My Valentine…

 

parigi

 

 

My Valentine

 

Il sole iniziava a calare su una  romantica Parigi, pronta ad abbigliarsi del suo miglior vestito, proprio come Patricia, che indossò l’abito che il suo amato aveva scelto per lei.

Aveva messo delle scarpe eleganti e sofisticati gioielli; ma erano i suoi occhi a brillare più di ogni cosa al punto che, fatto il suo ingresso in sala, molti ospiti illustri si voltarono ad ammirarla.

Tutto le sembrò progettato come in un sogno, persino la musica eseguita da un pianista vestito di bianco, che intonava un magico brano di Sir Paul (Mc Cartney), mentre sorseggiava un Cosmopolitan.

“What if it rained? We didn’t care. She said that someday soon the sun was gonna shine, and she was right this love of mine…My Valentine…” le sussurrò nelle orecchie Scott.

Si voltò a guardarlo, radiosa come ogni donna innamorata.

<<Sei stupenda Signora mia, credo di non aver mai visto una sala tanto gremita, intenta ad osservare una sola donna.>>

<<Lo dici quasi come se non fossi abituato a cotanta bellezza.>>

<<Posso solo dirti che il mio intero corpo sta vibrando, e che finora nella mia vita non era mai accaduto che io rimanessi senza parole da pronunciare. Potrei anche non dire più nulla, ma i miei occhi parlerebbero, comunque.>>

<<Allora lascia che sia così, lascia che siano i tuoi occhi a dirmi ciò che vuoi dirmi, lascia che siano loro a toccare il mio cuore, anche solo per un momento, fa che io diventi i tasti del tuo pianoforte: il bianco per la mia semplicità, il nero per i miei lati oscuri, che solo tu riesci a leggere.>>

Quel momento sarebbe bastato a colmare ogni vuoto, ma lo sanno tutti che le cose belle, quelle che “colmano”, non durano a lungo come dovrebbero.

Tratto dall’ultimo romanzo dell’autrice Letizia Turrà

VIETATA LA RIPRODUZIONE.

Image: Parigi (Google)

 

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Mad world… .

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Claire entrò dalla porta con un magico sorriso che servì a rassicurarla.

<<Sorellina…>> disse abbracciandola.

<<Ciao Claire.>> con voce flebile ricambiò il saluto.

<<Io vado ragazze, qui ci sono le chiavi di casa. Per qualsiasi cosa, sai dove trovarmi.>> disse rivolgendosi a Patricia.

<<Ora che siamo sole, dove vuoi che ti porti?>>

<<C’è una scuola elementare qui vicino, vorrei andarci.>>

<<È una richiesta insolita, ma credo si possa fare. Fatti una doccia prima, non voglio girare al fianco di una mummia puzzolente. E truccati anche!>>

Mad world

 

“Children waiting for the day they feel good

Happy Birthday

Happy Birthday

And I find it kind of funny

I find it kind of sad

The dreams in wich I’m dying are the best I’ve ever had

I find it hard to tell you

I find it hard to take when people run in circles

It’s a very very MAD WORLD…”

I bambini giravano in cerchio, tenendosi per mano tra schiamazzi, urla e risate.

Era strano pensare che anche lei molti anni prima avesse conosciuto quelle stesse sensazioni di gioia e purezza. Fu folle pensare che di colpo, crescendo, fosse arrivata a perdere tutto.

Guardò sua sorella negli occhi: <<Mio padre non è mai venuto a prendermi a scuola. Dovevo tornare a casa a piedi, da sola. E non perché fosse occupato a lavorare. Non è mai venuto perché semplicemente non c’era. Ogni volta mi giravo a guardare gli altri bambini che andavano a casa con i loro genitori, io non ho mai avuto tale privilegio.>>

<<Ecco perché ti è mancato. Io invece ricordo che odiavo quando mia nonna veniva a prendermi a scuola, mi metteva in imbarazzo il fatto di non poter essere autonoma, come molti altri bambini. Solo quando ha cominciato a stare male, e quindi non veniva più, ho capito che mi mancava quel gesto d’amore, quel suo volermi dire “sono qui ogni giorno perchè sono presente nella tua vita e tu sei vita per me”. Che stupida sono stata a non capirlo prima.>>

<<Non sei tu ad essere stupida. L’intera umanità lo è, nessuno capisce un cazzo finché possiede il vantaggio di sentirsi amato. Guardali… sono così felici, sorridenti, provo molta invidia per loro.>>

<<Secondo me ogni età ha la sua bellezza. Godi di quello che c’è ora, e sarai felice.>> le strinse le braccia in una morbida carezza.

