Sulla mia tomba voglio che vengano piantati dei gigli…

L’ennesima lesione ha preso forma; inizialmente era apparsa come una grossa bolla piena d’acqua dietro al collo, adesso è una macchia rossa indelebile come vernice, e il resto del corpo ne è pieno.

Anni di cure non sono stati sufficienti a nascondere il mio terribile segreto.

La mia anima imputridita si aggira ora tra le stanze della mia casa, come fossi uno spettro.

Jules non ha mai aperto la porta, e non ha voluto più vedermi. Deve avere capito tutto, e mi odia per tutto il dolore che gli ho procurato.

Ho sempre pensato che il male fosse qualcosa da propagare, non ho mai accettato che rappresentasse solo un mio fardello; le sofferenze dovevano essere condivise, per essere davvero reali.

E con la mia scelta ho distrutto la vita di molte persone che mi hanno amata, mentre io non ho mai conosciuto bene il significato della parola “amore”.

Non conoscevo né desideravo l’amore, quindi come avrebbe potuto farmi del male?

E invece l’unico amore che ho conosciuto è stato un amore malato, di una malattia atroce, che mi sta consumando dall’interno e che pian piano giungerà a impossessarsi anche del mio volto sfigurato.

Sulla mia tomba voglio che vengano piantati dei gigli, non profumano ma sporcano, con i loro pistilli color dell’oro.

Tutti amano e odiano i gigli.

Sarò qualcosa che viene ammirato ma odiato, per i suoi effetti collaterali.

“Lacrime di legno”, Letizia Turrà

Tutti i diritti riservati: è vietata la riproduzione, anche parziale, dei contenuti di questo articolo, senza il consenso dell’autrice.

ph: George Gvasalia from unsplash.com

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Mi manca mia madre, insieme a un mucchio di altre cose.

 

Mi manca mia madre in questo periodo dell’anno, insieme a un mucchio di altre cose.

In estate accade spesso perché è il momento dell’anno in cui arrivo più stanca, sfibrata e la pressione si abbassa vertiginosamente.

Non riesco a dormire la notte, né a gioire più di tanto per quello che mi accade perché i miei occhi sono sempre velati di una malinconia color seppia, simile a quella degli anziani.

Cerco di ascoltare profondamente i dialoghi delle persone più adulte di me, provando un’insana invidia quando scorgo nelle loro riflessioni quella saggezza che a me manca tanto.

Perché sarò anche matura per la mia età, ma sono pur sempre troppo giovane per la vita, che si rifiuta di riconoscermi.

Non riesco più a fare un sacco di cose, tranne che annotare pensieri, studiare i comportamenti umani, sentire dolore fisico costante per via di alcuni problemi al fegato che ormai porto con me da anni.

Mi piace ascoltare gli altri, ma sempre meno ascolto me stessa.

Piuttosto sento un sacco di musica triste in questo periodo, e affido alla carta la maggior parte delle mie emozioni, perché lei vuole conoscermi man mano che le righe si compongono e quindi non vive nel pregiudizio di sapere già cosa avverrà; la carta non è avara perché ti lascia spazio, non ti giudica se scrivi o pensi cose sconcie, né se le confidi segreti tanto intimi da vergognarti dei tuoi stessi pensieri.

Esco di casa, faccio piccoli spostamenti e fotografo, vivo appieno i sorrisi della mia famiglia e subito dopo ritorno ad avere quel velo di malinconia che trapassa lo sguardo, per la consapevolezza che niente si ripete, niente dura, niente mi sarà restituito.

Lo dico spesso infatti: il tempo che viviamo NON sarà restituito.

E forse queste mie confessioni resteranno solo follie di una pazza amante dell’amore.

Mi ritiro nel mio nido fatto di amore e compassione, i cui rovi sono costituiti da incertezze ferme nel tempo.

Mi manca mia madre, ancora, insieme a un mucchio di altre cose.

Letizia T.

Ph: Annie Spratt

 

 

Ph: Nick Fewings

 

 

Il voler bene non si compra.
Il voler bene si sente, come io lo sento, fin dentro la mia carne.
Il voler bene è più forte dell’amore, più avvinghiante di una catena, più duro del ghiaccio, più ambizioso di un volo.
Il voler bene è racchiuso tra due ali di farfalla fragili, che molti chiamano amicizia.

