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Londra, 1999

 

Diciotto anni sono troppo pochi per sapere cosa si possa ancora pretendere dalla vita.

Si vive tutto in modo amplificato, con l’irrequietezza di quando si è ancora dannatamente ancorati a quella voglia di non appartenere a niente e nessuno.

L’indipendenza è necessaria all’individuo per crescere e contare su se stesso a fronte di numerose avversità.

Quando John le propose di andare a vivere insieme inizialmente non ne fu entusiasta e provò un senso di inquietudine.

Tra i due lei era sempre stata quella dai mille ripensamenti, sempre titubante su ogni decisione da prendere.

Poichè il tempo che le aveva concesso per avere una risposta si era protratto fin troppo, come era solito fare, prese la palla al balzo e una mattina si presentò a casa sua con un giornale, su cui era riportato l’annuncio di affitto di una casa in stile vittoriano.

Una dimora da sogno, antica, e desiderosa di essere recuperata.

<<Può essere nostra, se solo lo vogliamo. Ho organizzato un incontro con il proprietario.>>

<<John, sai bene che non daranno mai le credenziali a due neo maggiorenni. Non vorrei restassimo delusi se dovessero sbatterci le porte in faccia.>>

<<Non succederà. Il proprietario, un certo Titor, è un amico di mio padre. Senti, ci ho già parlato, andrà tutto bene. Dimmi che la vuoi vedere almeno.>>

La casa nella zona Sud di Londra, poco distante da Brixton, godeva di un bella proprietà intorno, tre camere da letto, un bagno, un ingresso con cucina a vista e un piccolo salotto.

<<Molto bella questa zona, Mr. Titor, non la conoscevo.>>

<<In realtà non è la sola ad avermelo detto. Dal dopoguerra la zona è considerata un quartiere per vecchi, non desta molto interesse, ecco perchè da ormai diverso tempo la proprietà è rimasta invenduta. Non mi resta che valutare l’ipotesi di affittarla per il momento, è la stessa cosa che mi ha suggerito James, quando mi ha proposto di farvela vedere. Entrate pure.>>

All’interno la casa era ancora più bella e caratteristica che vista dall’esterno.

Aveva un tipico stile gotico mescolato al rococo, con presenze vittoriane. Le pareti erano decorate con la carta da parati e i soffitti erano ornati di dipinti e raffigurazioni settecentesche, orribilmente coperte da qualche intervento poco costoso, probabile tentativo di volerla modernizzare secondo i gusti dell’epoca.

<<So già a cosa state pensando. Che questa è roba da vecchi. Posso invece garantirvi che molti apprezzano questo stile e che queste case sono ancora considerate molto eleganti.>> disse scorgendo le loro facce dubbiose.

<<La casa va benissimo Mr. Titor, sarà l’alcova perfetta per me e la mia Afrodite.>>

<<Che stupido, smettila…>> gli diede una gomitata.

<<La prendiamo, ma ad una condizione: che possiamo dipingere le pareti secondo i nostri gusti e che possiamo ammobiliarla con qualcosa di più vicino all’ultimo…secolo.>> sorrise John.

Titor sospirò: <<John Wood… Non sei affatto cambiato. Hai sempre saputo quello che volevi dalla vita, quindi chi sono io per impedirti di rendere questa casa, la vostra casa?>>

Quella risposta le aveva aperto il cuore.

La sicurezza del suo amato la fece sentire forte.

John la abbracciò stretta: <<La nostra casa…>>

L’affitto era di 500 sterline che inizialmente fecero fatica a pagare contando sull’aiuto di James, fino al momento in cui Patricia trovò il modo di essere ingaggiata da uno dei locali più grossi della zona. Cantando al “Childhood cafè” ebbe la buona opportunità di farsi conoscere e con 500 sterline settimanali riuscì a contribuire attivamente alle spese.

Insieme erano così liberi, visitavano mostre, musei, biblioteche, lasciando che tutto quel sapere entrasse nelle loro viscere, senza mai porsi quelle domande, che troppo spesso affliggevano coloro che erano troppo coscienti della realtà che li circondava.

Anche fare l’amore in ogni luogo era diventato usuale per i due amanti.

In poche settimane avevano cambiato parte dell’arredamento e delle pareti.

Lui si era ricreato uno studiolo in un angolo della sala in cui aveva voluto dipingere le pareti di un rosso sangue, vivo e intenso.

