Recensioni del cuore, Elisabetta Barbara De Sanctis – “Senza più nome”

TRAMA: Martina ha sedici anni e combatte contro un passato pieno di mostri, ma basta poco perché quanto ha rimosso torni a galla, con i ricordi delle violenze e degli abusi e tutto il suo carico di dolore. Quando la sua vita sembra arrivare al capolinea, decide di provare a vivere inseguendo il suo sogno di libertà: una moto e una strada su cui correre, veloce come il vento. Un viaggio che, tappa dopo tappa, la aiuterà a prendere coscienza di ciò che le ha segnato l’anima. Un viaggio per trovare se stessa. Un viaggio per ricominciare.

Una ferita indelebile permane racchiusa fra le pagine di un libro intenso, che ho appena finito di leggere e che senza dubbio merita un’attenta analisi da parte mia.

Questo è un romanzo, con una storia al suo interno. Ma non una storia qualunque, come molte altre.

Si narra di qualcosa che ci riguarda, o potrebbe riguardarci, anche molto da vicino.

Martina, la protagonista, sembra vivere la sua esistenza tentando di non perderne il controllo, e allo stesso tempo non accetta che sia quello stesso controllo a lasciarla andare.

Sente il bisogno di governare le sue paure, mentre dalle stesse si lascia trascinare.

Martina non si ama.

Martina si odia.

Martina si taglia.

Martina vorrebbe cancellare, ma al contrario protrae, quella violenza subita per sette anni, trascorsi tra le mani di un aguzzino. Tenta di spazzare via lo schifo che prova quando subisce la violenza fisica, e i “mostri” tornano a farsi sentire, nella sua mente e sulla sua pelle.

Aveva soli quattro anni quando la sua vita fu stravolta dal rapimento.

Perché era stata scelta lei? Che male poteva aver fatto una ragazzina di quattro anni?

Quando riesce finalmente a scappare da quella prigione nella quale veniva tenuta rinchiusa, si vede risucchiata dal vortice della depressione. Qualcosa di più letale la attende al suo ritorno a casa.

 Sa bene che i mostri non se ne andranno via tanto facilmente.

 “Mi sentivo una sopravvissuta. Avevo mosso un passo in un mondo ignoto, avevo rinunciato a una delle mie poche sicurezze e avevo bisogno di adattarmi adesso. Perché tagliarmi era questo per me: una sicurezza. Era il mio modo di affrontare le battaglie, anche se sapevo di essere destinata a perdere la guerra.”

 E’ una continua lotta quella che compie contro se stessa, quando si guarda allo specchio e vomita bile e veleno, tentando di dimenticare quanto ha subìto.

Subito dopo si taglia, e assapora inalandolo a pieni polmoni, l’odore e il carattere di quel sangue che viene rilasciato sul pavimento ogni volta che di nascosto da sua madre si accinge a farsi del male.

 Martina non ha rispetto per sé e neppure per sua madre, che tratta come fosse il capro espiatorio del proprio disagio interiore. Non capisce il perché non voglia parlarle del giorno in cui il padre si è dileguato, una volta appresa la notizia della sua gravidanza. Una donna forte, milioni di volte più forte di lei, e della quale Martina comprenderà il valore solo con il trascorrere del tempo.

 Gli uomini sono una merda, la sua vita fa schifo, e suo padre è un bastardo.

E lei…non riesce a fare a meno di tagliarsi, per lenire quel dolore derivante dal rifiuto.

 Le sedute presso la psicologa, la Dottoressa Scalzi, che dovrebbero rappresentare una cura, non fanno che alimentare l’odio che prova verso la sua figura di donna lacerata, marcia, rotta e inutile.

 “C’è un demone che vive in me e ha sempre fame e a volte sono costretta a dargli in pasto il mio corpo per rendere la convivenza più sopportabile. Per farlo stare buono, almeno per un po’.”, sostiene Martina quando parla di sé e della sua mania di auto lesionarsi.

