“Nessuna cosa si può amare, nè odiare, se non si ha piena cognizion di quella”. Leonardo D.V.
Di lui potremmo dire che nasce a Lecco nel 1963, che è laureato in Economia e Commercio, che è uno degli studiosi più affermati di Leonardo Da Vinci e del Rinascimento.
Ma non sarebbe sufficiente a definire l’audacia che lo ha spinto fin qui oggi, a tenere conferenze in giro per l’Italia, solo per amore della conoscenza, quella vera, che va al di là della sapienza che si può acquisire da un testo studiato a scuola o nel corso delle passioni momentanee su un determinato autore di epoca storica.
Perchè esiste una voce, quella dell’intuizione, che non ha parametri, non ha schemi, non ha precondizionamenti ed arriva attraverso uno specifico linguaggio, entrando letteralmente con “lo sguardo dentro le cose”, che prevede una conoscenza sensibile della quale pochi sono dotati.
Così Riccardo Magnani, ha iniziato un percorso difficile e irto di asperità (non è certo uno che le manda a dire e deve lottare anche contro i contestatori!), fatto di creduloni e di persone che ritengono di aver già inteso tutto solo per il fatto di aver dato un’occhiata ai testi comunemente in commercio. D’altronde come diceva Antoine de Saint Exupèry… “L’essenziale è invisibile agli occhi”.
Quello stesso percorso lo ha portato a scrivere numerosi libri, tra cui l’ultimo “La missione segreta di Leonardo da Vinci”, diviso in tre volumi: una storia segreta svelata attraverso le opere più famose di Leonardo.
Ho avuto la preziosa opportunità di fare quattro chiacchiere con Riccardo, ponendogli alcune domande per i suoi lettori e seguaci, che sono sempre più numerosi.
Riccardo, da dove è partito il tuo interesse per tutto ciò che riguardava Leonardo da Vinci, la sua storia di infanzia e le sue opere?
È stato tutto molto casuale e assolutamente non programmato.
Circa sei anni fa mi incuriosii di un palazzo in Valtellina finemente decorato e del ritrovamento di una piramide Maya, in un dipinto datato I secolo a. C. che narrava della nascita, la morte e la resurrezione del Dio del mais.
Ancora oggi la curiosità mi spinge a verificare ciò che non mi torna, e aggiungendo tasselli su tasselli, le cose che non tornano sono tante.
Poiché i dipinti del palazzo valtellinese li ho imputati a Leonardo, da lì nacque tutto quanto.
Come sei arrivato a dedurre che fosse proprio Lecco il luogo rappresentato negli sfondi delle sue opere più note, quali ad esempio “La Gioconda, la “Vergine delle rocce” e molti altri?
Bè, sono paesaggi che abito quotidianamente, quindi non è stato complicato riconoscerli.
Più difficile è stato riconoscere il motivo per cui Leonardo e tutti i più grandi pittori del Rinascimento li hanno usati nei loro quadri, ovvero dare la possibilità a pochi di raggiungere il luogo in cui la conoscenza venne portata in salvo da un giovanissimo Leonardo, per sottrarla alle maglie della censura inquisitoria.
Quali sono le tue recenti scoperte riguardo L'”Ultima Cena”, un’opera ormai molto discussa?
L’Ultima Cena si presta a un numero infinito di letture, perché infiniti sono i riferimenti inseriti da Leonardo nell’opera: astronomia, culto solare, musica, biologia, il tradimento della Chiesa nei riguardi della Conoscenza e molto altro.
Ma quello a cui sono più legato è il profilo del Resegone descritto dalle sagome degli apostoli.
Il Resegone riveste un ruolo importante nella storia milanese sin dai tempi della sua creazione da parte del popolo Celtico, e fino a metà del XIX secolo, vigeva un vincolo urbanistico che impediva a qualunque costruzione di oscurare la veduta.
Poi col tempo la conoscenza si è perduta, e oggi vi sono innumerevoli condomini a oscurarne l’inconfondibile sagoma, descritta anche dal Manzoni.
Che ruolo gioca l’intuizione in base alle tue scoperte? Voglio dire, quanta importanza si deve dare all’intuizione rispetto agli studi che invece si effettuano nei libri e che ci portano perciò a ritenere di sapere tutto solo perchè così è scritto?
Nel mio caso gioca un ruolo fondamentale.
L’intuizione è la chiave che apre le porte sui mondi dimenticati.
Hai pubblicato libri di successo. A cosa stai lavorando per il futuro?
Mi piacerebbe terminare un progetto che da tempo giace a metà nel mio computer, e che mi auguro possa diventare la sceneggiatura di un film.
In questo modo potrei far conoscere Leonardo, il Rinascimento e tutto ciò che abbiamo disimparato a riconoscere a un pubblico più ampio possibile.
Hollywood è un ottimo veicolo di diffusione, talvolta.
Ho letto le tue splendide parole, in cui ti rivolgevi al direttore di Resegone-on line, dove asserisci che dovremmo imparare ad abbeverarci alla fonte della diversità, anziché avvelenarci per fare un danno agli altri. Proprio a tal proposito, cosa intendi dire a coloro che sostengono di conoscere Leonardo e la sua storia, solo per il fatto di averla letta sui libri?
Dico che “Nessuna cosa si può amare, nè odiare, se non si ha piena cognizion di quella”, come diceva Leonardo.
Al tempo stesso, innamorarsi delle proprie convinzioni non aiuta un percorso di crescita cognitiva.
Quindi prendano spunto dalle mie risultanze e da lì ripartano, se davvero vogliono conoscere l’opera e la vita di Leonardo.
A iniziare dal padre, che era Piero de Medici, padre di Lorenzo il Magnifico…
Il prossimo appuntamento con il pubblico quando e dove sarà?
29 novembre a Busto Arsizio e 5 dicembre a Cerveteri.
Arrivederci al prossimo appuntamento allora, con un altro viaggio incredibile attraverso la conoscenza!
Capita che io mi soffermi a pensare, non nel senso letterale del termine, quello sono capaci tutti di farlo.
Per “pensare”, io sottintendo anche il “sentire”, che avviene nell’esatto momento in cui comprendiamo che ci manca avvertire qualcosa o avere vicino qualcuno.
Ieri mi è successo ancora, di soffermarmi a pensare a quello che mi manca di più.
Ho messo dentro le orecchie un po’ di buona musica, sono salita sull’autobus carico di umidità e sulla condensa del vetro, ci ho disegnato una faccina che sorride.
Una di quelle che mi invogliava a sorridere davvero, raggiungendo i cassetti più reconditi di quando ero una piccola bambina, vivace e vitale.
Allora non mi era mai capitato di chiedermi cosa mi mancasse.
Ma sapete, Natale si avvicina, i supermercati iniziano già a propinarci i panettoni con e senza uvetta, le luminarie al primo di novembre ci invitano già ad effettuare acquisti e l’aria tagliente al mattino ci manda segnali di neve in arrivo.
Quando tra qualche giorno mi ritroverò in qualche libreria e sentirò in sottofondo “Silent Night”, so che arriverà quel momento in cui prendendo la pallina di Natale unica nel suo genere (tutti gli anni dico sempre così e acquisto uno sproposito di accessori per la casa), mi accorgerò che qualcosa mi manca.
Perché è bello parlare di ciò che faremo, di dove andremo, di quante feste fighe vedranno la nostra partecipazione, ma è essenziale interromperci ogni tanto, per risentire il profumo dei ricordi.
Così su quel pullman ho ripensato a mia madre e al fatto che da vent’anni a questa parte mi manca lei e la sua presenza. Mi manca il suo sorriso, le sue mani magre, il suo volto bello anche quando era tirato per via della stanchezza.
Mi manca la genuinità di un sorriso dato gratis, senza veli, senza pretese e senza sotterfugi.
Mi manca un abbraccio sincero, un gesto unico che racchiuda nella sua stretta un barlume di luce.
Oggi ho molto di più rispetto a quanto avevo un tempo, in cui vivevamo in una piccola casa popolare come gli immigrati di oggi, senza riscaldamento e con due stanze appena. Non ci lamentavamo, perché c’era il vicino di casa che ci portava da mangiare lo spezzatino che aveva preparato in più, c’era una zingara, che aiutava mia madre nelle pulizie e la vecchietta che mi sorvegliava se mia madre doveva uscire per una commissione. Avevamo poco, per alcuni niente, eppure sorridevamo al prossimo, senza filtri, senza dissapore e… senza cellulari!
Non c’era il telefonino una volta, una persona la rintracciavi a casa grazie a Mamma SIP, e i rapporti avevano quel filo in più di autenticità.
