Quello che mi mancherà di più a Natale

 

 

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Ci penso spesso.

Capita che io mi soffermi a pensare, non nel senso letterale del termine, quello sono capaci tutti di farlo.

Per “pensare”, io sottintendo anche il “sentire”, che avviene nell’esatto momento in cui comprendiamo che ci manca avvertire qualcosa o avere vicino qualcuno.

Ieri mi è successo ancora, di soffermarmi a pensare a quello che mi manca di più.

Ho messo dentro le orecchie un po’ di buona musica, sono salita sull’autobus carico di umidità e sulla condensa del vetro, ci ho disegnato una faccina che sorride.

Una di quelle che mi invogliava a sorridere davvero, raggiungendo i cassetti più reconditi di quando ero una piccola bambina, vivace e vitale.

Allora non mi era mai capitato di chiedermi cosa mi mancasse.

Ma sapete, Natale si avvicina, i supermercati iniziano già a propinarci i panettoni con e senza uvetta, le luminarie al primo di novembre ci invitano già ad effettuare acquisti e l’aria tagliente al mattino ci manda segnali di neve in arrivo.

Quando tra qualche giorno mi ritroverò in qualche libreria e sentirò in sottofondo “Silent Night”, so che arriverà quel momento in cui prendendo la pallina di Natale unica nel suo genere (tutti gli anni dico sempre così e acquisto uno sproposito di accessori per la casa), mi accorgerò che qualcosa mi manca.

Perché è bello parlare di ciò che faremo, di dove andremo, di quante feste fighe vedranno la nostra partecipazione, ma è essenziale interromperci ogni tanto, per risentire il profumo dei ricordi.

Così su quel pullman ho ripensato a mia madre e al fatto che da vent’anni a questa parte mi manca lei e la sua presenza. Mi manca il suo sorriso, le sue mani magre, il suo volto bello anche quando era tirato per via della stanchezza.

Mi manca la genuinità di un sorriso dato gratis, senza veli, senza pretese e senza sotterfugi.

Mi manca un abbraccio sincero, un gesto unico che racchiuda nella sua stretta un barlume di luce.

Oggi ho molto di più rispetto a quanto avevo un tempo, in cui vivevamo in una piccola casa popolare come gli immigrati di oggi, senza riscaldamento e con due stanze appena. Non ci lamentavamo, perché c’era il vicino di casa che ci portava da mangiare lo spezzatino che aveva preparato in più, c’era una zingara, che aiutava mia madre nelle pulizie e la vecchietta che mi sorvegliava se mia madre doveva uscire per una commissione. Avevamo poco, per alcuni niente, eppure sorridevamo al prossimo, senza filtri, senza dissapore e… senza cellulari!

Non c’era il telefonino una volta, una persona la rintracciavi a casa grazie a Mamma SIP, e i rapporti avevano quel filo in più di autenticità.

Mia nonna organizzava grandi cene con trenta persone a tavola e il mio regalo preferito erano i Lego, perché ho sempre preferito “costruire”, smembrando, piuttosto che “distruggere”.

Mi mancherà mia nonna che si metteva accanto al telefono con il plaid e le caldarroste, in attesa che ci chiamassero i parenti dal Canada per farci gli auguri.

Per me era un posto magico e lontanissimo, che immaginavo pieno di neve e di case illuminate dalla soglia al tetto.

“Come hai detto che si chiama il posto dove abitano Tonì?”, gli faceva chiedendo a mio nonno.

“Mi sembra il Quebec o Kebec, chennesò come si dice Cuncè!”.

Ed io sorridevo, senza veli, senza filtri e… senza cellulari.

A presto,

Letizia T.

Image credits: Wallpaper internet

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