The circle Game, il muscolo del cuore.

ksenija Spanec

SONG: https:// http://www.youtube.com/watch?v=vRa6Ta2tw_M&list=RDvRa6Ta2tw_M#t=9

 

Il mattino seguente si alzò con la seria intenzione di sbrigare le faccende domestiche.

Il monolocale dove viveva aveva ormai assunto l’aspetto di un letamaio.

Tutti i vestiti, che non lavava da settimane, erano ammucchiati sulla sedia, come sculture di stoffa.

Giacche, pantaloni, scarpe, cappelli, borse sormontati gli uni, dalla presenza degli altri.

Le donne normali forse avrebbero desiderato una cabina armadio, un lavoro sicuro e due ore tutte per loro per truccarsi; probabilmente sarebbero arrivate a lottare ardentemente, pur di possedere quelle cose.

Non lei, lei non se ne curava.

Le sarebbe bastato un amore, uno semplice fatto di parole semplici, invece aveva solo imparato che l’amore ha dentro qualcosa di velenoso… siamo fatti di carne, sangue e scartoffie.
Dicono che da qualche parte esista un pezzo del nostro puzzle, la metà della mela che combacia con la nostra, in tutto e per tutto.
E certi pezzi quando arrivano te ne accorgi subito che servono a completarti, e lo stesso li lasci andare, per una ragione o per l’altra, perchè sai che è giusto così, perché fa meno male forse abbandonarli, che farli restare nella tua vita.

Il cuore è un muscolo e come tale può essere educato ad amare. Allo stesso tempo lo si può educare anche a non “sentire”, a non pretendere e a dimenticare, se necessario, il male percepito.

Così gli abiti divennero per Patricia la mera copertura del suo animo ferito, celato dietro alle parolacce, alle urla, al sesso occasionale.

Come aveva letto nel libro di Madame Bovary quando aveva dieci anni, gli abiti non sono che il tentativo di affermare la nostra avidità nel piacere agli altri oltre che a se stessi, in un gioco puramente egoico, quando ancora non abbiamo raggiunto la vera consapevolezza dell’IO, e ci preoccupiamo troppo dell’aspetto, in assenza di una forte individualità.

Lei invece era il suo passato, e proprio grazie ad esso aveva edificato la propria personalità, senza mai riuscire a gettarsi alle spalle quanto era accaduto, come niente fosse.

Guardò la montagna di vestiti accumulati pensando che sarebbe stato difficile trovare qualcosa da mettersi.

Si rivolse all’unico amico gay in grado di mantenere un segreto nonché suo collaboratore più stretto: Robert.

E, cosa non meno importante, l’unico che lei conoscesse a possedere un atelier di vestiti usati.

<<Devi aiutarmi, sono in una situazione di emergenza. Devo mettere qualcosa di carino per un appuntamento. Qualcosa che mi faccia apparire sexy ma non osè.>>

<<Da quanto tempo non sentivo più quella parola provenire dalla tua bocca, A-P-P-U-N-T-A-M-E-N-T-O. Non mi sembra vero.>> disse con tono tipicamente sarcastico e femminino.

<<Vuoi aiutarmi o no scemo? Non voglio che anche tu rida di me, sono già abbastanza in crisi!>>

<<Arrivo.>> chiuse scocciato la cornetta.

Rob giunse quindici minuti dopo portando con sé dieci diversi tipi di pantaloni, un abitino corto e due medio lunghi, tre magliette, due parrucche.

<<Quale tra questi outfit è di tuo gradimento?>>

<<Hai portato anche due parrucche? Guarda che mica vado a battere! Passa qua, dammi qualunque cosa sia in grado di vestirmi, Robert!>>

<<Ho capito, ho capito. E pensare che una volta quelle parrucche le usavi durante le serate! Comunque lascia fare a me. Solo sai che sono curiosa, dovrai dirmi con chi esci.>>

<<Non ci crederesti mai, è un maniaco con l’impermeabile e un cappello da vecchio notaio ricco, ha pure le scarpe da avvocato. E’ un tipo di cui conosco solo il nome, ma non il volto.>>

<<Non essere ridicola, so che non usciresti mai con uno così.>>

<<Hai visto? Te l’avevo detto che non mi avresti creduta.>>

 

ESTRATTO DALL’ULTIMO ROMANZO DELL’AUTRICE LETIZIA TURRA’, VIETATA LA RIPRODUZIONE

Canzone: Joni Mitchell, The circle Game

Image credits: ksenija Spanec

Thanks to Fabio Oriani for some words and for the real friendship

 

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Casta diva…

 

 

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Gustavo la attendeva fuori, pronto per portarla di sopra.

