Da quando ho smesso di amare te e i tuoi occhi….

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Mentre nella mia mente aleggiano i più disparati seppure rilassati pensieri, vedo un’ombra passare velocemente dal bagno alla camera degli ospiti. Tre brevissimi secondi in cui tutto ciò che riesco a scorgere è una figura alta dai capelli neri, a torso nudo e con un asciugamano legato intorno alla vita.

Intuisco si possa trattare di un ragazzo. Prima di porre domande a Oriana, ragiono sul fatto che dato che ho dormito poco potrei aver visto qualcosa che non c’è. Ho paura di stare impazzendo, vedo figure in casa che non ci sono, ma che diavolo mi prende?

Lei sembra intuire i miei dubbi. “E’ il figlio di mio figlio.”

La guardo imbarazzata mentre realizzo che quel fantasma era semi nudo e che io l’ho guardato, seppure per tre brevissimi secondi.

“Di chi stai parlando?” le pongo la domanda sperando di evadere da quel senso di vergogna che assurdamente sento insinuarsi nel mio inconscio.

“Parlo del ragazzo che è appena passato. Dove diavolo è andato a finire?” vaga per la cucina in cerca dell’accendino.

“Quante volte ti avrò detto che la devi smettere di fumare? E’ un vizio tremendo!”

“Detto da una fumatrice suona un po’ contraddittorio non credi? E comunque anche quello di voler ancora vivere alla mia età è un vizio, eppure non ho intenzione di smettere. Le vedi queste – dice indicando il pacchetto di Merit – queste verranno nell’aldilà con me, non dimenticarti di fare in modo che le mettano nella mia bara!” mi rimprovera, sperando che io resti in silenzio. Le serve come attenuante per continuare a somministrarsi il veleno.

Sorrido mentre i rumori proseguono nella camera del giovane nipote.

Quando mi affaccio per presentarmi è già troppo tardi. Sento la porta di casa sbattere.

Il giovane sconosciuto è uscito, senza neppure salutare. E’ stato maleducato, ma tengo per me questa considerazione, non voglio offendere Oriana.

“Non badarci, è un ragazzo strano. Da quando è arrivato non parla poi molto. Mio figlio si sta separando dalla moglie e lui non deve averla presa molto bene. Sta in camera chiuso praticamente tutto il giorno, e non ne esce neppure per mangiare. Sarà colpa del mio stufato, dice che non gli piace. E poi non legge, e questo è un gran male…” il suo volto delicato assume un’espressione rammaricata.

“Neppure io leggo, Oriana.”

“Sì, ma tu non sei un adolescente che ascolta musica metal!”

Getto uno sguardo al comò della camera, dove ci sono gli effetti personali del ragazzo quasi impaurita che da un istante all’altro possa rientrare, trovandomi intenta a ficcanasare nelle sue cose.

Mi sento infatti come quando spolvero gli oggetti personali dei miei figli nelle loro camere. Sento che è come se violassi in qualche modo la loro intimità.

Perciò con la stessa delicatezza mi avvicino agli oggetti del misterioso adolescente, sperando di ritrovarvi un’emozione che mi appartenga come madre, e che ho perso da quando i miei figli sono cresciuti.

C’è un orologio Swatch da polso, uno di quelli con il cinturino in plastica morbida, e dieci euro incastrati sotto un enorme fermacarte in vetro di murano. La mia attenzione si posa su una Bic di colore blu scuro, la cui parte superiore del tappo è stata rosicchiata.

Rivedo in quei segmenti un rituale che da bambina a scuola praticavo spesso, succhiando e mordicchiando il tubicino lungo e trasparente, fino a quando la parte finale mi finiva dritta in bocca, pronta per essere masticata come fosse una caramella, ed essere infine ridotta in poltiglia.

Proseguendo con l’ispezione intravedo anche una pila di cd dei Beatles, di Coltrane e di Miles Davis. Tutt’altro che musica metal. Mi interrogo sul perché Oriana sia arrivata a considerare i Beatles musica metal. Poi un paio di libri, “Persuasion” di Jane Austen e “La vita intera ti ho dato” di Valdés. E’ dunque un adolescente che legge.

“Come hai detto che si chiama?” chiedo curiosa di sapere qualcosa di più sul ragazzo, mentre fisso il suo letto disfatto.

“Axel.”

Il silenzio cala improvvisamente nella stanza. Il ragazzo ha un nome curioso, insolito, quanto le sue camicie riversate sulla testata del letto completamente nere, senza neppure una scritta.

“Che razza di nome è?” la mia curiosità termina sull’anta mezza aperta dell’armadio. Ci sono un paio di jeans strappati e malconci, anche quelli neri. Ci sono anche una cintura usurata e una giacca a vento.

“E’ un nome svedese. Mia nuora, la mia ex nuora, è svedese.”

Guardo Oriana di sbieco, desiderosa di sbirciare ancora nella camera del nuovo arrivato.

Axel.

Nome insolito, ragazzo insolito. Gusti sull’abbigliamento, altrettanto insoliti.

Letizia Turrà, Il mio cielo è grigio porpora

Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto di autore. E’ vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.

Image: Tumblr

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Il mondo del Self è una merda…ma sarà poi vero? Confusioni e dubbi sull’era del SELF.

IMG_9803.JPG«Se fosse possibile, preferirei lasciar scorgere, anziché esprimere, il mio pensiero. Anche se avessi con te una discussione, io, ben lungi dal battere i piedi, gestire con le mani e dall’alzar la voce, lasciando tutto ciò agli oratori, sarei pago alla fine che a te fossero pervenuti i miei pensieri genuini, che non avrei impoverito ma nemmeno imbellettato».

Seneca, Lettera 74 a Lucillo

Questo mese ho speso pù di 100 euro per acquistare libri di autori Self.

No, non vi sto mettendo al corrente dei miei ultimi acquisti, né del fatto ch’io preferisca acquistare la buona, conosciuta e vecchia carta, anziché un abito.

