Odette

Risultati immagini per natalia drepina

 

Nei giorni che precedettero la morte di Odette, le nuvole fluttuarono nel cielo come batuffoli di ovatta.

Quel che riesco chiaramente a ricordare è che smisi improvvisamente di sentire l’odore della morte e anche mia madre divenne priva di odori.

Niente più ricordava la sua figura di megattera. Era ora appassita, sbiadita, come una foto sovraesposta dai contorni bianchi e bruciati.

Una gracile farfalla che non volava più, ma tornava alla sua natura legata agli abissi più profondi, che per tutta la vita l’avevano attesa.

Jonas pianse tanto come non l’avevo mai visto fare.

Mi stupì vedere quanto un uomo può soffrire quando deve separarsi da ciò che ama.

Noi non accettiamo di perdere, mai. Sviluppiamo un senso di appartenenza con i nostri affetti più stretti, che ci inducono a pensare che non finirà mai il ciclo di quel sentimento.

Ed invece anche una donna grande come la mamma se n’era andata ed insieme a lei la sua energia più profonda.

Dopo poche settimane io e mio fratello completammo la casa sull’albero, senza dirci nulla. Non una parola sull’accaduto, e non certo perché non avessimo argomenti. Solo che qualsiasi dialogo avrebbe rovinato quella costruzione che era diventata più l’edificazione del nostro rapporto, che un ammasso di legni posti di fronte a un fiume su un albero secolare.

Preferimmo lo stesso silenzio con il quale avevamo scelto quell’albero, silenziosamente, fra tanti. O forse fu lui a scegliere noi, proprio come il destino sceglie di darti una madre che poi ti strapperà dalle mani troppo presto.

Non eravamo pronti a restare da soli; forse in fondo nessuno lo è mai per davvero.

 

Letizia Turrà, 2019

Ph: Natalia Drepina

Annunci

Ama impetuosamente, Senti forsennatamente, non c’è altra vita.

 

Risultati immagini per SERGIO CLAUDIO PERRONI NATALINO RUSSO

 

Parlavo proprio ieri del suicidio.

Eravamo a tavola, di fronte a un piatto di pollo ripassato in padella e quasi ridevo al pensiero del rimescolio di quegli avanzi del pranzo riproposti come talvolta ti si ripropone la vita: rimestata insieme ad altri ingredienti che te la fanno apparire come nuova e più gustosa da assaggiare.

Nel banchetto della vita ci finiamo tutti prima o poi, volenti o nolenti; è il gioco violento e meschino degli eventi.

Tenevo un libro sul tavolo; un libro che amo, uno di quelli che ogni volta che ne apro anche solo un lembo, sembra avere il potere di rispondere ad ogni mia domanda interiore.

Mia sorella mi chiede incuriosita di chi sia quel libro.

«È di Sergio Claudio Perroni» rispondo stizzita, quasi con la pretesa che lei sappia chi è.

Sbarro gli occhi, per un attimo mi rendo conto che forse alcune persone e le loro parole appartengono solo a noi; anche Sergio, forse, apparteneva solo a me che ritrovo nei suoi scritti un significato immenso alla stregua di un macigno, inaccettabile da mandare giù.

Le racconto di una conversazione avuta con lui lunga appena quattro righe su Messenger, nella quale mi ringraziava per il fatto di condividere i suoi scritti e mi chiedeva con tono canzonatorio di citare anche il titolo dell’opera per invogliare il lettore a ricercarla. Poche frasi, asciutte e gentili seppure affilate. Scopro dalle parole di quanti lo conoscevano intimamente, che era solito esprimersi così con chiunque incontrasse.

Le racconto di come si è tolto la vita e quasi non riesco a trattenere l’emozione, come se quello morto fosse un amico che conoscevo da tempo.

Così il discorso si complica; il cibo in bocca muta in sapore e assume un tono più bruciante; la forchetta viene da me abbandonata sul tavolo perché voglio, devo leggerle le parole scritte nel libro “Entro a volte nel tuo sonno” che tanto ha attirato la sua attenzione.

Veniamo entrambe catturate da quel turbinio di parole semplici, pulite e profonde, taglienti e al contempo sananti.

Sergio si è sparato. Si era recato nel solito bar celando all’interno del cappotto leggero una pistola.

Non lo ha fatto per vigliaccheria, ne sono certa. E non lo ha fatto in modo tradizionale, bensì di fronte a persone ignare di quanto un dolore possa toccarti nel profondo se non ti riguarda direttamente. Così si è ucciso nel centro della città dove risiedeva di fronte ai passanti, in pieno giorno.

