Voglio essere come la natura

Avrei voluto essere come la natura: comprendere quando il ciclo di qualcosa si è interrotto ed è ora di passare oltre.

Invece mi ritrovo intrappolata nel volere rivivere lo stesso ciclo di stagioni, come se il sole dentro me potesse o non dovesse tramontare mai.

Proseguo ignorando volontariamente il fatto che questo tempo sia passato, anche per me; io rivoglio le cose di prima, le energie di un tempo e i brividi scaturiti da certe carezze. Rivoglio, ma non posso pretendere, è questo il dato allarmante.

La mia primavera è sfiorita ma le mie radici non vogliono mollare, non vogliono lasciarmi andare; non posso vedermi andare via.

Voglio essere natura che ritorna, procrea, diventa indimenticata anche quando sfiorisce, amata anche quando il raccolto non sia stato propizio.

Letizia Turrà

ph: Augusto Dal Porto (Milano, 2020)

Pensiero del giorno

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Chi supporta gli altri, ha avuto più volte la sensazione di cadere nel vuoto.

Chi gioisce per quello che accade, ha sofferto molto di più di quanto osiate immaginare.

Chi offre spesso il suo aiuto e salva gli altri dal precipizio, è il primo ad aver desiderato di farla finita, ma non ha mai avuto il coraggio di dirlo per la paura del giudizio altrui.

Chi fa sentire grande gli altri, è perché dentro sé ha pensato più volte di non essere abbastanza.

Il bene di persone così non andrebbe mai sottovalutato: la loro volontà è ferrea, e il loro amore perpetuo.

Letizia Turrà

Sulla giostra.

Certi giorni mi sento come se stessi su una giostra, solo che ho scelto il momento sbagliato per prendere la corsa; non ho neppure pagato il biglietto, quindi non dovrei essere lì.

Cerco di scendere ma scendere è impossibile, il vorticare e le vertigini attirano la mia mente ancor più della paura e del dolore.

Vorrei tornare a quando ero bambina, emozionata all’idea di un volo leggero e di un cielo limpido, sotto il quale stare.

Da lì potevo vedere e toccare le stelle, le stesse che un giorno furono casa mia.

Vorrei tornare sulle giostre di un tempo, per poter sentire ancora la tua voce.

Letizia Turrà

Vorrei tornare a ieri.

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Vorrei immergere i piedi nell’acqua fredda; vorrei realizzare tante cose; vorrei essere più me stessa e meno me stessa; vorrei fotografare di più; parlare di più con persone che parlano di meno; voglio una casa piena di azulejos; voglio passeggiare in un bosco che mi faccia dimenticare del tempo ch’è appena passato.

Vorrei ricoprire la mia casa di fiori; gioire della mia felicità mescolandola a quella di altri; vorrei che la vita si fermasse come un’istantanea Polaroid; vorrei avere un orologio per sapere che ora è e una bilancia, per sapere quanto peso; vorrei quindi non dover passare il tempo a pesare le parole che dovrei usare per compiacere gli altri ignorando quanto dovrei e vorrei compiacere me stessa.

Vorrei essere un aquilone per volare solo quando c’è vento; per muovermi solo quando c’è necessità di muoversi; per spostarsi solo se qualcuno decide di mettermi sottobraccio quando esce.

Vorrei essere ortolana, ingegnere, studiosa, ricercatrice, archeologa, poetessa, scrittrice, saggia. Ma non per passione, per mestiere; qui sembra che se non segui il mestiere, poi alla fine è come se non avessi realizzato nulla.

Vorrei rivivere una quarantena interiore; quella attuale ha modificato il mio interno, radicalmente; mi ha cambiato le idee; ha frantumato molte delle mie certezze; ha rafforzato quelle poche che sento di possedere; mi ha fatto scendere dal piano di sopra in cui abitavo fino alle cantine, sottraendo alla mia volontà un gran numero di supposizioni e pregiudizi.

