#Pensiero del giorno

woman riding on swing during sunset

Risplendi ogni giorno.

Donati la possibilità di sbagliare, di frenare, di virare rapidamente verso i tuoi sogni e contro le maledizioni di chi sperava di vederti fallire.

Fai di ogni giorno un giorno perfetto:

Di una caduta un’opportunità;

Di un cambiamento una sfida personale che sarai pronto ad affrontare.

Vivi con lo spirito del bimbo che sei stato una volta.

Abbraccia con le parole quante più persone puoi.

Realizza che sei qui per uno scopo, e quello scopo ti rende vero, autentico.

Sii gioioso, la gioia è come un’ombra che ti perseguita e gli altri non potranno fare a meno di vederla in te.

Cerca di essere un esempio da seguire, e un buon amico per chi ne avrà bisogno.

Ringrazia il tuo petto per il respiro che contiene; ringrazia le spalle che ti coprono dalle delusioni; ringrazia i tuoi gomiti e le tue mani che per te scrivono e si snodano tra le carezze; ringrazia il tuo addome che contiene il tuo secondo cervello, ringrazia le tue gambe che ti sostengono e i piedi, che ti spingono avanti.

Ma più di tutto, ringrazia te stesso e abbracciati, per tutte quelle volte in cui non ti sei ritenuto all’altezza di una sfida o hai dubitato di te e delle tue capacità nelle imprese più difficili.

La vita è una, e siamo noi a scegliere come proseguire.

Letizia Turrà

Dsa e dislessia: che cosa è, chi sono io?

Voglio fare una premessa per chi sta leggendo: non credo di essere mai stata affetta da disturbi dell’apprendimento e, nello specifico caso, una dislessica.

Sono semplicemente la mamma di una bambina che ha un DSA, e molte volte mi sono sentita impotente di fronte a questa realtà, quando giungevano le risposte inconcludenti da parte di educatori e insegnanti, o quando vedevo mia figlia soffrire perché rispetto ai suoi compagni si sentiva menomata.

Che cosa è un Dsa?

Come abbiamo detto è un DISTURBO SPECIFICO DELL’APPRENDIMENTO causato da un malfunzionamento di origine neurobiologica nel soggetto, riconosciuto dalla legge 170/2010.

Qui di seguito il testo contenuto all’interno della suddetta legge:

2. Ai fini della presente legge, si intende per dislessia un disturbo specifico che si manifesta con una difficoltà nell’imparare a leggere, in particolare nella decifrazione dei segni linguistici, ovvero nella correttezza e nella rapidità della lettura.

3. Ai fini della presente legge, si intende per disgrafia un disturbo specifico di scrittura che si manifesta in difficoltà nella realizzazione grafica.

4. Ai fini della presente legge, si intende per disortografia un disturbo specifico di scrittura che si manifesta in difficoltà nei processi linguistici di transcodifica.

5. Ai fini della presente legge, si intende per discalculia un disturbo specifico che si manifesta con una difficoltà negli automatismi del calcolo e dell’elaborazione dei numeri.

6. La dislessia, la disgrafia, la disortografia e la discalculia possono sussistere separatamente o insieme.

Per intenderci meglio, vi basti pensare che esistono caratteri appositamente creati per essere letti dai dislessici che in caso contrario, alla decodifica di un dato testo possono vederlo così.

Voi riuscite a leggerlo?? Lo so, sembra assurdo, eppure è così che alcuni bambini DSA vivono e vedono ogni giorno:

Lo stesso vale per un discalculico che deve eseguire dei calcoli, per molte altre persone considerati banali:

Al fine di garantire una tutela dei soggetti con questo disturbo, viene stilato un PDP – Piano didattico Personalizzato – una sorta di abito fatto su misura (più semplicemente un accordo tra scuola e genitori) che riguarda tutta una serie di strumenti compensativi messi a disposizione di alunni e insegnanti, per effettuare una corretta valutazione dell’andamento e dei relativi progressi dell’alunno.

Tutti i DSA sono differenti, non troverete quasi mai un caso uguale ad un altro.

Il DSA costituisce una limitazione importante nella vita quotidiana.

Tutti i DSA necessitano di essere amati per quello che sono.

