L’uomo misterioso -Capitolo Settimo

INNAMORATI6

La mia prima volta era stata con un uomo misterioso, ma che era sempre stato nei miei sogni ed ora i miei sogni si erano realizzati trasformandosi in passione folle.

Fu così intenso che mi sembrò passassero delle ore prima di poter urlare:<<Sto venendo!>> portando così a termine quella sensazione meravigliosa consumata in un bagno solo pochi giorni prima pensando a lui.

Non ero più vergine.

Questa è una di quelle cose che si corre subito dalle amiche a raccontare, ma per me non fu così, volevo tenerla per me, come un prezioso tesoro di cui avere cura e sigillare quell’attimo, come se potesse durare per sempre.

E poi oltre a Maria Antonietta non è che avessi uno stuolo di amiche su cui poter contare.

Ancora non lo sapevo, ma quell’uomo avrebbe cambiato per sempre il corso delle cose.

Quello che mi colpiva era la straordinaria naturalezza con cui il nostro atto sessuale partiva dapprima da uno sguardo, si concentrava sui respiri e sui battiti agitati nei nostri petti, per finire infine in un mare di emozioni che sembravano assomigliare ad una diga che cede sommergendo tutto quello che la circonda.

<<Ora sei tu che dovresti raccontarmi qualcosa di te>>, gli dissi.

<<Ok hai a disposizione una vita intera per stare qui sdraiata vicino a me a sentire la mia triste storia? Sono nato in una famiglia di ebrei americani, i miei famigliari come ti dicevo sono tutti artisti così come i miei genitori che erano attori teatrali e che giravano di Città in Città sempre con la valigia dietro, ed io con loro.

Avevamo tutta la vita programmata, io sono sempre stato così programmato in tutto, gli appuntamenti infatti non me li ricorda il mio agente, ho una preziosa agenda dove segno ogni evento e mi piace essere autonomo il più possibile, sono stato educato così. Comunque decido che il teatro non fa per me, fin da bambino ho sempre amato scrivere, avevo solo otto anni quando iniziai a scrivere piccoli racconti fiabeschi, storie di maghi e di fate. Col tempo poi decisi di trattare argomenti più complessi, quando la mia vita diventò anch’essa più programmata di me. Anche mia moglie fu una scelta programmata.>>

Sussultai.

<<Tua moglie?? Come, sei sposato?>>

<<Sì te l’ho già detto con Sara, anche se solo per tre anni. Così volle la mia famiglia, lei era ebrea come noi ed era nipote di un facoltoso petroliere che aveva investito molto nel loro spettacolo pur di combinare le cose tra di noi. So che può sembrare crudele, ma dalle nostre parti funziona anche così e nessuno si scompone. La mia fortuna fu che io amavo Sara, la amai dal primo istante in cui la vidi ballare, era un etoile e ballava divinamente. Io ero ancora agli inizi, i miei libri non andavano neppure forte ma lei credeva fermamente in me e mi sosteneva in tutto. Tentammo anche di avere un bambino, ed alla fine decidemmo che avremmo voluto vederlo nascere e crescere nella nostra amata Parigi, la nostra Città dei sogni. Passammo un periodo molto felice, nessun pensiero ci assillava, non avevamo problemi di nessun genere, neppure economici. La casa a Parigi ci era stata regalata e pagata interamente da suo padre, solo questa cosa mi stava un po’ stretta.>>

Silenzio.

<<E poi?>>

<<E poi accadde che un giorno mi contattò un editore, non parlavo ancora molto bene il Francese, quindi le chiesi di venire con me per aiutarmi nella mediazione, non volevo beccare qualche fregatura visto che si trattava del mio esordio. Così ci incamminammo, la giornata era caldissima. Sara ebbe un malore ma poco dopo si riprese subito, quindi non abbiamo dato molta importanza all’avvenimento, poteva essere stato un calo di pressione. Di notte le sue condizioni peggiorarono nettamente, le venne la febbre a 42 e quando la portai in ospedale era ormai troppo tardi. In breve cadde in coma. Io ero incredulo di fronte a tutta la situazione, non riuscivo a capire cosa stesse succedendo, rischiavo di impazzire da quanto mi sentivo impotente. Morì qualche ora dopo per setticemia, era incinta e la gravidanza extrauterina le aveva causato un’infezione alla quale il suo esile corpo finì per soccombere. Sono passati 6 anni, sembra ieri, lei aveva in grembo nostro figlio, lui l’aveva abbandonata ancora prima che lei abbandonasse me. Non è stato facile riprendere in mano la mia vita da allora, mi sono buttato a capo fitto nella scrittura partecipando solo agli eventi che riguardavano i miei libri ed isolandomi dal resto del mondo. Per i miei fu anche più dura, loro la adoravano, mio padre morì stroncato da un infarto, mia madre si ammalò di depressione e morì qualche anno dopo. Non so se è da ricollegarsi a quell’evento, ma sicuramente cambiò la vita di tutti noi. E ora mi ritrovo qui, solo, a 35 anni con una bellissima ragazza che è un sogno.>>

Non riuscii a trattenere le lacrime.

Era stato così toccante nella descrizione che decisi che mi sarei fermata al suo fianco, lì vicino a lui e alle sue forti braccia, stretta forte a lui, e gli avrei curato le ferite.

Mi sentivo quasi di troppo in quella circostanza tra lui e lei.

Ma cercai di guardare aldilà del muro che sembrava separare le nostre storie, e ora sapevo finalmente anche quanti anni aveva.

“Aldilà del muro -Diario e confessioni di una Escort” di Letizia Turrà

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Il legame che può esistere tra una persona e una canzone.

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Capitolo primo

“Way down Louisiana close to New Orleans, way back up in the woods among the evergreens…”.

Spegne la radio. Spegne la sigaretta.

Da un po’ di tempo ha anche iniziato a fumare, dapprima per darsi un tono, poi col tempo, anche quella si è trasformata in un’abitudine da cui è divenuto difficile separarsi.

Per un’intera settimana il volto di Milano è stato uggioso, la pioggia non ha mai cessato di battere sui marciapiedi e questo brano sembra essere l’unico raggio di sole che filtra nella sua stanza buia.

Sul tavolino un bicchiere d’acqua mezzo pieno, un flacone degli inseparabili tranquillanti, quel famoso libro di William Shakespeare.

Ascolta quella canzone consapevole del legame che c’è tra lei ed essa. E’ strambo pensare che ci sia un legame tra una persona e un brano musicale, ma è così.

Tutto merito del luogo da cui proviene, tutta colpa di suo padre: amante di Chuck Berry e della musica  Soul in

generale, Richard Backer è General Manager di un’industria farmaceutica di origini irlandesi cresciuto in Florida. Sua madre Margareth, nata e cresciuta fino all’età 17 anni a New Orleans, è una casalinga tutta casa e chiesa, puntigliosa e taciturna in quasi tutte le occasioni, tranne che durante le manifestazioni parrocchiali, fa parte infatti del gruppo della parrocchia di East Baton Rouge, da anni combatte ardentemente per la raccolta fondi e per la riunificazione delle comunità dei ragazzi di colore.

Ecco perché lei si chiama così.

Nonostante nessun problema in apparenza, Louisiana si sentiva oppressa all’interno del nucleo famigliare e da quel luogo dove era nata e cresciuta. I soldi nella loro casa non erano mai mancati ma il prezzo da pagare era stata la totale assenza della figura paterna nella sua vita.

La madre le aveva imposto un indottrinamento religioso ossessivo che l’aveva portata ad avere repulsione della religione e di Dio, come conseguenza.

Riteneva infatti che non potesse esistere un Dio superiore che ci aveva creati “a sua immagine e somiglianza”, ma che piuttosto eravamo frutto di un’energia proveniente da chissà dove e tutti gli eventi che si verificarono intorno a lei (come l’arrivo dell’uragano), le fecero pensare sempre di più che aveva ragione.

“Una spiritualità che va oltre la religiosità imposta da mia madre, che mi scava la pelle arrivando fino al mio sangue. Una spiritualità forte come il legame che ho sempre avuto con il sesso ma che gestisco con opportuno riserbo, che bagna i miei occhi di lacrime e mi fa intravedere quel ritorno all’illuminazione, alla luce forte che staziona in ognuno di noi. Avrei voluto godere di quella normalità e quella pace a lungo ricercata, ma non vi è mai stato modo per me di mantenerla sempre lì costante, tanta era la voglia della pace di rifugiarsi in un luogo misterioso dove nessuno avrebbe mai potuto scovarla”.

Ormai Louisiana vive a Milano da quattro anni, è una studentessa di 23 anni, dai capelli mori e ricci, alta carismatica e dai grandi occhi.

E’ bella lei, talmente bella che non ha bisogno di mettere abiti che la rendano appariscente, gli uomini la noterebbero comunque. Non ha amici, tranne una compagna di stanza con la quale condivide un grande affetto e una grande stima.

Questa è la storia in cui si narra la mia vita.

Sarà raccontata senza ipocrisia e senza ritocchi fantasiosi nè riassunti, perché quando si parla della vita delle persone non si può ridurre tutto a due minuti di riassunzione degli eventi, ogni vita merita rispetto e il mio unico dovere sarà quello di raccontarvela, per quanto possibile, interamente.

Se pensate che leggendo questo racconto vi sentirete più leggeri o saprete quello che fa una studentessa tutti i giorni dal mattino fino alla sera come fosse una sorta di diario giornaliero, allora vi consiglio di cambiare libro.

Questa è una storia seria, piena di sentimento, e rappresenta la vita di una donna che ha davvero amato, oltre ogni aspettativa: me stessa.