Vorrei tornare a ieri mattina: un uccellino era rimasto impigliato nella rete tra i miei pomodori; l’ho liberato e ancora stordito l’ho condotto all’esterno vicino alle siepi; mentre lo facevo gli ho cantato una melodia improvvisata; ero altrove; la melodia proveniva da un altrettanto Altrove; mi sono sentita in pace; l’uccellino mi ha ringraziata con lo sguardo.

Vorrei vivere senza la foga di avere sempre qualcosa che ho dimenticato di fare; vorrei vivere senza la paura di arrivare un giorno a non volere più leggere né scrivere; non voglio diventare disillusa come molte persone che conosco; non voglio combattere per imporre la mia come molte persone che conosco, perché non mi serve; voglio sentirmi leggera e permettermi anche di non dire ad alcuno come mi sento; vorrei incontrare qualcuno come me per poi allontanarmene, come qualche volta è accaduto.

Vorrei incontrare persone che dichiarino apertamente di essere un fallimento e di sentirsi alienate, a volte, come accade anche a me; e magari incontrerò qualcuno che comprenderà che tutto il mare di parole che scrivo non sono casuali, ma da interpretare e portare in tasca come fossero accendini che dimentichi volutamente di avere, quando scrocchi la sigaretta a un altro per via del tuo universo insolente, e lo fai in cerca di un rapporto umano; ti interessa solo poter rivolgere lo sguardo alle sigarette facendo cadere in basso gli occhi per poi rialzarli quando ringrazierai; sorriderai dopo la prima sbuffata perché sai che le sigarette sono in borsa; hai anche il famigerato accendino ma è preferibile scroccarle per quella stizza di pigrizia che pervade le tue ossa.

Vorrei incontrarmi tra vent’anni e scoprire che non sono affatto cambiata; che dentro sono rimasta sempre la stessa ragazza speranzosa che le cose migliorassero, che le persone pure migliorassero; che tutti facessero la differenziata e che vivere rappresentasse una tribolazione in meno.

Letizia Turrà

Ho cambiato l’acqua ai fiori.

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Ho cambiato l’acqua ai fiori. Ogni tanto è necessario cambiare l’acqua ai fiori, è qualcosa che dimentico spesso.

Quando infine l’odore di morte trasale dal fondo del vaso, mi ricordo che devo farlo.

Ho detto addio per sempre a certe cose, dentro di me.

Ho cucinato una pasta per tutta la famiglia.

Mi sono affacciata a guardare i pomodori nell’orto; sono ancora verdi, immangiabili.

Ho pulito le persiane del piano di sotto, non traendone la soddisfazione che mi aspettavo.

Non sempre pulire equivale a “togliere” quel surplus che contorna le nostre vite, e certe volte la polvere può non rappresentare qualcosa di fastidioso. Però pulire è sempre meglio che accumulare. Accumulare fa male.

Da tempo ho deciso di non accumulare.

Ho telefonato a un po’ di amici, quelli che mi capiscono anche solo con un “ciao”, perché parlare con gli amici fa bene, benissimo. Sapere di poter contare su qualcuno è di vitale importanza. Ho amici leali perché sono stata leale con loro.

La gente apprezza la sincerità, è stufa di essere presa per il naso.

Non vedo esseri umani da un po’, comincio a sentirmi un’aliena che non vola tra la gente celata dietro le mascherine chirurgiche.

Forse inizio a non sentirmi più umana, perché non lo sono mai stata davvero; non mi riconosco in molte delle cose che la gente trova siano normali. Un’anima incastrata in un corpo voluttuoso e sensuale. Ci sto stretta qui dentro, ogni tanto.

Vorrei sentire meno di così, comprendere meno di così, amare meno di così, scrivere meno di quanto scrivo.

Ho scelto di cambiare il nome di una delle protagoniste del mio libro. Si chiamerà come mia madre. Non ho mai usato il nome di mia madre prima d’ora, perché mi faceva male.

