La critica della settimana: “Un ragazzo d’oro”, quando un figlio realizza il sogno che era di suo padre.

un ragazzo d'oro

Un antico detto diceva più o meno così: “Un padre campa cento figli, ma cento figli non campano un padre”.

Non è poi così vero se consideriamo che ci sono genitori talmente indifferenti alle esigenze dei propri figli (e non si parla certo in termini materiali), da apportare grossi danni agli stessi con conseguenze tragiche sulla loro vita.

Talvolta ci sono genitori molto noti nel mondo dello spettacolo o molto apprezzati per le loro qualità artistiche ma privi di ogni forma di affettività, quasi come se avessero la consapevole coscienza di non volere che i propri figli raggiungano i loro traguardi grazie ai loro talenti.

Così tutta la vita essi resteranno nell’ombra, rischiando di essere etichettati come “il figlio di…”.

E’ il caso di Davide Bias, scrittore di racconti e figlio d’arte di un noto scenografo, con il quale ha un rapporto orribile.

Il suo cuore è diviso tra Milano dove vive con la sua fidanzata e Roma, Città in cui è nato e cresciuto e dove tuttora i suoi genitori risiedono.

Vive talmente costantemente il rifiuto del suo stesso IO anche da parte del mondo esterno, da soffrire di turbe psichiche che lo vedono costretto a curarsi con apposite sedute psicoterapiche e medicinali, i quali gli garantiscono di restare sobrio e di avere il controllo sulla propria patologia.

La sua vita da scrittore di racconti non gli permette di essere riconosciuto adeguatamente in virtù degli sforzi compiuti. Le case editrici, infatti, esigono che almeno uno dei suoi racconti diventi un romanzo.

Come lo stesso Davide sosterrà di fronte all’ennesima bocciatura di un editore: “Il romanzo è qualcosa che devi avere dentro, se uno scrive racconti è perché evidentemente è in grado di scrivere solo quelli”.

L’evento che scuoterà la sua vita si presenterà nel momento in cui viene a mancare improvvisamente suo padre (l’ipotesi più accreditata sarà quella del suicidio).

Visibilmente impressionato e riflesso negli insuccessi di suo padre come genitore e uomo di spettacolo, Davide si imbatte in una bellissima donna, amante per breve tempo del padre e proprietaria di una casa editrice che si occupa di saggi socio-politici, la Stern Book, la quale lo prega di mettersi in contatto con lei il prima possibile.

Egli non capirà quale sia il profondo legame tra i due sino all’incontro con la donna, che asserisce di essere venuta a conoscenza che suo padre Achille stesse scrivendo le sue ultime parole da lasciare come testamento in un romanzo autobiografico che si sarebbe potuto rivelare un capolavoro editoriale.

La donna lo implora di trovare quel romanzo perché disposta a pubblicarlo in virtù dell’affetto provato e ricambiato nei confronti di quell’uomo.

Davide torna a casa frastornato e confuso, ma assolutamente non intenzionato a trovare quel romanzo.

Suo padre non lo aveva mai considerato come un ragazzo d’oro, un tesoro da preservare e amare, quindi internamente si rifiuta di aiutare la donna nella sua ricerca.

Infine una notte, decide di leggere la vecchia sceneggiatura di un film di Achille, intravedendone un uomo completamente diverso da quello che egli aveva sempre conosciuto, quell’uomo che per tutta la vita aveva trattato la sua famiglia come “carne di porco”, privando il figlio e la moglie del rispetto dovutogli, forse troppo preso dalle sue ambizioni e dal suo amore per certi filmacci di serie B. Quello stesso uomo che al contrario si rivelerà in grado di amare e di provare emozioni, sorridere e far sorridere, commuovendo lo spettatore o il lettore.

Decide così di sedere alla sedia dello studio del padre e di tentare di recuperare il manoscritto.

Riesce a scorgere un documento dal titolo “LA MANO DI MIO FIGLIO”, una lettera che suo padre aveva scritto molto tempo addietro in cui definiva lui e suo figlio come “INVINCIBILI INSIEME”.

Viene a scoprire che nella realtà non esiste alcun romanzo, ma una sola pagina contenente quelle parole, seppure molto importanti per lui, che suo padre aveva tenuto segrete.

