inconquistabile, e irraggiungibile.

Presi un caffè caldo mentre la gola mi bruciava così forte che non riuscivo a deglutire.

Osservai a lungo il vento e la sua minaccia, sentendomi al sicuro al riparo dal suo alito possente.

L’unico desiderio che avevo era quello di riprendere il telefono e richiamare Angeline.

 

Estratto da Lacrime di legno, Letizia Turrà (2018)

Proprietà intellettuale riservata, vietata la duplicazione.

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FNORD

Risultati immagini per i ponti di madison county libro dedicato a lei

 

Le 4.22 del mattino. Neppure un’ora di sonno buona.

La mia pelle era rimasta morbida seppure i primi peli del viso spingessero per venire a galla.

Mi ero svegliato di soprassalto, rapito da un brusio di gemiti. Ci volle un po’ di tempo perché comprendessi che provenivano dalla televisione che avevo lasciato accesa la sera prima.

Una doccia calda mi aiutò a ristabilirmi.

Rassettai il letto, gettai i fazzoletti nel water, e risciacquai persino il lavandino come se dovessi ripulire la scena di un delitto avvenuto in casa mia.

“Caro Jules, man mano che ti avvicinerai a Irene, ti avvicinerai anche alla verità. Ricordi quanto ti scrissi a proposito della verità e della bugia?

Ebbene, non sei mai stato così vicino alla verità, quanto invece distante dalla menzogna.

Segui solo il tuo cuore, come io non ho fatto.”

Man mano che la distanza si accorciava, cominciai a riprovare tutti quei sentimenti contrastanti che avevano accompagnato l’inizio di quel percorso. Nausea, insicurezza, ignobile paura di non essere all’altezza per assolvere il delicato compito che mi era stato affidato.

Come sarebbe stata Irene? Alta, bassa, magra, grassa, bellissima o semplice?

Cosa avrebbe pensato di me?

Qual era la verità, e qual era la bugia della quale parlava Angeline?

Ebbi la netta sensazione che mi avesse nascosto qualcosa, forse qualcosa di orribile sul suo conto o sul conto della ragazza.

Avvertii un forte prurito nel palmo della mano, insieme alla stanchezza per il fatto di aver dormito poco.

Fnord non era come me la immaginavo.

Nel giro di poco tempo passai da un tratto di cielo buio ad un territorio lacustre con spiagge di sassi bianchi e limacciosi, gabbiani e pontili di legno miracolosamente sorretti dalla tenacia di acque limpide.

Uno stuolo di gabbiani volò molto vicino a me, mentre parcheggiavo.

Mi fermai sul bordo della battigia ad ascoltare il loro canto disperato, quasi simile a un urlo.

Mi sentii come loro, eternamente legato a un luogo insicuro, come era sempre stata la mia vita.

Dal suolo trasalì un odore nauseabondo di pesce marcio e acqua agrodolce che mi finì dritto in bocca. Sentii il rumoreggiare crepitante dei gusci di lumache sotto le scarpe mentre camminavo; un terreno scrocchiante e infinitamente colorato, cosparso qua e là di alghe spesse e dorate, e carcasse di pesci morti.

Il mio sguardo puntò nuovamente al pontile, su cui sostava tranquillo un gabbiano.

Presi uno dei grossi ciottoli bianchi e feci il gesto di scagliarlo contro di lui.

“Sono odiosi, non è vero?”

Una voce robusta e roca mi piombò alle spalle.

Apparteneva a un uomo alto, dal petto robusto, uno strano cappello da marinaio e un cipiglio fiero.

“Odiosi non direi, forse un tantino impertinenti. Quello sul quale mi trovo sembra un cimitero di animali morti.”

“E’ nell’ordine delle cose. Dopotutto siamo tutti cadaveri.”

Rimasi turbato da quella affermazione.

