Un modo per meditare.

Credo che sia necessario mantenere uno spirito positivo e un animo sano, scevro da ogni sporca convinzione portata da un altrove spesso troppo differente da noi.

Abbiamo davvero poco tempo per lottare contro i mulini a vento.

Le energie vanno preservate, utilizzate per scopi benefici e per donare quanto di più prezioso abbiamo a chi ne ha davvero bisogno.

Se non applichiamo questa pace quotidianamente, allora non troveremo mai il modo di vivere nella serenità che tanto ricerchiamo negli altri, quando in realtà si cela già dentro di noi.

Meditate su quanto state seminando, perché il raccolto sarà la risposta.

Letizia Turrà

Sto soffiando sulla tua fronte.

Sto soffiando sulla tua fronte, puoi sentirlo?

Ora soffio nella tua bocca, in quella piccola fessura dove più volte il mio nome s’è fatto spazio.

Ora ti soffio sul cuore, poi sollevo la tua mano destra e insieme tendiamo le braccia verso l’alto facendo finta di volare.

Puoi sentirlo? Puoi vederlo, vedermi?

Vago cieca per le strade, sorda e muta come qualcuno che non esiste. Solo, cammino come farebbe chiunque possedesse un paio di gambe robuste e forti.

Ma sono gambe pesanti, ingigantite da traumi.

Ora ti tengo la mano, puoi stringerla anche tu? Forniscimi l’illusione di essere ancora qui. Fa che il mio canto leggero diventi musica che riempie gli spazi dello spazio dove tu, ora sei.

Chiudo gli occhi, sono una bambina: c’è una festa con tanti addobbi fatti di carta e plastica colorata; ci sono tre pagliacci grandi e grossi che sorridono con i loro occhi scuri e dei vestiti giganti; c’è mio padre pettinato con la gelatina e abbigliato con un vestito beige e una camicia larga color panna che si stringe fin sopra il collo donandogli ancor più le fattezze di un ramo secco.

Io e Jonas siamo vestiti per bene, puliti e profumati come due gemme; posso avvertire il peso del mio codino posto in cima alla fronte che mi fa sentire ridicola. La mamma siede su una sedia con l’aria affranta e gli arti gonfi; non le importa di perdersi la festa. Non festeggia da anni alcuna ricorrenza.

Come una mano mansueta la musica lontana mi sfiora il volto bagnato da lacrime sbarazzine. 

Mi sento inquieta perché ho sempre odiato i pagliacci. Dicono bugie: lo vedi quando ridono, che stanno fingendo; si intravede dal rossetto sbavato sui denti quando gesticolano disarmonicamente e poi subiscono le risate malsane del pubblico.

Solo chi, come me, costretto da sempre a portarsi addosso un mare di odori e di sapori della gente che incontra, può avvertire la loro tristezza profonda, uguale alla mia.

Letizia Turrà

Vigile attesa

Ci sono persone che costruiscono ponti e intraprendono emozioni alla stregua di un volo e poi ci sono io, che spesso rimango in “vigile attesa” rispetto alla vita che ho scelto di praticare: prendo tempo per respirare e attendo che qualcosa cambi, e ancora pazientemente resto in attesa di qualcosa che arrivi, mentre lentamente cambio e muto io; io che lascio fare alla vita per la maggior parte del tempo e che nel mio lento trasmutare mi scopro sasso e poi alga e fiume e ancora acqua, che sfocia nel mare.
Ci si concentra di più sulla vita semplicemente restando fermi, a volte.

Letizia Turrà

Tu sola sei un minuto di silenzio in questo mondo pieno di grida…

Lacrime di legno è stato pubblicato molto tempo fa (dico questo forse perché due anni e mezzo per gli scrittori prolifici che incontro sui Social rappresentano un’eternità).

Tutti pensano che se non scrivi ogni mese allora hai smesso di farlo per sempre; che se non canti allora hai deciso di appendere il microfono al chiodo, e così via.

Tuttavia, ogni cosa che ho prodotto con la mente e con il cuore ha richiesto un lento processo dovuto prima di tutto al rispetto di ogni mio singolo cambiamento che a sua volta ha comportato innumerevoli ore di sonno perse e una marea di incertezze e/o crisi personali alle quali sono grata, per avermi reso la persona che sono oggi.

​Tutti si aspettano che il proprio libro diventi un film; nel mio caso è diventato un brano musicale, come meglio si confà ad una cantante con il mio trascorso.

