Amare è coraggio, miraggio, selvaggio sentimento.

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Ho sempre creduto che l’amore richiedesse un bel coraggio.

Che nessuno potesse strapparlo via dal tuo petto se forte, scorrevole nelle vene come il sangue che ti appartiene fin dalla nascita.

Si nasce con una gran quantità d’amore e si finisce a volte per non provarne più neppure un briciolo, travolti dalle delusioni.

Ho sempre creduto che l’amore potesse essere bello se vistoso, selvaggiamente espresso, sessualmente disinibito, senza per forza arrivare a complicare le cose con le parole, talvolta inopportune muraglie.

L’amore verecondo e subito dopo impudico… è quello l’amore.

L’amore strappato dai muri perché fastidioso per chi non vuole più sentir parlare di amore.

L’amore che tieni per te lì stipato, prezioso; che resta solitario perché deve ancora arrivare chi lo saprà apprezzare e non lo vuoi sprecare. Nel frattempo la vita scorre e tu diventi fiume insieme a lei, rendendoti in vecchiaia incapace di amare come meriti e come l’altro merita.

L’amore non corrisposto, o sovente “non risposto”, per tutti quei messaggi che mandi senza ricevere riscontro.

L’amore che ritrovi nelle parole di un amico che invece sì, saprà raccoglierti dal marciapiedi trattandoti come  un fiore raro.

L’amore bisogna avere il coraggio di metterlo in pratica; è troppo semplice nascondersi; troppo semplice mostrarsi ostili nei suoi confronti, senza rendersi conto che farà più male che bene celarlo.

L’amore che possiedi nel palmo della mano, a cui dedichi un pensiero ogni giorno, e tuttavia non puoi raccogliere.

Letizia Turrà

ph: Leti Turrà (Milan, 2018)

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Ho pianto.

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Giuseppe Gradella photographer

 

È successo di nuovo. Ho pianto.

Mi sono guardata allo specchio; ho sporcato ancora una volta i miei occhi di rimmel; ho sentito dolore; ho avvertito l’incomprensione delle mie parole da parte di chi amo; ho urlato parole che avrei desiderato fossero sassi da scagliare; ho fatto un giro dell’isolato per prendere aria e le lacrime si sono cristallizzate sulle guance come stalattiti; ho messo le mani in tasca stringendo i pugni; ho allungato il passo per non sentire il freddo nelle ossa; ho ripreso in mano il telefonino con l’intento di chieder(ci) scusa; ho ripensato a mia madre; ho risentito il dolore lacerante perforarmi lo stomaco; ho avuto di nuovo paura di dire “ti amo”; ho desiderato che mi fosse detto “ti amo”; ho ripreso il controllo di me stessa; ho sentito i miei tacchi sopravvivere in un vicolo solitario; ho trovato la strada chiusa e sono tornata indietro; sono rimasta a sentire che suono avesse il silenzio; ho ripensato alle persone che amo; ho pensato che io ci sono sempre ma non c’è mai nessuno per me; ho pianto di nuovo; ho asciugato le narici sentendomi sola come quando ero piccola; ho pensato che non era giusto, ma che ancora ne vale la pena piangere; ho riflettuto sul giorno in cui nemmeno questo avrà più un senso; ho pensato che non volevo avere ragione anche se avevo ragione ché la ragione non mi serve a niente e non mi ha mai dato soluzioni; ho pensato che ho paura che le cose arrivino a complicarsi al punto che soffrirò come tutte le altre volte; ho trattenuto la rabbia; ho rinunciato a scrivere il messaggio che avrei voluto scrivere; mi sono messa a scrivere al buio così che nessuno potesse notarmi; ho bevuto un caffè amaro come la saliva che sentivo provenire dallo stomaco; ho pensato che non voglio rinunciare alla mia felicità; ho pensato che voglio più tempo per me stessa; ho pensato ai miei venti anni e mi sono morsa le labbra; ho pensato a quante cose ancora dovrò scrivere e leggere prima di dirmi completa; ho raggiunto subitaneamente la consapevolezza che non sarò mai completa; ho pensato che la prossima settimana è Natale e mia madre mancherà ancora; ho pensato anche a mio padre; ho sorriso a denti stretti e ho ingoiato l’ultimo groppone per oggi.

Ho pianto. Ora sorrido. Magari domani torno a piangere di nuovo e non lo scriverò, perché non voglio che tutti lo sappiano.

Certe lacrime devi tenerle dentro, è giusto così, che alla gente alla fine mica importa delle tue lacrime.

Ognuno asciughi le sue, che è meglio.

Letizia Turrà

ph: Giuseppe Gradella