Patricia aveva gusti più semplici, amava lo stile provenzale e i colori neutri, quindi scelse un grigio ghiaccio per la restante parte del living.

Quelle due pareti rappresentavano l’incontro di due anime tanto diverse fra loro ma unite, nonostante tutto, da un profondo amore.

Avevano trovato il modo di far convivere la cupezza di lui, con la leggerezza di lei.

Letizia Turrà

Image credit: Google research

DAL NUOVO LIBRO IN LAVORAZIONE DELL’AUTRICE, VIETATA LA RIPRODUZIONE ANCHE PARZIALE DELL’OPERA. TUTTI I DIRITTI SONO RISERVATI.

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L’amore al pianoforte.

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Salì lentamente le scale, in un silenzio talmente profondo che ogni gradino sembrò potesse inghiottire i suoi tacchi.

Volle testare realmente con mano la pesantezza di quel mazzo di chiavi e l’enorme responsabilità che Gustavo, il loro custode aveva nei confronti di esse, e di Scott.

Delle leggere note di pianoforte, man mano che si avvicinava, giunsero al suo orecchio.

Aprì la porta delicatamente, cercando di non disturbare con le quattro mandate per aprirla. Così la spinse, e sempre delicatamente, diede due sole mandate.

Appena nell’ingresso, vide Scott al centro del salotto di spalle; quelle meravigliose note provenivano dal suo pianoforte.

Quasi con passo morbido si avvicinò a lui per carpirne i tratti somatici.

Aveva due spalle grandi e le mani molto lunghe, che sembravano accarezzare i tasti in avorio di un vecchio Niemeyer.

Buttò lo sguardo sullo spartito per capire di quale brano si trattasse.

“Nord, Sergio C.”; le note gravi e insidiose sembrarono parlare alla sua anima.

Con la memoria percorse un campo di grano che aveva visto da bambina, con le spighe che le arrivavano al di sopra del ginocchio, e quell’unico desiderio di buttarsi per terra a fare “la farfalla”.

Fu quando lo vide in viso, che non fu più in grado di distinguere la realtà dal sogno.

Gli occhi di Scott erano vitrei, quasi trasparenti, celati dai lunghi capelli castani, che gli ricadevano sulle spalle.

Ricurvo sullo strumento, la guardò poco prima di concludere il brano con le ultime dieci note, acute e delicate.

Gli occhi le si bagnarono di lacrime.

<<Buonasera, Patricia.>> sorrise con un flebile richiamo al suo nome.

<<Buonasera Scott.>>

<<Sono davvero felice di vederla, il fatto che sia venuta mi fa capire che è pronta per andare oltre e che sa guardare col cuore, al cuore degli altri.>>

<<Lei suona divinamente. Non sentivo da tempo queste emozioni nel sentire qualcuno suonare.>>

<<Lei non suona nessuno strumento?>>

<<Mi sarebbe piaciuto. A dodici anni i miei mi avevano iscritto ad una scuola di pianoforte, teoria, solfeggio e canto lirico, ma non mi appassionò mai veramente.

Dicevano a mia nonna: “E’ intelligente, ma non si applica”. La realtà è che per applicarmi in qualcosa io devo sentire una spinta interiore più forte, qualcosa che mi scuota interiormente.>>

<<Sieda accanto a me.>>

Sedette al fianco di Scott sullo sgabello lungo dalla seduta in pelle morbida.

Avvertì immediatamente quel calore che la lasciò inebriata ed il profumo della pelle di Scott, inconfondibilmente vicino alla sua profumazione preferita: l’Acqua di Parma.

Prese la sua mano e la portò sul tasto del Do, carezzando le sue dita.

<<Sol fa mi mi re re do, re do re mi mi, fa mi fa sol…>> ripeteva Scott con un soffio di voce.

Poi la guardò dritto negli occhi: <<Posso suonare per lei ogni volta che vuole. Non c’è niente che non farei per lei… Patricia.>>

Il cuore sussultò finendole interamente in gola, al punto che le parve potesse essere in grado di masticarlo.

