I papà sono creature strane.

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Amo mio padre come si amano le cose lontane, che non puoi toccare.

Io mio padre me lo sono sempre immaginato come qualcuno non appartenente a questo mondo; una creatura strana che rappresenta la più intima parte di me, e il mio lato maschile che preservo da sempre.

Siamo entrambi appassionati di ufologia, di musica (lui è un insegnante di musica, insegna batteria per la precisione), discorsi filosofici e astrali che nulla hanno a che vedere con la stragrande maggioranza degli argomenti che tratta il mondo che si rifà ad un modo di vivere meramente religioso dove la persona spera (o pensa) che vi sarà un posto in paradiso per ciascuno di noi.

Io e mio padre abbiamo conosciuto il paradiso e l’inferno qui sulla terra ed all’interno di questo micro spazio che ci è stato riservato siamo rimasti lontani, ma non troppo da dimenticarci l’uno dell’esistenza dell’altra.

Amo mio padre perché non l’ho mai potuto davvero toccare, perché come molti amo le cose che non si possono avere o che è più semplice compiangere. E lo amo pure perché quello che provo anche solo quando vedo il suo like sui miei post è inspiegabile, come un cuore che batte dall’altra parte e mi dice: “anche se non ci sentiamo mai, io ti penso.”

Lo amo perché mi ricorda le canzoni belle che insieme abbiamo ascoltato migliaia di volte senza dire niente altro. Non c’era bisogno di dirsi nulla, avevamo solo bisogno di ascoltare.

Rifletto sul fatto che è bello essere pensati dalle persone che amiamo, perché noi apparteniamo alle persone che amiamo, anche nel silenzio del mondo che non può ascoltare le nostre preghiere.

Il tempo sul volto di mio padre è passato cambiando i suoi tratti di bambino in quelli di un ragazzo dagli occhi brillanti, poi un eccellente musicista, poi un padre un po’ assente, e infine una persona in cerca della saggezza con le doti di un grande comunicatore.

Ed io che non riuscivo a perdonarlo per una marea di motivi, mi sono ritrovata a comprendere ogni suo passo solo oggi, dopo 36 anni, lunghi e pesanti come i macigni scuri che porto al posto degli occhi.

Due pietre che sono appartenute a mio padre e mia madre un giorno, e che oggi porto con me, come diamanti allo stato grezzo.

Io lo amo mio padre, e glielo scrivo perché non sono mai riuscita a dirglielo davvero.

Perché lui sappia che il perdono è la più alta forma di crescita umana.

Sono troppo grande per essere abbracciata ora, forse.

Ma mai troppo per sentirmi amata, perché voglio sentirmelo dire ancora che quello sarà per sempre.

Ti amo papà, spero che sorriderai leggendo questa.

Tua figlia, Letizia T.

Nella foto: mio padre.

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Le collane di perle…

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Mia nonna Rosina

 

È il giorno della Festa del Patrono, nel paese accanto al mio.

Tra luci e suoni indistinti, imbocco un piccolo vicolo solitario, dove si trova una bancarella di oggetti vecchi e dimenticati.

Il mio sguardo si sofferma ora sulle ceramiche, ora sui quadri raffiguranti Venezia e luoghi a me sconosciuti. Osservo con attenzione e nostalgia quegli oggetti inutili per molti, che al contrario io rivedo pregni della vita di qualcun altro, terminata chissà dove e chissà come.

I miei occhi si illuminano quando l’occhio ricade sulle collane di perle.

Già, le collane di perle.

Improvvisamente risorge dal cassetto della memoria il ricordo di quando frugavo nei cassetti della mia nonna paterna e vi trovavo le sue collane di perle.

Una volta finii in ospedale col mal di pancia perché mangiai una collana intera, perla dopo perla.

Dal giorno in cui sono nata non gliele ho mai viste indossare, nonostante fosse di origini francesi e per questo amante delle cose belle. Mia nonna era una donna devota e pulita in viso, vestita con indumenti semplici e poco vistosi, seppure molto elegante nei movimenti.

In quel momento ho compreso che non l’ho neppure salutata prima che morisse, ero lontana quando se n’è andata improvvisamente, lasciandoci tutti sgomenti.

Ho ripensato alle sue collane e alla vetrina in sala da pranzo infarcita dei suoi cimeli, e ho riso di gusto ripensando al fatto che mangiavo le sue collane di perle.

Una vera follia. Ho rivissuto qualcosa che avevo rimosso; ho ricordato mia nonna, che amava sentirmi cantare.