Ma ho capito che è meglio parlare anche di ciò che ti fa o ti ha fatto male; equivale ad esorcizzarlo. E magari lo ringrazi anche quel “male”, quando molli la sua mano per proseguire sulla tua rotta.

Ora i fiori sono a posto; le persiane sono pulite; la musica defluisce naturalmente, insieme alle parole che sto scrivendo. Il telefono ha smesso di suonare.

Non mi cerca più nessuno. E mi sento anche sollevata.

Letizia Turrà

ph: Pinterest

 

Che succede se invecchio?

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A un certo punto invecchi, ti lasci assalire dalla voglia di sugellare certi momenti.
Ti perdi tra oggetti che un tempo ti servivano e non attirano più il tuo interesse ed altri, praticamente inutili ma che sembrano essere indispensabili, ora.
Ti adagi sulla poltrona più stanco, fiacco, con voce fioca pronunci solo poche parole, quelle che servono.
Sai che sei cambiato perché non vuoi più avere troppe persone intorno.
Gli altri ti infastidiscono, i discorsi sterili ti tediano, chi uccide la grammatica ti irrita, chi parla troppo ti svuota di energie.
Te lo avevano detto che saresti diventato così. Che tutti diventiamo più o meno così. Tuttavia, tu non avevi voluto crederci.
Una vita condannata all’isolamento ti sembrava una prigione indicibile.
Ora sembri starci volentieri dietro le sbarre, tra un libro di Proust e vecchi film in bianco e nero.
Parli poco, è con pochi che vuoi parlare. Abbracci solo se necessario.
Vedi peggio di un tempo, eppure vedi molte più cose di quante non ne vedessi prima.
È aumentato il tuo senso di consapevolezza, è diminuita la pazienza.
Però sei certo di saperti godere ogni cosa, ora.
Letizia Turrà

La depressione di vivere.

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La depressione non ha un nome, né dei precisi segnali che anticipino il suo arrivo.
Giunge quando meno te lo aspetti, e ti consuma come la peggiore tra le malattie.
Nasce da un senso di colpa profondo che senti dentro di te, e che si è radicato in maniera inspiegabile prima nel tuo petto; infine, è penetrata come il gelo nelle ossa.
Ci sono giorni buoni che si alternano a giorni pessimi, in cui nella tua mente ti chiedi perché ancora sei qui e se i tuoi problemi cesseranno mai di esistere.
Il dramma è che più vorresti scomparire, più invece la tua figura si delinea netta nel mondo, e tutti vorrebbero far parte della tua energia, mentre a malapena tu riesci a respirare e ad apprezzare quello che con enorme fatica hai costruito.
Poche persone sono in grado di capire la frustrazione che senti. Perché quel male rimane cosa tua, tua soltanto. Ti rendi conto di esser solo, e di piangere senza nessuno che ti guardi.
La mente corre veloce come le ali di un colibrì in volo, ma la tua anima non riesce a soffermarsi su nulla di concreto.
Ecco cosa può essere la depressione di vivere.
Quell’esserci, senza mai davvero esserci.
Quel volere abbandonare, conscio che non lo puoi fare.
Non ti è concesso gettare la spugna, la vergogna sarebbe troppo grande. Così vai avanti, sorridi, sospiri, raccogli storie e abbracci umori, e sogni sentimenti senza distopie.
E speri, speri che un giorno quei sorrisi torneranno a te sotto forma di amore.

Letizia Turrà

Giorno #69…si esce per una passeggiata!

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Non con poca fatica dopo così tanto tempo, stamattina abbiamo rimesso il naso fuori casa.

L’aria era tersa, a tratti surreale; peccato per le mascherine, che rendono le cose meno piacevoli (dopo poco tempo le piccole si sono sentite soffocare).

È stato come un ritorno graduale alla normalità che avevamo un tempo. Un piccolo passo, uno alla volta, come quando da bambini si impara a camminare.