Mia nonna organizzava grandi cene con trenta persone a tavola e il mio regalo preferito erano i Lego, perché ho sempre preferito “costruire”, smembrando, piuttosto che “distruggere”.
Mi mancherà mia nonna che si metteva accanto al telefono con il plaid e le caldarroste, in attesa che ci chiamassero i parenti dal Canada per farci gli auguri.
Per me era un posto magico e lontanissimo, che immaginavo pieno di neve e di case illuminate dalla soglia al tetto.
“Come hai detto che si chiama il posto dove abitano Tonì?”, gli faceva chiedendo a mio nonno.
“Mi sembra il Quebec o Kebec, chennesò come si dice Cuncè!”.
Ed io sorridevo, senza veli, senza filtri e… senza cellulari.
Non sono mai tornata a Londra sulla tomba di Andy, non ho mai avuto il coraggio di guardarla e di vedere la sua foto su una lapide, vive nei miei ricordi bello come il sole, scintillante come la sua spada in sella al suo amato cavallo.
Ho ripreso gli studi, chissà che non riesca ad esaudire il desiderio di mia madre di vedermi laureata un giorno, ormai non si occupa quasi più della Parrocchia e dei nuovi nati, si è data allo Yoga e alle tecniche di rilassamento dopo la scomparsa di mio padre ed ogni tanto la Sig.ra Shaters le fa visita per fare una partita a carte come ai vecchi tempi.
Tutto è andato come doveva andare.
Anche quello che mi successe dopo. Nel mio ventre senza che io lo sapessi stava crescendo una nuova vita, quella vita che io e Andy eravamo stati capaci di creare insieme: Michael Andrea Jr., che oggi è uno splendido bambino di undici anni brillante, bello come suo padre e con gli stessi occhi verdi.
Sono più che mai sicura che nostro figlio sia un dono che egli ha voluto lasciarmi per suggellare il nostro amore.
E’ stata dura farlo crescere senza un padre, i nonni e (soprattutto) senza essere pronta a diventare una madre che cresce da sola suo figlio, ma grazie al denaro accumulato in anni di lavoro lo faccio studiare in istituti privati e cerco di essere sempre presente.
Mi ha chiesto chi era suo padre, allora gli ho parlato di un uomo alto e bello in sella al suo cavallo che come un Cavaliere affrontava i suoi nemici senza paura. Poi un giorno salpò su una nave per non tornare mai più.
Gli piace immaginarlo così, il suo papà è un eroe nel suo immaginario e lui dice di voler diventare un pirata per poterlo ritrovare un giorno su qualche nave.
So per certo, anche se non lo voglio ammettere apertamente, che Dio ci è sempre stato accanto in tutto questo tempo. Tengo sempre con me in borsa l’immaginetta della “Madonna dell’aiuto” che mi da la forza nei miei numerosi momenti di sconforto.
Non capita tutti i giorni di innamorarsi perdutamente di un uomo, di seguirlo per anni, consapevoli che lo amerete sempre anche se la vita dividerà le vostre strade, perché è il vostro cuore ad aver scelto proprio quella persona, e poi vederla senza una ragione dissolversi morendo nelle vostre braccia.
Ci ho messo un po’ ma alla fine sto finendo il libro di Shakespeare…
“Aldilà del muro, diario e confessioni di una Escort” di Letizia Turrà
Image credit: Jack Vettriano
Vietata la riproduzione, anche parziale dell’opera pubblicata
<<Mi sento come la prima volta che litigammo. Sento un dolore imprecisato, come allora. Avevo appena preso la patente e guidai in macchina per quasi 100 km fino a Brighton, dove i miei nonni avevano una casa. Indossavo un golfino leggero e dei pantaloni bianchi. Ricordo che sedetti sulla spiaggia, aveva un colore simile al senape, anche se più scuro. Vi affondai le mani e i piedi e mi buttai addosso la sabbia, dalla testa alle gambe. Il suono del mare che veniva risucchiato dalle onde crescenti mi fece ripensare all’amarezza che sentivo dentro e che ero consapevole pochi potessero comprendere. Sono sempre stata sola quando si trattava di soffrire. Forse in parte l’ho sempre voluto, ho sempre deciso di starmene per conto mio. La sabbia umida, paragonabile a minuscoli granelli di zucchero di canna, si era infilata sotto le mie unghie e in ogni ricamo del golfino. Ero sporca, ma libera. Infelice, ma libera. John e io siamo sempre stati collegati da questo filo impercettibile, sottile, che sembrava fragile, quando in realtà non era così. Nonostante questo legame, a volte sentivo l’esigenza di restare in silenzio, nel totale silenzio che non giudica, che non ti chiede nulla in cambio.>>
<<Ha paura del giudizio della vita o del giudizio altrui?>>
<<Vuole davvero saperlo? Di entrambe le cose. Io scappo dalla realtà, lo faccio quando pratico sesso occasionale con chiunque incontri che mi piaccia davvero o quando dico le parolacce.
I loro corpi si avvicinarono. La piazza deserta, senza neppure una macchina, assecondò il suono di quei baci intensi, e brevi allo stesso tempo.
<<Non voglio lasciarti andare via.>>, eccitato la guardò.
<<Allora non farlo, nessuno ti costringe a farlo.>>
Nel caldo della sua stanza, Filippo trascinava Patricia verso un territorio senza ritorno, quello del sesso che non ti lascia pensare, fatto di mani, lingua, dita, pelle e sensazioni uniche.
Come pioggia le sue lacrime interiori cadevano dalle lenzuola al pavimento.
Gocce di sudore e lacrime, e sangue, e gioia.
Infine, il piacere e il dolore per il momento in cui si assume la consapevolezza che quel lampo è finito, mentre lo guardo viene rivolto al soffitto.
Un ultimo leggero movimento orizzontale e un bacio chiudono un momento che si vorrebbe fermare per sempre, tra i nervi tesi delle cosce.
Filippo la tenne strettamente abbracciato a sé per tutta la notte fino al mattino.
Fino a quando non suonò il campanello.
Patricia aprì di colpo gli occhi, senza realizzare inizialmente dove si trovasse.
<<Cazzo! Cazzo! Alzati!>>, sobbalzò tirandola sù per un gomito.
<<Ma che caz… non capisco, che significa alzati!>>
<<E’ la mia fidanzata cazzo, mi fa il culo a strisce se ti trova qui!>>
Si sentì nei guai fino al collo, ancora invischiata nell’ennesima situazione di merda.
<<E quindi? che cazzo ti aspetti che faccia? Che mi materializzi all’istante????? Sei uno stronzo, potevi anche dirlo che hai la ragazza, ma che razza di pezzo di merda sei?>>, si vestì nel panico più completo.
<<Presto, esci dalla finestra, aspetta, anche il braccialetto, prendi tutta la tua roba.>>
<<Dalla finestra??? Sei forse impazzito? E poi ci saranno sei gradi là fuori a quest’ora! Perché cazzo non me lo hai detto, non sarei mai venuto a letto con te!?>>
<<Sì che lo avresti fatto, perché era quello che volevamo. Ed ora vai, se apro a quella iena e ti trova qui, sono spacciato.>>
Patricia scavalcò la finestra, per fortuna Filippo abitava al pian terreno, almeno non si trovò costretta a fare un salto rischiando di rompersi una gamba, ma aveva i piedi gonfi per colpa dei tacchi e quindi camminava molto lentamente.
Quella situazione così assurda era stata l’ennesima delusione che aveva recuperato.
Tornò a casa infreddolita e arrabbiata. Erano ormai le nove passate e Milano si rivestiva di tailleur e giacche, intente a dirigersi negli uffici.
Si distese sul letto del suo cubicolo, nel suo minuscolo monolocale e sentì freddo, tanto freddo.
Poi il telefono suonò. Era un messaggio dello stronzo: “Voglio rivederti, perdonami per quello che è successo.”
Un altro “Perdonami”, l’ennesimo “Voglio rivederti.”
Per cosa poi? Per farla diventare l’amante del mese? Per vedersi solo per scopare?
No. Non era quello che lei voleva.
Letizia T.
Paint: G. Scartozzi – “Amanti”
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Parcheggiai l’auto proprio da dove potevo chiaramente avere la veduta del labirinto. Mi soffermai per un attimo su quella visione.
Quanto era diverso rivederlo ora, rispetto a quando lo avevo vissuto da bimba, affacciata alla finestra o giocandovi al suo interno.
All’epoca non riuscivo a coglierne la bellezza. Ora mi era invece possibile scorgere il contorno di ogni petalo di edera bagnato dal sole pomeridiano e riuscivo ad apprezzare le orchidee nel loro pieno splendore.
