Casta diva…

 

 

Maria_Callas_(La_Traviata)_2_(cropped)

 

Gustavo la attendeva fuori, pronto per portarla di sopra.

Entrata sul pianerottolo, udì una musica lirica provenire dall’appartamento di Scott, ad un volume decisamente alto.

<<Che succede lassù? Ha deciso di tenere un concerto in casa questo pomeriggio?>>

Gustavo non rispose, ma con gli occhi nostalgici, sorrise.

Entrata nel living, rimase ad osservare con gli occhi la stanza, ancora ferma sull’uscio.

Casta Diva, che inargenti, queste sacre antiche piante, A noi volgi il bel sembiante, senza nube e senza vel….”

<<Scott!>> pronunciò il suo nome ad alta voce.

Era così giunto lui a spegnere la musica, e lo aveva fatto, improvvisamente.

<<Le piace?>> disse restando nell’ombra.

<<Buonasera, mi ha spaventata per come è arrivato. Immagino parli della canzone? Non amo profondamente la musica lirica, mi fa venire in mente qualcuno di sofferente.>>

<<Forse perché è così. Un’estrema sofferenza, permeata da un’immancabile potenza vocale ed una capacità emotiva al di fuori del comune.>>

Si sedettero come erano soliti fare.

<<Oggi voglio parlarle di me.>>

Patricia rimase colpita da quel gesto imprevedibile; al tempo stesso era felice di apprendere qualcosa di più su di lui e sulla sua storia.

Fu la prima volta infatti in cui l’uomo accese una sigaretta.

<<Non credo le dispiacerà se fumo?>>

<<No, faccia pure, siamo a casa sua.>>

<<Bene. Vorrei iniziare parlandole della mia infanzia.  Sono stato un bambino prodigio, a quattro anni sapevo scrivere, a cinque ero già in grado di leggere, e a sei anni iniziai con eccellenti risultati a suonare il pianoforte, fino ad arrivare al punto di comporre le mie prime canzoni già dall’età di sette anni. Ero così bravo che i miei genitori pensarono fosse arrivato il momento per me di fare solfeggio e canto lirico anche. Mia madre Isabelle era stata una nota cantante lirica per il Teatro alla Scala, motivo per il quale le mie doti non furono poi tanto inspiegabili, fu semplice comprendere da chi avessi ereditato certi talenti. Nonostante fossi un bambino brillante, avevo un grosso problema a farmi da ostacolo, io non amavo parlare, praticamente con nessuno. Un giorno la mia vita cambiò, subendo quasi una rivoluzione. Mi trovavo in vacanza a Bordeaux con la mia famiglia, avrò avuto tre anni, quando alla televisione trasmettevano il concerto di un noto pianista di musica classica. Fu quello il quel momento in cui decisi, seppure tanto piccolo, che la musica sarebbe stata la mia compagna di vita. Mi rifiutavo di comunicare con il mondo esterno e per questo fui a lungo deriso, da educatori e compagni del conservatorio al quale ero stato iscritto. Quella stessa crudeltà che gli altri mi inflissero, divenne per me motivo di crescita e forza. Ero solo, con i miei difetti, che venivano cancellati dal passaggio delle mie mani sul pianoforte.  Diventai avido di letture, leggevo a ritmi impressionanti. Leggere mi permetteva di immagazzinare un gran numero di parole al punto da accrescere sempre di più il mio sapere. Arrivai a scrivere delle lettere in gran segreto a mia madre, avevamo un mondo racchiuso, a parte, io e lei. Furono quelle lettere, infatti, a parlarle per me. A mia madre non era concesso di essere una donna con delle debolezze, proprio come al sottoscritto. Nelle lettere, come nei libri, potevamo essere ciò che volevamo, recarci in poche righe dall’altra parte del mondo, pensare a un luogo e fare in modo che si materializzasse, o imprimere un ricordo che rimanesse impresso sulla pagina bianca, grazie all’inchiostro. Non ero mai neppure stato con una ragazza, solo il pensiero mi terrorizzava. Trovai conforto in Eleanor, una fanciulla che vide in me molto più di quanto io stesso vedessi; iniziò tra noi un amore platonico, fatto di corrispondenze che inserivamo negli spartiti che ci passavamo da un lato all’altro del corridoio, ogni fine settimana. Ho ancora un fremito se ripenso a quanto tempo restavo in attesa del sabato e di quelle pagine fitte di note, contenenti la sua missiva.  Era un creatura delicata, fragile, e i suoi capelli erano così profumati… Potevamo essere folli, diversi, deboli e veri, in quelle lettere. Scrissi molte canzoni per lei al pianoforte, ma non ebbi mai il coraggio di cantargliele. Per cantare ci vuole anima e cuore, non è solo una questione di corde vocali. So che sarà in grado di comprendere quanto le sto dicendo. Quando mio padre morì, mia madre si chiuse per un lungo periodo nel silenzio. Interruppe i suoi concerti e rinunciò a numerosi ingaggi. Smise anche di scrivermi per la sofferenza che quella perdita le aveva procurato. La vidi piangere spesso, troppe volte, in preda alla depressione. Così da solo compresi che dovevo rinunciare alla mia felicità per starle accanto. Tale rinuncia comprendeva anche l’amore per la giovane Eleanor. Lasciai il conservatorio e non la rividi mai più; in compenso salvai mia madre. Fino a quando un giorno, un raggio di luce entrò nella sua vita. Quando lei e Gustavo si conobbero, egli aveva perso la moglie a causa di una dissenteria amebica ed era desideroso di innamorarsi, come non gli succedeva da molto. Provai a quel punto a ricontattare Eleanor. Trovai sue notizie presso la bacheca del conservatorio, avrebbe tenuto un concerto al Teatro Strehler di lì a poche settimane. Ero molto emozionato, erano trascorsi quasi sei anni dall’ultima volta che l’avevo vista. Mi ero preparato accuratamente sperando di riuscire a fare colpo su di lei. Fu un concerto memorabile, con una grande orchestra. E lei era divina. Al termine mi avvicinai, ma non fui il solo. Un uomo e due bambine giunsero prima di me… era la sua nuova famiglia. Mi sentii nervoso ed inopportuno, per aver osato sperare che lei ritornasse da me. Ricordo che mi guardò col vago sospetto di avermi già visto da qualche parte, ma non mi riconobbe. Fu terrificante non essere riconosciuto dalla donna che amavo e che avevo tenuto nel cuore, per tutto quel tempo. Da quel momento sono trascorsi in un lampo trent’anni. Gustavo è rimasto al mio fianco, più di quanto un padre fosse in grado di restare vicino al proprio figlio.>>

<<La sua storia ha un non so che di romantico e lontano.  Quindi Gustavo è suo padre? Non lo avrei mai detto…>>

<<Diciamo che è più di un padre. Vede, un padre concepisce un figlio che a volte non vedrà crescere. Lui è stato testimone della nostra vita, ha conosciuto quei lati di noi irrilevanti per gli altri, ma importanti perché scegliesse di amarci e diventasse il testimone di ciò che ci accadeva, rimanendo al nostro fianco, ogni singolo giorno. Lui è un Testimone, più che un padre, qualcosa che va oltre, mi capisce?>>

 

Dal nuovo libro dell’autrice Letizia Turrà

Image: Maria Callas ne “La traviata”

VIETATA LA RIPRODUZIONE, ANCHE PARZIALE DELL’OPERA.

La trappola del ragno, fuori dall’incubo.

 

ARACNO-MELINA

 

Song: https:// http://www.youtube.com/watch?v=5AfPR_B8s-A

Pensavo non avrei mai avuto il coraggio di uscire da quel vortice.

Di tutte le cose che nella vita potreste leggere o pensare al riguardo, o rispetto a tutte le persone che potrete incontrare che vi racconteranno la loro storia, quella di subire una violenza sarà sempre una aberrante esperienza, che sarà possibile comprendere solo nel momento in cui la patirete personalmente, sulla vostra pelle.

Non vi è nulla come quella, che si costruisce gradino per gradino, giorno per giorno, attimo per attimo, sofferenza per sofferenza.

La dignità e la personalità si formano grazie ad essa, perchè senza aver vissuto palesi sofferenze non si può arrivare a comprendere quanto grande possa essere anche la forza di cui ciascuno di noi è dotato.

Quando mi ritrovai a soffrire, capii che ogni evento negativo che mi era accaduto, era lì anche per insegnarmi qualcosa.

Non avevo solo chiuso le porte all’amore vero, avevo anche messo da parte la sapienza di cui le passate esperienze dovevano avermi dotato.

Abbiamo bisogno talvolta di un imprecisato numero di sbagli per renderci davvero conto di quale sia il nostro percorso, e per riuscire successivamente a vedere la luce, quello spiraglio interiore che ciascuno di noi possiede.

Accanto a me ora avevo Chiara, Cesare, nostra figlia Giulia, i miei genitori ed Esperanza. Ogni tassello era tornato finalmente al proprio posto.

Non avrebbe potuto essere diversamente.

Vendetti la cascina a una coppia con due bambini. Guardandola dallo specchietto retrovisore in lontananza mentre l’abbandonavo, mi augurai solo che in quella casa sarebbero stati felici, come non era successo a me.

Il giorno in cui finalmente ottenni il divorzio, rividi Giorgio in un modo diverso, per ciò che realmente era, senza più barriere a proteggerlo, senza più finzioni e ricostruzioni. Era vestito come un poveretto, portava addirittura una camicia sgualcita e una giacca con un buco così grande, che avrebbero potuto passarci tre dita.

Venni anche a scoprire che suo padre non era morto, che non aveva mai molestato suo figlio, che al contrario insisteva da anni perchè si facesse curare, e che sua madre si era suicidata quando aveva tredici anni.

Tutto il contrario di tutto.

Avevo vissuto e sposato un uomo in preda a turbe psichiche, senza neppure esserne cosciente.

Provai pena per lui, tanta pena.

“Il labirinto di orchidee, niente è come sembra” di Letizia Turrà, Narcissus Streetlibr – anno 2015

Image Credits: Lamberto Melina, “Aracno, 2012” photo by Letizia T.

Il regalo di Amy – Capitolo 4

Ruel Pascual 2010 To Hold You

 

Quando crebbe in lei la consapevolezza che la figlioletta sarebbe rimasta sola perchè era prossima alla morte, Amy le regalò un pesciolino rosso, preso in una delle fiere presso cui era solita recarsi ogni anno per vendere capi di abbigliamento.

<<Ora dovrai dargli un nome piccola.>> le disse soddisfatta di quel dono.

<<Devo proprio per forza?>>

<<Ma certo che devi. Non dici da sempre che desideravi un animale da addomesticare? Ecco, ora ne hai uno e se vuoi creare un legame con un essere vivente, dovrai sempre dargli un nome, un nome che lo renda per te importante.>>

La bambina diede al pesce il nome di Camillo.

Lo scelse perchè le ricordava molto Camillo Benso, Conte di Cavour, con quella faccia paffuta e buffa.

Con un pesce non c’era molta interazione, perciò passò il tempo intrattenendosi con insolite e noiose letture sulla storia di Moby Dick.

Capì che era della presenza umana che al contrario, necessitava.

Al Sig. Pitor piaceva Camillo, era così felice che fosse riuscita ad addomesticare il suo pesce che tutti i pomeriggi, al ritorno da scuola, se ne stava seduto beato ad ascoltare i racconti di Patricia.

<<Mr. Pitor, secondo lei esistono animali che sanno parlare?>>

<<Solo nella mitologia, forse, o nei boschi fatati.>> disse riempiendo di aria la bocca nel pronunciare la lettera F.

<<Ho qui un libro molto interessante sull’argomento. Puoi portarlo con te se vuoi, me lo restituirai quando lo avrai finito.>>

Fu totalmente sommersa da quei racconti fantastici. Narravano di un bosco incantato e di un mondo i cui abitanti erano razze diverse di fate, folletti, druidi e draghi, tutti in grado di comunicare tra loro come sono in grado di farlo anche gli esseri umani.

Ci mise una notte intera, ma finì di leggerlo in un battito d’ali.

Il giorno successivo tornò dal “vecchio saggio”.

<<Mr. Pitor, il libro che mi ha dato è fantastico. Mi è quasi sembrato di entrare in un altro mondo, vorrei che esistesse per davvero un mondo così magico.>>

<<Non credo che se il mio cane potesse parlare, sarebbe così magnanimo verso certi esseri umani, bambina.>>

<<Quindi tutti gli animali sono come Camillo? Non mi piace, io mi annoio con un pesce. I pesci non parlano, non fanno altro che chiedere cibo solo girando all’impazzata nel loro microspazio. Non vorrei mai essere un pesce a questo punto, perchè la mia sarebbe una vita senza senso.>>

<<Allora, se potessi scegliere, quale animale saresti?>>

<<Se fossi un animale sarei un drago, uno di quelli sputa fuoco e sputerei fuoco sui miei nemici!>>

<<Ah ah ah che fantasia bambina, ti darò un altro testo da “studiare”, ci vediamo domani così mi racconterai cosa ti ha colpito del nuovo libro, va bene?>>

Quello stesso pomeriggio, in preda alla disperazione, mentre la madre era intenta a sistemare il garage di casa, approfittò di quel momento in cui era distratta per inveire contro il povero Camillo.