Gabriele Granducci, che ha amato molto questo libro, ha scritto un brano che ha personalmente musicato, dedicato proprio a questo pezzo di anima che mi rappresenta.

Molti non sanno che questo libro è stato scritto per mia madre, nella speranza che i “senza voce” un giorno potranno essere uditi da tutti. Ne parlo molto poco ma la sua costruzione è stata ponderata, delicata, strutturalmente complicata poiché ho usato un narratore maschile per affondare mani e corpo in una storia difficile e pregna di contraddizioni. La foto è una delle prime che iniziai a scattare dopo l’acquisto della mia reflex: rappresenta uno stormo nei cieli di Roma al tramonto di una giornata di settembre. Il volo di quegli uccelli mi aveva accompagnata per una buona parte del tragitto, così avevo voluto rendergli omaggio con questa immagine.

Fu un momento magico, che andava fermato. Così come avrei voluto afferrare le mani e la vita di mia madre, vietandole di andare via.

Ecco cosa è per me Lacrime di legno. Lacrime che si fermano su un volto giovane, ma trasformato in antico da una malattia devastante. Chi poteva o doveva parlarne, se non io?

Merita di esistere, come molti altri libri che ho letto.

Mi sento onorata per il gesto di Gabriele, ma so perfettamente che le parole non riescono a rendere giustizia a ciò che sto provando.

Perciò vi incollo qui le sue, semplici e dirette come è lui, una persona preziosa che la vita ha messo sulla mia strada.

Questa è la storia di Giulio

curava il cimitero di paese

Angelica non era morta

era solo andata via…l’unica che avesse amato.

Così mordeva il giorno col sesso

un’ora ostinata e senso di vuoto

Tu sola sei un minuto di silenzio in questo mondo pieno di grida

Tu sola sei un minuto di silenzio in questo mondo pieno di grida

Un giorno eccola di nuovo

“Vieni via con me” – gli dice

“Aiutami a raggiungere mia figlia, sarà il nostro ultimo viaggio”

Lei ha una condanna nelle vene

ma lui si emoziona ancora

E via on the road again

con lacrime di legno…

Tu sola sei un minuto di silenzio in questo mondo pieno di grida

Tu sola sei un minuto di silenzio in questo mondo pieno di grida

…Tu sola sei un minuto di silenzio in questa testa piena di grida!

​Grazie Gabri!​

Link per acquisto libro https://www.amazon.it/Lacrime-legno-Letizia-Turr%C3%A0-ebook/dp/B07B3R93DL/ref=sr_1_4?qid=1655976662&refinements=p_27%3ALetizia+Turr%C3%A0&s=digital-text&sr=1-4&text=Letizia+Turr%C3%A0

Qualcosa che capovolga la giornata…

Mi sentivo sola, così ho deciso di cucinare qualcosa di confortevole. Devo ancora metabolizzare qualcosa che resta bloccato qui, in fondo allo stomaco.

La musica triste in sottofondo poteva migliorare le cose.

Mi sentivo comunque sola, ma in qualche modo velatamente felice nell’attesa che qualcosa avvenisse.

Ho preparato la pasta al forno con besciamella e olive, una cosa che non faccio così spesso.

Ho messo in sottofondo Shawn Phillips e la mia mente si è capovolta riportandomi a giornate d’infanzia.

Mi sentivo ancora sola.

Poi è venuta Claudia, m’ha portato le ciliegie e tutto sommato ora va bene.

Pochi gesti che cambiano le giornate.

Di questo sono in cerca.

Leti

Pensiero del giorno #3105

Ciò che ammiri negli altri, è qualcosa che già tu possiedi dentro di te.

Così come la forza, la fede, la reciprocità, la comprensione, la crudeltà, l’amore profondo, la solitudine, la gioia; sono tutti sentimenti che già vivono dentro di te.

Fa in modo che diventino punti di forza, e non ti sentirai mai troppo fragile.

Letizia Turrà

Image: Ťømåš Ťhėəňđ

La scrittura

Ho sempre usato la scrittura come dono carnale, come liberazione da tutte le repressioni che noi esseri umani troppo spesso ci infliggiamo.

Se la scrittura non rappresenta uno strumento di evasione, di comunicazione, di discioglimento dei preconcetti, di salvezza per alcune vite, di supporto e stimolo, non vedo allora cosa altro possa esserlo.

Letizia Turrà

Idillio

Qui tutto è silenzio, qui mi sento bene,

i pascoli sono freschi e puri

e le chiazze d’ombra e di sole

vanno d’accordo come bambini giudiziosi.