Entrata sul pianerottolo, udì una musica lirica provenire dall’appartamento di Scott, ad un volume decisamente alto.

<<Che succede lassù? Ha deciso di tenere un concerto in casa questo pomeriggio?>>

Gustavo non rispose, ma con gli occhi nostalgici, sorrise.

Entrata nel living, rimase ad osservare con gli occhi la stanza, ancora ferma sull’uscio.

Casta Diva, che inargenti, queste sacre antiche piante, A noi volgi il bel sembiante, senza nube e senza vel….”

<<Scott!>> pronunciò il suo nome ad alta voce.

Era così giunto lui a spegnere la musica, e lo aveva fatto, improvvisamente.

<<Le piace?>> disse restando nell’ombra.

<<Buonasera, mi ha spaventata per come è arrivato. Immagino parli della canzone? Non amo profondamente la musica lirica, mi fa venire in mente qualcuno di sofferente.>>

<<Forse perché è così. Un’estrema sofferenza, permeata da un’immancabile potenza vocale ed una capacità emotiva al di fuori del comune.>>

Si sedettero come erano soliti fare.

<<Oggi voglio parlarle di me.>>

Patricia rimase colpita da quel gesto imprevedibile; al tempo stesso era felice di apprendere qualcosa di più su di lui e sulla sua storia.

Fu la prima volta infatti in cui l’uomo accese una sigaretta.

<<Non credo le dispiacerà se fumo?>>

<<No, faccia pure, siamo a casa sua.>>

<<Bene. Vorrei iniziare parlandole della mia infanzia.  Sono stato un bambino prodigio, a quattro anni sapevo scrivere, a cinque ero già in grado di leggere, e a sei anni iniziai con eccellenti risultati a suonare il pianoforte, fino ad arrivare al punto di comporre le mie prime canzoni già dall’età di sette anni. Ero così bravo che i miei genitori pensarono fosse arrivato il momento per me di fare solfeggio e canto lirico anche. Mia madre Isabelle era stata una nota cantante lirica per il Teatro alla Scala, motivo per il quale le mie doti non furono poi tanto inspiegabili, fu semplice comprendere da chi avessi ereditato certi talenti. Nonostante fossi un bambino brillante, avevo un grosso problema a farmi da ostacolo, io non amavo parlare, praticamente con nessuno. Un giorno la mia vita cambiò, subendo quasi una rivoluzione. Mi trovavo in vacanza a Bordeaux con la mia famiglia, avrò avuto tre anni, quando alla televisione trasmettevano il concerto di un noto pianista di musica classica. Fu quello il quel momento in cui decisi, seppure tanto piccolo, che la musica sarebbe stata la mia compagna di vita. Mi rifiutavo di comunicare con il mondo esterno e per questo fui a lungo deriso, da educatori e compagni del conservatorio al quale ero stato iscritto. Quella stessa crudeltà che gli altri mi inflissero, divenne per me motivo di crescita e forza. Ero solo, con i miei difetti, che venivano cancellati dal passaggio delle mie mani sul pianoforte.  Diventai avido di letture, leggevo a ritmi impressionanti. Leggere mi permetteva di immagazzinare un gran numero di parole al punto da accrescere sempre di più il mio sapere. Arrivai a scrivere delle lettere in gran segreto a mia madre, avevamo un mondo racchiuso, a parte, io e lei. Furono quelle lettere, infatti, a parlarle per me. A mia madre non era concesso di essere una donna con delle debolezze, proprio come al sottoscritto. Nelle lettere, come nei libri, potevamo essere ciò che volevamo, recarci in poche righe dall’altra parte del mondo, pensare a un luogo e fare in modo che si materializzasse, o imprimere un ricordo che rimanesse impresso sulla pagina bianca, grazie all’inchiostro. Non ero mai neppure stato con una ragazza, solo il pensiero mi terrorizzava. Trovai conforto in Eleanor, una fanciulla che vide in me molto più di quanto io stesso vedessi; iniziò tra noi un amore platonico, fatto di corrispondenze che inserivamo negli spartiti che ci passavamo da un lato all’altro del corridoio, ogni fine settimana. Ho ancora un fremito se ripenso a quanto tempo restavo in attesa del sabato e di quelle pagine fitte di note, contenenti la sua missiva.  Era un creatura delicata, fragile, e i suoi capelli erano così profumati… Potevamo essere folli, diversi, deboli e veri, in quelle lettere. Scrissi molte canzoni per lei al pianoforte, ma non ebbi mai il coraggio di cantargliele. Per cantare ci vuole anima e cuore, non è solo una questione di corde vocali. So che sarà in grado di comprendere quanto le sto dicendo. Quando mio padre morì, mia madre si chiuse per un lungo periodo nel silenzio. Interruppe i suoi concerti e rinunciò a numerosi ingaggi. Smise anche di scrivermi per la sofferenza che quella perdita le aveva procurato. La vidi piangere spesso, troppe volte, in preda alla depressione. Così da solo compresi che dovevo rinunciare alla mia felicità per starle accanto. Tale rinuncia comprendeva anche l’amore per la giovane Eleanor. Lasciai il conservatorio e non la rividi mai più; in compenso salvai mia madre. Fino a quando un giorno, un raggio di luce entrò nella sua vita. Quando lei e Gustavo si conobbero, egli aveva perso la moglie a causa di una dissenteria amebica ed era desideroso di innamorarsi, come non gli succedeva da molto. Provai a quel punto a ricontattare Eleanor. Trovai sue notizie presso la bacheca del conservatorio, avrebbe tenuto un concerto al Teatro Strehler di lì a poche settimane. Ero molto emozionato, erano trascorsi quasi sei anni dall’ultima volta che l’avevo vista. Mi ero preparato accuratamente sperando di riuscire a fare colpo su di lei. Fu un concerto memorabile, con una grande orchestra. E lei era divina. Al termine mi avvicinai, ma non fui il solo. Un uomo e due bambine giunsero prima di me… era la sua nuova famiglia. Mi sentii nervoso ed inopportuno, per aver osato sperare che lei ritornasse da me. Ricordo che mi guardò col vago sospetto di avermi già visto da qualche parte, ma non mi riconobbe. Fu terrificante non essere riconosciuto dalla donna che amavo e che avevo tenuto nel cuore, per tutto quel tempo. Da quel momento sono trascorsi in un lampo trent’anni. Gustavo è rimasto al mio fianco, più di quanto un padre fosse in grado di restare vicino al proprio figlio.>>