Prese la bomboniera che avevano ricevuto in dono nel giorno delle nozze della Sig.ra Weber e la infilò nel piccolo acquario rettangolare, in cui il pesciolino rosso sguazzava allegramente.

Nulla poteva fargli presagire che di lì a poco, la sua stessa padrona avrebbe posto la parola fine a quell’allegro guizzare.

Così lo bloccò in angolo facendolo posizionare sotto la bomboniera e lo schiacciò, con tutte le sue forze.

Il povero Camillo tentò di resistere, muovendo compulsivamente la coda fino a quando, sopraffatto, cessò di respirare.

Un istante dopo si trovava pancia all’aria nel suo spazio.

A quel punto, come per tutte le cose premeditate, pulì con uno straccio preso dalla cucina l’oggetto incriminato e lo riposizionò, esattamente dove si trovava prima, riprendendo le sue attività, come niente fosse.

Una volta rientrata in casa, Amy rimase sgomenta nel constatare che, senza alcun motivo apparente, il povero Camillo era passato a miglior vita.

Si dispiacque molto per la figlioletta che da quel momento non avrebbe più avuto un amico con cui giocare.

<<Ne sai niente?>> disse rivolgendosi a lei.

Patricia mantenne un gelido silenzio, senza dire più nulla.

Lei stessa non seppe mai perchè la testa le avesse detto di uccidere quel povero pesciolino indifeso.

Non aveva provato alcun rimorso nei confronti di quel simpatico, minuscolo essere vivente, ed era stata in grado di mentire, persino di fronte all’evidenza.

Sono così tante le cose indifese che senza volerlo uccidiamo, pur consapevoli che una volta compiuto il misfatto, esse non torneranno.

Per circa una settimana non tornò alla libreria per trovare Mr. Pitor.

Ella si vergognava troppo per quel che aveva fatto, temeva che lui non le avrebbe più voluto bene dal momento che aveva ucciso il suo amico addomesticato.

Sua madre Amy fu abbastanza intelligente da comprendere che le avesse mentito sulla morte del pesce, ma la cosa non sembrò turbarla più di tanto.

Letizia Turrà

Image credits: Ruel Pascal – Persistence of vision, “To hold you”, 2010

La morte di Mr. Pitor

 

 

rosygarden

CANZONEhttps://www.youtube.com/watch?v=tO4dxvguQDk&list=RDlbjZPFBD6JU&index=3

Patricia crebbe  insieme ai suoi ricordi, allontanandosi da Mr. Pitor, il suo unico vero amico.

Il vecchio libraio aveva manifestato più volte il desiderio di vederla, ma essendo lontana dal centro della città ed ormai immersa nei preparativi per la nuova convivenza con John, le occasioni per incontrarsi si diradarono a poco a poco.

Era stato semplice arredare il loro nuovo appartamento, meno semplice forse sarebbe stato arredare il loro rapporto, giovane e ricco di contrasti per via di due caratteri tanto diversi e complessi.

<<Devo dire che non mi dispiaceva quella carta da parati.>> esordì lei quasi con nostalgia, fissando la parete rosso sangue che lui aveva voluto nel suo angolo studio.

<<Una carta da parati a fiori, ingiallita sui bordi, piena di insetti e che mascherava i muri originali…che schifo! Sono felice invece di averla cambiata.>> ammise serio John.

<<Non capisco il motivo di questa tendenza di dover coprire il bello delle cose antiche. Queste case hanno tutte lo stile vittoriano che di per sè è già molto affascinante. Perchè coprire il soffitto carico di affreschi originali con dei cassettoni in polistirolo o le scale di legno, con una ringhiera in ferro battuto?>>

<<Lo hai detto tu. Solo per il gusto di nascondere quello che dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti. Non vedo l’ora di poter portare qui il mio tavolo ottocentesco, appena ne avrò ultimato il restauro, finalmente questa stanza prenderà vita.>>

<<John, per favore…>>

<<Che c’è, cosa ho detto di male?>> portò le braccia al cielo.

<<Quel tavolo è mastodontico. Non ne posso più di te che porti a casa ogni genere di rottame, con la speranza di recuperare un oggetto che ormai non vuole più nessuno. Come quella tremenda lampada che da settimane sosta sulla tua scrivania, in attesa del tuo intervento che molto probabilmente non arriverà mai!>>

<<Vuol dire che io riesco a intravederci qualcosa, laddove nessuno riesce a vedere un bel niente. Non è per questo che mi ami? Oggi pomeriggio dovrei incontrare un editore della Shoulder Books. Trattano il genere horror, e mi hanno chiesto se avrei piacere che esaminassero il mio nuovo romanzo.>>

<<Vuoi che ti accompagni?>>

<<Tranquilla, sono sicuro che non mi sentirò solo. Nel frattempo potresti dedicarti a fare qualcosa che non fai da tempo.>>

<<Certo, senza dubbio escogiterò un modo per tenermi impegnata mentre tu sei via. Vai pure.>>

Sorrise non potendo ammettere, neppure a se stessa, di sentire un senso di vuoto forte ogni volta che si distaccava da lui.

Rimasta sola, decise che avrebbe fatto ciò che John le aveva consigliato; non ci pensò troppo, prese la macchina e raggiunse la libreria di Mr. Pitor.

Fu come ricevere un colpo in pieno petto, quando vide il cartello di legno che sulla porta sbarrata riportava la scritta: “Closed”.

Con la mano fece un cerchio su una delle finestre, per spiare all’interno.

Gli scaffali erano ancora lì, ma vuoti; sulla destra c’era ancora la cassa e il vecchio bancone che Pitor aveva fatto riverniciare con un verde salvia, ritenendo fosse un colore antico, ma elegante.

Sapeva come raggiungere il vecchio saggio, perciò montò in macchina diretta verso la sua casa, augurandosi, una volta giunta da lui, di non ricevere notizie drammatiche.

La accolse Miss Hathaway, una signora sulla quarantina che ormai da tempo, cioè dal momento in cui il vecchio aveva deciso di vendere la libreria, si occupava di lui.

La fece entrare rendendola cosciente del fatto che non lo avrebbe trovato così lucido, al punto da riconoscerla e ricordarsi di lei.

Sarebbe stata un’enorme delusione se così fosse stato, avrebbe significato che era arrivata troppo tardi.

A 90 anni il corpo dell’uomo lasciava intravedere tutte le debolezze, quelle che mostriamo agli altri e quelle che invece riserviamo a noi stessi, e che lei non potè fare a meno di percepire.

<<Ehi vecchio amico, te ne vai proprio ora che cominciavi a diventare interessante…>> disse sfiorandogli la fronte.

Mr. Pitor la guardò appena, allungò la mano verso la finestra e sorrise, senza denti. Un sorriso sereno, pacato, consapevole. Cosciente che le cose si fossero ormai modificate al punto da doverle accettare, in un modo o nell’altro, esattamente come lui le aveva sempre insegnato a fare fin da bambina.

Per sua natura, l’uomo non potrà mai ammettere che le cose mutino senza il suo consenso, ecco perchè non tutti sono disposti a concedere una modifica agli eventi che si susseguono. Ci si sente padroni di un tempo e di una vita, di cui non si è i possessori; ed ecco che quando lo si comprende e si raggiunge una certa saggezza, il nostro fiore è pronto a rinsecchire, perdendo i suoi petali.

Fu così che vide sfiorire il suo più caro amico.

<<Sta così da almeno nove mesi, ma non vuole ancora andarsene. La sua mente rimane ancorata a questa casa e ai suoi ricordi, e il corpo rifiuta di abbandonarlo.>>

<<Ha sempre avuto una grande forza di volontà. Difendeva chiunque egli ritenesse speciale, per un motivo o per l’altro. Non incontrerò mai più persone come lui, questo è sicuro.>>

<<Poco prima di vendere la libreria mi parlò di lei, Patricia. Mi disse che l’aveva aspettata e che per molto tempo, quando la porta della libreria si apriva, aveva un sussulto per la speranza che si trattasse di lei. Rimase deluso per il fatto che non fosse più tornata a trovarlo.>>

Prese le mani di Mr. Pitor, rammaricata per quanto aveva udito.

<<E così vecchio mio, alla fine ho deluso anche te. Non sono riuscita a salvarti nè ad arrivare in tempo da te, e ancora non riesco, a non essere severa con me stessa.>> cominciò a piangere.

Mr. Pitor girò lentamente gli occhi e fece una smorfia.

Asciugò le lacrime, ormai certa che non l’avesse riconosciuta.

<<Si è fatto tardi, sarà meglio che vada. Scusi tanto Miss Hathaway se l’ho disturbata. Avrei voluto avvertire, ma ho preferito seguire l’istinto e venire qui direttamente.>>

<<Non deve scusarsi, lei è forse una delle poche persone che egli avrebbe voluto al suo capezzale. Sono certa che ora sarà più felice e che riterrà finalmente esaudito il suo ultimo desiderio. Prima che vada via, però, c’è una cosa che devo darle.>>

Miss Hathaway aprì il baule che si trovava accanto al camino ed estrasse un oggetto piuttosto grande, impacchettato con fogli di carta riciclata, legato all’estremità da un nastro rosso.

<<Mi ha detto di darglielo semmai fosse tornata qui. Voleva che fosse felice, solo questo.>>

Aprì il pacchetto e gli occhi le si illuminarono.

<<Una palla di vetro! C’è raffigurata la Tour Eiffel…che pensiero gentile.>>

<<Non è una palla di vetro qualunque Patricia. C’è una piccola combinazione che scatta dopo determinati giri di carica del carion e che contiene un messaggio, ma non ha mai voluto dirmi quanti sono. Quindi dovrà scoprirlo da sola.>>

<<Mr. Pitor era magico. Non mi sorprende affatto questa cosa. Le lascio il mio recapito, così potrà farmi sapere come prosegue.>>

<<Abbia cura di lei mia cara.>>

Lasciata quella casa, si recò al Kensal Green, sulla tomba di Amy. Poche volte era tornata lì senza che vi fosse anche John, quindi rimase lì a lungo a dialogare con lei, sapendo che poteva ascoltarla, e poi tornò a casa.

<<Ciao, dove sei stata?>> le chiese John.

<<Sono stata a trovare Mr. Pitor. Era da tempo che desideravo farlo, ma non l’ho trovato molto in forma, anzi direi quasi che sta morendo. Sono arrivata troppo tardi. Non mi ero mai sentita tanto impotente.>>

<<Sono cose che succedono, non puoi fartene una colpa, quanti anni avrà, quasi cento no?>>

<<Uhm..no, almeno dieci di meno. Il tuo incontro invece come è andato?>>

<<Bene, gli ho lasciato la prima bozza del manoscritto. La leggeranno e mi faranno sapere. Credo di avere buone possibilità di riuscire a farmi pubblicare entro la fine dell’anno.>>

<<Che fai ora, ti rimetti a scrivere?>> disse imbronciata.

<<Lo sai che non posso permettere al mio estro di fermarsi neppure per un secondo. Quindi sì, devo e devo e devo ancora scrivere.>>

Salì al piano di sopra in camera da letto, estrasse fuori dalla borsa il regalo di Mr. Pitor, e lo inserì all’interno di una scatola di legno, contenente i suoi ricordi più cari.

Lo pose proprio accanto al “Piccolo Principe” e sorrise, commuovendosi.

Due giorni dopo la telefonata di Miss Hathaway le diede la notizia che già aspettava: il caro vecchio amico di sempre, Mr. Pitor, si era spento felicemente alle 11.16 di quel mattino.

Scese al piano di sotto, dove trovò John che tentava di mettere a posto la piccola lampada rotta della sua scrivania.

<<Che ti succede?>> disse vedendola in lacrime.

<<Se n’è andato. Lui…è volato via.>>

<<Vieni qui, lasciati stringere, ti amo piccola mia.>>

<<Ti amo anch’io.>> rispose dopo una breve pausa.

DAL NUOVO LIBRO DI LETIZIA TURRA’, 2016- TUTTI I DIRITTI SONO RISERVATI, VIETATA LA RIPRODUZIONE, ANCHE PARZIALE, DELL’OPERA IVI SCRITTA.

Image credits: RosyGarden (internet)

Song credits: Norah Jones – “Don’t Know why”

Our Home

 

c2a9vicario_cagli_2004_palazzo_tiranni_05_edit_8bit_usm_unicoliv

 

 

Londra, 1999

 

Diciotto anni sono troppo pochi per sapere cosa si possa ancora pretendere dalla vita.