 

Letizia Turrà

La telefonata…

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Il numero è rimasto quello, o almeno…così spero.
Lo avevo scritto sul bordo del muro, vicino alla porta.
Mi mangio le unghie nell’attesa di capire quale sarà la prossima mossa del cuore.
Tremo mentre compongo le dieci cifre.
Sto per mettere giù, ma poi sento di nuovo quelle note risuonare; sono quelle della sua voce che mi è sempre apparsa come uno xilofono leggero.
“Sono io” dico piano.
Resta in silenzio, sa che “io” posso essere solo io.
Rivedo l’ultimo nostro bacio, i morsi sulle spalle, i capelli miei stretti nelle sue mani, il suo calore immerso nel mio.
“Perché mi hai chiamato?”
“Non lo so – pronuncio asciugandomi il naso – forse perché mi mancavi. Forse volevo dirti che ti auguro di trovare qualcuno come te, che ti ami e sia capace di donarti l’amore che meriti.”
Di nuovo un disarmante silenzio torna a impossessarsi del nostro tempo.
“Grazie, sono proprio le parole che avevo bisogno di sentire in questo periodo.”
“È la mia condanna lo sai, donare agli altri ciò di cui io stessa ho estremo bisogno.”
“Chiamerai ancora?”
“Non lo so. Forse quando avrò qualcos’altro da dirti.”
“Forse mai.”
Punzecchio le labbra con l’angolo dell’anulare.
“Già, forse mai.”
Chiudo la cornetta, prendo la matita, cancello quel numero.
Da certe cose non se ne esce, e i sentimenti sono una fra queste.
Letizia Turrà, “aforismi estemporanei”
pic from: mishal-ibrahim-615607-unsplash

Praticate gentilezza a casaccio e atti di bellezza privi di senso…

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“Ciao Letizia, come va? Spero bene! Innanzitutto complimenti per il nuovo libro…L’altro giorno ho letto il post sui 50 anni non compiuti di tua madre… mi dispiace tanto! Ho visto il tuo blog ed ho visto che l’immagine di copertina è sgranata; mi sono permessa di fartene una molto simile, ma non sgranata… spero ti piaccia e ti faccia piacere riceverla!”

Diletta Potì è uno dei miei contatti su Facebook. Non la conosco personalmente, ma se una persona fa un gesto bello per me diventa automaticamente mia amica, pur essendo un semplice contatto acquisito sulla piattaforma Social.

Ebbene, ci tengo a ringraziarla oggi, perché ha avuto un pensiero bellissimo e quindi ho deciso di cambiare la mia immagine di copertina del Blog con questa che trovo decisamente bellissima!

Grazie dal profondo del cuore per i pensieri che avete per me; sappiate che non vanno perduti nell’etere, ma sono custoditi gelosamente tra le cose che amo di più.

Perché alla fine dei conti ho sempre ritenuto che ritorna indietro quel che doniamo.

Da oggi sarà questa la mia immagine!

Un abbraccio Diletta, e grazie.

Letizia T.

Una storia a km zero, come ho ritrovato me stessa attraverso il r(accolto)!

 

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Ore 7.22. Tanto sonno. Poca voglia di alzarsi. Andata a letto all’una ieri sera.

Poi guardo il soffitto e penso: “Ehi, ma perché mai dovrei restare a letto? Ho un orto che mi aspetta!”

Sono una scrittrice a tempo libero, questo ormai si sa. Il mio non è un lavoro, seppure dedichi tempo e attenzione estrema ai miei innumerevoli hobby.

Abitando in campagna poi, è semplice poter godere di un pezzetto di terra, che puoi sfruttare al meglio, se ci metti un po’ di buona volontà.

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Con queste due parole per me fondamentali (è stato mio nonno ad insegnarmele), è iniziata la mia avventura tre anni fa. Mio marito non era particolarmente entusiasta della scelta di dovermi “cedere” un quarto del suo giardino per questa missione che vedeva più come un passatempo momentaneo, che mi avrebbe demotivata e fatta cedere al primo colpo non appena mi fossi accorta che era difficile fare la contadina.

Come ogni volta che ho desiderato qualcosa, mi sono impegnata affinché riuscissi a stabilire un’empatia di fondo con la terra, un vero e autentico rapporto come quello che avevo con lei da bambina (sono cresciuta tra verde, mare, animali e terra coltivata con metodi antichi).

Quando sono uscita c’era tanto da fare. Non sapevo da dove iniziare. Poi ho visto tre piccole libellule rosse e un farfalla bianca volare tra le zucchine e i pomodori, ed ho ritrovato subito la carica.

Ho riscoperto il valore di accogliere una sfida come quella di avere i prodotti della tua terra per non dover più dipendere da un supermercato, se non per lo stretto necessario.

Perché accogliere equivale a raccogliere, anche.

La terra mi ha accolta fra le sue braccia e mi ha dato amore; quello vero, senza pretese, come farebbe una madre con il proprio figlio.

Questa è un’esperienza che condivido spesso con amici e lettori, perché ne vado fiera. Guardate come si dà da fare mio marito adesso!