Perché abbia scelto di farlo così non mi viene neppure da chiedermelo. Forse perché io lo comprendo, so cosa significhi sentirsi “diversi” tra la gente che vive di luoghi comuni e di credenze tra una parola di speranza e un agnosticismo pedante.

E se servisse compiere un gesto così estremo per risvegliare la massa dormiente che pensa solo a sé, incurante di quanto la circonda? Se quel colpo di pistola quel giorno non abbia davvero cambiato il mondo interiore di qualcuno, consentendogli di vedere al di là del proprio modo di vivere? Se non fosse anche quello di Sergio un invito a VIVERE davvero?

Chissà a cosa deve aver pensato poco prima di premere il grilletto; quello è il pensiero che mi lacera.

Per me è ancora vivo, solo che non ha lasciato fare alla vita come disse una volta in un’intervista. Ha scelto lui per sé e un po’, forse, anche per lei.

Sono passati molti giorni, e per me è come se non fosse morto. Non credo possa morire mai qualcuno che ha saputo donare così tanto agli altri attraverso i suoi scritti.

E con una punta di invidia leggo gli articoli di quanti lo hanno conosciuto, hanno lavorato con lui o hanno avuto l’opportunità di fotografarlo, come nel caso di Natalino Russo.

Qui il link con il suo ricordo di quei momenti.

http://www.natalinorusso.it/web/sergio-claudio-perroni/?fbclid=IwAR2ASi44RqnN_bQzjuSU5-nEL1qsYnB5IltY1G9oBXFCB_2u2HAeqx2Cwb8

«Forse a chi si toglie la vita manca Dio», mio marito asserisce mentre mi aiuta a caricare la lavastoviglie.

«Non credo che sia questione di Dio. Molte persone non ne hanno bisogno per tutto il corso della loro vita». Rispondo schiettamente.

Prima di andare a letto ieri sera ho riposizionato il libro al solito posto, in cima ai miei libri preferiti, pronunciando dentro di me una piccola preghiera, conscia che potesse anche non servire a niente.

Ciò che desideravo era che arrivasse a Sergio la mia comprensione, la pace di cui tutti necessitiamo, e la mia stima come lettrice, prima ancora che come autrice.

Chi scrive non muore mai per quanto mi riguarda, come ciò che ha scritto di suo pugno, che resta in eterno.

Letizia T.

Link per il libro: https://www.amazon.it/dp/B078XFJTHK/ref=dp-kindle-redirect?_encoding=UTF8&btkr=1

Oggi voglio brindare!!

 

3C17999B-40DA-4E7D-A859-748305C93199.jpeg

Oggi voglio brindare come una sposa nel giorno della sua cerimonia.

Brindo perché sono trascorsi tre anni intensi da quando ho aperto questo spazio che definisco ormai il contenitore delle mie emozioni.

Ché se c’è una cosa della quale sono sicura è che se ogni giorno qualcuno incappa sul mio Blog potrà scoprire che dietro vi si cela una persona come tante altre, che scrive per persone come lei, percependo lo stesso dolore e la stessa gioia.

Oggi festeggio 30.000 visualizzazioni di questo spazio nell’etere, un numero che mi ricorda che seppure piccola nel mondo, con le mie parole la mia voce ed in alcune circostanze la mia presenza, sono riuscita a entrare nel cuore di alcuni di voi.

Qual è la ricetta migliore per un Blog di successo? Me lo chiedono in molti, soprattutto amici e conoscenti che mi vedono fare un sacco di cose.

Rispondo: Un blog non è un’esperienza che si pratica da soli. Scrivi per un utente esterno e prestare attenzione a ciò che comunichi è fondamentalmente imprescindibile. Dopo aver ricordato ciò, è essenziale anche ricordare di essere se stessi, sempre; non avere paura dei condizionamenti esterni; essere pronto e aperto ai fallimenti nella vita di tutti i giorni; uscire spesso dalla propria comfort zone sperimentando cose nuove; consolidare il rapporto con i tuoi lettori; entrare a far parte della vita di chi incontri con ogni singolo tuo organo, cuore compreso.

Ultimo (ma non meno importante eh), la costanza e la resistenza, che premiano nel corso del tempo.

Sì, la resistenza. Perché nei momenti bui della vita comprendi che resistere equivale praticamente a sopravvivere quando gli altri si sentiranno morti per aver usufruito prima di effimere sollecitazioni da parte del mondo esterno mentre tu no, e costanza perché solo praticando quotidianamente e allenando la mente a incamerare concetti e cultura, potrai cogliere qualche piccolo frutto dal tuo “orto”.