Qui si libera la mia vita

fatta d’intensa nostalgia,

non so più cosa sia la nostalgia,

qui si libera il mio volere.

Una commozione silenziosa mi prende,

linee attraversano i sensi,

non so, tutto è intrico

e tutto è contraddetto.

Non odo più lamenti

e tuttavia ci sono nell’aria lamenti

lievi, candidi, come in sogno

e di nuovo non capisco più nulla.

So solo che qui tutto è silenzio,

niente più assilli e costrizioni,

qui mi sento bene e posso stare in pace

poiché nessun tempo mi misura il tempo.

Robert Walser

ph: Hélène Vallas

Pensiero del giorno #1705

Accade a molte persone, come è accaduto a me.

È incredibile come la nostra parte migliore ci metta molto, moltissimo tempo per emergere e restare a galla.

Da giovane fuscello molte donne si ritrovano a scoprire di avere una personalità e una identità forti quando sono ormai sormontate da chili, responsabilità e stanchezza.

È il bello della crescita, che ti fa vedere le cose in maniera più nitida, ti fa essere più schietta, meno avvezza al compromesso.

Richiede costanza ed enorme fatica fare quel salto; eppure la gioia risiede tutta lì, quando sai dire no e sai discernere ciò che ti occorre davvero, da ciò di cui invece puoi fare volentieri a meno.

Letizia Turrà

paint: Marcos Beccari

Non reprimere le tue emozioni. Non farlo mai.

-Non reprimere le tue emozioni; fa che vengano fuori, non importa quanto male faccia, una volta passate sembreranno un miraggio lontano e il dolore finirà per dissiparsi, diventando anche qualcosa di buono. Piangi, ma ricorda che sono qui e che possiamo chiudere gli occhi insieme. Chiudi gli occhi adesso, inspira col naso aria buona e fai fuoriuscire il veleno dalla bocca. Quella è aria di scarto, non ti serve, così come i pensieri negativi che ora accerchiano la tua mente.

-Sono stanca. Non so perché mi sento così, sono davvero stanca.

Non riesce a smettere di piangere. Non riesco a farla smettere, e mi sento improvvisamente impotente, venendo travolta da un profondo senso di inadeguatezza. So perfettamente come si sente perché io la sento, sono stata adolescente come lei, ho avuto bisogno di quell’abbraccio che al contrario nessuno sapeva o poteva darmi.

Quante cose sarebbero state diverse, se qualcuno mi avesse parlato con una tale prontezza. Ci vuole saggezza e coraggio per essere forti di fronte a tuo figlio che piange. Perché non è una persona qualsiasi, è qualcuno che è stato nel tuo ventre per tanto tempo e quel nutrimento che gli hai dato è diventato il pane quotidiano composto con un’infarinatura di litigi, incomprensioni, urla, baci, abbracci, delusioni, arrabbiature e riunioni con i professori, voti positivi e voti negativi, giornate partite bene, ed altre, iniziate e proseguite con fragilità.

Le chiedo allora di pensare a una valle verde: ci siamo solo lei ed io, sedute su un prato pieno di fiori gialli e bianchi; ci sono le montagne, nuvole bianche e grandi e un cielo azzurro come quello dei dipinti.

-Inspira e pensa a questa valle verde ogni volta in cui penserai a me.

Ci abbiamo messo un po’, ma alla fine è andata a scuola; i suoi occhi, già grandi, erano diventati enormi diamanti e brillavano a causa di quelle lacrime.

Il suo è un disturbo invisibile. Non si vede, è dentro la sua mente, una mente brillante e talentuosa avviluppata da un groviglio che a volte le crea enormi ostacoli e difficoltà, una caratteristica con la quale si nasce e che la rende ancor più speciale. Un disturbo neurobiologico che ha il nome di Dsa.

Noi ci conviviamo ormai troppo bene, ci siamo educati alla bellezza, contro ogni volere di una società che ti vorrebbe omologato. La bellezza è qualcosa che ti devi imporre di vedere, devi diventare cosciente della sua esistenza, devi sentire la sua presenza, devi afferrarla e apprezzarla, più che mai.

Così ho stretto più volte mia figlia e le ho ricordato di quanto sia bello e importante lasciarsi andare. Di quanto la stanchezza sia qualcosa che tutti sentiamo dentro di noi, persino io e suo padre quando fatichiamo a sollevarci dal letto la mattina per recarci al lavoro.

