La polvere dei libri che riempie le narici…

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Distretto 1

Tutto quello che riuscì a udire, era il cigolio di una porta alle sue spalle, ornata da veneziane marroni di dubbio gusto e con tre spanne di polvere stratificata sopra, mentre era intenta a guardare al di fuori della finestra, vecchia e rosicata dai topi.

Quella porta si era aperta proprio mentre stava per infilare un’unghia all’interno della guaina usata per isolare gli infissi dai rumori esterni, ormai talmente consumata da essersi creato un piccolo distacco tra essa e il vetro.

Si voltò di scatto, ritirando subito la mano come se avesse commesso qualcosa di cui vergognarsi.

<<Questo dovrebbe aiutarla a parlare.>>

<<Che cos’è?>>

<<La copia del libro incriminato.>>

Lo ebbe finalmente tra le mani, dopo tutto quel tempo, quasi non poteva crederci.

<<Naturalmente questa è una copia nuova di zecca, poiché non posso darle quella oggetto delle indagini.>> Burn improvvisò una smorfia simile a un sorriso.

<<Come fa ad essere così certo che il libro fosse proprio questo??>>

<<Semplice. Era l’unico al cui interno era apposto il timbro “Mercatini Vintage-Milano”.>> sorrise certo di aver fatto centro.

Lo aprì in silenzio a pagina 77 e con l’indice cominciò a contare.

<<Uno, due, tre, quattro, cinque…>> fino alla fine della pagina.

<<Un mattone di 470 pagine. Interessante, 39 righe per pagina.>>

<<La sua è per caso una mania?  Lei conta i numeri di righe di tutti i libri che ha letto?>>

<<No. Per la precisione, io conto le righe anche dei libri che non ho letto e che non ho intenzione di leggere. Li scelgo a caso, solitamente in base ad una vocazione interiore. Fiuto un titolo, vedo una copertina che mi attrae, prendo il libro di peso con l’intera mano e lo apro, in un punto qualsiasi. So che ci sarà sempre qualcosa che esso sta cercando di comunicarmi. I libri dopotutto, hanno questo potere, sanno risponderti.>> lo fissò dritto negli occhi.

Burn le sedette di fronte.

<<Non mi sembra una cosa poi tanto normale. Nessuno si metterebbe mai a contare le righe di un libro. Per esempio, io non l’ho mai fatto.>>

<<Ma lei non è me, Mr. Burn. Lei è un fanatico di cadaveri, sono altre le cose che conta. Io presto molta attenzione ai numeri di righe, perché per me i numeri sono sempre stati determinanti nella mia vita, e molto anche.

<<Cos’altro ha capito di me Signorina Rovani? Intendo, oltre al fatto che sono un amante di cadaveri…>> disse quasi lusingato.

<<Lo sa, è davvero strano che definisca maniacale il fatto che io mi metta a contare le pagine, mentre se si parla di lei preferisca sostituire il termine “mania”, con “amore per quello che si fa”. Eppure credo che non siamo poi tanto diversi io e lei, abbiamo gli occhi pieni di chi ne ha viste tante, e il cuore che implode per tutte le parole che non siamo mai riusciti a dire.>>

<<Bè, forse talvolta è meglio lasciarle soffocare. Non credo sia saggio dire tutto quello che uno sa.>>

<<Anche questa affermazione é fuori luogo. Mi sembra che in questo momento io mi trovi in un distretto dove sto per essere sottoposta ad un interrogatorio. Suona quindi contraddittorio affermare davanti ad una possibile imputata considerata “colpevole”, che non deve dire tutto ciò che sa. La credevo più originale comunque. Avrei avuto ragione di ritenere che mi avrebbe portato l’ultimo episodio di qualche libro fantasy, che ne so… ad esempio Harry Potter, per l’esattezza l’ultimo libro, quello dove uccide il cattivo.>>

<<Guardi che è stata lei a scegliere quel libro, non certo io. E poi…un Fantasy, le piacciono i romanzi di quel genere?>> aprì le braccia quasi sorpreso.

<<Mi piacciono le storie dove il bene prevale sul male, lo deride fino ad annullarlo, lo disintegra fino a non permettergli più di tornare.>>

<<Sa bene anche lei che quella non è la realtà, Miss Rovani. E’ abbastanza intelligente e colta per comprenderlo da sola. Vuole raccontarmi come questa storia è iniziata? La prego, sono curioso.>> il suo tono di voce si placò improvvisamente.

La donna rivolse nuovamente lo sguardo a quella finestra dove si era posta inizialmente.