Finita quell’emozione, avrei dovuto affrontarne un’altra, quella di suonare al campanello.Ebbi un tuffo al cuore quando vidi che il cognome riportato sul citofono era quello di nonno Nestor.
Che stupida – pensai subito dopo – era ovvio che ci fosse quel cognome, era anche quello di mio padre!Era come se avessi cancellato di colpo anche quel dato dalla memoria.
Ad ogni modo, premetti forte il tasto del campanello. Sentii i passi frenetici e nervosi di una donna provenire dal corridoio in direzione dell’ingresso.
Quegli istanti mi sembrarono durare molto più di quanto sarei stata disposta a rimanere lì in attesa che qualcuno mi aprisse.
Sperai fortemente che non fossero i passi di mia madre, perché non avrei voluto rincontrarla a quel modo, ma quella donna che mi aprì la porta, e cioè la prima persona a darmi il benvenuto nella mia casa d’infanzia, fu proprio lei.
Rimase sorpresa nel vedermi quasi al punto che strizzò gli occhi per essere certa che non fossi una visione.
-“Ciao mamma.”, le dissi gelida.
Quando la vidi in quelle condizioni, completamente ritoccata in ogni parte del volto, in vestaglia e con i capelli che sembrava uno spaventapasseri mi resi conto che se non fossi rimasta così gelida probabilmente sarei scappata per il senso di impotenza e di sofferenza che mi procurava il fatto di vederla ridotta in quello stato.
Era mia madre e la amavo, ma non riuscivo a capacitarmi di come la ragazza colta e dai bellissimi capelli vermiglio sembrasse ora la sua caricatura e avesse perso quello splendore di un tempo, e soprattutto perché fosse successo.
-“Laura, non ti aspettavo tanto presto!”
Rimasi immobile di fronte a quella che avrebbe dovuto suonare come una battuta sarcastica, ma che non gradii affatto.
-“Sì, giusto sei anni, posso entrare?”, dissi in modo altrettanto sarcastico.
Poi proseguii: “Giusto il tempo di capire cosa volevo dalla vita. Io a differenza di altri ho lavorato su me stessa per capirlo. E sono sopravvissuta ad una malattia terribile che ha logorato ogni mio giorno, ogni mio legamento, ogni filo di cotone del pigiama che indossavo, ogni arteria che mi scorre dentro. E sono guarita, finalmente.”
“Il labirinto di orchidee, niente è come sembra” di Letizia Turrà
Questa mattina mi interrogavo su cosa volesse dire aver scritto/letto un libro “completo”.
Per completo intendo qualcosa che faccia dire al lettore: non mancava nulla.
Così ho realizzato che è quasi impossibile che la nostra opera piaccia a tutti, ma che è fondamentale semmai prefissarsi una cosa: scrivere di qualcosa che ci appartenga senza la paura del giudizio altrui.
Mi è balzato all’occhio un articolo sul tema che ho trovato interessante di Martino Savorani, il quale cita testuali parole:
“Cos’è che rende grande un libro? (questa è una domanda che ogni scrittore dovrebbe porsi) L’ingegnosità di una storia? La destrezza dell’autore? Il numero di pagine del volume? La capacità di sorprendere il lettore? L’elemento novità della pubblicazione? E se, invece, quello che fa la differenza fosse l’esperienza umana comunicata? Ma cos’è quest’esperienza umana? Quando è davvero di valore?
Uno scrittore dovrebbe struggersi su questo quesito, dovrebbe non scrivere più un rigo finché non trova qualcosa di vero e buono da dire. Cos’è questo qualcosa di vero e buono?
Troppo facile raccontare una vita di qualcuno, magari immaginario, che salta tra alti e bassi. Troppo difficile, invece, dire qualcosa di positivo, di veramente positivo. Non uno slogan, non un messaggio per il bene della folla, ma qualcosa di personale e fortemente reale che possa essere positivo per l’autore e per il lettore, per tutti. Questo è il compito di un grande scrittore.”
Molte fra le persone che mi leggono mi dicono che si rivedono in ciò che scrivo, eppure qualcuno a volte mi ha detto che sembrava quasi io avessi voglia di concludere in fretta il mio racconto.
Mi sono quindi resa conto che questo potrebbe rappresentare un punto debole, ma allo stesso tempo ciò che ho scritto è esattamente lo specchio della mia anima e di ciò che sento, non mi sento di stravolgerlo per renderlo più fruibile o economicamente più fruttuoso per le case editrici, da qui la scelta dell’uso del self publishing per autopromuovermi.
Ciò che mi auguro invece è di riuscire a comunicare ciò che sento, aldilà della trama, delle parole e dei predicati verbali che nulla hanno a che vedere con quanto il mio cuore vuole comunicare.
Il messaggio che vorrei dare è che bisogna credere in se stessi, il vostro mito dovete unicamente essere voi stessi. I vostri doni, invece, hanno il dovere di essere elargiti agli altri, per aiutarli anche a comprendere laddove la loro stessa storia sia incompleta.
Perchè talvolta ciò che ci manca in un libro è rappresentato da quella parte di noi stessi che pure ci manca, ecco perchè un’opera merita a volte di essere riaperta tempo dopo la prima lettura, quando saremo “pronti ad accoglierla”.
Vi abbraccio e vi ringrazio per le critiche e il sostegno, che mi vedono condividere con voi la mia “esperienza umana“.
Ho appena infornato il mio pollo alle mandorle. L’ho condito con gli aromi presi dal mio orto.
Rosmarino, salvia, alloro e timo.
Condito delicatamente, insaporito leggermente; senza pretese, ma con passione.
In fondo, penso, cucinare è diventata la mia passione. Quella stessa passione che metto in tutte le cose che faccio.
E pensare che da bambina a scuola dicevano a mia nonna: “E’ intelligente, ma non si applica.”
La realtà è che non venivo stimolata nel profondo, le materie erano solo libri, i libri erano solo storia scritta da altri uomini, riportata da taluni su racconti di altri.
E pensare che oggi di storie ne scrivo tante, e quella intelligenza, fortunatamente, non mi ha abbandonata.
Ho trovato qualcosa per cui vivere, il mio posto nel mondo qui. Ci pensavo stamattina mentre stretta come un’aringa cercavo il mio posto nella metropolitana milanese affollatissima nell’ora di punta.
Mi dicevo: “Ecco trovato il tuo posto nella metro, altro che nel mondo, sbrigati, la prossima è la tua fermata!!”
E ancora rido perchè amo la quotidianità che sono riuscita a instaurare nella mia vita, amo quella routine che ho sempre odiato e amo quel pollo che ora cuoce in forno a 180°.
Finalmente sono riuscita a scrivere di qualcosa che mi riguardi.
Il mio terzo libro, nonchè mio secondo romanzo, riporta alcune tra le esperienze più significative che ho fatto nella mia vita, la conoscenza con mio nonno. Come dico nel libro, è stato un pò come costruire una casa, partendo dalle fondamenta. Non credo che inizialmente fossimo consci di volerci conoscere, come poi è successo.
Sfortunatamente sono stata abituata al distacco fin da piccola da oggetti materiali e persone, che perdevo man mano che traslocavo da una casa all’altra. Una vita passata a sentirmi ospite di qualcuno, senza pensare che anche io potevo creare qualcosa.
Ho pensato per un sacco di tempo di non avere le capacità e di non essere in grado di “fare” un sacco di cose.
Poi di colpo sono diventata mamma ed ho scoperto che ero forte, più di quello che pensavo.
Oggi vedo tre libri sul mio tavolo, scritti da me, che sono partiti come una passione ma che poi hanno avuto un obiettivo finale, quello di INIZIARE e quello di FINIRE.
Mi auguro che molti fra voi comprenderanno il significato profondo di questo romanzo.
Perchè è questo il senso delle cose se ci pensate… un pollo che cuoce in forno , ma che a fine cottura sarà pronto per essere mangiato, un progetto che parte e che diventa futuro, una donna che vive nella paura, ma alla fine, forte, la vince.
Con il cuore che batteva forte in un modo simile a quando aveva conosciuto in passato John, scese dal tram che la lasciò esattamente davanti al civico 41.
Avanzò lentamente senza prestare molta attenzione al rumore dei suoi passi sul pavè milanese.
Aveva scelto un jeans nero e una maglietta piuttosto scollata per presentarsi al cospetto di quell’uomo sconosciuto.
Di fronte all’ingresso del famoso Teatro Manzoni, entrata nell’atrio, Patricia si trovò davanti allo spettacolare cortile del Palazzo Borromeo D’Adda.
Sul cancello era riportata una corona dorata, un simbolo probabilmente associato allo stemma di famiglia. Al piano terra vi erano anche degli Show Room di alta moda, una cosa non difficile da trovare data la vicinanza con Montenapoleone.