Stralcio Capitolo primo tratto da “Aldilà del muro- Diario e confessioni di una Escort”  di Letizia Turrà

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Un bacio innocente e dolce come il miele

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Io e Cesare a quel punto lasciammo Francis alla sua malinconia e uscimmo in giardino per proseguire con i nostri giochi.

-“Lo sai Cesare, ho paura di essere incinta.”

Mi guardò incredulo.

-“Incinta? Ma come cavolo fai a dirlo?”

-“Mi fa male la pancia, ecco tutto. Un dolore così forte non l’ho mai avuto, quindi credo di aspettare un bambino.”

Si avvicinò alla mia faccia, scrutando seriamente e attentamente le mie pupille.

-“Non credo tu lo sia, quando una donna è incinta le pupille sono arrossate e gli occhi si sbarrano.”

-“Ignorante – gli dissi – quello accade solo quando una donna sta partorendo!”

-“Allora se io sono ignorante come è possibile che tu non sappia che un mal di pancia non può significare che aspetti un bambino?? Hai mai baciato un ragazzo? Mi hanno detto che così forse si rimane incinta.”

Ci pensai un po’ su, anche se non mi sembrava credibile.

-“No, non ho mai baciato nessuno, mi imbarazza anche solo pensarci, e comunque ne sono certa, non si resta incinta per un semplice bacio.”

Mi tirò per una mano e mi portò dentro casa, in biblioteca.

-“Scegli un libro a caso adesso, voglio farti sentire una cosa.”

Lo guardai indispettita, non capivo cosa avesse in mente, ma mi fidavo di Cesare, quindi presi il libro della favola di Hansel e Gretel, un gran bel volume alto contenente la favola in diverse lingue.

-“Ora mettilo per terra e salici sopra.”, disse.

Così feci. A quel punto si avvicinò con la sua testa alla mia, e mi diede un bacio, tenero e innocente, così spontaneo che mi sembrò la cosa più dolce mai provata.

Divenni rossa in un lampo. Non era stato un vero e proprio bacio, ma uno a stampo, che bastò a farmi battere il cuore.

Al termine mi guardò.

-“Allora come ti senti? Ti è piaciuto?”

Sorrisi: “Sì, è stato tenero.”

Con tono rassicurante aggiunse: “Bene, staremo a vedere che succede. Se tra qualche giorno il tuo dolore sarà passato, significa che non sei incinta.”

Rimasi piacevolmente sorpresa da quel suo modo di alleviare il mio dolore, con la tenerezza di un bacio innocente e dolce come il miele.

Tratto da “Il labirinto di orchidee -Niente è come sembra” di Letizia Turrà

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Blogger at Work – “Lush” e la cosmesi naturale a Milano

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Entrare in un luogo e sentirsi come a casa.

Questo è ciò che mi aspetto quando visito o entro in un posto, sia esso una dimora o, come in questo caso, uno spazio riservato ai profumi avvolgenti e alla cosmetica naturale, come casa “Lush”.

Siccome da molti anni non mi occupo più di bellezza, lascio che la mia amica e collega Vale, in qualità di fashion Blogger, mi porti in giro a fare danni!

Così ci siamo imbattute nel negozio Lush di Via Torino, a Milano.

Lush è un’azienda con una filosofia legata alla terra, nel senso letterale della parola, compone prodotti naturali, alcuni dei quali prevedono l’esclusione di SLS, SLES e Parabeni.

Abbiamo avuto la possibilità, in qualità di Blogger, di provare alcuni prodotti fra cui la gelatina da doccia “Needles and Pines”, un gel doccia con olio di cedro siberiano che a contatto con la pelle sembra un budino solidificato, e la saponetta “Sambuco”, al ribes nero e Sambuco.

Il risultato è stato meraviglioso, la pelle era morbida al tatto, delicatamente profumata e luminosa.

Inoltre le ragazze che accolgono i passanti curiosi e i clienti fidelizzati del negozio (piccolo ma ricco di dettagli e messaggi positivi), sono preparate e competenti su ciascun prodotto che viene proposto.

La filosofia principale è quella di lavorare in laboratorio senza l’impiego di animali per i test nella fase di produzione i prodotti, grazie a persone che lottano per preservare la loro vita, come la dottoressa Carol Barker, vincitrice del Lush Prize 2013 e fondatrice dei laboratori XCELLR8, che sostiene sia possibile una creazione cosmetica escludendo i test sugli animali, agendo sullo studio diretto dell’uomo e delle sue patologie.

La proposta cosmetica non è solo rivolta alle donne, ma anche agli uomini. Vista la tendenza dell’ultimo anno di portare la barba, è stata creata anche una linea di saponi per barba e baffi, molto apprezzata dal pubblico maschile, ormai sempre più attento alla bellezza.

Anche le creme viso sono create basandosi su spezie naturali, componenti legati alla nostra amata terra, come le maschere viso all’aglio.

Le ragazze affabilissime e gentili ci hanno anche omaggiato di saponi per la pelle, così belli e buoni che avremmo voluto mangiarli.

Vi invito a visitare gli Store Lush, non vi dispiacerà esserci entrati, ve lo assicuro ed è anche un’ottima occasione per donare benessere anche agli altri, non solo a se stessi!

Ci rivedremo presto amici di Lush!

Letizia T.

SITO: https://www.lush.it/

Vola l’aquilone….

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Per non dimenticare quella esperienza tanto bella insieme, costruimmo un aquilone perché il vento del mare era perfetto per farlo volare.

Il nonno ci accompagnò sulla spiaggia e stette ad assistere a tutta la scena, anche se in disparte, con le gambe distese l’una sull’altra ed il cappello sopra gli occhiali.

Cesare prese la rincorsa forte ed io tenevo il conto dei passi, cronometrando il momento in cui avrebbe preso il volo. Era difficile mantenere l’equilibrio su quei sassi tanto spigolosi e grandi, ma Cesare ci riuscì e l’aquilone iniziò a volare e a volteggiare.

-“Nonno! Guarda!! L’aquilone vola, ce l’abbiamo fatta!”, dissi emozionata.

Il nonno non rispose.

-“Nonno ma mi stai ascoltando, guarda il nostro aquilone!”

-“Oh Laura, non ora, lasciami sognare in pace.”

Capii che era pensieroso per qualcosa, anche se non sapevo con esattezza cosa lo turbasse.

Capii che per “sognare” voleva intendere che quello era per lui un momento di beatitudine, in cui finalmente godeva del presente senza pensare a tutte quelle cose complicate che aleggiano nella mente dell’adulto.

Finalmente era in pace.

Ed anche io lo ero. Guardavo felice Cesare, che teneva stretto il filo dell’aquilone. Lo guardavo e mi commossi al pensiero che quella bellezza non era destinata a durare per sempre. In un dato momento si sarebbe interrotta, per tornare alla realtà.

Aprii le braccia e mi distesi come una farfalla sulla sabbia, lasciando che l’acqua entrasse dentro di me e guardando il cielo, azzurro e pulito.

Passammo lì pochi giorni sfortunatamente, nonno Francis cominciava a non stare molto bene.

Da “Il labirinto di orchidee – Niente è come sembra” di Letizia Turrà

Photo: Google

VOCE DEL VERBO “PERDERE”

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E’ un giorno qualunque. O forse no.

Ho deciso di sedermi sulla panchina della metropolitana e stare ad osservare almeno una decina di treni passare, così, come se li stessi per perdere.

E’ tutto l’anno che non sento altro che quella parola: “Perdere”.

Che poi perdere cos’è esattamente?

Quanta importanza può avere perdere qualcosa, e quanta invece può averne perdere qualcuno…

La differenza sembra sottile, ma non lo è.

Allora mi sono fermata, ho stiracchiato la schiena, ho osservato le luci al neon vecchie e sporche ed ho pensato a tutto quello che ho perso nel corso del tempo.

Che cosa non ha funzionato?

Perchè vincere è tanto più importante che perdere?

Quando ad esempio si dice “Ho perso mia madre”, oppure “Ho perso un’occasione”, cosa davvero dovremmo ritenere di aver perso?

Il primo avvenimento ha lasciato un vuoto incolmabile, il secondo ci darà la possibilità di riscattarci, invitandoci a cercare un’alternativa.

E’ dalle cose, persone e occasioni che ho perso, che ho davvero imparato che ogni dolore si sviluppa dentro di noi in modo del tutto differente in base alle nostre priorità, e che non tutte le perdite rappresenteranno necessariamente una sconfitta.

Ho perso un sacco di occasioni. La settimana scorsa avrei dovuto iniziare a scrivere per una rivista, il mio sogno da sempre. Poi, una serie di telefonate inconcludenti e non se n’è fatto niente.

Se mi pento?

<<Chi cazzo se ne frega!>>, penso.

E’ un giorno qualunque, o forse no, perchè oggi ho davvero compreso che non sono le occasioni lavorative o temporali a contare, ma la salute e la vita di coloro che ami.

E certe cose non le do più per scontate.

Tengo preziosi questi dieci minuti trascorsi a guardare quei treni;

Sono ben consapevole che quest’oggi, e quello che sono oggi, non tornerà.

A presto,

Letizia T.

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Le scelte che si fanno con la ragione e quelle che si fanno col cuore…

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-“Ho deciso di iscrivermi all’Università, che ne pensi?”, mi disse Cesare un mercoledì mentre pranzavamo in centro.

-“E’ una splendida idea direi, perché me lo chiedi, non era già previsto che tu proseguissi negli studi di filosofia?”