<<La sua storia ha un non so che di romantico e lontano.  Quindi Gustavo è suo padre? Non lo avrei mai detto…>>

<<Diciamo che è più di un padre. Vede, un padre concepisce un figlio che a volte non vedrà crescere. Lui è stato testimone della nostra vita, ha conosciuto quei lati di noi irrilevanti per gli altri, ma importanti perché scegliesse di amarci e diventasse il testimone di ciò che ci accadeva, rimanendo al nostro fianco, ogni singolo giorno. Lui è un Testimone, più che un padre, qualcosa che va oltre, mi capisce?>>

 

Dal nuovo libro dell’autrice Letizia Turrà

Image: Maria Callas ne “La traviata”

VIETATA LA RIPRODUZIONE, ANCHE PARZIALE DELL’OPERA.

La trappola del ragno, fuori dall’incubo.

 

ARACNO-MELINA

 

Song: https:// http://www.youtube.com/watch?v=5AfPR_B8s-A

Pensavo non avrei mai avuto il coraggio di uscire da quel vortice.

Di tutte le cose che nella vita potreste leggere o pensare al riguardo, o rispetto a tutte le persone che potrete incontrare che vi racconteranno la loro storia, quella di subire una violenza sarà sempre una aberrante esperienza, che sarà possibile comprendere solo nel momento in cui la patirete personalmente, sulla vostra pelle.

Non vi è nulla come quella, che si costruisce gradino per gradino, giorno per giorno, attimo per attimo, sofferenza per sofferenza.

La dignità e la personalità si formano grazie ad essa, perchè senza aver vissuto palesi sofferenze non si può arrivare a comprendere quanto grande possa essere anche la forza di cui ciascuno di noi è dotato.

Quando mi ritrovai a soffrire, capii che ogni evento negativo che mi era accaduto, era lì anche per insegnarmi qualcosa.

Non avevo solo chiuso le porte all’amore vero, avevo anche messo da parte la sapienza di cui le passate esperienze dovevano avermi dotato.

