La recensione del cuore – “La bambina celeste” di Francesco Borrasso

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Credevo che avrei pianto dall’inizio alla fine leggendo questo libro, ma lo stomaco era così avvolto dalle emozioni, che neppure una stilla si è affacciata sul mio viso, pronta per confortare Daniel, il protagonista di un dolore netto, pulito, asciutto, crudo, inestirpabile poiché ormai entrato nelle ossa, tanto crudele da scaturire quasi meraviglia e al contempo rabbia contenuta.

E’ attraverso le parole di Francesco Borrasso che conosciamo Daniel il pittore, l’uomo narrante, e la sua “bambina celeste”, Giorgia.

Daniel racconta con estrema sintesi e lucidità del momento in cui avviene l’innamoramento con Victoria, la sua futura moglie, da lui chiamata spesso con il nomignolo di “Vic”.

“Tutte le volte che ho pianto, che ho riso, tutte le volte che pensavo fosse finita, tutto il vento e la pioggia e poi il sole, tutte le colazioni e i sorrisi di mio padre, tutti i pranzi e le carezze di mia madre, tutti i desideri spenti sulle torte e quelli persi scommettendo su una stella, tutti i lividi e i cazzotti, le delusioni in serie, le sbornie per dimenticare, tutta la rabbia che ho accumulato, tutto questo mi ha portato a lei.”

Da quell’amore inizialmente acerbo, e poi sempre più profondo nascerà un bambino.

Daniel è continuamente assalito da momenti profetici, come quello in cui Victoria, a pochi passi dal parto, cede allo sconforto dovuto a un senso di inadeguatezza come futura madre.

E’ ancora giovane, perciò è comprensibile che non senta di volere abbandonare la sua vita fatta di uscite con gli amici, le bevute e le serate fino a fare le ore piccole.

Forse ciò che si riesce meglio a delineare in questa sequenza, è che il più delle volte ciò che rifiutiamo in fase embrionale, è destinato ad essere rifiutato anche dall’Universo futuro, il quale non fa che rispondere alle nostre richieste, seppure inespresse verbalmente.

Victoria e Daniel affrontano la felicità della nascita di Giorgia, e Daniel comprende cosa significhi sentirsi vivo, “messo al mondo” per la prima volta.

“La notte non dormo; Giorgia è silenziosa, sonnecchia, solo io mi incanto a guardarla, seduto sul letto, le ginocchia al petto. Alza e abbassa il suo petto senza pretese, quel corpo che ha bisogno di me e Vic per sopravvivere; la fisso per capire se è viva, gli occhi mi fanno tranelli, raccontano bugie. Voi ce l’avete un ricordo perfetto? Uno di quelli che a ripensarci vi accorgete che non mancava nulla?”

Racconta così, con inesplicabile freddezza eppure incredibile calore, il vissuto della sua bambina felice.

Una felicità destinata a spezzarsi a soli quattro anni, quando scoprono che Giorgia ha una macchia nella testa.

Quella macchia è un tumore che la porterà alla morte, ma lei ancora non lo sa. E non lo sanno neppure mamma e papà quanto è difficile distaccarsi da qualcosa che hai così tanto amato e così fortemente voluto.

E’ contro ogni regolamento della natura e di Dio (che qui viene sottoposto, ovviamente, ad un aspro giudizio da parte del protagonista), perdere un figlio. Non esiste una definizione per i genitori senza figli, è questa la semplice realtà.

Non esiste appiglio, parola, religione, sostegno, forma d’arte né tela sulla quale imprimere i tuoi giorni grigi, che possa acquietare tutto quel viluppo.

Non esiste sorriso da cui si intravedano le gengive uguali a quello di tuo figlio, non esistono più i suoi passi di bambino, quei dialoghi profondi e quel contatto con il mondo delle favole che un adulto disconosce, spinto dalla disillusione quotidiana.

Daniel prova invidia e stupore per la dignità con la quale Giorgia affronta la malattia, quando vede i suoi capelli caderle sui piedini come foglie leggere.

Lei è la bambina celeste, che punta alle stelle e vuole volare, perché è una fata. La fata di papà.

“Forse ai bambini le favole non dovrebbero essere lette, rischiano di illudersi, di credere nella giustizia, di pensare che i buoni vincano sempre; le favole sono fasulle, piene di bugie…”

Nonostante ogni speranza da parte dei genitori, e la convinzione determinata che vincerà lei contro la malattia la metastasi avanza, e Giorgia lascia il mondo terreno per tornare a quello da cui è venuta, tra le stelle.

Difficile definire fino a che punto si possa accettare che una bambina innocente, così in tenera età, sia destinata a morire.

Personalmente, da madre lo trovo ancora inammissibile.

Tuttavia la vita ci pone spesso di fronte a ciò che non vogliamo. Regala spiragli di luce e numerosi punti di buio che ti servano proprio a comprendere che la luce è importante, tanto quanto l’oscurità.

Concludo con le parole dell’autore, con la quale mi complimento per questa storia intensa e profonda.

“Ho scoperto che un bambino muore con una dignità sconosciuta ad un adulto. Non hai protestato, non hai cercato ribellione, non ti sei disperata per le operazioni, per la chemioterapia, non sei stata di malumore, eri solamente stanca. La tua lotta è stata innocente.”

A presto, Letizia T.

Immagine: Facebook, pagina dell’autore.

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