Ho pianto.

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Giuseppe Gradella photographer

 

È successo di nuovo. Ho pianto.

Mi sono guardata allo specchio; ho sporcato ancora una volta i miei occhi di rimmel; ho sentito dolore; ho avvertito l’incomprensione delle mie parole da parte di chi amo; ho urlato parole che avrei desiderato fossero sassi da scagliare; ho fatto un giro dell’isolato per prendere aria e le lacrime si sono cristallizzate sulle guance come stalattiti; ho messo le mani in tasca stringendo i pugni; ho allungato il passo per non sentire il freddo nelle ossa; ho ripreso in mano il telefonino con l’intento di chieder(ci) scusa; ho ripensato a mia madre; ho risentito il dolore lacerante perforarmi lo stomaco; ho avuto di nuovo paura di dire “ti amo”; ho desiderato che mi fosse detto “ti amo”; ho ripreso il controllo di me stessa; ho sentito i miei tacchi sopravvivere in un vicolo solitario; ho trovato la strada chiusa e sono tornata indietro; sono rimasta a sentire che suono avesse il silenzio; ho ripensato alle persone che amo; ho pensato che io ci sono sempre ma non c’è mai nessuno per me; ho pianto di nuovo; ho asciugato le narici sentendomi sola come quando ero piccola; ho pensato che non era giusto, ma che ancora ne vale la pena piangere; ho riflettuto sul giorno in cui nemmeno questo avrà più un senso; ho pensato che non volevo avere ragione anche se avevo ragione ché la ragione non mi serve a niente e non mi ha mai dato soluzioni; ho pensato che ho paura che le cose arrivino a complicarsi al punto che soffrirò come tutte le altre volte; ho trattenuto la rabbia; ho rinunciato a scrivere il messaggio che avrei voluto scrivere; mi sono messa a scrivere al buio così che nessuno potesse notarmi; ho bevuto un caffè amaro come la saliva che sentivo provenire dallo stomaco; ho pensato che non voglio rinunciare alla mia felicità; ho pensato che voglio più tempo per me stessa; ho pensato ai miei venti anni e mi sono morsa le labbra; ho pensato a quante cose ancora dovrò scrivere e leggere prima di dirmi completa; ho raggiunto subitaneamente la consapevolezza che non sarò mai completa; ho pensato che la prossima settimana è Natale e mia madre mancherà ancora; ho pensato anche a mio padre; ho sorriso a denti stretti e ho ingoiato l’ultimo groppone per oggi.

Ho pianto. Ora sorrido. Magari domani torno a piangere di nuovo e non lo scriverò, perché non voglio che tutti lo sappiano.

Certe lacrime devi tenerle dentro, è giusto così, che alla gente alla fine mica importa delle tue lacrime.

Ognuno asciughi le sue, che è meglio.

Letizia Turrà

ph: Giuseppe Gradella

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Non ve le meritate le persone per bene.

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Fa male, un male cane doverlo ammettere, ma arriva anche quel giorno in cui le persone in cui credevi fermamente ti deludono, nel peggiore dei modi e con le peggiori parole.

Cosa non è andato… te lo chiedi spesso.

Inizialmente si avvicinano tutti spinti dalla tua energia positiva; ti senti felice, amato, ricompensato perché hai sempre vissuto in funzione della preoccupazione (positiva) rivolta verso le persone alle quali hai scelto di volere bene nella tua vita.

Tu hai un bagaglio immenso di insoddisfazione e brutte esperienze nei rapporti umani; tuttavia, in quel momento decidi che aprirti è la cosa giusta ed è tutto bellissimo.

Poi la routine prende il sopravvento sulla bellezza e le persone ci fanno l’abitudine a vederti sempre nello stesso modo; danno per scontato che ci sarai perché non fai altro che ripeterglielo; nulla sembra assumere più la stessa importanza; le tue parole pacate e quell’avere cura addirittura infastidiscono l’altro; improvvisamente ti viene richiesto di uniformarti a un regime diverso perché non gli sta piacendo quello che dimostri di essere; vieni accusato di squilibrio, di disarmonia; ti senti inopportuno senza comprendere il perché; una ferita squarcia i tuoi occhi accerchiati da lacrime pesanti che non vuoi far scendere, così le trattieni nella gola che inizia a bruciare e a fare male.