Abbiamo bisogno talvolta di un imprecisato numero di sbagli per renderci davvero conto di quale sia il nostro percorso, e per riuscire successivamente a vedere la luce, quello spiraglio interiore che ciascuno di noi possiede.

Accanto a me ora avevo Chiara, Cesare, nostra figlia Giulia, i miei genitori ed Esperanza. Ogni tassello era tornato finalmente al proprio posto.

Non avrebbe potuto essere diversamente.

Vendetti la cascina a una coppia con due bambini. Guardandola dallo specchietto retrovisore in lontananza mentre l’abbandonavo, mi augurai solo che in quella casa sarebbero stati felici, come non era successo a me.

Il giorno in cui finalmente ottenni il divorzio, rividi Giorgio in un modo diverso, per ciò che realmente era, senza più barriere a proteggerlo, senza più finzioni e ricostruzioni. Era vestito come un poveretto, portava addirittura una camicia sgualcita e una giacca con un buco così grande, che avrebbero potuto passarci tre dita.

Venni anche a scoprire che suo padre non era morto, che non aveva mai molestato suo figlio, che al contrario insisteva da anni perchè si facesse curare, e che sua madre si era suicidata quando aveva tredici anni.

Tutto il contrario di tutto.

Avevo vissuto e sposato un uomo in preda a turbe psichiche, senza neppure esserne cosciente.

Provai pena per lui, tanta pena.

“Il labirinto di orchidee, niente è come sembra” di Letizia Turrà, Narcissus Streetlibr – anno 2015

Image Credits: Lamberto Melina, “Aracno, 2012” photo by Letizia T.

Il regalo di Amy – Capitolo 4

Ruel Pascual 2010 To Hold You

 

Quando crebbe in lei la consapevolezza che la figlioletta sarebbe rimasta sola perchè era prossima alla morte, Amy le regalò un pesciolino rosso, preso in una delle fiere presso cui era solita recarsi ogni anno per vendere capi di abbigliamento.

<<Ora dovrai dargli un nome piccola.>> le disse soddisfatta di quel dono.

<<Devo proprio per forza?>>

<<Ma certo che devi. Non dici da sempre che desideravi un animale da addomesticare? Ecco, ora ne hai uno e se vuoi creare un legame con un essere vivente, dovrai sempre dargli un nome, un nome che lo renda per te importante.>>

La bambina diede al pesce il nome di Camillo.

Lo scelse perchè le ricordava molto Camillo Benso, Conte di Cavour, con quella faccia paffuta e buffa.

Con un pesce non c’era molta interazione, perciò passò il tempo intrattenendosi con insolite e noiose letture sulla storia di Moby Dick.

Capì che era della presenza umana che al contrario, necessitava.

Al Sig. Pitor piaceva Camillo, era così felice che fosse riuscita ad addomesticare il suo pesce che tutti i pomeriggi, al ritorno da scuola, se ne stava seduto beato ad ascoltare i racconti di Patricia.

<<Mr. Pitor, secondo lei esistono animali che sanno parlare?>>

<<Solo nella mitologia, forse, o nei boschi fatati.>> disse riempiendo di aria la bocca nel pronunciare la lettera F.

<<Ho qui un libro molto interessante sull’argomento. Puoi portarlo con te se vuoi, me lo restituirai quando lo avrai finito.>>

Fu totalmente sommersa da quei racconti fantastici. Narravano di un bosco incantato e di un mondo i cui abitanti erano razze diverse di fate, folletti, druidi e draghi, tutti in grado di comunicare tra loro come sono in grado di farlo anche gli esseri umani.

Ci mise una notte intera, ma finì di leggerlo in un battito d’ali.

Il giorno successivo tornò dal “vecchio saggio”.