<<Scott, ho bisogno di sapere che cosa vuole da me. Quelli che lei chiama esperimenti non hanno niente a che fare con tutto questo.>>

<<E’ perché no? Definisca “esperimento”. Davvero non ricorda come tutto è iniziato? Provi a ricordare la prima volta in cui ci siamo conosciuti e poi saprà rispondere a questa domanda.>>

<<Lei mi rubò il libro al quale ero interessata, ecco come è che è iniziata. E se mi sta chiedendo di definire un esperimento, per me è qualcosa che si inizia per provare e poi se va bene ok sono tutti contenti, altrimenti si interrompe. Non è così?>>

<<Lei non è cosciente di quanto possiede. Di quanto male mi fa vedere ciò che invece ha rubato a me? Parlo del mio cuore. Ogni pomeriggio, da un mese a questa parte i miei battiti accelerano quasi fino a cessare, prima che arrivi lei. Quando lascia la mia casa, io avverto un vuoto che non riesco a sopportare. Non vivo più. Se lei non dovesse più venire io morirei, e nulla per me avrebbe più senso.>>

Rimase gelata di fronte a quella confessione. Non si erano mai spinti tanto oltre.

Era priva di difese, nuda.

TRATTO DAL NUOVO LIBRO DI LETIZIA TURRA’

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Image credit: Facebook

 

La volpe e il Piccolo Principe…

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Brighton, 1993

“…Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo.

La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio perciò.

Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri.

Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica.

E poi, guarda! Vedi, laggiù, in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile…”

Il regalo di Mr. Pitor le era servito nei momenti di sconforto, come una coperta calda pronta ad avvolgerla, poiché nonostante tentasse di distrarsi con la lettura, a distanza di un anno, sentiva sempre la mancanza di sua madre.

Aveva letto e riletto quel romanzo, al punto da essere riuscita a strappare delle pagine, che tenne incollate con un poco di scotch affinché non volassero via, visto che era solita portarlo con sé dovunque andasse.

Immaginava di essere come il Piccolo Principe nella favola dell’aviatore, anche lei sognava di trovarsi un giorno, prima o poi, in un posto lontano e di incontrare chi l’avrebbe “addomesticata”.

Ma la vita non è una favola, e questo lo sapeva.

Quella sera venne interrotta nel bel mezzo della lettura dai diverbi tra sua nonna e suo nonno.

Aprì di soppiatto la porta, e si mise sul primo gradino delle scale per udire i discorsi che provenivano dalla cucina.

<<Come faremo a pagare tutto quanto? Abbiamo ricevuto il terzo sollecito di pagamento questo mese Albert, non possiamo permetterci di portare avanti una così disastrosa situazione.>> sentì la nonna sospirare.

<<Calmati Marzia, metteremo tutto a posto come sempre.>>

<<E con quell’arpia dell’assistente sociale? Sai bene che ogni volta che viene qui con quello stramaledetto taccuino ci toglie dei punti. Come se due nonni non fossero improvvisamente più in grado di occuparsi della loro nipotina. Bè, io non lo posso proprio accettare!>>

<<Forse dovremmo farlo.>>

<<Fare cosa?>>

<<Portarla in un istituto.>>

<<Oh avanti, sii serio per Dio!>>

<<Ma lo sono. Lì avrebbe un’educazione più rigida, avrebbe delle amiche con cui condividere il suo tempo. E’ sempre isolata, sembra che preferisca stare da sola. Mangerebbe regolarmente e con orari prestabiliti. Non vedi che è anche malnutrita? Imparerebbe finalmente a stare al mondo.>>

La piccola Patricia ebbe un tuffo al cuore. Non poteva credere che suo nonno fosse stato in grado di pronunciare quelle parole.

Non la reputava ancora idonea a “stare al mondo”, e questa cosa la ferì profondamente.

Voleva dire che nessuno fra loro aveva realmente compreso il suo mondo interiore.

Così prese una decisione: avrebbe percorso i binari del treno a piedi e sarebbe andata a cento km da lì, per cercare di trovare la casa di suo padre.

Le sarebbe bastato solo capire in quale direzione andare inizialmente.

Prese due cuscini e li infilò sotto le lenzuola.

Se la nonna fosse andata a verificare come stava la sua nipotina, l’avrebbe trovata che dormiva, e se ne sarebbe andata.

Preparò in fretta e furia una zainetto contenente un paio di scarpe da tennis, due jeans, tre magliette, due mutande, due calzini, una bottiglietta di acqua e il libro de “Il piccolo Principe”.