“Mi hai sentito bene, ragazzo. E’ nella legge degli animali accettare che prima o poi la fine arriverà. E’ un tipo di coscienza che noi uomini non possediamo. Ma la nostra strada non è che un tragitto roccioso e le acque talvolta possono rivelarsi inospitali costringendoci a venire a galla. E’ così che funziona sai, vieni a galla, spinto da chissà quale ragione e poi catturato da un gabbiano. Inizi ad agitarti, fino a quando il tuo corpo viene sollevato in aria per una decina di metri e l’acqua pian piano procede verso il basso. Il tuo corpo si asciuga mentre vieni riposto su una spiaggia in mezzo a centinaia di lumachine colorate. Inizialmente ti sembra si tratti dell’arcobaleno; i tuoi polmoni e ogni tuo organo interno cominciano a richiedere acqua. Ti agiti in preda all’ansia, il mare sembra ancora molto vicino, ti basterebbe un colpo di coda, e potresti raggiungerlo. Sei a un passo, quando il becco del gabbiano ti infligge il colpo fatale, dal quale non farai più ritorno. Inizierà dall’occhio che è la parte più molle, e poi arriverà alle tue interiora. In breve tempo di te non rimarrà che l’involucro esterno. Niente altro che quello, e niente più di quello, eri un pesce tra i pesci. Ora sei un cadavere tra i cadaveri. Se non si possiede questo genere di consapevolezza non saremo mai degni pesci di un lago, o degni di stare in questo mare. Le leggi della natura non cambiano, e la vita ha un valore precario da non sciupare in modo effimero. Non è forse vero che la morte è l’ultima tappa di ogni essere vivente? Ebbene, è la morte l’unica cosa davvero sincera in questa vita.”

“Una considerazione sicuramente molto interessante. Devo dire che dopo queste ineluttabili saggezze, ringrazio il cielo di non essere un pesce!” sorrisi nervosamente.

“No infatti, lei è un uomo. E come tale non ha questo genere di coscienza, sebbene un uomo sappia essere peggiore di un gabbiano.”

Mi salutò lesto, poi riprese a tribolare con la sua barca come se neppure io esistessi.

 

Letizia Turrà, LACRIME DI LEGNO (2018)

DIRITTI RISERVATI. Vietata la diffusione, la duplicazione e la modifica di quanto sopra riportato.

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DANA

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Tornai a casa. Ad accogliermi trovai la penombra stanca di un pomeriggio sciatto e irriverente, grigio come mai era stato nel mese di maggio.

Poggiai le chiavi sul tavolo, il cui tonfo mi fece quasi innervosire.

Respirai l’aria oberata dall’olezzo della spazzatura che avevo dimenticato di buttare.

Poi mi recai in soggiorno, e mi gettai come uno zombie sul divano. Mi voltai in direzione della libreria e presi di peso il tomo di cinquecento pagine che mi aveva regalato Martin.

Lo aprii senza troppe pretese di carpirne il significato.

Per me non contava la profondità di quelle parole, era una distrazione dilaniante e frivola quella di cui avevo bisogno.

Lo aprii a pagina sette.

“Oblio, libri, custodi…” iniziai a pronunciare ad alta voce alcune tra le parole che la mia mente riuscì a catturare.

Continuai: “Pagine, segreto, dimenticati…” e nel frattempo infilai la mano destra nei pantaloni raggiungendo velocemente le mutandine. “Nessuna, sottobraccio, rifiutato, capolavoro, dita, prenderla…emulare” tutte parole che pronunciavo a caso e sempre più a stento, ansimando, immersa in un mondo di piacere nel quale mi trovai avviluppata, impantanata come nelle sabbie mobili. Stimolai la clitoride fino a sentire l’umidità trasalire alla base delle dita.

Continuai ancora, e ancora: “Dio, versetti, Vangelo, padre…” tirai un sospiro forte e venni, leggendo quelle ultime parole.

Poi mi fermai guardando fissa la parola “padre”, fino a quando mi bagnai completamente e cacciai un urlo di sfogo, teso a liberarmi da quella possessione.