La stanchezza è anche bellezza, vuol dire che sei vivo. Oggi ho ricevuto un messaggio bellissimo, conteneva le parole di Peppino Impastato, ucciso nel 1978:

Educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore.

Mi auguro che un giorno mia figlia potrà rappresentare il cambiamento nel modo di pensare delle persone che incontrerà e che vi sia una reale presa di coscienza di questo disturbo invisibile; che tutte le persone siano valutate per le loro qualità umane, senza più distinzioni né eccezioni.

Nel frattempo uso le mie braccia per avvolgerla, come ogni madre dovrebbe fare.

Sono qui e sarò qui ogni volta in cui, chiudendo gli occhi, vorrai scorgere la nostra valle verde.

Letizia (la mamma)

Siate gentili, siate pazienti.

Ciò che scriviamo o comunichiamo deve, necessariamente, essere anche gentile.

Non possiamo aspettarci che il mondo migliori, se privato della gentilezza necessaria per vedere fiorire ogni cosa che ci circonda.

La gentilezza è gratuita, non costa nulla. Tuttavia, fatichiamo ad applicarla perché preoccupati che ci porterà via molta energia.

I frutti della gentilezza, effettivamente, sono lunghi nel nascere, e richiedono infinita pazienza prima di risorgere dalla terra.

Il male corre più veloce e spesso i suoi frutti ci sembrano più allettanti.

Ma se coltivate con pazienza i semi della gentilezza, essi sapranno diventare più grandi e ogni giorno appariranno più lucenti.

Abbiate la pazienza di aspettare.

Siate gentili, siate pazienti.

Letizia Turrà

Fissa la tua attenzione su te stessa.

Fissa la tua attenzione su te stessa.

Sii cosciente in ogni istante di ciò che pensi, senti, desideri e fai.

Finisci sempre quello che hai iniziato.

Fai quello che stai facendo nel migliore dei modi possibili.

Non t’incatenare a niente che alla lunga ti distrugga.

Sviluppa la tua generosità senza testimoni.

Tratta ogni persona come se fosse un parente stretto.

Metti in ordine quello che hai disordinato.

Impara a ricevere, ringrazia per ogni dono.

Smetti di autodefinirti.

Non mentire né rubare, se lo fai, menti e rubi a te stessa.

Aiuta il tuo prossimo senza renderlo dipendente.

Non occupare troppo spazio.

Non fare rumore né gesti inutili.

Se non la possiedi, imita la fede.

Non lasciarti impressionare da personalità forti.

Non impossessarti di niente né di nessuno.

Distribuisci con equità.

Non sedurre.

Mangia e dormi lo stretto necessario.

Non parlare dei tuoi problemi personali.

Non giudicare né discriminare quando non conosci la maggior parte dei fatti.

Non stabilire amicizie inutili.

Sii puntuale.

Non invidiare i beni o gli esiti del prossimo.

Parla solo di ciò che è necessario.

Non pensare ai benefici che ti procurerà la tua opera.

Realizza le tue promesse.

Georges Gurdjieff, lettera alla figlia Reyna d’Assia

Pensiero del giorno #1104

Ogni volta che ho il desiderio di partire per una vacanza, mi rammarica pensare di lasciare il mio orto incustodito, così non parto e questo non mi rende triste, né meno felice di chi si mette in viaggio.

La mia è stata una scelta attuata con coscienza, non invidio il viaggio di nessun altro e coltivo il mio orto perché so che mi darà buoni frutti.

Dovremmo applicare questo sano principio per tutto.

Allora smetteremmo di attendere che arrivi un evento esterno a cambiarci la vita; ciò che desideriamo davvero è già alla portata della nostra mano.

Letizia Turrà

Fa che la tua anima diventi un Giardino

Fa in modo che il tuo animo sia come un giardino.

Non un contenitore in cui inserire cose materiali, bensì un pezzo di terra, pronto per essere seminato.

Se tutti pensassimo alla vita come un Giardino, non servirebbe grandine né vento, per impedirci di credere che quello sia il più bel giardino fra tutti quelli conosciuti.

Letizia Turrà

A cosa serve la guerra? La guerra serve per vincere la gara dell’inutilità.

A cosa serve una guerra? A nulla, forse. 

O forse a renderci conto di quanto effimero sia ogni nostro respiro.

La quiete viene improvvisamente interrotta da un suono di vendetta, tutto ciò che hai messo da parte viene sepolto sotto le macerie, di improvviso anche la tua casa diventa una prigione. Mille pensieri intercorrono nella tua mente a una velocità che non ti aspettavi, guardi i tuoi figli, poi la tua consorte. Avete poco tempo per pensare.