Spense tutte le luci, lasciando accesa solo la lucina antibuio.

Prima di abbandonare la stanza, guardò l’orsacchiotto che sua madre le aveva regalato pochi anni prima per uno dei suoi compleanni. Lo prese e lo inserì all’interno della camicetta, vicino al cuore.

Poi, uscita dalla finestra prese la piccola scala antincendio, e guardò da fuori in direzione della cucina, vedendo che i suoi nonni se ne stavano ancora lì, discutendo animatamente.

Sola e sconfitta, la piccola non si era mai sentita tanto triste e abbattuta.

Non aveva ancora trovato nessuno che la addomesticasse e nessuno che lei volesse addomesticare.

Non era così semplice come nel libro di Saint-Exupery.

Il posto più bello del mondo è da nessuna parte, Letizia Turrà

Image: Google

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Il significato di impermanenza…

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La casa di Mr. Pitor era esattamente come la sua biblioteca: antica, polverosa e immensamente ricca di oggetti interessanti.

Possedeva un’intera collezione di boule-de-neige poggiate sulla cornice del caminetto, ce n’era una per ogni città che aveva visitato e una per ogni tema, tutte differenti.

Le scuotè tutte, una ad una, per farle ammirare la bellezza di quegli oggetti e sistemò quattro o cinque ciocchi nel camino.

<<E’ una fortuna che fossi lì per comprare la legna quest’oggi, altrimenti chissà come sarebbe finita.>>, disse rassegnato.

<<Me la sarei cavata anche senza di lei, Mr. Pitor.>>

<<No, non è così. Quei ragazzi non si fermano davanti a nulla perchè non sono comuni furfanti, sono ragazzi ormai perduti, senza speranza. Non vivono che per procurare male ai loro simili e non si fermeranno, fino a che non raggiungeranno il fondo del baratro.>>

<<Ma…cosa vuole che faccia? Vuole che vada ai loro assurdi riti satanico-spirituali? Io non credo in quelle cavolate. Quella stronza di Sara ha parlato di mia madre. Tutti pensano che sia colpa mia se mia madre è morta, e forse è così.>>

<<Ma che dici bambina? Non è affatto colpa tua. In quale misura ti rendi responsabile della morte di una persona tanto cara?>>

<<Lo dico perchè avrei potuto salvarla, come quella volta del collasso e invece…>>

<<Ricordo bene quel giorno. Mi trovavo dalla Sig.ra Weber per riparare l’antenna del suo vecchio televisore, quando bussasti disperata alla porta. Se non fosse stato per te, sarebbe sicuramente morta. Eri così gracile, ma usasti tutta la tua forza, pur di aiutare tua madre. E’ così che tu sei, una creatura fragile nel fisico, ma dentro coraggiosa e sempre disponibile ad aiutare gli altri. Sei speciale e non hai nulla a che vedere con quei fannulloni che ti colpiscono perchè in te vedono quella forza.>>

<<Forza? Mi sa che la vede solo lei, loro non mi temono affatto!>>

<<Sì che ti temono. Se così non fosse, la Signorina Brown si sarebbe sporcata personalmente le mani, battendosi con te. E’ questo il bello e il brutto delle persone speciali. Tutti si rendono conto di non avere davanti una persona comune e, in qualche senso, si sentono intimoriti per questo in un modo a loro sconosciuto. Quindi si arrabbiano per i sentimenti contrastanti che provano nei loro confronti, cominciando a dubitare di sè stessi e delle proprie capacità per non riuscire a brillare. La cosa che alla fine riterranno più opportuna, sarà quella di scagliarsi contro coloro che gli fanno provare quel senso di frustrazione e delirio. Gli sembrerà giusto agire in maniera crudele arrivando a fare del male, verbale o fisico, alla persona che avrà raggiunto i suoi traguardi rispetto a loro.>>

<<Lei vede in me tutte queste cose, ed io non vedo nulla di tutto ciò. Non so ancora con quale parte di me io sia più arrabbiata, se con quella che ha salvato mia madre, o con quella che l’ha lasciata morire.>>

<<Eri presente il giorno in cui Amy morì?>>

<<No. Io stavo a casa di zia Lisa da mesi ormai.>>

<<Ebbene, come puoi ritenere di essere responsabile di quell’evento allora? Cosa ti fa pensare che avresti potuto evitarlo? Devi smetterla di essere severa con te stessa piccola mia e accettare. Accettare che le cose cambino, anche senza il tuo volere. Nessuno chiederà mai il tuo parere sul giorno in cui morirai o sul momento in cui preferirai o meno festeggiare il tuo compleanno. Potrai solo proseguire, facendo funzionare l’unico organo che il cielo ti ha dato: il cervello!>>, sorrise.