Strofinai le dita prima di tirarle fuori dai pantaloni, le portai verso il naso e constatai che avevano un odore aspro, simile a una prugna acerba.

Il liquido fuoriuscito era leggermente viscoso, come la polpa delle bacche. Mi ricordò gli alberi che aveva Martin in giardino, a casa di suo zio.

La corteccia del liquidambar è lucida e spessa, quasi liscia al contatto con la mano quando l’albero è ancora molto piccolo.

Man mano che la sua crescita avanza, la corteccia muta in una superficie marrone scuro, si squama come la pelle di una triglia, e si dilata al punto da lasciare che piccoli pezzi di tegumento finiscano per adagiarsi sul terreno.

Ero un liquidambar.

Ero un albero possente ma sfigurato, dentro e fuori, perché la mia anima era più vecchia di quel che si poteva intuire, guardandomi.

Forse avrei dovuto scrivere racconti, di quelli d’amore. Ma come si scrive dell’amore, senza rischiare poi di avere voglia di cancellare tutte le parole scritte in precedenza?

Soffrivo di un amore incosciente che riempiva la mia bocca, le mie braccia, le mie natiche e persino il mio sesso.

Soffrivo per un sentimento che non conoscevo, ma del quale sapevo di non potere fare a meno.

Lacrime di legno, Letizia Turrà

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La recensione del cuore – “La bambina celeste” di Francesco Borrasso

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Credevo che avrei pianto dall’inizio alla fine leggendo questo libro, ma lo stomaco era così avvolto dalle emozioni, che neppure una stilla si è affacciata sul mio viso, pronta per confortare Daniel, il protagonista di un dolore netto, pulito, asciutto, crudo, inestirpabile poiché ormai entrato nelle ossa, tanto crudele da scaturire quasi meraviglia e al contempo rabbia contenuta.

E’ attraverso le parole di Francesco Borrasso che conosciamo Daniel il pittore, l’uomo narrante, e la sua “bambina celeste”, Giorgia.

Daniel racconta con estrema sintesi e lucidità del momento in cui avviene l’innamoramento con Victoria, la sua futura moglie, da lui chiamata spesso con il nomignolo di “Vic”.

“Tutte le volte che ho pianto, che ho riso, tutte le volte che pensavo fosse finita, tutto il vento e la pioggia e poi il sole, tutte le colazioni e i sorrisi di mio padre, tutti i pranzi e le carezze di mia madre, tutti i desideri spenti sulle torte e quelli persi scommettendo su una stella, tutti i lividi e i cazzotti, le delusioni in serie, le sbornie per dimenticare, tutta la rabbia che ho accumulato, tutto questo mi ha portato a lei.”

Da quell’amore inizialmente acerbo, e poi sempre più profondo nascerà un bambino.

Daniel è continuamente assalito da momenti profetici, come quello in cui Victoria, a pochi passi dal parto, cede allo sconforto dovuto a un senso di inadeguatezza come futura madre.

E’ ancora giovane, perciò è comprensibile che non senta di volere abbandonare la sua vita fatta di uscite con gli amici, le bevute e le serate fino a fare le ore piccole.

Forse ciò che si riesce meglio a delineare in questa sequenza, è che il più delle volte ciò che rifiutiamo in fase embrionale, è destinato ad essere rifiutato anche dall’Universo futuro, il quale non fa che rispondere alle nostre richieste, seppure inespresse verbalmente.

Victoria e Daniel affrontano la felicità della nascita di Giorgia, e Daniel comprende cosa significhi sentirsi vivo, “messo al mondo” per la prima volta.

“La notte non dormo; Giorgia è silenziosa, sonnecchia, solo io mi incanto a guardarla, seduto sul letto, le ginocchia al petto. Alza e abbassa il suo petto senza pretese, quel corpo che ha bisogno di me e Vic per sopravvivere; la fisso per capire se è viva, gli occhi mi fanno tranelli, raccontano bugie. Voi ce l’avete un ricordo perfetto? Uno di quelli che a ripensarci vi accorgete che non mancava nulla?”