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Perché alla fine più sono in mezzo agli altri e ascolto le loro storie, più comprendo che il tempo che dedichiamo a qualcuno e a qualcosa che amiamo, alla lunga, ci verrà restituito con gli interessi. Perché non puoi pensare di non fare niente e di ottenere qualcosa comunque. In quel caso quello che ti arriva non sarà determinato da una tua azione, e non avrà mai lo stesso sapore.

Ora andrò a preparare una bella pasta con le zucchine e una caponatina di pomodori e melanzane, come mi ha insegnato la tradizione.

Vi abbraccio forte, ricordate sempre: “chi non semina non raccoglie!”

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Vostra, Letizia T.

10 motivi per cancellarsi dai social all’istante – Ti va di perdere il libero arbitrio?

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Ero in metro dieci minuti fa.

Orario di punta, gente di ogni genere, odori di ogni genere.

Come di consueto avevo la musica nelle orecchie, una di quelle che mi tiene compagnia, la metto spesso per non sentirmi sola tra la gente più sola di me in quel momento.

Mi sono seduta e di fronte a me c’erano cinque persone, tutte con lo sguardo letteralmente avvolto dai monitor dei loro cellulari.

Un ragazzo fra loro a un certo punto ha alzato gli occhi incappando nei miei che erano belli alti, e li ha strabuzzati quasi incredulo per il fatto di stare incontrando qualcuno che non guardava il cellulare, ma i volti delle persone.

Ho pensato dentro di me: “Ne usciremo mai? Quand’è che riprenderemo a guardarci?”

Mi chiedo spesso se questa “moda” dei cellulari ci abbandonerà mai; se, come molte altre cose passate, ci sarà una fine a tutto questo esserci.

Siamo dappertutto nell’etere, ma mai dove vorremmo davvero essere.

C’è un confine infatti tra il desiderio che sviluppiamo internamente e idealmente all’interno dei nostri micro mondi, e la realtà invece sempre più disarmante contro cui ci tocca lottare ogni minuto.

Uno fra i cento uomini più influenti del pianeta, Jaron Lanier, ha scritto un libro che si intitola “Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social”, in cui parla del meccanismo di dipendenza dalla rete Social definendolo come “il grande miraggio”.

Lanier sostiene che l’essere umano stia pian piano perdendo il libero arbitrio poiché incontra soluzioni costruite ad hoc per lui, senza la reale possibilità di scelta di qualsiasi prodotto. Stiamo diventano una manica di stronzi narcisisti – parole sue – maleducati e impertinenti, rabbiosi e prepotenti, perché sui Social possiamo scrivere ciò che vogliamo, pubblicare fake news, video che inneggiano all’odio verso qualsiasi categoria che reputiamo diversa da noi, foto di dubbia provenienza etica e molto altro.

Abbiamo perso il senno, insomma.

È vero tutto ciò?

Abbiamo secondo me una grossa potenzialità che non è per forza tutta da investire on line, ma tra la gente, che spera, mangia e respira proprio come noi.

Se avessi tentato di fare quattro chiacchiere questa mattina con quel ragazzo che mi ha guardato sbarrando gli occhi, mi avrebbe presa per pazza.

Avrebbe pensato: “Ehi, che diavolo vuole questa da me?”

Il pensiero mi ha fatto sorridere e al tempo stesso mi ha resa inquieta.

Abbiamo delle precise responsabilità nei confronti degli altri e nei nostri confronti: quello di rispondere con educazione durante una discussione riguardante un post, postare possibilmente solo notizie che ci siamo sincerati abbiano fondamento (e anche qui io eviterei, visto che non siamo giornalisti e non ce lo ha ordinato il medico di descrivere fatti di cronaca), condividere un certo genere di messaggio che sia quanto meno positivo e propositivo, non distruttivo, nel livello più basso che l’essere umano possa toccare.

Siamo maleducati, dunque? Non lo so, di sicuro non siamo la perfezione, né tecnologicamente né umanamente parlando.

Se siamo incattiviti dalle rete, quasi automaticamente ci verrà da pensare male anche di quello che ci circonda. È implicito, e la cosa peggiore è che avviene in maniera ormai naturale e sistematica.

Ecco perché Lanier suggerisce caldamente di chiudere nell’immediato i propri account twitter, facebook, instagram.

Perché stiamo regalando le nostre vite a questo sistema Bummer, acronimo di Behaviours of Users Modified, and Made into an Empire for Rent, ovvero “il comportamento degli utenti, modificato e trasformato in un impero in affitto”.

E a proposito di affitto, ci sarebbe da chiedersi a questo punto come consideriamo i nostri account. Come case, forse? E noi in casa nostra ci facciamo entrare la merda, o ne abbiamo rispetto? Stiamo forse al cellulare quando siamo a tavola? Urliamo per farci udire dai commensali che mangiano con noi? Prestiamo attenzione a non ferire i sentimenti dei nostri cari?