<<Mr. Pitor, il libro che mi ha dato è fantastico. Mi è quasi sembrato di entrare in un altro mondo, vorrei che esistesse per davvero un mondo così magico.>>

<<Non credo che se il mio cane potesse parlare, sarebbe così magnanimo verso certi esseri umani, bambina.>>

<<Quindi tutti gli animali sono come Camillo? Non mi piace, io mi annoio con un pesce. I pesci non parlano, non fanno altro che chiedere cibo solo girando all’impazzata nel loro microspazio. Non vorrei mai essere un pesce a questo punto, perchè la mia sarebbe una vita senza senso.>>

<<Allora, se potessi scegliere, quale animale saresti?>>

<<Se fossi un animale sarei un drago, uno di quelli sputa fuoco e sputerei fuoco sui miei nemici!>>

<<Ah ah ah che fantasia bambina, ti darò un altro testo da “studiare”, ci vediamo domani così mi racconterai cosa ti ha colpito del nuovo libro, va bene?>>

Quello stesso pomeriggio, in preda alla disperazione, mentre la madre era intenta a sistemare il garage di casa, approfittò di quel momento in cui era distratta per inveire contro il povero Camillo.

Prese la bomboniera che avevano ricevuto in dono nel giorno delle nozze della Sig.ra Weber e la infilò nel piccolo acquario rettangolare, in cui il pesciolino rosso sguazzava allegramente.

Nulla poteva fargli presagire che di lì a poco, la sua stessa padrona avrebbe posto la parola fine a quell’allegro guizzare.

Così lo bloccò in angolo facendolo posizionare sotto la bomboniera e lo schiacciò, con tutte le sue forze.

Il povero Camillo tentò di resistere, muovendo compulsivamente la coda fino a quando, sopraffatto, cessò di respirare.

Un istante dopo si trovava pancia all’aria nel suo spazio.

A quel punto, come per tutte le cose premeditate, pulì con uno straccio preso dalla cucina l’oggetto incriminato e lo riposizionò, esattamente dove si trovava prima, riprendendo le sue attività, come niente fosse.

Una volta rientrata in casa, Amy rimase sgomenta nel constatare che, senza alcun motivo apparente, il povero Camillo era passato a miglior vita.

Si dispiacque molto per la figlioletta che da quel momento non avrebbe più avuto un amico con cui giocare.

<<Ne sai niente?>> disse rivolgendosi a lei.

Patricia mantenne un gelido silenzio, senza dire più nulla.

Lei stessa non seppe mai perchè la testa le avesse detto di uccidere quel povero pesciolino indifeso.

Non aveva provato alcun rimorso nei confronti di quel simpatico, minuscolo essere vivente, ed era stata in grado di mentire, persino di fronte all’evidenza.

Sono così tante le cose indifese che senza volerlo uccidiamo, pur consapevoli che una volta compiuto il misfatto, esse non torneranno.

Per circa una settimana non tornò alla libreria per trovare Mr. Pitor.

Ella si vergognava troppo per quel che aveva fatto, temeva che lui non le avrebbe più voluto bene dal momento che aveva ucciso il suo amico addomesticato.

Sua madre Amy fu abbastanza intelligente da comprendere che le avesse mentito sulla morte del pesce, ma la cosa non sembrò turbarla più di tanto.

Letizia Turrà

Image credits: Ruel Pascal – Persistence of vision, “To hold you”, 2010

La morte di Mr. Pitor

 

 

rosygarden

CANZONEhttps://www.youtube.com/watch?v=tO4dxvguQDk&list=RDlbjZPFBD6JU&index=3

Patricia crebbe  insieme ai suoi ricordi, allontanandosi da Mr. Pitor, il suo unico vero amico.

Il vecchio libraio aveva manifestato più volte il desiderio di vederla, ma essendo lontana dal centro della città ed ormai immersa nei preparativi per la nuova convivenza con John, le occasioni per incontrarsi si diradarono a poco a poco.

Era stato semplice arredare il loro nuovo appartamento, meno semplice forse sarebbe stato arredare il loro rapporto, giovane e ricco di contrasti per via di due caratteri tanto diversi e complessi.

<<Devo dire che non mi dispiaceva quella carta da parati.>> esordì lei quasi con nostalgia, fissando la parete rosso sangue che lui aveva voluto nel suo angolo studio.

<<Una carta da parati a fiori, ingiallita sui bordi, piena di insetti e che mascherava i muri originali…che schifo! Sono felice invece di averla cambiata.>> ammise serio John.

<<Non capisco il motivo di questa tendenza di dover coprire il bello delle cose antiche. Queste case hanno tutte lo stile vittoriano che di per sè è già molto affascinante. Perchè coprire il soffitto carico di affreschi originali con dei cassettoni in polistirolo o le scale di legno, con una ringhiera in ferro battuto?>>

<<Lo hai detto tu. Solo per il gusto di nascondere quello che dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti. Non vedo l’ora di poter portare qui il mio tavolo ottocentesco, appena ne avrò ultimato il restauro, finalmente questa stanza prenderà vita.>>

<<John, per favore…>>

<<Che c’è, cosa ho detto di male?>> portò le braccia al cielo.