 Qualcuno però riconosce in Martina delle qualità. Si tratta della sua insegnante, la quale intravede negli scritti della ragazza enormi potenzialità.

Le propone di sottoporli ad una casa editrice di sua conoscenza, affinché diventino parte di un libro.

Martina è inizialmente titubante, non crede di valere così tanto da veder pubblicate quelle che ritiene delle confidenze donate esclusivamente alla carta.

 Al ritorno a casa, Martina parla alla madre e a Saverio, un vecchio amico di famiglia, della proposta della professoressa. La ragazza tiene particolarmente al giudizio di Saverio e farebbe qualsiasi cosa pur di non deludere l’uomo, il quale si dimostra entusiasta della cosa, e pronto a sostenerla.

 Seppure preoccupato per la figlia Livia, la quale sta prendendo una brutta piega, l’uomo segue i progressi di Martina, che in alcune circostanze salva da una morte sicura, proprio nel momento in cui sta per tagliarsi irrimediabilmente, allo scopo di farla finita.

Saverio le chiede aiuto, invitandola a parlare con Livia. Egli ritiene che una buona comunicazione tra le due, potrebbe essere il collante fra lui e la figlia. Ma Livia tenta di fuggire dalla finestra e Saverio accusa un malore, che lo conduce alla morte improvvisa.

 Martina sente il dovere di scappare, di evadere dalla sua casa dove si sente imprigionata, e parte per Londra. Farà tappa anche a Berlino, tentando di cancellare le passate esperienze. Giungerà infine anche a New York, alla ricerca del fuggitivo che insieme alla madre l’ha concepita.

 Suo padre si rivela un gran bastardo proprio come pensava. Arriva addirittura a farle delle avance quando si presenta davanti alla sua porta, ignaro che quella bella ragazza presentatasi al suo cospetto, sia in realtà sua figlia.

Martina è delusa, sovrastata dal dolore e dallo sconforto.

Finirà con il provare il sesso occasionale, e compirà un lungo viaggio in moto come aveva sempre desiderato, fino al raggiungimento pieno di sé stessa, lungo una strada tortuosa e costellata di emozioni reali, e finalmente tangibili.

 “Devo andare, la strada mi chiama e non posso farla aspettare, non voglio perderla come ho già perso tante cose, perché non è vero che poi le ritrovi. No. Ciò che è perso è andato ormai un altro posto e sarà parte di qualcun altro. Sarà altrove, ma non più parte di te.”

Martina ritroverà la sua strada, non senza dover prima rivivere la parte brutale di quel viaggio attraverso le sue memorie, che diverranno le vivide pagine del suo libro.

Farà ritorno nell’abbraccio dell’unica donna che l’abbia mai davvero amata, sua madre.

E’ stata lei, infatti, a spedire il manoscritto della figlia alla casa editrice, e sempre grazie a lei quello che era un sogno, è divenuto realtà.

La vita ti toglie ogni cosa violentemente e con la stessa violenza, può restituirti ciascuna di quelle cose che senti di aver perso.

Così la storia di Martina diventerà anche un film, nella quale ciascuno di noi potrebbe rivedere se stesso.

Il passato che l’aveva deturpata e resa sterile, sia fisicamente che mentalmente, si allontana da lei. Sarà pronta a ricominciare, con un nuovo amore e una nuova vita.

Martina non si odia più.

Non si taglia più.

Non è più marcia. Non è più rotta.

Questo è un libro davvero ben scritto e ricco di emozioni contrastanti, che si avvertono e si percepiscono sotto pelle, fin dal principio. Non si può fare a meno di venire travolti dalle emozioni e dagli stessi sensi di colpa che attanagliano Martina, nel corso di tutto il suo raccontarsi al lettore.

Ci tengo davvero a fare i complimenti a Elisabetta per aver descritto con una tale accuratezza, crudezza e bellezza, una storia terribilmente greve e dolorosa.