Come da istruzioni che le erano state impartite, suonò il campanello numero 9.
<<Sì, chi è.>>, replicò una voce forte e con accento del sud.
Patricia pensò di aver sbagliato.
<<Buonasera. Mi scusi cercavo il Sig. Scott, ma è evidente che ho sbagliato interno.>>
<<Non ha sbagliato, vengo a prenderla fuori io Signorina, mi aspetti.>>, disse l’uomo dall’altro capo.
Rimase in attesa che arrivasse qualcuno, dando una sbirciata all’interno del cortile settecentesco, pieno di piante e sontuose statue di Dei o forse di poeti.
Arrivò un corpulento esserino di un metro e sessanta con un mazzo di chiavi in mano, più grande delle sue mani stesse.
<<Buongiorno Signorina, io sono Gustavo. Scott la attende in casa, mi segua.>>
Patricia non sapeva se sentirsi onorata per tutta quella riverenza, aveva persino l’accompagnatore che le avrebbe permesso l’accesso diretto all’appartamento.
Giunti all’ultimo piano, davanti all’ingresso, non potè fare a meno di notare che vi era un bastone all’interno del porta ombrelli, e un’etichetta asettica riportante il nome del proprietario sulla porta, con quello stesso carattere, identico a quello del biglietto da visita che Scott le aveva lasciato il giorno prima.
Quattro mandate di chiave molto potenti dopo, la introdussero all’interno dell’appartamento.
<<Ecco, qualsiasi cosa della quale dovesse avere bisogno, richiami il numero 9 ed io sarò lieto di servirLa.>>, disse Gustavo chiudendo la porta alle sue spalle con altre quattro mandate.
Si sentì come in trappola, chiusa in quella scatola.
Al contrario di quello che ci si potesse aspettare da un attico, l’interno era buio per via dei pesanti tendaggi di cotone egiziano che ricoprivano le finestre.
Alle pareti, per ogni stanza, vi erano una trentina di quadri vintage, raffiguranti immagini di vita quotidiana del dopoguerra, e quadri con opere più o meno note, riproduzioni di artisti locali in base alle opere di famosi pittori, posti a una distanza di un centimetro l’uno dall’altro.
Una montagna di riviste storiche e libri documentaristici ricoprivano il tavolo basso di legno massiccio.
Sui bauli utilizzati come porta oggetti, foto di infanzia in bianco e nero. Poco più in là, un vecchio Zhiter, una cetra di legno, anche quella vintage.
Tutt’intorno aleggiava un trepido rigore, nella più totale mancanza di identità, senza troppe pretese né vita ad illuminare interni al contrario tanto meritevoli.
Patricia cercò di scovare tra gli oggetti il libro simbolo della diatriba, senza riuscirvi.
Capì che quella tortura non si sarebbe risolta in breve tempo come sperava.
Il suo occhio attento cadde su un altro strumento, un registratore a cassette.
Allungò la mano per toccarlo.
<<… E’ un registratore a cassette Tascam Portastudio, è lo stesso che usò Bruce Springsteen per le registrazioni delle tracce di “Nebraska”.>>, ritirò il braccio quando sentì quella voce provenire dal silenzio del corridoio.
<<Si intende anche di musica quindi?>>, disse incuriosita.
L’uomo restò nell’ombra e non rispose. Con la mano le indicò di sedersi davanti a lui.
E’ una settimana ricca e impegnativa per i Milanesi, questa sera si svolge la Vogue Fashion Night e dalla Via Manzoni in lontananza non si può non scorgere un mezzo rosa, parcheggiato proprio di fronte al Grand Hotel et de Milan, dove una fila interminabile di ragazze attende di scoprire cosa si cela all’interno del magico furgoncino.
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A presto,
Letizia Turrà e Valentina Mauri
Photo: Me at Vogue Fashion Night, 22 settembre 2015
La mia testa era talmente carica da sembrare un orologio i cui ingranaggi rotti creavano solo un gran frastuono.
Ripensai a Cesare e al modo in cui ci eravamo lasciati.
Non lo sentivo da più di una settimana e capii di esserne realmente innamorata solo quando non lo ebbi più al mio fianco.
Ritenevo che la solitudine fosse una componente importante della vita di ciascun essere umano, da non vivere come una condanna inflittaci ma come un prezioso momento di raccoglimento nel quale è possibile conoscerci in profondità.
Nelle scelte quotidiane al contrario io mi ero inflitta una condanna ben peggiore: avevo scelto di dire no all’amore e la solitudine, divenuta la mia unica compagna di vita, si era trasformata in un vuoto incolmabile, da riempire, come fosse un raccoglitore dei sentimenti che non doveva restare vuoto troppo a lungo.
Se invece avessi vissuto nel modo appropriato quella circostanza non avrei fatto le scelte sbagliate che ho fatto.
Ci sono cose semplici e ci sono cose difficili.
Nelle cose semplici risiede quello di cui abbiamo bisogno realmente, nelle cose difficili quello che crediamo sia giusto per noi desiderare.
Ecco perchè trascorriamo infelicemente il nostro tempo a cercare quello che vogliamo, che spesso non coincide affatto con ciò di cui abbiamo reale bisogno.
E ciò di cui aveva ora bisogno erano cose semplici, reali, di un abbraccio sincero, qualcuno che guarisse le mie cicatrici e le amasse, da quel momento in avanti.
“Il labirinto di orchidee, Niente è come sembra” di Letizia Turrà
<<Baby ricorda che ti voglio bene, al tuo ritorno abiteremo nella nostra nuova casa, ma ci pensi??!>> ride come fosse una bambina piccola e si sfiora la pancia.
Scendo le scale senza neppure un grande entusiasmo ma poi lo vedo lì: bellissimo, in giacca e scarpe eleganti come quando lo avevo conosciuto alla fermata dell’autobus, con gli occhiali da intellettuale topo da biblioteca. Mi eccitava da morire.
Fu lì, in quell’istante, che compresi che la sola visione di un uomo che mi attraesse era in grado di eccitarmi, non era solo perché si trattava di lui, qualcosa di più scattava dentro di me.
Prevaleva ormai la parte incontentabile di me, forse ero una di quei tipi donna che avevo sempre aspramente criticato prima di guardarmi all’interno come facevo ora.
Lo abbracciai e baciai.
Ho capito perché aveva scelto la Limousine, i finestrini erano oscurati, un vetro divideva noi e l’autista e fummo liberi di lasciarci andare per tutto il viaggio fino all’aeroporto di Malpensa.
<<Ho avuto l’impressione che per quel tuo amico Fabio tu fossi molto importante, da quanto tempo lo conosci?>>
<<Lo conosco da parecchio tempo, quanto basta per poterti dire che se fosse dovuto scattare qualcosa tra noi sarebbe già successo tanto tanto tempo fa, non certo ora. Non è il mio tipo te l’assicuro.>>
<<Meglio così, anche perché ora sono agitatissimo e sono anche geloso pazzo di te.>>
<<Ma tu stai tremando… è tutto ok?>>
Estrasse dalla tasca un piccolo pacchetto azzurro. Lo aprì e fu lì che rimasi sconvolta.
Era un anello. Non un anello qualsiasi. Un anello con diamanti, un anello che serviva a definire quanto impegnativo fosse diventato il nostro rapporto.
Cominciai a tremare anche io.
<<Louisiana, io ti amo davvero, prima che tu vada via dovevo dirtelo. Questo anello è segno della mia promessa di voler amare solo te d’ora in poi, non è una richiesta di matrimonio, ma ti prego di accettarlo come promessa d’amore.>>
Quel Ti amo mi fece sprofondare nel panico più completo, non me lo aspettavo, non lo volevo, ma che diavolo mi prendeva??
Avevo il cuore a pezzi. Ecco il famoso anello che fece sprofondare la mia autostima sotto terra.
L’uomo che amo mi stava dicendo che mi amava ed io non ero stata capace di rispondergli a dovere.
Possibile che io stessa avessi portato il nostro rapporto verso una meta che ora non volevo più raggiungere?
Eppure fino a due giorni prima abbiamo fatto l’amore come due amanti che guardano al futuro insieme. Sono una vigliacca, questo è certo.
Lo guardo senza fiato e riesco solo a dirgli: <<Josh perdonami, ma non mi sento pronta ad accettare promesse d’amore in questo momento. Tu sei un uomo meraviglioso, ma un anello è troppo per me. Non ti conosco da così tanto tempo da capire se ciò che provo per te sia amore vero o meno, perdonami. L’unica cosa che in questo momento posso garantirti è che ritornerò fra le tue braccia al termine di questo viaggio, ma non posso dirti sì ora.>>
Non riusciva a nascondere quanto fosse scosso. Non si aspettava il mio rifiuto e ne rimase deluso.
