MI AMERO’ LO STESSO! – Paola Turci e le sue cicatrici

Il libro 'Mi amero' lo stesso', l'autobiografia di Paola Turci, in una foto diffusa il 1 ottobre 2014. ANSA/ ++HO -NO SALES EDITORIAL USE ONLY - NO ARCHIVE++
Il libro ‘Mi amero’ lo stesso’, l’autobiografia di Paola Turci, in una foto diffusa il 1 ottobre 2014.

Conobbi Paola Turci che ero giovanissima, credo fosse il 2000. Lavoravo in uno studio di post produzione musicale in Via Palermo a Milano.

Rimasi subito colpita la prima volta che vidi un personaggio (che prima avevo sempre visto in tv), in carne e ossa davanti a me… e che personaggio poi!

Paola possedeva quel piglio fiero, da combattente, un modo quasi duro di porsi con chi entrava per la prima volta a contatto con lei.

I capelli lunghi e castani le coprivano il volto solo su un lato, che manteneva celato, per una specifica ragione.

Aldilà di quell’atteggiamento duro, la sua voce calda e suadente si apprestava a donare emozioni.

Fu un bel momento, che ricorderò sempre con nostalgia.

Una vita da combattente la sua, persino quando un incidente nell’agosto del 1993 le costa quasi la vita sulla Salerno-Reggio Calabria, da cui esce con il volto sfregiato, cento punti di sutura e un occhio salvo per miracolo.

Paola combatte per riprendersi ciò che le è stato tolto, perché conta di più la sua dignità, la sua arte, quella che vuole mettere al servizio del pubblico che la ascolta, per il quale sente di essere nata.

Canta dolcemente e grintosamente Paola. Canta alla vita, con il volto sempre seminascosto dai capelli.

Non è semplice accettare quelle cicatrici, non è semplice non vedere il solco che si crea nell’anima. E’ una ferita troppo grave per una donna.

Non resta che decidere a quel punto cosa nella tua vita conti di più, se ciò che pensano gli altri di te, o cosa davvero tu pensi di te.

Ripartendo da se stessa con un coraggio da leone, riprende a fare la sua musica, con la sua voce graffiante e un rock delicato, che regala straordinarie emozioni a chi le sa apprezzare.

Perché è così che le cose vanno, sono poche le persone che sanno ammirare alcune sonorità, perché talvolta è difficile, se non impossibile, comprendere che proprio dietro  vi sia un vissuto chiaro e un destino preciso, come quello che è toccato a Paola.

Lei ha recuperato non solo la sua musica, ma la voglia di vivere e di amarsi ogni giorno, lottando contro quell’evidente difetto fisico, che molte altre donne non avrebbero accettato, ma del quale Paola ha fatto un punto di forza e ripartenza, perché la vita non finisce, se non quando siamo noi a deciderlo.

E’ notizia di queste ultime settimane che abbia deciso di far conoscere la sua storia in un libro dal titolo determinante “Mi amerò lo stesso”, edito da Mondadori.

Un libro che parla di come le cicatrici ti lacerano cuore e anima, e possano creare un muro di diffidenza e sfiducia nei confronti della vita, che sembra tanto amara.

Quelle cicatrici che comunque le hanno consentito di essere la donna che è oggi.

Il mio augurio, per tutte quelle persone che soffrono a causa di un dolore fisico e interiore, è quello che ogni donna impari ad amare le proprie cicatrici, perché l’estetica non rappresenta ciò che siamo in essenza e in verità.

Conta quello che ogni giorno scegliamo di desiderare, fuori dai falsi dogmi dell’aspetto.

Contano cuore e pelle, che sanno comunicare come nessun altro.

Auguri Paola per il tuo percorso, che sia sempre luminoso come quel tuo piglio fiero e coraggioso, con l’augurio che un giorno le nostre strade possano incrociarsi nuovamente!

A presto,

Letizia T.

Storie di Bullismo – perché è tanto importante amarsi…

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Accade un giorno, in un preciso momento: quel brano musicale che sentivi da tempo, improvvisamente ti appare come nuovo.

Al primo raggio di sole che ti perfora l’iride con la sua violenza, senti uno specifico strumento; solo poco dopo ti rendi conto che quel suono c’è sempre stato. Ed è sempre stato lì, alla portata del tuo orecchio.

Eppure, tu te ne sei accorto solo in un dato momento, quando il tuo orecchio si è rivelato pronto a recepirlo; non è qualcosa che hai chiesto, e non c’è nulla che tu possa fare; quel suono che prima non esisteva, è giunto in un istante preciso senza che fossi tu a stabilirlo, e senza che tu fossi adeguatamente pronto a comprenderne il valore.

Così come quel suono, anche l’amore per te stesso… anche quello arriva in un giorno ben preciso.

Perché amarsi è così importante? Questa è la domanda più grande fra tutte.

Mi ricordo che da bambina non avevo stima nelle mie capacità, ero un ragnetto magro e pieno di capelli scuri, rigorosamente tenuti corti da mia madre per paura dei pidocchi a scuola.

L’unica mia peculiarità era quella di essere alta, al di sopra della media dei bambini della mia età.

Questo non mi evitò certo di prenderle da quelli che erano più piccoli di statura rispetto a me.