Io ho comprato un prodotto in cui credo fermamente: quello auto prodotto senza l’ausilio da parte dell’autore, di una casa editrice.

Ultimamente ho sentito persone urlare allo scandalo sul web e nei gruppi pseudo-letterari (che spuntano come funghi sui Social), poiché a detta loro, si rifiuterebbero di dare affidabilità ad un testo pubblicato con il metodo self.

Secondo antiche credenze (le brutture derivanti dai pregiudizi non finiscono mai e non hanno un tempo di nascita conosciuto), i libri auto pubblicati non subiscono alcun controllo da parte di un editor, la maggior parte delle volte sono scritti male e puzzano di “fregatura” appostatasi dietro l’angolo a danno dell’ignaro lettore.

Ebbene, rido. Sì, rido perché é ridicolo che qualcuno creda ancora che i nuovi emergenti che scelgono o fanno tutto da soli perché magari scartati da alcune CE, pubblichino spesso spazzatura.

Questa è vecchia quasi quanto il pensiero che la cultura e la conoscenza di un idioma da parte di una persona dipenda dal suo titolo di studio!

Io voglio difendere gli autori come ME, che ho auto pubblicato ben cinque libri dal lontano 2013.

Un autore Self non dorme la notte per colpa di un’impaginazione sbagliata, o di una parola che gli è sfuggita sul cartaceo che magari qualche lettore attento gli fa notare quando ormai è troppo tardi per correre ai ripari e la stampa è già partita; si mangia le mani quando, nonostante tutti i tentativi e gli studi di auto critica che applica su di sé, la casa Editrice alla quale ha mandato il suo manoscritto non si degna neppure di rispondere, e l’unica che risponde (magari) gli chiede un investimento economico iniziale per far sì che i suoi libri siano pubblicati.

Tutto solo per poter dire agli altri: “Sai, io ho una casa editrice!”

Bé, mi dispiace dirvelo ragazzi, ma ho letto libri pubblicati con CE scritti non da cani, DI PIU’!

Essere rappresentati da un NOME più o meno grande non è indice di qualità dell’autore stesso!

L’autore self si fa un mazzo così per arrivare a conquistare un pezzetto di quel territorio di squali quale si dimostra talvolta essere il mondo editoriale. Molti di noi rinunciano a spedire i loro libri alle CE, e si rivolgono direttamente a piattaforme gratuite come “Narcissus Streetlib” (che io consiglio vivamente, è quella che uso io), “Il mio libro” e molte altre.

Le persone che lavorano dietro queste piccole-medio imprese la maggior parte delle volte si rivelano di gran lunga più competenti e disponibili di molti editor, pagati proprio per fare il loro mestiere.

Cosa voglio dirvi con questo? Che bisogna avere rispetto di chi sceglie di auto pubblicarsi, perché il rischio e gli eventuali cocci sono suoi.

In questi giorni sui Social – e altrove – si discute del caso di un’autrice Self che avrebbe pubblicato un libro quasi interamente copiato da una ben più nota autrice possedente, al contrario, una casa editrice.

Non so cosa pensare, mi dissocio da ogni eventuale, ulteriore, ignobile, sterile e inutile polemica.
Credo che vi saranno delle conseguenze per questo suo gesto, e semmai sarà lei l’unica a risponderne.
Ho letto un articolo che additerebbe il suo genere (romanzo rosa) come un genere di “merda”, senza troppi giri di parole.

Non mi interessa neppure discutere di questo, reputo che ciascuno di noi abbia i suoi gusti letterari (anche se più volte ho detto cosa penso riguardo al romanzo rosa condito di erotismo scialbo riferendomi all’ingiustificato successo della trilogia di E.L. James), ma rimane pur sempre un mio parere, assolutamente discutibile e non condivisibile da tutti.

Non possiamo togliere il diritto ad un altro di leggere un determinato genere, né possiamo togliergli il medesimo diritto di leggere uno scritto di qualità, redatto interamente dal nostro animo attingendo dalla “farina del nostro sacco”, con l’uso di un italiano ottimo e curato, emozionante, e che abbia in sostanza dei contenuti genuini e privi di eclatanti forme di plagio.

Vi esorto quindi a dare fiducia a tutti noi, poiché anche se non scriviamo i classici (un attimo di silenzio…senti come suona bene per alcuni questa parola e poi scopri che leggono tutt’altro, eh?!), siamo in grado di impegnarci nel massimo rispetto di quanto abbiamo creato, e soprattutto del lettore, utente finale seppure principale, del nostro operato.

Il Self non è merda, non è fregatura.

E’ solo uno spazio alternativo, un acquarietto di pesciolini più o meno colorati, che meritano lo stesso cibo di tutti gli altri pescioloni che nuotano in un mare aperto.

Perché grazie al Self, è stata data una voce a tanti, tantissimi autori bravi e dotati di particolari sensorialità, col dono vero della scrittura.

Valentino Bompiani, famoso editore, scrittore e drammaturgo, sosteneva:

“Dietro ogni libro c’è una somma di azioni, pensieri, inquietudini, angustie, decisioni e speranze condivise giorno per giorno, ora per ora. Ritrovare tutto questo tra le proprie mani in un oggetto di pochi centimetri, ogni volta illude e consola.”

Mi rivolgo agli autori self come la sottoscritta: teniamoci stretto questo piccolo pezzetto di cielo e terra che stringiamo tra le mani, che una volta portato a termine chiameremo “libro”, e non permettiamo a nessuno di stroncare i nostri sogni per l’errore di un altro autore, o perché la strada davanti a noi ci appare impervia e interminabile.

Se proprio decidete di mollare, fatelo unicamente perché siete voi a volerlo fare.

Intanto, se avete ancora cinque minuti, vi consiglio di leggere questo articolo che parla di autori famosi, partiti dal Self Publish: http: //libreriamo.it/curiosiamo/5-autori-famosi-che-hanno-iniziato-con-il-self-publishing/

A presto, Letizia T.