Perché sia avvenuto ora è qualcosa che probabilmente non riuscirò mai davvero a spiegarmi. Forse sono più ricettiva di un tempo, o forse ho bisogno di aggrapparmi al passato per poter comprendere che vivo oggi in questo, ormai lontano da allora, Presente.

Quel passato dove ridevamo con poco e avevamo poco, succhiavamo stecchi di liquirizia di un gelato al limone, piangevamo con Nino Buonocore e la sua “Scrivimi”, attendevamo la riapertura dei Lidi in vista dell’estate, facevamo nuove conoscenze che lasciavano il segno, bevevamo Gazzosa fino a farci scoppiare la pancia, sentivamo il cuore esplodere per un ragazzo biondo che metteva Ligabue al Jukebox sperando che fosse dedicata a noi, sognavamo di fuggire via dal luogo dove eravamo nate….

Sorrido ripensando alle collane di mia nonna che spezzavo per poi mangiarle, alle discese veloci in sella a una bici senza freni, alle risate sguaiate quando imitavo la Pausini al Karaoke.

Tutte cose così, tra presente e passato, che fanno sorridere il cuore.

Letizia T.

 

Faccio fatica a fidarmi delle persone.

noelle oswald donna e gatto

 

Non so ancora perché mi succeda, ma faccio fatica a fidarmi delle persone.

Faccio fatica a incamerare un complimento, una critica, un gesto gentile e autentico, senza poi sentire una fitta lacerante allo stomaco.

Forse le troppe, vistose ferite, chissà. O forse è solo il dolore trascorso a tenermi lontana da  un ulteriore dolore.

Mi occupo delle persone costantemente, ma spesso mi sento abbandonata da molti altri, ed è una di quelle sensazioni che nessuno riesce a levarmi dalle ossa.

Mi muovo in silenzio, parlo sempre meno, scrivo sempre di più, osservo da lontano gli altri come fossero orizzonti lontani, amo fotografare e salire sugli alberi grandi.

Rileggo i sentimenti che gli altri avevano nel passato nei miei confronti, che sembrano ormai sopiti come pagine sbiadite, quasi senza una ragione.

Forse siamo solo di passaggio – penso concretamente – quindi anche il bene provato è stato qualcosa di passaggio. Io però quando voglio bene lo faccio sul serio, e non tutte le persone che oggi provano per me un sentimento indifferente o sono sparite dalla mia vita le ho dimenticate.

E neppure coloro che mi dimostrano amore adesso. Io faccio fatica a dimenticare, quasi quanto faccio fatica ad affidare i miei sentimenti nel palmo della mano di un altro essere vivente.

Io non ce la faccio a non mettere paletti, mantenere distanze, fare finta di non essere suscettibile, impressionabile, emotiva.

Ho appena scritto sotto al post di un amico, che non conosco la paura, e forse ho pronunciato la più ardita bugia fra tutte quelle che avrei mai potuto sostenere.

Invece ho paura di come mi sento. Ho paura di non essere amata a lungo come fossi un’onda che si ripete all’infinito. Ho paura di essere dimenticata, bistrattata, turlupinata. Ho paura di fare la richiesta diretta con scritto: “Rimani”!

Così molto spesso mi allontano dal riflesso della vita, come quando ti specchi e ti vedi brutta e non torni a specchiarti, finché la tua autostima non riprende il giusto assetto.

Forse è più colpa mia quello che accade, sono stata più in grado di ascoltare e “sentire” gli altri, ma poco ho ascoltato me stessa per via dei mezzi che ho usato come ponte per presentarmi agli altri.

A volte guardo il mio volto e vi scorgo qualcuno che non è stato ancora emotivamente compreso, né completo.

Sento che userò sempre uno scudo per proteggermi; che vorrò sempre bene a certe persone nonostante tutto; che verrò dimenticata.

Nel frattempo, mi occupo di questo presente, in cui faccio finta che la paura per me NON esista.

Letizia Turrà

ph: Noelle Oswald

 

 

Non siamo più lì. Non siamo più noi.

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Vorrei tanto che ti sedessi qui, e col tuo profilo greve mi raccontassi qual è stato il sogno più bello che hai fatto recentemente; qual è stata l’ultima volta che hai pianto; qual è stato il momento in cui hai compreso che mollare era più importante che vincere.

Vorrei restare da sola con te, anche solo per due minuti, per sentire quella favola antica, che trasposta dalla tua bocca mi apparirà come sempre nuova.

Invece vivo qui, ancorata ad un presente che non mi appartiene, a desiderare di resistere perché fa più male abbandonare tutto.

Riguardo vecchie foto, le trapasso con lo sguardo.

Non siamo più lì. Non siamo più noi.

Letizia Turrà