Davide prende a quel punto l’importante decisione: sarà lui a scrivere quel libro al posto del padre, fingendo che l’autore sia proprio lo stesso Achille.

In questo gioco di ruoli ambiguo, in cui rientra anche l’affascinante editrice Ludovica, egli spenderà ogni energia e ogni briciolo di forza per realizzare il progetto.

Si batterà pur di portare a termine le parole che il padre non ha potuto concludere, interrompendo nel frattempo la terapia che lo aiuta quotidianamente a gestire le sue turbe.

Il libro riscuoterà un grande successo e verrà tradotto in dodici lingue, divenendo di fatto il capolavoro dell’incompreso e scomparso sceneggiatore Achille Bias.

Ora, non resta che da chiedersi: E’ giusto o meno che un figlio sacrifichi la propria vita e i propri sogni in memoria di un padre ingrato, al punto da arrivare a mentire a tutti circa la stesura di una vita che non è stata nemmeno la sua e lasciare che ancora una volta la figura del padre oscuri la sua persona?

Un padre che non ha fatto nulla per dimostrare amore al proprio figlio benchè ne avesse la possibilità, quando era ancora in vita.

Talvolta la ricerca di amore spinge alcune persone ad accontentarsi anche delle briciole affettive, quelle piccole molliche che non sfamerebbero nessuno.

Tutto, pur di sentirsi un pochino amati. Immani sforzi, piccolissimi e deludenti risultati.

Quando poi è un genitore a mancarci, la sofferenza di non essere approvati può creare seri problemi nell’adolescente che crescerà insicuro e immaturo, come spesso avviene in certi casi.

Fare i genitori è difficile, ma anche fare i figli prevede di compiere una strada tortuosa e, in molti casi, dolorosa quando non ci si sente compresi, sostenuti, amati a sufficienza.

Una riflessione molto importante in questo periodo mi è giunta da un film che oserei definire un capolavoro: sto parlando di “Youth” di Paolo Sorrentino.

Un anziano e ormai in pensione direttore d’orchestra, dice al suo migliore amico ormai giunto anche lui alla soglia degli ottant’anni, che ogni gesto  compiuto in gioventù per sua figlia, lo aveva fatto proprio per lasciarle un ricordo di lui ed ora  si era di colpo ritrovato lui stesso come figlio a dimenticare tutto ciò che i suoi genitori avevano fatto per lui.

Sosteneva addirittura: “Non mi ricordo più neanche i loro volti, non mi ricordo come erano fatti i miei genitori.”

A quel punto allora mi sono chiesta se non valga la pena di seguire il proprio cuore come ha fatto Davide Bias, riservando le sue ultime energie ad un padre che lo amava da lontano e che non gli aveva mai rivolto una carezza, prima di finire in un istituto per la cura di malattie mentali, giovanissimo.

Quanto vale la pena di amare i nostri genitori se non apprezzano chi siamo?

Cosa ci rimane di loro? L’amore che non ci hanno dato o in ogni caso è indifferente perché la nostra mente non li ricorderà più?

Io ho avuto un padre come quello di Davide.

Mi ha amata, ma sempre di nascosto e da lontano, e ancora oggi che sono una donna è quello il suo modo di amarmi.

Avrei potuto vivere come la sua ombra, invece me ne sono distaccata per non sentire più quanto facesse male. Ma quando scrivo, lui ha un cassetto piccolo e speciale, quello nel quale lo tengo conservato insieme a mia madre, come la persona più importante della mia vita.

Non credo sia giusto sacrificare se stessi per gli altri, ma credo altresì sia giusto amare aldilà della nostra stessa capacità, aldilà della capienza del cuore. Possibilmente, con tutta l’anima.

Solo così non ci pentiremo del nostro percorso, e solo così potremo perdonare un altro per non averci amati abbastanza, come meritavamo.

Mi viene in mente quanto sosteneva Umberto Eco:

Credo che ciò che diventiamo dipende da quello che i nostri padri ci insegnano in momenti strani, quando in realtà non stanno cercando di insegnarci. Noi siamo formati da questi piccoli frammenti di saggezza.”

A presto,

Letizia T.

Image: Google – Locandina Film

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