Martina e la sua storia resteranno nel mio cuore, concordemente al suo dolore che ho sentito come fosse mio, fin nel profondo.

 Grazie Elibì, un abbraccio forte e al prossimo libro! Letizia T.

Indirizzo del Blog di Elisabetta Barbara De Sanctis http://www.elisabettabarbaradesanctis.com/

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La recensione del mese: “Dodici minuti di pioggia”- Manuela Kalì

Brano consigliato per la lettura:

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<<Da bambino guardavo tutto con meraviglia, quel tanto che basta per distaccarsi impercettibilmente dal resto del mondo. La vita è la cosa più fragile che esista, più del cuore. A dispetto di quello che la gente crede, il cuore si adatta, è un muscolo resistente, anche quando crediamo di averlo in frantumi per la troppa sofferenza. Il cuore, forse, è l’organo più forte di tutti…>>

“Dodici minuti di pioggia”

Ci sono libri che equivalgono ad intraprendere un viaggio. Inizialmente sappiamo quale sarà la meta, ci convinciamo che il nostro bagaglio sarà sufficiente per aiutarci ad affrontare le difficoltà, laddove si presentassero. Abbiamo soldi a sufficienza, aria nei polmoni, un documento regolare e l’animo predisposto al viaggio.
Eppure, ci sono degli aspetti che troppo spesso non contempliamo in tutto questo girovagare.
Un libro può cambiarci la vita, totalmente, in bene o in male.
E seppure ricerchiamo una parte di noi in ogni riga o quasi, leggendolo a fondo capiremo che può dirci molto sull’autore, piuttosto che fornirci adeguate risposte su noi stessi.
Così la meta non diventa più la ragione, nè la stazione di arrivo, bensì diventa emozione, contemplazione, estasi, pianto, un sapore sconosciuto ed amaro, la ragione per cui siamo partiti.
C’è un’esperienza che ci si porta dietro quando si legge, che non si può fare a meno di percepire.

Manuela Kalì è una eccellente fotografa, e date le sue notevoli qualità visive e fotografiche, oltre ad una mente aperta alla filosofia e alla comprensione delle parole “sensate”, riesce con disincantato stupore a raccontarci di una storia che analizza la vita dal punto di vista più semplice, eppure più doloroso: La VITA e la MORTE.
Entrambe possono apparire lontane tra loro. Tuttavia, non lo sono poi così tanto.
Siamo sempre a un passo dalla morte, e restiamo aggrappati per un soffio alla vita.

Alice è una ragazza come tante, giovane ma non per questo meno profonda di un’adulta.
Il lavoro che svolge la soddisfa senza esagerazioni. Sa bene di avere un potenziale, ancora tutto da dimostrare.
Non ha mai vissuto l’amore, piuttosto ritiene che ciascuna delle persone che ama l’abbiano abbandonata, in un modo o nell’altro.
Una madre che fatica a dirle che le vuole bene e che sia felice che lei sia venuta al mondo, e un padre, che spreca la preziosa opportunità di svolgere adeguatamente e responsabilmente il suo ruolo, dileguandosi quando lei ha poco più di sei anni.
Solo il fratello sembra essere in grado di comprendere cosa le succeda.

Sembra quasi vivere una vita sospesa, fino ad un mattino, in cui le capita di imbattersi in un incidente stradale, nel quale è avvenuta la morte di un ragazzo.
Alice oltrepassa la scena come un fantasma, portando via con sé un oggetto ritenuto importante per lei, rinvenuto sul luogo dell’impatto: una bussola, in gran parte danneggiata e riportante tre sole lettere “AND”.

Un oggetto che inizialmente la incuriosisce, infine la porta verso un mondo sconosciuto.
Il destino resta lì ad attenderla, finché a seguito di un incidente non entrerà in uno stato di coma e incontrerà il proprietario del misterioso oggetto.

