Principi che salvano le principesse…

 

INNAMORATI6

 

E a proposito di prìncipi che conquistano le principesse, era così che il Sig. Sherman amava chiamare Cesare.

Dal giorno in cui sua madre era morta, egli lo prese in affidamento e lo crebbe come e più di un figlio. Cesare era diventato il principino di casa.

Da allora da tutti venne infatti soprannominato a quel modo.

Era un ragazzino differente da tutti gli altri.

Aveva vissuto in sostanza per tre quarti della sua infanzia e adolescenza con Francis, non parlava molto volentieri di ciò che lo riguardava e di sua madre in special modo, poco o niente.

-“Ricordo poche cose di lei – diceva – ma era un tipo solitario credo, perché non mi fece mai spontaneamente una carezza, quasi come se avesse paura di amarmi.”

Era il classico tipo magrolino, dal naso pronunciato e spigoloso, come molti adolescenti che sono ancora nella fase della pubertà.

Unita a quell’insolito aspetto estetico, una grande riservatezza lo contraddistingueva.

Era la classica persona alla quale potevi confidare qualsiasi cosa sapendo che lo avrebbe tenuto per sé. Il miglior confidente si potesse desiderare.

Inspiegabilmente, almeno per me, egli riteneva che non fosse indispensabile parlare di sé agli altri perché alcuni dolori sono individuali, e cioè soltanto nostri. Gli altri non sono tenuti a sapere.

Potevo anche capire quel modo di pensare che per certi versi era molto vicino a ciò che anche mia nonna professava da sempre.

Molti a scuola lo evitavano perché credevano che dietro quel suo modo bizzarro e anticonformista si celasse un ragazzo egocentrico e pieno di sé.

Per natura come tutte le donne io amavo molto parlare, e possedevo quell’innato bisogno di esternare in ogni circostanza i miei sentimenti, ma non reputavo affatto viste le nostre differenze caratteriali che fosse un ragazzo presuntuoso, piuttosto sapeva tenere per sé quello che gli altri non sono in grado di comprendere e aveva anche la grande forza di mantenere riservate le sue insicurezze e paure, che non permetteva si tramutassero in spavalderia sciocca come tra molti ragazzi della nostra età.

Tra noi si era come stabilito un patto: io parlavo e lui ascoltava quanto avevo da dire. Era più una sorta di seduta psicoanalitica che un dialogo tra amici.

Ci piaceva stare insieme nonostante mio nonno ci dicesse di stare attenti quando giocavamo nel labirinto, giacché essi sono costruiti con la concezione che chi vi entri trovi difficoltà ad uscirne.

E così nel labirinto adoravo nascondermi da Cesare, lasciavo che mi cercasse provando dentro di me il brivido dell’essere poi scoperta.

Il vento che scuoteva le foglie non lasciava intuire qual era il momento in cui egli si sarebbe avvicinato, pronto a sorprendermi.

Quando infine in modo inatteso mi sentivo afferrare per un braccio, scoppiavo a ridere con la mia voce stridula.

Un mattino, al termine di una lettura in biblioteca, Cesare mi guardò entusiasta.

-“Laura hai mai sentito parlare della capsula del tempo?”

-“La capsula del tempo? Che cos’è?”, dissi avvicinandomi a lui e dando un’occhiata al libro da cui proveniva quell’illuminazione.

-“E’ semplice da quello che ho letto, basta trovare una scatola che contiene qualcosa di nostro e metterla sotto terra. Poi tra qualche anno, magari tra 100 anni quando noi saremo morti, qualcun altro la troverà e saprà chi ha vissuto in questa casa.”

-“Sembra fantastico, facciamolo!”, gli dissi felice.

Il nonno aveva un grosso capannone carico di attrezzi, che teneva lucidi e splendenti come gioielli.   Vi entrammo di soppiatto appena avvertito il silenzio nell’aria, rubammo la vanga e andammo nel labirinto per scavare.

-“Ma non è troppo lontano qui Cesare? Non lo ritroveremo con facilità.”

-“E’ il posto giusto, non siamo noi che dovremo ritrovarla, ma altre persone che verranno dopo di noi.”

-“Non essere assurdo, ci saremo sempre e solo noi, siamo figli unici, gli unici che possano ereditare queste case.”

-“Che importa adesso? Magari i nostri figli se un giorno li avremo, troveranno quello che abbiamo lasciato. Insomma vuoi farlo sì o no?”