Il vero conflitto ora è dentro di te. Diseredato dalla tua stessa esistenza, ti accingi a raccogliere quel poco che ti resta per dirigerti lontano, o dovunque, o in luogo sicuro, o sotto terra, o chissà dove altro il destino vi starà portando.

A qualcuno a pochi passi da te è stato tolto tutto, persino il respiro. E tu non comprendi ancora perché tutto questo sia successo, non hai avuto la possibilità di chiamare nessuno, non sai neppure se i tuoi parenti siano vivi, e loro altrettanto.

Le sirene spiegate ti mettono in allarme. È il momento di fuggire via, devi pensare a mettere in salvo ciò che ti resta.

Esisterà un porto sicuro dove andare? Ci sarà un posto nel mondo che potrà accorglierti? Il sole sembra oscurarsi dissolto in nubi di fumo e vapore. 

“La cattiveria è parte del mondo” – ti sarai spesso sentito dire. Tuttavia non hai mai creduto che quello potesse tramutarsi in realtà.

Alzi gli occhi al cielo, ma non vedi niente: né un Dio nel quale credere che giungerà a salvarti, né aerei carichi di turisti; neppure le nuvole ti saranno di aiuto per orientarti. 

Sei in coda adesso, insieme a migliaia di persone, uno sterminato gregge di cappelli di lana e cappotti pesanti per via delle temperature rigide.

Guardi gli occhi dei tuoi figli: sono scurissimi, spaventati, irritati per essere stati svegliati nel cuore del loro sonno fanciullesco. Un cappotto polveroso li tiene avviluppati come un paio di grandi braccia, i loro capelli hanno ancora la fuliggine che ricopre ogni centimetro di pelle.

​Da altre parti, nel mondo, staranno parlando di quelli come voi ammassati alla stazione dei treni. L’esodo che stai vivendo è qualcosa che loro non possono ancora comprendere, tant’è lontano.

Affronterai un lungo viaggio stipato nell’angolo freddo ​di un vagone, e il passaggio da una natura all’altra ti sembrerà qualcosa di mai visto prima.

Stringerai più forte le mani di chi ami perché ora, solo ora, sai quanto siano importanti quei gesti di uso quotidiano che ti sono sempre sembrati banali.

Ripenserai agli errori che hai fatto, alle scappatelle che ti sei concesso per evadere dalla realtà, agli amici che forse non vedrai più, a quell’ultima birra in compagnia del tuo collega.

Da ora in avanti la tua realtà cambierà. 

Nonostante tutto un senso di quiete pervade il tuo animo, un acuto profumo invade le tue narici: è la consapevolezza di ciò che è avvenuto, sfuggendo al tuo controllo. Proprio così, non puoi dominarlo né puoi incasellarlo; sfugge ad ogni percezione, scappa fuori dal recinto in cui avevi posto tutto ciò che ti riguardava.

Forse la guerra serve, in qualche modo, anche a quelli piccoli piccoli come te. Serve per farti comprendere che ciò che possediamo è già di per sé una grande, enorme ricchezza. 

Ti invita a sapere che ci sono cose che non potranno mai e poi mai essere cambiate. Ti costringe ad accettare che un conflitto debba sempre esistere, per reimpostare qualcosa di nuovo.

Quanto dolore per giungere a tutto questo e quante peripezie l’essere umano deve affrontare. Quanta solitudine, anche.

Ora, forse, sei al sicuro. 

Per prima cosa raggiungi il telefono, chiamerai tua madre; è sola da anni in casa, e non può spostarsi perché è ormai troppo vecchia.

Lei ha scelto di restare lì, tra quelle mura che le sembrano più sicure del mondo che sta là fuori. “Resto qui Oleksandr, nella casa dove sei cresciuto” – dice con una punta di consolazione – e una lunga lacrima ti solca il viso.

Forse non la rivedrai più, ma nel frattempo sorridi di gioia nel sentire la sua voce intatta. 

La guerra non serve a nulla, e sarebbe bello se tutto il mondo fosse in pace.

Ma per essere in pace, bisogna desiderare ardentemente di trovare la pace. 

Ora dormi dopo giorni di travagliata inquietudine e di fame e per la prima volta, lo fai insieme ai tuoi bambini. Dormi e speri che domani sia migliore, che venga un accordo a risanare un mondo spezzato, che le nubi si dissolvano di colpo, che tu riesca a sentire di nuovo la voce lontana di tua madre, ancora intatta. 