-“Bè, la realtà è che vorrei farlo, ma non qui, volevo iscrivermi all’Università di Pavia.”

Il cibo mi andò di traverso: “Vuoi scherzare? Pavia? E’ così lontano! Non essere ridicolo Cesare! Cos’è l’ultima follia del principino?”

Mi guardò deluso.

-“Dico sul serio e sai anche un’altra cosa? Tu verrai con me in questo viaggio, ti voglio al mio fianco, qualunque sarà la mia scelta.”

Non mi entusiasmava affatto l’idea di seguirlo in quella che per me era una scemenza, soprattutto non volevo seguirlo neppure così lontano.

Ad ogni modo, partii con lui, lo feci proprio per il suo bene, perché sapevo che era ciò che desiderava.

Non era fatto come me, Cesare sceglieva con la ragione e raramente col cuore, rischiando di imbarcarsi in esperienze poco sicure.

Durante il viaggio in treno, mi teneva stretta la mano, felice che condividessi con lui quella nuova esperienza.

Arrivati a Pavia, ci imbattemmo in una cittadina interessante, ricca di monumenti risalenti al tempo degli antichi Romani, particolarmente ricca di locali e di gente di ogni nazionalità, turisti e passeggeri di viaggio, alcuni tra i quali avevano scelto di restare lì per viverci.

Entrammo all’Università per vederla da vicino. All’interno più stanze e corridoi che in un labirinto, aveva quasi l’aria di un manicomio in stato di abbandono, un posto che si lascia ma che non si dimentica, come tutte le cose lasciate lì ad essere divorate dal tempo.

Un cortile quadrato con le statue dei famosi rettori atte a commemorarli faceva da cornice iniziale ai visitatori curiosi, come lo eravamo noi.

Guardavo le statue e in contemporanea il terreno. Le radici puntavano ai piedi come rovi violenti, come punte di un ago, le statue da bianche erano ora diventate oscuri rifugi per i piccioni, effigi a ricordare l’onore dovuto a quegli uomini che tanto si erano adoperati per la medicina e la cultura generale, per gli studi glottologici, economia, politica e scienza delle finanze, storia del diritto romano, letteratura.

Infinite statue e grate, finestre dalle quali aleggiava aria di studi, ragazzi, studenti, con la mente carica di obiettivi e sogni.

Mi strinsi forte al suo fianco.

-“Sei davvero sicuro di voler venire qui a studiare? Vuoi finire come quelle statue piene di cacca di piccione sulla testa? Guarda che tristezza, poca cura e negligenza.”

Si voltò di 180 gradi guardandomi dritto negli occhi.

-“Sai cosa diceva sempre il nonno Francis? Nessun vento può essere favorevole se il marinaio non sa dove andare. Direi che è giunta l’ora che io decida dove voglio investire le mie energie.”

Sospirai senza aggiungere altro. Sapevo bene che vi sono momenti in cui aggiungere anche solo una sillaba superflua a un dialogo importante, rischia di bruciare le emozioni autentiche in anticipo, e non volevo lui avesse l’impressione che a causa della mia disapprovazione io mancassi di rispetto alle sue sensazioni.

Tratto da “Il labirinto di orchidee – Niente è come sembra” di Letizia Turrà

Photo: Google

L’inaudita crudeltà dell’uomo che si ama

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Mentre guidavo una musica raggiunse il mio cuore.

Era quella del cantante che sentii per la prima volta a casa di Giorgio, quando lo conobbi:“Comincia a ingiallirsi il nero del livido, non è più così tanto nitido e da oggi il dolore ritorna semplicemente sottocutaneo; ho lavato nel lago lo spirito e nel farlo il tuo corpo ha finito per essermi estraneo, è un periodo pieno di sorprese e non si contano più le offese, che per decenza mi rimangerei, ma ero stanco di sentirmi come uno straccio sotto ai tuoi piedi, mi sarebbe esploso il cuore prima o poi, in quale labirinto se non c’è uscita o speranza di evadere…

Esplosi piangendo disperatamente, sembrava parlasse proprio di me.

E’ quello il potere della musica: emoziona ma non mantiene le promesse fatte.

Tornai a casa e trovai Giorgio seduto al tavolo che guardava il mio computer.

Aveva nel frattempo letto ogni mia chat, ogni messaggio, spiato le foto, il profilo mio e dei miei amici. Tutto. Sapeva tutto.

-“Ciao Laura, ti stavo aspettando.”

-“Ah sì? E come mai?”

Mi diede uno schiaffo gettandomi a terra e riempiendomi di calci allo stomaco prese a urlarmi contro: “E così mentre io vado a lavorare, tu organizzi le tresche con il tuo ex, non è così? Maledetta stronza, maledetta, ti ammazzo, ti pentirai di questo giorno!”

Iniziai a sputare sangue.

Mi caricò allora sulle spalle. Mi portò in camera da letto e mi legò con lo spago da cucina i polsi alla testiera in ferro battuto.

Si spogliò e pose davanti al mio viso il suo membro in erezione.

Con violenza mi costrinse ad un rapporto anale, doloroso e torturante, tenendomi avviluppata a lui perché non mi opponessi.

Al termine, mi impose anche un rapporto orale, mentre per il dolore allo stomaco gemevo stremata.

-“Così sgualdrina, così, ahhhhhhh.”

Ero arrivata a toccare il fondo.

Ebbi la certezza che non sarei mai più risalita in superficie, neppure con la più grande forza di volontà si potesse mai possedere.

Lo guardai con rabbia e in quel momento fui consapevole che non mi avesse mai davvero amata.Per lui io rappresentavo solo un oggetto del desiderio, qualcosa da dominare.

Da “Il labirinto di orchidee – Niente è come sembra” di Letizia Turrà

Photo: Facebook

La capsula del tempo…

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Tra noi si era come stabilito un patto: io parlavo e lui ascoltava quanto avevo da dire. Era più una sorta di seduta psicoanalitica che un dialogo tra amici.

Ci piaceva stare insieme nonostante mio nonno ci dicesse di stare attenti quando giocavamo nel labirinto, giacché essi sono costruiti con la concezione che chi vi entri trovi difficoltà ad uscirne.

E così nel labirinto adoravo nascondermi da Cesare, lasciavo che mi cercasse provando dentro di me il brivido dell’essere poi scoperta.

Il vento che scuoteva le foglie non lasciava intuire qual era il momento in cui egli si sarebbe avvicinato, pronto a sorprendermi.

Quando infine in modo inatteso mi sentivo afferrare per un braccio, scoppiavo a ridere con la mia voce stridula.

Un mattino, al termine di una lettura in biblioteca, Cesare mi guardò entusiasta.

-“Laura hai mai sentito parlare della capsula del tempo?”

-“La capsula del tempo? Che cos’è?”, dissi avvicinandomi a lui e dando un’occhiata al libro da cui proveniva quell’illuminazione.

-“E’ semplice da quello che ho letto, basta trovare una scatola che contiene qualcosa di nostro e metterla sotto terra. Poi tra qualche anno, magari tra 100 anni quando noi saremo morti, qualcun altro la troverà e saprà chi ha vissuto in questa casa.”

-“Sembra fantastico, facciamolo!”, gli dissi felice.

Il nonno aveva un grosso capannone carico di attrezzi, che teneva lucidi e splendenti come gioielli.   Vi entrammo di soppiatto appena avvertito il silenzio nell’aria, rubammo la vanga e andammo nel labirinto per scavare.

-“Ma non è troppo lontano qui Cesare? Non lo ritroveremo con facilità.”

-“E’ il posto giusto, non siamo noi che dovremo ritrovarla, ma altre persone che verranno dopo di noi.”

-“Non essere assurdo, ci saremo sempre e solo noi, siamo figli unici, gli unici che possano ereditare queste case.”

-“Che importa adesso? Magari i nostri figli se un giorno li avremo, troveranno quello che abbiamo lasciato. Insomma vuoi farlo sì o no?”

Gli feci cenno col capo che intendevo farlo e iniziammo a scavare.

Facemmo una buca profonda circa 90 cm, abbastanza per essere un giorno ritrovata.

-“Bene, ora non ci resta che mettere dentro qualcosa di nostro.”

Cesare scrisse un bigliettino con una frase, io anche e inserii anche una foto di mio nonno. Mi sarebbe piaciuto un giorno che i miei figli lo conoscessero e sapessero quanto era stato importante per me.

In quelle foto era ritratto con gli occhiali, gobbo e intento a lavorare sulla macchina da scrivere, una  Olivetti lettera 22. Era la foto che lo rappresentava meglio.

Presi una scatola dal mobile delle scarpe e misi dentro i nostri cimeli.

Eravamo soddisfatti per ciò che avevamo fatto, ma sporchi di terra, fino al collo.

Per segnare la posizione, piazzammo una bandierina colorata, non visibile per chiunque.

-“Sarà il nostro segreto Laura, promesso?”

-“Sì, prometto che lo sarà.”

Tratto da “Il labirinto di orchidee -Niente è come sembra” di Letizia Turrà (pubblicazione 2015)

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Quando il sesso ti trascina in un vortice… .

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Cercò il mio sguardo con i suoi bellissimi occhi verdi: “Giovedì sera? Dammi l’indirizzo di casa tua e passo a prenderti alle 20.30.”

-“Questo è il mio indirizzo di casa, citofono 13. Secondo piano. Ok vada per giovedì alle 20.30, ti aspetto.”

Arrivata in ufficio non potevo credere a tutto ciò che era avvenuto.

Sembrava un sogno divenuto realtà, avrei voluto urlare quella felicità ai quattro venti, ma non potevo.