<<Anche la polvere ha una puzza specifica qui. Ha quel non so che di acre, di stantio. Si direbbe che riesca a riempire le narici, proprio come quando entri in una libreria vecchia e polverosa, e infili il naso dentro uno di quei classici catalogati nell’ordine alfabetico sbagliato. Spesso incappo nei libri “sbagliati”, lasciati da qualche pigro e disattento osservatore, che non li rimette al posto giusto.

Sono cresciuta in una libreria vecchio stile, insieme ai libri di Mr. Pitor. Ogni qualvolta un viandante chiedeva indicazioni riguardanti la nota libreria del posto, chiunque sapeva dove indirizzarlo per la libreria del “vecchio saggio”, come tutti lo definivamo.

Andavo lì ogni pomeriggio. Mi piaceva passarci molto più tempo di quello che avevo a disposizione. Mi cibavo di tanti libri, con un preciso scopo: io dovevo sapere, dovevo capire, dovevo rispondere alle domande che assillavano quotidianamente le mie membra. E’ un dolore fisico quello di colui che non può leggere quando lo desidera, lo sa? E’ come voler fare l’amore, ma non trovare nessuno disposto a volerlo fare con te.>>

Burn schiarì la voce.

<<Bene. Dicono che io abbia una vita davanti. Se vuole, sono disposto ad ascoltarla. Resterò qui anche una notte intera se necessario. Abbiamo tutto il tempo che desideriamo ma la prego, non ometta nessun dettaglio su quanto mi racconterà. Mi dica tutto, dall’inizio.>>

Sorrise buttando un ulteriore occhio al libro e tamburellandone la copertina con le dita.

<<Una notte con me potrebbe cambiarle la vita. Lei mi sta chiedendo di partire dall’inizio, ma la mia storia parte proprio dalla fine. E’ lì che tutto ebbe inizio… .>>

 

Tratto dal nuovo libro “Il posto più bello del mondo è da nessuna parte” di Letizia Turrà

Image credits: Blog le tazzine di Yoko

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Confessioni di una Escort – La morte di Andy, capitolo 40

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Ho fatto un sogno terribile.

Mi svegliavo nel cuore della notte con uno strano presentimento, e mi dirigevo verso la stanza dei bambini, senza trovarvi nessuno.

Poi ritornavo a letto e al mio fianco Andy non c’era più. Nessuno era più presente, la casa era deserta e le piante avevano invaso ogni angolo. Della mia voce non restava che l’eco lungo le doppie scale.

Andy e i nostri figli di colpo si erano dissolti dalla mia vita.

Mi sveglio di soprassalto, turbata. Ho sognato di avere dei figli ed è stato inquietante. E’ come se il mio inconscio stia cercando di prepararmi ad un evento che turberà la mia giornata.

Sono molto emozionata infatti.

Andy si è offerto di insegnarmi ad andare a cavallo, prima di oggi non ci ero mai stata.

Il sole è alto nel cielo e lui è bellissimo nel suo solito abito nero, con la sua effigie.

Lo amo nonostante abbia permesso a tutti quegli uomini di usarmi per i loro scopi ieri sera.

Non gliene faccio una colpa, io per prima ho consentito a molti uomini in questi anni di approfittarsi di me.

Mi sorride mentre i suoi capelli assumono una venatura mogano sotto un sole cocente.

Il vento delicatamente li sposta dalle sue labbra fino a dietro l’orecchio.

Mi abbraccia e annusa i miei capelli. Lo fa sempre, e sa che io adoro questa cosa.

<<Perdonami per ieri notte. Ti ho ferita, ma non è facile cambiare ciò che sei sempre stato, in nome dell’amore. Sono felice di sapere che diventerai mia moglie e userò ogni mezzo in mio possesso per proteggerti d’ora in avanti.>>

<<Sì che si può cambiare, dovremmo solo volerlo davvero. Io ti amo, non l’ho mai detto a nessuno perché ho sempre avuto paura di concedermi all’amore, ma tu mi hai insegnato davvero che cosa voglia dire amare. Sono immensamente felice e onorata al pensiero di diventare tua moglie Andy.>>

 

Di colpo il suo sguardo diventa cupo, quasi pietrificato. Il corpo si irrigidisce nel successivo istante, si accascia e precipita verso il basso, cadendo dal cavallo.

Non riesco a capire che cosa succeda. Scendo dal cavallo e mi precipito al suo fianco. Sono bianca per il terrore.

<<Andy, Andy rispondi! Aiuto! Aiutatemi!>> urlo a squarcia gola non appena mi rendo conto che rimane inerme a testa in giù, senza dare alcun segno di vita.