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La campagna ci ha deliziati con la sua bellezza, ancora una volta. Ci siamo lasciati accarezzare dal vento e abbiamo raccolto semi di papavero fra le dita. Ci siamo resi conto di come la natura abbia preso così tanto il sopravvento, da aver modificato la morfologia della riserva. Il fiume, che un tempo costeggiava il percorso, quasi non si vede più durante il tragitto.

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Infine siamo tornati a casa ancora increduli, ma pieni di positività. Sulla strada del ritorno, a pochi passi dalla nostra casa, abbiamo trovato un campo di fiori di camomilla.

Non ho potuto fare a meno di raccoglierli, ed ora li tengo in cucina.
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Notte, vi sono immensamente grata per la vostra vicinanza♥️
Leti

Nostalgia – giorno #60

Giorno #60

 

io e gaia

io e mia figlia Gaia…solo oggi vedo e rivedo in quel gesto dell’immortalare, l’immortalità di mia madre. Ricordo che detestavo quando mi fotografava, non riuscivo a comprendere quella sua ossessione di fermare in una pellicola ogni momento.

Solo oggi che sono dall’altra parte, mi riconosco in quella nostalgia perenne, tangibile. Non mi sono rimaste che foto dopo la sua scomparsa, ormai ingiallite.

Qualche Polaroid dai contorni neri, qualche album di carta strappato.

io e lei, io e mia figlia. Noi e il tempo…

Non vivere su questa terra
come un estraneo
e come un vagabondo sognatore.

Vivi in questo mondo
come nella casa di tuo padre:
credi al grano, alla terra, al mare,
ma prima di tutto credi all’uomo.

Ama le nuvole, le macchine, i libri,
ma prima di tutto ama l’uomo.
Senti la tristezza del ramo che secca,
dell’astro che si spegne,
dell’animale ferito che rantola,
ma prima di tutto senti la tristezza
e il dolore dell’uomo.

Ti diano gioia
tutti i beni della terra:
l’ombra e la luce ti diano gioia,
le quattro stagioni ti diano gioia,
ma soprattutto, a piene mani,
ti dia gioia l’uomo!

Natim Hikmet (1901 – 1963)  poeta e scrittore turco naturalizzato polacco, considerato uno dei più importanti poeti turchi dell’epoca moderna.
In sottofondo:

 

A casa non ci sto così male! #confessioniinquarantena

Non ti stancare mai
di strappare spine,
di seminare
all’acqua e al vento.
La storia non miete a giugno
e non vendemmia a ottobre.
Ha una sola stagione:
il Tempo.

Queste parole di Ignazio Buttitta, dettate dal cuore, me le manda Daria attraverso la sua voce su Messenger. Risuonano dentro di me come tamburi che sento tuonare in lontananza. Sono un richiamo potente al momento che stiamo vivendo, tutti.

Quando ho intrapreso la mia esperienza qui, nel piccolo paesello di 4000 abitanti dove vivo, non immaginavo che sarei diventata amante della terra, o responsabile di qualcosa differente dalla pianta grassa da appartamento che tenevo sul piccolo balconcino del cucinotto microscopico nel quale vivevo; puntualmente la pianta grassa moriva, insieme a tutte le altre che compravo per colorare il grigiore dei giorni milanesi.

In questi giorni qui, in campagna, nella mia casa un po’ più grande (molto più grande) di quelle in cui ho vissuto fino a 14 anni fa, in quarantena da ormai …oddio non ricordo più nemmeno quanto tempo è passato dal momento in cui ho cominciato a pronunciare questa parola che può fare paura, sto proprio bene.

La mia vita bucolica ormai mi appartiene, totalmente. Ed è qualcosa da cui dipendo come mai avrei potuto pensare.

Sono passata dal chiedermi quanto mi sarebbe costato stare lontana dalla mia vita da pendolare che mi vede stare fuori casa dieci ore al giorno, al dire: “Ma sai che non fa poi così schifo stare a casa, visto che prima mi lamentavo sempre del fatto che non me la potessi godere, né avessi tempo di stare dietro a tutto?”