Chiara notò subito dal mio aspetto che qualcosa era successo.

-“E così ti ha invitata questo giovedì?????? Ma è bellissimo!!”

-“Shhhh, così ci farai sentire da tutto l’ufficio, ti prego non dire nulla, aiutami solo a trovare un vestito che mi stia bene per dopodomani o mi suicido!”

Arrivata la sera del nostro incontro Chiara mi aveva fornito un abito da urlo, lungo e con uno spacco vertiginoso.

20.30. L’ora della verità, il momento che avevo atteso per anni.

Giorgio arrivò alla porta con un mazzo di rose rosse a stelo lungo. Erano bellissime.

Distolto lo sguardo dal mio, lo rivolse al mio vestito e i suoi occhi si illuminarono.

-“Non ce la faccio, sei troppo bella, perdonami per quanto sto per fare.”

Non capii fino a quando non mi baciò, gettai i fiori a terra e gli presi la testa tra le mani. Chiuse la porta e mi sollevò prendendomi in braccio.

Mi fece sedere sul tavolo della cucina che fu il primo piano di appoggio che aveva trovato e iniziò a spogliarmi e a spettinarmi i capelli.

Il vortice sessuale ci aveva improvvisamente colti.

Iniziai a bagnarmi per l’eccitazione e ad ansimare insieme a lui presa da quel fuoco inestinguibile.

Era sesso, era fervore. Morsi e schiaffi, urla e gemiti invasero la stanza nei successivi venti minuti.

Non potevo credere di aver fatto l’amore con un uomo visto appena tre volte.

Il modo che adoperò di trascinarmi in quella circostanza, e le sue mani che toccavano ogni parte di me mi portarono a fare cose mai fatte.

Un piacere senza precedenti pervadeva il mio corpo. Un bisogno implacabile, di cui sentivo fame. Quell’urgenza di essere amata e completata che ogni donna vera merita.

E nelle sue mani finalmente mi sentivo appagata e felice.

Non volevo smettesse.

Dopo la prima volta infatti arrivò la seconda, la terza, la quarta e la quinta fino alle prime ore della notte, senza fermarci.

Altro che ristorante e cena. Questo era molto meglio, molto più di quanto potessi credere.

Man mano che il sesso proseguiva, Giorgio si dimostrava sempre più dolce e affettuoso.

-“Come ti sei procurata queste cicatrici?”

-“Speravo non le avresti notate. Ma è quasi impossibile, ormai vivono con me e sono parte integrante di me. Ho subito una mastectomia per asportare un tumore al seno che stava diventando maligno.”

-“Sei bellissima Laura, proprio per queste tue cicatrici che ti rendono così, bella e speciale. Poche donne possono dire di essere così complete come sei tu. Io ti trovo fantastica.”

Mi fece gioire il fatto che Giorgio vedesse ben aldilà di quelle cicatrici che una volta avevano rischiato di farmi dimenticare quanto fosse preziosa la mia esistenza.

-“Resta con me stanotte. Voglio che tu faccia ancora l’amore con me, desidero il tuo corpo sul mio, voglio tu mi possieda come hai fatto finora.”

-“Tu sei già mia. Sei mia Laura, ed io non ti lascerò più andare via.”

Facemmo per la sesta volta l’amore. Da innamorati. Da persone desiderose di non lasciarsi più.

Fu difficile il mattino seguente lasciarlo andare via, sapendo che volevo restare con lui a letto tutto il giorno, a fargli da mangiare, a condividere insieme un film, a scherzare su aneddoti divertenti riguardanti la nostra improbabile prima volta, il primo innamoramento, le prime emozioni.

Tutte cose che una coppia ci si aspetta condivida quando c’è affinità e feeling.

Invece dovetti tornare al mio dovere, non senza riserve.

-“E’ stato meraviglioso restarti accanto questa notte, da troppo non provavo una sensazione simile. Non lasciarmi Laura, ti prego, non lasciarmi mai.”

Quel suo modo ripetuto di chiedermelo mi fece sentire quasi a disagio.

Non potevo credere si fosse già innamorato di me, non così in fretta, ma la gioia superava le perplessità.

-“Non ti lascerò Giorgio, te lo prometto se tu prometti di non lasciare me.”

-“Non lo farò di certo. Ormai sei mia!”, urlò dalla tromba delle scale.

Sorrisi ma ebbi poco tempo per pensare, ero in ritardo al lavoro, quindi andai di corsa a prepararmi.

“Il labirinto di orchidee”, di Letizia Turrà

Photo: Google search

SONO GAY, CHE CI POSSO FARE???

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“Carissimi mamma e papà, spero mi scuserete se per comunicare con voi uso questa lettera, ma proprio ora che sto morendo volevo rendervi partecipi di quanto realmente nella mia vita accade, ogni singolo giorno.

Volevo ringraziarvi per tutto ciò che avete fatto per me. Mi avete reso l’uomo che sono oggi, educato leale e gentile, soprattutto sincero.

Vi sorprenderà sapere che al contrario vivo una vita nella menzogna, fingo di essere ciò che non sono. Per troppo tempo ho fatto l’uomo “normale”, come piaceva alla società, che ancora non accetta quelli diversi.

Sappiate che non sono in un letto di ospedale perché Giulia mi ha lasciato, come voi pensate.

Giulia è stata una donna senza dubbio importante nella mia vita, ma qualcuno ha rappresentato qualcosa di più per me.

Ricordi mamma quando durante una funzione in chiesa mi dicesti che avevi la sensazione che il mio amico Carlo fosse omosessuale e che Dio non avrebbe gradito che quelli come lui partecipassero alla festa della domenica o facessero la comunione?

Oggi voglio dirti che sono un mucchio di cazzate, Dio ama ogni sua creatura senza precondizionamento e senza giudicare quelli che per dogma non sono graditi all’essere umano.

 Quelli come noi mamma. 

È giunto il momento che sappiate che è Carlo l’uomo che ho sempre amato, è lui l’uomo per il quale un mese fa ho tentato il suicidio che mi ha portato qui ora, rinchiuso tra quattro mura di ospedale, che saranno probabilmente l’ultima cosa che i miei occhi vedranno.

Non posso più mentire a me stesso, non posso più mentire a voi dopo la morte di Carlo.

Quelli come noi non sono mai stati davvero compresi, siamo costretti a nasconderci da occhi indiscreti, perché due uomini che stanno insieme sono un cancro inguaribile.

E pensare che proprio ora che sono qui capisco invece quanto sia importante avere la salute; che il vero cancro è l’indifferenza di taluni esseri umani verso gli altri loro simili….

Sono gay, che ci posso fare? Sono anche vostro figlio, questo non potete dimenticarlo.

Io vi ho sempre accettati per ciò che siete, perché non dovreste volerlo/poterlo fare anche voi?

Un figlio non pretende molto, se non avere l’amore e il consenso da parte dei genitori e noi figli non ci poniamo il problema di come siete, di come vestite, di chi frequentate, di quali sono i vostri studi né di quale sarà il vostro percorso. Noi vogliamo solo che viviate il più a lungo possibile per restare al nostro fianco, e vederci crescere.

So di avervi dato un dolore immenso ora, ma non sarà mai più forte di ciò che accadrà a breve, in questo letto di ospedale.

Quindi fatevi forza e se davvero mi amate, accettatemi per tutto ciò che ho scelto di essere in questa vita, perché è stata una vita sicuramente dura ma piena, piena di amore che io e il mio compagno abbiamo condiviso insieme, esattamente come voi due.

È vero, non possiamo procreare, ma non possiamo neppure andare contro natura, fingendo di essere chi non siamo per la paura di venire derisi.

Vi amo mamma e papà e vi amerò sempre.”

Vostro, Mauro

Perché è così difficile per i ragazzi come Mauro riuscire ad affermarsi agli occhi della società come uomo omosessuale, che ama un altro uomo?

Sarà forse colpa delle aspettative che troppo spesso i genitori ripongono nei figli, come quella che seguano un certo percorso di studi, di vita, lavorativo, senza rendersi conto che è importante non dare ai figli le cose migliori, ma quello che è meglio per loro.

Ho sentito genitori dire: “Preferisco un figlio malato ad un figlio gay!”. È stato per me aberrante, un bastone conficcato nello stomaco. Come se essere omosessuale fosse una malattia mortale; si preferirebbe una malattia più congeniale guaribile con i farmaci magari.

Ed ecco che aprendo i quotidiani vedo che si tengono anche corsi per far cambiare orientamento sessuale ai gay duri di comprendonio, che proprio non vogliono saperne di diventare etero.

Questa mancanza TOTALE di rispetto di ogni individuo non ha fatto altro che apportare danni alla nostra Società, dove veniamo indottrinati a seguire come timorati di Dio il percorso di Adamo ed Eva e viviamo con i precetti di qualcuno vissuto oltre 2000 anni fa.

Se solo alcuni sedicenti cristiani seguissero quanto Dio vuole loro insegnare, comprenderebbero proprio che egli non punisce le creature dello stesso sesso che si accoppiano, ma coloro che fanno del male ai loro simili!!!

Anche in natura esistono creature animali dello stesso sesso che si accoppiano sia in cattività che in ambiente naturale. Ne sono un esempio i delfini, le pecore, le scimmie antropomorfe e molte altre specie presenti in natura. Allora chi ha creato quelle creature? Forse un altro Dio,  un Dio deviato??

Fino a quando non sarà riconosciuta a ciascun essere umano la facoltà di sentirsi libero di esprimere anche la propria sessualità oltre al proprio pensiero non saremo mai liberi, ma solo schiavi.