Si vive tutto in modo amplificato, con l’irrequietezza di quando si è ancora dannatamente ancorati a quella voglia di non appartenere a niente e nessuno.

L’indipendenza è necessaria all’individuo per crescere e contare su se stesso a fronte di numerose avversità.

Quando John le propose di andare a vivere insieme inizialmente non ne fu entusiasta e provò un senso di inquietudine.

Tra i due lei era sempre stata quella dai mille ripensamenti, sempre titubante su ogni decisione da prendere.

Poichè il tempo che le aveva concesso per avere una risposta si era protratto fin troppo, come era solito fare, prese la palla al balzo e una mattina si presentò a casa sua con un giornale, su cui era riportato l’annuncio di affitto di una casa in stile vittoriano.

Una dimora da sogno, antica, e desiderosa di essere recuperata.

<<Può essere nostra, se solo lo vogliamo. Ho organizzato un incontro con il proprietario.>>

<<John, sai bene che non daranno mai le credenziali a due neo maggiorenni. Non vorrei restassimo delusi se dovessero sbatterci le porte in faccia.>>

<<Non succederà. Il proprietario, un certo Titor, è un amico di mio padre. Senti, ci ho già parlato, andrà tutto bene. Dimmi che la vuoi vedere almeno.>>

La casa nella zona Sud di Londra, poco distante da Brixton, godeva di un bella proprietà intorno, tre camere da letto, un bagno, un ingresso con cucina a vista e un piccolo salotto.

<<Molto bella questa zona, Mr. Titor, non la conoscevo.>>

<<In realtà non è la sola ad avermelo detto. Dal dopoguerra la zona è considerata un quartiere per vecchi, non desta molto interesse, ecco perchè da ormai diverso tempo la proprietà è rimasta invenduta. Non mi resta che valutare l’ipotesi di affittarla per il momento, è la stessa cosa che mi ha suggerito James, quando mi ha proposto di farvela vedere. Entrate pure.>>

All’interno la casa era ancora più bella e caratteristica che vista dall’esterno.

Aveva un tipico stile gotico mescolato al rococo, con presenze vittoriane. Le pareti erano decorate con la carta da parati e i soffitti erano ornati di dipinti e raffigurazioni settecentesche, orribilmente coperte da qualche intervento poco costoso, probabile tentativo di volerla modernizzare secondo i gusti dell’epoca.

<<So già a cosa state pensando. Che questa è roba da vecchi. Posso invece garantirvi che molti apprezzano questo stile e che queste case sono ancora considerate molto eleganti.>> disse scorgendo le loro facce dubbiose.

<<La casa va benissimo Mr. Titor, sarà l’alcova perfetta per me e la mia Afrodite.>>

<<Che stupido, smettila…>> gli diede una gomitata.

<<La prendiamo, ma ad una condizione: che possiamo dipingere le pareti secondo i nostri gusti e che possiamo ammobiliarla con qualcosa di più vicino all’ultimo…secolo.>> sorrise John.

Titor sospirò: <<John Wood… Non sei affatto cambiato. Hai sempre saputo quello che volevi dalla vita, quindi chi sono io per impedirti di rendere questa casa, la vostra casa?>>

Quella risposta le aveva aperto il cuore.

La sicurezza del suo amato la fece sentire forte.

John la abbracciò stretta: <<La nostra casa…>>

L’affitto era di 500 sterline che inizialmente fecero fatica a pagare contando sull’aiuto di James, fino al momento in cui Patricia trovò il modo di essere ingaggiata da uno dei locali più grossi della zona. Cantando al “Childhood cafè” ebbe la buona opportunità di farsi conoscere e con 500 sterline settimanali riuscì a contribuire attivamente alle spese.

Insieme erano così liberi, visitavano mostre, musei, biblioteche, lasciando che tutto quel sapere entrasse nelle loro viscere, senza mai porsi quelle domande, che troppo spesso affliggevano coloro che erano troppo coscienti della realtà che li circondava.

Anche fare l’amore in ogni luogo era diventato usuale per i due amanti.

In poche settimane avevano cambiato parte dell’arredamento e delle pareti.

Lui si era ricreato uno studiolo in un angolo della sala in cui aveva voluto dipingere le pareti di un rosso sangue, vivo e intenso.

Patricia aveva gusti più semplici, amava lo stile provenzale e i colori neutri, quindi scelse un grigio ghiaccio per la restante parte del living.

Quelle due pareti rappresentavano l’incontro di due anime tanto diverse fra loro ma unite, nonostante tutto, da un profondo amore.

Avevano trovato il modo di far convivere la cupezza di lui, con la leggerezza di lei.

Letizia Turrà

Image credit: Google research

DAL NUOVO LIBRO IN LAVORAZIONE DELL’AUTRICE, VIETATA LA RIPRODUZIONE ANCHE PARZIALE DELL’OPERA. TUTTI I DIRITTI SONO RISERVATI.

L’amore al pianoforte.

pianoforte

 

Salì lentamente le scale, in un silenzio talmente profondo che ogni gradino sembrò potesse inghiottire i suoi tacchi.

Volle testare realmente con mano la pesantezza di quel mazzo di chiavi e l’enorme responsabilità che Gustavo, il loro custode aveva nei confronti di esse, e di Scott.

Delle leggere note di pianoforte, man mano che si avvicinava, giunsero al suo orecchio.

Aprì la porta delicatamente, cercando di non disturbare con le quattro mandate per aprirla. Così la spinse, e sempre delicatamente, diede due sole mandate.

Appena nell’ingresso, vide Scott al centro del salotto di spalle; quelle meravigliose note provenivano dal suo pianoforte.

Quasi con passo morbido si avvicinò a lui per carpirne i tratti somatici.

Aveva due spalle grandi e le mani molto lunghe, che sembravano accarezzare i tasti in avorio di un vecchio Niemeyer.

Buttò lo sguardo sullo spartito per capire di quale brano si trattasse.

“Nord, Sergio C.”; le note gravi e insidiose sembrarono parlare alla sua anima.

Con la memoria percorse un campo di grano che aveva visto da bambina, con le spighe che le arrivavano al di sopra del ginocchio, e quell’unico desiderio di buttarsi per terra a fare “la farfalla”.

Fu quando lo vide in viso, che non fu più in grado di distinguere la realtà dal sogno.

Gli occhi di Scott erano vitrei, quasi trasparenti, celati dai lunghi capelli castani, che gli ricadevano sulle spalle.

Ricurvo sullo strumento, la guardò poco prima di concludere il brano con le ultime dieci note, acute e delicate.

Gli occhi le si bagnarono di lacrime.

<<Buonasera, Patricia.>> sorrise con un flebile richiamo al suo nome.

<<Buonasera Scott.>>

<<Sono davvero felice di vederla, il fatto che sia venuta mi fa capire che è pronta per andare oltre e che sa guardare col cuore, al cuore degli altri.>>

<<Lei suona divinamente. Non sentivo da tempo queste emozioni nel sentire qualcuno suonare.>>

<<Lei non suona nessuno strumento?>>

<<Mi sarebbe piaciuto. A dodici anni i miei mi avevano iscritto ad una scuola di pianoforte, teoria, solfeggio e canto lirico, ma non mi appassionò mai veramente.

Dicevano a mia nonna: “E’ intelligente, ma non si applica”. La realtà è che per applicarmi in qualcosa io devo sentire una spinta interiore più forte, qualcosa che mi scuota interiormente.>>

<<Sieda accanto a me.>>

Sedette al fianco di Scott sullo sgabello lungo dalla seduta in pelle morbida.

Avvertì immediatamente quel calore che la lasciò inebriata ed il profumo della pelle di Scott, inconfondibilmente vicino alla sua profumazione preferita: l’Acqua di Parma.

Prese la sua mano e la portò sul tasto del Do, carezzando le sue dita.

<<Sol fa mi mi re re do, re do re mi mi, fa mi fa sol…>> ripeteva Scott con un soffio di voce.

Poi la guardò dritto negli occhi: <<Posso suonare per lei ogni volta che vuole. Non c’è niente che non farei per lei… Patricia.>>

Il cuore sussultò finendole interamente in gola, al punto che le parve potesse essere in grado di masticarlo.

<<Scott, ho bisogno di sapere che cosa vuole da me. Quelli che lei chiama esperimenti non hanno niente a che fare con tutto questo.>>

<<E’ perché no? Definisca “esperimento”. Davvero non ricorda come tutto è iniziato? Provi a ricordare la prima volta in cui ci siamo conosciuti e poi saprà rispondere a questa domanda.>>

<<Lei mi rubò il libro al quale ero interessata, ecco come è che è iniziata. E se mi sta chiedendo di definire un esperimento, per me è qualcosa che si inizia per provare e poi se va bene ok sono tutti contenti, altrimenti si interrompe. Non è così?>>

<<Lei non è cosciente di quanto possiede. Di quanto male mi fa vedere ciò che invece ha rubato a me? Parlo del mio cuore. Ogni pomeriggio, da un mese a questa parte i miei battiti accelerano quasi fino a cessare, prima che arrivi lei. Quando lascia la mia casa, io avverto un vuoto che non riesco a sopportare. Non vivo più. Se lei non dovesse più venire io morirei, e nulla per me avrebbe più senso.>>

Rimase gelata di fronte a quella confessione. Non si erano mai spinti tanto oltre.

Era priva di difese, nuda.

TRATTO DAL NUOVO LIBRO DI LETIZIA TURRA’

VIETATA OGNI RIPRODUZIONE E CONDIVISIONE, ANCHE PARZIALE, DELL’OPERA. TUTTI I DIRITTI SONO RISERVATI

Image credit: Facebook

 

La volpe e il Piccolo Principe…

la volpe

 

Brighton, 1993

“…Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo.

La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio perciò.

Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri.

Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica.

E poi, guarda! Vedi, laggiù, in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile…”

Il regalo di Mr. Pitor le era servito nei momenti di sconforto, come una coperta calda pronta ad avvolgerla, poiché nonostante tentasse di distrarsi con la lettura, a distanza di un anno, sentiva sempre la mancanza di sua madre.

Aveva letto e riletto quel romanzo, al punto da essere riuscita a strappare delle pagine, che tenne incollate con un poco di scotch affinché non volassero via, visto che era solita portarlo con sé dovunque andasse.

Immaginava di essere come il Piccolo Principe nella favola dell’aviatore, anche lei sognava di trovarsi un giorno, prima o poi, in un posto lontano e di incontrare chi l’avrebbe “addomesticata”.

Ma la vita non è una favola, e questo lo sapeva.

Quella sera venne interrotta nel bel mezzo della lettura dai diverbi tra sua nonna e suo nonno.

Aprì di soppiatto la porta, e si mise sul primo gradino delle scale per udire i discorsi che provenivano dalla cucina.

<<Come faremo a pagare tutto quanto? Abbiamo ricevuto il terzo sollecito di pagamento questo mese Albert, non possiamo permetterci di portare avanti una così disastrosa situazione.>> sentì la nonna sospirare.

<<Calmati Marzia, metteremo tutto a posto come sempre.>>

<<E con quell’arpia dell’assistente sociale? Sai bene che ogni volta che viene qui con quello stramaledetto taccuino ci toglie dei punti. Come se due nonni non fossero improvvisamente più in grado di occuparsi della loro nipotina. Bè, io non lo posso proprio accettare!>>

<<Forse dovremmo farlo.>>

<<Fare cosa?>>

<<Portarla in un istituto.>>

<<Oh avanti, sii serio per Dio!>>

<<Ma lo sono. Lì avrebbe un’educazione più rigida, avrebbe delle amiche con cui condividere il suo tempo. E’ sempre isolata, sembra che preferisca stare da sola. Mangerebbe regolarmente e con orari prestabiliti. Non vedi che è anche malnutrita? Imparerebbe finalmente a stare al mondo.>>

La piccola Patricia ebbe un tuffo al cuore. Non poteva credere che suo nonno fosse stato in grado di pronunciare quelle parole.

Non la reputava ancora idonea a “stare al mondo”, e questa cosa la ferì profondamente.

Voleva dire che nessuno fra loro aveva realmente compreso il suo mondo interiore.

Così prese una decisione: avrebbe percorso i binari del treno a piedi e sarebbe andata a cento km da lì, per cercare di trovare la casa di suo padre.

Le sarebbe bastato solo capire in quale direzione andare inizialmente.

Prese due cuscini e li infilò sotto le lenzuola.

Se la nonna fosse andata a verificare come stava la sua nipotina, l’avrebbe trovata che dormiva, e se ne sarebbe andata.

Preparò in fretta e furia una zainetto contenente un paio di scarpe da tennis, due jeans, tre magliette, due mutande, due calzini, una bottiglietta di acqua e il libro de “Il piccolo Principe”.

Spense tutte le luci, lasciando accesa solo la lucina antibuio.

Prima di abbandonare la stanza, guardò l’orsacchiotto che sua madre le aveva regalato pochi anni prima per uno dei suoi compleanni. Lo prese e lo inserì all’interno della camicetta, vicino al cuore.