Di fronte ad un uomo che dice di amarti e ti offre un anello in dono, se anche tu sei innamorata, sfido chiunque a rifiutare una proposta come quella che Josh ha fatto a me, ma non sono in condizione di affrontare un legame così forte. Non voglio essere la donna di nessuno in questo momento. Sono libera e voglio essere del mondo.
Ci lasciamo davanti all’imbarco.
Ora più che mai sento che separarmi da lui sia la cosa giusta da fare.
Aldilà del muro – Diario e confessioni di una Escort” di Letizia Turrà
Dopo le quattro ordinarie mandate, ella si trovò nel solito salotto dove di consueto incontrava Scott.
Questa volta era diverso, non c’era nessuno.
Sedette nel silenzio, attendendo che qualcosa succedesse.
Alle sue spalle sentì pochi e silenziosi passi.
<<Mi dispiace averla fatta attendere Patricia. Ora non si spaventi, chiuda solo gli occhi, per favore.>>
Scott si avvicinò al suo viso e da dietro le sistemò una benda scura sugli occhi.
<<Che significa questo?>>, disse dubbiosa.
<<Facciamo un gioco, Le va?>>
<<Lei è furbo Scott, sa che mi piace giocare.>>
<<Non così tanto furbo, ricordi che si tratta solo di esperimenti in fondo.>>, disse calmo.
Patricia avvertì il buio come qualcosa che si poteva tastare, di palpabile e concreto. Scott teneva le mani delicatamente poggiate sui suoi orecchi.
<<Iniziamo. Sto per porgerLe in mano qualcosa da bere, vorrei che mi dicesse di cosa è fatto.>>
Rimase stupita da quella richiesta insolita e turbante. Riuscì a scorgere il bicchiere appena al di sotto della sua mano tremante. Freddo, rotondo, liscio.
Bevve dal bicchiere.
<<Che cosa vuole sapere esattamente?>>
<<Gliel’ho detto. Voglio che Lei mi descriva di cosa è fatto.>>
<<Come sarebbe di cosa è fatta? L’acqua è acqua, non è fatta di niente. E’ trasparente, dissetante, ha la consistenza di….>>
<<Continui… .>>, la incitava a proseguire Scott serafico.
Patricia capì che ciò che lui le stava chiedendo era di definire un’emozione, non la sostanza.
Lo guardavo con il magone in gola, la mano destra ferma a serrare la bocca e lo sguardo fisso sul suo colletto, neppure diretto a lui, ma alla mia mano tremante che stringeva quel foglio.
Non sapevo se sentirmi nuovamente delusa o sollevata.
Delusa perché ancora una volta Cesare mi lasciava sola, e sollevata perché ora da sana potevo affrontare l’ennesima disfatta con maggiori energie senza permettere che eventi di questo genere mi distruggessero come un tempo.
Viaggiavo sul treno della coscienza, di cui potevo avvertire solo lo sferragliare delle giunture, pigre e arrugginite.
Quei treni possiedono quel fascino, anche quando non sai quanto ci vuole per arrivare a destinazione, sempre che vi sia una destinazione.
E se non c’è che importava, pensavo a quel punto, dato che nessuno mi aveva imposto di salirci. Nessuno ti impone di affrontare un doveroso viaggio.
Tutto avrà senso poi, quando anche il senso perderà il sapore del senso.
Era con questo animo che affrontavo l’abbandono dell’uomo che amavo e che stavo quasi per illudermi sarebbe stato il padre dei miei figli e il testimone di una vita al mio fianco.Tutte fandonie.
Non c’era una dannata ragione per la quale sarebbe dovuto andare tutto secondo i miei piani.
Presi coscienza che l’aver tagliato ogni comunicazione con la mia famiglia e con le uniche persone rimaste tra i miei affetti, non era stata una saggia decisione.
Avevo agito di impulso convinta che Cesare non mi avrebbe mai più abbandonata.Nel mio intimo arrivai anche a pensare che avrei potuto tranquillamente vivere senza di lui, al di fuori del nostro rapporto.
Non dipendevo da lui, quindi forse amavo più me stessa di quanto non amassi lui.Ora che non potevo contare su nessuno quale peso avrebbero comportato le mie scelte sul mio futuro?
Forse dovevo semplicemente abbandonare i dubbi e lasciare che il treno mi portasse a destinazione senza pensare alle conseguenze che prima o dopo avrei riscosso.
Cesare mi aveva insegnato cosa volesse dire amare nella semplicità smettendo di ricercare tutte quelle cose difficili con cui talvolta, pur sapendo che soffriremo, ci interfacciamo quasi come se volessimo sfidare la vita e la sua tenacia.
La malattia mi aiutò invece a capire che l’unico traguardo che realmente ti interessi raggiungere nel momento in cui sei dentro al vortice è quello di guarire, tutto il resto non diventa che un corollario del quale in realtà se hai la salute puoi fare anche a meno.
Mi alzai dal tavolino del bar con sguardo fiero.
-“Buona fortuna Cesare, non posso che dirti questo. E’ giunta l’ora che io pensi a me stessa.”Si appoggiò allo schienale della sedia allargando le braccia.
-“E’ tutto ciò che hai da dire??”
-“No, in realtà vorrei anche dirti di andare a farti fottere, ma conoscendomi sapresti che non era questo quello che volevo dirti. E’ solo giusto che tu lo sappia, ma non sono le ultime parole che vorrei ti pervenissero per mio conto.”
<<Mia madre cercava l’amore Sig. Scott, e lo ha trovato nelle persone sbagliate.>>
Scoppiò in un pianto a dirotto, disarmante per l’uomo.
<<La prego non faccia così. Io sono qui, può piangere per tutto il tempo che vuole, se lo desidera.>> poggiò la mano sulla sua spalla.
In quel momento ella avvertì tutto il suo calore, così presente, così importante, così imponente.
<<Mi perdoni Patricia, mi perdoni per averle chiesto di raccontarmi qualcosa che va oltre la sua sopportazione.>> dolcemente distaccò la mano facendo passare un dito sotto alla sua scapola.
<<Non è colpa sua, il vero problema è che ogni volta che apro questa parentesi io sto da cani. Non è stato facile per me. Non è facile sapere di non poter più giocare con i tuoi compagni di infanzia perché i loro genitori, sapendo di quale malattia è morta tua madre, impongono ai figli di evitarti perché loro non prendano la stessa malattia. Ho passato un’infanzia da sola, a farmi venire le spalle larghe per non prendere le botte a scuola dai miei compagni. Ho imparato a fregarmene dei giudizi altrui, ho imparato a rispondere alle offese, a guardare il cielo per quello che è, un tappeto di stelle così lontane tra loro da non riuscire mai, proprio mai, a toccarsi. E pensare che la gente crede ancora alla storia delle costellazioni…>>
Rimase in silenzio.
<<Qual è la parola che le viene più difficile pronunciare?>>
Ci pensò un po’ su.
<<Mi dispiace. “Mi dispiace” è in assoluto la parola più difficile da dire, rispetto alla parola “scusami”. Perché la seconda si dice per educazione, ma la prima si dice per sentimento, perché senti dentro il dispiacere per aver fatto del male a qualcuno, o magari per aver deluso chi amavi o, peggio ancora, per aver deluso te stessa. Ecco, io non riesco a dire mi dispiace neppure a me stessa, per tutte le volte che mi sono tolta un pezzo di cuore e l’ho donato a chi non lo meritava, come John.>>
<<John è l’uomo che l’ha spinta a trovare quello che stava cercando in quel mercatino?>>
<<Lo sa Scott, lei ha il potere di leggere dentro le persone e non so proprio come possa farlo. Sembra conoscermi più di quanto io non conosca me stessa. John è l’uomo che mi ha stretta con le braccia del vero amore e quando anch’io ho stretto forte, ha mollato la presa facendomi provare l’orrore di un salto nel vuoto. L’ho amato, lo amo ancora e forse lo amerò sempre.>>
<<Bukowski diceva che le persone sono lo spettacolo più bello al mondo. Io ritengo che possano anche essere la delusione più grande, se lo vogliono. Mi auguro solo lei non smetta di credere all’amore, che è invece tutt’altro che deludente. Troverà la busta con i soldi all’ingresso. Grazie per avermi dedicato il suo tempo. Mi dispiace di averla fatta piangere e lo dico davvero sentitamente, mi dispiace. il nostro tempo è finito.>>
<<Abbiamo già finito? E’ volato il tempo, non me ne sono neppure resa conto.>>
<<Il tempo è relativo, la cosa fondamentale è come sarà trascorso prima che si torni a guardare le lancette.>>
Patricia sorrise abbassando gli occhi e si diresse verso la porta.