Patricia si sentì al sicuro in quella casa, davanti alla neve delle palle di vetro che Mr. Pitor agitava quasi mesto, riportando quel velo di malinconia, tipico di chi sta invecchiando.

<<E quello cos’è?>> chiese rivolgendo lo sguardo a una palla rotonda, piena di colori, poggiata su di un supporto di ferro nero.>>

<<Questo è un mappamondo, letteralmente la riproduzione in scala del pianeta terra.>>

<<Ha davvero girato così tanto?>>

<<Oh sì, in lungo e in largo bambina. Ho girato abbastanza, tanto da comprendere che non esista luogo migliore di quello interiore per ciascuno dei viaggiatori. E’ con l’animo aperto e disponibile ad imparare che si dovrebbe intraprendere qualunque viaggio. E soprattutto, ricordare della nostra impermanenza qui è fondamentale.>>

<<Che cos’è l’impermanenza? E’ per caso qualcosa che si può mangiare?>>

Sorrise di gusto.

<<No no, è la nostra esistenza ad essere impermanente, nel senso che non resteremo qui per sempre. Vedi, siamo ospiti su questo Globo, la Terra non è che un luogo dove ci siamo insediati, ma siamo solo ospiti qui. Ciò che è intorno a te, nella natura, rimarrà per sempre nel corso dei secoli. Ma di te e di me, di noi, non rimarrà alcuna traccia. E’ questo il senso di impermanenza.>>

<<Credo di capire. Dovremmo tutti sfruttare questo senso di impermanenza, così finchè siamo qui, possiamo usare i nostri doni per fare del bene ad altri nostri simili, e per farlo alla terra, colei che ci ospita.>>

<<Tu sei una delle poche a comprenderlo, ecco perchè sei speciale.

<<Anche lei lo è, Mr. Pitor.>>

<<Sono cosa?>>

<<Una persona speciale.>>

 

Tratto dal nuovo libro di Letizia Turrà

Image credit: Wallpaper (scrittura google)

E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE, ANCHE PARZIALE, DELL’OPERA. TUTTI I DIRITTI SONO RISERVATI.

Cosa vuol dire “Addomesticare”?

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Rimase in silenzio ad osservare gli alberi scossi dal vento.

Avevano un suono soave, in quel delicato fruscio fu come se potesse ancora rivedere sua madre viva, davanti a lei.

Si avvicinò Mr. Pitor, l’unica persona della quale ella si fidasse.

<<La morte non è che un altro sentiero bambina. Non è la fine di tutto, ma l’inizio di una nuova stagione.>>

<<Lei crede Mr. Pitor? A me manca così tanto. Prima la mia sorellina, ora la mamma. Perchè tanto accanimento da parte della vita nei miei confronti?>>

<<Ma di quale accanimento parli. Non è la vita a scegliere il nostro percorso, siamo noi a tracciare la sua via. Ti ho portato un regalo.>>

Patricia lo guardò con gli occhi stracolmi.

<<Bè non lo apri? E’ un regalo.>> disse col mento compiaciuto e sporgente.

Strappò la carta e intravide il disegno di un bambino dai capelli biondi, la faccia gialla e un grande mantello verde. Era anche munito di una spada, come se fosse il protettore di un regno tutto suo.

<<“Il piccolo principe”. Che cos’è? una favola per bambini?>>

<<Secondo te lo è?>>

<<Mr. Pitor, mia madre è appena morta. Non riesco a pensare ad altro che a questo in questo momento. Lei è gentile, ma io non credo nelle favole.>>