Poi, uscita dalla finestra prese la piccola scala antincendio, e guardò da fuori in direzione della cucina, vedendo che i suoi nonni se ne stavano ancora lì, discutendo animatamente.

Sola e sconfitta, la piccola non si era mai sentita tanto triste e abbattuta.

Non aveva ancora trovato nessuno che la addomesticasse e nessuno che lei volesse addomesticare.

Non era così semplice come nel libro di Saint-Exupery.

Il posto più bello del mondo è da nessuna parte, Letizia Turrà

Image: Google

VIETATA LA RIPRODUZIONE, ANCHE PARZIALE DELL’OPERA. TUTTI  DIRITTI SONO RISERVATI.

Il significato di impermanenza…

264223_1772655725446_1510887713_31317350_3919161_n

 

La casa di Mr. Pitor era esattamente come la sua biblioteca: antica, polverosa e immensamente ricca di oggetti interessanti.

Possedeva un’intera collezione di boule-de-neige poggiate sulla cornice del caminetto, ce n’era una per ogni città che aveva visitato e una per ogni tema, tutte differenti.

Le scuotè tutte, una ad una, per farle ammirare la bellezza di quegli oggetti e sistemò quattro o cinque ciocchi nel camino.

<<E’ una fortuna che fossi lì per comprare la legna quest’oggi, altrimenti chissà come sarebbe finita.>>, disse rassegnato.

<<Me la sarei cavata anche senza di lei, Mr. Pitor.>>

<<No, non è così. Quei ragazzi non si fermano davanti a nulla perchè non sono comuni furfanti, sono ragazzi ormai perduti, senza speranza. Non vivono che per procurare male ai loro simili e non si fermeranno, fino a che non raggiungeranno il fondo del baratro.>>

<<Ma…cosa vuole che faccia? Vuole che vada ai loro assurdi riti satanico-spirituali? Io non credo in quelle cavolate. Quella stronza di Sara ha parlato di mia madre. Tutti pensano che sia colpa mia se mia madre è morta, e forse è così.>>

<<Ma che dici bambina? Non è affatto colpa tua. In quale misura ti rendi responsabile della morte di una persona tanto cara?>>

<<Lo dico perchè avrei potuto salvarla, come quella volta del collasso e invece…>>

<<Ricordo bene quel giorno. Mi trovavo dalla Sig.ra Weber per riparare l’antenna del suo vecchio televisore, quando bussasti disperata alla porta. Se non fosse stato per te, sarebbe sicuramente morta. Eri così gracile, ma usasti tutta la tua forza, pur di aiutare tua madre. E’ così che tu sei, una creatura fragile nel fisico, ma dentro coraggiosa e sempre disponibile ad aiutare gli altri. Sei speciale e non hai nulla a che vedere con quei fannulloni che ti colpiscono perchè in te vedono quella forza.>>

<<Forza? Mi sa che la vede solo lei, loro non mi temono affatto!>>

<<Sì che ti temono. Se così non fosse, la Signorina Brown si sarebbe sporcata personalmente le mani, battendosi con te. E’ questo il bello e il brutto delle persone speciali. Tutti si rendono conto di non avere davanti una persona comune e, in qualche senso, si sentono intimoriti per questo in un modo a loro sconosciuto. Quindi si arrabbiano per i sentimenti contrastanti che provano nei loro confronti, cominciando a dubitare di sè stessi e delle proprie capacità per non riuscire a brillare. La cosa che alla fine riterranno più opportuna, sarà quella di scagliarsi contro coloro che gli fanno provare quel senso di frustrazione e delirio. Gli sembrerà giusto agire in maniera crudele arrivando a fare del male, verbale o fisico, alla persona che avrà raggiunto i suoi traguardi rispetto a loro.>>

<<Lei vede in me tutte queste cose, ed io non vedo nulla di tutto ciò. Non so ancora con quale parte di me io sia più arrabbiata, se con quella che ha salvato mia madre, o con quella che l’ha lasciata morire.>>

<<Eri presente il giorno in cui Amy morì?>>

<<No. Io stavo a casa di zia Lisa da mesi ormai.>>

<<Ebbene, come puoi ritenere di essere responsabile di quell’evento allora? Cosa ti fa pensare che avresti potuto evitarlo? Devi smetterla di essere severa con te stessa piccola mia e accettare. Accettare che le cose cambino, anche senza il tuo volere. Nessuno chiederà mai il tuo parere sul giorno in cui morirai o sul momento in cui preferirai o meno festeggiare il tuo compleanno. Potrai solo proseguire, facendo funzionare l’unico organo che il cielo ti ha dato: il cervello!>>, sorrise.

Patricia si sentì al sicuro in quella casa, davanti alla neve delle palle di vetro che Mr. Pitor agitava quasi mesto, riportando quel velo di malinconia, tipico di chi sta invecchiando.

<<E quello cos’è?>> chiese rivolgendo lo sguardo a una palla rotonda, piena di colori, poggiata su di un supporto di ferro nero.>>

<<Questo è un mappamondo, letteralmente la riproduzione in scala del pianeta terra.>>

<<Ha davvero girato così tanto?>>

<<Oh sì, in lungo e in largo bambina. Ho girato abbastanza, tanto da comprendere che non esista luogo migliore di quello interiore per ciascuno dei viaggiatori. E’ con l’animo aperto e disponibile ad imparare che si dovrebbe intraprendere qualunque viaggio. E soprattutto, ricordare della nostra impermanenza qui è fondamentale.>>

<<Che cos’è l’impermanenza? E’ per caso qualcosa che si può mangiare?>>

Sorrise di gusto.

<<No no, è la nostra esistenza ad essere impermanente, nel senso che non resteremo qui per sempre. Vedi, siamo ospiti su questo Globo, la Terra non è che un luogo dove ci siamo insediati, ma siamo solo ospiti qui. Ciò che è intorno a te, nella natura, rimarrà per sempre nel corso dei secoli. Ma di te e di me, di noi, non rimarrà alcuna traccia. E’ questo il senso di impermanenza.>>

<<Credo di capire. Dovremmo tutti sfruttare questo senso di impermanenza, così finchè siamo qui, possiamo usare i nostri doni per fare del bene ad altri nostri simili, e per farlo alla terra, colei che ci ospita.>>

<<Tu sei una delle poche a comprenderlo, ecco perchè sei speciale.

<<Anche lei lo è, Mr. Pitor.>>

<<Sono cosa?>>

<<Una persona speciale.>>

 

Tratto dal nuovo libro di Letizia Turrà

Image credit: Wallpaper (scrittura google)

E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE, ANCHE PARZIALE, DELL’OPERA. TUTTI I DIRITTI SONO RISERVATI.

Cosa vuol dire “Addomesticare”?

large (2)

 

Rimase in silenzio ad osservare gli alberi scossi dal vento.

Avevano un suono soave, in quel delicato fruscio fu come se potesse ancora rivedere sua madre viva, davanti a lei.

Si avvicinò Mr. Pitor, l’unica persona della quale ella si fidasse.

<<La morte non è che un altro sentiero bambina. Non è la fine di tutto, ma l’inizio di una nuova stagione.>>

<<Lei crede Mr. Pitor? A me manca così tanto. Prima la mia sorellina, ora la mamma. Perchè tanto accanimento da parte della vita nei miei confronti?>>

<<Ma di quale accanimento parli. Non è la vita a scegliere il nostro percorso, siamo noi a tracciare la sua via. Ti ho portato un regalo.>>

Patricia lo guardò con gli occhi stracolmi.

<<Bè non lo apri? E’ un regalo.>> disse col mento compiaciuto e sporgente.

Strappò la carta e intravide il disegno di un bambino dai capelli biondi, la faccia gialla e un grande mantello verde. Era anche munito di una spada, come se fosse il protettore di un regno tutto suo.

<<“Il piccolo principe”. Che cos’è? una favola per bambini?>>

<<Secondo te lo è?>>

<<Mr. Pitor, mia madre è appena morta. Non riesco a pensare ad altro che a questo in questo momento. Lei è gentile, ma io non credo nelle favole.>>

<<Questo Patricia, è un romanzo innanzitutto, e non narra di una semplice favola, è un insegnamento di vita. Insegna agli adulti che hanno scordato di quando erano dei bambini, come fare per non “dimenticare”. Inoltre, parla dell’importanza di creare dei legami. Il termine che qui viene menzionato più volte è “addomesticare”. Sono sicuro saprai comprenderlo e portarlo con te, come il più importante dei doni, nel tuo cuore. Un giorno voltandoti, avrai nostalgia anche di questo terribile giorno. E’ così che vanno le cose. Da adulto (sorrise, perchè ormai era vecchio) quale sono, rimpiango un sacco di cose. E il rimpianto, bambina mia, è un sentimento sconosciuto per i bambini. Ecco perchè ti ho fatto questo regalo. Voglio che tu sia come l’aviatore, che impara ogni giorno l’importanza di restare puro, da un bambino sconosciuto. Voglio che tu trovi qualcuno da addomesticare e ti lasci addomesticare a tua volta.>>

<<Non è vero Mr. Pitor. Io ora comprendo perfettamente cosa voglia dire “rimpiangere”. Rimpiango infatti la mia mamma.>>

<<Forse quando perdiamo qualcuno cambia il nostro livello di coscienza. Diventiamo troppo consapevoli dell’esistenza del male, e questo ci rammarica. Ci può inaridire, farci perdere la bussola. E’ quello che non dovrai permettere a questo triste avvenimento di fare.>>

<<Secondo lei esiste il paradiso Mr. Pitor?>>

<<Io credo sia ancora presto per me perchè mi ponga questo tipo di domanda. Credo più in una sorta di reincarnazione. Siamo qui per un tempo limitato in cui ci viene richiesto di assolvere ad alcuni compiti. Conclusi quelli, il nostro involucro (il corpo) viene lasciato per permettere alla nostra anima di essere ospitata presso un altro involucro, un nuovo corpo.>>

<<Una teoria interessante, ma non credo sia possibile. Che ne sarebbe di noi e di tutti i nostri ricordi? Del nostro passato cosa rimane scusi?>>

<<E’ questo il punto. Nella vita successiva non ricorderemo più nulla di quella precedente, a patto che riusciamo, prima di assolvere a quel famoso “compito” affidatoci, a cancellare ricordi negativi dalla nostra esistenza. Proprio in virtù di questo, non dovrai lasciare che i dolori di oggi rimangano troppo a lungo nel tuoo cuore, non devi permettergi di logorarti. Tu camminerai sulle macerie del tuo passato, non lascerai che esse ti sotterrino. Promettimelo, Patricia.>>, disse stringendo il pugno.

<<Lo prometto, Mr. Pitor.>>

<<Devi ripeterlo. IO CAMMINERO’ SULLE MACERIE DEL MIO PASSATO.>>

<<Io camminerò sulle macerie…>> ripetè decisa.

 

Tratto dal nuovo libro di Letizia Turrà (Work in progress)

VIETATA LA RIPRODUZIONE, ANCHE PARZIALE, DELL’OPERA.

Image: Google (Libri)

 

 

Ground Control to Major Tom: David Bowie, “The Starman”.

 

david

 

Lo conobbi grazie a quello splendido brano del luglio del 1969: “Space Oddity”.

Ne rimasi subito incantata per quelle sonorità pop e rock allo stesso tempo, una sorta di viaggio mentale e spirituale per l’ascoltatore.

Il controllo da terra interloquisce con il Maggiore Tom, un astronauta in missione, che per la prima volta vede il Pianeta Blu dall’alto e ne rimane profondamente affascinato.

E da ieri, la Star mondiale David Bowie, può dire di poterla vedere per davvero.

Ci ha lasciati ieri, lo apprendo oggi dai giornali, a soli 69 anni e poco dopo aver pubblicato il suo ultimo disco dal titolo “Blackstar”.

È stato un cancro a stroncare la sua vita, una malattia che sempre più spesso non perdona.

Personalità eclettica, piena di contrasti personali e sessuali (si vocifera fosse bisessuale), Bowie ha saputo guadagnarsi con la sua arte un posto tra le stelle, laddove avrebbe sempre voluto essere.

Nato a Londra l’8 gennaio 1947, è già una star a metà degli anni sessanta, nota per il suo stile musicale che riconduce a un pop raffinato fuori dagli standard comunemente noti al tempo.

Il piccolo David si trasferisce a sei anni da Brixton, sua città natale, a Stansfield Road, dove mostra interesse per la musica d’oltre oceano, al punto che quando la sua insegnante gli chiederà cosa vuole diventare da grande, lui risponderà: “L’Elvis britannico”.

Il fratellastro Terry giocherà un ruolo determinante nelle sue scelte ribelli. Egli infatti, è amante della musica Jazz (ascoltava Coltrane e Dolphy) e diventerà ben presto il fautore delle idee sperimentali del giovane David, che si sente stimolato dalle note e da quelle sonorità ricche di beat, romanticismo e qualità strumentale.