I suoi assistenti accorrono immediatamente comprendendo che la situazione sia piuttosto grave. Il modo in cui è caduto, infatti, gli è stato fatale.

<<E’ morto.>> dice indiscutibilmente scosso l’assistente scuderia al maggiordomo. <<Corri subito in casa a chiamare i soccorsi!>>

<<Ma che cazzo state dicendo!? No, no no!!!!>> grido in preda alla disperazione.

Lui… è morto. Lo hanno detto loro. E’ la verità.

Il mio Andy è morto.

Un infarto a 43 anni ha colpito una persona nobile, fuori e dentro lo spirito. L’uomo che avrei dovuto sposare e amare, per tutta la vita.

Quello che ti dà la Massoneria è la falsa credenza che ogni membro possa essere onnipotente ed eterno come un Dio, pensi che un uomo come Andy, un grande Maestro, un potente avvocato, bellissimo e dai bellissimi capelli, ricco, perbene e di buona famiglia non possa mai morire, e hai davvero l’illusione che possa essere così.

Ed invece anche quelli come Andy muoiono.

Credo che assistere alla morte dell’uomo che amavo, e il vederlo crollare davanti ai miei occhi, fu senza dubbio la sofferenza più grande alla quale la vita avesse mai potuto sottopormi.

Ho passato i giorni seguenti ascoltando a ripetizione, fino a impazzire, Bach Suite Inglese n° 2 – Allemanda, una canzone triste, nostalgica, avvertendo un vuoto immenso dentro.

E’ stato come se potesse ricondurmi a lui, in qualche modo.

Ho pianto, guardando fissa la parete della camera da letto vicino al nostro scrittoio, ed è stato come se quella musica potesse entrare nota dopo nota, nel mio sangue.

Inutile dire che ho anche tentato tre volte il suicidio perchè tanto non me ne frega più un cazzo di vivere.

Purtroppo per me, non ho avuto successo, Gertrude è arrivata poco dopo il primo taglio, e mi ha salvata dalla morte.

Peccato.

Posso ancora vedere le mie mani rimaste aggrappate ai suoi capelli, al punto che non riuscirono da subito a separarmi da lui, non potevo accettare che fosse morto, non così.

Le mie mani stringevano le sue ciocche, ed io non riuscivo a lasciarlo andare.

Ho davanti a me la visione di quegli occhi sbarrati, che dovetti chiudere con le mie dita per non vedere più l’orrore di quella scena. Troppo dolorosa per me, troppo dolorosa per chiunque.

Ora vorrei solo morire.

Il mio matrimonio non c’è più, nove metri di velo giacciono chiusi nella scatola posta nel mio armadio.

Chissà quale sposa più fortunata indosserà il mio abito. Lo modificherà, secondo i propri gusti, così non sarà più la stessa cosa, e questo triste evento verrà spazzato via.

Ho tagliato i capelli, ora sono corti. Non mi sento più Louisiana, né Amanda.

Non sono più niente, niente senza di lui, l’amore della mia vita.

 

 

“Aldilà del muro, diario e confessioni di una Escort” di Letizia Turrà, ottobre 2013

 

 

La costruzione di un romanzo…

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Ebbene sì, anche io ho trovato il modo di pagare la mia arte.

Quando si costruisce un romanzo si deve pensare a molte cose. Una tra queste, è quella di riuscire a rendere credibile quanto si racconta al lettore (con l’era di Internet sono tutti ormai molto preparati e attenti), documentarsi sui periodi storici trattati, infondere in chi intraprende l’esperienza della lettura la voglia di non abbandonare la poltrona o la coperta perchè spinto a proseguire con il testo che trova interessante al punto da non riuscire a distaccarsene, e riuscire a far sentire partecipe il lettore quasi in modo immedesimante rispetto alle vicende narrate.

Più volte ho detto, e lo sostengo da sempre, che il lettore cerca sempre una parte che lo raffiguri all’interno di un determinato testo o capitolo, qualcosa che lo faccia esclamare: “Accidenti, sembra stia parlando di me!”.

Ecco perchè è essenziale parlare col cuore, spogliandosi di ogni inibizione sia che si tratti di un tema delicato come quello della sessualità, sia che si parli di una malattia, e così via.

Il numero delle pagine può essere rappresentativo.

Se ci troviamo di fronte ad uno scritto troppo prolisso per un romanzo infatti, possiamo rischiare di non accalappiare il pubblico per via delle numerose ripetizioni di situazioni e momenti descritti all’interno della storia.

Lo stesso avviene se composto da poche pagine. Si potrebbe rischiare di dare l’idea che avevamo fretta di concludere.