Rimandi allo stomaco ogni onere di smaltire quel velato dolore che dolore non è; si tratta solo dell’ennesimo mattone che costituirà il tuo IO, ma tu ancora non lo sai; non puoi vedere tanto lontano perché ora non ti senti compreso; perché ora tu senti di essere il problema; perché ora fa male, troppo male realizzare che hai commesso l’ennesimo errore di fidarti di qualcuno.

In fondo dentro di te però, nei meandri delle vocine giuste che ora appaiono lontane, tu sai bene che se quel tuo modo di essere ti ha spinto fin qui, a farti amare da molte persone, è perché non sei tu ad essere SBAGLIATO.

Sono quelli che non ti apprezzano, ad essere SBAGLIATI. Sono loro gli squilibrati.

Ricorda che non è corretto chiederti di modificare il tuo modo spontaneo di esistere, per piacere per forza ad un altro. Anche quello può tramutarsi in una forma di violenza involontaria.

Se qualcuno ti chiede di smettere di preoccuparti per lui, fai una cosa sana: smetti di farlo per davvero, e comincia a chiederti come stai TU.

Non perdere l’equilibrio mai, per una persona. Perdilo solo per te stesso, per planare dall’alto con leggerezza su tutte le cose.

Il resto verrà da sé. Andrai avanti, anche senza la pacca sulla spalla.

Andrai avanti.

CREDICI. Chi ti ama esattamente per come sei, lo farà sempre.

Andrai OLTRE.

Un abbraccio, da una come te.

 

Letizia Turrà

Un’intervista “intima”

La magnifica intervista dell’artista e Blogger svizzera Sophie Luce Argentea, con la quale ho avuto l’onore di fare una piacevole chiacchierata.

Buona lettura!

 

Oggi a #FlashAsk è ospite Letizia Turrà. Donna dalle mille sfumature, non facile da sintetizzare in poche righe. Dolce, sincera, talvolta schietta. Il suo sguardo pare una piuma delicata pronta ad accarezzarti, ma la sua scrittura è decisa, irremovibile. Ammalia i più guardinghi, e spegne il gelo del quotidiano. Non necessita di filtri e camuffamenti, perché nelle parole ci mette il suo vissuto, il suo passato, e forse ciò che di norma nessuno osa raccontare.

Letizia nasce a Catanzaro, dove vivrà per i primi 15 anni della sua vita. Padre musicista, madre amante della scrittura e un nucleo familiare intriso d’arte, da cui certamente ha ereditato. Nel 1997 decide di trasferirsi a Milano, per intraprendere la carriera di cantante. Vanta numerose collaborazioni musicali, tra cui personaggi noti come: Angela Baggi e Morris Albert, Gigi Cifarelli e Ornella Vanoni. Nel 2000,concorre al Festival di Sanremo, superando il primo giro di selezione e nello stesso anno debutta come corista sul palco di Festival Bar per i Gemelli Diversi. 
Dopo 9 anni, mette in stand by la carriera musicale per dare sfogo alla sua natura intellettuale. Inizia così a sfornare una serie di libri ricchi di sentimento, diventando autrice di numerosi romanzi, tra cui i più conosciuti: ” Il labirinto di orchidee ( 2015 )” , ” Il posto più bello del mondo è da nessuna parte (2016) “, ” Il mio cielo è grigio porpora (2017) ” e ” Lacrime di Legno (2018) “.

Letizia Turrà è una persona fisica, passionale, si divide in quattro fra i tanti impegni lavorativi e la cura per le sue passioni. Ama il contatto con gli altri ed é spesso alla ricerca di gesti carnali che possano regalarle sensazioni positive. Sentimentale, erotica, con un sex appeal che difficilmente si incontra. È l’emblema della maternità e dell’accoglienza, della nostalgia e del pianto. Con lei ti senti a casa anche a chilometri di distanza, anche quando fuori piove e la luce cala. Non ama erigere muri né assecondare pregiudizi, ma di certo non apre porte a chiunque. Cede il suo cuore solo a chi non scorda mai di avere rispetto e umiltà.
Per lei, profumi e suoni hanno significati ben precisi, tanto da provare a immortalarli attraverso la fotografia. Non le sfugge nulla né si fa tentare dalla superficialità del mondo, perché lei il mondo, se lo è costruita da sola, con sudori e sacrifici, pensieri contrastanti e tumulti interiori.