Gli feci cenno col capo che intendevo farlo e iniziammo a scavare.

Facemmo una buca profonda circa 90 cm, abbastanza per essere un giorno ritrovata.

-“Bene, ora non ci resta che mettere dentro qualcosa di nostro.”

Cesare scrisse un bigliettino con una frase, io anche e inserii anche una foto di mio nonno. Mi sarebbe piaciuto un giorno che i miei figli lo conoscessero e sapessero quanto era stato importante per me.

In quelle foto era ritratto con gli occhiali, gobbo e intento a lavorare sulla macchina da scrivere, una  Olivetti lettera 22. Era la foto che lo rappresentava meglio.

Presi una scatola dal mobile delle scarpe e misi dentro i nostri cimeli.

Eravamo soddisfatti per ciò che avevamo fatto, ma sporchi di terra, fino al collo.

Per segnare la posizione, piazzammo una bandierina colorata, non visibile per chiunque.

-“Sarà il nostro segreto Laura, promesso?”

-“Sì, prometto che lo sarà.”

Ritornammo al capannone per riporre la vanga e davanti alla porta di ingresso, trovammo mio nonno ad attenderci.

-“Che cosa state facendo voi due?? Vuoi spiegarmi signorina perché prendi senza il mio consenso i miei attrezzi da lavoro? Guarda come ti sei conciata, sei piena di terra fino al midollo!”, disse arrabbiato.

-“E’ colpa mia signore – disse Cesare – le ho proposto di fare un lavoro in giardino, che poi si è rivelato troppo faticoso, così abbiamo lasciato perdere, giochi stupidi da bambini, non succederà mai più.”

Mio nonno fece finta di bere la bugia, poi ci guardò entrambi.

-“Voi due dovrete essere una squadra produttiva ragazzi, dove l’uno non invoglia l’altra a commettere sciocchezze e viceversa. Conto sul fatto che non si ripeterà mai più che vi mettiate nei guai o prenderò seri provvedimenti nei tuoi confronti Cesare.”, disse severo.

Dopo averci canzonati, il nonno aveva preso la pompa e ci aveva lavati per bene, dalla testa ai piedi, ridendo come un matto anche.

“Il labirinto di orchidee” di Letizia Turrà, Narcissuss Streetlibr, 2015

Image: Google research

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Il labirinto di orchidee

 

sassi

 

Una località di mare, la brezza marina che accarezza la pelle, i vetri forgiati dal corso dell’acqua e dal tempo, che ne ha arrotondato i contorni rendendoli minerali che in rilievo spiccano dalla sabbia, pronti a mostrare la loro lucentezza.

Semmai dovessi raccoglierli e portarli a casa, ecco che ti accorgeresti che non sono più uguali a come erano quando li hai raccolti sulla spiaggia, perché è sul mare che ne viene catturata la loro vera essenza.

In lontananza è possibile udire una musica di pianoforte. Giunge dal centro, è l’invito rivolto dai musicanti al pubblico, che li richiama a festeggiare con loro la bellezza della vita.

La vita non è quello che ti accade mentre cammini, mentre corri, mentre pensi.

La vita non è una ruota che gira come molti ci hanno educato a pensare, e non è nemmeno una corsa a ostacoli con una meta da raggiungere.

La vita è molto, molto di più.

E’ uno scorrere lento e veloce di un fiume procace, molto di più di tutto ciò che ti accade, più di una ruota o una corsa a ostacoli.  E’ più di una meta con uno scopo finale.

La vita è amore, allo stato puro. Simbolo della ricchezza di un’umanità, che sembra non credere più a niente.

Eppure non si vive senza amore.

E’ una cosa che ho scoperto col tempo, da quando mi sono auto imposta di aprire una porta che credevo chiusa, quella del mio cuore.

Tutto iniziò quando osservai in silenzio i miei polsi, legati a un letto di ferro battuto, doloranti e sanguinanti.

Mentre il ricordo mi riportava ai miei giorni di infanzia, me ne stavo lì a recuperare i cocci di una vita da adulta persa a sbagliare dietro alla valutazione di ciò che era stata la mia esistenza, fino a quel fatidico decadere, così in basso. Facevo una valutazione, una volta per tutte.

Un termine del tutto nuovo per me.

Valutare, infatti, non era mai stato il mio forte.