Provate a pensare a quando conoscete una persona davvero interessante, intelligente, colta, con la quale condividete interessi particolari e momenti piacevoli. Quante volte vi siete posti il problema se fosse omosessuale, o meno?

MAI. Perché quella persona è interessante, intelligente e colta, piacevole, al di là del proprio orientamento sessuale.

Sappiate aprire la mente, il cuore, guardate oltre e giudicate non per partito preso, ma solo per ciò che realmente avviene intorno a voi o direttamente alla vostra persona.

Preoccupatevi di più del vostro vicino, curate la vostra famiglia, abbiate rispetto della vostra casa e dell’ambiente, di Madre Natura che tanto ci ha dato e che fa vivere in coesione tutte le creature.

Smettetela di lamentarvi di ciò che non va, e cambiate rotta se la vostra vita ha preso il binario sbagliato.

Riflettete gente, riflettete sulla cattiveria che cercano di scatenare in noi alcuni mezzi mediatici e proteggete i più deboli, e non sentitevi troppo sicuri, poiché un giorno potrebbe toccare a voi.

Vi saluto con una frase scritta da un utente anonimo su Internet:

Non esiste crimine più grave nell’impedire a due persone di amarsi.

Ed aggiungerei…. Al di là del loro sesso.

 A presto, Letizia T.

I nonni…

nonna e bambina

Non potevo tralasciare di parlare con questo capitolo di coloro che rappresentano in sostanza e concretezza la base della mia educazione e tutti i principi sui quali è fondato ogni mio credo: parlo dei nonni e della loro presenza nella vita dei nipoti.

Sono figure fondamentali nella vita di un bambino. Per me è stato così, se non fosse per loro non sarei qui tanto per cominciare, e non avrei mai capito cosa lega davvero due persone per 57 anni l’una all’altra; insieme hanno creato un rapporto di profondo rispetto, feeling e complicità, anche di fronte ai problemi che nella vita si sono posti davanti a loro, quando è scoppiata la tragedia della perdita di una delle figlie, e quando hanno avuto i problemi che tutte le coppie prima o poi affrontano.

I nonni sono rocce sulle quali possiamo contare ogni istante della nostra vita, sono stati genitori a loro volta, ed hanno imparato dai loro errori, come quello di trascurare i figli per il troppo lavoro ad esempio, quindi riservano al nipotino tutte le attenzioni, le preoccupazioni e le ansie quasi come se per loro si riaprisse un capitolo nuovo e fossero nuovamente genitori.

Potrò dirmi fortunata se un giorno diventerò nonna, vorrà dire che per me inizierà una seconda vita. Dal canto mio spero per l’età della pensione di godermi un po’ la vita, non voglio essere il genere di nonna che vive per il nipotino, io vorrei stare con lui, ma i figli sono principalmente dei genitori, non dei nonni.

La cosa bella dei nonni è che anche quando non li vedi a causa della distanza, è come se non fosse cambiato nulla dall’ultima volta, il tuo cuore scoppia di felicità nel vederli, sai che da loro puoi aspettarti la parola dolce, il regalino che mamma e papà non ti concedono, il sostegno nello studio o nelle tue passioni perché hanno tempo a disposizione.

Che belli i nonni, io lo dico sempre, anche se siamo lontani da tutti e quattro i nonni, quando finalmente ci riuniamo ecco che siamo tutti di nuovo lì insieme, come un tempo, con il calore del camino acceso e le caldarroste in inverno, l’immancabile scialle o plaid sulle gambe perché loro sono freddolosi e fanno tutte le loro raccomandazioni su quanti strati di abiti dovrai mettere al bambino perché ha le manine gelate e i piedini gelati (e credetemi, qui si parla di amore, non dell’ansia di cui parlavo nei capitoli precedenti).

Ecco, loro per me sono tutto questo: un immutabile ricordo di cucina casalinga, di profumo di pane, bucato, di coccole sincere, di aspri rimproveri, di tutto quello che rappresenteremo perché in fondo in noi c’è anche una parte tangibile di loro.

A volte possono nascere scontri tra la mamma e la nonna a causa delle insicurezze che alcune mamme possono avere nel loro “esclusivo” rapporto con il figlio (diventiamo anche noi gelose di nostro figlio come le suocere che tanto critichiamo), oppure a causa della troppa invadenza della nonna, che non tralascia neppure un’occasione per far presente alla mamma quanto sia utile ascoltare i suoi consigli, data la sua ottuagenaria esperienza, senza fare affidamento sul fatto che esiste un’esperienza che ognuno di noi ha diritto di praticare da sè, senza consigli di questa o quell’altra persona.

Ma i nonni sono belli anche per questo, lo fanno per aiutare, non biasimateli dunque, un giorno potrebbero mancarvi.

Quindi per questo voglio ringraziare di cuore tutti i nonni, che con la loro presenza arricchiscono la vita dei nostri bambini, sappiate apprezzarli, finchè ci sono.

da “Manuale della mamma fai da te” di Letizia Turrà

Photo: Internet

I miei sei anni e i miei ricordi… quando la mente ti riporta indietro.

2015-07-29 07.02.11

Apro la scatola di pastelli di cera.

Il suono è diverso dagli altri: è rigida, l’odore che ne fuoriesce è inconfondibilmente vicino al legno puro, i colori sono vivaci, si intuisce che si tratti di pastelli artigianali.

Li prendo uno ad uno e li sfioro con le dita: sono ruvidi, lunghi, e con l’indice ne sento la punta zigrinata.

La mia mente subito viene riportata ai miei sei anni, al mio primo giorno di scuola.

Mia nonna mi faceva sempre il codino sulla fronte, a mo’ di unicorno, avevo il grembiule nero col colletto bianco, le calzette bianche e il vestitino bello perché lei ci teneva che fossi impeccabile.

Posso ancora con la mente rivedere la scuola nel primo giorno, grande, bianca e piena di bambini.

Sembravamo tutti uguali, eppure eravamo tutti diversi, non solo per la diversa etnia.

In quei primi giorni di inizio settembre il caldo torrido che ci distaccava dal mare ci scovava storditi, ma spigliati e curiosi per quella “nuova vita” che ci attendeva.

Avevamo uno zaino nuovo, un astuccio moderno con penne nuove e brillanti, nuovi compagni, aule pulite, gessi nuovi e lavagne ancora intatte, scure come la pece.

Era tutto bello in principio.

Poi col tempo, anche quella sensazione gioviale si tramutava in un’abitudine, perdendo così la bellezza iniziale.

Allora diventavi uno scolaro, pieno di compiti, e capivi che la vita era una gran rottura!

Sorrido nel rimpiangere quei momenti tanto preziosi, in cui ho desiderato ardentemente di diventare grande, quando avrei dovuto pretendere di rimanere come ero (sarebbe stata la cosa migliore).

Adesso vivo con un’altra ottica, quella di mamma, mentre preparo quei pastelli che sfioro con cura per la mia Gaia, che a settembre ha visto l’inizio del suo nuovo percorso di alunna.

Quegli stessi pastelli che mi hanno riportata indietro a quando anche io ho vissuto quelle emozioni, che ho mantenuto custodite nel cuore, salde come lucchetti arrugginiti, ormai impossibili da violare.

Non ho mai smesso di pormi domande su quanto studiavo, e ho chiesto a mia figlia di fare lo stesso. Voglio che mantenga il suo spirito fanciullesco ma allo stesso tempo si chieda sempre se esista una verità oltre quella che vede in apparenza.

Una volta chiusa la scatola sono tornata alla normalità, ho realizzato che quei momenti non torneranno più indietro.

Almeno, non in questa vita che ho già vissuto per un terzo.

Non posso che riflettere sulla bellezza che ha il suono della voce delle mie figlie che si trovano fuori a giocare, e che sono ignare che si cresce e che la vita ti riempie di responsabilità, dalle quali non sempre puoi scappare.

Io stessa mi sono voltata e di quei giorni non è rimasta traccia, se non il ricordo della mia memoria cinestetica e il profumo nell’aria di mia madre e di mia nonna, che non sono più al mio fianco.

Letizia T.

Photo: Autentic Crayons from my private archive

Le avversità…

passione

Le avversità mi sono sempre servite per capire che la vita non è una fiaba dove tutto magicamente appare e scompare, ma è una sfida continua fatta di problemi e lesioni interne. Solo chi ha varcato la soglia del dolore e la affronta superandola nel livello più alto riesce a comprendere quanto sia importante ogni singola esperienza e quanto quel dolore che sembrava così insuperabile, sia un ulteriore mattone che si aggiunge alla nostra struttura morale.

Ed io quel dolore fatto di mattoni lo avevo conosciuto bene e continuavo ancora a viverlo.

Il dottore me lo aveva detto che non sarebbe stato un passaggio facile. Una malattia come il cancro ti fa attraversare momenti che vorresti solo cancellare e non rivivere mai più.

L’unica scelta che puoi fare è decidere di vivere al meglio il tempo che ti rimane e quello che trascorre.

Ero in attesa del peggio dopo quanto era successo la notte precedente.

Pensavo che Cesare sarebbe andato via per sempre ora che aveva avuto da me ciò che voleva.

Le cicatrici, che fino a quel momento non mi facevano male, avevano ricominciato a tirare come se avessi piccoli aghi sotto l’ascella.

Passai la mattina a letto ripensando alla notte con lui.

Era come se avessi ancora le mani di Cesare nuovamente su di me. Potevo anche sentire il suo respiro e rivedere i suoi occhi meravigliosi.