Letizia Turrà 

In Ascolto: Edoardo Bennato – “A cosa serve la guerra”

Immagini https://www.blind-magazine.com/fr/stories/la-route-de-lexil-dans-les-yeux-des-refugies-ukrainiens/

Parco Nazionale delle Incisioni Rupestri

Museo archeologico delle incisioni rupestri di Capo di Ponte

Il Parco Nazionale delle Incisioni Rupestri fu istituito nel 1955, primo parco archeologico italiano, per la tutela e la valorizzazione di uno dei più importanti complessi di rocce con incisioni preistoriche e protostoriche della Valle Camonica. Si estende su una superficie di 143.935 mq in Località Naquane, sul versante idrografico sinistro della Valle Camonica, tra i 400 e i 600 m/slm.

Al suo interno accoglie 104 rocce, in arenaria levigata dai ghiacciai, incise con alcune delle raffigurazioni più note del repertorio d’arte rupestre della Valle Camonica, riconosciuto dall’UNESCO nel 1979 patrimonio mondiale dell’umanità (sito n. 94 “Arte Rupestre della Valle Camonica”, primo sito italiano iscritto) per l’unicità del fenomeno e per l’importanza del contributo scientifico che lo studio delle incisioni ha apportato alla conoscenza della preistoria dell’Uomo. L’arte rupestre si sviluppò in Valle Camonica tra la fine del Paleolitico Superiore (tra 13.000 e 10.000 anni da oggi) e l’età del Ferro (I millennio a.C.), epoca di particolare fioritura del fenomeno, che perdurò, tuttavia, anche in età storica, romana, medievale e moderna.

Il Parco è stato istituito con il fine di tutelare, conservare, valorizzare e promuovere la conoscenza del patrimonio d’arte rupestre. Inoltre, come luogo della cultura, secondo la definizione del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio (D.Lgs. 22 gennaio 2004 n.42, art. 101, c. 2, e: “parco archeologico”, un ambito territoriale caratterizzato da importanti evidenze archeologiche e dalla compresenza di valori storici, paesaggistici o ambientali, attrezzato come museo all’aperto), è destinato alla pubblica fruizione ed espleta un servizio pubblico (art. 101, c. 3). Oltre al vincolo archeologico, esiste anche un vincolo paesaggistico, istituito con Decreto Ministeriale del 14.04.1967.

Il Parco è di proprietà statale ed è gestito dal 2018 dal Polo Museale della Lombardia, organo periferico del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo, che a seguito del DPCM n. 169 del 2 dicembre 2019, è stato denominato Direzione regionale Musei della Lombardia.

Il parco riporta incisioni che partono da 12 mila anni fa. Le culture che qui si sono susseguite hanno inciso su queste meravigliose pietre di arenaria i momenti di vita quotidiana ritraenti la caccia, le offerte agli Dei, la battaglia, le processioni e la costruzioni di ruote e carri.

http://www.parcoincisioni.capodiponte.beniculturali.it/

Rosa camuna
Angelica e l’unica Rosa Camuna visibile a cielo aperto che siamo riusciti a trovare (tutte le altre si trovano nei musei per questioni di sicurezza, ci hanno spiegato).

Siamo stati a Tokyo! Le botteghe di Tokyo – Milano

Andare a Tokyo in giornata, e poi la sera tornare nelle vostre amate case?

Sembra impossibile ma in realtà è quello che è accaduto a noi ieri!

A Milano nel favoloso Spazio Tenoha (Via Vigevano, 18) è stata da pochi giorni inaugurata la mostra “Botteghe di Tokyo Exhibition”, una passeggiata tra i vicoli della città dai due volti: quello diurno, nel quale la vita lavorativa piena di fardelli e preoccupazioni occupa gran parte dell’esistenza del popolo giapponese e quello notturno, in cui Tokyo disvela la sua parte proibita e le solitudini si mescolano tra loro fino alle prime luci del mattino.

La mostra, visitabile fino al 27.03.2022 è gratuita, e ospita al suo interno le illustrazioni ispirate dall’arte di Mateusz Urbanowicz, illustratore polacco che ha fissato il suo studio proprio a Tokyo, una città che ha amato al punto da dipingere le sue botteghe storiche e antiche che sono il fulcro di questa esperienza nel quale lo spettatore verrà immerso. Vi basti pensare che prima di entrare troverete una hostess che vi condurrà all’ingresso dell’aereo e in pochi minuti sarete nell’aeroporto di Tokyo; pochi passi ancora…ed eccovi a Tokyo!