In quasi tutti i casi il bambino con disturbi specifici di apprendimento, sarà molto dotato in uno specifico settore, geniale addirittura in quell’ambito, rispetto a molti altri.

Un altro dato fondamentale da conoscere se si vuol comprendere il DSA, è che non ha NULLA, e ribadisco NULLA in meno rispetto ai propri compagni né in termini di intelligenza, né in termini di buona volontà.

Quanti fra noi quando eravamo studenti si sono sentiti dire dagli insegnanti: “è intelligente, ma non si applica”. Santa ignoranza… era la frase standard che sembrava risolvere tutto.

Ci sarebbe da tornare indietro e spiegare un po’ di cose a quegli insegnanti che poco conoscevano di questi disturbi.

Eh sì, perché non c’entra un bel niente l’applicazione, in questi specifici casi: il bambino con questo genere di disturbo ha delle competenze limitate dalla nascita.

UN DSA NASCE DSA, E MUORE DSA, è bene ricordarlo.

Ovviamente queste difficoltà demotivano l’alunno, lo fanno sentire diverso; spesso viene schernito e preso d’assalto dagli insulti dei compagni che lo ridicolizzano per l’uso degli strumenti compensativi (calcolatrice, mappe, tablet e altro) accusandolo di imbrogliare, e di essere facilitato.

Molti abbandonano gli studi precocemente, come conseguenza.

È importante ribadire che:

“Uno studente Dislessico che usa gli strumenti compensativi è come un miope che utilizza gli occhiali.”

Non è una condanna avere un DSA, vuol dire solo che acquisirò in un tempo molto più dilatato le informazioni che altri compagni acquisiranno nel giro di poco tempo.

Se a loro basterà un’ora per fare una verifica, a me servirà maggiore tempo per raggiungere lo stesso traguardo (probabilmente il doppio del tempo).

E questo non servirà a me dislessico per “farla franca”, bensì rappresenterà un modo più efficace di valutazione per l’insegnante (se un bambino ha studiato, che tu gli dia o meno più tempo, il risultato sarà sempre quello di un alunno che ha studiato).

Lo stesso avviene per le interrogazioni orali, che sono da preferire a quelle scritte.

Tutto quello che viene usato come strumento compensativo per un DSA, non è che uno strumento utile all’insegnante per effettuare una valutazione più ampia e concreta dell’alunno e non rappresenta, dunque, un privilegio per lo studente.

Non è una scorciatoia, come molti pensano!

C’è un ragazzo in gamba, il suo nome è Giacomo Cutrera, il quale tiene conferenze sull’argomento da dislessico, ovvero da persona che ha vissuto sulla propria pelle l’esperienza diretta, riscontrando non pochi ostacoli perché la diagnosi è arrivata quando frequentava le scuole medie.

È persino riuscito a laurearsi (anche questa è una bella sfida, poiché non tutti i DSA possono frequentare l’Università).

Cutrera è un ragazzo brillante e parla con leggerezza di un argomento complesso, a tratti “pesante”, perché comprendere la mente di un DSA non è affatto semplice, come non è semplice comprendere cosa provino i genitori che spesso devono affiancare i loro figli in ogni circostanza, con tutte le difficoltà di un momento storico come questo, che ci vede tutti a casa per la didattica a distanza imposta dalla situazione epidemiologica attualmente presente in Italia.

La vita di un dsa è una strada in salita, perché scrivere velocemente, rispondere altrettanto velocemente, leggere più velocemente, è un compito farraginoso per un dislessico.

Cutrera ha stilato una TOP TEN delle cose che i genitori di ragazzi DSA si sono sentiti dire dagli insegnanti nel corso del tempo.

Partiamo dalla fine:

10 – SI, CERTO, CONOSCO LA DISLESSIA, MA CHE COS’E’? (difficile per alcuni ammettere di non sapere).

9 – GLI HO DATO IL DOPPIO DEL TEMPO, E DI CONSEGUENZA GLI HO DIMEZZATO IL VOTO (esiste una legge che spiega perfettamente che una tale condotta è irregolare da parte dell’insegnante, ma come dice lo stesso Cutrera, se un insegnante non vuol saperne di far rispettare la legge, c’è poco che un genitore possa fare).