Mia madre era morta da qualche mese quando fuori da scuola iniziarono a prendermi di punta, e conseguentemente a prendermi a botte. Sapevo di essere sola, lei non c’era più e nessun altro poteva difendermi. Mi vergognavo persino di parlarne a casa, perché temevo che mi avrebbero detto che ero incapace di difendermi. Tutto ciò mi avrebbe resa ancora più fragile.

Per anni ho subito ciò che una volta era consuetudine tra i ragazzi, e che oggi invece ha preso il nome di “bullismo”, la forma più meschina dell’essere umano che non sa comunicare con le parole il suo dissenso verso il prossimo, o verso una vita che non accetta che gli crea uno stato di disagio.

La causa derivava prevalentemente dall’interno del nucleo famigliare dove si vivevano situazioni più o meno conflittuali. Sostengo questo perché sono certa del fatto che i ragazzi sereni non si ponevano violentemente nei confronti dei più deboli perché erano stati educati all’empatia che prevedeva un reciproco sostegno con quei loro compagni considerati emarginati.

Cominciai ad unirmi alle persone “deboli” come me, comprendendo di avere molta più forza di quella che credevo di possedere; riuscii così nell’intento di dare un messaggio a quelli disagiati e violenti (i veri deboli), portandoli sul binario opposto rispetto a quello da loro intrapreso e ritenuto corretto.

Ero talmente abituata a non amarmi, da aver smesso di occuparmi di me: non mi lavavo, non mi curavo, non avevo più rapporti sinceri con nessuno, ero ingrassata fino a pesare 90 kg a dodici anni, e me ne stavo rinchiusa nel mio mondo, un rifugio nel quale mi sentivo sicura perché non mi sentivo compresa dagli altri.

Ricordo solo che restavo pietrificata di fronte a tanta violenza espressa da un mio coetaneo, fisica o verbale che fosse.

Poi finalmente cambiò la mia visione delle cose, mi ribellai cominciando ad evitare coloro che avevano cercato di sopprimere quella parte di me con violenza e improvvisamente, quello che prima era per me un muro insormontabile, divenne un lenzuolo leggero.

Più semplicemente, non mi occupai più di chi mi procurava del male, ma solo di ciò che mi faceva stare bene perseguendo un obiettivo, come quello della musica, che coltivavo dalla tenera età.

Al contrario di quel ristretto gruppo che li trovava vincenti e simpatici, io vedevo finalmente quei ragazzi per ciò che erano: pieni di enormi debolezze.

Proprio come lo strumento che senti chiaro, nitido, vidi lo spiraglio della mia luce interiore e compresi che sì, potevo davvero cambiare le cose, e dovevo farlo partendo da me stessa, compiendo determinate azioni.

Nessun altro poteva aiutarmi, nessun altro che non fossi io poteva amarmi, sostenermi, insegnarmi a crescere.

Da qui l’importanza del mio messaggio che oggi voglio sia rivolto a voi.

Nell’epoca di internet, il fenomeno del “bullismo” è sempre più dilagante con riprese video di soprusi a danno di giovani e minori, che non fanno che rendere ancora più gravoso e denigratorio lo scherno per la vittima, scatenando altro odio in chi assiste inerme davanti allo schermo a tale inspiegabile violenza.

Vorrei tanto che ciascuno di voi imparasse ad amarsi, perché senza la consapevolezza delle vostre capacità non progredirete, né sarete in grado di aiutare gli altri a farlo, e non sarete in grado di gioire per quanto possedete già.

Vedo moltissimi essere invidiosi per i beni degli altri, senza considerare che si tratta solo di cose materiali, mentre i beni più importanti sui quali dovremmo soffermarci sono proprio quelli dell’anima, fatti di persone, di ricordi, di sensazioni che non ritornano, di mani che si toccano e di cuori che si parlano.

Provate a pensare a un dono che possedete, qualcosa di soltanto vostro che realmente potrà aiutare gli altri.

Ad esempio, io aiuto spesso gli altri con le mie parole, le persone si rivedono in quanto scrivo, ecco perché mi sento spinta a proseguire nei miei obiettivi e vivo con un determinato scopo.

Vi sono anche casi in cui quello che ho scritto non è piaciuto a molti ma non importa, non l’ho vissuta come una sconfitta, bensì come motivo di crescita interiore, considerando che il livello di comprensione di uno scritto varia in base allo stato d’animo del lettore in quel determinato momento/periodo.

Così mi sono amata proprio con i miei difetti, mi sono amata nonostante qualcuno non abbia condiviso ciò che il mio cuore ha esternato.

Mi sono detta: “Se l’ho fatto con il cuore, tutto il resto non conta”.

Mi guardo allo specchio oggi e vedo una donna forte, mi sento anche a tratti bella, mi stimo per ciò che ho fatto finora, e per aver affrontato a testa alta il dolore di essere emarginata dagli altri a scuola e bistrattata con violenza persino da persone che ritenevo importanti per me.

So che la lezione non è terminata quel giorno alle scuole medie; so che continua ancora oggi, ed ogni giorno devo essere più forte di chi cerca di togliermi il valore che merito.

A differenza di chi compie certi gesti, io sono cresciuta e sono andata avanti, con amore e credendo in me stessa, senza dare la responsabilità agli altri per i miei fallimenti.

Nessuno sarà mai così importante per la vostra autostima, quanto voi stessi.

E voi siete troppo importanti per buttare via la vostra vita dietro a una violenza verbale o a una violenza indotta sugli altri.

Mi viene in mente quanto diceva Goethe: “Chi è nell’errore compensa con la violenza ciò che gli manca in verità e forza”.