I leoni da tastiera…

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Un nuovo morbo si è diffuso tra la gente, ed è altamente infettivo.
Laddove l’offesa ormai è divenuta la consueta forma di comunicazione, subentra sempre quello che viene definito il  “leone dietro la tastiera”.

Sì, proprio lui. Suvvia, non lo avete mai incontrato?

Il leone da tastiera è un tipo forte, coraggioso, totalmente libero e indipendente nel pensiero, e ribelle sotto qualsiasi forma.
Non lo intorti tanto facilmente, lui non è uno schiavo del sistema come lo sei tu, lui legge solo i classici, lui è soprannaturale e arguto, e conosce ogni risposta ad argomenti quali il sistema monetario e bancario, complotti, massoneria, politica, bellezza, moda, consulenza, stile, realtà legali, immigrazione, fotografia, musica, pittura, scrittura… e chi più ne ha più ne metta!

Può essere un letterato o nel peggiore dei casi, un ignorante che nemmeno nei ghetti peggiori potrete mai scovare.

E’ davvero una fortuna che io sia cresciuta in infanzia tra case popolari in mezzo a famiglie Rom, perfettamente integrate tra noi (parlavano persino il nostro dialetto fluentemente), quindi quando vedo un leone da tastiera non mi spavento più di tanto, né mi tuffo nel mare delle futili escandescenze.

Lì tra quei quartieri di leoni ne ho visti tanti, ma di VERI.

C’erano quelli che si arrampicavano come gatti fino al quinto piano senza fare una piega, per rubacchiare quel che gli era possibile.
C’erano le mamme che piangevano perché un figlio non tornava, con una dignità tale, da farti tremare.
C’erano gli spacciatori che sorridevano, nonostante gli spari della polizia alle loro calcagna.
C’era mia madre che sottraeva due bimbe dalla violenza di un’altra madre che si ubriacava fino a perdere il controllo di sé.
C’ero io che a otto anni correvo battendo i miei piccoli pugni sulle porte dei vicini, sperando che qualcuno sentisse le mie urla disperate, perché mia madre aveva appena avuto un collasso e io dovevo salvarla, ad ogni costo.
C’era un leone che tornava a casa sempre di cattivo umore, e riempiva di botte tua madre.
C’era tuo nonno che singhiozzava, ingoiando bocconi di lacrime amare, sulla tomba di quella stessa madre, che era la tua.

E così sorrido, quando vedo quali insulti certi “leoni” infliggono ad altri. Mi sembra di sentire le loro urla mentre dicono a squarciagola: “Ehi, io ci sono, guardatemi, non mi ha mai considerato nessuno nella mia vita, né nella mia famiglia, mi sento una merda, sono una merda e faccio una vita di merda. Quando torno a casa mia moglie mi mazzola pure. Qui dietro al monitor posso dire e fare ciò che voglio ma a casa, se solo esprimo il desiderio di mangiare la pasta anziché la salsiccia, le prendo anche dai miei figli. Quindi scusatemi, ma devo offendere qualcuno, altrimenti come potrò sentirmi migliore??”

Ecco, questo è ciò che penso nel mio intimo di chi si sfoga (erroneamente) contro altri, nutrendo la propria insoddisfazione, e sottovalutando che il problema vero non risiede negli altri, ma nel giudizio che abbiamo di noi stessi.
Mi piacerebbe incontrare un leone di questo genere e fissarlo negli occhi, per riuscire a capire se il suo ostentato coraggio è davvero così possente, anche al di fuori della rete.

So già cosa gli direi: “Tu non sei un leone, sei un coglione.”

Letizia T.

Il mio forte e robusto amico Sam.

 

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E’ l’anno che stabilirà la mia rivoluzione questo, lo sento.

Lo so da quando è arrivato Sam.

Sam è alto, forte seppure molto esile, e ha una chioma folta che protende verso il cielo.

Sam è un albero. Non un albero qualsiasi. Lui è l’albero della famiglia, la nostra.

E’ ancora piccolo, ma un giorno diventerà grande.

Sono cambiate tante cose da quando c’è Sam, o forse sono io ad essere cambiata.

Sono diventata più silenziosa, più introspettiva, con meno comprensione nei confronti di chi mi ferisce (o tenta di farlo) e massimo amore per chi al contrario mi sta accanto, supportandomi ogni giorno.

Sono tornate le libellule e le farfalle bianche, e i pomodorini del mio orto sono passati da un colore verde chiaro a un rosso intenso.

Ho perso delle persone che non erano nella mia vita per migliorarla, e le ho lasciate proseguire, sperando che un giorno possano migliorare la loro esistenza.

Ho concluso il mio corso di fotografia, e adesso prendo la reflex solo quando voglio davvero fermare un momento che non si ripeterà, come le piccole gambe di mia figlia, che in men che non si dica sono diventate lunghe, come quelle di un fenicottero.

Lei sta crescendo, ed io non posso fare niente per evitarlo. Tutto si muoverà e ruoterà al di fuori di me, e del mio volere, così ho posto fine anche alla mia mania di controllo.

Ho anche smesso di fingermi forte, perché ho capito che non serve, e ho affidato alla carta ogni singola emozione, perché almeno i miei libri non mi giudicano, e mi lasciano essere me stessa, con la massima indulgenza.

Ho aiutato delle persone che avevano bisogno che fosse tesa loro una mano…e poi le ho lasciate andare quando ho compreso che le loro ali erano pronte per spiegare il volo.

Ho cominciato a dire alle persone alle quali voglio bene che gliene volevo, senza più paura di non sentirmi rispondere “Anch’io”.

Ho sentito più vicina la morte, rispetto alla vita, e ho lottato contro i demoni della solitudine, vissuta nel modo più orrendo.

E’ stato grazie a Sam che ho trovato questo coraggio. Forse. O ancor più probabilmente, lo serbavo dentro di me, nell’attesa che venisse fuori.

Un giorno il suo tronco diventerà prospero e forte, ed io sarò sempre lì, pronta ad ammirarlo, e gli sarò grata per ogni singolo cambiamento che nel corso del tempo sarà avvenuto.