<<A domani Scott.>>
<<Non lo dica.>>
<<Cosa?>>
<<A domani. Non dica mai quella parola, se non ha la chiara intenzione di ritornare.>>
“IL POSTO PIU’ BELLO DEL MONDO E’ DA NESSUNA PARTE” (2016) di Letizia Turrà
TUTTI I DIRITTI SULL’AUTORE SONO RISERVATI, VIETATA LA RIPRODUZIONE, ANCHE PARZIALE.
Attese qualche minuto, mentre di Scott poteva intravedere solo le gambe, poi arrivarono le quattro mandate e Gustavo le aprì la porta.
Presero insieme l’ascensore.
<<Allora che gliene pare?>> la guardò curioso.
<<Di cosa? Non lo so, è un tipo particolare, senza dubbio ha delle belle gambe, visto che sono l’unica cosa che ho visto finora!>>
<<Sì, lo è. Ma è senza dubbio anche la persona più speciale che io abbia mai conosciuto in vita mia.>> sorrise.
<<Mi ha detto che i soldi me li darà lei perché lui aveva preparato un assegno.>>
<<Perché si fa pagare da un uomo tanto piacevole scusi?>>
<<Si faccia i fatti suoi, scusi! E’ stato lui a chiedermi di farlo per soldi ed io ho accettato solo per questo. Non è successo niente di strano lì dentro, noi…conversiamo. Io do qualcosa a lui, e lui da qualcosa a me.>>
<<Sarà, ma non tutto quello che paghiamo alle volte ha lo stesso valore di un amico che resta ad ascoltarti in silenzio, rispetta i tuoi spazi, e se resta inerme a prendersi il tuo dolore, pur sapendo che lo sconvolgerà.>>
Rimase in silenzio, rivolgendo lo sguardo al pavimento dell’ascensore.
<<Sono una merda. So cosa sta pensando di me, Gustavo. Ma mi creda, non mangio da giorni perché non ho i soldi per la spesa e non faccio il bucato da tre settimane perché non ho il detersivo della lavatrice. Neppure quello riesco a comprare. Ho ancora tre rate di affitto da pagare.>>
<<Va bè. Facciamo finta che per il momento io non le abbia detto nulla. Qui ci sono cento cinquanta Euro. Fino a domani credo riuscirà a sopravvivere.>>
<<Sarebbe la paga per la settimana questa?>> i suoi occhi si illuminarono.
<<No, è la paga giornaliera! A domani.>> Gustavo scosse la testa.
Voltatosi, se ne andò da dove era venuto.
Prese velocemente quei soldi come si prenderebbe la manna dal cielo, e se ne andò, incredula e sbigottita.
Salì sul primo taxi per tornare a casa visto che poteva permettersi di pagarlo.
Passò dal supermercato dove acquistò un pollo pronto, delle patate novelle, degli arancini, due birre, e persino il detersivo per la lavatrice.
Capitolo in lavorazione, dal nuovo libro di Letizia Turrà
Mi siedo sulla poltrona. È il momento che preferisco della giornata, quello in cui posso togliermi le scarpe, buttare per terra la giacca, lasciar scivolare via i pensieri e mettere un cd nel mio lettore con dell’ottima musica.
In questi casi non scelgo mai un disco qualsiasi, come quelli che si scaricano. Io desidero e voglio che sia speciale, che mi porti lontano; che serva a comunicarmi che esisto e che quella musica mi proteggerà in qualche modo da ciò che ho subito durante la giornata.
Tengo premuto il tasto Play – track n° 1 – e il gioco è fatto.
Vengo rapita dal suono doppiato di una batteria e una tastiera. Il mood lento e ripetitivo, mi riporta quasi nel grembo materno.
Una voce calda e struggente giunge 29 secondi dopo, trascinandomi.
È quella di un uomo di 44 anni che con voce roca, avvolgente e una pronuncia netta, ti spiega cosa significhi per lui cantare.
È la voce di Bruce Springsteen, l’anno è il 1993, la canzone in questione è “Streets of Philadelphia”.
Il 25 agosto di quest’anno il suo “Born to run” ha compiuto 40 anni.
Rifletto su quel mitico 1993, mi rendo conto che sono trascorsi velocemente 22 anni, che non hanno spento la stella di Bruce né la sua incomparabile energia, che ancora oggi lo vede esibirsi con successo in estenuanti concerti in tutto il mondo (nel 1978 raggiunse 115 concerti in un anno), e che gli sono valsi il famoso appellativo di “The Boss”.
Primogenito di tre figli, nasce a Long Branch, un comune degli Stati Uniti d’America, nella Contea di Monmouth, nello Stato del New Jersey, il 23 settembre 1949, da padre di origini irlandesi e olandesi e madre italiana.
Il padre avrà un ruolo contrastante nella vita di Bruce, il conflitto tra i due sarà forte e i dibattiti accesi, forse per via del precariato dell’uomo, alla continua ricerca dei lavori più disparati, mentre la madre lavora come impiegata in uno studio legale.
Il suo primo incontro con la musica avviene poco prima del compimento dei suoi 7 anni, quando vede per la prima volta lo straordinario Elvis Presley all’Ed Sullivan Show, una trasmissione che a quei tempi era diventata un’istituzione in America.
Deciso a voler diventare come il suo beniamino, chiede ed ottiene in dono per Natale la sua prima chitarra giocattolo.
Due anni più tardi la sua passione viene interrotta dalle sue mani troppo piccole, che non gli permettono di suonare efficacemente uno strumento vero, preso in affitto da sua madre, nella speranza che quel ragazzo le dimostri che fa sul serio con la musica.
A 17 anni Bruce sceglie quale sarà il suo percorso, vuole suonare e vuole farlo bene, perfezionandosi nella tecnica. Acquista così una chitarra acustica al prezzo di 18 dollari, grazie ai piccoli lavoretti svolti nel quartiere.
Sua madre decide di premiare quell’impegno profuso con tanta dedizione. Con molti sacrifici e un prestito, riesce a comprare al figlio una chitarra elettrica Kent e un amplificatore.
Il ragazzo amerà quel dono al punto da dedicare a quella chitarra la sua “The Wish”.
Bruce trova ispirazione nel mondo circostante e nelle musiche trasmesse alla radio, dai Beatles agli Animals, dai Rolling Stones agli Who.
Capisce che è del rock che è innamorato, seppure la sua musica verrà influenzata da differenti sound.
Dopo molta solitudine trascorsa nelle quattro mura al fine di migliorare la sua tecnica, fonda il suo primo gruppo, con il quale la collaborazione si interrompe dopo breve tempo.
Dopo vari tentativi, il 10 luglio del 1971 Bruce fonda la “E Street band”, formata da Gary Tallent al basso, Van Zandt all’armonica, Vini Lopez alla batteria, David Sincious alle tastiere e Bruce alla chitarra.
Riesce ad ottenere un’audizione con Mike Appel e Jim Cretecos, due parolieri dell’epoca, ma il provino sarà un buco nell’acqua.
La seconda possibilità si ripresenta nella primavera successiva con John Hammond, un abile talent scout, che concede a Bruce l’opportunità di incidere alcune demo.
La formazione della band si consoliderà definitivamente nel 1974. Quello stesso anno conosce Jon Landau, critico del Rolling Stones, che di lui al termine di un concerto scrive: “Ho visto il futuro del rock’n roll e il suo nome è Bruce Springsteen. In una sera in cui avevo bisogno di sentirmi giovane, lui mi ha fatto sentire come se ascoltassi musica per la primissima volta”.
Quella critica aveva fatto centro, facendo apprezzare al pubblico le doti di autore e leader del “Boss”.
Le sue composizioni migliorarono in profondità e ricchezza dei contenuti, al punto che egli finì per essere considerato un poeta col chiaro intento di risvegliare le coscienze sociali dei creduloni ancorati al sogno americano. In merito a questo, infatti, confermerà: “La mia musica ha sempre voluto misurare la distanza tra la realtà e il sogno americano”.
Con la religione manterrà un rapporto distaccato e da osservatore, tipico dei poeti, schivi e riflessivi.
Questo arricchimento interiore lo porta a rivalutare l’idea di agire anche da solo, al di fuori della band, mettendo in mostra nei suoi testi molte delle difficoltà e peripezie che ha dovuto affrontare anche a causa di una vita matrimoniale sull’orlo del fallimento, e del rapporto difficile con la figura paterna.