A presto,

Letizia Turrà

Image: Google – Bullismo

Dedicato ai 50 anni di mia madre che mai compirà.

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I long for peace before I die All I want to know that you’re there You’re gonna give me all your sweet … Mother love

Nell’epoca in cui le donne hanno il terrore di invecchiare sorrido pensando a quelle donne come mia madre, che oggi avrebbe compiuto 50 anni, e che tale privilegio non lo ha avuto.

Mi chiedo sempre come sarebbe stata oggi, è venuta a mancare che io ero bambina, avevo 5 anni quando scoprì di essere malata e dieci quando morì. Tutto avvenne in tempo record: le cure mediche inefficaci, i farmaci, gli odori dei reparti ospedalieri che perforano le narici e che mai dimenticherò. No, ormai sono cosciente che certe cose non le dimentichi neppure se sei la creatura più forte su questa terra.

Sono trascorsi molto velocemente 24 anni dalla sua scomparsa, ma la sua bellezza e spensieratezza aleggia ancora nell’aria… e in me.

Questa mattina mi sono messa a cercare nel “cassetto dei ricordi” qualcosa che le appartenesse strettamente. Ho trovato il suo block-notes dove lei amava appuntare ogni emozione e poesie (mi spiego da chi ho ereditato la mia vena di “scrittrice”).

Scriveva così il 23 agosto 1981:

Certe volte basta poco per credere che la vita sia meravigliosa.

Certe volte basta un niente per far crollare tutto.

Ho visto un passero cantare felice,

una felicità in gabbia.

Ho visto un bimbo piangere chiamando la sua mamma.

Due ragazzi baciarsi, convinti di amarsi davvero.

Guardo il cielo riempirsi di stelle,

un giorno sta per finire,

un giorno come gli altri,

uno in più nella mia vita”…

Un giorno in più nella sua vita, un giorno da apprezzare, da usare per ricercare l’amore che si desidera, che lei stessa ricercava in ogni persona di cui si fidava e che poi, puntualmente, tradiva quella fiducia.

Forse era a un passo da quella tanto bramata felicità quando scrisse una lettera prima di morire, a Maurizio Costanzo.

Voleva parlargli di quella malattia che la affliggeva; in quelle poche righe descriveva la sua famiglia numerosa composta da 3 fratelli e una sorella oltre a lei, e diceva:

In tutte queste mie notti ho pensato e penso come, con quali parole scriverle la mia angoscia, i miei tormenti, come iniziare questa lettera perché ho paura, paura di non essere capita…”.

Prosegue poi: “C’è un altro perché nella mia lettera, perché io sto per morire e vorrei lasciare il mio testamento e non ho nessuno a cui lasciarlo e non ho una lira per andare dal notaio, di Lei mi fido e so anche che se dovessi morire fra 10 anni Lei farà in modo che venga rispettato”.

Costanzo non ricevette mai la sua lettera, come un fulmine che squarciava il cielo venne il giorno in cui i suoi occhi si spensero a causa di una malattia terribile a soli 27 anni, strappandola alla vita che tanto amava.

È difficilissimo accettare la morte di qualcuno così ancorato alla vita come lo era mia madre, quando vi sono persone che la buttano via.

Non ci sarà mai nessuno in grado di colmare quella mancanza, nessuno sarà mai come mia madre.

Era lei la bambina che piangeva chiamando la mamma, era lei quel passero in gabbia che cinguetta verso una felicità inarrivabile.

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Sono certa che ora, dovunque ella si trovi, guardi ancora al mondo con quel suo sorriso destinato a non essere cancellato perché vive nei ricordi di quanti davvero l’hanno amata, come ME.

Love u always, Letizia Mattia

Photo: My Mother

Freddie Mercury and Mary Austin – A love against time, “un amore fuori dal tempo”.

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Farrokh Bulsara, detto così non ricorderà niente a nessuno o pochi lo ricorderanno, ma Farrokh, in arte Freddie Mercury segnerà un’epoca, quella musicale, insieme alla sua Band: “The Queen”.

L’indimenticato cantante è stato senza dubbio uno dei più amati fautori del Rock melodico, sottoposto per suo preciso volere ad uno stravolgimento che lo ha reso poetico, anche a tratti vicino all’opera lirica.

Quelle di Freddie sono note che hanno molto a che fare con la sua vita che ha posto sempre davanti ai Media, sempre sotto la luce dei riflettori. Perché a lui piaceva “fare tutto con tutti”, senza preclusioni.

Nasce a Zanzibar il 5 settembre del 1946 da una famiglia di origini parsi e indiane, trasferitasi dapprima in Africa e successivamente, quando Farroukh ha 8 anni, nello stato Britannico del Middlesex.

Il ragazzino ha grinta, mostra un’attitudine oltre natura per la musica, riportando ottimi risultati anche nel disegno e nello sport.

Era diverso Freddie (è con questo nome che iniziano a chiamarlo a Londra), diverso per molti motivi.

Era un artista a tutto tondo, scriveva brevi articoli per i giornali locali, creò anche una linea di abbigliamento. Un portento in ogni campo.

Ci prova a seguire le leggi imposte dalla natura, quelle che vedono un uomo e una donna insieme, convivendo per 7 anni con Mary Austin, conosciuta nel 1970. È Brian May che li fa incontrare, e da quel momento i due diventano inseparabili.

Lui e Mary sono compatibili, in tutto. In Freddie però cresce sempre più la consapevolezza che il suo orientamento sessuale sia un altro.