La mia storia era stata più un raid di persone. Una vita “metti e togli”, passata a intervistare volti, selezionare storie e sfaccettature di personalità a volte contorte, altre volte delicate, quanto mai sconvenienti, e a tratti rudi.

Quando si tratta di parlare di sé, di lasciarsi andare, non tutti sono in grado di liberarsi dalle catene, fisiche o mentali possano essere.

Preferiamo celarci dietro schermi illuminati, attraverso nomi fittizi, maschere invisibili e spinose abitudini.

Siamo animali fatti di sessualità e primordialità allo stato puro.

Durante un’esistenza fatta soprattutto di riflessioni, ho avuto modo di conoscere persone eccezionali, dotate di un carattere e di un’umanità eccellenti. Persone di una cultura e di uno spessore emotivo aldilà di ogni immaginazione.

Ho incontrato anche la crudeltà umana, constatando come l’uomo possa arrivare a dare il peggio di sé, facendo del male ad altri pur di condiscendere alla propria insoddisfazione.

Ed ora ero nella fase di bilancio, quella in cui si tirano le somme.

Ero cresciuta in un contesto rigoroso, con una madre che non accettava di far parte di una dinastia borghese ormai estinta, alla quale era rimasta dannatamente ancorata.

L’ho vista autodistruggersi, persa nella chirurgia plastica e nell’alcool. Non sapevo mai quando era il giorno in cui stavo comunicando con mia madre e quando con la signora del rhum, ormai ero solita definirla così.

Mio padre era greco. Sebbene un uomo di cultura e uno scrittore affermato, non aveva mai avuto la cosiddetta vena di padre, trascorreva gran parte del tempo a scrivere. Esprimeva concetti buttati dapprima su un foglio, poi lo appallottolava e imprecava contro il cestino della carta dove era diretta la pallina di idee.

In cerca di ulteriore ispirazione, guardava fuori dalla finestra il nostro labirinto.

Possedevamo un maestoso giardino all’Italiana con enormi edere e orchidee bianche e viola.

Il labirinto, posto al centro della proprietà, era stata un’idea di mio nonno Nestor, da tutti chiamato Nicola.

Era lui il filosofo di casa, scrittore e poeta greco, da cui mio padre aveva ereditato la passione per la lettura e la prosa.

Di lui manterrò sempre ricordi piacevoli molto più che con i miei genitori.

A dire il vero manterrò gli unici ricordi che possiedo solo grazie a quell’uomo e ai suoi precetti.

Un amore forte il nostro, fatto di sguardi che erano sufficienti a comunicare, perché non servono parole quando è il bene sincero il motore  trainante di un rapporto.

Ed anche laddove servissero, il nonno sapeva sempre usare quelle giuste.

Il nostro rapporto era iniziato lentamente, come la costruzione di una casa, per molto tempo rimasta priva di finestre.

Provate a immaginare un piccolo mattone.

Lentamente aggiungete gli altri fino a formare una casa.

Ora pensate alla casa completamente eretta ma senza ancora le finestre.

Pensatela anche in un giorno di freddo e vento.

L’aria passerebbe per ogni pertugio, ogni apertura, creando così una forte corrente.

Ecco cosa succede a quel tipo di rapporti. Hanno la solidità di una casa ma allo stesso tempo non possiedono il calore di un focolare perché permettono all’aria fredda di penetrare. E’ una casa a metà, dove non ci si sente sicuri.

Avrà bisogno di finestre prima o poi per essere vissuta.

Finestre che permettano di godere di quello che c’è fuori pur restando dentro, al sicuro.

Mantengo intatto il ricordo di quella volta, in cui ritornato in Italia da un viaggio all’estero, mi aveva portato alle giostre durante la festa del Santo Patrono.

Tutto diventava emotività insieme a nonno Nicola, mi vestiva con l’abito più bello e adornava i miei riccioli di fiocchi rosa e azzurri che accarezzava piano, quasi fossero petali di cotone.

Mi sentivo sicura solo al suo fianco, tra le sue forti e grandi braccia.

Mi esibiva con grande orgoglio agli amici del circolo, dove spesso il pomeriggio si recava per discutere vari temi filosofici o socio-politici.

Io guardavo tutti quegli uomini acculturati fumare sigari, e mi chiedevo cosa volesse dire essere una persona tanto ricca di sapere.