<<Questo Patricia, è un romanzo innanzitutto, e non narra di una semplice favola, è un insegnamento di vita. Insegna agli adulti che hanno scordato di quando erano dei bambini, come fare per non “dimenticare”. Inoltre, parla dell’importanza di creare dei legami. Il termine che qui viene menzionato più volte è “addomesticare”. Sono sicuro saprai comprenderlo e portarlo con te, come il più importante dei doni, nel tuo cuore. Un giorno voltandoti, avrai nostalgia anche di questo terribile giorno. E’ così che vanno le cose. Da adulto (sorrise, perchè ormai era vecchio) quale sono, rimpiango un sacco di cose. E il rimpianto, bambina mia, è un sentimento sconosciuto per i bambini. Ecco perchè ti ho fatto questo regalo. Voglio che tu sia come l’aviatore, che impara ogni giorno l’importanza di restare puro, da un bambino sconosciuto. Voglio che tu trovi qualcuno da addomesticare e ti lasci addomesticare a tua volta.>>

<<Non è vero Mr. Pitor. Io ora comprendo perfettamente cosa voglia dire “rimpiangere”. Rimpiango infatti la mia mamma.>>

<<Forse quando perdiamo qualcuno cambia il nostro livello di coscienza. Diventiamo troppo consapevoli dell’esistenza del male, e questo ci rammarica. Ci può inaridire, farci perdere la bussola. E’ quello che non dovrai permettere a questo triste avvenimento di fare.>>

<<Secondo lei esiste il paradiso Mr. Pitor?>>

<<Io credo sia ancora presto per me perchè mi ponga questo tipo di domanda. Credo più in una sorta di reincarnazione. Siamo qui per un tempo limitato in cui ci viene richiesto di assolvere ad alcuni compiti. Conclusi quelli, il nostro involucro (il corpo) viene lasciato per permettere alla nostra anima di essere ospitata presso un altro involucro, un nuovo corpo.>>

<<Una teoria interessante, ma non credo sia possibile. Che ne sarebbe di noi e di tutti i nostri ricordi? Del nostro passato cosa rimane scusi?>>

<<E’ questo il punto. Nella vita successiva non ricorderemo più nulla di quella precedente, a patto che riusciamo, prima di assolvere a quel famoso “compito” affidatoci, a cancellare ricordi negativi dalla nostra esistenza. Proprio in virtù di questo, non dovrai lasciare che i dolori di oggi rimangano troppo a lungo nel tuoo cuore, non devi permettergi di logorarti. Tu camminerai sulle macerie del tuo passato, non lascerai che esse ti sotterrino. Promettimelo, Patricia.>>, disse stringendo il pugno.

<<Lo prometto, Mr. Pitor.>>

<<Devi ripeterlo. IO CAMMINERO’ SULLE MACERIE DEL MIO PASSATO.>>

<<Io camminerò sulle macerie…>> ripetè decisa.

 

Tratto dal nuovo libro di Letizia Turrà (Work in progress)

VIETATA LA RIPRODUZIONE, ANCHE PARZIALE, DELL’OPERA.

Image: Google (Libri)

 

 

Ground Control to Major Tom: David Bowie, “The Starman”.

 

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Lo conobbi grazie a quello splendido brano del luglio del 1969: “Space Oddity”.

Ne rimasi subito incantata per quelle sonorità pop e rock allo stesso tempo, una sorta di viaggio mentale e spirituale per l’ascoltatore.

Il controllo da terra interloquisce con il Maggiore Tom, un astronauta in missione, che per la prima volta vede il Pianeta Blu dall’alto e ne rimane profondamente affascinato.

E da ieri, la Star mondiale David Bowie, può dire di poterla vedere per davvero.

Ci ha lasciati ieri, lo apprendo oggi dai giornali, a soli 69 anni e poco dopo aver pubblicato il suo ultimo disco dal titolo “Blackstar”.

E’ stato un cancro a stroncare la sua vita, una malattia che sempre più spesso non perdona.

Personalità eclettica, piena di contrasti personali e sessuali (si vocifera fosse bisessuale), Bowie ha saputo guadagnarsi con la sua arte un posto tra le stelle, laddove avrebbe sempre voluto essere.

Nato a Londra l’8 gennaio 1947, è già una star a metà degli anni sessanta, nota per il suo stile musicale che riconduce a un pop raffinato, fuori dagli standard comunemente noti al tempo.

Il piccolo David si trasferisce a sei anni da Brixton, sua città natale, a Stansfield Road, dove mostra interesse per la musica d’oltre oceano, al punto che quando la sua insegnante gli chiederà cosa vuole diventare da grande, lui risponderà: “L’Elvis britannico”.