Fino al punto che in un’intervista a un giornale Americano nel 1974 egli si definirà: “gay come una giunchiglia!”.

Comincia a dare spettacolo di sé, diventa amante di molti uomini, pratica sesso ovunque si trovi senza alcuna precauzione, forse agendo con superficialità per via di quel suo essere un artista libero.

Narciso come una giunchiglia, Freddie esprime col canto e con il piano quello che realmente sente, e il pubblico non può fare a meno di apprezzare quanto egli ha da dargli.

Compone la sua prima opera più importante con i Queen, il singolo “Bohemian Rhapsody”, che resterà un indiscusso capolavoro e per il quale ci vorranno tre settimane di registrazione data la sua complessità. Ma Freddie sa bene che ogni opera merita il suo tempo e che l’attesa viene sempre premiata.

Mary lo segue sempre, anche se in sordina; verrà messa da parte a causa delle scelte sessuali di Farrokh, ma saprà sempre restargli accanto, anche se nell’ombra, soprattutto quando Freddie diventa una leggenda durante il Live Aid del 1985, data in cui si esibisce davanti a 72.000 spettatori nel Wembley Stadium.

Neppure due anni dopo i medici gli comunicheranno di essere stato contagiato dal Virus dell’HIV. Successivamente gli viene diagnosticata la sindrome dell’Aids.

Freddie continua a negare di essere risultato positivo al test, sembra non voler accettare quella realtà. È un segreto da nascondere, persino alla sua band con la quale ha condiviso i momenti più importanti della sua vita.

Nessuno deve sapere; egli glielo nasconderà fino al 1989.

Neppure tempo dopo si renderà conto che quella malattia lo condurrà alla morte.

Canta forte e deciso “Show must go on”, “Lo spettacolo deve continuare”. Non può credere che il palco della sua vita si possa interrompere.

Molti dei suoi amanti confessano la sua malattia ai tabloid, sparlano sui segreti di Freddie, quelli che lui condivide solo nell’intimità, scavano in profondità quasi a volerlo rovinare.

La realtà è che ogni compagno che Freddie avrà al suo fianco, non sarà mai come Mary e questo fa rabbia agli amanti.

Lei resta al suo fianco comunque, fino alla fine. Perché “Nessuna è come Mary”- dirà sempre Freddie ai suoi compagni di letto.

Si fanno sempre più rare le sue apparizioni, a chi gli chiede perché Freddie risponde seccamente che un quarantenne non può continuare a esibirsi sui palchi in calzamaglia.

Quel look, che era stato simbolo di un movimento e di una generazione, quella Rock, veniva di colpo gettato nel “cestone dei ricordi”, nell’armadio dei rifiuti, come se quella persona non fosse più la stessa.

Si rifugia nella sua casa inglese nella Garden Lodge, poi in Svizzera, dove affitta un appartamento.

Continua a cantare, quasi irriconoscibile, debole.

Infine incide l’ultimo struggente brano, “Mother Love”.

Chiunque conosca quel brano non può fare a meno di ricordare come si conclude: con il pianto di un bambino. Viene da pensare che quel bambino possa essere Freddie, che ritorna al creatore.

Quel brano non lo concluderà come si era ripromesso di fare, perché i medici lo costringono ad interrompere le registrazioni a causa di problemi polmonari.

Nel novembre del 1991 Freddie rientra a Londra per stare con i suoi cari.

Tra questi Mary, che è sempre lì ad attenderlo, ancora pronta ad amarlo.

Nessuno potrà mai comprendere quanto grande sia stato il loro amore, che ha spinto la donna a rimanere fino alla fine al suo fianco.

Quella fine che arriva sui giornali di tutto il mondo il 24 novembre 1991, quando a soli 45 anni la star Freddie Mercury abbandona questa vita.

Sarà cremato secondo le sue volontà e le credenze religiose della famiglia, le ceneri saranno affidate a Mary che le spargerà secondo quanto Freddie le ha indicato in un luogo non definito e tenuto segreto, solo ipotizzato dai media.

Segreto come la ragione del loro amore, durato oltre 20 anni.

Nessuno era come Mary per Freddie, che gli lascia l’esatta metà del suo patrimonio (circa dieci milioni di sterline) e la casa nella Garden Lodge.

È rimasta da sola Mary, senza il suo Freddie. Ma lo spettacolo deve continuare.

Lui stesso non avrebbe voluto si interrompesse, MAI.

Il mondo intero compiange l’artista scomparso, il mondo intero piangerà colui che abbandona questa terra.

Solo il ricordo rimane e si ode come fosse un canto lontano, un eco nel vento che non viene dissipato, neppure dalla morte.

A presto,

Letizia T.

Photo: Mary and Freddie (Google)

Le qualità individuali di ciascuno di voi!

bimba bella

E’ da diverso tempo che ormai sto lavorando a questo scritto, lo sto facendo con enorme passione, scrivo nei bar, scrivo nelle stazioni  in attesa del treno che rappresenta la mia vita da pendolare, scrivo a tarda sera, penso a cosa scrivere anche durante la notte e mi sveglio stravolta ed emozionata al pensiero di trovarmi nel prossimo luogo dove aprirò il mio piccolo pc e continuerò a scrivere, incurante di tutti quelli che mi guardano mentre con aria soddisfatta scrivo quello che un giorno potrà rimanere un bel ricordo per me, e per qualcun altro chissà, magari un sostegno nei momenti difficili.