Alcuni di loro si dimostravano ostili riguardo alla decisione del nonno di portare una bambina in un contesto tanto complesso, ma il nonno non sembrava dare importanza alla cosa.

-“Nonno – gli dicevo – ma quante cose un essere umano può essere in grado di conoscere?”

-“Possono essere innumerevoli bambina, ma non infinite. La mente umana è programmata per assicurarsi un gran numero di informazioni, ma qualora debba incamerarne altre che ritenga più importanti, allora deve fare spazio a quelle, quindi alcuni dati precedentemente appresi andranno persi.”

Ai miei occhi non mi sembrava fosse così per mio nonno, che sapeva sempre dare la risposta giusta ad ogni domanda, in ogni occasione.

-“Non capisco nonno. Spiegati meglio!”, dicevo incuriosita, sapendo di stuzzicare il suo ego.

-“Ti racconterò allora un aneddoto, famoso tra noi del circolo. Una volta a teatro, un giovane si vantava di essere sapiente perché conosceva molti sapienti. Un filosofo replicò: ‘anch’io conosco un gran numero di ricchi; questo, però, non mi ha reso più ricco!’. Capisci? Non conta che tu conosca sapienti o ricchi perché tu possa dire di raggiungere il loro livello, tutto dipenderà da quanti dati il tuo cervello sarà stato in grado di immagazzinare e rendere esperienza.”

-“Cos’è l’esperienza?”

-“E’ una parola tanto lunga quanto impossibile da spiegare con facilità, lo capirai col tempo, quando avverranno certe cose.”

 

Estratto dal romanzo “Il labirinto di orchidee, niente è come sembra” di Letizia Turrà

Image: Google Photo

Il posto più bello del mondo è da nessuna parte.

 

LETIZIA COPERTINA DEF

Il 2016 è iniziato in modo un po’ drammatico.

Il 10 gennaio, appena ventiquattro ore dopo aver compiuto 69 anni, David Bowie se n’è andato, lasciando questa terra e ritornando alle stelle, luogo da cui probabilmente era arrivato per poi scegliere di fermarsi qui tra noi, a regalarci bella musica e l’illusione che questo mondo accetti la diversità, l’anticonformismo e la libertà espressa da ogni essere umano.

Insieme a lui una carrellata di personaggi storici, scrittori (Umberto Eco), attori, musicisti, ci hanno lasciati.

Allora mi sono fermata a riflettere sul fatto che in questa vita impermanente non lasciamo mai davvero qualcuno, finché il nostro ricordo e la nostra energia rimangono qui.

La vita è un sottilissimo filo cui è attaccata la morte, l’unica tappa sicura in questo mondo di incertezze e l’unica che ci insegni davvero qualcosa, perchè quando soffriamo per la perdita di persone care o perdiamo qualcosa alla quale teniamo, comprendiamo cosa significhi dare valore a ciò che ci circonda.

Da molto tempo (in realtà da quando avevo dieci anni) vivo di queste riflessioni, al punto da aver esteso la mia ricerca fino al profondo significato di questa nostra esistenza, perché ci sono momenti in cui la vita ti impone d’esser forte.

Mi considero fortunata per aver avuto una vita da artista, perchè è stato come aver vissuto centinaia di vite, ho incontrato volti, maschere più o meno grottesche e sofferenti, riuscendo a vederci sempre qualcuno dietro, non soltanto ciò che appariva agli occhi.

Quella che viene narrata in questo libro è una storia basata su eventi realmente accaduti. Tuttavia, per evitare ogni riferimento a persone o fatti, i nomi sono stati modificati e alcuni luoghi e cenni storici sono frutto di invenzione, creati al fine di rendere più “romanzesche” le vicende.

Il tentativo era semplicemente quello di raccontare la storia di una persona che è riuscita a riscattarsi dopo acute sofferenze e, di conseguenza, si è cercato di dare al lettore la certezza (o l’illusione) che non tutto il male arriva per distruggerci, a volte esso giunge a noi per insegnarci qualcosa di ancor più importante.

Scrivere di Patricia è stato molto difficile, ho dovuto togliere la mia pelle per indossare nuovamente la sua, una pelle dimenticata e con vent’anni di polvere addosso che urlava per riuscire a venire a galla.

La musica, eterna mia compagna fino a quando vivrò, mi è stata di aiuto in tutto il percorso, in ogni riga, in ogni rilettura, in ogni notte in bianco persa a litigare con me stessa e con la storia stessa, quando qualcosa “non filava”.