Letizia Turrà, “Il posto più bello del mondo è da nessuna parte”

Vietata la riproduzione, tutti i diritti sono riservati.

Image: Facebook

“My little red child”

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“Il mio piccolo bambino rosso”, era così che sua madre Lora adorava chiamarlo. Il piccolo Jack Burn era venuto al mondo in un giorno piovoso, ed era apparso come un esserino dalla chioma fulva e dalla pelle bianca, con i capelli che avevano il colore dei ranuncoli arancioni a primavera.

Contrariamente ai bambini cresciuti da soli perché senza fratelli, Jack crebbe come un bambino vivace e aperto alle meraviglie del mondo.

Tutto riusciva ad attrarre la sua attenzione, in particolare le leggende riguardanti le navi.

Quando gli chiedevano da grande cosa avrebbe voluto fare, rispondeva sempre senza esitazione: <<Il pirata!>>

Il padre era un ufficiale dell’Esercito polacco spesso lontano da casa, dove vi faceva ritorno solo nei periodi festivi, portando al figlioletto quelle fantastiche bottigliette di vetro lunghe dal collo stretto, al cui interno erano collocati modellini di navi da guerra o galeoni.

Il ragazzino osservava stupito e sorpreso quei tesori nati dalle mani dell’uomo, chiedendosi come fosse possibile che barchette così grandi entrassero dentro una bottiglia così piccola, doveva trattarsi sicuramente di qualcosa di misterioso. L’unica plausibile motivazione che riuscì a darsi era che fosse il vetro a modellarsi in base alla grandezza della nave spinto da un incantesimo, una sorta di magia.

Nel corso degli anni, il bambino Jack diventò un ragazzo prestante e scrupoloso nei confronti dei dettagli.

In un viaggio a Vienna aveva infatti scoperto come venivano prodotti quei souvenir che tutto avevano, fuorché qualcosa di magico e misterioso.

Non fece in tempo a rimanere deluso da quella sua scoperta, affaccendato com’era negli studi e nelle gare di atletica.

Lora sapeva che quel ragazzo possedeva dentro sé qualcosa di speciale; egli cominciò ad esprimere il desiderio di volere diventare poliziotto, una specie di segugio, ma non si era mai spinto oltre la pura conversazione, poiché sapeva che sua madre disapprovava, essendo la moglie di un militare.

Il suo sogno sembrava destinato a rimanere tale, fino al giorno in cui suo padre venne ucciso dalle Forze armate sovietiche.

Lora aveva preparato il polpettone della domenica e il piccolo Jack era intento a giocare con la palla in cortile, quando vide due misteriosi uomini, alti e vestiti in borghese, scendere da una GAZ Berlina, e dirigersi verso la sua casa.

Quando sentì le urla della madre comprese che era accaduto qualcosa di tragico a suo padre.

Fu il segno certo che il suo destino sarebbe stato quello di fare l’indagatore. Si mise alla ricerca degli assassini del genitore, ma non li trovò mai.

Nonostante fosse stato l’odio a spingerlo nei suoi intenti, quando incontrò per la prima volta Gold, egli lo prese a ben volere come un figlio. Il vecchio era un pezzo grosso con venticinque anni di esperienza, già a capo del dipartimento, nonché massimo esponente della polizia scientifica in Italia.

Fu così che Jack iniziò ad approfondire il ramo della criminologia, laureandosi in biologia e studiando a fondo la genetica forense. Un anno dopo ottenne anche la laurea in medicina e successivamente la specializzazione in Medicina legale, diventando anatomopatologo.

Quello stesso anno sua madre morì a causa di una polmonite, ed egli rimase definitivamente solo.

Bastarono pochi anni perché il “piccolo bambino rosso” si trasformasse in un uomo chiuso, a tratti insicuro e a volte superbo, perché cosciente di essere bravo nel suo lavoro.