Racconta così, con inesplicabile freddezza eppure incredibile calore, il vissuto della sua bambina felice.

Una felicità destinata a spezzarsi a soli quattro anni, quando scoprono che Giorgia ha una macchia nella testa.

Quella macchia è un tumore che la porterà alla morte, ma lei ancora non lo sa. E non lo sanno neppure mamma e papà quanto è difficile distaccarsi da qualcosa che hai così tanto amato e così fortemente voluto.

E’ contro ogni regolamento della natura e di Dio (che qui viene sottoposto, ovviamente, ad un aspro giudizio da parte del protagonista), perdere un figlio. Non esiste una definizione per i genitori senza figli, è questa la semplice realtà.

Non esiste appiglio, parola, religione, sostegno, forma d’arte né tela sulla quale imprimere i tuoi giorni grigi, che possa acquietare tutto quel viluppo.

Non esiste sorriso da cui si intravedano le gengive uguali a quello di tuo figlio, non esistono più i suoi passi di bambino, quei dialoghi profondi e quel contatto con il mondo delle favole che un adulto disconosce, spinto dalla disillusione quotidiana.

Daniel prova invidia e stupore per la dignità con la quale Giorgia affronta la malattia, quando vede i suoi capelli caderle sui piedini come foglie leggere.

Lei è la bambina celeste, che punta alle stelle e vuole volare, perché è una fata. La fata di papà.

“Forse ai bambini le favole non dovrebbero essere lette, rischiano di illudersi, di credere nella giustizia, di pensare che i buoni vincano sempre; le favole sono fasulle, piene di bugie…”

Nonostante ogni speranza da parte dei genitori, e la convinzione determinata che vincerà lei contro la malattia la metastasi avanza, e Giorgia lascia il mondo terreno per tornare a quello da cui è venuta, tra le stelle.

Difficile definire fino a che punto si possa accettare che una bambina innocente, così in tenera età, sia destinata a morire.

Personalmente, da madre lo trovo ancora inammissibile.

Tuttavia la vita ci pone spesso di fronte a ciò che non vogliamo. Regala spiragli di luce e numerosi punti di buio che ti servano proprio a comprendere che la luce è importante, tanto quanto l’oscurità.

Concludo con le parole dell’autore, con la quale mi complimento per questa storia intensa e profonda.

“Ho scoperto che un bambino muore con una dignità sconosciuta ad un adulto. Non hai protestato, non hai cercato ribellione, non ti sei disperata per le operazioni, per la chemioterapia, non sei stata di malumore, eri solamente stanca. La tua lotta è stata innocente.”

A presto, Letizia T.

Immagine: Facebook, pagina dell’autore.

Sybil

La casa di Sybil aveva pareti neutre, nettamente in contrasto con i quadri colorati e vivaci che circondavano gli interi spazi del suo piccolo appartamento.

In ogni angolo c’erano tubi di colore, pennelli, cavalletti per pittori, tele bianche, barattoli di vernice.

Notò il mio stupore.

“Ti piacciono? Sii sincero.”

“Sì, davvero molto. E’ la prima volta che mi trovo nel laboratorio di una pittrice, se così posso definirlo. Mi piacciono i colori che usi, sono…”

“Positivi?” mi interruppe. “E’ qui che creo in effetti, quindi puoi definirlo il mio laboratorio.” aggiunse.

“Sì, era proprio ciò che stavo cercando di dire. Comunicano qualcosa di bello, di intenso… profondo aggiungerei. Questo della donna alla finestra è il mio preferito, ha dei colori quasi rinascimentali.”

“Era mia madre, l’ho persa quando avevo quindici anni.”