Letizia Turrà è discreta, non supera mai i limiti. Sa rimanere al suo posto, qualora fosse necessario. È concreta, sensibile ma soprattutto umana. Una figura femminile davvero poliedrica, che ha saputo catturare la mia attenzione con la sua intelligenza priva di costruzioni e artifizi. Lei conosce bene il volto del dolore, lo ha tastato sulla sua pelle riesumandone la identità. Lo sente addosso, vivido, come fosse materico, specialmente quando parla di sua madre, scomparsa un po’ di anni fa. Una presenza palpabile che la affianca, anche adesso che non c’è più. Fu proprio sua madre a insegnarle l’importanza della nudità, il contatto con il proprio corpo, in maniera sana senza pudori.

Ecco perché oggi Letizia, si racconterà diversamente, in una variante più viscerale e completa. Darà voce ad una personalità per suo volere inespressa, ma a mio parere meritevole di essere letta e apprezzata.

( Ringrazio Leti per avermi concesso questa straordinaria opportunità.)

DOMANDE:

1 – Denudarsi con gli altri ha sempre un prezzo sia nel bene che nel male. Quali cambiamenti interiori hai subito dopo aver scoperchiato le parti più intime di te stessa?

“Esporsi, o come tu saggiamente hai detto scoperchiare certi lati intimi di noi richiede estremo coraggio, per due ragioni: vi sono persone che osteggiano coloro che hanno un bel rapporto con le proprie sensazioni e l’eventuale esposizione della propria intimità a volte più per l’incapacità che loro stessi possiedono di tirare fuori certe sensazioni recondite, e l’altra ragione, è che le persone amano molto giudicare dall’alto il percorso altrui. Questo li spinge a commettere spesso l’errore di pensare di sapere molto della vita di un altro, e si sentono per questo più inclini al giudizio, possa quest’ultimo essere positivo o negativo (e quindi in quel caso, deleterio). Ho subito molti cambiamenti dentro di me da quando ho scelto, senza inibizioni, di essere sincera nei miei scritti; il primo fra tutti è stato la riscoperta della mia personalità forte e la stima di me che avevo accantonato per un lungo periodo.”

2 – Quanto vale la fisicità? Baratteresti mai un abbraccio con le lodi?

“L’apparenza e la felicità non sempre vanno di pari passo. Si può essere apparentemente felici, o felicemente appariscenti, ma non possedere entrambe le peculiarità. Direi che il fatto di avere un bell’aspetto si è rivelato nella maggior parte dei casi un elemento invalidante per me, anziché spianarmi la strada. Ho costruito così un’individualità forte, composta da molti abbracci delle persone che ho fortemente voluto nella mia vita quotidiana, e di lodi, che hanno lasciato il tempo che trovano. Credo che a ogni donna piaccia essere lodata anche per la sua bellezza, ma quando il contenitore delle effimere lodi è colmo, ciò che ti manca davvero è un abbraccio sincero. Più volte ho sorriso e gioito egoicamente per i complimenti ricevuti, ma poi tornavo a quelli sinceri, diretti, spesso agli antipodi di quella facciata fatta solo di miele.”

3 – Nei tuoi articoli parli spesso di tua madre. La sua perdita ha forse scatenato scompensi emotivi?