Mi sono chiesta se la quarantena durasse solo 15 giorni, oppure quaranta (se si chiamava così, mi son detta intimamente, è perché dura oltre 40 giorni, però rimane una mia constatazione).

Non ero mica più abituata all’odore di pane e pasta fatti in casa. Non ero neppure abituata a far studiare con maniacale attenzione le mie figlie. Sono passata dal nulla al fare un planning scolastico settimanale e giornaliero, ovviamente durissimo, che ci garantisca di stare al passo con la programmazione scolastica. Sono infatti orgogliosa dei risultati!

Sono passati, li ho appena contati, ben 56 giorni, in cui ho vissuto la mia casa appieno, ne ho conosciuto ogni angolo e ogni pecca: un lavoretto da fare qui, un altro da fare lì, l’esterno da riportare a nuova vita dopo l’inverno cupo e nebbioso, i colori della primavera e la luce naturale, che hanno reso tutto più magico.

Ho condiviso maggiormente sui Social la mia vita come non mi era mai capitato, non solo ai fini della condivisione, ma giocando sul piano emotivo atto a ispirare un altro a scoprire di quanta bellezza collaterale è pregno il mondo che ci ospita.

Se ci penso, porca miseria, mi si illuminano gli occhi e sento lo stomaco fremere come un muscolo involontario, come se ci fossero mille farfalline dentro, come quando da ragazzina mi innamoravo di qualcuno.

Prima non mi accorgevo di certe cose piccole, fondamentali, vitali, essenziali.

Non mi ero mai accorta, ad esempio, di quanto il mondo delle mie figlie fosse affascinante, strutturato, misterioso; di quante cose sapessero fare e di come siano abili ad esprimerle con ogni particella del loro corpo. Quanti sorrisi e sorprese mi sono persa per via della vita che facciamo.

Così oggi ho preparato la pasta al forno per la famiglia, con tante verdure buone. Nonostante qualche brontolio da parte delle piccole, i piatti sono rimasti puliti. 🙂

Ed ora non mi perdo più nulla, e a casa scopro che non ci sto male. Grazie al cielo ho ancora il mio lavoro che svolgo a settimane alterne da casa, ho ripiantato le pianticelle nell’orto. Tra qualche settimana cresceranno e ci daranno tanti bei pomodorini.

E ho imparato ad ascoltare la musica ancora più intensamente, al punto da essere giunta a sovrastare ogni silenzio, ogni moto di rabbia e inquietudine che a volte si crea; ha reso ovattata la nostra permanenza nelle quattro mura di casa, rendendo la convivenza H24 qualcosa di normale, come se fosse sempre stata così.

“Chissà quando torneremo alla normalità” – è l’affermazione che sento pronunciare da moltissimi. Presuppone una speranza di riprendere in mano la propria esistenza, come se quella che ci fosse ora, non andasse bene.

Resto in silenzio e sorrido perché dentro di me mi chiedo se davvero vorrò tornare alla normalità. Ci voglio tornare davvero? Se potessi scegliere consapevolmente, per ogni istante, sceglierei di riprendere tutto il pacchetto?- mi domando.

Quel che penso è che si può stare bene dovunque si sta, purché ci si trovi in armonia con se stessi.

Non ci resta che trovare un angolino piccolo, tutto per noi, dove sperimentare cosa voglia dire stare in pace con il proprio IO.

Sovente, alla fine del giorno, ritorno bambina come ero una volta.
Accantono obiettivi e sogni riponendoli in un cassetto, impaziente di tirarli fuori l’indomani. Ho bisogno di un moto che mi spinga avanti, si trattasse anche solo di un flebile raggio di sole.
Perché anche i grandi come me, hanno bisogno di credere in un domani, proprio come ci credono i bambini.

So che questa “segregazione”, come molti l’hanno definita, mi mancherà terribilmente.

Letizia Turrà

In ascolto, https://youtu.be/5ZeoDK1sjb8