Se parliamo di romanzo dalle 300 alle 600 pagine è tutto concesso (per i fantasy ho letto libri da 1040 pagine, quindi dei mattoni, attenetevi dunque al genere).

Bisogna anche pensare ad un titolo che crei emozione e suspense, e che catturi lo sguardo di chi vi passa accanto sullo scaffale, quasi a prima vista.

Ultimo dettaglio da curare, ma non per questo meno importante (anzi, direi che è proprio fondamentale): la copertina; essa gioca un ruolo fondamentale per il successo di un’opera.

Deve essere chiara, di impatto, non esageratamente piena di troppi dettagli, altrimenti rischia di confondere l’acquirente. Ad esempio ho trovato ironica e convincente la copertina del libro di Missiroli: “Atti osceni in luogo privato”.

 

EDGT45255g Ritrae due natiche socchiuse, in una foto di Erwin Blumenfeld, esposta in un noto museo di New York.

Molti si chiederanno come sia possibile realizzarne una convincente.

Nel caso del selfpublishing (io ho usato questo metodo in quanto ormai l’E-book è la nuova frontiera dell’editoria), sono loro stessi a fornire la copertina all’atto della pubblicazione al modico prezzo di circa 30 Euro.

Ve ne mostro anche un paio tratte dai miei due ultimi romanzi:

Aldila del muro copertina GRANDE OK     cover letizia

La prima è realizzata mediante un autoscatto e la seconda è stata co-prodotta e curata dall’illustratrice Chiara Fedele.

Sono stata felice di collaborare con questa bravissima artista e di lavorare con lei per pagare la mia arte.

Poichè non potevo permettermi di pagare la copertina, mi ha proposto di farle da modella nei suoi corsi per un breve periodo di quasi due mesi.

Ho accettato molto felicemente di far parte del “gruppo pittura”, perchè sin da subito l’idea di edificare la mia opera fin dal principio mi entusiasmava.

E’ stata una preziosa opportunità per me di conoscere persone eccezionali che sognano di fare dell’arte il proprio lavoro e che mi hanno fatta sentire a mio agio, nonostante dovessi denudarmi, nel senso letterale del termine.

Arricchisce lavorare con gente appassionata come Chiara e i suoi ragazzi.

Ti insegna che la costruzione di qualunque cosa si ami prevede altresì la costruzione in primis di se stessi, attraverso umiltà e determinazione che facciano da traino.

Passando dall’ultimo punto essenziale – la pubblicazione – posso garantirvi che la cosa più importante resta quella di scrivere per passione, senza la pretesa di diventare il nuovo Calvino o la nuova Fallaci (quei tempi sono trascorsi da un pezzo ed erano davvero altri tempi!), e senza aspettarsi di essere scoperti da una grande casa editrice che vi faccia diventare milionari.

Oggi sono poche le case editrici (anche grosse) che investono sui nuovi emergenti, a meno che non abbiano la certezza matematica che dal quel libro potranno ottenere un successo planetario.

Ecco perchè sono nate le c.d. “piattaforme” on line, che garantiscono la pubblicazione di un’opera qualsiasi, con attribuzione di codice ISBN riconducibile all’opera stessa; collocano il tuo E-book su oltre 30 siti, dove può essere acquistato al prezzo scelto dall’autore, permettendogli così di ricavare una minima percentuale di guadagno in base al numero di copie vendute.

I modi per pubblicare ormai sono molteplici, non vi resta che aprire il cassetto dove avete riposto sotto anni di polvere il romanzo della vostra vita, dargli una spolveratina e… pubblicarlo!

Ma rammentate… rimanere sempre se stessi e credere fermamente nelle proprie capacità, è essenziale!!

A presto,

Vostra Letizia T.

Photo in intestazione: Chiara Fedele’s House, My self portrait, novembre 2015- by CHIARA FEDELE Illustrator

 

 

 

 

 

 

 

Dietro tutte le cose buone c’è sempre un trucco.

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Arrivata sull’uscio dell’appartamento di Robert, quando le aprì la porta, esplose in un pianto delirante.

<<Non me ne va bene una, Robert. Anche questa ieri sera. Sono andata a letto con un tizio, un fotografo. Alle otto è arrivata quella rompicoglioni della sua ragazza. Ho appreso solo in quel momento che fosse fidanzato.>>

<<Fotografo? Quale fotografo? Non mi sembra tu me ne abbia mai parlato.>>

<<E’ quello che saltuariamente lavora con Sandra, fa le foto dei personaggi che lei intervista per la rivista.>>

<<Filippo??>>

<<Come cazzo fai a conoscerlo Robert? Te lo sarai mica fatto??>>, sbarrò gli occhi.