<<Quel tavolo è mastodontico. Non ne posso più di te che porti a casa ogni genere di rottame, con la speranza di recuperare un oggetto che ormai non vuole più nessuno. Come quella tremenda lampada che da settimane sosta sulla tua scrivania, in attesa del tuo intervento che molto probabilmente non arriverà mai!>>

<<Vuol dire che io riesco a intravederci qualcosa, laddove nessuno riesce a vedere un bel niente. Non è per questo che mi ami? Oggi pomeriggio dovrei incontrare un editore della Shoulder Books. Trattano il genere horror, e mi hanno chiesto se avrei piacere che esaminassero il mio nuovo romanzo.>>

<<Vuoi che ti accompagni?>>

<<Tranquilla, sono sicuro che non mi sentirò solo. Nel frattempo potresti dedicarti a fare qualcosa che non fai da tempo.>>

<<Certo, senza dubbio escogiterò un modo per tenermi impegnata mentre tu sei via. Vai pure.>>

Sorrise non potendo ammettere, neppure a se stessa, di sentire un senso di vuoto forte ogni volta che si distaccava da lui.

Rimasta sola, decise che avrebbe fatto ciò che John le aveva consigliato; non ci pensò troppo, prese la macchina e raggiunse la libreria di Mr. Pitor.

Fu come ricevere un colpo in pieno petto, quando vide il cartello di legno che sulla porta sbarrata riportava la scritta: “Closed”.

Con la mano fece un cerchio su una delle finestre, per spiare all’interno.

Gli scaffali erano ancora lì, ma vuoti; sulla destra c’era ancora la cassa e il vecchio bancone che Pitor aveva fatto riverniciare con un verde salvia, ritenendo fosse un colore antico, ma elegante.

Sapeva come raggiungere il vecchio saggio, perciò montò in macchina diretta verso la sua casa, augurandosi, una volta giunta da lui, di non ricevere notizie drammatiche.

La accolse Miss Hathaway, una signora sulla quarantina che ormai da tempo, cioè dal momento in cui il vecchio aveva deciso di vendere la libreria, si occupava di lui.

La fece entrare rendendola cosciente del fatto che non lo avrebbe trovato così lucido, al punto da riconoscerla e ricordarsi di lei.

Sarebbe stata un’enorme delusione se così fosse stato, avrebbe significato che era arrivata troppo tardi.

A 90 anni il corpo dell’uomo lasciava intravedere tutte le debolezze, quelle che mostriamo agli altri e quelle che invece riserviamo a noi stessi, e che lei non potè fare a meno di percepire.

<<Ehi vecchio amico, te ne vai proprio ora che cominciavi a diventare interessante…>> disse sfiorandogli la fronte.

Mr. Pitor la guardò appena, allungò la mano verso la finestra e sorrise, senza denti. Un sorriso sereno, pacato, consapevole. Cosciente che le cose si fossero ormai modificate al punto da doverle accettare, in un modo o nell’altro, esattamente come lui le aveva sempre insegnato a fare fin da bambina.

Per sua natura, l’uomo non potrà mai ammettere che le cose mutino senza il suo consenso, ecco perchè non tutti sono disposti a concedere una modifica agli eventi che si susseguono. Ci si sente padroni di un tempo e di una vita, di cui non si è i possessori; ed ecco che quando lo si comprende e si raggiunge una certa saggezza, il nostro fiore è pronto a rinsecchire, perdendo i suoi petali.

Fu così che vide sfiorire il suo più caro amico.

<<Sta così da almeno nove mesi, ma non vuole ancora andarsene. La sua mente rimane ancorata a questa casa e ai suoi ricordi, e il corpo rifiuta di abbandonarlo.>>

<<Ha sempre avuto una grande forza di volontà. Difendeva chiunque egli ritenesse speciale, per un motivo o per l’altro. Non incontrerò mai più persone come lui, questo è sicuro.>>

<<Poco prima di vendere la libreria mi parlò di lei, Patricia. Mi disse che l’aveva aspettata e che per molto tempo, quando la porta della libreria si apriva, aveva un sussulto per la speranza che si trattasse di lei. Rimase deluso per il fatto che non fosse più tornata a trovarlo.>>

Prese le mani di Mr. Pitor, rammaricata per quanto aveva udito.

