Il mondo del Self è una merda…ma sarà poi vero? Confusioni e dubbi sull’era del SELF.

IMG_9803.JPG«Se fosse possibile, preferirei lasciar scorgere, anziché esprimere, il mio pensiero. Anche se avessi con te una discussione, io, ben lungi dal battere i piedi, gestire con le mani e dall’alzar la voce, lasciando tutto ciò agli oratori, sarei pago alla fine che a te fossero pervenuti i miei pensieri genuini, che non avrei impoverito ma nemmeno imbellettato».

Seneca, Lettera 74 a Lucillo

Questo mese ho speso pù di 100 euro per acquistare libri di autori Self.

No, non vi sto mettendo al corrente dei miei ultimi acquisti, né del fatto ch’io preferisca acquistare la buona, conosciuta e vecchia carta, anziché un abito.

Io ho comprato un prodotto in cui credo fermamente: quello auto prodotto senza l’ausilio da parte dell’autore, di una casa editrice.

Ultimamente ho sentito persone urlare allo scandalo sul web e nei gruppi pseudo-letterari (che spuntano come funghi sui Social), poiché a detta loro, si rifiuterebbero di dare affidabilità ad un testo pubblicato con il metodo self.

Secondo antiche credenze (le brutture derivanti dai pregiudizi non finiscono mai e non hanno un tempo di nascita conosciuto), i libri auto pubblicati non subiscono alcun controllo da parte di un editor, la maggior parte delle volte sono scritti male e puzzano di “fregatura” appostatasi dietro l’angolo a danno dell’ignaro lettore.

Ebbene, rido. Sì, rido perché é ridicolo che qualcuno creda ancora che i nuovi emergenti che scelgono o fanno tutto da soli perché magari scartati da alcune CE, pubblichino spesso spazzatura.

Questa è vecchia quasi quanto il pensiero che la cultura e la conoscenza di un idioma da parte di una persona dipenda dal suo titolo di studio!

Io voglio difendere gli autori come ME, che ho auto pubblicato ben cinque libri dal lontano 2013.

Un autore Self non dorme la notte per colpa di un’impaginazione sbagliata, o di una parola che gli è sfuggita sul cartaceo che magari qualche lettore attento gli fa notare quando ormai è troppo tardi per correre ai ripari e la stampa è già partita; si mangia le mani quando, nonostante tutti i tentativi e gli studi di auto critica che applica su di sé, la casa Editrice alla quale ha mandato il suo manoscritto non si degna neppure di rispondere, e l’unica che risponde (magari) gli chiede un investimento economico iniziale per far sì che i suoi libri siano pubblicati.

Tutto solo per poter dire agli altri: “Sai, io ho una casa editrice!”

Bé, mi dispiace dirvelo ragazzi, ma ho letto libri pubblicati con CE scritti non da cani, DI PIU’!

Essere rappresentati da un NOME più o meno grande non è indice di qualità dell’autore stesso!

L’autore self si fa un mazzo così per arrivare a conquistare un pezzetto di quel territorio di squali quale si dimostra talvolta essere il mondo editoriale. Molti di noi rinunciano a spedire i loro libri alle CE, e si rivolgono direttamente a piattaforme gratuite come “Narcissus Streetlib” (che io consiglio vivamente, è quella che uso io), “Il mio libro” e molte altre.

Le persone che lavorano dietro queste piccole-medio imprese la maggior parte delle volte si rivelano di gran lunga più competenti e disponibili di molti editor, pagati proprio per fare il loro mestiere.

Cosa voglio dirvi con questo? Che bisogna avere rispetto di chi sceglie di auto pubblicarsi, perché il rischio e gli eventuali cocci sono suoi.

In questi giorni sui Social – e altrove – si discute del caso di un’autrice Self che avrebbe pubblicato un libro quasi interamente copiato da una ben più nota autrice possedente, al contrario, una casa editrice.

Non so cosa pensare, mi dissocio da ogni eventuale, ulteriore, ignobile, sterile e inutile polemica.
Credo che vi saranno delle conseguenze per questo suo gesto, e semmai sarà lei l’unica a risponderne.
Ho letto un articolo che additerebbe il suo genere (romanzo rosa) come un genere di “merda”, senza troppi giri di parole.

Non mi interessa neppure discutere di questo, reputo che ciascuno di noi abbia i suoi gusti letterari (anche se più volte ho detto cosa penso riguardo al romanzo rosa condito di erotismo scialbo riferendomi all’ingiustificato successo della trilogia di E.L. James), ma rimane pur sempre un mio parere, assolutamente discutibile e non condivisibile da tutti.

Non possiamo togliere il diritto ad un altro di leggere un determinato genere, né possiamo togliergli il medesimo diritto di leggere uno scritto di qualità, redatto interamente dal nostro animo attingendo dalla “farina del nostro sacco”, con l’uso di un italiano ottimo e curato, emozionante, e che abbia in sostanza dei contenuti genuini e privi di eclatanti forme di plagio.

Vi esorto quindi a dare fiducia a tutti noi, poiché anche se non scriviamo i classici (un attimo di silenzio…senti come suona bene per alcuni questa parola e poi scopri che leggono tutt’altro, eh?!), siamo in grado di impegnarci nel massimo rispetto di quanto abbiamo creato, e soprattutto del lettore, utente finale seppure principale, del nostro operato.