<<No… ma sei pazza? Non è mica gay. E’ uomo, molto uomo, anzi.>>

<<Sì anche troppo direi, è proprio fantastico. Però non mi hai ancora detto come fai a conoscerlo?>>

<<Perché me ne ha parlato Sandra, a quanto pare le piace quel tizio. Almeno credo sia la stessa persona, mi ha parlato di questo Filippo, un tale che lavora con lei, quindi credo si tratti della stessa persona.>>

<<Ecco spiegato perché Sandra non mi ha risposto al telefono.>>

<<Sarà rimasta male perché le hai soffiato il suo bell’imbusto.>>

Rimase senza parole. A causa del suo egoismo stava rischiando di perdere anche la sua migliore amica.

<<Devo assolutamente parlare con lei, ora mi sento una vera merda Robert. Oh…ma perché la vita è tanto dura?>>

<<Ma figurati, non perderai nessuno, lei ti vuole bene, la conosci da una vita, vedrai che le cose si appianeranno.>>

<<Non ne sarei così sicura>>, sorseggiò il tè ormai tiepido.

<<Il tuo tè è sempre stato il migliore amico mio, ma come fai? Me lo chiedo di continuo.>>

<<Cannella tesoro, cannella. E un pizzico di amore. Dietro tutte le cose buone c’è sempre un trucco. E l’amore è il mio ingrediente preferito. Come è andata ieri sera?>>

<<Benissimo, meglio del previsto, Nick è così accomodante, così bravo e professionale.>>

<<Così bono anche… con Batman invece?>>

<<Ma perché diavolo hai deciso di chiamarlo così? Va tutto bene comunque. Mi paga molto bene, quasi mille euro a settimana. Oserei dire profumatamente.>>

<<Mille euro a settimana per fare sesso??>>

<<No. Noi non facciamo sesso Robert, io parlo e lui mi ascolta. Vuole conoscere la mia storia, solo questo. Semplici conversazioni tra adulti, niente che abbia a che fare con la sessualità, solo con le emozioni.>>

<<Provi qualcosa per lui, non è così?>>, sorrise.

<<Non saprei dirlo con esattezza. So solo che ogni giorno non vedo l’ora che siano le 17 per vederlo. E quando vado a letto con altre persone non posso a fare a meno di pensarlo.>>

<<E’ bello quindi?>>

<<Se solo lo sapessi… è bello dentro, questo è certo. Sento che c’è qualcosa in lui di forte, di nascosto. Avverto il suo desiderio di arrivare a me, ma allo stesso tempo qualcosa lo blocca.>>

<<Ti sta già conoscendo forse. Più gli parlerai di te, più si innamorerà di te. Ne sei cosciente?>>

Patricia abbassò la testa. Poi guardò l’orologio.

<<Se gli permetto di entrare dentro di me, so che l’unico rischio tangibile è che sia io a innamorarmi di lui.>>

Poi si alzò, diretta verso il cappotto.

<<Grazie infinite Robert, non sai quanto ti sono grata per ciò che fai per me.>>

<<Ti sarò sempre accanto, sempre, perché conosco l’inferno e so che cosa vivono quelli come noi.>>

Prese il taxi diretta in Via Manzoni, per il consueto appuntamento.

My new book di Letizia Turrà

Image: Wallpapers.com

 

 

La critica della settimana: “Un ragazzo d’oro”, quando un figlio realizza il sogno che era di suo padre.

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Un antico detto diceva più o meno così: “Un padre campa cento figli, ma cento figli non campano un padre”.

Non è poi così vero se consideriamo che ci sono genitori talmente indifferenti alle esigenze dei propri figli (e non si parla certo in termini materiali), da apportare grossi danni agli stessi con conseguenze tragiche sulla loro vita.

Talvolta ci sono genitori molto noti nel mondo dello spettacolo o molto apprezzati per le loro qualità artistiche ma privi di ogni forma di affettività, quasi come se avessero la consapevole coscienza di non volere che i propri figli raggiungano i loro traguardi grazie ai loro talenti.

Così tutta la vita essi resteranno nell’ombra, rischiando di essere etichettati come “il figlio di…”.

E’ il caso di Davide Bias, scrittore di racconti e figlio d’arte di un noto scenografo, con il quale ha un rapporto orribile.

Il suo cuore è diviso tra Milano dove vive con la sua fidanzata e Roma, Città in cui è nato e cresciuto e dove tuttora i suoi genitori risiedono.