Ecco, forse dovremmo essere così, anche sui Social.

Non vi sto dicendo di chiudere Facebook o altro, non sono così estrema, ma manca l’educazione a qualcuno su questa piattaforma a giro chiuso. Sì, perché è di questo che si tratta, di un centimetro quadrato che ti viene riservato (concesso) per dire la tua; una sorta di investimento a vuoto di pensieri, che una volta che hai donato non sai se frutterà o meno qualcosa.

Modifichiamo il pensiero, e modificheremo le nostre vite interiori, non si tratta che di quello in fondo.

Vi abbraccio tutti, Letizia T.

P.S.: l’immagine allegata è tratta da un video di Moby dal titolo Are You Lost in the World Like Me?. Le illustrazioni sono di Steve Cutts.

Niente dura.

 

 

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Niente dura in eterno. Niente proprio.

Man mano che il tempo avanza ne sono sempre più consapevole; ché tutto ha avuto la sua importanza e niente mi è stato restituito, né il bene che ho fatto né le parole che ho pronunciato.

Niente ritorna, neppure la mia voglia di ricominciare a scrivere.

È un periodo di vuoto letterario, di svuotamento del contenitore che era la mia cassa toracica fatta di sentimenti, che lentamente si dipana per lasciare spazio a delle nubi interpretative su quanto precedentemente vissuto.

Ho scritto milioni di parole, ne avrò dette altrettante. Tuttavia, tutta questa richiesta di essere ascoltata non è stata che un vano tentativo per me di ritrovare ciò che credevo di voler essere, una scrittrice.

Oggi so che sono molto più di questo.

Non penso più a me come la persona che voleva lasciare un segno nell’editoria; io voglio lasciare un segno nella mia vita riservata, fatta degli sguardi innocenti delle mie figlie ancora piccole, del mio orto bagnato dal sole e della voce di mio marito, l’unica presenza indispensabile nella mia vita.

Avevo molti amici scrittori e artisti. Qualcuno è rimasto, qualcun altro si è volatilizzato ed è stato di passaggio sul sentiero giusto il tempo di un battito d’ali. Qualcun altro ha lasciato delle cicatrici indelebili che non potrò mai cancellare, qualcun altro giungerà di nuovo a riempire gli spazi tra un rigo e un altro.

Sono solo io che sono cambiata; non mi sento più incastrata in un meccanismo dal quale ho voglia o necessità di uscire perché mi sta togliendo aria vitale.

Ora so che respiro a fondo anche senza tutte quelle cose che sembravano l’inizio di chissà quale nuovo mondo.

Ecco, io non mi ci ritrovo più tra quelle parole e non ho voglia di scriverne altre, poiché non devo più riempire in modo assoluto i miei giorni.

Perché a un certo punto sono diventati i “nostri” giorni, qualcosa che volevo e potevo condividere insieme alla mia famiglia, senza nessun altro ad interferire.

Niente dura, quindi vivo del presente che mi viene consegnato nelle mani in ogni istante, non esiste niente di più importante del presente, racchiuso fra queste mie dita.

Ho impiegato anni per comprenderlo. Anni fatti di silenzi, di lacrime, di momenti esilaranti ed estremo caos interiore.

Non ho più bisogno di sentire, so che esiste tanto al di là di tutto questo mare, che già prima sentivo e percepivo, e avevo a mia disposizione.

Abbiate cura di voi e prendete per mano anche i silenzi che vi porterà ogni vostro giorno, senza avere la paura di riconoscere che è solo lì, nel presente, che risiede il vostro reale potere.

A presto, Letizia T.

L’IMMORTALITA’

 

 

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Non donate mai immortalità a qualcuno che avete amato scrivendo di lui.
Vi strapperà il cuore e lo morderà, come il peggiore fra i lupi.
Poi lo getterà in fondo a un fiume impervio, facendo di voi delle persone ferite a morte.
Non donate mai troppo amore a ciò che bramate di raggiungere o si allontanerà, lasciandovi derisi.

 

Letizia Turrà

Ti penso…

 

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Ti penso ogni volta che mi chiudo in un silenzio ermetico che molto dice di me, per chi sa dargli ascolto.
Ti penso ogni volta che guardo la natura seccare, e ripenso al fatto che ogni stagione possiede il suo inizio e il suo termine.
Ti penso quando mi sento stanca, ferita, emarginata, perché le persone diverse come me tu le hai sempre amate, abbracciate, protette.
Ti penso ogni volta che il cuore mi batte forte per l’ira che sento, lontana da te.
Ti penso ogni volta che si parla di malattia, di morte, per ricordare che neppure la morte potrebbe far sì che il mio volerti bene perisca.
Ti penso, perché non so far altro se non pensarti.

 

Letizia Turrà