Sam seguirà le nostre vite, le urla delle mie figlie, la porta che sbatte quando usciamo, le tavolate alla domenica, il caos delle feste in giardino con gli amici, quelli veri.

Non è forse così che potremmo definire la nostra vita? Come un albero perpetuo, attraverso il quale le nostre energie si snodano e vengono convogliate, e lungo i suoi rami mutano, unitamente al nostro progredire, o regredire.

Fabrizio Caramagna mi ha scritto che nella vita bisognerebbe realizzare almeno tre cose: fare un figlio, scrivere un libro…e piantare un albero.

Così ho sorriso guardando in direzione di Sam, leggendo proprio quelle parole.

Chissà se sarò mai davvero in grado di separarmi da lui, o da tutto il resto.

Letizia T.

PHOTO: Noi e Sam

 

 

Siamo una società sintetica…

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Siamo una società sintetica, virtuale. Non conosciamo il valore profondo di una conversazione sana, da cui rifuggiamo in tutti i modi possibili, assaliti dalla paura che staremo per parlare troppo.
Tentiamo di colmare i vuoti che abbiamo, annegando in uno “stato” da condividere, ma non ci viviamo, non ci tocchiamo, non ci annusiamo più come si faceva un tempo tra animali sociali.
Resta solo il suono delle nostre casse toraciche dentro cui si annidano i malesseri per aspettative deluse e promesse mancate, e il nostro respiro, sempre più diradato dalle continue notifiche che riceviamo.

Mai che si apprezzi il silenzio, il rumore delle giunture del treno che ci porta a casa, il panorama verde intenso e giallo oro del nostro grano.

Quella carezza che, se venisse data, nulla ci avrebbe tolto.

Eppure, non la doniamo tanto facilmente, perché noi siamo selettivi… e la carezza te la devi meritare.

Preoccupiamoci di dare un po’ di più, e chiacchieriamo di meno.
Letizia T.
image: Tomas Theend

Gruppo o non gruppo…questo è il problema!

cuore e cervello

Un gruppo è un insieme di persone interdipendenti che perseguono un fine comune e entro il quale esistono delle relazioni psicologiche reciproche, esplicite o implicite.

Un’altra definizione, più generica, è quella secondo cui “un gruppo è un insieme di persone che interagiscono tra loro influenzandosi reciprocamente”. Affinché tale reciproca influenza possa essere percepita, occorre che il gruppo non superi le 15-20 unità (ecco perché si parla spesso di “piccolo gruppo”).

Il filosofo J.P. Sartre (1970) sosteneva che: una giustapposizione di individui, inteso come raggruppamento, un insieme di persone, non è un gruppo. Affinché lo diventi occorrono tre condizioni:
1 Un interesse comune;
2 Comunicazioni dirette con feed-back;
3 Una “praxis”, vale a dire un’azione comune per conseguire un determinato obiettivo condiviso o rivolta contro altri gruppi.
(Dal sito: farcampus.unito.it)

Diciamo la verità…a quanti fra noi è capitato di essere inserito, più o meno consapevolmente, in un gruppo di Facebook o di WhatsApp?

Ritengo pacificamente che la risposta sia TUTTI, dal momento che molti fra noi dispongono di un accessorio digital-tecnologico al giorno d’oggi.

Ebbene, mi sono spesso chiesta quale sia l’utilità di tali creazioni, o meglio, quale sia la necessità che ci vede tenuti a creare gruppi al cui interno a parte i numeri stratosferici dei membri, non vi sia alcuna o poca interazione, quando in verità non siamo neppure in grado di salutare decentemente le persone che incontriamo per strada.

E’ possibile che tutti i valori che avevamo si siano ridotti all’osso, al punto da avere bisogno di ricreare un ambiente più o meno confortevole con perfetti estranei, di cui ci interessa alla fine solo il like o (come nel caso di whatsapp) il fatto di esserci anche solo per fare numero?

Così facendo non ci troviamo più nella situazione di scegliere in totale libertà di appartenere alle persone che hanno i nostri stessi obiettivi!

Dal momento in cui alla mattina accendiamo il nostro smart-phone (sempre che non sia perennemente acceso notte e giorno), veniamo investiti da inserimenti selvaggi (è un eufemismo) in gruppi di qualsiasi genere, dai titoli e dai fini più improbabili.

“Sesso e passione”, “Solo ragazze italiane”, “Il gruppo di quelli che…”, “Sei di questo mondo se…”, “Dieta mediterranea”, “Resta in forma per la prova costume”, “Fotografi che passione”, “Movimento Nazional Sarcazzo”…di tutto di più.

Su Whatsapp abbiamo invece il gruppo dei genitori (per carità, anche utile), poi quello del Grest, poi quello della grigliata, quello del matrimonio, quello della famiglia, quello del lavoro, quello delle migliori amiche, quello del calcetto, quello del sabato e della domenica.

Tutti questi gruppi hanno un solo risultato comune: NESSUNO FRA I MEMBRI SI CAGA DI STRISCIO.

Proprio così. A meno che non vi sia un compleanno a cui partecipare (e quindi soldi da spendere per il regalo del festeggiato), non piovono in ogni istante inviti spontanei anche solo per passare il tempo a chiacchierare.
Si finisce spesso per mandarsi stupidi video a sfondo erotico o che fanno ridere una, due, tre volte…e alla fine dopo un pò metti il gruppo col silenziatore perché dai…non se ne può più!

Se condividi qualche tua esperienza ti ritrovi spesso a non ricevere alcuna risposta, e quella che arriva è una emoticon del cazzo che non dice nulla, non presuppone nulla, non crea interazione nè interesse. Guarda caso il 90% dei tuoi amici neppure li compra i tuoi libri nel caso in cui tu sia uno scrittore, che diavolo vuoi che gliene freghi di motivarti o di condividere la tua felicità?! Condividere?? Vuoi scherzare?!

Il nulla COSMICO.