“La perdita di mia madre non è stata solo devastante per me, ma ha cambiato totalmente lo scenario della mia esistenza.
Avevo un rapporto carnale con mia madre, forte e saldo, oserei dire quasi “matrimoniale”. Ho sempre visto il suo corpo nudo e non ho mai avuto problemi a riconoscere in quella nudità la mia bellezza anche. Ho riscoperto così una parte di me sana dal punto di vista sessuale, come un’energia catalizzante che ha rivoluzionato il mio modo di vedere il mio corpo e la mia mente. La scoperta della mia sessualità, avvenuta all’età di 5 anni, mi ha resa potente. Quando scrivo, racconto spesso a chi mi ascolta che non sono mai da sola: mia madre è con me, scrive insieme a me (lei possedeva un’eccellente penna), respira e guida anche in autostrada, insieme a me. La sua scomparsa tragica all’età di 28 anni è stata determinante per tutti i traumi che hanno composto il mio percorso. Per anni ho vissuto come una malattia quella mancanza arrivando ad ammalarmi fisicamente, fino al momento in cui ho compreso che lei non mi avrebbe mai abbandonata, e che era giusto quindi, lasciarla andare. Avviene qualcosa di magico quando lasciamo andare ciò che ci ha procurato del male.
Ciò che sembrava distruggerci, lentamente, si distrugge da solo. L’ho scritto, e lo penso. Non potrò mai cambiare ciò che è stato, nessuno potrà ridarmi mia madre indietro. Posso solo lavorare sul presente, e continuare a scrivere per proseguire sulla strada che lei ha dovuto interrompere.”

4 – Avere un buon rapporto con il proprio corpo é fondamentale nella vita sessuale. Piacersi, fa si che anche un ipotetico amante e compagno venga attratto dalle nostre sinuosità. Ti sei sempre piaciuta, oppure é la scoperta della nudità ad averti liberata da eventuali complessi?

“Vorrei poterti dire che mi sono sempre amata. In realtà ho attraversato un periodo buio proprio dopo la morte di mia madre avvenuta quando avevo dieci anni, e questo ha leso non poco la mia autostima. Il mio corpo era diventato qualcosa da cui dovermi riparare, qualcosa a cui volere male e qualcosa a cui arrecare danno. Mi sono fatta del male seguendo un’alimentazione sbagliata (sono passata brevemente dalla bulimia all’anoressia), mangiando compulsivamente più per il bisogno di essere riconosciuta come individuo, che per la fame. Secondo me ci vuole parecchio tempo e un intenso cammino per arrivare ad amarsi davvero, totalmente, ed essere pienamente coscienti della propria individualità che non permetta né agli eventi, né alle persone esterne di distruggere ciò che hai costruito. Dopo quel periodo sono arrivati i venti anni dove ero bellissima e desiderata da molti uomini. Poi è arrivato il bellissimo dono della maternità a ventisette che ha tramutato il mio corpo in qualcosa di ancor più differente. Le mie forme sono cambiate, sono arrivati dei chili che non ho più perso, unitamente alla felicità per le mie creature. Oggigiorno posso dire che mi piaccio molto, ho raggiunto un accordo con me stessa e ho sviluppato una tale resilienza che mi rende affascinante, soprattutto ai miei occhi. Mi faccio bella per me al mattino, questo è ciò che maggiormente conta. Il mio rapporto vigoroso con la sessualità mi permette di vivere bene anche la sinuosità del mio corpo, mantenendo viva la mia forte passionalità all’interno del matrimonio.”

5 – Amore e carnalità, cosa viene prima?

“Se devo essere sincera, non saprei rispondere in questo momento della mia vita a questa domanda. Forse perché sono amante degli equilibri, seppure utopistici dal punto di vista della loro messa in opera. Per come la vedo io, una non prescinde l’altra. La carnalità è fondamentale, quasi quanto l’amore. Vanno di pari passo. In parole povere, provare un desiderio carnale implica una complicità all’interno del rapporto dettata da più fattori, primo fra tutti la stima che provi per la persona che hai scelto. Se viene a mancare quella, anche il perno dell’intimità e dell’amore può crollare o far crollare il sentimento forte che sentivi. Le delusioni sono armi cocenti da questo punto di vista. Se un uomo ti delude, sarà difficile che continui a provare amore per lui, a meno che non si parli di autolesionismo e ossessione e questo, francamente, non è il mio caso! Non mi è mai piaciuto vivere sentimenti nei quali ero la sola a donare. Essere contraccambiati credo sia una spinta emotiva non indifferente, e lo dico considerando che nelle storie che scrivo spesso i miei personaggi vivono amore inconcludenti, impossibili o incompiuti (ma quelli sono romanzi, nella vita REALE ho sempre saputo cosa volevo).”

Grazie Sophie per questa intervista !