Conservava in casa ancora le bottigliette che suo padre portava dai viaggi, l’unico ricordo di un’infanzia felice nella quale era stato molto amato.

Per contro, nonostante tutto quell’amore ricevuto, egli non aveva saputo donare a se stesso la bellezza di una vita sentimentale appagante, che aveva compensato con la frequentazione di bordelli e case chiuse, di cui era diventato cliente assiduo a partire dai diciotto anni.

Burn si sentiva compreso solo da quel genere di donne, e lasciò che quella diventasse quasi una prigione che si autoinflisse consapevolmente; lo perseguitava infatti la terribile paura che avrebbe potuto perdere il controllo della situazione qualora nel rapporto di coppia fossero giunti i momenti cupi, i litigi, i tradimenti.

Leila era la perfetta vergine da sposare, abitava nel suo quartiere a pochi metri da lui, ed era una ragazza tutta casa e chiesa.

Sarebbe stata la donna ideale per un uomo impegnato a lavorare e che nel tempo libero andava a prostitute.

Provò per lei un amore autentico fino al giorno in cui nacquero Matthias e Joanna, i due gemelli.

Relegata al ruolo di madre e soffocata dalla routine, sentì il bisogno di “respirare”, e di ritornare ad essere una donna.

In casa i due cominciarono ad organizzare spesso feste, cui partecipavano anche i colleghi del distretto.

Tra loro, da poco si era aggiunto al gruppo Stevenson, un giovane detective specializzato in criminologia forense, talmente bravo da essersi guadagnato la sua fiducia, lasciando che entrasse in casa come uno di famiglia, anche nei momenti in cui lui era assente.

Jack, completamente all’oscuro della sofferenza di Leila, perché troppo occupato a lavorare e troppo egocentrico per preoccuparsene, perse per la prima volta il controllo.

Fu una mossa che gli costò il veder naufragare il suo matrimonio in meno di un anno.

Leila se ne andò via con i ragazzi, lontana dal luogo che le aveva procurato solo dolore, e Jack seguitò a mentire anche a se stesso.

Non era vero infatti, come egli raccontava a tutti, che non si fosse mai messo alla ricerca di Leila.

Semplicemente si rifiutò di accettare l’idea di avere fallito una volta nella vita e di non essere stato il degno capitano della sua nave, proprio per la donna che più aveva amato. Così non le chiese mai di tornare, né le disse mai che l’amava ancora.

E’ incredibile come ti cambino le ferite. Diventi qualcun altro, e ciò che eri un tempo viene spazzato via, ad eccezione delle barchette incastrate nelle bottiglie di vetro, quelle le tieni ancora sullo scaffale, perché ti ricordano chi sei e che lì dentro, ci sei anche tu.

LETIZIA TURRA’, “IL POSTO PIÙ BELLO DEL MONDO E’ DA NESSUNA PARTE”.

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IMAGE: Google research

“È quando pensiamo di non avere più possibilità, che si riapre uno spiraglio per noi.”

2.-Modern-Times-Hiroshi-Sugimoto-Fondazione-Bevilacqua-La-Masa-Venezia-2014

Londra, 30 marzo 2014

 

<<E con questo fanno centoventitre scatole, Signorina. Firmi qui il foglio, la consegna in Italia avverrà entro e non oltre tre settimane a partire da oggi.>>

<<Scusi dimenticavo di dirle che quella scatola di legno non è da caricare sul camion, la porterò sull’aereo con me, grazie.>> disse riprendendo in mano la sua scatola dei ricordi.

<<Capisco, allora fanno centoventidue scatole, un bel mucchio di roba per una casa di soli 90 metri quadrati. E’ una bella casa!>> disse il fattorino dei traslochi.

<<Era molto più di questo. Era la mia casa.>> disse poggiando la mano sulla cassetta postale riportante la targhetta “Wood-Rovani”, e constatando quanto i due cognomi messi insieme cozzassero terribilmente.

Prima di lasciare la zona si recò presso la casa di Mr. Titor per riconsegnare le chiavi.

<<Entri, le ho preparato un tea al bergamotto, è italiano, così non sentirà la nostalgia del posto che sta lasciando.>>

Non potè fare a meno di crollare in un pianto disperato davanti al vecchio.