Il suo primo scritto “The Man Who Sold the World”, nasce proprio per ispirazione di Terry, il quale si toglierà la vita gettandosi sotto un treno a seguito del ricovero in un ospedale psichiatrico per schizofrenia nel 1985.

Comincia a prendere lezioni di Sax dal suo idolo, il sassofonista jazz Ronnie Ross, riscuotendo poco successo ma dichiarando in seguito: “Quello strumento divenne per me un emblema, un simbolo di libertà”.

Già dal 1962, di pari passo con la formazione di una band musicale studentesca, David inizia a comporre brani originali. Questo fattore diventa un limite per il giovane, che si vede costretto a suonare cover di artisti più o meno famosi, pur avendo un mondo interiore complicato e creativo al di fuori del comune.

In quello stesso anno, a causa di un litigio per una ragazza, proprio un membro del gruppo, George, rifilerà un pugno sull’occhio a David, che da quel momento riporterà danni permanenti causati da una midriasi, che farà apparire i suoi occhi come fossero di due colori differenti.

Nell’agosto del 1963 eseguono un’audizione per la Decca Records, senza successo. Motivo per il quale David abbandonerà definitivamente il gruppo.

Alla carriera discografica si affianca anche quella cinematografica, con alcune sue piccole apparizioni in alcuni sceneggiati americani della BBC.

Finalmente, l’11 luglio 1969, in contemporanea con la missione Apollo 11, uscirà la famosa “Space Oddity”, registrata in due diverse versioni, che arriverà al quinto posto delle classifiche mondiali.

Le registrazioni proseguiranno per tutta l’estate, fino alla pubblicazione.

Sarà uno dei pochi, se non l’unico, a potersi permettere di inserire all’interno dei suoi brani diversi personaggi dalle diverse personalità, tutti Alter Ego inventati da Bowie, come il notissimo  Ziggy StardustHalloween JackNathan Adler e The Thin White Duke (il sottile duca bianco, mero richiamo alla superiorità della razza ariana, tanto propagandata e voluta da Adolf Hitler).

Da allora la carriera di David si moltiplica (a giusta ragione) nel globo, portando con sé la scia di oltre quarant’anni di successi inarrestabili, di amicizie controverse, di voci sulla sua sessualità, di zeppe alte e abbigliamento che richiamano l’androginia, di misteri dietro quello sguardo enigmatico, dai due colori differenti.

L’Uomo giunto da Marte, dalle stelle, è stato riconsegnato al suo pianeta e di canzoni, su questa Terra, non ne canterà più.

Non so più se mi mancherà Ziggy, Jack, The White Duke…o David.

Il mio cuore da oggi sa che mi mancherà una parte importante della musica, che va oltre i suoi Alter Ego. Quel qualcuno che in modo quasi sconvolgente, ci ha abbandonati dopo averci lasciato un immenso patrimonio musicale e tendenziale.

Certi artisti non si sfornano più, e certe cose non tornano.

E pensare che proprio nel 2002 diceva: “Sono sempre stato così, sono molto negativo. Davvero non intendo esserlo, ma non sono affatto d’accordo con l’idea del progresso e dell’evoluzione. Penso che queste cose siano strutture che abbiamo creato per essere in grado di sopravvivere nel caso non ci sia per noi alcuna ragione di esistere.”

Un dono quasi irreale il suo, che scriveva i suoi brani non con l’aspettativa di mostrare se stesso, bensì con la mera volontà di amare quanto avesse creato quasi come fosse l’ombra di un dipinto, malinconico e perverso.

“La mia intenzione è di incapsulare quello che vedo attorno a me, l’ambiente ed il tempo, con la musica, così che se potessi guardare indietro al mio lavoro dal 1980 vedrei gli anni 70 attraverso i miei occhi, come una serie di dipinti”, sosteneva sempre.

Love u always Mr. Bowie, goditi le stelle Major Tom… noi pure aspetteremo il  momento nel quale brilleremo, come te, nel firmamento.

A presto,

Letizia Turrà

Photo: Google Photo

La polvere dei libri che riempie le narici…

libreria-indipendente-le-tazzine-di-yoko

 

Distretto 1

Tutto quello che riuscì a udire, era il cigolio di una porta alle sue spalle, ornata da veneziane marroni di dubbio gusto e con tre spanne di polvere stratificata sopra, mentre era intenta a guardare al di fuori della finestra, vecchia e rosicata dai topi.

Quella porta si era aperta proprio mentre stava per infilare un’unghia all’interno della guaina usata per isolare gli infissi dai rumori esterni, ormai talmente consumata da essersi creato un piccolo distacco tra essa e il vetro.

Si voltò di scatto, ritirando subito la mano come se avesse commesso qualcosa di cui vergognarsi.

<<Questo dovrebbe aiutarla a parlare.>>

<<Che cos’è?>>

<<La copia del libro incriminato.>>

Lo ebbe finalmente tra le mani, dopo tutto quel tempo, quasi non poteva crederci.

<<Naturalmente questa è una copia nuova di zecca, poiché non posso darle quella oggetto delle indagini.>> Burn improvvisò una smorfia simile a un sorriso.

<<Come fa ad essere così certo che il libro fosse proprio questo??>>

<<Semplice. Era l’unico al cui interno era apposto il timbro “Mercatini Vintage-Milano”.>> sorrise certo di aver fatto centro.

Lo aprì in silenzio a pagina 77 e con l’indice cominciò a contare.

<<Uno, due, tre, quattro, cinque…>> fino alla fine della pagina.

<<Un mattone di 470 pagine. Interessante, 39 righe per pagina.>>

<<La sua è per caso una mania?  Lei conta i numeri di righe di tutti i libri che ha letto?>>

<<No. Per la precisione, io conto le righe anche dei libri che non ho letto e che non ho intenzione di leggere. Li scelgo a caso, solitamente in base ad una vocazione interiore. Fiuto un titolo, vedo una copertina che mi attrae, prendo il libro di peso con l’intera mano e lo apro, in un punto qualsiasi. So che ci sarà sempre qualcosa che esso sta cercando di comunicarmi. I libri dopotutto, hanno questo potere, sanno risponderti.>> lo fissò dritto negli occhi.

Burn le sedette di fronte.

<<Non mi sembra una cosa poi tanto normale. Nessuno si metterebbe mai a contare le righe di un libro. Per esempio, io non l’ho mai fatto.>>

<<Ma lei non è me, Mr. Burn. Lei è un fanatico di cadaveri, sono altre le cose che conta. Io presto molta attenzione ai numeri di righe, perché per me i numeri sono sempre stati determinanti nella mia vita, e molto anche.

<<Cos’altro ha capito di me Signorina Rovani? Intendo, oltre al fatto che sono un amante di cadaveri…>> disse quasi lusingato.

<<Lo sa, è davvero strano che definisca maniacale il fatto che io mi metta a contare le pagine, mentre se si parla di lei preferisca sostituire il termine “mania”, con “amore per quello che si fa”. Eppure credo che non siamo poi tanto diversi io e lei, abbiamo gli occhi pieni di chi ne ha viste tante, e il cuore che implode per tutte le parole che non siamo mai riusciti a dire.>>

<<Bè, forse talvolta è meglio lasciarle soffocare. Non credo sia saggio dire tutto quello che uno sa.>>

<<Anche questa affermazione é fuori luogo. Mi sembra che in questo momento io mi trovi in un distretto dove sto per essere sottoposta ad un interrogatorio. Suona quindi contraddittorio affermare davanti ad una possibile imputata considerata “colpevole”, che non deve dire tutto ciò che sa. La credevo più originale comunque. Avrei avuto ragione di ritenere che mi avrebbe portato l’ultimo episodio di qualche libro fantasy, che ne so… ad esempio Harry Potter, per l’esattezza l’ultimo libro, quello dove uccide il cattivo.>>

<<Guardi che è stata lei a scegliere quel libro, non certo io. E poi…un Fantasy, le piacciono i romanzi di quel genere?>> aprì le braccia quasi sorpreso.

<<Mi piacciono le storie dove il bene prevale sul male, lo deride fino ad annullarlo, lo disintegra fino a non permettergli più di tornare.>>

<<Sa bene anche lei che quella non è la realtà, Miss Rovani. E’ abbastanza intelligente e colta per comprenderlo da sola. Vuole raccontarmi come questa storia è iniziata? La prego, sono curioso.>> il suo tono di voce si placò improvvisamente.

La donna rivolse nuovamente lo sguardo a quella finestra dove si era posta inizialmente.

<<Anche la polvere ha una puzza specifica qui. Ha quel non so che di acre, di stantio. Si direbbe che riesca a riempire le narici, proprio come quando entri in una libreria vecchia e polverosa, e infili il naso dentro uno di quei classici catalogati nell’ordine alfabetico sbagliato. Spesso incappo nei libri “sbagliati”, lasciati da qualche pigro e disattento osservatore, che non li rimette al posto giusto.

Sono cresciuta in una libreria vecchio stile, insieme ai libri di Mr. Pitor. Ogni qualvolta un viandante chiedeva indicazioni riguardanti la nota libreria del posto, chiunque sapeva dove indirizzarlo per la libreria del “vecchio saggio”, come tutti lo definivamo.

Andavo lì ogni pomeriggio. Mi piaceva passarci molto più tempo di quello che avevo a disposizione. Mi cibavo di tanti libri, con un preciso scopo: io dovevo sapere, dovevo capire, dovevo rispondere alle domande che assillavano quotidianamente le mie membra. E’ un dolore fisico quello di colui che non può leggere quando lo desidera, lo sa? E’ come voler fare l’amore, ma non trovare nessuno disposto a volerlo fare con te.>>

Burn schiarì la voce.

<<Bene. Dicono che io abbia una vita davanti. Se vuole, sono disposto ad ascoltarla. Resterò qui anche una notte intera se necessario. Abbiamo tutto il tempo che desideriamo ma la prego, non ometta nessun dettaglio su quanto mi racconterà. Mi dica tutto, dall’inizio.>>

Sorrise buttando un ulteriore occhio al libro e tamburellandone la copertina con le dita.

<<Una notte con me potrebbe cambiarle la vita. Lei mi sta chiedendo di partire dall’inizio, ma la mia storia parte proprio dalla fine. E’ lì che tutto ebbe inizio… .>>

 

Tratto dal nuovo libro “Il posto più bello del mondo è da nessuna parte” di Letizia Turrà

Image credits: Blog le tazzine di Yoko

VIETATA LA RIPRODUZIONE, ANCHE PARZIALE DELL’OPERA.

TUTTI I DIRITTI SONO RISERVATI

 

 

 

Confessioni di una Escort – La morte di Andy, capitolo 40

maschere-di-carnevale-fatte-in-casa

Ho fatto un sogno terribile.

Mi svegliavo nel cuore della notte con uno strano presentimento, e mi dirigevo verso la stanza dei bambini, senza trovarvi nessuno.

Poi ritornavo a letto e al mio fianco Andy non c’era più. Nessuno era più presente, la casa era deserta e le piante avevano invaso ogni angolo. Della mia voce non restava che l’eco lungo le doppie scale.

Andy e i nostri figli di colpo si erano dissolti dalla mia vita.

Mi sveglio di soprassalto, turbata. Ho sognato di avere dei figli ed è stato inquietante. E’ come se il mio inconscio stia cercando di prepararmi ad un evento che turberà la mia giornata.

Sono molto emozionata infatti.

Andy si è offerto di insegnarmi ad andare a cavallo, prima di oggi non ci ero mai stata.

Il sole è alto nel cielo e lui è bellissimo nel suo solito abito nero, con la sua effigie.

Lo amo nonostante abbia permesso a tutti quegli uomini di usarmi per i loro scopi ieri sera.

Non gliene faccio una colpa, io per prima ho consentito a molti uomini in questi anni di approfittarsi di me.

Mi sorride mentre i suoi capelli assumono una venatura mogano sotto un sole cocente.

Il vento delicatamente li sposta dalle sue labbra fino a dietro l’orecchio.

Mi abbraccia e annusa i miei capelli. Lo fa sempre, e sa che io adoro questa cosa.

<<Perdonami per ieri notte. Ti ho ferita, ma non è facile cambiare ciò che sei sempre stato, in nome dell’amore. Sono felice di sapere che diventerai mia moglie e userò ogni mezzo in mio possesso per proteggerti d’ora in avanti.>>

<<Sì che si può cambiare, dovremmo solo volerlo davvero. Io ti amo, non l’ho mai detto a nessuno perché ho sempre avuto paura di concedermi all’amore, ma tu mi hai insegnato davvero che cosa voglia dire amare. Sono immensamente felice e onorata al pensiero di diventare tua moglie Andy.>>

 

Di colpo il suo sguardo diventa cupo, quasi pietrificato. Il corpo si irrigidisce nel successivo istante, si accascia e precipita verso il basso, cadendo dal cavallo.