Non può fare a meno di rimanere colpito dai fatti di cronaca che avvengono nel mondo, per cui esprime un pensiero solo esclusivamente attraverso le sue canzoni. Il giorno dopo l’attentato alle Twin Towers di Manhattan, Bruce si reca su una spiaggia di New Jersey per vederne il panorama deturpato. Un uomo lo vede e gli urla: “Ehi, abbiamo bisogno di te!”
Per lui è la riconferma che nulla accade per caso, e che un’artista, che ha un dono come il suo, lo deve utilizzare per aiutare gli altri, perché dovunque siano morti degli uomini, in precedenza c’era vita.
Egli sa bene che quegli uomini, come molti altri, sono morti per vedere il loro sogno americano infrangersi.
Bruce, così bello e tonico sul palco, così grintoso, un uomo che sembra insormontabile, ma che io, attraverso la sua voce, riesco invece a percepire come tenero e bisognoso di una parola, quella stessa parola che lui ha donato agli altri, narrando le loro storie.
È questo che fa un artista: dona anima e cuore, produce sentimento dal palmo della mano che scrive certo che il suo messaggio, in un modo o in un altro, giungerà a destinazione.
Ora che la musica è terminata e la giornata volge al termine, mi chiedo ancora se il pezzo successivo sarà in grado di entrarmi nelle vene come quello appena sfumato.
So bene che la risposta è no, perché ogni opera è unica e ognuna ti farà sentire in modo diverso.
Penso che potrei schiacciare “Rewind” e ricominciare daccapo.
Forse lo farò, siederò e aspetterò di nuovo l’arrivo di quei 29 secondi, pensando di stare ritornando al grembo materno.
Se è vero, secondo quanto sostengono i veterani, che la letteratura italiana è morta dopo Calvino, allora vale la pena di richiamare l’attenzione su qualcosa di fresco e attuale, per comprendere che forse non è proprio così.
Mi viene suggerito da un attento lettore il nome di Marco Missiroli.
L’autore è giovane, un mio coetaneo, ma ha già riscosso notevoli successi, sin dalle prime pubblicazioni dei suoi scritti risalenti al 2005.
Del suo libro se ne parla da tutta l’estate ormai, seppure la pubblicazione risalga al mese di marzo, con pareri quasi unanimi circa la bellezza e la semplicità, lasciando nel lettore una sorta di stupore privo di imbarazzo, nonostante i contenuti pieni, e il modo di esprimersi dell’autore che non si risparmia sui dettagli.
La copertina è piuttosto eloquente.
Il lettore che per puro caso vi si imbatterà entrando in una libreria, non potrà fare a meno di notare che, man mano che si avvicina, quel buco nero in lontananza che sembra quasi raffigurare arte contemporanea, altro non sono che un paio di natiche, tenute strette dal soggetto fotografato, in un’opera realizzata da E. Blumenfeld, esposta realmente in un museo a New York.
La scelta dell’immagine vuole apparire provocatoria, questo è chiaro, quindi decido incuriosita di aprire il libro su una pagina a caso, e nel proseguire scopro che narra le vicissitudini di un dodicenne, il cui profilo si snoda attraverso la storia dei genitori che si stanno separando, con tutte le angosce, le inquietudini e le curiosità che un adolescente possiede a quell’età.
Lo scenario si apre con una sequenza di vita quotidiana, una madre che prepara dei cappelletti discorrendo di come l’utero fosse il principio della modernità, e un padre che discute animatamente di rapporti orali arrivando a definirli: “Le meraviglie del cosmo”.
Proprio in quel frangente il ragazzo si trova a Parigi, dove si è appena trasferito con i genitori, ed inizia a sospettare che la madre possa tradire suo padre. Ogni dubbio viene dissolto quando la vedrà con i suoi stessi occhi intenta nell’atto sessuale con Emmanuel, amico di famiglia.
Sarà quella visione di sua madre e del suo amante il momento cruciale nel quale egli comprenderà di avere una propria individualità sessuale, che si sviluppa in modo contorto nel rivolgere i propri desideri verso la donna che lo ha concepito.
Una visione che avrebbe dovuto profondamente turbare quel ragazzino, ma che invece rappresenta l’inizio della scoperta della sua personalità complessa, che fino ad allora egli ritiene quasi invisibile.
L’intreccio continua a svilupparsi in Provenza, dopo la separazione dei genitori, quando Libero si innamora di Marie, la fidanzata dell’amante di sua madre, e il suo desiderio sessuale viene proiettato sulla fanciulla, rimanendo però solo un sogno irreale.
La svolta avviene quando nella sua vita entra Antoine, amico di Libero, nonché fratello di Lunette, con la quale perde la verginità e successivamente intraprende una relazione complicata e tortuosa, con lui che si rivede al suo fianco non solo come suo compagno, ma immaginandola anche con altri uomini.
I due compiranno un viaggio in America e la ragazza verrà incoraggiata da Libero ad avere rapporti sessuali con un altro uomo, mentre egli assisterà alla prestazione, al pari di un regista.
Lunette rimane sconvolta da quella circostanza, al punto che decide di separarsi da Libero.
L’uomo, ormai entrato in quella che verrà definita volutamente dall’autore “Adultità”, vivrà una crisi profonda che lo porterà a diventare amante di donne sposate, così come era stato Emmanuel per sua madre e ad avere rapporti occasionali.
Una rabbia incontenibile, implacabile, lo assale non senza un movente.
Come spesso nella vita accade, infatti, è proprio il dolore profondo, il lutto interiore a darci la forza di conoscere a fondo noi stessi, risalire e ricominciare, più forti di prima.
Ritorna a Milano e conosce Anna, che diventa la compagna ideale per lui, sessualmente appagante e amorevole, che egli ringrazia per avergli donato nuova vita, chiedendole in un settembre di diventare sua moglie.
Mentre Anna è in attesa del loro primo figlio, la madre di Libero si ammala gravemente. Viene a conoscenza del fatto che manchi ormai poco alla morte della donna più importante nella sua vita.
Per fortuna la gravidanza di Anna gli permette di contemplare una bellezza che credeva perduta, quella delle attese, fatta di emozioni legate al soffermarsi sui dettagli, come i titoli di coda di un film, che raramente si resta a guardare al termine di ogni proiezione.
Il 27 dicembre nasce Alessandro, il suo primogenito.
I giorni passano lieti assistendo alla vita del piccolo, mentre sua madre decide di togliersi la vita in una clinica di Zurigo, assistita dal personale medico, rimasto impotente di fronte alla decisione della donna di chiudere gli occhi in un modo tanto atroce.
E solo allora Libero comprende che i genitori non avevano scelto a caso il suo nome, l’intento era stato quello di lasciare che come essere umano egli si ritenesse consapevole di conquistare da sé il proprio destino, scegliendolo in totale libertà.
Capì che vi era qualcosa di nascosto, che aveva scoperto in sua madre: la dignità di scegliere.
Descrive così il momento del ritorno in aereo dal suo funerale a Milano, quando rientra in casa e si rende conto che i cappelletti che la tata aveva preparato erano quelli lasciati da sua madre:
“Li fissai, in fila come soldati, la pasta schiarita dal gelo, le teste della stessa misura, mai sbilenche, alte uguali. Passai un dito su ognuno, li sfioravo e cercavo una bruttura nel taglio, la sbavatura della sfoglia, distrazioni nell’orlo. Uno era più corpulento. Lo presi, lo appoggiai sul palmo e chiusi il pugno, adagio…”.
Il resoconto prosegue, per ben trentuno cappelletti, che rappresentano il momento del ritorno di Libero a quello che era stato anche il punto di partenza.
Perché è di questo che si tratta: ripartire da dove la nostra vita si è fermata senza chiederci neppure il consenso, in un dato momento a noi sconosciuto, ma che nel susseguirsi di un viaggio ritorna, prima o dopo, che noi lo vogliamo o no.
E se lo fa, state pur certi che la coscienza di quel che vi è accaduto sarà maggiore, e nulla sarà più uguale.
Tanta fretta di crescere genera storie, ma nel viverle ci si sente frastornati e alla continua ricerca di un equilibrio, mentre il nostro essere è in continua formazione.
Come lo stesso Calvino ammise un tempo: “Alla fine uno si sente incompleto ed è soltanto giovane.”
Sandra arrivò come sempre in ritardo, vestita con una assurda pelliccia ecologica, un fuseaux in pieno stile con la giungla milanese, uno stivale borchiato aggrovigliato alla caviglia e un paio di occhiali scintillanti di Gucci. Una genuina e reale Lady Gaga.
Tra cianfrusaglie, occhiali degli anni cinquanta, statue di marmo di carrara, anelli in ottone e bronzo, abiti di scena scintillanti, paillettati e perlinati, Patricia si era recata lì con la seria intenzione di trovare un libro, o meglio, il libro.