Per tutta la notte mi aveva stretto come si stringe qualcosa che non vogliamo vedere andare via e che temiamo di perdere.

Eravamo ormai due adulti consenzienti, che rispondevano alla loro unica volontà, quella di stare insieme.

Contro ogni mia previsione pessimistica, venne a trovarmi nel primo pomeriggio.

Mi sembrò di aver fatto un salto indietro di cinque anni improvvisamente quando lo vidi arrivare in jeans con sottobraccio un mazzetto di narcisi.

-“Se non la smetti di portarmi fiori mi farai ammalare di qualcos’altro!” gli dissi accarezzandogli il viso.

-“Nessuno è mai morto per eccesso di fiori, semmai per il contrario!”

Mi baciò tentando di togliere la bandana dalla mia testa.

-“Non farlo, ti prego. Provo ancora un certo imbarazzo nel farmi vedere senza capelli.”

-“Sbagli sai, dovresti accettare anche questo lato di te. Balla, canta, sorridi come facevi una volta. E se corri fino a perdere fiato che ti importa? E’ così che si assapora la vita, quando le ginocchia sanguinano e il tuo occhio non vede l’orizzonte. Troppo pensare, poco agire. Troppo volere, troppo poco Amore. Ora ti vestirai e verrai fuori con me.”

Letizia T.

Esiste un libro con il nostro destino?

destino

Chissà se esiste un destino già scritto. Un libro contenente la nostra storia.

Chi o cosa decide quale sarà il vagone del treno su cui saliremo o il modificarsi degli incontri a seconda dello spazio temporale?

In quale modo il nostro pensiero è corresponsabile degli eventi che si susseguono?

Vi è un romanzo già scritto per ciascuno di noi che da tutti viene definito destino?

Solitamente il destino è associato ad un evento tragico, un incidente ad esempio o un evento di portata catastrofica.

Difficilmente si parla di destino quando arriva una malattia.

Forse perché molti di noi ritengono che una malattia sia una disgrazia o la causa di una nostra negligenza.

Perché allora non parlare di destino anche in quel caso?

Al contrario un incidente improvviso viene considerato causa del destino.

Era già scritto per noi negli eventi che ci saremmo trovati quel giorno a quell’ora in quel determinato luogo.

Suona quindi contraddittorio dal momento che molte persone sostengono che sia ogni uomo ad essere artefice del proprio destino.

Non so ancora se sia qualcosa che ci chiami già dalla nostra nascita per quello che sarà più avanti la nostra vita.

Posso però sostenere in base alle esperienze, che ci sono alcune persone che non entrano per caso nella nostra vita.

Alcune entrandovi la migliorano, la rendono felice e degna di essere vissuta.

Altre la migliorano uscendovi.

Altre ancora la peggiorano nel più subdolo dei modi, apparentemente benevolo ma che con il tempo non fa che trasformare le nostre peculiarità in difetti e distruggere ciò che ci rende speciali.

Quelle persone con il loro arrivo interferiscono anche con il nostro percorso.

Usciti dall’ambulatorio, Cesare mi guardò con visibile imbarazzo.

-“Mi è successa una cosa straordinaria e vorrei condividerla con te.”

Sorrisi pensando a qualcosa di molto speciale vedendolo tanto emozionato.

-“Ho conosciuto una donna. È più grande di me, non so come sarà ma vorrei provare a conoscerla meglio e magari intraprendere una relazione con lei.”

Sbarrai gli occhi incredula.

-“Ma è fantastico! Che meravigliosa notizia mi stai dando!”

Nella realtà la potenza di un’intera montagna si scagliava contro di me prepotentemente seppellendomi ed io avrei preferito restare lì a soccombere, piuttosto che udire di quella sua felicità.

Era il mese delle notizie devastanti.

Mi ricordo solo che a quel punto mi sentii definitivamente sola nel mio dolore e le spine che avevo nel cuore si fecero ancora più dure.

Letizia Turrà, “Il labirinto di orchidee”

Michael Jackson, storia di un eterno bambino…

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Before you judge me, try hard to love me…

L’eterno bambino, la star più caritatevole del pianeta con donazioni pari a circa 400 milioni di dollari elargiti per scopi benefici e umanitari.

Ripesco dal mio archivio privato un “Rare Video”, che tengo custodito da quando sono diventata una sua fan nel lontano 1997.

È il 1993 e Michael Jackson, ormai una star multimilionaria, scarta alcuni pacchetti regalo nel giorno di Natale in un video girato da alcuni amici nella sua Residenza di “Neverland” acquistata nel 1988 per l’esorbitante cifra di 20 milioni di dollari.

È così che ha chiamato quel regno l’eterno bambino ispirandosi proprio alla fiaba di Peter Pan, figura da lui amata.

Ed eccolo nuovamente in pigiama, spettinato, che legge una favola a Paris e Prince sul suo divano di velluto rosso.

Non è mai stato bambino, Michael, per volere di suo padre Joseph è stato costretto a esibirsi dall’età di 5 anni insieme ai fratelli Tito, Marlon, Jackie e Jermaine; da lì la sua corsa non si è mai arrestata.

Michael ha l’aspetto di un nano, un piccolo James Brown in miniatura dotato di una grinta non comune e una voce davvero angelica.

Sarà la madre Katherine ad accorgersi di quella voce udendolo cantare in solitaria, un giorno, in casa.

The Jackson 5 - Wikipedia

Un bambino nato per ballare, cantare, recitare ed esibirsi davanti a un pubblico con cui manterrà un rapporto d’amore e di fiducia fino alla fine.

Costretto a fare tutto ciò che un adulto farebbe in piena coscienza, mentre Michael lo vive come un sacrificio, una privazione che lo allontana da una normale infanzia fatta di giochi con il pallone, che a lui sono categoricamente vietati da Joseph.

Brucia interiormente quel dolore, bruciano le vergate che il giovane Michael e i suoi fratelli ricevono dal padre perché protestano per le infinite ore passate in studio a registrare e a provare.

I Jackson 5 erano un prodotto e un prodotto va educato, guidato e sottoposto a una routine di profondi sacrifici col sangue, perché possa vedere compiersi la realizzazione del suo successo.

Così quel ragazzino nato a Gary in Indiana, il 29 agosto 1958, si trasforma nella gallinella dalle uova d’oro, l’opportunità di successo anche per i fratelli sicuramente meno dotati di lui vocalmente e scenograficamente.

Ben presto quel successo scala le vette di ogni classifica, i loro singoli scalzano dal podio i temuti e rispettati Fab Four (i Beatles) che se l’erano aggiudicato per “Let it be”, scritta da Paul Mc Cartney.

Il 1978 è l’anno della svolta per Michael, col debutto da solista di “Off the Wall” prodotto da Quincy Jones che Michael conosce durante le riprese del rifacimento de “Il mago di Oz”, in cui recita al fianco di Diana Ross, star musicale alla quale rimarrà sempre legato.

Off the Wall : Michael Jackson: Amazon.it: CD e Vinili}

L’album non ottiene il successo sperato ma permette al pubblico di conoscere Michael nelle vesti di solista, al di là dei Jackson 5.

È nel 1982, anno di uscita di “Thriller”, che viene consacrato come il “Re del pop”, rimasto in assoluto l’album più venduto di tutti i tempi nella storia della musica, con 110 milioni di copie vendute.

Nessuno immagina quanto grande possa essere il successo di Michael neppure la sera in cui, per i festeggiamenti del 25° anno di vita dell’etichetta Motown, si esibisce in “I’ll be there” con i suoi fratelli. Michael abbraccia i fratelli: è un abbraccio simbolico che servirà a dire chiaramente addio al progetto “band”.

Infine si volta, indossa una giacca nera e un abito colmo di paillettes scintillanti, un guanto bianco e un cappello nero.

È il 25 marzo del 1983, di lì a poco il mondo conoscerà “Billie Jean”. Il pubblico rimane col fiato sospeso, mentre Michael indietreggia facendo conoscere il MOONWALK, una tecnica di ballo imparata osservando i neri di quartiere che ballavano in strada, poi da lui perfezionata per essere esposta agli occhi del mondo.

Michael lancia mode, costumi, balli free stile; è testimonial di moto, bevande, tempo libero, e tutte le aziende lo bramano per la sua immagine vincente.

Nessuno può arrestare la sua corsa, tranne una multinazionale: un colosso del mercato come Pepsi Cola di cui Michael è testimonial nel 1989. La star e i fratelli stanno girando uno spot per la nota marca, in cui simulano un’esibizione in concerto.

Accade tutto velocemente: a causa di un problema accidentale con gli effetti pirotecnici, i capelli di Michael prendono fuoco. Il cantante non se ne accorgerà subito, se non quando gli strati di pelle verranno bruciati quasi fino ad arrivare al cranio.

Il dolore è folle, più della corsa disperata in ospedale per salvargli la vita e i diversi i trapianti di cuoio capelluto tentano di rimediare il danno.

Il risarcimento, che ammonta a circa 1.5 milioni di dollari, sarà interamente devoluto in beneficenza all’ospedale “Brotman Medical Center”, che oggi riporta il nome di “Michael Jackson Burn Center”.

Da quella tragedia Michael non si riprenderà più, i farmaci e gli antidolorifici che è costretto a prendere lo renderanno dipendente per tutta la vita da quelle sostanze.

Di lui cominciano a circolare le voci più assurde e controverse: si sarebbe sbiancato la pelle per diventare bianco a ogni costo perché lui odia il fatto di essere nero, si sarebbe sottoposto a 13 operazioni di rinoplastica, dormirebbe in una camera iperbarica per non invecchiare, nel suo ranch inviterebbe bambini allo scopo di abusare di loro, e molto altro.