Non riesco a capire che cosa succeda. Scendo dal cavallo e mi precipito al suo fianco. Sono bianca per il terrore.

<<Andy, Andy rispondi! Aiuto! Aiutatemi!>> urlo a squarcia gola non appena mi rendo conto che rimane inerme a testa in giù, senza dare alcun segno di vita.

I suoi assistenti accorrono immediatamente comprendendo che la situazione sia piuttosto grave. Il modo in cui è caduto, infatti, gli è stato fatale.

<<E’ morto.>> dice indiscutibilmente scosso l’assistente scuderia al maggiordomo. <<Corri subito in casa a chiamare i soccorsi!>>

<<Ma che cazzo state dicendo!? No, no no!!!!>> grido in preda alla disperazione.

Lui… è morto. Lo hanno detto loro. E’ la verità.

Il mio Andy è morto.

Un infarto a 43 anni ha colpito una persona nobile, fuori e dentro lo spirito. L’uomo che avrei dovuto sposare e amare, per tutta la vita.

Quello che ti dà la Massoneria è la falsa credenza che ogni membro possa essere onnipotente ed eterno come un Dio, pensi che un uomo come Andy, un grande Maestro, un potente avvocato, bellissimo e dai bellissimi capelli, ricco, perbene e di buona famiglia non possa mai morire, e hai davvero l’illusione che possa essere così.

Ed invece anche quelli come Andy muoiono.

Credo che assistere alla morte dell’uomo che amavo, e il vederlo crollare davanti ai miei occhi, fu senza dubbio la sofferenza più grande alla quale la vita avesse mai potuto sottopormi.

Ho passato i giorni seguenti ascoltando a ripetizione, fino a impazzire, Bach Suite Inglese n° 2 – Allemanda, una canzone triste, nostalgica, avvertendo un vuoto immenso dentro.

E’ stato come se potesse ricondurmi a lui, in qualche modo.

Ho pianto, guardando fissa la parete della camera da letto vicino al nostro scrittoio, ed è stato come se quella musica potesse entrare nota dopo nota, nel mio sangue.

Inutile dire che ho anche tentato tre volte il suicidio perchè tanto non me ne frega più un cazzo di vivere.

Purtroppo per me, non ho avuto successo, Gertrude è arrivata poco dopo il primo taglio, e mi ha salvata dalla morte.

Peccato.

Posso ancora vedere le mie mani rimaste aggrappate ai suoi capelli, al punto che non riuscirono da subito a separarmi da lui, non potevo accettare che fosse morto, non così.

Le mie mani stringevano le sue ciocche, ed io non riuscivo a lasciarlo andare.

Ho davanti a me la visione di quegli occhi sbarrati, che dovetti chiudere con le mie dita per non vedere più l’orrore di quella scena. Troppo dolorosa per me, troppo dolorosa per chiunque.

Ora vorrei solo morire.

Il mio matrimonio non c’è più, nove metri di velo giacciono chiusi nella scatola posta nel mio armadio.

Chissà quale sposa più fortunata indosserà il mio abito. Lo modificherà, secondo i propri gusti, così non sarà più la stessa cosa, e questo triste evento verrà spazzato via.

Ho tagliato i capelli, ora sono corti. Non mi sento più Louisiana, né Amanda.

Non sono più niente, niente senza di lui, l’amore della mia vita.

 

 

“Aldilà del muro, diario e confessioni di una Escort” di Letizia Turrà, ottobre 2013

 

 

La costruzione di un romanzo…

cropped-leti-paint.jpg

Ebbene sì, anche io ho trovato il modo di pagare la mia arte.

Quando si costruisce un romanzo si deve pensare a molte cose. Una tra queste, è quella di riuscire a rendere credibile quanto si racconta al lettore (con l’era di Internet sono tutti ormai molto preparati e attenti), documentarsi sui periodi storici trattati, infondere in chi intraprende l’esperienza della lettura la voglia di non abbandonare la poltrona o la coperta perchè spinto a proseguire con il testo che trova interessante al punto da non riuscire a distaccarsene, e riuscire a far sentire partecipe il lettore quasi in modo immedesimante rispetto alle vicende narrate.

Più volte ho detto, e lo sostengo da sempre, che il lettore cerca sempre una parte che lo raffiguri all’interno di un determinato testo o capitolo, qualcosa che lo faccia esclamare: “Accidenti, sembra stia parlando di me!”.

Ecco perchè è essenziale parlare col cuore, spogliandosi di ogni inibizione sia che si tratti di un tema delicato come quello della sessualità, sia che si parli di una malattia, e così via.

Il numero delle pagine può essere rappresentativo.

Se ci troviamo di fronte ad uno scritto troppo prolisso per un romanzo infatti, possiamo rischiare di non accalappiare il pubblico per via delle numerose ripetizioni di situazioni e momenti descritti all’interno della storia.

Lo stesso avviene se composto da poche pagine. Si potrebbe rischiare di dare l’idea che avevamo fretta di concludere.

Se parliamo di romanzo dalle 300 alle 600 pagine è tutto concesso (per i fantasy ho letto libri da 1040 pagine, quindi dei mattoni, attenetevi dunque al genere).

Bisogna anche pensare ad un titolo che crei emozione e suspense, e che catturi lo sguardo di chi vi passa accanto sullo scaffale, quasi a prima vista.

Ultimo dettaglio da curare, ma non per questo meno importante (anzi, direi che è proprio fondamentale): la copertina; essa gioca un ruolo fondamentale per il successo di un’opera.

Deve essere chiara, di impatto, non esageratamente piena di troppi dettagli, altrimenti rischia di confondere l’acquirente. Ad esempio ho trovato ironica e convincente la copertina del libro di Missiroli: “Atti osceni in luogo privato”.

 

EDGT45255g Ritrae due natiche socchiuse, in una foto di Erwin Blumenfeld, esposta in un noto museo di New York.

Molti si chiederanno come sia possibile realizzarne una convincente.

Nel caso del selfpublishing (io ho usato questo metodo in quanto ormai l’E-book è la nuova frontiera dell’editoria), sono loro stessi a fornire la copertina all’atto della pubblicazione al modico prezzo di circa 30 Euro.

Ve ne mostro anche un paio tratte dai miei due ultimi romanzi:

Aldila del muro copertina GRANDE OK     cover letizia

La prima è realizzata mediante un autoscatto e la seconda è stata co-prodotta e curata dall’illustratrice Chiara Fedele.

Sono stata felice di collaborare con questa bravissima artista e di lavorare con lei per pagare la mia arte.

Poichè non potevo permettermi di pagare la copertina, mi ha proposto di farle da modella nei suoi corsi per un breve periodo di quasi due mesi.

Ho accettato molto felicemente di far parte del “gruppo pittura”, perchè sin da subito l’idea di edificare la mia opera fin dal principio mi entusiasmava.

E’ stata una preziosa opportunità per me di conoscere persone eccezionali che sognano di fare dell’arte il proprio lavoro e che mi hanno fatta sentire a mio agio, nonostante dovessi denudarmi, nel senso letterale del termine.

Arricchisce lavorare con gente appassionata come Chiara e i suoi ragazzi.

Ti insegna che la costruzione di qualunque cosa si ami prevede altresì la costruzione in primis di se stessi, attraverso umiltà e determinazione che facciano da traino.

Passando dall’ultimo punto essenziale – la pubblicazione – posso garantirvi che la cosa più importante resta quella di scrivere per passione, senza la pretesa di diventare il nuovo Calvino o la nuova Fallaci (quei tempi sono trascorsi da un pezzo ed erano davvero altri tempi!), e senza aspettarsi di essere scoperti da una grande casa editrice che vi faccia diventare milionari.

Oggi sono poche le case editrici (anche grosse) che investono sui nuovi emergenti, a meno che non abbiano la certezza matematica che dal quel libro potranno ottenere un successo planetario.

Ecco perchè sono nate le c.d. “piattaforme” on line, che garantiscono la pubblicazione di un’opera qualsiasi, con attribuzione di codice ISBN riconducibile all’opera stessa; collocano il tuo E-book su oltre 30 siti, dove può essere acquistato al prezzo scelto dall’autore, permettendogli così di ricavare una minima percentuale di guadagno in base al numero di copie vendute.

I modi per pubblicare ormai sono molteplici, non vi resta che aprire il cassetto dove avete riposto sotto anni di polvere il romanzo della vostra vita, dargli una spolveratina e… pubblicarlo!

Ma rammentate… rimanere sempre se stessi e credere fermamente nelle proprie capacità, è essenziale!!

A presto,

Vostra Letizia T.

Photo in intestazione: Chiara Fedele’s House, My self portrait, novembre 2015- by CHIARA FEDELE Illustrator

 

 

 

 

 

 

 

Dietro tutte le cose buone c’è sempre un trucco.

teddy_bear_toy_cup_coffee_window_expectations_mood_54334_1600x1200-1280x720

Arrivata sull’uscio dell’appartamento di Robert, quando le aprì la porta, esplose in un pianto delirante.

<<Non me ne va bene una, Robert. Anche questa ieri sera. Sono andata a letto con un tizio, un fotografo. Alle otto è arrivata quella rompicoglioni della sua ragazza. Ho appreso solo in quel momento che fosse fidanzato.>>

<<Fotografo? Quale fotografo? Non mi sembra tu me ne abbia mai parlato.>>

<<E’ quello che saltuariamente lavora con Sandra, fa le foto dei personaggi che lei intervista per la rivista.>>

<<Filippo??>>

<<Come cazzo fai a conoscerlo Robert? Te lo sarai mica fatto??>>, sbarrò gli occhi.

<<No… ma sei pazza? Non è mica gay. E’ uomo, molto uomo, anzi.>>

<<Sì anche troppo direi, è proprio fantastico. Però non mi hai ancora detto come fai a conoscerlo?>>

<<Perché me ne ha parlato Sandra, a quanto pare le piace quel tizio. Almeno credo sia la stessa persona, mi ha parlato di questo Filippo, un tale che lavora con lei, quindi credo si tratti della stessa persona.>>

<<Ecco spiegato perché Sandra non mi ha risposto al telefono.>>

<<Sarà rimasta male perché le hai soffiato il suo bell’imbusto.>>

Rimase senza parole. A causa del suo egoismo stava rischiando di perdere anche la sua migliore amica.

<<Devo assolutamente parlare con lei, ora mi sento una vera merda Robert. Oh…ma perché la vita è tanto dura?>>

<<Ma figurati, non perderai nessuno, lei ti vuole bene, la conosci da una vita, vedrai che le cose si appianeranno.>>

<<Non ne sarei così sicura>>, sorseggiò il tè ormai tiepido.

<<Il tuo tè è sempre stato il migliore amico mio, ma come fai? Me lo chiedo di continuo.>>

<<Cannella tesoro, cannella. E un pizzico di amore. Dietro tutte le cose buone c’è sempre un trucco. E l’amore è il mio ingrediente preferito. Come è andata ieri sera?>>

<<Benissimo, meglio del previsto, Nick è così accomodante, così bravo e professionale.>>

<<Così bono anche… con Batman invece?>>

<<Ma perché diavolo hai deciso di chiamarlo così? Va tutto bene comunque. Mi paga molto bene, quasi mille euro a settimana. Oserei dire profumatamente.>>

<<Mille euro a settimana per fare sesso??>>

<<No. Noi non facciamo sesso Robert, io parlo e lui mi ascolta. Vuole conoscere la mia storia, solo questo. Semplici conversazioni tra adulti, niente che abbia a che fare con la sessualità, solo con le emozioni.>>

<<Provi qualcosa per lui, non è così?>>, sorrise.

<<Non saprei dirlo con esattezza. So solo che ogni giorno non vedo l’ora che siano le 17 per vederlo. E quando vado a letto con altre persone non posso a fare a meno di pensarlo.>>

<<E’ bello quindi?>>

<<Se solo lo sapessi… è bello dentro, questo è certo. Sento che c’è qualcosa in lui di forte, di nascosto. Avverto il suo desiderio di arrivare a me, ma allo stesso tempo qualcosa lo blocca.>>

<<Ti sta già conoscendo forse. Più gli parlerai di te, più si innamorerà di te. Ne sei cosciente?>>

Patricia abbassò la testa. Poi guardò l’orologio.

<<Se gli permetto di entrare dentro di me, so che l’unico rischio tangibile è che sia io a innamorarmi di lui.>>

Poi si alzò, diretta verso il cappotto.

<<Grazie infinite Robert, non sai quanto ti sono grata per ciò che fai per me.>>

<<Ti sarò sempre accanto, sempre, perché conosco l’inferno e so che cosa vivono quelli come noi.>>

Prese il taxi diretta in Via Manzoni, per il consueto appuntamento.