L’ospitalità e la dedizione verso il cliente sono alla base della cultura orientale, che in Giappone viene definita “Omotenashi“.

Una tappa obbligatoria sono i ristoranti che lo spazio offre con ricche proposte giapponesi, e piatti tipici (abbiamo optato per il pollo fritto in una tempura leggerissima e un Chirashi – un piatto a base di riso, verdure e pesce crudo freschissimo); per gli amanti del Ramen c’è anche un ristorantino più piccolo accanto all’ingresso che prepara questa deliziosa specialità.

Inoltre potrete acquistare dei prodotti alimentari e anche oggettistica nel Tenoha Shop (prezzi altini, ma vale la pena dare un’occhiata)!

Vi consiglio di fare una visita qui se passate per Milano, o se già come noi ci vivete.

Buon viaggio!


東京でお会いしましょう!
Tōkyō de o ai shimashou!

Letizia Turrà

Credits foto: Letizia Turrà (Gennaio 2022)

Dalla bottega di biscotti, alla sartoria storica, al negozio di vini e alcolici Nakajima Saketen situato nel quartiere di Mejiro-dai dal 1936.
La bottega spicca nettamente per il moderno frontone e per il colore rosa pesca. Come molti negozi anche qui troviamo la tettoia di plastica che molti negozi usano per proteggere i balconi e i parcheggi, creando un effetto visivo colorato.


C’è anche Fellows, un rinomato ristorante di Hamburger a Omote-sando davanti a cui c’è sempre una lunga fila di clienti. Aperto nel 2011, è ospitato in un edificio dell’architettura risalente agli anni ’80. All’esterno dell’edificio si trova un vecchio frigorifero su cui sono posati molti vasi e piante.
Negozio di fiori giapponese

Pensiero del giorno #1301


I rapporti umani sono così dannatamente imperfetti e sopravvalutati.
In ogni momento ci preoccupiamo di fare il bene di qualcun altro, e poche volte il nostro.
“Mi starò aprendo troppo?”
“Soffrirò se mi dono più del dovuto?”
“Starà con me ma penserà ancora a qualcun altro?”
“Mi amerà nonostante i miei chili di troppo, o i miei difetti? “
Non facciamo che porci le stesse domande.
Cambiamo in direzione degli altri, pretendendo che ci completino, e poi ritorniamo ad essere gli stessi di prima, con i medesimi dilemmi, al termine delle delusioni.
Credo che dovremmo contare sugli altri il meno possibile.
Stare al fianco di qualcuno, è di gran lunga meglio che dipendere da quest’ultimo.

Letizia Turrà

Il cimitero di Staglieno, tra leggende e misteri.

Il cimitero di Staglieno deve la sua fama non solo ai vari poeti, scrittori, filosofi (tra i molti Mark Twain, Ernest Hemingway, Friedrich Nietzsche, Guy de Maupassant) che ivi si sono avvicendati parlando di questo luogo misterioso e meraviglioso e alle celebrità qui sepolte (le più note Giuseppe Mazzini, Fabrizio De Andrè, Nino Bixio, Mary Costance Lloyd – moglie di Oscar Wilde e molti altri).

Il cimitero di Staglieno inaugurato il 1° gennaio 1851, si erge su una vastissima superficie di 30 ettari (un’area di 330.000 m2) ed è un esempio di architettura e scultura funebre unico in Europa.

Statua raffigurante “Il tempo”

Molte sono le storie e le leggende qui racchiuse, visibili nei volti di personaggi enigmatici e “congelati” nel tempo da preziosi marmi di un bianco candido, ormai divenuto cinereo per via dello smog e l’incuria che queste preziose opere hanno subito nel corso dei decenni.

D’altronde occuparsi di queste statue è un compito arduo e costoso, e in molti casi gli eredi dei sepolti si sono ormai estinti da tempo.

È un vero peccato, ma una visita qui è assolutamente raccomandata non solo per gli amanti dei cimiteri come la sottoscritta, ma anche per scrittori, poeti, scultori, disegnatori che qui potranno trovare uno stimolo per le loro forme d’arte.

Nei 7 km percorsi ho potuto ammirare simboli, materiali di pregio, figure misteriose, dediche poetiche che straziano il cuore e racconti di vita collegati a quei personaggi, come nel caso della “venditrice di noccioline”, al tempo Caterina Campodonico, una donna vigorosa e fin troppo indipendente per l’epoca (parliamo del 1881).