8 – LO SO CHE E’ DISORTOGRAFICO, MA COSA C’ENTRA CON LA GRAMMATICA? (Risposta aberrante).

7 – SUO FIGLIO SOFFRE DEL COMPLESSO DI EDIPO PERCHE’ NON HA VOGLIA DI ANDARE A SCUOLA (Ecco come affibbiare alle madri il brutto andamento del figlio, perché vuole stare a casa con la mamma!).

6 – NON GLI DO STRUMENTI COMPENSATIVI PERCHE’ HO PAURA CHE POSSA APPROFITTARE DELLA MIA DISPONIBILITA’ (e qui torno a ripetere, lo strumento compensativo non è uno strumento che serve al ragazzo per fare il “furbo”, bensì serve all’insegnante per valutare appieno le capacità e dare maggiore autonomia).

5 – SUO FIGLIO PRENDE 5, PERO’ LE COSE LE SA, PENSI A QUELLI CHE PRENDONO 5 PERCHE’ LE COSE NON LE CAPISCONO (se le cose le sa, perché gli dai 5???).

4 – NO, NON  SI TRATTA DI DISLESSIA, SUO FIGLIO CAMMINA BENE (per molti, evidentemente, è un handicap come avere una gamba più corta o una grave menomazione).

3 – AH, ORA TUTTI I LAZZARONI DOBBIAMO CHIAMARLI DISLESSICI?? (Definire lazzarone un alunno ponendolo alla stregua di uno che NON vuole studiare o applicarsi, è un gravissimo errore).

2 – HA PROVATO A DARE QUALCOSA A SUO FIGLIO PER FARLO DIVENTARE NON DISLESSICO? (questa non la commento neppure).

1 – SUA FIGLIA HA OTTIMI VOTI, MA NON POSSIAMO DARLE IL DIPLOMA PERCHE’ E’ DISLESSICA (Nulla di più assurdo. Molti dislessici vengono penalizzati nelle valutazioni perché non ritenuti meritevoli rispetto ai loro compagni ai quali invece non è stato diagnosticato questo problema). È ingiusto, oltre che anticostituzionale, perché un ragazzo che ha studiato merita lo stesso trattamento di un altro. Siamo tutti uguali su questa terra! Non solo, per non permettere ad un ragazzo dislessico di diplomarsi deve esserci stata in precedenza una particolare dispensa evidenziata nel PDP. Inoltre l’esonero penalizza la carriera scolastica dello studente con conseguenze negative anche sul percorso sociale e lavorativo.

Fortunatamente molti insegnanti oggi conoscono bene questi disturbi e alcuni applicano rigorosamente quanto scritto nel PDP perché affrontano con empatia il loro ruolo, che è fondamentale. Perché i ragazzi passano gran parte della loro vita a scuola, e l’insegnante dovrebbe avere come scopo primario quello di instillare nell’alunno l’amore per la vita, la fiducia nel prossimo, lo sviluppo delle sue capacità. C’è ancora molto da lavorare per alcuni, purtroppo.

Bene, ora tornando a noi, a voi, a me, quello che voglio dirvi è che se state pensando che la vita di vostro figlio dislessico o discalculico, o disgrafico o disortografico sarà difficile, avete ragione, ma non per questo sarà stata meno piena di amore, soddisfazioni, o meno interessante, perché i ragazzi DSA possono essere davvero molto speciali e lasciarvi di stucco rispetto ai talenti che svilupperanno.

Conoscono perfettamente il loro andamento, sanno quando sbagliano, si rendono conto di quando avrebbero potuto fare meglio, sanno perfettamente riconoscere gli insulti, il bullismo, e le risatine alle spalle quando non riescono a leggere, ad esprimersi, o a superare un momento di debolezza.

Ho vissuto ciascuno di questi momenti con mia figlia Gaia.

Tuttavia non ci siamo scoraggiate, abbiamo stabilito un metodo di studio efficace oltre a un rafforzamento del suo riconoscersi come individuo speciale lavorando sul talento e sull’autostima, riuscendo ad ottenere buoni voti, ed essendo affiancati da insegnanti che lavorano attentamente sulle difficoltà di ciascuno.