Nei gruppi in cui si viene inseriti di prepotenza accade la stessa cosa: tu posti qualcosa di tuo che non smuove neppure per un secondo le acque melmose dove tutti sembrano sostare nonostante vi siano 7.000 membri aderenti, e tutto finisce con una sagra dell’individualismo, più che la cura della propria individualità (prestate bene attenzione alla differenza).

Inoltre il danno peggiore è associato alla nostra mancata presenza e permanenza nella vita REALE, quella che ci dà il vero valore valore aggiunto, oltre ad un tozzo di pane per tirare a fine mese e pagare il mutuo.

Conosco persone che detengono i ruoli di amministratori (de che poi?) in almeno 15 pagine.
Quindici pagine, capite?

Ed io mi sento una cerebrolesa perché a malapena reggo la mia personale e quella di scrittrice e il blog, che aggiorno con notevole difficoltà.

Non sarebbe bello riunire persone che DAVVERO rincorrano il sogno di trovarsi dal VIVO a parlare, mangiare una pizza e discutere di quanto è più bello il cuore umano rispetto alla tecnologia?

Abbiamo un cuore e un cervello, atti a costruire gruppi ben più potenti: quelli dei sogni, degli obiettivi, della condivisione…niente che abbia a che fare con un gruppo virtuale che ti impone di vivere lì la tua esistenza, racchiuso in quei cavi elettrici che non arricchiscono nessuno, se non il detentore dell’azienda che fornisce energia.

Pensiamoci, pensiamo davvero se ne vale la pena rinchiuderci in una gabbia fatta di fili, o se non sia meglio una passeggiata all’aria aperta, dove la massima condivisione può essere la manina di tuo figlio che ti chiede di spingerlo sull’altalena.

A presto, Letizia T.

La recensione “toccante” – “Il mare d’inverno” di Salvatore Carvelli

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Un libro intenso, particolarmente delicato e nostalgico, con una copertina bellissima ed eloquente.

Potrei definire così “Il mare d’inverno”, il romanzo di Salvatore Carvelli, nato a Milano, geometra, la cui passione per le materia umanistiche lo ha spinto verso il territorio della narrativa.

Sì, perché scrivere di narrativa e soprattutto di temi legati ai sentimenti, non è cosa semplice.
Un conto poi, è parlarne. Ben altro, scriverne.

Questo libro mi ha fatto fare un vorticoso salto a quella che è stata la mia infanzia.
La crisi economica ha lasciato Giorgio, padre di Simone e Paolo, a casa senza un lavoro, e privo di una decente occupazione in sostituzione della precedente che consenta a lui e alla sua famiglia di vivere dignitosamente.

Giorgio è un uomo introverso, il quale al termine del periodo in cui si trova in cassa integrazione, tramuta la sua sofferenza in dipendenza dalla bottiglia, arrivando a diventare il mostro violento, fisicamente e moralmente, della propria famiglia.

Non c’è accudimento, né interesse da parte di ogni membro del nucleo, nei confronti dell’altro.

I protagonisti sono Paolo e Simone: due fratelli, che non contano l’uno sull’altro come solitamente dovrebbe avvenire tra consanguinei. Piuttosto, le loro giornate sono corollate da sterili discussioni e dispettucci che continuamente Simone infligge al piccolo, come quello di nascondere il suo quaderno nel giorno della verifica, sapendo perfettamente che Paolo è uno studente modello e quella mancanza sarà oggetto di scherno da parte dei compagni per suo fratello.

Simone è spinto da una gelosia che lo rende cieco e abietto, quasi incosciente e distaccato da ciò che accade nella sua famiglia.

Paolo ha una malattia ereditaria per la quale ha una ridotta aspettativa di vita e tutte le attenzioni sembrano essere poste su di lui.
Inoltre la violenza verbale e fisica di Giorgio non rende facili le cose neppure per mamma Valentina, sempre amorevole e disponibile con i suoi figli e unica fonte di guadagno per l’intera famiglia. La donna infatti lavora facendo le pulizie pochi giorni alla settimana presso la casa della dottoressa Franceschini.

Da alcuni mesi Simone ha un dolore persistente al petto. Si pensa a una broncopolmonite, è uno sportivo, avrà preso freddo.
Non si pensa a un problema fino al momento in cui dalla bocca del ragazzo inizia a defluire sangue, anche abbondante, dopo ripetuti colpi di tosse.

Simone non dice nulla a sua madre, ma quando la perdita ematica risulta più grave del previsto e Valentina viene a conoscenza del problema, decide di farlo subito visitare.

E qui il fiato rimane sospeso per un attimo. Perchè la realtà quotidiana di una normale famiglia che vive tra alti e bassi (molti più bassi in verità) viene di colpo stravolta lasciandoci spiazzati.

Gli esami parlano chiaro: Simone ha un tumore al polmone.
Inenarrabile la tristezza e il dolore di mamma Valentina, ormai cosciente che entrambi i suoi figli moriranno.

Di improvviso Paolo non è più il solo ad avere dei problemi. Improvvisamente a Simone rimangono poche settimane di vita.

Come è possibile accettare una verità tanto turpe?

Così l’autore ci viene in aiuto, e ci incita ad uscire dal labirinto emotivo dentro il quale ci siamo ficcati con tutta la nostra volontà, pur di nasconderci da un dolore simile, perché giunti a quello stadio ci siamo affezionati a Simone e Paolo.
Come diavolo faremo ad accettare che quella sia l’unica fine plausibile?

<<Paolo, è solo quando comprendi che il tempo sta per finire davvero, soltanto allora ti accorgi di quante cose avresti voluto fare con i tuoi figli, di quante cose avresti potuto e voluto dirgli. Ma non lo hai fatto. Noi a Simone abbiamo sempre voluto bene tanto quanto a te, ma spesso siamo stati così sommersi nei nostri dolori, nel nostro egoismo… E forse non ci siamo mai accorti di quanto siamo stati assenti per lui.>> confessa Valentina ormai soffocata dal dolore, al figlioletto Paolo.

“Si rese conto davvero di come un tempo che per i genitori, e viceversa, pare sempre infinito, possa diventare d’un tratto esiguo.”