Tutte fandonie che gli costano sul piano personale (Pepsi scioglie addirittura il contratto con la pop Star), e in termini economici ingenti somme di denaro.

Michael scrive “Childwood”, chiede al suo amato pubblico di amarlo davvero prima di giudicarlo come uno stupratore di bambini.

Solo la sua tenuta di Neverland è in grado di ridargli quello spazio fanciullesco perduto e a lungo desiderato.

Michael Jackson's Neverland Ranch: See Photos After Price Drop | Style &  LivingLe porte del suo Ranch sono sempre aperte. Anche per Martin Bashir, un giornalista pakistano senza scrupoli che userà il materiale girato in 8 mesi all’interno della tenuta contro lo stesso padrone di casa: per ogni confidenza privata che Michael gli farà, lui tenterà di far comprendere al pubblico che qualcosa in quel personaggio “non quadra”.

Michael lascia che i bambini dormano con lui, legge loro le favole, gioca e scherza con loro come un adulto solitamente non fa. Tutto lascia sottintendere che quell’interesse morboso celi una possibile pedofilia.

Michael Jackson's 'Neverland' Hits Market With New Name - ABC News

Quel colpo basso non farà che compromettere ulteriormente l’immagine del cantante.

Michael si dimostra debole, fragile e troppo ingenuo, è nel pieno di una causa giudiziaria con l’accusa di avere abusato di Jordy Chandler, un ragazzino che avrebbe accolto nella sua residenza con l’obiettivo di curarlo dalle sue malattie, pagando interamente  tutte le spese mediche.

Bashir tradisce la fiducia di Michael tagliando intere sequenze e omettendo le parti più importanti, facendo emergere prevalentemente i temi negativi.

Quelle accuse che si dimostreranno in seguito palesemente false, costeranno a Michael cospicue somme di denaro e anni di stress emotivo, nonché la continua dipendenza dai farmaci per riuscire a dormire.

Nel 2005 abbandona Neverland ma non il suo pubblico; la sua arte e le sue attività benefiche con la “Heal the world foundation” che rappresentano il fulcro della sua vita, proseguono.

Entra di diritto nel Guinness dei primati per il singolo più venduto di tutti i tempi (100 milioni con Thriller), record tutt’oggi mai raggiunto da  nessun altro.

Da molto tempo, però, Michael non si concede al suo pubblico con un Tour di rilevanza mondiale.

È il 5 marzo del 2009 quando durante una conferenza stampa, sorridente e ben vestito, annuncia  il suo ritorno sulle scene con una serie di concerti.

“This is the final curtain call”: “Queste saranno le mie ultime esibizioni”, afferma con disarmante certezza.

Sembra quasi trattarsi di una profezia. Il 25 giugno, esattamente tre mesi dopo, ha un malore dovuto a un’eccessiva dose di Propofol, un potente anestetico usato in sala operatoria, iniettatogli in una dose massiccia pari a 5 volte  dal medico Conrad Murray.

Muore così il Re del pop, alla vigilia dei suoi 51 anni, lasciandoci sgomenti e senza una reale forma di giustizia.

Un grido inascoltato il suo, una richiesta di aiuto dell’eterno bambino urlata a squarciagola fin da piccolo, mai compresa davvero.

Lui che aveva sempre donato, che insegnava ai suoi collaboratori che per far bene le cose bisogna farle con AMORE. “Do with Love, with L.O.V.E.”, ripeteva facendo anche lo spelling perché fosse a tutti più chiaro.

L’amore che lo ha spinto avanti per tutta la sua vita, senza fare in modo che si stancasse mai di donare al prossimo ogni briciolo di sé.

Neverland fu in seguito abbandonata, per poi essere riacquistata ad un valore nettamente più basso rispetto a quello di mercato: 22 milioni di dollari a fronte dei 100 milioni richiesti.

Addio sogni, addio giostre e go-kart, addio musica e oggetti a cui Michael era profondamente legato.

Michael Jackson: 37 anni dopo, Thriller è l'album più venduto di sempre

45 anni di musica non si possono descrivere brevemente in un articolo. Jackson ha venduto quasi 2 miliardi di dischi nel corso della sua vita. Non esiste un posto nel pianeta che non sappia chi sia Michael Jackson.

Io ho tentato di riassumere un pezzo della sua vita scrivendo di lui, perché desidero che molto dell’amore che Michael mi ha donato con la sua musica e la sua essenza in qualche modo ritorni a lui, dovunque adesso si trovi.

Molte leggende internettiane lo vogliono ancora vivo, dicono che la sua morte sia stata solo inscenata per chissà quale assurdo motivo.

È ovvio che dietro tali teorie si nasconda la mancata accettazione della morte di una persona tanto importante, speciale e al tempo stesso amata.

Una cosa che Michael diceva risuonerà sempre nella mia mente:

“La conoscenza non è fatta solo di biblioteche piene di carta e inchiostro, è anche fatta dai volumi che sono scritti nel cuore degli uomini, modellati sull’animo umano e incisi nella psiche di tutti noi.”

Addio amico caro. Addio.

Letizia T.VENDUTO IL NEVERLAND DI MICHAEL JACKSON • MVC Magazine

Amy Winehouse- Quando l’amore può fare male…

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“Tutto mi dà ispirazione… Tutto ciò che accade nella vita…”

Risuonano come tamburi queste parole pronunciate da un corpo esile, carico di emozioni e note, che sembrano voler straripare da ogni dove.

Sono quelle di una fanciulla dai capelli alti che assomigliano a nidi d’ape, scuri e grossi come le radici di un albero.

Sarà proiettato per tre giorni al cinema, dal 15 al 17 settembre, il documentario “Amy”, che racchiude gli inizi della bellissima e talentuosa cantante.

Si parla di Amy Jade, più nota come Amy Winehouse, che con il suo esordio a soli 20 anni dimostra di avere una grinta e una capacità vocale al di sopra della media, diventando la cantante Soul più apprezzata degli ultimi 10 anni.

Dovevano capirlo mamma e papà che quello scricciolo di appena 10 anni quando fonda il suo primo gruppo Rap, di strada ne avrebbe fatta tanta.

A tredici anni riceve in regalo la sua prima chitarra, e a 16 entra nella National Youth Jazz Orchestra, con la quale ha la possibilità di far vedere le sue doti canore.

Comincia a scrivere le sue canzoni, e nel 2003 pubblica “Frank”, il suo primo album, che però non le riconosce il successo che merita.

Qualche tempo dopo racconterà in un’intervista che il suo amore per la musica è nato dai dischi che origliava dalla stanza del fratello, appassionato delle grandi cantanti Soul e Jazz degli anni 30/40.

È con “Back to Black”, contenente molti brani di ispirazione personale dovuta alle sue travagliate vicende amorose, che Amy entrerà di diritto nell’Olimpo delle cantanti Soul, arrivando a vincere tre dei quattro premi attribuiti in una sola serata per Back to Black nella categoria “Migliore canzone”, cinque grammy nelle categorie “Record of the Year”, “Song of the Year” e “Best Female Pop Vocal Performance” e uno nella categoria “Miglior artista emergente”.

Piovono successo e denaro su di lei, ma ciò di cui Amy ha bisogno, che tiene nascosto sotto quella coltre di capelli e eye-Liner in realtà, è amore.

Sembra quasi volere affogare questo bisogno nell’alcol, l’unico amico che non le chiede nulla in cambio, le riempie le serate e la aiuta a dimenticare per quale motivo lei senta tanto forte quel vuoto.

Era partita come una stella destinata a non spegnersi; poi, improvvisamente il suo volto emaciato raccontava di una Amy scontrosa, irascibile, sempre in lotta con gli uomini con cui allacciava relazioni che poi finivano sbattute in prima pagina su Tabloid di poca rilevanza, che servivano più a uccidere la star che a darle risalto.

Si presenta ai concerti senza voce, si giustifica dicendo che ha avuto un enfisema polmonare, alcuni problemi respiratori e per questo passa qualche tempo in clinica.

Ormai in molti dei suoi concerti è totalmente ubriaca, vomita in un angolo, appare sempre più magra e triste, perdendo quattro taglie tra il secondo e l’ultimo album.

In fondo chi non vorrebbe una vita come quella di Amy? È famosa, ricca, amata e bella, eppure qualcosa che le manca c’è, più forte dell’alcol, più forte delle lacrime, più solido dell’amore dal quale sembra volersi districare.

Divorzia da suo marito e ricorre alla mastectomia per aumentare il seno. Cambia continuamente e stravolge il suo corpo, sul quale infierisce in tutti i modi.

Chiede l’affidamento di una bambina caraibica, che potrebbe significare la svolta per Amy, un figlio che la aiuterebbe a comprendere quale sia la motivazione che spinge avanti ogni madre: l’amore per un figlio.

Purtroppo non arriverà mai il momento in cui le due anime si incontreranno, Amy Winehouse e il suo corpo straziato dall’alcol saranno rinvenuti privi di vita nella casa della star, al numero 30 di Camden Square, un elegante quartiere di Londra, il 23 luglio del 2011, intorno alle 15 del pomeriggio.

Ricordo ancora che con sgomento appresi la notizia, fino a poco tempo prima Amy era viva, in un modo o nell’altro, e di improvviso non c’era più.

Morire a 27 anni così, sola. Chi lo avrebbe mai detto…Proprio quando trovi un equilibrio, la vita è lì pronta per colpire, a volte riprendi la rotta ritornando sul binario, altre volte le troppe scelte sbagliate concatenate tra loro ti fanno deragliare, e uscire dal binario.