Vi basti pensare che fece realizzare la sua statua da uno degli scultori più famosi dell’epoca, Giovanbattista Vigo, al quale commissionò il lavoro per una cifra astronomica, mai quantificata. Proprio lei, che era analfabeta e una venditrice di noccioline e canestrelli.

Sebbene fortunata perché sarà ricordata per l’eternità grazie alla statua che da decenni è la più visitata e sorprendentemente reale e definita del cimitero di Staglieno, non si può dire lo stesso per i sentimenti: fu sposa di Giovanni Carpi, un fannullone e ardente bevitore che la malmenava. Caterina pagò letteralmente la sua libertà, consegnando all’uomo 3000 franchi affinché la lasciasse libera di proseguire la sua vita senza di lui.

A quel tempo l’avvenimento destò scandalo tra parenti, e sgomento fra i compaesani. Come poteva una donna da sola, senza la protezione di un marito, cavarsela e riuscire a creare un impero economico di tale portata (dai nipoti era definita “a lalla ricca” – la zia ricca).

Quando ebbe problemi di salute, gli stessi parenti anziché accudirla litigarono per la sua eredità. Ma Caterina, fortunatamente, non morì in quella circostanza. Fu così che nacque la statua che oggi si trova nel Porticato Inferiore a Ponente commissionata dalla stessa al famoso Vigo. Si resta impressionati dalla veridicità di questa figura marmorea, non intaccata né dalla polvere né dal tempo, che pone il suo sguardo severo sul visitatore. Sembra quasi che sia lì a ricordarci che fermezza e determinazione uniti ad una grande forza di volontà fanno sì che ogni problema e pregiudizio del mondo vengano spazzati via.

E di pregiudizi Caterina dovette subirne molti, la sua tomba è infatti posta poco al di fuori delle più ricche e sontuose che si trovano all’ingresso nell’area principale; fu quasi uno sfregio per chi possedeva il titolo nobiliare dover tollerare che il suo spazio fosse condiviso con una venditrice di noccioline, umile e anche troppo indipendente (ricordiamo che all’epoca una donna che sceglieva di vivere senza la protezione e il sostentamento economico del proprio marito rappresentava uno scandalo inammissibile). Sul suo conto aleggiano ancora pettegolezzi che alcuni considerano leggende: pare che Caterina avesse ereditato quel gruzzolo da attività illegali, quali l’usura.

Ma questa è un’altra storia.

Qui non giace solo la ormai famigerata Caterina.

Nella sezione del cimitero inglese, infatti, troviamo anche la moglie (e madre dei due figli) di Oscar Wilde, Mary Costance Lloyd, morta a soli 39 anni per un’occlusione intestinale.

Di molti altri non si conosce la storia precisa, la si può solo intuire dalle statue incredibilmente realistiche e rifinite nei minimi dettagli. Sembra quasi di poter condividere la sofferenza di coloro che piangono il loro defunto, quasi sempre collocati alla base della tomba, sconsolati e tristi.

Il celebre Giuseppe Mazzini giace accanto alla madre Maria, sepolto sotto una tomba monumentale scavata nella roccia e posta in uno dei punti sopraelevati accanto ad alcuni dei Mille che con lui fecero la storia d’Italia (Settore E, Tomba numero 4, ma troverete le indicazioni per arrivarci).

Anche il poeta e cantautore Fabrizio De Andrè trova riposo qui, tra alberi secolari e vicoli che si snodano nel vento.

Molte storie colpiscono il cuore, come quella della piccola Entella Contini, morta a 9 anni divorata dalle onde con il suo salvagente lasciando i genitori colmi di dolore che qui apposero queste parole: “A 9 anni mentre andava alla carezza dell’onda e folleggiando sorridea alla vita”.

La piccola Entella Contini morta il 22 luglio 1921.

Tante storie di uomini gloriosi, donne, bambini, e persone qualunque senza memoria. Tutti esseri umani, con le loro debolezze e le sfide di una vita quotidiana molto dura, che molti di noi ignorano.

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Qui si può osservare cosa significasse il trapasso glorificato ma temuto, la morte che porta dietro di sé storie di dolore e sofferenza che tutti, ricchi o poveri, ci ritroveremo ad affrontare per forza di cose.

Serve a ricordarci che siamo tutti uguali davanti alla morte.

Non esiste ricchezza né monumento funebre che ci renda diversi (o maggiormente meritevoli) davanti a lei.

Letizia Turrà

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Image credits: Letizia Turrà, Cimitero di Staglieno, dicembre 2021.