My new book di Letizia Turrà

Image: Wallpapers.com

 

 

La critica della settimana: “Un ragazzo d’oro”, quando un figlio realizza il sogno che era di suo padre.

un ragazzo d'oro

Un antico detto diceva più o meno così: “Un padre campa cento figli, ma cento figli non campano un padre”.

Non è poi così vero se consideriamo che ci sono genitori talmente indifferenti alle esigenze dei propri figli (e non si parla certo in termini materiali), da apportare grossi danni agli stessi con conseguenze tragiche sulla loro vita.

Talvolta ci sono genitori molto noti nel mondo dello spettacolo o molto apprezzati per le loro qualità artistiche ma privi di ogni forma di affettività, quasi come se avessero la consapevole coscienza di non volere che i propri figli raggiungano i loro traguardi grazie ai loro talenti.

Così tutta la vita essi resteranno nell’ombra, rischiando di essere etichettati come “il figlio di…”.

E’ il caso di Davide Bias, scrittore di racconti e figlio d’arte di un noto scenografo, con il quale ha un rapporto orribile.

Il suo cuore è diviso tra Milano dove vive con la sua fidanzata e Roma, Città in cui è nato e cresciuto e dove tuttora i suoi genitori risiedono.

Vive talmente costantemente il rifiuto del suo stesso IO anche da parte del mondo esterno, da soffrire di turbe psichiche che lo vedono costretto a curarsi con apposite sedute psicoterapiche e medicinali, i quali gli garantiscono di restare sobrio e di avere il controllo sulla propria patologia.

La sua vita da scrittore di racconti non gli permette di essere riconosciuto adeguatamente in virtù degli sforzi compiuti. Le case editrici, infatti, esigono che almeno uno dei suoi racconti diventi un romanzo.

Come lo stesso Davide sosterrà di fronte all’ennesima bocciatura di un editore: “Il romanzo è qualcosa che devi avere dentro, se uno scrive racconti è perché evidentemente è in grado di scrivere solo quelli”.

L’evento che scuoterà la sua vita si presenterà nel momento in cui viene a mancare improvvisamente suo padre (l’ipotesi più accreditata sarà quella del suicidio).

Visibilmente impressionato e riflesso negli insuccessi di suo padre come genitore e uomo di spettacolo, Davide si imbatte in una bellissima donna, amante per breve tempo del padre e proprietaria di una casa editrice che si occupa di saggi socio-politici, la Stern Book, la quale lo prega di mettersi in contatto con lei il prima possibile.

Egli non capirà quale sia il profondo legame tra i due sino all’incontro con la donna, che asserisce di essere venuta a conoscenza che suo padre Achille stesse scrivendo le sue ultime parole da lasciare come testamento in un romanzo autobiografico che si sarebbe potuto rivelare un capolavoro editoriale.

La donna lo implora di trovare quel romanzo perché disposta a pubblicarlo in virtù dell’affetto provato e ricambiato nei confronti di quell’uomo.

Davide torna a casa frastornato e confuso, ma assolutamente non intenzionato a trovare quel romanzo.

Suo padre non lo aveva mai considerato come un ragazzo d’oro, un tesoro da preservare e amare, quindi internamente si rifiuta di aiutare la donna nella sua ricerca.

Infine una notte, decide di leggere la vecchia sceneggiatura di un film di Achille, intravedendone un uomo completamente diverso da quello che egli aveva sempre conosciuto, quell’uomo che per tutta la vita aveva trattato la sua famiglia come “carne di porco”, privando il figlio e la moglie del rispetto dovutogli, forse troppo preso dalle sue ambizioni e dal suo amore per certi filmacci di serie B. Quello stesso uomo che al contrario si rivelerà in grado di amare e di provare emozioni, sorridere e far sorridere, commuovendo lo spettatore o il lettore.

Decide così di sedere alla sedia dello studio del padre e di tentare di recuperare il manoscritto.

Riesce a scorgere un documento dal titolo “LA MANO DI MIO FIGLIO”, una lettera che suo padre aveva scritto molto tempo addietro in cui definiva lui e suo figlio come “INVINCIBILI INSIEME”.

Viene a scoprire che nella realtà non esiste alcun romanzo, ma una sola pagina contenente quelle parole, seppure molto importanti per lui, che suo padre aveva tenuto segrete.

Davide prende a quel punto l’importante decisione: sarà lui a scrivere quel libro al posto del padre, fingendo che l’autore sia proprio lo stesso Achille.

In questo gioco di ruoli ambiguo, in cui rientra anche l’affascinante editrice Ludovica, egli spenderà ogni energia e ogni briciolo di forza per realizzare il progetto.

Si batterà pur di portare a termine le parole che il padre non ha potuto concludere, interrompendo nel frattempo la terapia che lo aiuta quotidianamente a gestire le sue turbe.

Il libro riscuoterà un grande successo e verrà tradotto in dodici lingue, divenendo di fatto il capolavoro dell’incompreso e scomparso sceneggiatore Achille Bias.

Ora, non resta che da chiedersi: E’ giusto o meno che un figlio sacrifichi la propria vita e i propri sogni in memoria di un padre ingrato, al punto da arrivare a mentire a tutti circa la stesura di una vita che non è stata nemmeno la sua e lasciare che ancora una volta la figura del padre oscuri la sua persona?

Un padre che non ha fatto nulla per dimostrare amore al proprio figlio benchè ne avesse la possibilità, quando era ancora in vita.

Talvolta la ricerca di amore spinge alcune persone ad accontentarsi anche delle briciole affettive, quelle piccole molliche che non sfamerebbero nessuno.

Tutto, pur di sentirsi un pochino amati. Immani sforzi, piccolissimi e deludenti risultati.

Quando poi è un genitore a mancarci, la sofferenza di non essere approvati può creare seri problemi nell’adolescente che crescerà insicuro e immaturo, come spesso avviene in certi casi.

Fare i genitori è difficile, ma anche fare i figli prevede di compiere una strada tortuosa e, in molti casi, dolorosa quando non ci si sente compresi, sostenuti, amati a sufficienza.

Una riflessione molto importante in questo periodo mi è giunta da un film che oserei definire un capolavoro: sto parlando di “Youth” di Paolo Sorrentino.

Un anziano e ormai in pensione direttore d’orchestra, dice al suo migliore amico ormai giunto anche lui alla soglia degli ottant’anni, che ogni gesto  compiuto in gioventù per sua figlia, lo aveva fatto proprio per lasciarle un ricordo di lui ed ora  si era di colpo ritrovato lui stesso come figlio a dimenticare tutto ciò che i suoi genitori avevano fatto per lui.

Sosteneva addirittura: “Non mi ricordo più neanche i loro volti, non mi ricordo come erano fatti i miei genitori.”

A quel punto allora mi sono chiesta se non valga la pena di seguire il proprio cuore come ha fatto Davide Bias, riservando le sue ultime energie ad un padre che lo amava da lontano e che non gli aveva mai rivolto una carezza, prima di finire in un istituto per la cura di malattie mentali, giovanissimo.

Quanto vale la pena di amare i nostri genitori se non apprezzano chi siamo?

Cosa ci rimane di loro? L’amore che non ci hanno dato o in ogni caso è indifferente perché la nostra mente non li ricorderà più?

Io ho avuto un padre come quello di Davide.

Mi ha amata, ma sempre di nascosto e da lontano, e ancora oggi che sono una donna è quello il suo modo di amarmi.

Avrei potuto vivere come la sua ombra, invece me ne sono distaccata per non sentire più quanto facesse male. Ma quando scrivo, lui ha un cassetto piccolo e speciale, quello nel quale lo tengo conservato insieme a mia madre, come la persona più importante della mia vita.

Non credo sia giusto sacrificare se stessi per gli altri, ma credo altresì sia giusto amare aldilà della nostra stessa capacità, aldilà della capienza del cuore. Possibilmente, con tutta l’anima.

Solo così non ci pentiremo del nostro percorso, e solo così potremo perdonare un altro per non averci amati abbastanza, come meritavamo.

Mi viene in mente quanto sosteneva Umberto Eco:

Credo che ciò che diventiamo dipende da quello che i nostri padri ci insegnano in momenti strani, quando in realtà non stanno cercando di insegnarci. Noi siamo formati da questi piccoli frammenti di saggezza.”

A presto,

Letizia T.

Image: Google – Locandina Film

La bellezza dell’avere uno scopo.

nancy

 

Non ho mai creduto che siamo su questa terra per nascere, vivere lavorando e pagare le tasse, aspettando che arrivi la vecchiaia ad incombere su di noi (nella migliore delle ipotesi, se non arriva prima la morte), per poi restare soli, o morire circondati dai nostri cari accorsi al nostro capezzale.

Ciascuno di noi ha uno scopo ben preciso qui su questo Pianeta, solo che non tutti riescono ad intravederlo, perchè preferiamo restare inermi ad aspettare che la cosiddetta “manna arrivi dal cielo”.

Neppure io fino ad un certo punto della mia vita mi ero resa conto di quanto valore essa avesse, fino a che non è stata scossa da un evento che mi ha fatto comprendere che stavo viaggiando su un binario morto, privo di alcuna destinazione.

Un grave incidente mi ha permesso di comprendere che ho solo questa vita, che esisto solo ora, che scrivo solo oggi, e che ogni giorno della mia vita potrebbe essere l’ultimo.

E così sono partita alla ricerca di me stessa, senza più affibbiare le responsabilità per la mia felicità o infelicità ad alcuna persona.

Troppo spesso, infatti, abbiamo ragione di ritenere che sia il male ricevuto ad averci trasformati.

Non vi è pensiero più errato.

E’ come noi abbiamo scelto di reagire a quel determinato “male”, che ha influito sulla resa dei nostri sentimenti.

Perchè se davvero credessimo in noi e nelle nostre capacità, non lasceremmo che fosse un altro a determinare la nostra sfiducia nel prossimo, nè tantomeno dovremmo credere alla bugia che per colpa di quella persona siamo improvvisamente diventati degli stronzi.

Siamo felici solo se abbiamo un amore a cui aggrapparci con tutte le nostre forze, un capo che ci gratifica per il nostro lavoro, centinaia di amici che ci invitano alle feste.

Pensateci, è ridicolo.

La prima porta della felicità siamo noi ad aprirla e nessuno, ripeto nessuno, può essere la nostra mano nel guidarci fino alla maniglia di quella magica porta.

Quelle felicità, che possono diventare passeggere, sono un corollario di quello che siamo noi, non sono la ragione per cui viviamo, ecco perchè la nostra vita deve essere legata a uno scopo, quello di donare agli altri attraverso i mezzi che la nostra impermanenza qui ci ha fornito.

Questo Natale, come ormai ogni anno da quattro anni, ricade l’anniversario del giorno in cui morii per poi rinascere.

Capii che non possiamo dare per scontato quanto possediamo, non ce lo possiamo permettere. Non possiamo vivere solo in superficie, dobbiamo vivere anche nel profondo, per comprendere che vi sono tante persone che soffrono per malattie misteriose e incurabili, mamme che non vedranno i loro figli crescere, amori che svaniscono dall’oggi al domani per inezia, persone che perdono tutto ciò che hanno e finiscono per strada, laddove nessuno li potrà sostenere, comprendere, nè aiutare, e libri, che non verranno mai scritti se la penna muore.

Ovvio, non possiamo aiutare tutti, perchè ciascuno di noi pensa di avere già la sua vita da vivere, come potrebbe aiutare anche il prossimo?

Eppure ci sono minuscoli, microscopici, impagabili gesti d’amore che un essere umano può compiere, anche solo con l’uso della parola, per aiutare chi ha perso la speranza.

Perchè la nostra vita non è vita, se non aiutiamo anche un altro a VIVERE.

E non si tratta di procreazione, ma di RINASCITA dell’Essere.

Ho “usato” questo Natale, il periodo in cui mi sento più triste, per far felice qualcun altro con una parola, un invito a casa, un panettone fatto col cuore.

E non l’ho fatto perchè questo dovesse arricchire solo il ricevente, ma perchè ha arricchito me interiormente.

C’è il sole, e so che uscirò a godermi la vita respirando a pieni polmoni finchè ci sono, ritenendo sia meraviglioso il fatto che io riesca ad emozionarmi anche solo guardando una foto, quella allegata a questo articolo.

E’ di una ragazza forte, che conosce il dolore, e che da lontano seguo e tengo stipata nel mio cuore.

E voi che mi leggete, cosa state davvero facendo? State vivendo o state attendendo che arrivi qualcosa da molto lontano a salvarvi?

Io ci penserei.

A presto, Letizia T.

Image credits: Nancy Ghislanzoni

 

Il primo caleidoscopio che ti fa capire la profondità del tuo essere…

profilo alessandra lombe

Il nonno si rivolgeva a me come fossi un’adulta perché era consapevole della complessità del mio essere.

Lo capì proprio quando mi regalò il primo caleidoscopio prodotto da una ditta tedesca che produsse anche i primi giochi di legno in Italia.