L’aveva sempre saputo che un giorno si sarebbe voltata e lo avrebbe visto lì, fra tanti, dapprima sfocato con la coda dell’occhio.
Sarebbe stato il libro giusto, con la giusta copertina e la giusta rilegatura; con quel tipico carattere in rilievo, forte e deciso del titolo.
La guardò, ormai priva di speranza.
<<Ma come diavolo sei vestita?>> la squadrò dai piedi alla testa.
Patricia accese la sigaretta.
<<Potresti evitare per una volta, una soltanto, di rompermi il cazzo per come mi vesto? Sono qui per un libro, non per trovare l’uomo che mi metta l’anello al dito. Piuttosto tu che cosa hai in mano?>>
<<Caffè americano. Ne vuoi?>>
<<Bevi ancora quella merda? Ma come diavolo fai? E’ un bibitone annacquato, non sa di niente!>>
Sandra la osservò di sfuggita e cominciò a rovistare tra i libri, usati e nuovi.
<<Lo sai – disse ammiccando – un libro è come l’uomo giusto, se è quello che ti colpisce in mezzo a tanti, allora vuol dire che non devi fartelo scappare, devi affondare le tue mani in quel benedetto cesto e cercare di accaparrartelo, prima che arrivi qualcun altro a prenderselo.>>
<<Sai che non esco con un uomo da quando John se n’è andato vero? Comincio a nutrire sempre di più il sospetto che l’essere umano si senta attratto dalle cose solo se le perde, solo se non sente più quel senso di appartenenza a quella determinata persona o sensazione. Forse talvolta conviene perdere, per riuscire a comprendere. Mi inaridisco se penso a lui e alla sua strampalata idea di diventare uno scrittore! Che poi cosa ti darà mai da vivere il mestiere dello scrittore, deve essere così noioso starsene riversi su una macchina da scrivere, cosa ci avrà mai trovato di così bello nei libri?>> disse poggiando la testa sulla sua spalla.
Sandra abbassò gli occhiali e la ammonì: <<Stai scherzando vero? I libri possono cambiarti la vita, in alcuni casi totalmente, sono i tuoi migliori amici e non ti abbandonano mai, rispetto a un uomo. I libri rappresentano la sottilissima linea che c’è tra la disperazione e la vita quotidiana. In ogni pagina ricerchiamo una parte di noi stessi, qualcosa che leggendo ci faccia pensare: ‘Accidenti, sembra quasi stia parlando di me’, pur sapendo che è solo un’illusione. Nessun libro parla del lettore, al contrario, può dire molto sull’autore. Una volta ho letto una cosa che secondo me è vera: Quando arriva il successo per uno scrittore inglese, questi si procura una nuova macchina da scrivere. Quando il successo arriva per uno scrittore americano, si procura una nuova moglie. Comunque la macchina da scrivere è roba da matusa, userà sicuramente il computer portatile!>>
Patricia resistette dal rispondere apertamente a quella affermazione.
Prese dal mucchio un vecchio libro di Magda Szabò, “La porta”, ispezionando l’ultima pagina.
“I miei sogni solo assolutamente uguali, tessuti di visioni ricorrenti. Sogno sempre la stessa cosa, sono in piedi, in fondo alle nostre scale, nell’androne, mi trovo sul lato interno del portone con il telaio d’acciaio, il vetro infrangibile rinforzato di tessuto metallico, e cerco di aprirlo. Fuori, in strada, si è fermata un’ambulanza, attraverso il vetro intravedo le silhouette iridescenti degli infermieri, hanno volti gonfi, innaturalmente grandi, contornati da un alone come la luna.
La chiave gira. Ma i miei sforzi sono vani.”
<<Uno, due tre, quattro, cinque…>>
<<Hai trovato qualcosa di interessante, vedo. Che cos’è?>>
<<34 righe. Mh.. questo si intitola “La porta”, l’autrice è ungherese. Credo che dovrei rimangiarmi la mia opinione riguardo ai libri e agli autori. Leggendo queste parole sembrava quasi stesse parlando di me.>>
<<Ma sai bene che gli scrittori si dice anche che possano essere dei traditori. La fantasia è pur sempre parte di un inganno, riservata unicamente agli esseri umani.>>
John era effettivamente inglese, ma non un traditore. Lui non l’avrebbe mai tradita, glielo aveva promesso sotto quell’incessante pioggia di Bankside, lontani dal mondo che poteva sentirli. Non le riusciva possibile credere che un libro potesse essere meglio di una donna che ogni notte ti stringe a sé, si fa scopare bene, vive solo in funzione del suo rapporto amoroso e pensa, prima ancora di parlare.
Estratto dall’ultimo romanzo dell’autrice Letizia Turrà
L’invidia è quel sentimento che nasce nell’istante in cui ci si assume la consapevolezza di essere dei falliti. O. Wilde
Ci avete mai fatto caso a quante persone tra quelle che conoscete si complimentano con voi per il vostro successo o magari perché fate una cosa che vi appaga meglio di molti altri o, addirittura, meglio di loro? POCHE.
Soprattutto nei Social Network vi sono pochissime persone che si soffermano a leggere, alcuni neppure aprono i vostri link, altre volte ancora aprono, spiano, guardano, indagano, passano anche ore a guardare le vostre foto e tutto quel che vi riguarda, senza neppure mettere un “MI PIACE”.
Perché – mi chiedo – fanno così tanta fatica a dimostrarsi entusiasti se qualcosa di bello accade anche agli altri???
Io sono un tantino stufa degli ignavi, di quei fantasmi che scopiazzano link predefiniti, che non mettono mai un loro pensiero, che postano 800 foto delle loro vacanze (come se uno si mettesse mai a guardarle tutte!), di quelli che stanno a tavola a mangiare e postano solo la foto, senza neppure un singolo pensiero fuoriuscente dai loro neuroni…
Non reputo che Facebook o altri Social siano un territorio fatto di persone asociali, così terribilmente attaccate all’estetica, alla sessualità, alle mode e alla bella vita da mostrare a tutti i costi…
Ho conosciuto anche persone che aldilà della rete sono fatte di emotività. Eppure, sembrano volere nascondere quella parte tanto essenziale di loro, quella (appunto) emotiva.
Vi dirò che vi sono giorni in cui mi sento una schifezza, non mi piaccio, non sembro neppure quella donna tanto sicura e tenace che sono sempre stata. Sono quelli i momenti in cui scrivo e parlo davvero agli altri a cuore aperto.
Per contro, trovo spesso persone che invece se possono abbattermi in quei momenti non si fanno alcun problema, e se hanno l’opportunità di dire una frase cattiva, la usano senza porsi problemi.
Visito diversi siti o blog di scrittura come il mio, e devo dire onestamente che non ho mai trovato ridicolizzabile o inappropriato il lavoro di un altro scrittore.
Non c’è esagerazione, depauperamento, mancanza di bellezza in quanto qualcuno che ha investito le proprie energie e forze ha scritto, perché si tratta del tempo e dei sentimenti di un’altra persona, che non dovrebbero mai essere sottoposti a severo giudizio, poiché nessuno di noi ama essere giudicato con la noncuranza con la quale di solito viene sprigionato il parere di “ogni esperto” di Facebook o che incontriamo per strada.
Io dico NO AGLI INVIDIOSI, AGLI INSIDIOSI, A QUELLI CHE CERCANO DI DISTRUGGERE QUANTO STATE COSTRUENDO.
Chi se ne importa se pensano qualcosa di differente da noi, chi non ce l’ha fatta non dovrebbe cercare di spezzare le gambe a chi ce la sta facendo.
Perché l’illusione degli invidiosi è che quello che possedete in realtà vi sia stato regalato, non concepiscono che esista una meritocrazia/capacità dietro ad ogni singolo gesto, e che anche voi possiate avere paura, bisogno di coccole e sostegno, momenti “delicati”.
E’ l’inadempienza di chi non sa andare oltre il vostro sorriso, di chi non sarà mai portato a pensare che dietro quella maschera vi è la sofferenza e la voglia di vedere riconosciuto il proprio operato.
Io voglio vincere su questa ipocrisia, voglio poter continuare a volare senza la paura che qualcuno arrivi a spezzare le mie ali.
Di invidia si muore più che di infarto – dice un detto su Internet – ma la cosa più bella è che quando smettiamo di invidiare e di preoccuparci del giudizio altrui, allora diventiamo QUALCUNO.
Prima di allora, saremo solo IGNAVI. Andate a cercare questo termine nella Divina Commedia, un minimo di conoscenza prima di giudicare non farebbe male a nessuno!