Il Self non è merda, non è fregatura.

E’ solo uno spazio alternativo, un acquarietto di pesciolini più o meno colorati, che meritano lo stesso cibo di tutti gli altri pescioloni che nuotano in un mare aperto.

Perché grazie al Self, è stata data una voce a tanti, tantissimi autori bravi e dotati di particolari sensorialità, col dono vero della scrittura.

Valentino Bompiani, famoso editore, scrittore e drammaturgo, sosteneva:

“Dietro ogni libro c’è una somma di azioni, pensieri, inquietudini, angustie, decisioni e speranze condivise giorno per giorno, ora per ora. Ritrovare tutto questo tra le proprie mani in un oggetto di pochi centimetri, ogni volta illude e consola.”

Mi rivolgo agli autori self come la sottoscritta: teniamoci stretto questo piccolo pezzetto di cielo e terra che stringiamo tra le mani, che una volta portato a termine chiameremo “libro”, e non permettiamo a nessuno di stroncare i nostri sogni per l’errore di un altro autore, o perché la strada davanti a noi ci appare impervia e interminabile.

Se proprio decidete di mollare, fatelo unicamente perché siete voi a volerlo fare.

Intanto, se avete ancora cinque minuti, vi consiglio di leggere questo articolo che parla di autori famosi, partiti dal Self Publish: http: //libreriamo.it/curiosiamo/5-autori-famosi-che-hanno-iniziato-con-il-self-publishing/

A presto, Letizia T.

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I leoni da tastiera…

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Un nuovo morbo si è diffuso tra la gente, ed è altamente infettivo.
Laddove l’offesa ormai è divenuta la consueta forma di comunicazione, subentra sempre più spesso quello che viene definito il  “leone dietro la tastiera”.

Sì, proprio lui. Suvvia, non lo avete mai incontrato?

Il leone da tastiera è un tipo forte, coraggioso, totalmente libero e indipendente nel pensiero, e ribelle sotto qualsiasi forma.
Non lo intorti tanto facilmente, lui non è uno schiavo del sistema come lo sei tu, lui legge solo i classici, lui è soprannaturale e arguto, e conosce ogni risposta ad argomenti quali il sistema monetario e bancario, complotti, massoneria, politica, bellezza, moda, consulenza, stile, realtà legali, immigrazione, fotografia, musica, pittura, scrittura… e chi più ne ha più ne metta!

Può essere un letterato o nel peggiore dei casi, un ignorante che nemmeno nei ghetti peggiori potrete mai scovare.

È davvero una fortuna che io sia cresciuta in infanzia tra case popolari in mezzo a famiglie Rom, perfettamente integrate tra noi (parlavano persino il nostro dialetto fluentemente), quindi quando vedo un leone da tastiera non mi spavento più di tanto, né mi tuffo nel mare delle futili escandescenze.

Lì tra quei quartieri di leoni ne ho visti tanti, ma di VERI.

C’erano quelli che si arrampicavano come gatti fino al quinto piano senza fare una piega, per rubacchiare quel che gli era possibile.
C’erano le mamme che piangevano perché un figlio non tornava, con una dignità tale, da farti tremare.
C’erano gli spacciatori che sorridevano, nonostante gli spari della polizia alle loro calcagna.
C’era mia madre che sottraeva due bimbe dalla violenza di un’altra madre che si ubriacava fino a perdere il controllo di sé.
C’ero io che a otto anni correvo battendo i miei piccoli pugni sulle porte dei vicini, sperando che qualcuno sentisse le mie urla disperate, perché mia madre aveva appena avuto un collasso e io dovevo salvarla, ad ogni costo.
C’era un leone che tornava a casa sempre di cattivo umore, e riempiva di botte tua madre.
C’era tuo nonno che singhiozzava, ingoiando bocconi di lacrime amare, sulla tomba di quella stessa madre, che era la tua.

E così sorrido, quando vedo quali insulti certi “leoni” infliggono ad altri. Mi sembra di sentire le loro urla mentre dicono a squarciagola: “Ehi, io ci sono, guardatemi, non mi ha mai considerato nessuno nella mia vita, né nella mia famiglia, mi sento una merda, sono una merda e faccio una vita di merda. Quando torno a casa mia moglie mi mazzola pure. Qui dietro al monitor posso dire e fare ciò che voglio ma a casa, se solo esprimo il desiderio di mangiare la pasta anziché la salsiccia, le prendo anche dai miei figli. Quindi scusatemi, ma devo offendere qualcuno, altrimenti come potrò sentirmi migliore??”

Ecco, questo è ciò che penso nel mio intimo di chi si sfoga (erroneamente) contro altri, nutrendo la propria insoddisfazione, e sottovalutando che il problema vero non risiede negli altri, ma nel giudizio che abbiamo di noi stessi.
Mi piacerebbe incontrare un leone di questo genere e fissarlo negli occhi, per riuscire a capire se il suo ostentato coraggio è davvero così possente, anche al di fuori della rete.

So già cosa gli direi: “Tu non sei un leone, sei un coglione.”

Letizia T.