Credo che il segreto delle migliori iniziative risieda nell’accingersi a svolgerle con il massimo della passione, questo vale per tutto ciò che facciamo.

Essendo una persona passionale, ho sempre affrontato i problemi, le paure, le felicità così come si conviene a qualcuno con questo tipo di temperamento. Ho sempre amato con la stessa passionalità, sto comunicando con voi con la stessa passionalità.

Sappiate che ognuno di VOI ha un Dono meraviglioso dentro di sé, deve solo imparare a tirarlo fuori, trovare le persone che gli diano questa possibilità e, cosa non irrilevante, trovare le giuste opportunità per esporre il proprio Dono, sfruttandolo affinchè si possa dare non solo serenità a noi stessi, ma anche agli altri.

Ad ogni sorso di cappuccino che sto trangugiando questa mattina, mi viene da ridere nel pensare a quale grande risorsa rappresenti l’umanità senza neppure saperlo! Voi siete speciali, e non lo dico tanto per dire, il fatto che nella vostra vita non vi sentiate realizzati momentaneamente oppure che vi siate accontentati di vivere una vita che non sentite nella vostra pelle, non significa che non possiate realizzare niente di più di ciò che siete finora riusciti a concretizzare.

Magari già con il vostro lavoro quotidiano avete aiutato qualcuno senza neppure saperlo, vedo tutti i giorni nei vostri occhi quella luce e quella ricerca di essa che arriva dritta in fondo ai vostri desideri, alla realizzazione di un grande progetto o anche solo semplicemente alla ristrutturazione della vostra futura casa….

Quali che siano le vostre prerogative di vita o le vostre aspettative, ricordatevi che siete molto speciali, che c’è sempre almeno una persona nella vostra vita che vi ama al punto da morire per voi e che sta male in vostra assenza, che c’è sì, qualcuno che vi odia, ma al tempo stesso qualcun altro vi amerà.

Che avrete il cuore svuotato, ma arriverà anche un nuovo amore a riempirlo, che vi consentirà di oltrepassare ogni limite, quel limite che solo la vostra mente vi impone ma che potete superare senza più barriere ad impedirvi di sognare.

Non permettete mai a nessuno di dirvi che “quella cosa” non la potete fare, e soprattutto non permettete a nessuno di vivere la vostra vita al vostro posto!

Da “Manuale della mamma fai da te” di Letizia Turrà -Narcissuss Edizioni

OFF-LINE! USCIRE DALLA RETE SI PUO’!

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Se i Media avessero dovuto escogitare un programma illecito mascherandolo per scopi benefici con il mero interesse di “vigilare” sulla popolazione e sui loro stati d’animo, i Social Network sarebbero stati un’arma perfetta per tale scopo.

E ce l’hanno fatta.

Sono riusciti a rendere dipendenti come da una droga le persone dai Social Network.

E’ possibile uscirne? La risposta è: assolutamente SI!

Come per tutte le dipendenze, quella dalla rete si instilla piano piano nelle persone, dapprima come un gioco, poi diventa qualcosa del quale non possiamo fare a meno e del quale non riconosciamo subito i segnali della dipendenza, perchè rifiutiamo l’idea che ne siamo divenuti parte integrante.

Ho visto persone capaci di rifiutare anche solo una telefonata sul proprio cellulare perché odiavano le nuove tecnologie, passare ore sui Social Network, perché la Rete ti da questa illusione: ti senti sicuro aldilà dello schermo, sei libero di usare anche dati non reali e nomi fittizi, sei libero di offendere che tanto non ti viene a reperire nessuno, sei libero di fingerti qualcun altro imbrogliando persone deboli e rischiando di far saltare famiglie perché tanto sei coperto dalla rete.

Ti ritrovi risucchiato in quello scorrere del pollice, su e giù, su e giù, a guardare le foto delle vacanze al mare, dei panorami più belli, delle feste più esclusive, degli amici più cari…mai vissuti davvero, nè da te, nè da chi le ha postate.

Perché è questo il danno, noi postiamo in continuazione foto di eventi per i quali è prevista la nostra partecipazione fisica, ma non emotiva.  Sì, perché quel momento, quel presente, non lo stiamo vivendo, lo stiamo condividendo con altri ai quali magari neppure importa, e non ne godiamo noi per primi, perché i minuti che abbiamo impiegato per postare la foto con gli occhi fissi sul monitor del cellulare, sono quella preziosa occasione persa per guardare dritti negli occhi le persone che ci stanno regalando il loro tempo per stare con noi.

Noi invece siamo presi al cellulare, a vivere qualcosa che non c’è, a condividere con gli amici di Facebook o di Twitter le cose belle della nostra vita, o, nel peggiore dei casi, le cose che noi vogliamo che appaiano belle agli occhi degli altri perché la nostra vita a noi, così com’è, non piace.

Ed ecco che molti si accaniscono poi contro un post che non gradiscono, la bacheca si trasforma nel luogo atto alla lamentela, mentre non comprendiamo che non è su un Social che servirà lamentarsi, ma solo parlando apertamente in faccia alle persone, guardandole negli occhi potrete comunicare ciò che provate. E non servirà neppure urlare in faccia al Sistema che voi siete diversi, perchè se davvero lo siete è nella vostra quotidianità che dovete dimostrarlo!