Egli aveva conosciuto lei e John, li aveva visti crescere insieme e costruire giorno per giorno quel rapporto che da innocente amore tra due ragazzini, era mutato nel sentimento forte di due adulti.

<<Avanti bambina, non faccia così, le cose finiscono e ricominciano, vedrà che è soltanto una crisi passeggera. E’ davvero sicura di voler lasciare la casa?>>

<<Non tornerà Sig. Titor, conosco bene John. La perdita di sua madre lo ha sconvolto. Dallo scorso 27 marzo non è stato più lo stesso. Non è rimasta traccia della persona che conoscevo. Non tornerà più quel ragazzo cupo, dagli occhi dolci e le parole lapidarie.>>

Voltandosi ella vide una foto sulla credenza; c’erano raffigurati tre bambini.

<<Sono i suoi figli quelli?>>

<<Sì, sono Matt, Cindy e Rupert, tre bravi figlioli. Cindy è morta dieci anni fa, stava bene, poi improvvisamente una notte ebbe una febbre vertiginosa e lamentò dei dolori fisici molto forti. Avvenne tutto rapidamente, come la diagnosi: leucemia. Vedere morire tua figlia a dieci anni credo sia la cosa più scioccante a cui ti possa capitare di assistere. È una cosa che non dimentichi, che ti lacera dentro, insieme a lei. Vorresti essere tu quello che muore, senti che saresti anche in grado di sopportare meglio quel dolore, ma la verità incomprensibile, è che non si è mai pronti alla morte, sia che sia la propria, sia che sia quella delle persone a te più care. Vede Patricia, per molto tempo io e mia moglie ci siamo chiesti come avremmo fatto ad andare avanti, a proseguire nella nostra vita come nucleo famigliare. Matt era piccolo e noi pensammo di non avere più amore da dare, quella perdita ci aveva seriamente svuotati. Quando un anno dopo mia moglie scoprì di essere incinta di Rupert, fu il segno che il cielo non ci aveva abbandonati e che ci era stata riservata un’altra possibilità. Dovevamo coglierla, e ripartire. È quando pensiamo di non avere più possibilità, che si riapre uno spiraglio per noi. Ora lei si sente sola, sconfortata e delusa. Ma un giorno questo dolore sarà lontano, così lontano da farle apprezzare questo evento negativo.>>

Abbracciò il vecchio e si diresse a Kensal Green, per salutare sua madre Amy.

Si era levato un gran vento e proprio allora, in quell’istante, ricordò di quanto odiasse il vento fin da bambina; era sempre stata terrorizzata da quel fischio riottoso che si insinuava tra le finestre.

Sedette piano ai piedi della tomba, e cercò di imprimere nella sua mente un ultimo ricordo, che le restasse addosso come un tatuaggio.

<<Ciao mamma, questa volta sono sola e sono venuta a salutarti perché per lungo tempo, andrò via per pensare. Magari tornerò a Venezia un giorno, o magari a Milano, la città che tu amavi tanto. Mi manchi mamma, mi manca tutto di te, persino il tuo risotto pronto che infilavi nel microonde. Ti ricordi che lo prendevo dal centro anzichè dai bordi, e puntualmente mi scottavo? Poi piangevo, tu mi sgridavi e di nuovo, amorevolmente, mi pulivi il muso e mi davi un bacio. Mi sentivo al sicuro con te, con te soltanto. Ti ho portato i tuoi fiori preferiti, i gigli. Londra è bellissima oggi, c’è un sole primaverile ed in questa stagione io e John avremmo fatto una piacevole passeggiata a Greenwich. Mi sono sempre chiesta se la felicità sia un bene riservato a poche persone. Dicono che in media un essere umano sia felice per due anni complessivi durante il corso della sua intera vita. È evidente che io ho usato tutta la mia riserva di quella felicità ed ora è terminata. Ora ti lascio mamma, ma so che la tua anima è sempre al mio fianco. Restami accanto.>>

Uscì da Kensal Green lasciando la morte alle sue spalle, senza voltarsi indietro.

Letizia Turrà “Il posto più bello del mondo è da nessuna parte”

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Image credits: Modern-Times-Hiroshi-Sugimoto-Fondazione-Bevilacqua-La-Masa-Venezia-2014