Andrea le spiegherà che quelli come lei sono definiti i “Senza nome”, per via del loro stato transitorio in quel limbo, dove lui ora si trova destinato, al contrario, a rimanervi in modo permanente.
E’ stato lui a richiamarla a sé, in quanto prova per Alice un amore profondo. Al termine del loro stare insieme le confesserà: <<Il mio cuore è pieno di ricordi con te che non ho mai vissuto.>>

Alice è stordita, per via delle sensazioni magiche che l’incontro con Andrea le ha lasciato.
Non è ancora conscia che finirà per provare un’ossessione nei riguardi degli interrogativi che continuerà a porsi sull’aldilà, una volta uscita dallo stato comatoso.

Andrea le avrebbe donato l’amore che meritava, se solo i loro mondi non fossero stati tanto contrapposti. Come si può amare qualcuno che si trova aldilà dei nostri schemi, della nostra vita stessa?

<<…Sono io a dover proteggere il mio cuore nuovo, che tu mi hai regalato.>>

Andrea ha regalato ad Alice un mondo nel quale sentirsi per la prima volta amata, desiderata, “odorata” nel profondo.

Il ritorno alla vita di tutti i giorni le sembra impossibile, seppure doveroso, per evitare di soffrire.

“Il dolore appartiene solo a chi subisce una perdita”, e questo Alice lo sa bene.
Deve convincersi che sia necessario il distacco da Andrea.
Lei è destinata a rimanere qui, tra i “vivi”, sentendosi morta dentro.

“Sostengo il peso delle notti, perchè il tempo che mi separa dal tuo è una giostra. Serve un gettone e poi un altro. Ci sono luci ovunque, anche sotto il letto. Mi ricordano che sono sveglia, che addormentarmi per raggiungerti è sbagliato e le illusioni non sono lecite per prendere coraggio dai tuoi occhi. Fuori è inverno, non so più scrivere.”

E’ inverno dentro e fuori, quando Alice compie un ultimo, estremo tentativo, per raggiungere Andrea nel suo mondo lontano.

“Ho pensato che se avessi avuto l’amore che mi è stato negato, adesso non sarei come sono. Ho pensato che questi lividi, in fondo, mi hanno resa bella, anche se il sole sorge per farmi male ogni giorno.”

Nel disperato tentativo di rivedere nuovamente Andrea, Alice incontra Gabriele. Un angelo custode forse, che lavora come volontario nella struttura dove è finita perchè accusata di avere disturbi mentali.

Alice non soffre di disturbi mentali. L’unica sofferenza è quella dovuta all’abbandono subito da suo padre, al quale scrive una lettera, quasi obbligata, per concludere questo percorso di sofferenza e tribolazione.

Non posso negare di essere stata travolta da una serie inesplicabile di emozioni, simili a un macigno nello stomaco, per essermi ritrovata nelle parole di Alice e quindi, di Manuela.

Lascio a voi la conclusione di questo romanzo, perchè possiate porvi delle domande, o semmai darvi delle risposte.
Tutti noi speriamo che vi sia una vita dopo la morte, fosse anche solo per riabbracciare coloro che abbiamo amato in questa vita terrena.

Forse è proprio come dice l’autrice: <<Non saprai mai la verità su questa storia, è solo mia. Da oggi in poi darai ragione solo a quello che ti dice il cuore perchè, vedi, ci sono cose che non siamo tenuti a sapere. Le vite degli altri sono a tal punto complicate e fragili che, spesso, non abbiamo il diritto di entrarci.>>

Così, in punta di piedi depositerò questo libro tra i miei libri, lasciandolo fuori almeno un pezzetto, pronta un giorno a riaprirlo.

Sono certa che Alice e Andrea non si separeranno mai, nonostante i loro mondi siano separati dal tempo.
Non esiste distanza in grado di placare le domande di un cuore che ha sofferto. Esso continuerà a ricercare un senso a tutte le cose in ogni dove, in ogni persona, in ogni volto, tra le pagine di un libro, in questa… o in un’altra dimensione.

Buon tutto dal cuore, Manuela.
A presto,
Letizia T.