Perché certi momenti, per quanto penserete siano eterni, non faranno ritorno…

NO, NON tornerà il sorriso del vostro amico, NON tornerà vostro figlio piccolo ad abbracciarvi, NON tornerete VOI, la cosa che dovreste amare di più, la VOSTRA LIBERTA’.

Non trinceratevi dietro un mezzo a circuito chiuso, ma USCITE DALLA RETE!

Questo sembra aver pensato una ragazza che molto presto si appresterà a condurre un programma televisivo basato sulla sua dipendenza dai Social che l’ha spinta alla seria consapevolezza che quelli che aveva erano solo gli amici della rete. Lei non conosceva quelle persone, non sapeva come fossero nella realtà “Gli amici di Facebook” e quindi decide di intraprendere un viaggio per andare a conoscerli, tutti, uno per uno nelle varie destinazioni.

Non dico che bisogna fare come questa ragazza, sarebbe impossibile e dispendioso a dir poco, ma considerate bene un aspetto della rete: essa è in grado di tirare fuori molte delle nostre fragilità, motivo per cui vi invito a restare sempre “vigili” (ma solo per la vostra sicurezza) e a considerare di vivere al di fuori della rete, senza illusioni e senza pensare che sensazioni effimere, per quanto vi regalino l’ebbrezza di qualcosa di differente, possano durare per sempre.

La rete dona leggerezza, ma anche molta sofferenza se alcune persone approfittassero proprio di tale fragilità.

Io stessa ne sono stata dipendente e ne sono uscita, ho iniziato a guardare la mia famiglia dritta negli occhi, a desiderare di trovarmi solo lì, a vivere quel momento irripetibile, e a non crucciarmi per il fatto che non posso più fare le foto di ogni istante trascorso con loro, perché è talmente prezioso che le mani le ho utilizzate per stringere forte a me coloro che amo, senza il bisogno di fotografare l’attimo, se non nella mia mente.

Ricordate bene: I MOMENTI MIGLIORI NON HANNO FOTOGRAFIE.

Mi viene in mente quanto diceva Seneca:

“E’ che vivete come se doveste vivere per sempre, non vi ricordate della vostra precarietà; non osservate quanto tempo è già trascorso, lo sciupate come se ne aveste in abbondanza, mentre invece proprio quella giornata che state dedicando a qualcuno o a un affare qualsiasi, potrebbe essere l’ultima. Temete tutto come mortali, ma desiderate tutto come immortali.”

A presto,

Letizia T.

Storie di un’americana a Roma – Nuova vita in Italia, 1938

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Il bagno aveva rubinetterie dorate e raffinate e tappetini rosa, abbinati rispettivamente per il copri wc e  per i piedi.

<<Vieni, ti do una mano a svestirti così potrò mettere questo cencio a lavare, è pur sempre bellissimo ma va pulito se vorrai riportarlo a nuova vita.>>

Anche se la cosa mi imbarazzava un tantino, gli permisi di aiutarmi.

Iniziò con lo slacciare la camicetta e successivamente passò alla gonna, poi fu il momento delle calze e delle scarpe.

Mi sentivo confusa, avvertii una sensazione forte mentre mi spogliava, sentivo una forte attrazione dettata sicuramente da qualcosa di più.

<<Ok grazie,  ora posso fare da me.>> dissi paonazza in volto.

Si fermò a osservarmi: <<Non vuoi darmi anche il reggiseno?>>

<<No no grazie, ti porto io il resto, preferisco fare da me!>> e mi voltai dandogli le spalle.

<<Come vuoi, sorellina!>>

<<Aspetta Riky…>>

Si voltò e spalancò gli occhi quando tentai di strappargli la giacca dalle mani.

<<Devo recuperare il mio ciondolo, non vorrei perderlo.>>

Lasciò la stanza.

Riposi il ciondolo sulla lavatrice, un elettrodomestico che non vedevo da anni.

Entrai in vasca, immergendovi la testa completamente; rimasi sott’acqua quasi fino a quando non fui privata del respiro, arrivando al limite del soffocamento.

Guardai le mie mani. Non erano più nere, avevano ripreso il loro colore naturale.

Dopo tutte le riflessioni, riemersi con l’intero corpo dalla vasca, come una persona praticamente nuova, mi vestii e sedetti al tavolo per mangiare qualcosa.

Mi rassicurò il pensiero che non mi sarei più dovuta alzare alle quattro per andare a prendere il pane, come facevo ogni mattina.

Nessuno dei figli in casa parlava la mia lingua, Luigia fu l’unica che si adattò a farlo, per via del suo lavoro di attrice.

Questa cosa non mi fece sentire a disagio, solo ero un tantino confusa per le novità che via via si succedevano.

Luigia era una donna prorompente e bella, possedeva tutte le qualità che un uomo desidererebbe in una donna. Tranne una: non era in grado di cucinare neppure un uovo.

Erano le sette del pomeriggio ma ancora nessuno dei suoi figli era rientrato.

Pensai al fatto che mio padre avesse preferito abbandonare me e mia madre in America, proprio nel momento in cui avremmo avuto più bisogno di lui, per crearsi una famiglia parallela in Italia.

Era tutto così nuovo per me e le emozioni erano state davvero così tante, che stentai a credere che in così pochi anni un essere umano potesse riformare la propria vita, quasi come se avesse subito una sorta di reincarnazione, una seconda opportunità che lo aveva portato a rivalutare la vita precedente, al punto da accettare quella nuova come l’unica plausibile.