Quanto tempo perso a lavorare, a lottare contro un marito violento che ha riempito ogni solco sul suo viso di lacrime per via della sua dannata incomprensione di avere un dono nella sua vita, una famiglia amorevole su cui poter contare.

Giorgio, ormai consapevole della sorte del figlio, prova a ricompiere quei passi affettivi con Simone, tentando di recuperare i suoi sbagli, ma il ragazzo è irremovibile. Troppa è la delusione che quell’uomo gli ha recato.
Fatica anche a comunicare con Paolo, che ha visto sempre come un avversario, e non come un alleato.

Non rimane che desiderare ancora qualcosa per il loro futuro.

Paolo confessa a Simone di avere un desiderio: vorrebbe diplomarsi, e prendere la patente per guidare una Ferrari.
Simone sorride al solo pensiero, sapendo di avere poche possibilità di pensare ad un futuro lontano.
<<Io vorrei andare al mare, sì, prima di morire vorrei vedere il mare.>> dice sicuro.

La decisione mette in crisi i genitori per via della situazione economica che impone loro di preoccuparsi di ogni spesa superflua.

I nonni si offrono non solo di accompagnarli, ma di finanziare l’intero viaggio della famiglia, che sarà ospite della zia Chiara a Pesaro, la quale ha una casa proprio di fronte al mare.

Simone e Paolo incontrano un sole pallido di febbraio che scalda i loro cuori e i loro “animi acerbi”, così come li definisce l’autore.

Lascio a voi la fine del romanzo, senza anticiparvi nulla, perché le mie emozioni sono ancora molto forti e devo metabolizzare, come faccio sempre, le forti sensazioni provate leggendo questo libro che riesce a condensare una storia intensissima con le sue sole 113 pagine.

Unica pecca: ci sono alcune parole non corrette (i refusi sono assolutamente normali in ogni libro), che tuttavia non distolgono nel modo più assoluto dalla bellezza della storia stessa.

Sono felice di aver letto questo libro, che termina lasciando un messaggio importante: nonostante le avversità che si possono creare in una famiglia, l’amore fraterno è senza dubbio fondamentale nella vita di una persona.
Su un fratello sai che potrai sempre contare. Lui ti porterà a conoscere il tuo lato peggiore quando si tratterà di condividere l’affetto dei genitori, ti guiderà verso un percorso di crescita perché magari più grande di te, ti illuderà che non esista limite ai sogni che insieme potrete realizzare, ti lascerà andare quando litigate per poi ritornare a chiedere scusa, e ti accompagnerà davanti al mare, fosse anche l’ultimo dei desideri che esprimerai.

La vita va apprezzata, è questa la verità. Lei non ti avverte delle tragedie imminenti, né si cura del fatto che tu abbia solo sedici anni e non sei pronto a morire.
Ecco perché non dobbiamo dare per scontato MAI l’enorme valore della famiglia e dei figli nella nostra esistenza.

Mi è scesa una lacrima leggendo questa frase di Erma Bombeck:

“La famiglia. Eravamo uno strano piccolo gruppo di personaggi che si facevano strada nella vita condividendo malattie e dentifrici, bramando gli uni i dolci degli altri, nascondendo gli shampoo e i bagnoschiuma, prestandoci denaro, mandandoci a vicenda fuori delle nostre camere, infliggendoci dolore e baci nello stesso istante, amando, ridendo, difendendoci e cercando di capire il filo comune che ci legava.”

E’ così che anche io la vedo, ed è qui che voglio restare.

Grazie Salvatore, ti abbraccio tanto.

Letizia T.

La recensione “poetica” – Meglio tardi, di Davide Bergamin

meglio tardi davide bergamin

 

 

A chi crede di essere vivo”  (estratto)

Vedo vecchi con gli occhi sprizzanti di gioia,

la serenità imbrigliata in bambini con gli occhi chiusi,

mentre a due millimetri dai loro corpi,

il mondo degli adulti vivi uccide e disintegra .

Non esiste un momento esatto per morire

quando la stupidità,

quando la crudeltà,

quando la cattiveria,

gettano le loro stesse anime in pasto all’interesse

e alla miseria…

 

Un insieme gradevole di poesie, create nel corso di un profondo e introspettivo sentiero di vita, quello di Davide Bergamin, classe 1970, di professione artigiano metalmeccanico.

Si avverte, data la sua infanzia trascorsa con i genitori contadini, la sua profonda appartenenza alla terra, più volte evidenziata tra le righe delle 45 poesie che compongono questo libro, intitolato “Meglio Tardi”.

Gli argomenti trattati sono i più disparati: da semplici riflessioni di vita, al rapporto dell’uomo con il suo invecchiare, lento, come la crescita di un albero le cui radici sembrano più volersi sollevare in cielo, che abbandonarsi alla terra stessa dalla quale provengono.

Questi sono alcuni dei versi della poesia intitolata “L’albero più bello”, in cui si ripresenta quel legame intenso, energico e vigoroso con la madre terra.

 “Ancora un germoglio, ancora una volta ti prego!

Cresci, e scegli di essere sempre frase nuova nel racconto del destino.”

Viene anche presa in considerazione la violenza dell’uomo, severa e animale, con la sua potenza contraddittoria, che arriva ad uccidere e chiudere gli occhi dei più piccoli (in questi giorni argomento sempre più sferzante), come nel caso dell’estratto citato nell’inizio.

Se devo essere sincera, io non sono un’amante della poesia.

Tuttavia, trovo che queste poesie possiedano una particolarità e che non siano affatto scontate, come invece capita di trovarne a tonnellate sul Web.

Chiudo questa recensione lasciandovi con “La veranda”, con il quale l’autore si è aggiudicato l’inserimento nell’antologia “VIII Edizione del Concorso Il Federiciano”:

Sono invecchiati tutti i miei fiori,

senza cenni evidenti all’appassire,

li ammiro, come ho sempre fatto.

Il vento mi accarezza

rinnovando un vecchio benvenuto,

sussurrando piano.

Dove sei stato ?

Sono sempre stato qui!