“Mi dispiace. Era malata?” la guardai intensamente negli occhi, facendo una pausa tra il dispiacere che provavo e la curiosità, dietro cui si celava il mio velo di impertinenza.

“Aveva la stessa malattia di Johnson, la sindrome di Tourette. Non è strano? Sviluppare un’ossessione per la storia e le opere di un autore, solo perché tua madre muore della stessa malattia. E’ incredibile dove può portarti la mancata rassegnazione.”

Mi tolse il cappotto, poi si avvicinò al mio collo.

“Cosa puoi dirmi di te, Jules? Anche tu hai perso qualcuno?”

“Credo che non si possa invecchiare senza subire neppure una perdita. Sarebbe bello se così fosse. Entrambi i miei genitori sono morti.”

Mi tolse la sciarpa con delicatezza, mentre gli occhi piroettavano al ritmo di una danza erotica.

Entrambe le mie mani avvolsero le sue spalle, e le mie labbra arrivarono al suo orecchio.

“C’è qualcosa che desideri, più di ogni altra cosa Sybil?”

“Vorrei sentirmi amata, vorrei sapere che tra poco vedrò il tuo corpo nudo, e potrò morderlo, assaporarlo, e domani quando te ne sarai andato, potrò dipingerlo.”

Le sue labbra livide tremavano. Le morsi, senza esitazione.

Per terra vicino al divano c’era un feltro di protezione per pittori.

Lo aprii, e la feci distendere sopra cercando di non lasciare neppure per un secondo le sue labbra, nel frattempo divenute bollenti.

Mi strinse facendomi sentire il calore del suo corpo, che iniziai a spogliare lentamente.

Immaginai di essere con Angeline mentre allargavo le sue gambe, pronto ad assaporare la sua parte più intima.

Quando giunse il momento di ricambiare, sentii quasi il dolore scatenarsi all’interno del mio corpo, che rispondeva con turgore e massimo desiderio.

La penetrai avvertendo il medesimo dolore di lei, non soltanto morale, ma fisico.

Non riuscii a fermarmi, nonostante un secchio di vernice amaranto mi fosse caduto sulla mano.

Morsi i suoi capezzoli, e strinsi le sue natiche che si sporcarono anch’esse di colore, poi arrivai ai seni e instancabile proseguii, fino ad avvertire il viscido e il freddo della vernice sulla nostra pelle.

Letizia Turrà (in lavorazione)

Image: Egon Schiele, film

Tutti i diritti sono riservati e di esclusiva proprietà intellettuale dell’autrice. Vietata la pubblicazione, o la duplicazione, senza alcuna autorizzazione.

Un altro Natale identico al precedente…o forse no.

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Ph: My Home

Sono passati quattro anni dall’ultima volta in cui le mie figlie emozionate alla finestra pronunciarono “LA NELE!!”

In realtà ciò che volevano dire era “la neve”, ma all’epoca sorrisi comunque nel vedere lo stupore sui loro visini paffuti, al punto che non ebbi il coraggio di correggerle.

Da bambina non l’avevo mai vista la neve, poiché provengo dal profondo Sud nel quale ho vissuto i primi quindici anni della mia vita. Se mi affacciavo sul davanzale del balcone, io riuscivo a scorgere solo il mare.

Da vent’anni vivo al Nord, e lavoro in un ufficio legale per gran parte della giornata in compagnia di occhiali da vista neri, pile di file cartacei, qualche libro polveroso di quelli che mi piace leggere, e milioni di idee in testa che mi spingano a proseguire nella redazione del mio prossimo libro.

Ho una vita piena, eppure sento che qualcosa (sempre) mi manca.

Se penso alla terra da cui provengo, penso anche a mia madre e alla sua presenza, trattenuta ossessivamente e vigorosamente per venticinque anni nella mia vita.

Tutto ciò è successo perché l’ho voluto io, è colpa mia se vive con me 24 ore su 24, 365 giorni all’anno.