Gli amici di mio fratello erano i classici figli di papà della Roma bene, tutti ricchi e ben vestiti, con poco rispetto per la vita e per il prossimo.

Non avevano certo sofferto la fame come era successo a me e i loro genitori forse non avevano mai avuto paura di perdere il lavoro, come era invece successo a mia madre.

Mi sentivo una specie di aliena tra loro, soprattutto perché non parlavano la mia lingua, al contrario di mio fratello Riky, che fluentemente parlava inglese e italiano, e per me fu sbalorditivo.

Si stava così bene in fondo in quella casa che non potevi fare a meno di desiderare che fosse sempre stata quella la tua vita.

A scuola venivo da molti etichettata come “l’Americana”, soprattutto dai ragazzi del corso di chimica, alcuni tra loro mi prendevano di mira e mi schernivano. Uno in particolare era molto insistente. Si chiamava Giampiero.

Era figlio di un regista che in Italia era noto per aver fatto un solo film ma che aveva avuto un grande richiamo da parte del pubblico.

Tutto quel clamore per una sola pellicola interpretata da un’attrice carnosa e abbondante che arrivava dal Sud le cui uniche qualità erano quelle di essere bellissima!

Solo in Italia infatti accadeva che vi fosse tanto clamore e tanto festeggiamento nei confronti della mediocrità. Tutto, pur di festeggiare il “niente”.

Letizia T.

Photo: internet

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Silenzi assordanti.

Porte che si aprono e si chiudono da un estremo all’altro del marmo illuminato da raggi di luce perpetuati per un istante, senza che lo sguardo si sollevi mai dalle scarpe eleganti.

Segretarie ripiegate sulle scrivanie, annoiate e stanche. Fuori è caldo e la concentrazione è diminuita.

Da qualche parte è anche possibile intravedere l’obiettivo di una macchina fotografica con la capacità di “bloccare” momenti che diverranno storia.

Poi il fotografo posa la sua macchina, prende il suo caffè, lo stesso da vent’anni, bagnato da una punta di latte intero. Avanza verso la sala mensa con la mano sinistra in tasca, sempre la stessa mano.

Fa da eco l’anima in queste stanze dai soffitti prominenti.

Molte le domande, troppi i perché; ci si sente come alla resa dei conti: troppo vecchi per cambiare, troppo legati a certi ricordi per lasciare.

O forse non si è mai pronti a lasciare. Non lo si è mai neppure di fronte all’obiettivo di una macchina fotografica, capace anch’esso di sorprenderci nel momento inadatto.

Riguardando quelle foto non si vedono più persone, ma famiglie, sogni, obiettivi che si volevano raggiungere.

E ancora sguardi, e silenzi, in quei corridoi, dove il tempo un giorno si fermerà.

Non è che un viaggio quello dello sguardo, destinato a terminare da un estremo all’altro del marmo,  su pavimenti che riflettono scarpe eleganti.

Letizia T.

Photo: Internet

La dieta del gruppo sanguigno – cose che dovete sapere!

Ebbene sì… Vi avevo anticipato che questo sarebbe stato un blog dove avrei messo a nudo le mie emozioni, sensazioni, e passioni che mi porto dietro da sempre!

io e max

Sono un’amante della cucina al punto che ho creato anche il mio canale su you tube dove io e mio marito abbiamo messo insieme la nostra passione per i piatti tipici.

Stiamo anche scrivendo insieme un libro sulla salute perchè è vero ciò che si dice. SIAMO QUELLO CHE MANGIAMO!

Ne siamo ormai convinti da quando abbiamo severamente cambiato stile alimentare.

Non pensate strano, non siamo diventati Vegani, vegetariani o crudisti. A noi le mode non riguardano, la nostra è stata più una scelta salutistica per prevenire l’insorgenza di alcune problematiche comuni tra le persone: meteorismo, stitichezza, sfoghi cutanei, stanchezza e spossatezza, cefalea, nei casi peggiori patologie tumorali, perchè abbiamo compreso (dopo molto tempo), che era la cattiva digestione a portarci problemi unita ad una cattiva, se non pessima, alimentazione.

Ecco perchè ci siamo rivolti al divulgatore Italiano per eccellenza della dieta del gruppo sanguigno, il dott. Piero  Mozzi che abbiamo anche avuto il piacere di incontrare durante la manifestazione che si tiene ogni anno al Castello di Belgioioso dal 29 Aprile al 3 Maggio 2015 – “Officinalia”.

Il dott. Piero Mozzi è innanzitutto un medico, cosciente che ciò che dice vada al di fuori degli schemi medici “convenzionali”, che prospettano nella stragrande maggioranza dei casi cure farmaceutiche associate a questi disturbi senza prima verificarne la natura.

Hai mal di testa? Prendi questo farmaco. Per Mozzi non funziona così.

La sua teoria nasce da un intuizione geniale di un altro medico, James D’Adamo, che si accorse come alcuni suoi pazienti rispondessero meglio ad una dieta prettamente vegetariana e come altri, al contrario, traessero maggior giovamento da un consumo pressoché quotidiano di carne, in base proprio al loro gruppo sanguigno.

Consiglio vivamente a tutti di fare almeno un tentativo se presentate alcune tra le problematiche elencate, tentate di cambiare la vostra dieta in base al vostro gruppo sanguigno.

Non viene chiesto a nessuno di spendere soldi in farmaci, nè di finanziare imprese colossali come quelle farmaceutiche, nè di fare diete estreme togliendovi chili di cibo e lasciandovi morire di fame!