Gaia passa quasi tutta la giornata a disegnare, ha un talento unico nell’esprimere ciò che sente attraverso quel mondo dei cartoni definiti “Gli Anime”.

Questi sono solo alcuni dei suoi disegni

So bene che la vita di mia figlia subirà spesso un rallentamento come è già successo. Ci saranno cose che non potrà fare o che non farà come altri ragazzi della sua età ma mi sento fiduciosa, perché so che le cose belle nascono dai momenti difficili, e che nulla ci viene mai regalato senza prima aver effettuato uno sforzo che ci è costato immensa fatica.

Posto qui sotto il link di YouTube di Giacomo Cutrera, che vi consiglio di ascoltare dall’inizio alla fine, vi sarà molto utile anche se non siete dislessici.

Un abbraccio a tutti voi,

Letizia Turrà

Scopriti, che fuori non piove.

foto di Marco Venturati

Scopriti, che il tuo dolore è importante, che la pelle tua può guarire se le lasci prendere il sole; ché non hai nulla di cui vergognarti per essere stata viva, per aver gioito.

Saperti cresciuta dopo un dolore si rivelerà la chiave della porta del tuo animo ora più consapevole.

Saperti felice renderà felice anche chi ti ama.

Scopriti, perché dentro di te non piove, e le tue parole saranno di conforto per chi ora si sente come ti sei sentita tu.

Scopriti: meriti di stare bene, di sorridere, di sentire che dentro di te tutto è chiarito. Abbraccia la tua spalla scoperta, metti una mano sul petto e senti il battito forte, vigoroso, le vene che pulsano, le lacrime che si fermano intorno all’occhio baciate dalla tua iride.

Sei un miracolo per il mondo, un miracolo per te, un miracolo per qualcuno che passa il suo tempo a pensarti.

Scopriti dei vestiti, dei pregiudizi, togliti le scarpe e cammina scalza nel giardino della tua essenza.

Vivi in quell’ampolla di perfezione che è la tua esistenza centrata, risoluta, e abbraccia anche i dubbi, sempre necessari per metterti in discussione.

Vivi con coraggio, ama con parsimonia, dona con obiettività, abbraccia appena lo desideri.

Letizia Turrà

E tu dietro una finestra guardi fuori.

Non sento poi molto, non sento più nulla.

Mi avevano detto che questo giorno sarebbe arrivato, ma non volevo crederci; o forse, non volevo vederlo.

Avrei dovuto acquistare uno di quei registratori portatili di colore rosso con i tasti gialli, per registrare ogni frammento di vita che sentivo sulla pelle. Avrei dovuto perché ora, proprio ora, avrei necessità di sentire ancora quei battiti pronunciati dalle mie labbra.

Proprio ora, che non sento più niente. Il passato riposa in un cassetto, e contiene al suo interno vestiti puliti che non posso barattare con quelli logori che ora porto.

Mi rammarica non riuscire a trovare l’entusiasmo di un tempo. Ormai tranne che in casa, non mi entusiasma più il mondo esterno.

È normale – dicono – con l’età impari a selezionare, diventi più critico verso molte cose!

E quando te lo dicono quasi sempre serri la bocca e abbassi il mento con un cipiglio strafottente, come se la cosa non ti riguardasse. Ignori completamente che un giorno arriverà quel momento anche per te, in cui difficilmente piangerai per un film, in cui dopo un abbandono soffrirai sempre meno e ci metterai sempre meno tempo a realizzare che fosse giusto e che le cose dovessero andare così, che non ti emozioneranno più allo stesso modo certe canzoni e che avrai bisogno di ben altro, per ritrovare quel vigore di una volta.

Proprio così, passa il tempo e tu non senti più niente. Un bel niente. Indifferenza, mestizia che trasuda dagli occhi, noia, astenia, apatia che diventa cronica.

Dio, è davvero tanto difficile tornare alle cose di prima? Il tempo è così stronzo quando ci si mette, o sono i substrati che nel frattempo si sovrappongono a noi e al nostro volere? I nostri desideri vengono offuscati in cambio di una blanda sicurezza.

Le emozioni vere barattate, con la pessima qualità del vivere.