Quindi GRAZIE, grazie a voi che seguite il Blog; grazie ai lettori che aiutano i miei romanzi a spostarsi qualche centimetro più in là; grazie a chi collabora con me nel mondo musicale che non ho mai abbandonato e grazie al quale posso sentirmi davvero viva; grazie agli amici, quelli veri, che fanno parte della mia vita e la rendono degna di essere vissuta; grazie alle persone che non vedo più perché non le ho mai dimenticate anche se non glielo dico; grazie alla mia famiglia che sostiene ogni mio passo, lungo o breve possa essere.

Grazie a quegli amici che ci hanno lasciato da poco, perché il vuoto che ora sembra esserci ha creato precedentemente un “pieno” con la loro presenza che ha costituito un valore aggiunto nella mia vita.

E a te che mi leggi dico: Rimani te stesso, le difficoltà giungeranno solo per fortificarti poiché nulla può essere distrutto a meno che non sia tu a deciderlo.

Usa i tuoi doni per aiutare il prossimo, invoglialo a credere in sé. Scoprirai che l’autostima è la chiave di ogni cosa.

Amarsi prima, per poi amare gli altri.

Ti abbraccio, Letizia T.

Un libro per il suicidio giovanile

24 passi copertina.jpg

 

Sono felice di annunciare che c’è in serbo una bella novità editoriale della quale farò parte come autrice emergente (con una casa editrice, dunque), insieme a un team di validissimi autori!

A breve, sarà nelle migliori librerie e stores on-line il libro “Ventiquattro passi”; iniziativa editoriale che vede la collaborazione tra l’associazione StayAleeve – gruppo non-profit che lotta contro la depressione, l’autolesionismo e il suicidio -, lo scrittore/regista Marco Paracchini – Storytelling & Video Produzioni (Autore del testo “BondAges”, la monografia su James Bond) – e la Casa Editrice Undici Edizioni.

Un progetto che riunirà scrittori già noti nel panorama artistico ed emergenti provenienti da tutta Italia; più di un genere, più di uno stile per arrivare a tutti i lettori. Un prodotto fortemente voluto dalla StayAleeve perché volto a sensibilizzare sul delicato tema del suicidio giovanile.

La Onlus, fondata a Novara da Alessandro Buffelli e Vittoria Avogadro, incoraggia, informa, ispira e investe sulla sensibilizzazione dei malesseri psicologici moderni e si rivolge soprattutto agli adolescenti con incontri nelle scuole ed eventi cittadini; conta volontari formati e attivi di età compresa tra i 17 e i 22 anni, con propensione all’espansione.
Preziosa la partnership con il già citato Paracchini, storyteller recentemente ospitato a MilleeunLibro – Scrittori in tv – che ha curato personalmente “Ventiquattro passi”.

Nell’antologia, troverete:

Paolo Fittipaldi – autore della nota sit com Camera Cafè e di “Vorrei un tatuaggio color carne” (Mondadori) -,
Lapo Ferrarese – scrittore horror -,
Ferdinando Pastori – con all’attivo altri 3 libri -,
Roberto Pezzolato – regista –
Massimo Soumaré – traduttore di manga –

e, ancora,

Luca Angioli,
Valeria Di Tano,
Giulia Frigerio,
Michele Frisia,
Roberto Gallaurese,
Carla Greco,
Riccardo Iannaccone,
Marco Miglietta,
Antonella Mollia,
Valerio Moggia,
Alessandro Ricci,
Isabella Roattino,
Matteo Severgnini,
Irene Spagnuolo,
Erica Tassone,
Letizia Turrà.

 

Mi auguro questo libro possa rappresentare un valido aiuto non solo per i ragazzi, ma anche per i genitori, a volte soli durante la delicata fase dell’adolescenza.

Per info sulla casa editrice: http://www.undiciedizioni.it/

A presto, Letizia T.

 

 

 

 

Se ci penso bene…

 

30-o-acossado.jpg

 