<<E così vecchio mio, alla fine ho deluso anche te. Non sono riuscita a salvarti nè ad arrivare in tempo da te, e ancora non riesco, a non essere severa con me stessa.>> cominciò a piangere.

Mr. Pitor girò lentamente gli occhi e fece una smorfia.

Asciugò le lacrime, ormai certa che non l’avesse riconosciuta.

<<Si è fatto tardi, sarà meglio che vada. Scusi tanto Miss Hathaway se l’ho disturbata. Avrei voluto avvertire, ma ho preferito seguire l’istinto e venire qui direttamente.>>

<<Non deve scusarsi, lei è forse una delle poche persone che egli avrebbe voluto al suo capezzale. Sono certa che ora sarà più felice e che riterrà finalmente esaudito il suo ultimo desiderio. Prima che vada via, però, c’è una cosa che devo darle.>>

Miss Hathaway aprì il baule che si trovava accanto al camino ed estrasse un oggetto piuttosto grande, impacchettato con fogli di carta riciclata, legato all’estremità da un nastro rosso.

<<Mi ha detto di darglielo semmai fosse tornata qui. Voleva che fosse felice, solo questo.>>

Aprì il pacchetto e gli occhi le si illuminarono.

<<Una palla di vetro! C’è raffigurata la Tour Eiffel…che pensiero gentile.>>

<<Non è una palla di vetro qualunque Patricia. C’è una piccola combinazione che scatta dopo determinati giri di carica del carion e che contiene un messaggio, ma non ha mai voluto dirmi quanti sono. Quindi dovrà scoprirlo da sola.>>

<<Mr. Pitor era magico. Non mi sorprende affatto questa cosa. Le lascio il mio recapito, così potrà farmi sapere come prosegue.>>

<<Abbia cura di lei mia cara.>>

Lasciata quella casa, si recò al Kensal Green, sulla tomba di Amy. Poche volte era tornata lì senza che vi fosse anche John, quindi rimase lì a lungo a dialogare con lei, sapendo che poteva ascoltarla, e poi tornò a casa.

<<Ciao, dove sei stata?>> le chiese John.

<<Sono stata a trovare Mr. Pitor. Era da tempo che desideravo farlo, ma non l’ho trovato molto in forma, anzi direi quasi che sta morendo. Sono arrivata troppo tardi. Non mi ero mai sentita tanto impotente.>>

<<Sono cose che succedono, non puoi fartene una colpa, quanti anni avrà, quasi cento no?>>

<<Uhm..no, almeno dieci di meno. Il tuo incontro invece come è andato?>>

<<Bene, gli ho lasciato la prima bozza del manoscritto. La leggeranno e mi faranno sapere. Credo di avere buone possibilità di riuscire a farmi pubblicare entro la fine dell’anno.>>

<<Che fai ora, ti rimetti a scrivere?>> disse imbronciata.

<<Lo sai che non posso permettere al mio estro di fermarsi neppure per un secondo. Quindi sì, devo e devo e devo ancora scrivere.>>

Salì al piano di sopra in camera da letto, estrasse fuori dalla borsa il regalo di Mr. Pitor, e lo inserì all’interno di una scatola di legno, contenente i suoi ricordi più cari.

Lo pose proprio accanto al “Piccolo Principe” e sorrise, commuovendosi.

Due giorni dopo la telefonata di Miss Hathaway le diede la notizia che già aspettava: il caro vecchio amico di sempre, Mr. Pitor, si era spento felicemente alle 11.16 di quel mattino.

Scese al piano di sotto, dove trovò John che tentava di mettere a posto la piccola lampada rotta della sua scrivania.

<<Che ti succede?>> disse vedendola in lacrime.

<<Se n’è andato. Lui…è volato via.>>

<<Vieni qui, lasciati stringere, ti amo piccola mia.>>

<<Ti amo anch’io.>> rispose dopo una breve pausa.

DAL NUOVO LIBRO DI LETIZIA TURRA’, 2016- TUTTI I DIRITTI SONO RISERVATI, VIETATA LA RIPRODUZIONE, ANCHE PARZIALE, DELL’OPERA IVI SCRITTA.

Image credits: RosyGarden (internet)

Song credits: Norah Jones – “Don’t Know why”