Vive talmente costantemente il rifiuto del suo stesso IO anche da parte del mondo esterno, da soffrire di turbe psichiche che lo vedono costretto a curarsi con apposite sedute psicoterapiche e medicinali, i quali gli garantiscono di restare sobrio e di avere il controllo sulla propria patologia.

La sua vita da scrittore di racconti non gli permette di essere riconosciuto adeguatamente in virtù degli sforzi compiuti. Le case editrici, infatti, esigono che almeno uno dei suoi racconti diventi un romanzo.

Come lo stesso Davide sosterrà di fronte all’ennesima bocciatura di un editore: “Il romanzo è qualcosa che devi avere dentro, se uno scrive racconti è perché evidentemente è in grado di scrivere solo quelli”.

L’evento che scuoterà la sua vita si presenterà nel momento in cui viene a mancare improvvisamente suo padre (l’ipotesi più accreditata sarà quella del suicidio).

Visibilmente impressionato e riflesso negli insuccessi di suo padre come genitore e uomo di spettacolo, Davide si imbatte in una bellissima donna, amante per breve tempo del padre e proprietaria di una casa editrice che si occupa di saggi socio-politici, la Stern Book, la quale lo prega di mettersi in contatto con lei il prima possibile.

Egli non capirà quale sia il profondo legame tra i due sino all’incontro con la donna, che asserisce di essere venuta a conoscenza che suo padre Achille stesse scrivendo le sue ultime parole da lasciare come testamento in un romanzo autobiografico che si sarebbe potuto rivelare un capolavoro editoriale.

La donna lo implora di trovare quel romanzo perché disposta a pubblicarlo in virtù dell’affetto provato e ricambiato nei confronti di quell’uomo.

Davide torna a casa frastornato e confuso, ma assolutamente non intenzionato a trovare quel romanzo.

Suo padre non lo aveva mai considerato come un ragazzo d’oro, un tesoro da preservare e amare, quindi internamente si rifiuta di aiutare la donna nella sua ricerca.

Infine una notte, decide di leggere la vecchia sceneggiatura di un film di Achille, intravedendone un uomo completamente diverso da quello che egli aveva sempre conosciuto, quell’uomo che per tutta la vita aveva trattato la sua famiglia come “carne di porco”, privando il figlio e la moglie del rispetto dovutogli, forse troppo preso dalle sue ambizioni e dal suo amore per certi filmacci di serie B. Quello stesso uomo che al contrario si rivelerà in grado di amare e di provare emozioni, sorridere e far sorridere, commuovendo lo spettatore o il lettore.

Decide così di sedere alla sedia dello studio del padre e di tentare di recuperare il manoscritto.

Riesce a scorgere un documento dal titolo “LA MANO DI MIO FIGLIO”, una lettera che suo padre aveva scritto molto tempo addietro in cui definiva lui e suo figlio come “INVINCIBILI INSIEME”.

Viene a scoprire che nella realtà non esiste alcun romanzo, ma una sola pagina contenente quelle parole, seppure molto importanti per lui, che suo padre aveva tenuto segrete.

Davide prende a quel punto l’importante decisione: sarà lui a scrivere quel libro al posto del padre, fingendo che l’autore sia proprio lo stesso Achille.

In questo gioco di ruoli ambiguo, in cui rientra anche l’affascinante editrice Ludovica, egli spenderà ogni energia e ogni briciolo di forza per realizzare il progetto.

Si batterà pur di portare a termine le parole che il padre non ha potuto concludere, interrompendo nel frattempo la terapia che lo aiuta quotidianamente a gestire le sue turbe.

Il libro riscuoterà un grande successo e verrà tradotto in dodici lingue, divenendo di fatto il capolavoro dell’incompreso e scomparso sceneggiatore Achille Bias.

Ora, non resta che da chiedersi: E’ giusto o meno che un figlio sacrifichi la propria vita e i propri sogni in memoria di un padre ingrato, al punto da arrivare a mentire a tutti circa la stesura di una vita che non è stata nemmeno la sua e lasciare che ancora una volta la figura del padre oscuri la sua persona?

Un padre che non ha fatto nulla per dimostrare amore al proprio figlio benchè ne avesse la possibilità, quando era ancora in vita.

Talvolta la ricerca di amore spinge alcune persone ad accontentarsi anche delle briciole affettive, quelle piccole molliche che non sfamerebbero nessuno.

Tutto, pur di sentirsi un pochino amati. Immani sforzi, piccolissimi e deludenti risultati.

Quando poi è un genitore a mancarci, la sofferenza di non essere approvati può creare seri problemi nell’adolescente che crescerà insicuro e immaturo, come spesso avviene in certi casi.