Tu, il vento !

Non vedi ?

Ora muovi accuse !

Con un giro di foglie porta l’eco di risate lontane,

nell’aria bisbiglia un flautato ‘mi manchi’.

Un lampo negli occhi!

Poi l’emozione scuote il ricordo,

è qui che son vivo !

Bolle il sangue

mentre il respiro si fa profondo

raccogliendo brividi e polvere di vita.

Qui vivo, tra afosi silenzi,

vassallo di un sole caldo e sincero,

unico e solo a riaccendere sapori,

avversario romantico di quel cinismo

che vorrebbe placate le voglie ed il tormento.

 

Mi sento di consigliarne l’acquisto.

Se volete, potrete trovarlo a questo link: https:// http://www.amazon.it/Meglio-tardi-Davide-Bergamin/dp/8898972881

A presto,

Letizia T.

 

La recensione “diversa” della settimana: Rivolta alla Locanda di Edoardo Dantonia

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Voglio essere sincera, quando sono incappata in questo libriccino, l’ho preso piuttosto alla leggera.
Non pensavo che avrei trovato in una storia che vede il suo inizio in una locanda, in cui l’unico dialogo sono tafferugli e botte tra uomini, qualcosa che mi toccasse nel profondo.

E ho compreso che mi sbagliavo.

Superato il luogo iniziale della vicenda, ho pian piano raggiunto la consapevolezza che ci fosse qualcosa di più pronto a intrattenermi nel mondo di Edoardo Dantonia.

Su ispirazione e con uno stile simile ai racconti del prolifico Gilbert Keith Chesterton, nei dialoghi che contornano la storia, mi sono imbattuta in riflessioni intense, acute e per nulla scontate, seppure facenti parte di una maturità e di una coscienza che molti fra noi potranno sostenere di aver acquisito.
Friedrich Malthus è un esattore delle tasse giunto nel posto sbagliato, al momento sbagliato. Anzi, sbagliatissimo.
Il luogo qui citato è una bettola, spacciata per locanda. Uno di quei postacci da uomini duri, dove il più sobrio dorme sul bancone avvinghiato dai fumi di un alcol, unico compagno di vita per molti che lì vi si rifugiano per tentare di sfuggire alla monotonia della loro vita.
L’esattore ha il compito di riscuotere gli arretrati di Mister Grant, che non paga da quasi un anno le spese della sua attività.
Grant rimane impotente ad osservare il giovane che, con aria saccente, gli sventola le carte con tutti i conti da pagare, e gli intima di provvedere al recupero delle somme nel giro di due giorni, al termine dei quali la locanda verrà chiusa.

Un silenzio congela l’aria rendendola ancor più irrespirabile, fino al momento in cui un rumore assordante di bicchieri spezza la tranquillità del giovane Malthus.

L’uomo che ha causato quel rumore, e che finisce quasi per colpirlo è Alonso Pecherton, idraulico e “collezionista di sottobicchieri”, come ama titolarsi lui.

Pecherton ritiene che lo Stato non abbia alcun diritto di derubare i contribuenti mandando i propri spaventapasseri a riscuotere le tasse.
Malthus si ritira impaurito, con la coda fra le gambe, ma pronto a fare ritorno 48 ore dopo, come promesso.
Al suo ritorno, nonostante sia accompagnato da due poliziotti, trova Grant e Pecherton agguerriti più che mai a difendere quella che definiscono una proprietà privata.
I poliziotti vengono così aggrediti e atterrati dai due, e a Malthus non rimane altra scelta, che quella di darsela a gambe.

Qualche giorno dopo, tornando di nuovo da solo alla locanda, trova ad accoglierlo Pecherton, sornione e sorridente.
Sembra quasi aver dimenticato di aver aggredito due ufficiali di Polizia due giorni prima, così il giovane Malthus glielo ricorda, canzonandolo perentoriamente.
Malthus è lì per dare un avvertimento ai due, rei di aver innescato una rivolta, non ancora cosciente che un cambiamento è in atto nella sua vita.
C’è un destino che attende proprio lo sprovveduto esattore.
Pecherton lo avverte che dovrà presto abbandonare la sua veste di formalità, cedendo il posto al cambiamento.

Sono parole a lui sconosciute, difficili perciò da recepire. Sarà proprio lo stesso Alonso a condurlo all’interno di un viaggio che sembra sconsiderato e senza alcun senso.
I due finiscono nei guai molto presto, e a corto di soldi fanno questo tour (apparentemente) senza meta specifica, perchè Pecherton ci tiene a mostrare a Malthus le meraviglie del mondo, quelle che quasi più nessuno sembra vedere, quella bellezza collaterale dettata da quanto ci circonda.

<<Ma come di che meraviglie parlo? L’incredibile tenacia con cui la lenta chiocciola s’inerpica su per il muro, nonostante il mastodontico peso del guscio a cui è attaccato. La bellezza di quell’adorabile felino che riposa le membra all’ombra della panchina, incurante del resto del mondo. L’infinita poesia di quel giornale finito a terra, trascinato dal vento: chissà chi l’ha letto qualche istante prima, chissà cosa c’è scritto, chissà dove finirà ora…Forse nella spazzatura, o forse qualcun altro lo coglierà e ne farà una barchetta di carta!>>
Sono queste le parole che usa Pecherton per portare il giovane sulla retta via.

Questa è una storia quasi vera, la cui centralità è costituita dall’amicizia, unico valore inviolabile nella vita di ogni individuo.
In uno scambio di considerazioni e di valori, i due protagonisti, seppure molto diversi, si ritrovano a condividere un’esperienza che li cambierà per sempre.

Malthus è il cattivo e impettito esattore, mentre Pecherton è il grasso e goliardico idraulico, che non fa altro che sorridere come un ebete, compiendo manovre da “bambino” sconsiderato.