Per chi volesse addentrarsi nella sua dimensione e conoscerla meglio ecco qui i Link:

Pagina Facebook da Scrittrice:

https://www.facebook.com/letiturra/

Profilo Facebook Personale:

https://bit.ly/2R5K4LP

Blog:

www.letiziaturra.com

Link Articolo sulla nudità:

➡➡ https://bit.ly/2PSCeca

Link Amazon per acquisto Libri:

➡➡ https://amzn.to/2QiCGQj

Link Ultimo Libro Letizia Turrà:

➡➡ https://amzn.to/2Rb8aoG

Collaborazioni canore su Youtube:

Letizia turrà e Stefano Bersola, Aladdin:

➡➡https://youtu.be/wZqcfqJZUJ4

Letizia Turrà per LaTvdeiBambini, Parà Papà:

➡➡https://youtu.be/aMrZR-zHh94

Letizia turrà, Mad World:

➡➡https://youtu.be/_c4rpd3u520

Grazie a tutti e alla prossima!!

Per eventuali Info su interviste #FlashAsk scrivetemi qui:

luceargentea.88@gmail.com

La nudità mi appartiene.

 

 

259DC8D0-5113-481D-AE6B-46675CCF01B7.jpegIn ogni piega di ciò che ricordo della mia infanzia, regna la nudità.

La nudità del corpo mio e di mia madre, dei sentimenti, degli abbracci scarni perché erano naturalmente così; la nudità delle lacrime di mia madre, la nudità dei miei occhi quando inserivo l’occhio nel buco della porta per imparare cose sul mondo che mi erano sconosciute.

La nudità ci rappresenta, ci fa combaciare con un perfetto spazio di immobilità del godimento.

Siamo nudi quando facciamo l’amore, siamo nudi quando ci mostriamo per come realmente siamo ad un’altra persona, siamo nudi quando ci spogliamo alla sera e indaghiamo nel nostro corpo per riscontrare chissà quale cambiamento che in nostra assenza potrebbe essere avvenuto.

Mi piace la nudità, mi appartiene totalmente.

 

Letizia Turrà

Ph:unsplash.com

 

 

 

Io non sono un cursore, cazzo.

 

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“Non c’è più rispetto” – citava una famosa canzone del 1986 (e parliamo di oltre trent’anni fa).

Ci pensavo stamattina mentre in mezzo al traffico, prestavo attenzione a quanta gente maleducata incontro ogni giorno.

Chi sorpassa a destra e chi a sinistra, chi taglia la strada, chi sta al cellulare senza auricolare, chi nel bel mezzo del tragitto muove su e giù il pollice perché sta guardando la vita di altri o le proprie notifiche sui Social, ma non guarda davanti a sé.

Lo stesso vale con chi incontro di persona: le risposte sono sempre approssimative, decine di “visualizzato senza risposta”, risposte secche al telefono, ignoranza di fondo sulle cose più banali, messa in mostra delle proprie capacità spacciate sempre per geniali.

C’è una maleducazione cibernetica che si ripercuote anche nei rapporti umani, quelli vis-à-vis, fatti di persone in carne e ossa.

È sconfortante, a dir poco deludente. Mi trovo a parlare con persone che mi trattano come fossi un cursore, come se davanti avessero un monitor e non una donna vera.

Eppure io non sono un cursore, cazzo.

Io ti rispondo apertamente, io chiedo apertamente, parlo apertamente, discuto apertamente. Non mi va di trincerarmi dietro discorsi superficiali e sterili per dimostrare chissà cosa, perché ti sto davanti!

Oramai il disagio è tangibile: rispondiamo agli altri nello stesso modo impetuoso, inconsapevole, zotico con il quale scriviamo cazzate e diamo risposte spedite sui Social.

Siamo soli fondamentalmente, per il 60% della nostra giornata, in un mix di digitazioni, pressioni lavorative, lamenti di ogni genere, cibo da ingurgitare, bollette e figli da gestire.

Ma lo capite sì, che questo è un insulto alla nostra stessa intelligenza?

Lo capite che siamo ridicoli, patetici, quando trattiamo tutti come fossero oggetti solo perché in quel momento ci servono e da loro prendiamo quello che vogliamo prendere alla stregua di dannati vampiri energetici? E dopo il nostro passaggio non facciamo che lasciare solo una scia di delusione profonda in chi abbiamo incontrato?

Stiamo al contempo educando i nostri figli ad applicare lo stesso metodo col prossimo.