Il fratellastro Terry giocherà un ruolo determinante nelle sue scelte ribelli. Egli infatti, è amante della musica Jazz (ascoltava Coltrane e Dolphy) e diventerà ben presto il fautore delle idee sperimentali del giovane David, che si sente stimolato dalle note e da quelle sonorità ricche di beat, romanticismo e qualità strumentale.

Il suo primo scritto “The Man Who Sold the World”, nasce proprio per ispirazione di Terry, il quale si toglierà la vita gettandosi sotto un treno a seguito del ricovero in un ospedale psichiatrico per schizofrenia nel 1985.

Comincia a prendere lezioni di Sax dal suo idolo, il sassofonista jazz Ronnie Ross, riscuotendo poco successo ma dichiarando in seguito: “Quello strumento divenne per me un emblema, un simbolo di libertà”.

Già dal 1962, di pari passo con la formazione di una band musicale studentesca, David inizia a comporre brani originali. Questo fattore diventa un limite per il giovane, che si vede costretto a suonare cover di artisti più o meno famosi, pur avendo un mondo interiore complicato e creativo al di fuori del comune.

In quello stesso anno, a causa di un litigio per una ragazza, proprio un membro del gruppo, George, rifilerà un pugno sull’occhio a David, che da quel momento riporterà danni permanenti causati da una midriasi, che farà apparire i suoi occhi come fossero di due colori differenti.

Nell’agosto del 1963 eseguono un’audizione per la Decca Records, senza successo. Motivo per il quale David abbandonerà definitivamente il gruppo.

Alla carriera discografica, si affianca anche quella cinematografica, con alcune sue piccole apparizioni in alcuni sceneggiati americani della BBC.

Finalmente, l’11 luglio 1969, in contemporanea con la missione Apollo 11, uscirà la famosa “Space Oddity”, registrata in due diverse versioni, che arriverà al quinto posto delle classifiche mondiali.

Le registrazioni proseguiranno per tutta l’estate, fino alla pubblicazione.

Sarà uno dei pochi, se non l’unico, a potersi permettere di inserire all’interno dei suoi brani diversi personaggi dalle diverse personalità, tutti Alter Ego inventati da Bowie, come il notissimo  Ziggy StardustHalloween JackNathan Adler e The Thin White Duke (il sottile duca bianco, mero richiamo alla superiorità della razza ariana, tanto propagandata e voluta da Adolf Hitler).

Da allora la carriera di David si moltiplica (a giusta ragione) nel globo, portando con sé la scia di oltre quarant’anni di successi inarrestabili, di amicizie controverse, di voci sulla sua sessualità, di zeppe alte e abbigliamento che richiamano l’androginia, di misteri dietro quello sguardo enigmatico, dai due colori differenti.

L’Uomo giunto da Marte, dalle stelle, è stato riconsegnato al suo pianeta e di canzoni, su questa Terra, non ne canterà più.

Non so più se mi mancherà Ziggy, Jack, The White Duke…o David.

Il mio cuore da oggi sa che mi mancherà una parte importante della musica, che va oltre i suoi Alter Ego. Quel qualcuno che in modo quasi sconvolgente, ci ha abbandonati dopo averci lasciato un immenso patrimonio musicale e tendenziale.

Certi artisti non si sfornano più, e certe cose non tornano.

E pensare che proprio nel 2002 diceva: “Sono sempre stato così, sono molto negativo. Davvero non intendo esserlo, ma non sono affatto d’accordo con l’idea del progresso e dell’evoluzione. Penso che queste cose siano strutture che abbiamo creato per essere in grado di sopravvivere nel caso non ci sia per noi alcuna ragione di esistere.”

Un dono quasi irreale il suo, che non scriveva i suoi brani con l’aspettativa di mostrare se stesso, ma con la sola volontà di amare quanto avesse creato, quasi come fosse l’ombra di un dipinto, malinconico e perverso.

“La mia intenzione è di incapsulare quello che vedo attorno a me, l’ambiente ed il tempo, con la musica, così che se potessi guardare indietro al mio lavoro dal 1980 vedrei gli anni 70 attraverso i miei occhi, come una serie di dipinti”, sosteneva sempre.

Love u always Mr. Bowie, goditi le stelle Major Tom… noi pure aspetteremo il  momento nel quale brilleremo nel firmamento.

A presto,

 

Letizia Turrà

Photo: Google Photo