Poi mi ritorna il magone se penso ai miei nonni e agli anni in cui non esistevano i telefonini, e la felicità che mi veniva tolta durante l’anno, di colpo mi veniva restituita proprio nel periodo di Natale, attraverso i doni che più avevo desiderato e le parole calde di mio nonno, e le favole sotto le coperte di mia nonna.

Ricordo che mi addormentavo spesso mentre lei narrava di storie assurde su streghe e donne malvagie, e puntualmente mi sentivo richiamare da lei, perché dovevo tornare nel mio letto freddo.

Così facendo non prendevo più sonno, e restavo sveglia a leggere o a giocare anche fino alle due (non vi dico le scenate al mattino per alzarsi, poi!).

Alcuni sostengono che il nuovo anno dovrebbe rappresentare un momento di svolta per molti di noi. Così, da almeno un mese ho stabilito che dovevo distaccarmi da molte cose, per non consentire loro di continuare a tormentarmi.

Sono partita proprio da mia madre. Ho lasciato andare la sua mano che fino al giorno prima avevo tenuto stretta, perché ho compreso che non c’era più nulla di materico che la tenesse legata a questa terra.

Poi sono passata agli oggetti.

Con mio grande rammarico ho donato ai piccoli compagni di scuola di mia figlia il primo albero che comprammo per la nostra casa.

Grande, imponente e pieno di rami, al punto da sembrare vero. Talmente impegnativo che le bambine ci lavoravano tre ore per completarlo.

Ricordo come fosse oggi l’emozione e la soddisfazione, quando magicamente le luci prendevano vita con la loro danza.

Così l’ho comunicato anche alle bambine, mentre intrecciavo i loro capelli come faccio ogni mattina, e mentre parlavo dell’albero e del suo trasloco verso la scuola piangevo, davanti ai loro sguardi stupiti.

Non possono infatti ancora comprendere cosa significhi per me lasciare un pezzo dei ricordi più belli della nostra famiglia, seppure si tratti solo di un albero di plastica!

Poi ho sorriso dolcemente alla piccola, riflettendo sul fatto che molti bambini godranno della presenza del nostro albero, e lo guarderanno con gli occhi belli, come lui merita.

Per quanto riguarda me, la strada del distacco non è completa e forse non lo sarà mai, ho ancora molte cose in sospeso da lasciare dietro di me.

E la cosa bella è che sono cosciente che sia giusto così.

Forse approfitterò di questo Natale per continuare a scrivere. Magari andrò in giro a fare foto di quello che mi emoziona, e donerò un sorriso e qualcos’altro a chi ne ha bisogno, come faccio sovente. Forse ancora visiterò un cimitero, e piangerò sulla tomba di un perfetto estraneo, perché a me piace fare anche questo. O ancora, me ne starò in silenzio ad osservare una strada silenziosa, con i profili bagnati dalla nebbia del mattino, quando in giro non c’è nessuno.

Penserò ai miei nonni, tutti, ai miei parenti, gli amici, a mia madre…a tutti quelli che mi hanno insegnato che il bene e il male non hanno un confine, e risiedono in ciascuno di noi.

O forse ancora resterò qui, nell’attesa che qualcuno si faccia vivo, perché la solitudine può lacerare anche i più forti.

Vi auguro un felice Natale, e vi ringrazio perché anche se non vi conosco, so che alcuni fra voi mi leggono con affetto, come se mi conoscessero.

Vi stringo forte, Letizia T.

 

 

Brutto mestiere quello del pagliaccio…

Matilde Gattoni
Matilde Gattoni, Ocean Rage

“Che brutto mestiere quello del pagliaccio. Che senso ha far ridere gli altri, quando dentro sé si sta morendo?” Letizia T.

Di pagliacci ne è pieno il mondo, e pensare di non arrivare mai a conoscerne uno nel corso della vita, non è che un modo di eludere la realtà, come spesso facciamo.