Fare i genitori è difficile, ma anche fare i figli prevede di compiere una strada tortuosa e, in molti casi, dolorosa quando non ci si sente compresi, sostenuti, amati a sufficienza.

Una riflessione molto importante in questo periodo mi è giunta da un film che oserei definire un capolavoro: sto parlando di “Youth” di Paolo Sorrentino.

Un anziano e ormai in pensione direttore d’orchestra, dice al suo migliore amico ormai giunto anche lui alla soglia degli ottant’anni, che ogni gesto  compiuto in gioventù per sua figlia, lo aveva fatto proprio per lasciarle un ricordo di lui ed ora  si era di colpo ritrovato lui stesso come figlio a dimenticare tutto ciò che i suoi genitori avevano fatto per lui.

Sosteneva addirittura: “Non mi ricordo più neanche i loro volti, non mi ricordo come erano fatti i miei genitori.”

A quel punto allora mi sono chiesta se non valga la pena di seguire il proprio cuore come ha fatto Davide Bias, riservando le sue ultime energie ad un padre che lo amava da lontano e che non gli aveva mai rivolto una carezza, prima di finire in un istituto per la cura di malattie mentali, giovanissimo.

Quanto vale la pena di amare i nostri genitori se non apprezzano chi siamo?

Cosa ci rimane di loro? L’amore che non ci hanno dato o in ogni caso è indifferente perché la nostra mente non li ricorderà più?

Io ho avuto un padre come quello di Davide.

Mi ha amata, ma sempre di nascosto e da lontano, e ancora oggi che sono una donna è quello il suo modo di amarmi.

Avrei potuto vivere come la sua ombra, invece me ne sono distaccata per non sentire più quanto facesse male. Ma quando scrivo, lui ha un cassetto piccolo e speciale, quello nel quale lo tengo conservato insieme a mia madre, come la persona più importante della mia vita.

Non credo sia giusto sacrificare se stessi per gli altri, ma credo altresì sia giusto amare aldilà della nostra stessa capacità, aldilà della capienza del cuore. Possibilmente, con tutta l’anima.

Solo così non ci pentiremo del nostro percorso, e solo così potremo perdonare un altro per non averci amati abbastanza, come meritavamo.

Mi viene in mente quanto sosteneva Umberto Eco:

Credo che ciò che diventiamo dipende da quello che i nostri padri ci insegnano in momenti strani, quando in realtà non stanno cercando di insegnarci. Noi siamo formati da questi piccoli frammenti di saggezza.”

A presto,

Letizia T.

Image: Google – Locandina Film

La bellezza dell’avere uno scopo.

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Non ho mai creduto che siamo su questa terra per nascere, vivere lavorando e pagare le tasse, aspettando che arrivi la vecchiaia ad incombere su di noi (nella migliore delle ipotesi, se non arriva prima la morte), per poi restare soli, o morire circondati dai nostri cari accorsi al nostro capezzale.

Ciascuno di noi ha uno scopo ben preciso qui su questo Pianeta, solo che non tutti riescono ad intravederlo, perchè preferiamo restare inermi ad aspettare che la cosiddetta “manna arrivi dal cielo”.

Neppure io fino ad un certo punto della mia vita mi ero resa conto di quanto valore essa avesse, fino a che non è stata scossa da un evento che mi ha fatto comprendere che stavo viaggiando su un binario morto, privo di alcuna destinazione.

Un grave incidente mi ha permesso di comprendere che ho solo questa vita, che esisto solo ora, che scrivo solo oggi, e che ogni giorno della mia vita potrebbe essere l’ultimo.

E così sono partita alla ricerca di me stessa, senza più affibbiare le responsabilità per la mia felicità o infelicità ad alcuna persona.

Troppo spesso, infatti, abbiamo ragione di ritenere che sia il male ricevuto ad averci trasformati.

Non vi è pensiero più errato.

E’ come noi abbiamo scelto di reagire a quel determinato “male”, che ha influito sulla resa dei nostri sentimenti.

Perchè se davvero credessimo in noi e nelle nostre capacità, non lasceremmo che fosse un altro a determinare la nostra sfiducia nel prossimo, nè tantomeno dovremmo credere alla bugia che per colpa di quella persona siamo improvvisamente diventati degli stronzi.

Siamo felici solo se abbiamo un amore a cui aggrapparci con tutte le nostre forze, un capo che ci gratifica per il nostro lavoro, centinaia di amici che ci invitano alle feste.

Pensateci, è ridicolo.

La prima porta della felicità siamo noi ad aprirla e nessuno, ripeto nessuno, può essere la nostra mano nel guidarci fino alla maniglia di quella magica porta.