Ora colleziono bottoni e fotografie, esco poco per fare brevi passeggiate, lascio fuori dalla porta le scarpe sporche di fango. Scrivo e leggo solo perché sono triste; un tempo scrivevo soltanto se ero triste, cambia molto il senso di questa cosa.

Ci vuol coraggio ad ammettere di non provare più nulla, almeno quanto ce ne vuole per provare tutto il resto, restando attaccati alla finestra da cui vedo il mondo passare.

Letizia Turrà

Ph: Dan Hayon

Se anche dovessi morire domani…

Se anche dovessi morire domani, saprei che la mia vita non è trascorsa invano.

Sono stata amata moltissimo, e in molti modi possibili; ho amato con la stessa tenacia e sempre con la fiducia nel prossimo che in fondo, da buona ottimista quale sono, non ho mai perduto.

Ho avuto una esistenza piena, costellata di libri che ho letto e scritto, di persone che si sono avvicinate a me con le loro storie e hanno arricchito come non mai il mio passaggio qui.

Se anche dovessi morire domani, saprò di avere avuto al mio fianco le persone che amo di più, due figlie meravigliose e un tempo prezioso che non ci ha visto mai dividerci, per nessuna ragione.

Se anche dovessi morire domani, saprò di aver costruito qualcosa che resterà, almeno per coloro che hanno saputo vedere quella fiamma sempre accesa in me.

Se anche dovessi morire, saprò di tornare tra le braccia di mia madre, e non rimpiangerò nulla di questa esistenza.

Perché è stata tanto bella, tanto piena, tanto fiera.

Quanti possono dirlo con onestà intellettuale? Quanti si sono sentiti fortunati, anche nell’apparente sfortuna?

Letizia Turrà

SICURO PRECARIATO – “Ti spiacerebbe passarmi del sale?”

CRISI DI COPPIA: COM'E' POTUTO SUCCEDERE?

Le conversazioni diventano stereotipate, e il silenzio si fa sempre più assordante.

Guardi fuori dalla finestra. Guardi il piatto, poi il gatto che gironzola libero e indipendente (non lo avresti mai detto, ma provi per lui un’insana invidia). Infine guardi la porta dalla quale vorresti uscire subito, senza pensarci troppo, lasciando il piatto sul tavolo senza più il pensiero che dovresti riporlo nel lavandino, prima.

Invece resti seduto, a svolgere il tuo incarico a termine per un tempo che neppure tu stesso conosci. Sai solo che tua madre li chiamava doveri e quindi tu, da bravo bambino, resterai seduto e tollererai, come faceva tuo padre o come faceva tua madre.

Sei un cazzo di precario, e questo lo sai. Un precario senza dimora fissa nella testa, e un lavoro incerto sotto il culo, che per te è diventato tutto.

Il lavoro rappresenta l’evasione di cui tanto hai bisogno; come l’evasione da quel tavolo a cui stai pensando come un tamburo martellante. Sei seduto a una tavola rotonda, senza gerarchia, eppure tu sai chi è che comanda. C’è sempre chi possiede un po’ di più dell’altro, in un rapporto. Fosse anche solo il cuore, tu sai che è così.

Non appartieni più a quel tavolo e odi quella tovaglia che non hai scelto tu, che fa scivolare il bicchiere bagnato in inverno e ti si appiccica alle gambe d’estate, quando sei sudato. Che orrore! Che fastidioso tedio alberga nel tuo intimo!

La vendetta urla dentro il tuo petto. Sei un precario anche di ciò che non dici. Neppure quelle parole non pronunciate ti appartengono. Hai lasciato scegliere agli altri per comodità ed ora sei scomodo, stretto, stipato in una casa dalla tovaglia di plastica che ti si appiccica alle gambe.

“Mi passi del sale?” – pronunci piano, quasi spaventato all’idea di disturbare. In fondo in quel silenzio che male ci potrebbe mai essere? Spezzarlo comporterebbe il rischio che lui o lei parli improvvisamente, rompendo l’idillio.

Il volume della tv è alto, nessuno spegne o abbassa quel fastidioso ronzio di notizie nefaste.

Se devi uscire, ora è il momento giusto per farlo.