Non mi sorprende che vi siano uomini che ce l’hanno con le donne e donne che ce l’hanno con gli uomini… no, non mi sorprende affatto… perché trattiamo ogni cosa come fosse un bene di consumo, a partire dalla tanto osannata forma fisica perfetta, per finire alla risposta data con noncuranza, perché tanto… persa una persona ne arriverà un’altra (ci hanno convinto anche di questa stronzata, eppure certe persone che valgono dopo averle perse le rimpiangi senza sosta)!

Non mi sorprende anche sapere che alcuni esseri umani preferiscano interagire con gli animali, piuttosto che con i loro simili.

Ritorniamo al VERO, ve ne prego.

Non trattiamo le persone come muri da abbattere, ma come specchi nei quali rifletterci.

Perché qui sì, c’è parecchio da riflettere, sull’amor proprio, sulla gestione delle proprie insicurezze che tanto ci piace addossare sugli altri, sui rapporti umani con chi ci circonda, sui dialoghi che non si possono gestire on-line.

Mi torna spesso alla mente quanto sosteneva Dickens: “La comunicazione elettrica non sarà mai un sostituto del viso di qualcuno che con la propria anima incoraggia un’altra persona ad essere coraggiosa e onesta.”

Buona giornata, a voi tutti. Vostra, Letizia T.

ph: Web

Un nuovo traguardo!

 

L'immagine può contenere: Leti Turrà, testo

 

Non sono solita fare festeggiamenti da quando “c’ho una certa”, ma quello delle 25 mila visualizzazioni è un traguardo importante, almeno per me, e ci tengo a ringraziare tutti coloro che seguono quello che scrivo nei miei romanzi di narrativa, sulla mia pagina Facebook e soprattutto qui, dove ho investito una buona parte di me e della mia vita personale.

Perché quando ci metti il cuore, le cose non possono non funzionare!

Grazie davvero, dal profondo del cuore!

Leti ❤

 

Parole, come sassi, scagliate con l’intento di non fare male, però.

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6 NOVEMBRE-MESSENGER (LUI SCRIVE):

Certo cinema asiatico – in ispecie giapponese- tratteggia la poesia di queste storie silenziose di uomini e donne che per anni si sono guardati, tacendo, salutandosi a malapena, oppressi da storie familiari proibitive o da protocolli professionali avversi ad ogni tipo di contatto tra loro. Finiscono sempre con l’attrazione frustrata di lui o con la passione inespressa di entrambi, con lei che parte per sempre e lui che ogni giorno metterà fiori freschi in un vaso rituale o robe così.

Io ne ho visti pochi di questi film; è una poetica che non reggo. Sto sempre a pensare “Ma diglielo, minchia!.. Ma fai qualcosa, no? Aspettala fuori dall’ufficio o non so… Almeno scrivile una lettera, minchia!” E invece niente; quel tipo di poesia sembra edificarsi nel silenzio e nella rinuncia; anche nell’opera narrativa di Mishima mi par di ricordare situazioni simili.

Io sinceramente quando penso a te penso che sei bellissima e che mi piaci un casino: tu posti sempre queste foto di te stessa così attraenti ed estetizzanti.

Poi ci sono le foto che ti ritraggono in assetto familiare solido e idealizzato, foto che sempre riaffermano il tuo stato di madre e moglie felicemente sposata, foto in cui appari scrittrice bella e sexy che però se la cava bene in cucina e anche nell’orto; in qualche modo mi trasmettono un senso di insicurezza, di perenne bisogno di confermare il raggiungimento di un traguardo, non so se di stabilità sociale o individuale.

Poi ci sono le frasi che posti, gli estratti dalle tue pubblicazioni: apoteosi dei sentimenti, iperboli amorose e passioni che travolgono, estremizzazioni e aforismi che a volte sono brevi brani di prosa e nulla più. Mi suggeriscono l’idea di una scrittura con funzione terapeutica prima ancora che narrativa, che con il “genere” e le trame mistifica appena un’urgenza d’altro tipo, forse sublimazione.

Poi ci sono i brevi video in cui canti, video in cui tu appari al meglio ma sempre “easy” e mai troppo professionalizzati; rilassate prove canore su semplici basi registrate o addirittura interrotte dalle bambine: coabitazione dell’ambizione artistica con l’ambito familiare, una tensione che non si è esaurita.