Ché se ci penso bene, in amore avrei voluto essere in un’altra maniera.
Mi ero ripromessa che sarei stata quella strafottente, quella indipendente, quella tutta d’un pezzo e sempre pronta alla lotta.
Invece poi mi sono ritrovata ad attendere una telefonata, ad avere smisurata pazienza, a piangere lacrime su quella piantina dapprima piccola che era l’amore, col solo scopo o la speranza di vederla diventare sempre più grande.
Succede così: un giorno ti alzi e capisci che l’amore ti ha rincoglionito, ti ha reso quasi ridicola, imperfetta, estranea persino a te stessa ma non per questo meno preziosa.
E quando incontri qualcuno di vero e di essenziale per te, sai anche che l’amore formale è la più grande bugia che ci si possa raccontare.
L’amore non ha a che fare con la condivisione dello stesso letto né dello stesso tetto; oh no, sarebbe semplice se così fosse.
Ho visto persone dividere tutto ciò che gli apparteneva strettamente ma farlo con sopportazione, quasi fosse una costrizione, nel nome di un vincolo.
Nulla a che vedere con i sentimenti o con il tanto bramato “amore”.
Ho visto più amore laddove non c’era la possibilità di potersi vivere ogni giorno; ho visto più amore in due persone che si parlavano per un’ora custoditi fra le mura di un bar mentre con dialoghi semplici e pieni di sincerità, esprimevano la voglia di essere ascoltati; ho visto amore nella paura di smarrirsi, senza comprendere che l’amore è attesa, perseveranza, costanza, e necessità di perdersi senza però mai sentirsi perduti.

Letizia Turrà

ph: Jean-Luc Godard

Avere fame d’amore…

 

love.jpg

 

Avere fame dell’altro eppure non poter mangiare come e quando si vorrebbe; avere la necessità di abbandonarsi a qualcosa di reale in un mondo virtuale; avvertire la nostalgia anche quando la vita è pregna di nuove e avventurose cose.

Ho sempre pensato che l’amore rappresenti anche questo: qualcosa al quale ti aggrappi tenacemente come la natura all’albero, il cucciolo d’uomo al seno materno, le labbra alla saliva, il sesso al corpo, l’intimità al pregiudizio, il pensiero all’eterno sperare.

 

Letizia Turrà

Il senso sopra a ogni altro…

 

ph: Alessandro Pagni, “Lultima glaciazione”

 

Il sibilo delle labbra inumidite stringono i fianchi della sigaretta.

Rivivi un pomeriggio, avviluppati in uno spazio che è più di un talamo: è un bisogno che vede due corpi distratti per il mondo esterno unirsi nella penombra di una stanza sconosciuta prima di allora.

Lame di luce tentano di entrare dalle persiane semichiuse; il sole è quasi infastidito dalla mancanza di spazio.

Ti volti a guardare quel raggio sottile che quasi infimo si insinua tra le pieghe della tua carne.

Quelle micro particelle si posano sulle gambe, poi sui seni, infine sul corpo di lui. Solo tu puoi vederle, solo tu le percepisci; neppure lui ne comprende l’importanza.

Nessuno sa di voi, rintanati lì, intenti a respirare ogni cosa: i rumori in lontananza, il ritmo del respiro, il pulviscolo che risuona a pochi centimetri sopra i vostri corpi, che balla nella luce come carta portata dal vento; i tuoi lunghi capelli rossi che ricadono sul suo petto imperlato di sudore; le labbra che non si abbandonano; dei “ti amo” urlati e altri sussurrati che non vogliono finire; la paura della morte che avverti nello sterno; il bisogno di nutrirsi ed essere nutriti.

Un nutrimento composto di umori, odori, piccoli e immancabili gesti e conversazioni perdute racchiuse fra le dita; la bocca, la lingua, la saliva, le braccia protese verso il soffitto della stanza; le ascelle come incavi sicuri, certi.

La linea che trascina come fosse fame, per poi finirti dritta in gola.

«Come si può dare un nome a tutto questo?» la tua voce sempre corposa, ora trema come un fuscello sospinto dal vento.

«È il senso sopra a ogni altro…».

Le sue parole capovolgono ogni tuo dubbio.

Lo abbracci, i brividi si espandono. Sai che è solo questione di attimi, l’onda ripartirà, travolgendovi nuovamente.

In sottofondo, nella stanza:

Letizia Turrà

 

L’amore incompiuto…

 

Edouard Boubat
ph: Edouard Boubat

 

Quando lo vidi lì, fermo sui gradini gelidi di quella che sarebbe dovuta essere la nostra casa, compresi subito che era stato uno sbaglio trattenere tutto quell’amore così come si vorrebbe trattenere il pianto in un palmo di mano.

Avevamo arrestato gli anni, il tempo, le stagioni sulle nostra ossa erano progredite come i rami di un albero, continuando a produrre foglie che ora pian piano cedevano il passo alla strada che avevamo percorso lontani, impassibili.

Mi fu chiaro che lo avevo sempre amato, e che lo avrei aspettato sempre, anche se questo si sarebbe tradotto nell’invecchiare precocemente di solitudine.
Nessun suono accompagnò i miei passi, tranne le sue mani tese in direzione della mia giacca.

La tirò a sé, la strinse creando delle pieghe languide; mi tirò con la prepotenza di chi desidera accorciare le distanze; non potevamo annullare la sua presenza, quella della distanza; potevamo solo avvicinarci per accondiscendere il dolore.