Però aspetta: se ora esci cosa ne sarà di te, là fuori? Sei davvero sicuro che starai meglio? Conviene che tu rimanga dove sei perché tanto sai di essere sempre un precario. Tanto chi ti ascolterà lì fuori? A chi potrai dire le cose che ora dici alla persona che hai accanto, troppo stanca per ascoltarle davvero?

Quelle parole sai bene che non entrano dentro di lei, ma almeno escono da te, e questo ti fa comunque sentire meglio. In qualche modo sei grato per quelle confessioni non ascoltate. Non ti fa sentire in colpa, almeno.

“Mi passi il sale?” – Vorresti pronunciare nuovamente con più vigore, magari osando anche quella punta di risentimento che ti costringe a ripeterti.

Invece stai zitto, mastichi la carne insipida che tanto è comunque buona, la tovaglia non ti dà poi tanto fastidio, e il cielo oggi è di un colore grigio che non vale la pena uscire; prenderesti freddo, ti verrebbe la tosse o peggio il raffreddore, e non puoi permetterti di stare a casa in malattia. Sei un precario, non potresti lasciare nulla di intentato, te ne vergogneresti troppo. Ti ricorderesti che mamma rimaneva delusa quando volevi soprassedere ai tuoi doveri.

Non hai più nessuno che ti ascolti. Tuttavia, una volta ti sei sentito davvero vivo, di una vita possente, volitiva, assoluta. Il suo nome era speciale, ma è durata poco, pochissimo. Un amore a termine. È stato troppo tempo fa, che ti importa di ricordarlo proprio ora? Quel ricordo resterà per sempre racchiuso in te e farà eco ogni volta in cui vorrai sentirti ancora in quel modo.

Il gatto si avvicina al tavolo, pian piano viene verso le tue gambe, puoi sentire il pelo morbido della sua coda carezzarti il polpaccio sinistro. Che diavolo vuole il gatto, se ha appena mangiato? Intanto la bistecca l’hai finita, e nessuno ha sollevato la testa dal piatto, neppure per guardare il cielo grigio di oggi.

Sospiri piano, mentre ti porti alla bocca il tovagliolo, anche quello di carta. Giusto per ricordarti che ogni cosa a quel tavolo è precaria. Usa e getta. Momentanea. A termine.

Allora che fai? Ti alzi o no, da quella tavola? Il gatto si è assopito sui tuoi piedi. Ti dispiace disturbare i suoi sogni. Tu non vuoi che siano disturbati come i tuoi. Da buon essere umano desideri che anche il gatto abbia un po’ di quiete. In fondo sei una brava persona, sei stato solo sfortunato, ma dentro sei un impavido e se solo avessi potuto, avresti cambiato le carte in tavola.

Avresti. Ecco, appunto.

“Se esci puoi passare a prendere un chilo di mele e due banane da Gino?”

“Due banane?” – sottolinei.

“E io che ho detto?” – si asciuga le mani sul grembiule che tiene stretto sui fianchi larghi. Guardi ogni piega di quelle mani e ti chiedi come si faccia a cambiare così tanto, che razza di scherzo è il tempo che corre e capovolge gli eventi.

“Non credo di voler uscire, ho del lavoro da finire che devo consegnare domattina in classe”.

Nessuna risposta. Nessun disappunto. E chi se ne frega, magari da domani la frutta e la verdura avranno le gambe e ci vengono loro direttamente a casa. Si auto consegneranno. Pensi possa essere plausibile.

A testa bassa ti rimetti a correggere compiti. Sei un precario, però i compiti dei ragazzi devi correggerli. Tu li ami quei “pischelli”, anche se ti prendono in giro e ogni tanto qualcuno ha anche tentato di fotterti la bicicletta.

Sei troppo occupato per preoccupartene. Hai un obiettivo, hai un incarico a termine, ma non ti manca il coraggio.

Sei un precario. Però impavido. Un impavido precario.

Letizia Turrà

Quella voglia folle di abbracciare mia madre.

Ieri sera ho avuto una voglia folle di riabbracciare mia madre.

Ormai con il passare del tempo sono arrivata a pensare a me come se fossi io il genitore tra le due, e lei la bambina che non è mai potuta crescere.

Sarà che rimpiango una donna bellissima che ho visto sfiorire.