In tutte le righe sono presenti David Bowie e John Lennon.

A quest’ultimo devo soprattutto il titolo di questo libro, perchè come lui stesso scrisse in una cartolina inviata ad un amico e archiviata nel libro “Le lettere di John Lennon”: “Il posto più bello del mondo è da nessuna parte“, ed io ho sempre ritenuto che fosse vero.

Ho utilizzato molti dei titoli per descrivere gli spazi temporali, al fine di rendere omaggio ad alcuni brani che sono stati importanti nel corso della mia vita.

Ciascuno di essi ha tirato fuori qualcosa di me, nel bene e nel male.

Dedico questo romanzo alla mia famiglia, l’unica piccola isola felice ma la più vera che io sia riuscita a creare, composta da mio marito, che ha lavorato con me alla copertina di questo libro sostenendomi sempre e alle mie due figlie, le persone più speciali che io conosca.

La fonte di ispirazione più grande è rappresentata dalle persone che mi circondano nella vita reale e quelle che mi supportano attraverso la rete, gli amici scrittori e fotografi, che riempiono il mio cuore di fiducia nel prossimo (compito non sempre facile), e presso i quali ho riscontrato conforto e amicizia; sono stati per me importanti per le loro storie che erano sepolte in un cassetto, e non vedevano l’ora di uscire per far parlare di sé.

Ringrazio immensamente tutti loro perché mi hanno insegnato il valore più grande: quello di credere nei propri sogni e lottare; altresì la cosa ancora più importante: imparare a perdonare chi ci ha fatto del male, seppure il male peggiore arrivi sovente proprio dall’interno delle famiglie, non solo da un mondo esterno.

Scrivere questo romanzo infatti ha contribuito a farmi perdonare i miei genitori per gli errori da loro commessi, ho imparato ad amarli con maggiore profondità, li ho compresi scendendo fino al loro abisso, e ho scelto di archiviare ogni sbaglio.

Ringrazio gli amici scrittori horror, che mi hanno aiutata a delineare il profilo di questo genere di scrittori, di alcuni di loro ho sentito le profonde ferite ed in qualche modo questo mi ha aiutato a curare anche le mie.

Ringrazio chi mi ha sostenuta per la descrizione dell’autopsia, in particolare la studentessa di scienze biologiche Federica Filippini per la consulenza e la guida all’uso di termini specifici, e grazie anche a chi mi ha prestato i suoi libri per documentarmi, e chi mi ha seguito passo dopo passo in un tema finora mai affrontato, ma che mi ha molto appassionato.

Ringrazio Monica D’Eri che mi ha seguito nella correzione delle bozze, per la sua grande amicizia, un legame che seppure distanti dura da quasi vent’anni. Monica sei una persona davvero speciale.

Ringrazio la fotografa Anna Scarselletti per avermi dato l’opportunità di utilizzare la sua foto di Oxford Circus a Londra, luogo in cui il libro si conclude. Quell’immagine è stata determinante nella scelta della realizzazione e della grafica.

Grazie anche a Edi, un artista albanese che nel 2001 realizzò il mio ritratto (in sovrapposizione alla copertina), soprattutto per aver fermato un momento importante della mia vita, uno di quelli che determinò il mio cambiamento interiore ed esteriore.

Sfortunatamente non ho più avuto sue notizie dal 2002. Non ho idea di dove possa trovarsi oggi, ma quando guardo quel ritratto che da anni è situato nel mio ufficio a casa, mi auguro sempre lui sia sotto a un cielo positivo, beato, a guardare le stelle.

Un infinito grazie va alle persone amiche sui Social, Rita, Maria Nadia, Eugenio, Renata, Emanuele, Maria, Raffaella, Valentina, Nancy, Edgar, Roberto, Riccardo, Daniele e tante altre che mi sostengono, alle quali rivolgo quotidianamente, in ogni istante, il pensiero più bello e a Debora, che è stata di ispirazione per quest’opera.

Grazie a Patricia, a Scott, a John e Jack, che mi hanno insegnato a tirare fuori cose di me che non avrei mai ritenuto possibili potessero emergere.

Grazie infine a Mr. Pitor, il quale mi ha insegnato cos’è la vera felicità.

 

Letizia T.

Image: Copertina romanzo “Il posto più bello del mondo è da nessuna parte” di Letizia Turrà