Andate per tentativi: provate ad eliminare dalla vostra dieta i farinacei (pasta, pane) e latte e derivati del latte (mozzarella, yoghurt, latte vaccino etc..), e provate a vedere i risultati nel giro di un mese.

Se le cose migliorano, meglio per voi, vorrà dire che funziona!

Prima però dovrete conoscere il vostro gruppo ed iniziare ad applicare il regime alimentare a quest’ultimo.

In commercio potrete trovare il libro del dott. Mozzi, si intitola “La dieta del dott. Mozzi”, unitamente agli altri volumi con “Le ricette del dott. Mozzi”.

Vi aspetto intanto sul mio canale you tube: http://www.youtube.com/watch?v=fPhhiw3YD8o troverete anche su questo link il video del pane fatto in casa: http://www.youtube.com/watch?v=gSL74uaxcYw

A presto,

Letizia T.

Riccardo Marchesini: il Vichingo controcorrente!

riccardo marchesini

Lo rivedo ieri sera, dopo quattro mesi dall’ultima volta che ci eravamo incontrati, e mentre parliamo non posso fare a meno di pensare a quanto mi dispiace non averlo conosciuto prima nella mia vita Riccardo.

Ci abbracciamo e, entrati in casa davanti a un the freddo, cominciamo a parlare del libro che vorremmo scrivere insieme, mi investe di emozioni e di aneddoti su tutto quello che gli è successo nella sua ultima Mission e mi catalizza con i suoi dialoghi.

Dal 22 al 24 giugno, infatti, Riccardo e Francesco Gambella, anch’egli recordman mondiale, hanno intrapreso un viaggio durato tre giorni a bordo di una canoa da Ostia a Porto San Paolo in Sardegna, facendo diventare Riccardo il primo disabile al mondo ad aver affrontato questa traversata.

E’ emozionato e con occhi lucidi mi racconta delle tartarughe, dei delfini e mi dice anche: “C’era un traffico che sembrava di stare in tangenziale, non pensavo!”. E sorride con una spontaneità che fa tremare.

Rivederlo mi regala ancora le stesse sensazioni del giorno in cui lo conobbi, a gennaio di quest’anno, in cui grazie a un video realizzato da mio marito e dalla sottoscritta, abbiamo conosciuto la storia di Riccardo e del suo passato prima di diventare un campione.

A 17 anni a causa di un incidente la sua gamba viene amputata e da lì iniziano i problemi che un adolescente, seppur forte, deve affrontare come “diverso” rispetto agli altri.

Riccardo arriverà a pesare 130 kg, decidendo infine che dietro quella gamba che è venuta a mancare, si cela un nuovo messaggio di speranza, una nuova opportunità che lo attende al varco…o meglio…a riva!

Quell’onda che lo porterà su tutti i fiumi d’Europa, a conquistare 7 titoli regionali, un terzo posto ai Mondiali di Ivrea 2008. Nella para-canoa vince un titolo mondiale nel 2010, due titoli europei nel 2011 e nel 2012, 9 titoli Italiani di cui due nel 2013.

L’elenco potrebbe essere infinito, ma non basterebbe comunque a far capire come un omone così grande e massiccio come Riccardo, che esibisce la sua gamba in titanio con orgoglio, possa trasmettere quell’energia e quella forza anche a chi, avendo tutte le capacità per farcela autonomamente, in realtà si senta schiavo della depressione e di quel senso di impotenza, non sempre avendo reali problemi.

Riccardo mi (ci) insegna che la felicità è uno stato interiore, non determinata da quanto si possiede, che non esistono limiti, che è la forza e la fiducia in noi stessi che ci spinge verso ciò che amiamo e che con passione tramutiamo in “interesse per la vita”.

Ed è una vita importante quella di cui si parla, è per la salute delle donne e dei bambini dell’Africa, seguiti dall’Associazione AMREF che Riccardo lotta contro le onde per tre giorni, per raccogliere fondi per i bisognosi.

Sono anche riusciti a raccogliere una bella cifra, sembra quasi contare più questo gesto umanitario per lui, piuttosto che fatto di essere stato il primo ad aver affrontato questo record.

Egli ha saputo andare controcorrente, ha saputo capire che quello che viene meno talvolta ha il suo determinato perché e che non sarà una gamba a fermarci, lo farà solo la nostra mente che resta ingabbiata in schemi predefiniti.

Da trent’anni a questa parte la sua corsa non si è mai arrestata, con ovvie difficoltà giornaliere (anche un Vichingo come lui, è così che lo chiamano gli amici, può attraversare momenti difficili), una moglie speciale e due figli al suo fianco, ma pur con lo spirito e la tenacia di un ragazzino.

Mi guarda con quegli occhi azzurri e lucidi: “Ho buttato giù un sacco di idee, sono sicuro che tu leggendole mi aiuterai a tirarle fuori e a far venire fuori il libro che avrei sempre voluto scrivere!”.

Mi onora che Riccardo abbia scelto me per quello che sarà un libro carico di emozioni, quelle emozioni che solo le persone che hanno affrontato evidenti sofferenze possono condividere.

Non ci serviranno braccia con le quali pagaiare, né gambe, né mani per farlo. Basterà il cuore.

Voglio ringraziare la vita che mi dona la costante opportunità di conoscere persone come Riccardo Marchesini.

A presto,

Letizia T.