Mia madre teneva molto al suo aspetto, era sempre truccata e ben vestita, portava spesso lo smalto rosso sulle unghie con una sola linea al centro, come si usava portarlo in quegli anni.

Aveva le mani e il corpo magrissimi, la pelle diafana e un cespuglio enorme di capelli scuri. Piccola, minuta, ma con due occhi grandissimi in grado di catalizzarti.

Era diventata un giunco quando la vidi l’ultima volta. Sarà un ricordo che non potrò mai rimuovere dalla mia mente. Nessuno riuscirà mai a convincermi del fatto che “doveva andare così”. Vaffanculo – ho pensato spesso – perché a me non andava bene per niente che fosse andata così.

Vorrei abbracciarla perché talvolta mi pento del mio essere stata una bambina tanto spinosa e capricciosa. Ero aspra come il limone, spigolosa e viziata, e ho ricevuto più abbracci da lei di quanti avrei dovuto dargliene. Mia madre mi ha insegnato davvero cosa fosse l’amore, quello che non richiede NULLA in cambio; quello che si dà senza avere paura di niente. Forse se l’avessi abbracciata di più non sarebbe stata tanto triste, e forse adesso sarebbe ancora qui.

Non sono mai più riuscita a provare lo stesso sentimento che nutrivo per lei. Nei rapporti che ogni giorno intraprendo, penso al fatto che prima o poi dovrò adeguarmi al distacco, allo sconforto che deriverà dalla delusione, al senso di abbandono che tanto sembra voler contornare la mia esistenza. Ma un amore come quello nostro…è impossibile da trovare.

Solo con le mie figlie riesco ad esprimere appieno ciò che da quell’amore sono riuscita a estrarre.

Di giorno sono spesso felice. Però la sera, quando il silenzio si fa pesante ed io ho paura di quello che sognerò di notte, in quell’istante desidero ardentemente di abbracciarla. Non di essere abbracciata, ma di abbracciarla, che è molto differente.

Alcune notti più di altre, ma il desiderio è sempre lo stesso.

Letizia Turrà

Musica di Claudio Baglioni – “Fotografie”

Se siete grati e felici, fateci caso.

RIFLESSIONI SULLA GRATITUDINE - Patrizio Paoletti

“Una persona grata è grata in ogni circostanza. Un’anima che si lamenta, si lamenta anche se vive in paradiso”.

Anonimo

Devo tantissimo a questo periodo della mia vita.

Mi ha insegnato molto con il suo lento trascorrere, mi ha fatto sentire mancanze che mi hanno lacerato lo stomaco, mi ha fatto apprezzare quanto ho intorno, e mi ha fatto crescere in saggezza e in attesa.

Devo tanto ad ogni singolo giorno. Devo tanto ad ogni singolo respiro. Devo tutto alla musica che cresce manifesta dentro di me e mi accompagna fin dall’infanzia. Devo tanto alle persone che mi vogliono bene e alle quali voglio bene che ogni giorno, immancabilmente, mi hanno fatto arrivare un loro pensiero anche quando stavo molto male.

Devo tanto alla vita che alberga dentro di me e nella quale credo, che mi fa gioire, piangere, sentire disarmata; che mi trascina nel suo vortice senza per questo chiedermi di andare controtendenza.

Devo tutto alla mia famiglia che mi sostiene e su di me confida, sempre.

Quando ogni giorno mi sveglio, carica di impegni programmati e di routine prestabilite, tiro un lungo sospiro e dico: “Grazie” perché ancora ci sono, perché ancora posso dare, perché potrò parlare e donare con la mia parola fiducia e speranza a qualcun altro che necessiterà ardentemente di sentirsi dire quelle parole.

Essere grati è un gesto di grande consapevolezza che tutti dovremmo applicare. E se oggi non siamo in grado di comprenderlo non importa, arriverà il domani a darci conferme che ora sembrano sfuggirci di mano.

Provate a fare una lista per comprendere quanto siete consapevoli di quel che vi accade: inserite in una prima colonna le cose che vi hanno fatto male e nell’altra, quelle che vi hanno fatto bene. Non potete credere quanto sia terapeutico scrivere una sorta di resoconto per sapere che abbiamo molto dentro e fuori di noi ma soprattutto, molto da dare e da ricevere!