Iniziai a studiare affascinata l’oggetto portentoso. Tutti quei colori che gravitavano assumendo forme sempre diverse, quei frammenti triangolari e quadrati colorati come piccoli pezzetti di vetro che ruotavano al movimento della mia mano.

La totale immersione della vista dentro il misterioso buchino dal quale era possibile intravedere un altro lato del mondo, quasi come qualcosa di sconosciuto aldilà del mondo stesso che vivevo e percepivo.

Di solito utilizzavo per un paio di giorni un gioco e poi prendevo la fatidica decisione: lasciarlo nel cassetto per passare ad altro oppure smembrarlo per vedere al suo interno cosa contenesse.

Fin da bambina amavo vedere nel profondo delle cose, quindi decisi che era arrivato il momento di capire cosa vi fosse all’interno del caleidoscopio.

Ricordo ancora la mia delusione quando scoprii che altro non era che un cilindro contenente pezzetti di plastica ed iniziai a piangere chiedendo a mio nonno perché mi avesse regalato un oggetto che mi aveva illuso di essere ciò che non era.

-“E’ questo il punto. Ti sei creata un’aspettativa ed essa è stata delusa. Succede così quando abbiamo il desiderio di vedere oltre le cose, oltre quello che c’è. Vedi? Non è che un oggetto, privo di significato se non fosse che sei tu a dargli il valore che possiede. Quindi sei tu con la tua visione che lo rendi importante. Ma lui, lui è solo un oggetto, un puro intrattenimento per bambini. E come tale va preso. Non può diventare il misterioso oggetto dei tuoi desideri, a meno che non sia tu stessa a volerlo fare diventare tale.”

Non riuscii a capire le sue parole, in quel momento vedevo solo la mia delusione.

 

“Il labirinto di orchidee, niente è come sembra” di Letizia Turrà

Image: Google Alessandra Lombe

Và dove ti porta il cuore…

mano nella mano

 

Il giorno in cui finalmente ottenni il divorzio, rividi Giorgio in un modo diverso, per ciò che realmente era, senza più barriere a proteggerlo, senza più finzioni e ricostruzioni. Era vestito come un poveretto, portava addirittura una camicia sgualcita e una giacca con un buco così grande, che avrebbero potuto passarci tre dita. Venni anche a scoprire che suo padre non era morto, che non aveva mai molestato suo figlio, che al contrario insisteva da anni perchè si facesse curare, e che sua madre si era suicidata quando aveva tredici anni. Tutto il contrario di tutto. Avevo vissuto e sposato un uomo in preda a turbe psichiche, senza neppure esserne cosciente.Provai pena per lui, tanta pena.

Ero libera di affrontare il mio nuovo percorso con la mia famiglia ora, in un’altra città.Decisi di partire per Boston con Cesare, dovevamo recuperare tanto di quel tempo che le mie scelte errate ci avevano tolto.

Fu doloroso perdere Chiara, l’unica persona davvero importante per me in tutti quegli anni.

-“Vieni via con me amica mia, staremo bene lì insieme, Cesare ci aiuterà a trovare un lavoro.”

-“Forse vent’anni fa questa proposta mi sarebbe anche potuta sembrare allettante, ma ormai, superati i cinquanta e dopo la vita che ho affrontato, quello di prendere le mie abitudini e farle traslocare in un altro stato, non è la mia idea.”

-“Mi mancherai, non sai quanto. Vieni qui, fatti abbracciare, devo stringerti per non dimenticarti mai.”

-“Sarebbe impossibile Laura, chi abbiamo davvero amato rimane sempre con noi e non se ne va mai, nemmeno dopo la morte.”

Aveva ragione. Era tutto vero. Non riuscii a salutarla senza smettere di piangere, mentre affrontavo un viaggio verso Boston impaurita, carica di dubbi e paure, insieme a nostra figlia.

Fu lì che il cuore mi portò e, anche se non lo seppi mai concretamente, ero sempre stata lì, per tutto quel tempo, accanto all’unico uomo che avessi mai davvero amato, e che sin dal giorno del nostro bacio, quello in cui un libro mi era servito da gradino per arrivare alle sue labbra, mi aveva amata senza fine.

“Il labirinto di orchidee” di Letizia Turrà

TUTTI I DIRITTI SONO RISERVATI, VIETATA LA RIPRODUZIONE.

Il MAI “per sempre”

nonno e bambina

 

Mantengo intatto il ricordo di quella volta, in cui ritornato in Italia da un viaggio all’estero, mi aveva portato alle giostre durante la festa del Santo Patrono.

Tutto diventava emotività insieme a nonno Nicola, mi vestiva con l’abito più bello e adornava i miei riccioli di fiocchi rosa e azzurri che accarezzava piano, quasi fossero petali di cotone.

Mi sentivo sicura solo al suo fianco, tra le sue forti e grandi braccia.

Mi esibiva con grande orgoglio agli amici del circolo, dove spesso il pomeriggio si recava per discutere vari temi filosofici o socio-politici.

Io guardavo tutti quegli uomini acculturati fumare sigari, e mi chiedevo cosa volesse dire essere una persona tanto ricca di sapere.

Alcuni di loro si dimostravano ostili riguardo alla decisione del nonno di portare una bambina in un contesto tanto complesso, ma il nonno non sembrava dare importanza alla cosa.

-“Nonno – gli dicevo – ma quante cose un essere umano può essere in grado di conoscere?”

-“Possono essere innumerevoli bambina, ma non infinite. La mente umana è programmata per assicurarsi un gran numero di informazioni, ma qualora debba incamerarne altre che ritenga più importanti, allora deve fare spazio a quelle, quindi alcuni dati precedentemente appresi andranno persi.”

Ai miei occhi non mi sembrava fosse così per mio nonno, che sapeva sempre dare la risposta giusta ad ogni domanda, in ogni occasione.

-“Non capisco nonno. Spiegati meglio!”, dicevo incuriosita, sapendo di stuzzicare il suo ego.

-“Ti racconterò allora un aneddoto, famoso tra noi del circolo. Una volta a teatro, un giovane si vantava di essere sapiente perché conosceva molti sapienti. Un filosofo replicò: ‘anch’io conosco un gran numero di ricchi; questo, però, non mi ha reso più ricco!’. Capisci? Non conta che tu conosca sapienti o ricchi perché tu possa dire di raggiungere il loro livello, tutto dipenderà da quanti dati il tuo cervello sarà stato in grado di immagazzinare e rendere esperienza.”

-“Cos’è l’esperienza?”

-“E’ una parola tanto lunga quanto impossibile da spiegare con facilità, lo capirai col tempo, quando avverranno certe cose.”

Rimanevo sempre affascinata dai suoi dialoghi, poiché coerenti col suo modo di essere, in casa e in pubblico.

Come ogni nonno era consapevole che invecchiando prima o poi mi avrebbe lasciata.

-“Ti ricorderai di me bambina mia, quando non ci sarò più?”

-“Certo che sì, nonno, ma perché dici così? Non sei stato tu a dirmi che resteremo insieme per sempre?”

-“L’ho detto ma non crederai certo che sia vero? Nessuno vive tanto a lungo da non separarsi da coloro che ama, sai che noia sarebbe vivere così tanto? Per sempre è tanto tempo, stellina mia, e il tempo è sempre stato tiranno con me. Ora guarda questa giostra e pensa che potrebbe essere la vita. Essa sarà qui solo fino alla fine di queste feste, non resterà qui a lungo, o almeno, non per sempre.

Tutto passa. L’acqua del ruscello, il pianto di un bambino, un amore sbagliato, una strana malinconia. Niente dura o ha una precisa durata che equivalga a ‘per sempre’.”

“Il labirinto di orchidee” di Letizia Turrà

Image credit: Hideta no Sekai (https://hidetanosekai.wordpress.com)

Un fratello che non farà mai ritorno a casa da una guerra vigliacca.

guerra

La situazione in Italia era molto complicata, c’era Mussolini e scoppiò la seconda Guerra Mondiale.

Fu definita così perché l’Europa ed altri Stati come la Cina, l’Africa, il medio Oriente, il Mediterraneo e molte altre furono coinvolte.

Le strade non erano sicure nemmeno per noi figli dei ricchi e i ragazzi cercavano un luogo per nascondersi dal servizio militare, poiché aderire poteva significare non tornare a casa mai più.

Fu così creato il “circolo del cinema” formato da me, Danilo il chimico e i ragazzi della nostra compagnia.

Inizialmente fu un gruppo istituito con un senso pacifico, poi divenne eco di protesta per una politica mal governante. Io che venivo già da una crisi come quella americana sapevo già cosa volesse dire cattiva gestione e delusione da parte del popolo.

Così divenni una delle testimoni dirette di quello che sarebbe potuto succedere anche in Italia.

Sapevo anche bene però che quando un popolo vive nella paura allora è più semplice che accetti di venire soppresso e non si ribelli sotto il peso del potere imposto da leader autoproclamati.

Sapevo anche che con la guerra non si ottengono risultati, solo il rispetto tra le persone poteva garantire al popolo la sovranità al di fuori delle istituzioni.

Andai con Danilo a passare il pomeriggio alla Fontana di Trevi.

<<Lo sai, circola una leggenda su questa fontana – disse toccando il mio fianco con la sua mano destra – che se lanci una monetina nella fontana mentre esprimi un desiderio, poi questo si avvera.>>

Feci per lanciare la monetina ma fermò la mia mano guardandomi dritto negli occhi.

<<Ma presta attenzione…deve assolutamente essere qualcosa che desideri davvero, con il cuore!>>

Desiderai con tutta me stessa che mio fratello tornasse dalla Germania.

Danilo e il suo modo di comprendermi mi avevano aiutato a non sentire il dolore solo momentaneamente, ma era a mio fratello che pensavo ogni volta che il mio sguardo incrociava quello di un altro uomo.

<<Posso sapere cosa hai desiderato?>>

<<Ho desiderato che mio fratello ritorni dalla guerra in Germania sano e salvo. Mi auguro fermamente che non gli succeda nulla e di non doverlo piangere a seguito di notizie nefaste. Ci tengo a dirti Grazie per questa serata e la tua compagnia che ho gradito molto, ma adesso è meglio che torni a casa, non vorrei fare preoccupare mio padre.>>

Con il tempo compresi che non tutti i desideri vengono esauditi.

La certezza di tale concetto vide la sua materializzazione il giorno in cui arrivò una busta recapitata a mio nome.

Era una lettera da parte di mio fratello, di cinque mesi prima mai recapitatami per tempo.

All’interno c’era la lettera delle Forze Militari che comunicavano la sua morte.

Fu la peggiore fra le coltellate, uno dei momenti più tristi della mia vita. Stringevo la busta incredula, con occhi sbarrati. Fui riportata alla realtà da un oggetto duro e freddo, all’interno della busta. Era la medaglietta che gli avevo lasciato prima della sua partenza.

Nascosi la lettera che mio fratello mi aveva scritto e consegnai a mio padre solo la comunicazione.

Ricordo ancora le sue urla e il modo in cui pianse, che lo rese ai miei occhi come un ragazzino deluso e sconfitto.

Tirava calci e pugni dappertutto, era adirato, non si perdonava il fatto di averlo lasciato partire.

Per me la disperazione fu forte al punto che non riuscii a proferire parola e mi chiusi in un silenzio quasi tombale.

Mio fratello, il mio cuore, era morto, non poteva essere vero.

Poi compresi che il dolore non è altro che uno spontaneo processo della vita, un percorso doveroso e naturale nel cammino di un individuo e che resta sempre a noi la scelta di come percepirlo e in seguito affrontarlo.

Non vi era modo migliore che quello di superare l’ostacolo e continuare a pensare di vivere una vita normale, ma mi serviva tempo.

Aprii la lettera di mio fratello:

Germania, 1944

Sorella mia, mio amore, mi trovo purtroppo qui a scusarmi perché dubito che potrò mantenere la promessa che ti feci prima di partire, cioè quella di tornare.

Qui le giornate sono buie e fredde. Niente acqua a volte, poca luce e solo per alcune ore, quindi ti scrivo adesso perché non so quanto tempo rimane prima che le truppe nemiche ci colpiscano. Mi manchi, mi manca la tua soave voce, le tue mani che accarezzano il mio viso e che rimangono impresse nella mia mente, anche ora che la mente non avrebbe tempo di pensare che a salvar la mia vita per non morire.

Ti restituisco quello che ha più valore per noi: la tua medaglietta che ho tenuto ogni giorno fino al momento della perquisizione da parte degli agenti. Ora debbo levarla e buttarla, quindi te la restituisco perché possa tenerla tu. Non dimenticare mai del nostro viaggio insieme, non dimenticare mai di quel mare che vedemmo alto e incontrastabile e che mi permise di vedere la splendida donna che saresti un giorno diventata.

Ti sarò sempre legato.

Riky

Opera protetta dell’autrice, vietata la riproduzione.

Image credits: http://www.giovaniperlapace.it

Letizia T.