Tutti questi aspetti di te che rifulgono dal tuo profilo Facebook mi suggeriscono che tu non sia lì: non lo so dove sei, forse proprio sotto agli occhi di tutti e io non ti vedo.

Anche Bob Dylan negli anni ’60 era sempre sotto gli occhi di tutti, ma una delle sue canzoni più strane e meno conosciute di quel periodo si chiama proprio “I’m not there”; quando Todd Hynes nel 2007 fece quello splendido film su di lui lo intitolò esattamente così:

“Io non sono qui”.

Lo confesso, ricevere queste parole è forse ciò che ogni tanto mi serve.

Sentirmi scuotere dentro è proprio ciò che mi occorre di tanto in tanto, per sentirmi viva, per sentire che esisto, anche solo per un amico.

Non farò il nome di chi ha scritto queste parole, ma è una persona speciale per me, e voglio conservare queste sue parole, perché forse ha ragione lui: io sono come dice il pezzo di Bob Dylan…io non sono lì, sono sempre a un passo fuori da me; non sono fra la gente, non sono nelle mie canzoni intonate nella cucina della mia bella casa, non sono neppure nell’abbraccio delle mie figlie. Forse sono nella scrittura, che è l’unica cosa che mi tiene incollata lì, nella profondità abissale di una ricercata forma narrativa, quasi fino allo stremo delle mie forze.

Parole come sassi, scagliate con l’intento di non fare male, però.

Parole, non solo parole. GRAZIE. Solo questo. GRAZIE.

 

 

 

Subire una violenza

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Subire una violenza è devastante.
Subire una violenza, soprattutto domestica, dove le persone che dovrebbero amarti ti toccano, indagano nel tuo intimo e ti costringono a fare cose che non dovresti fare con loro, è aberrante.
Non si torna più indietro dal panico notturno e dai sensi di colpa che, in quanto donna, ti attanagliano con mordente costanza.
Ti viene da vomitare.
Ti fai schifo.
Ti reputi inopportuna.
Subire una violenza non è qualcosa che si sceglie.
Avviene e basta, e qualcun altro ha già scelto per te. Ha scelto TE.
Hai due sole probabilità da quel momento: lasci morire il tuo corpo e ti getti nelle mani del tuo carnefice, oppure sviluppi una resilienza incontrollata, una capacità unica di NON piegarti agli eventi drammatici che hanno scelto di accompagnare la tua esistenza.
Ora hai la tua storia, da scrivere e raccontare.

Sei conscia di avere imparato una lezione importante: è solo sulle tue FORZE che puoi contare, e il GIUDIZIO del mondo è qualcosa che non ti appartiene più.

Letizia Turrà

ph: Francesca Wood

I papà sono creature strane.

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Amo mio padre come si amano le cose lontane, che non puoi toccare.

Io mio padre me lo sono sempre immaginato come qualcuno non appartenente a questo mondo; una creatura strana che rappresenta la più intima parte di me, e il mio lato maschile che preservo da sempre.

Siamo entrambi appassionati di ufologia, di musica (lui è un insegnante di musica, insegna batteria per la precisione), discorsi filosofici e astrali che nulla hanno a che vedere con la stragrande maggioranza degli argomenti che tratta il mondo che si rifà ad un modo di vivere meramente religioso dove la persona spera (o pensa) che vi sarà un posto in paradiso per ciascuno di noi.

Io e mio padre abbiamo conosciuto il paradiso e l’inferno qui sulla terra ed all’interno di questo micro spazio che ci è stato riservato siamo rimasti lontani, ma non troppo da dimenticarci l’uno dell’esistenza dell’altra.

Amo mio padre perché non l’ho mai potuto davvero toccare, perché come molti amo le cose che non si possono avere o che è più semplice compiangere. E lo amo pure perché quello che provo anche solo quando vedo il suo like sui miei post è inspiegabile, come un cuore che batte dall’altra parte e mi dice: “anche se non ci sentiamo mai, io ti penso.”

Lo amo perché mi ricorda le canzoni belle che insieme abbiamo ascoltato migliaia di volte senza dire niente altro. Non c’era bisogno di dirsi nulla, avevamo solo bisogno di ascoltare.