La vita è un soffio, non impiegatela a volere o a fare del male. Augurate sempre il bene alle persone che incontrate, a quelle che amate profondamente, a quelle che vi hanno ferite. Nonostante tutto fatelo, senza la pretesa di essere ricambiati.

Voi fatelo, e basta.

La mente ha un potere straordinario che dobbiamo riconoscere. Nulla accade per caso e nulla accade solo, unicamente, per nuocerci. Il più delle volte ogni ostacolo posto sulla strada è qualcosa che noi stessi abbiamo scelto accadesse, con il nostro pensiero sovrastrutturato e complesso o con la nostra ingratitudine per quello che abbiamo ricevuto.

Essere consapevoli significa anche accettare ogni evento come un’esperienza formativa, prima ancora di chiederci se ci abbia recato un danno.

Siate meno severi con voi stessi, e riuscirete anche ad accettare i limiti altrui.

Provate a pensare a quante persone hanno incontrato ostacoli insormontabili e ne hanno fatto un punto di forza, dando una svolta alla loro esistenza. Li vedete sorridere oggi, ma un tempo sono stati i ragazzi bullizzati, gli asini della classe, quelli scartati perché diversi, le pecore nere della famiglia. Potrei fare un elenco interminabile su quante persone così ho conosciuto.

Io stessa sono stata tutte quelle cose.

Non esiste un’età in cui si può essere più consapevoli. Si può scegliere di esserlo fin da subito… sin da ORA!

Fa bene al cuore, fa bene alla salute essere GRATI! E il vantaggio è che incontrerete tante persone a loro volta grate come voi; questo non potrà far altro che arricchire la Vostra esistenza!

Quindi vi dico: se siete felici, fateci caso, portate con voi sempre il bagaglio dell’esperienza e riempitelo delle cose bellissime che vi accadranno.

Vi abbraccio di cuore, con tutto l’affetto di cui sono capace.

Letizia ❤

Quello che non cancelli, resta.

Mamma e io si parlava, di tante cose.
Poi c’erano momenti di silenzio, quasi sempre interrotto da altri tipi di suoni: clacson per la strada, schiamazzi di bambini, urla dei vicini di casa, porte di ascensori che si aprivano e si chiudevano; qualche volta anche le lacrime di mamma che piangeva nell’altra stanza.
Sentendomi in colpa, la raggiungevo col pensiero senza davvero avvicinarmi a lei. Prendevo una pentola, facevo soffriggere l’aglio, poi mettevo il sugo e l’acqua a bollire. In seguito mi avvicinavo alla porta per sentire se piangeva ancora.
Quando la pasta era pronta, e pure il sugo era pronto, la chiamavo.
Sedeva al mio fianco come se niente fosse.
“È buona, lo sai?”. Diceva con tono sommesso, sapendo che io avrei sorriso.
Da quando l’Alzheimer mi ha colpita, questo è l’unico ricordo che mi è rimasto. Mamma non piange più, ed i miei silenzi si sono prolungati nel tempo.
Quello che non cancelli, resta – mi dico sempre quasi come se servisse a rafforzarmi.
Lei invece sosteneva che quello che non ti uccide, ti fortifica.
Oggi so che non è vero. Quello che non ti uccide ti ammazza comunque a lungo andare; smorza il significato del quieto vivere che vorresti.
Ti forza a tornare indietro e a sentire ogni rimorso divorarti lo stomaco, quando tutto ciò che vorresti è cancellare.
Ho preparato una pasta al pomodoro.
Chissà se mamma ne vuole ancora.

Letizia Turrà

Pensiero del giorno

woman carrying mirror

Per parlare bene e pensare bene, bisogna avere la volontà di essere delle buone persone. È troppo semplice, nonché minimizzante dire e pensare male degli altri, di ciò che ci accade, o delle vicissitudini altrui. Produce un effetto riduttivo, soprattutto in quelli che lo fanno. La schiera di persone che si avvicineranno, saranno a loro volta una propagazione di quel pensiero, sempre negativo e ostile, senza alcun margine di miglioramento.

Applicarsi ogni giorno pensando che c’è un miracolo dietro ogni persona e dietro ogni avvenimento quotidiano: così dovremmo vivere, pensare, agire.

Letizia Turrà