Il lettore viene spinto dal Dantonia a scegliere chi vuol essere, oppure a comprendere che fondamentalmente esiste la fermezza di Malthus e la felicità sconsiderata di Pecherton dentro ognuno di noi, che convive con i nostri momenti più intimi, e fa capolino quando non ci guarda nessuno, e ci sentiamo al sicuro, al punto tale da tirare fuori quella parte di noi, oscura persino a noi stessi.
Malthus affronta un percorso in cui conosce l’amore per la prima volta e la tristezza che ne deriva, che lo getterà nello sconforto. Imparerà soprattutto a nutrire la propria anima, riconoscendo che il vero peccato non è nella tristezza, ma nella mancata comprensione che persistere in quello stato sia peccato. “Spesso dal male viene il bene, e attraverso il peccato si giunge alla virtù”, come ammette lo stesso Alonso.

Traspare un cammino dalle parole dell’autore, che lo ha avvicinato in modo sano alla fede. Di sé dice: “In ogni cosa che scrivo, che sia un articolo, un racconto o un saggio, io non sono mai l’eroe della situazione, ma anzi spesso sono proprio il cattivo.”

In realtà Malthus non è propriamente un portatore di cattiveria o malvagità, lui sta solo dalla parte sbagliata, quella rappresentata da una morale cattiva.
E Pecherton? Solo voi forse, leggendo questo racconto, potrete intendere da che parte sta.

Quel che è certo è che giunta alla fine, mi ero affezionata a entrambi, e ho capito che tutti noi dovremmo avere un amico come Pecherton nella nostra vita, che ci faccia intendere che il viaggio senza meta, e il percorso senza fine, hanno un loro senso di esistere.
Che è bello tuffarsi a capofitto nelle emozioni, e nella fede, che mai invece riponiamo negli accadimenti quotidiani. Che è bello agire fuori dagli schemi, spinti dall’amore e nutriti dalle riflessioni.

Me lo ricorda nuovamente questo ultimo dialogo tra Alonso (Pecherton) e Friedrich (Malthus): <<Quando ci siamo incontrati, tu, come la gran parte degli uomini moderni, eri vittima di mille ideologie, una diversa dall’altra, ognuna opposta all’altra. Quando ti parlavo, dovevo perciò fare i conti con mille altre persone. Quando ti rivolgevo la parola, avevo l’impressione di vedere decine di teste, non una soltanto, e così dovevo parlare ad ognuna di esse, per non offenderle…>>.

Non siamo tutti così in fondo? Troppi pensieri, troppe distrazioni, un finto conformismo che ci sradica dalla nostra vera natura, quella di esseri viventi che hanno necessità di condividere le loro emozioni e le loro esperienze con il prossimo.

E’ stato bello fare questo viaggio insieme a Pecherton, perché io un pò mi sento come Malthus.

Al prossimo libro, felice di averti letto, anche oltre le righe Edoardo.

A presto, Letizia T.

per acquisto libro: https://goo.gl/DCKX2O

Matteo e Beatrice, storia di un bambino autistico.

matteo

Sono trascorsi tre anni tra gioie e dolori dal momento della nascita di Matteo, distribuiti in maniera equa, senza farci mancare nulla.

Anche io sono cambiata molto, passo le giornate chiusa in casa con lui per evitare troppi stimoli esterni che possano far scaturire delle crisi.

Comunichiamo attraverso un lettore, una specie di computer, perché non parla bene.

Usiamo gli occhi, le mani (quando non passa il tempo a scuoterle nervosamente), e alcuni oggetti come bicchieri, bottoni e cubetti di legno, che lui utilizza per farmi recepire determinati messaggi.

Ciascun cubetto corrisponde ai cibi che gli piace mangiare, i bicchieri a quello che desidera bere e i bottoni ai vestiti che vuole indossare per andare a scuola o per uscire.

L’altro giorno ho letto una stupenda definizione sui bambini autistici: loro non sono scrigni chiusi, ma tesori da scoprire.

Posso assicurare che è vero.

Ho imparato molte più cose da quando sono a contatto con questa realtà, che in tutta la mia vita.

Ho scoperto cosa significhi non avere tempo per sé neppure per fare una doccia, ma sentirsi al sicuro nell’abbraccio del proprio bambino perché lui non bada al tuo odore, ma solo alle coccole che riceve da te.

Apprezzo di più ogni singolo istante che ci viene donato, perché non so mai se il giorno dopo si sveglierà stando peggio della sera precedente.

E non oso neppure pensare al fatto che potrebbe non risvegliarsi affatto.

I medici mi hanno detto che devo nutrire poche speranze nei confronti di un miglioramento.

Matteo riesce a fare calcoli complicati, ma non è in grado di dirmi che mi vuole bene.

Spesso piango, sola nella mia stanza, perché so che per quante saranno le volte in cui io potrò dirgli che lo amo, lui non potrà mai ricambiarmi, facendo lo stesso.

Vivo sentimenti contrastanti a causa dei suoi sbalzi d’umore, poiché alterna momenti di quiete a momenti in cui può diventare improvvisamente violento.

L’estrema solitudine dietro cui mi sono trincerata e che anche l’esterno ci ha imposto, ha contribuito a rendermi ancora più instabile.

Non ho mai più vissuto né provato un amore forte come quello per Axel, ma sono felice, oggi più che mai.

Il mio Sampei scarabocchia poesie e pensieri di carta, insieme immaginiamo di recarci in un posto lontano, oppure fingiamo che lui sia un cavaliere coraggioso, venuto a salvarmi dalla fortezza nella quale un drago mi tiene imprigionata.

Non sempre sono conscia di quali pensieri passino per i sentieri della sua mente, ma so che adoro il suo mondo “volante”, che non ha sempre sostanza.

Addirittura lo invidio quando liberamente si isola, senza che sia necessario doverne spiegare il motivo.

Lavoro solo tre giorni a settimana, gestendo gli ordini di posta elettronica, direttamente da casa.

Prima correvo continuamente a destra e a sinistra. Ora posso permettermi di vivere con maggiore tranquillità la quotidianità, perché con un bambino che ha questa sindrome è doveroso compiere un passo alla volta.

Il mio cielo è grigio porpora, Letizia Turrà

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