Solo quando mi baciò la mia sete si placò; fummo pelle, saliva, labbra, sangue dello stesso sangue, brividi coscienti. Eravamo nostalgia, braccia che si congiungevano.

Come può consumare le membra l’amore quando è incompiuto, quando l’unico fuoco che conosci è proprio quello a cui non puoi permettere di bruciarti.

Letizia Turrà

Gli scrittori scrivono, ma poi che ne sanno della realtà?

 

Gabriel Isak – Le Voyage bleu BIS
“La morte non è l’opposto della vita, ma parte di essa”.

 

Il titolo può sembrare contraddittorio visto che a dirlo sono io che scrivo da sempre praticamente, e uso le parole per gli intenti più svariati.

Tuttavia, ci sono cose che non potrai prevedere contenute nella vasta bellezza di questa vita, a volte spietatamente spavalda e sopraffacente.

Ad esempio, non puoi prevedere di scrivere un racconto che parla di suicidi giovanili, che finirà in un’antologia che verrà pubblicata ad aprile e che un bel giorno ti ritroverai a vivere in prima persona o molto da vicino sulla tua pelle quell’esperienza.

G. era una ragazza di 16 anni, come molte altre: figlia unica, occhi brillanti, faccino pulito, una famiglia che la venerava.

Si è tolta la vita giovedì scorso usando la pistola del suo papà.

Ha lasciato la nostra comunità sgomenta; la mamma e il papà straziati dal dolore con grande umiltà ieri hanno partecipato alla camminata per il paese organizzata dai suoi amici più cari e coadiuvata dalla partecipazione di gran parte della nostra comunità; ragazzi come lei, disorientati e storditi perché G. si è tolta la vita senza dare alcuna spiegazione a nessuno, e senza lasciare un biglietto che espletasse le ragioni di un gesto estremo. Sui Social aveva solo espresso la sua volontà di conoscere cosa c’era nell’aldilà – così dicono i giornali.

Non sapremo mai cosa è avvenuto davvero nella mente di G., né sapremo mai come possa un genitore sopravvivere a un figlio senza desiderare di raggiungerlo al più presto.

So soltanto che da madre mi sento devastata, addolorata e che un dolore così forte, è ingiusto, amaro, impossibile da accettare.

Ieri sera nel silenzio più sordo e surreale le nostre scarpe hanno divorato le strade buie e ammaccate del nostro paesino, un territorio popolato da circa 3800 abitanti, dove sono moltissimi i giovani che spaesati a volte non sanno dove andare.

Così l’isolamento si fa grande, l’uso spropositato della tecnologia aumenta ancora di più il senso di insicurezza, i genitori faticano a stare dietro ai figli perché lavorando stanno fuori casa quasi dieci ore al giorno.

Nel frattempo l’adolescenza arriva e coglie impreparate alcune giovani menti. Ci si ritrova spesso a sentirsi inadeguati per quel che non si possiede rispetto a un altro, per l’andamento scolastico a volte vacillante, per le amicizie che dall’oggi al domani non ti considerano più parte del “branco”, per i pettegolezzi innescati riguardo al tuo aspetto, per un amore non corrisposto, per i brufoli che si affacciano sulla tua fronte mettendo in risalto i tuoi difetti, per il bullismo di chi anziché parlarti usa la violenza fisica e verbale, si arriva anche a desiderare di farla finita perché quella sembra essere l’unica via di uscita.

Devo ammettere che ieri sotto quel manto immenso di stelle che ricopriva le nostre teste basse ho ripensato alla mia adolescenza, molto difficile anche per me, in cui mi sono sentita proprio come G..

Ieri sera decine di lanterne si sono sollevate in aria, pronte a volare per diventare stelle. Chissà se G. ha sorriso nel guardarle; voglio sperare di sì. Nel nostro comune è stato indetto il lutto cittadino per la giornata di oggi.

Intanto rifletto sull’ineluttabilità della vita, colma di bellezza ma anche tanto, tanto dissapore.

Ho depositato in cantiere 70 pagine di un romanzo in cui parlavo di una madre che perde la figlia.

Sono certa che lo riprenderò, ma non ora.

In questo momento mi sento disarmata, devo riflettere sul fatto che una cosa è descrivere con la fantasia un dolore; ben altra cosa è viverlo così, quotidianamente, mentre quella sofferenza consumerà ogni fibra di te senza che tu sappia quanto sarà in grado di distruggerti e in quanto tempo tutto ciò avverrà.

Il silenzio credo che sia la cosa più giusta da attuare, ora.

A presto, Letizia T.