Rifletto sul fatto che è bello essere pensati dalle persone che amiamo, perché noi apparteniamo alle persone che amiamo, anche nel silenzio del mondo che non può ascoltare le nostre preghiere.

Il tempo sul volto di mio padre è passato cambiando i suoi tratti di bambino in quelli di un ragazzo dagli occhi brillanti, poi un eccellente musicista, poi un padre un po’ assente, e infine una persona in cerca della saggezza con le doti di un grande comunicatore.

Ed io che non riuscivo a perdonarlo per una marea di motivi, mi sono ritrovata a comprendere ogni suo passo solo oggi, dopo 36 anni, lunghi e pesanti come i macigni scuri che porto al posto degli occhi.

Due pietre che sono appartenute a mio padre e mia madre un giorno, e che oggi porto con me, come diamanti allo stato grezzo.

Io lo amo mio padre, e glielo scrivo perché non sono mai riuscita a dirglielo davvero.

Perché lui sappia che il perdono è la più alta forma di crescita umana.

Sono troppo grande per essere abbracciata ora, forse.

Ma mai troppo per sentirmi amata, perché voglio sentirmelo dire ancora che quello sarà per sempre.

Ti amo papà, spero che sorriderai leggendo questa.

Tua figlia, Letizia T.

Nella foto: mio padre.

Le collane di perle…

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Mia nonna Rosina

 

È il giorno della Festa del Patrono, nel paese accanto al mio.

Tra luci e suoni indistinti, imbocco un piccolo vicolo solitario, dove si trova una bancarella di oggetti vecchi e dimenticati.

Il mio sguardo si sofferma ora sulle ceramiche, ora sui quadri raffiguranti Venezia e luoghi a me sconosciuti. Osservo con attenzione e nostalgia quegli oggetti inutili per molti, che al contrario io rivedo pregni della vita di qualcun altro, terminata chissà dove e chissà come.

I miei occhi si illuminano quando l’occhio ricade sulle collane di perle.

Già, le collane di perle.

Improvvisamente risorge dal cassetto della memoria il ricordo di quando frugavo nei cassetti della mia nonna paterna e vi trovavo le sue collane di perle.

Una volta finii in ospedale col mal di pancia perché mangiai una collana intera, perla dopo perla.

Dal giorno in cui sono nata non gliele ho mai viste indossare, nonostante fosse di origini francesi e per questo amante delle cose belle. Mia nonna era una donna devota e pulita in viso, vestita con indumenti semplici e poco vistosi, seppure molto elegante nei movimenti.

In quel momento ho compreso che non l’ho neppure salutata prima che morisse, ero lontana quando se n’è andata improvvisamente, lasciandoci tutti sgomenti.

Ho ripensato alle sue collane e alla vetrina in sala da pranzo infarcita dei suoi cimeli, e ho riso di gusto ripensando al fatto che mangiavo le sue collane di perle.

Una vera follia. Ho rivissuto qualcosa che avevo rimosso; ho ricordato mia nonna, che amava sentirmi cantare.

Perché sia avvenuto ora è qualcosa che probabilmente non riuscirò mai davvero a spiegarmi. Forse sono più ricettiva di un tempo, o forse ho bisogno di aggrapparmi al passato per poter comprendere che vivo oggi in questo, ormai lontano da allora, Presente.

Quel passato dove ridevamo con poco e avevamo poco, succhiavamo stecchi di liquirizia di un gelato al limone, piangevamo con Nino Buonocore e la sua “Scrivimi”, attendevamo la riapertura dei Lidi in vista dell’estate, facevamo nuove conoscenze che lasciavano il segno, bevevamo Gazzosa fino a farci scoppiare la pancia, sentivamo il cuore esplodere per un ragazzo biondo che metteva Ligabue al Jukebox sperando che fosse dedicata a noi, sognavamo di fuggire via dal luogo dove eravamo nate….

Sorrido ripensando alle collane di mia nonna che spezzavo per poi mangiarle, alle discese veloci in sella a una bici senza freni, alle risate sguaiate quando imitavo la Pausini al Karaoke.

Tutte cose così, tra presente e passato, che fanno sorridere il cuore.

Letizia T.