Nel mondo digitalizzato, dove le persone sono trattate come cursori e non come macchine perfette dall’animo imperfetto, troviamo un sacco di elementi a nostro sfavore.

Siamo sottoposti a una costante disinformazione, che ci vede dare risalto a cose che non sono affatto fondamentali, né importanti per l’uomo.

Saltiamo di palo in frasca, dall’Italia che non andrà ai Mondiali alla morte di Totò Riina, alla differenza tra molestia e violenza sessuale (che poi la differenza che c’è tra molestia e violenza di fondo devono ancora spiegarmela!).

Ultimamente faccio un po’ il folletto: salto da un post all’altro, da un articolo all’altro, riscontrando sempre lo stesso problema: l’essere umano è sempre più, costantemente, intenzionalmente, subdolamente preposto a voler dire la sua senza ritenere che quello che sta dicendo possa essere una puttanata enorme.

Capite? E’ un po’ come chi da solo se la canta e da solo se la suona (si dice così al mio paesello). E il problema vero e proprio è che non c’ha ragione nessuno.

Sì, avete capito bene, non ha ragione nessuno!

Perché da qualunque punto un monte lo vogliamo osservare, ciascuno di noi avrà la sua visione dal suo punto di affaccio.

Se tu sei a Ovest, avrai una visione. Se invece sei a Est, tutt’altra…e così via.

Dunque che senso ha imporre la propria supremazia sugli altri, dal momento che ciascuno di noi ritiene di avere ragione? Nessun senso, e forse l’ho già detto.

Ci tengo a ripeterlo. Perché lotto ogni giorno per dare un senso a questa vita, attraverso i miei occhi, alle mie figlie, e alle persone che incontro nella mia quotidianità.

Quindi depongo l’ascia di guerra, perché se c’è davvero una guerra da combattere, sarà quella con noi stessi.

Miglioriamo noi, migliora anche il nostro mondo.

Io la vedo così da un pezzo, e da quando è così la mia montagna si è riempita di fiori, di colori e gli uccellini vengono a farmi visita ogni mattina. E vedo le aquile volare, invidiando il loro modo di essere libere.

E scrivo, sperando di aiutare qualcuno a sentirsi meglio, perché il meglio è già dentro ognuno di noi, anche quando ci sembra sepolto.

Seppellire è una nostra scelta, sempre.

Stamattina mi ha colpita molto questa immagine sugli effetti disastrosi del clima in Ghana, dove interi edifici sono stati corrosi dall’oceano, possente nemico (in questo caso) del popolo che ivi risiede.

La popolazione continua a proseguire con la propria vita, incontrando giornalisti e fotografi che non riescono a smettere di riprendere quello scempio. Eppure quelle persone sorridono, e sono grate per quello che hanno, che il più delle volte si traduce in case senza tetto, letti inesistenti e scuole rase al suolo.

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Che cosa li fa andare avanti? La volontà? La gratitudine? L’umiltà?

E chi può dirlo. Forse tutte queste cose.

Non esiste una chiave vera e propria. Esiste solo una luce interiore di cui ciascuno di noi è dotato, che filtra dai nostri occhi e fluisce, per mezzo della nostra bocca.

Per come la vedo io vale sempre la pena di ridere, di gioire e di vedere del buono in questo mondo.

Ma potrei anche sbagliarmi, perché si tratte del MIO percorso di vita.

Forse non ci arriveremo con estrema facilità finché ci sentiremo felici in un mondo come quello di Internet che di reale, a parte le persone che lo frequentano, non ha NULLA.

Però confido che ci arriveremo, senza troppa poesia. Sarà la vita a condurci come un oceano e romperà le nostre case (le nostre convinzioni) e ci lascerà senza un letto (i nostri pregiudizi), con la medesima forza dirompente.

E’ una scelta quella di sorridere, anche se sei un pagliaccio, anche se la gente come me continua a chiedersi che diavolo ci sia di divertente in un pagliaccio.

A presto, Letizia T.