Quelle felicità, che possono diventare passeggere, sono un corollario di quello che siamo noi, non sono la ragione per cui viviamo, ecco perchè la nostra vita deve essere legata a uno scopo, quello di donare agli altri attraverso i mezzi che la nostra impermanenza qui ci ha fornito.

Questo Natale, come ormai ogni anno da quattro anni, ricade l’anniversario del giorno in cui morii per poi rinascere.

Capii che non possiamo dare per scontato quanto possediamo, non ce lo possiamo permettere. Non possiamo vivere solo in superficie, dobbiamo vivere anche nel profondo, per comprendere che vi sono tante persone che soffrono per malattie misteriose e incurabili, mamme che non vedranno i loro figli crescere, amori che svaniscono dall’oggi al domani per inezia, persone che perdono tutto ciò che hanno e finiscono per strada, laddove nessuno li potrà sostenere, comprendere, nè aiutare, e libri, che non verranno mai scritti se la penna muore.

Ovvio, non possiamo aiutare tutti, perchè ciascuno di noi pensa di avere già la sua vita da vivere, come potrebbe aiutare anche il prossimo?

Eppure ci sono minuscoli, microscopici, impagabili gesti d’amore che un essere umano può compiere, anche solo con l’uso della parola, per aiutare chi ha perso la speranza.

Perchè la nostra vita non è vita, se non aiutiamo anche un altro a VIVERE.

E non si tratta di procreazione, ma di RINASCITA dell’Essere.

Ho “usato” questo Natale, il periodo in cui mi sento più triste, per far felice qualcun altro con una parola, un invito a casa, un panettone fatto col cuore.

E non l’ho fatto perchè questo dovesse arricchire solo il ricevente, ma perchè ha arricchito me interiormente.

C’è il sole, e so che uscirò a godermi la vita respirando a pieni polmoni finchè ci sono, ritenendo sia meraviglioso il fatto che io riesca ad emozionarmi anche solo guardando una foto, quella allegata a questo articolo.

E’ di una ragazza forte, che conosce il dolore, e che da lontano seguo e tengo stipata nel mio cuore.

E voi che mi leggete, cosa state davvero facendo? State vivendo o state attendendo che arrivi qualcosa da molto lontano a salvarvi?

Io ci penserei.

A presto, Letizia T.

Image credits: Nancy Ghislanzoni

 

Il primo caleidoscopio che ti fa capire la profondità del tuo essere…

profilo alessandra lombe

Il nonno si rivolgeva a me come fossi un’adulta perché era consapevole della complessità del mio essere.

Lo capì proprio quando mi regalò il primo caleidoscopio prodotto da una ditta tedesca che produsse anche i primi giochi di legno in Italia.

Iniziai a studiare affascinata l’oggetto portentoso. Tutti quei colori che gravitavano assumendo forme sempre diverse, quei frammenti triangolari e quadrati colorati come piccoli pezzetti di vetro che ruotavano al movimento della mia mano.

La totale immersione della vista dentro il misterioso buchino dal quale era possibile intravedere un altro lato del mondo, quasi come qualcosa di sconosciuto aldilà del mondo stesso che vivevo e percepivo.

Di solito utilizzavo per un paio di giorni un gioco e poi prendevo la fatidica decisione: lasciarlo nel cassetto per passare ad altro oppure smembrarlo per vedere al suo interno cosa contenesse.

Fin da bambina amavo vedere nel profondo delle cose, quindi decisi che era arrivato il momento di capire cosa vi fosse all’interno del caleidoscopio.

Ricordo ancora la mia delusione quando scoprii che altro non era che un cilindro contenente pezzetti di plastica ed iniziai a piangere chiedendo a mio nonno perché mi avesse regalato un oggetto che mi aveva illuso di essere ciò che non era.

-“E’ questo il punto. Ti sei creata un’aspettativa ed essa è stata delusa. Succede così quando abbiamo il desiderio di vedere oltre le cose, oltre quello che c’è. Vedi? Non è che un oggetto, privo di significato se non fosse che sei tu a dargli il valore che possiede. Quindi sei tu con la tua visione che lo rendi importante. Ma lui, lui è solo un oggetto, un puro intrattenimento per bambini. E come tale va preso. Non può diventare il misterioso oggetto dei tuoi desideri, a meno che non sia tu stessa a volerlo fare diventare tale.”

Non riuscii a capire le sue parole, in quel momento vedevo solo la mia delusione.

 

“Il labirinto di orchidee, niente è come sembra” di Letizia Turrà

Image: Google Alessandra Lombe