Come nel caso di Amy, il treno della vita l’avrebbe portata lontano forse, e invece ha avuto uno “Stop and go”, è così che hanno definito i medici legali al termine dell’autopsia, la causa che avrebbe portato la Winehouse alla morte. Era pulita quando, non si sa per quale reale motivo, ha ripreso a bere un grosso quantitativo di alcol che il corpo non è stato in grado di sostenere soprattutto per via della sua magrezza.

È volata via quel piccolo fiore delicato con la voce nera, una voce che richiama l’anima, così come il buon Soul impone a chi lo celebra.

Le sue ceneri e quelle della nonna Cynthia, alla quale la cantante era devotamente legata, saranno unite dopo la sua morte, come Amy avrebbe voluto.

Deve essere stato anche a causa di quella perdita che Amy si è sentita destabilizzata e ha trovato nell’uso massiccio di droghe e alcol la sua consolazione.

Dei suoi genitori dirà: “Quando mio padre ha lasciato mia mamma lei ne rimase sconvolta, ogni notte piangeva, cadeva a pezzi e ho pensato che era una donna debole fino a quando ho capito che era mio padre, il debole. Non è stato capace di far funzionare le cose. Mia madre fu quella forte alla fine.”

Amy al contrario non ce la fece a sostenere tutto quel bisogno, né ad essere forte come doveva, e non ce l’ha fatta a reggere gli abbandoni.

Mi piace ricordarla con la sua spontaneità quando in tempi migliori diceva in “Do you still love me Tomorrow?”:

Questo è un tesoro che durerà? 
o è solo un momento di piacere?
posso credere alla magia dei tuoi sospiri?
continuerai ad amarmi domani?

stanotte, con parole non dette
dici che sono l’unica per te
l’unica, si
ma il mio cuore si spezzerà quando
la notte incontrerà la stella del mattino?

vorrei sapere che il tuo amore
è un amore di cui posso essere sicura
quindi dimmelo adesso,
perché non te lo chiederò di nuovo:
continuerai ad amarmi domani?”

Ecco cosa voleva Amy: Amore, niente altro. Solo amore.

E chi l’ha amata quando era in vita non potrà che amarla ancora oggi.

Riposa in pace Amy, sei salita solo un po’ più in fretta di tutti noi lassù, ma ci rivedremo per una Jam Session, prima o poi.

A presto,

Letizia T.

Morire di nostalgia per qualcosa che non vivrai mai…

lui e lei
E’ uno strano dolore.. morire di nostalgia per qualcosa che non vivrai mai… A. Baricco

 

…”E poi guardami, sembro il brutto anatroccolo, guarda come sono magra, non so neppure di donna! Non troverò mai un ragazzo!”

Sorrise guardando i fiori che mi aveva regalato.

-“Quindi vuoi dirmi che ho portato questo mazzo di fiorellini ad una donna magra, brutta e insicura? Io credo invece che non si è mai davvero lontani da chi abbiamo amato finché cuore e mente, seppur in modo remoto, rievocano nei ricordi le persone che hanno dato senso a tutto ciò che ci circonda. Questo riguardo tuo nonno…”

-“E… riguardo me?”, dissi maliziosamente.

-“Penso che tu sia bellissima come una rosa, ma piena ancora di spine, spine che pungono facendo uscire il sangue. Sei ancora in grado di farmi male.”

Mi colpì molto quella descrizione di me che non ero mai stata in grado neppure io di vedere prima di allora.

Bella come una rosa ma colma di spine.

Lo guardai negli occhi e guardai le sue mani.

Ogni giorno in più che passava pensai che stesse migliorando col tempo, si faceva sempre più profondo e mi affascinava quel suo sguardo smarrito e furtivo. Quello sguardo che sembrava non soffermarsi su niente ma che invece riusciva nitidamente a leggere in ciascuno delle persone che incontrava con una tale certezza e un’assoluta purezza da lasciare stupiti e inquieti allo stesso tempo.

Si avvicinò per darmi un bacio, ma io mi tirai indietro.

Come tutte le cose belle che amavo, tendevo a rifuggirne per la paura che, una volta arrivate al cuore, esse non sarebbero più riuscite a soddisfare quel mio bisogno di essere “riempita” di sentimenti.

Era come se fossi attratta dal senso di vuoto che tira a sé più del pieno, che spesso davo per scontato.

“Il labirinto di orchidee” di Letizia T.

Tutti i diritti sono riservati e protetti.

Photo: Internet

Sei brutta, fai schifo! La cattiveria della rete e dei Social che possono uccidere.

How to Cover Up A Breakout, According to Beauty Vlogger Em Ford

Sei bellissima, wow, quanto mi piacerebbe conoscerti!”, e milioni di like al seguito.

Un istante dopo: “Fai schifo, sei orribile, guarda la tua faccia, è un tappeto di brufoli schifosi, sei disgustosa!”.

È ciò che è capitato a Em Ford, una blogger inglese incappata nella spiacevole esperienza di essere se stessa. Solo quello: unicamente se stessa.

Questa bellissima 23enne è stata vittima di una pioggia di insulti sulla rete dopo aver mostrato il suo vero volto al pubblico.

Era stanca di apparire perfetta (Em ha un blog dove le donne vengono istruite attraverso dei Tutorial a truccarsi per differenti eventi al fine di apparire più belle), così ha mostrato cosa c’era sotto quel trucco.

E tutte le persone che prima lodavano il suo operato con esaltazioni e complimenti, improvvisamente le si sono rivoltate contro perché così come si mostrava era brutta, piena di un’acne così vistosa, da ricoprire gran parte del suo volto.

Mi sono chiesta allora perché apparire sia tanto importante.

Vedo costantemente in rete – soprattutto sui social – foto perfette ritoccate all’inverosimile quasi come a voler far passare il messaggio che per essere giuste o idonee per chi ci osserva, si debba necessariamente possedere anche una pelle di porcellana, essere ben vestite, essere magre, avere denti perfetti.

Chi se ne importa se poi chiuso l’uscio di casa, siamo quello che realmente siamo: piene delle nostre insicurezze, piene di difetti, con l’alito al mattino puzzolente e i capelli arruffati, sudate e scontrose nel periodo mestruale, brucia padelle nonostante tutte le puntate di Masterchef, mangia cioccolato e popcorn di fronte a un film sul divano (altro che Party mondani e champagne in compagnia)!

Aprire certi giornali è diventato deprimente: esibizione di sederi scolpiti mostrati con gran disinvoltura al mare dalle Vip che nonostante quattro gravidanze sono tornate subito in forma. Il giornale (ovviamente) lo rimarca perché ci tiene che tu sappia che è necessario essere in forma sin da subito dopo la gravidanza, e ti propone di scorazzare facendo zumba con il passeggino per strada così da perdere più calorie (guai a te se ti permetti un po’ di cellulite sul culo, non puoi usare Photoshop che costa migliaia di Euro e che solo le Vip possono permettersi).

È pericoloso essere se stessi, e là fuori c’è che chi ci vende una perfezione che nella realtà non esiste.

Se non altro una cosa positiva in tutta questa vicenda c’è: Em è stata contattata dal canale You Tube, che le ha chiesto di mostrare la sua arte di trasformare un volto sfigurato come il suo in quello di una ragazza bellissima, riscuotendo maggiore visibilità e aiutando le donne come lei (e come tutte noi) a superare quel muro di insicurezza dettato da un aspetto che non rispecchierebbe certi canoni.

In qualche modo è stata ripagata dei suoi sforzi, e chi ha tentato di affossarla le ha giovato.

Come dice il famoso detto: “Bene o male che se ne parli, l’importante è che se ne parli!”.

A presto,

Letizia T.

Photo and video: Em Ford

“Le donne con le palle” – Anna Wintour e le donne come lei…

wintour

È la stronza per eccellenza, quel tipo di capo che tutte vorremmo schivare nella vita e alla quale auguriamo anche la morte, se possibile.

Quell’amica che non vorremmo mai portare fuori per una serata perché troppo puntigliosa sui vestiti che metteremmo per quell’evento, troppo criticona, ci squadrerebbe dalla testa ai piedi facendoci sentire sempre fuori posto.

Perché lei di moda ne capisce… e anche tanto.

La signora in questione è Anna Wintour, direttrice di Vogue, la rivista di moda per eccellenza, dal lontano 1988. Un posto che ha ricoperto grazie alle sue doti di determinata imprenditrice.

Deve essere stato traumatizzante molti anni orsono per l’allora direttrice di Vogue, trovarsi di fronte al colloquio con una giovane Wintour, che alla sua domanda: “Che ruolo vorrebbe rivestire nella nostra azienda?”, si è sentita rispondere: “Il suo!”.

Fa tremare le gambe questa risposta; poche sarebbero in grado di avere le idee tanto chiare.

Poche ma non Anna, maniaca del controllo, metodica all’inverosimile, riservata nel privato al punto che poche sono le informazioni che trapelano persino dalla rete su di lei.

Si sa poco di lei, se non delle sue controversie di cui si parla spesso avute con i suoi ex collaboratori tra cui una segretaria che ci ha fatto pure un libro sulla sua capa stronza, da cui è poi nato il film “The devil wears Prada”, meglio conosciuto in Italia come “Il diavolo veste Prada”, velatamente (neppure tanto) ispirato alla temuta figura della direttrice di una delle più autorevoli, se non la più autorevole, rivista di moda di tutti i tempi.

Tutti parlano di lei come una donna ossessionata dall’aspetto: dalla selezione di eventi a cui presenziare, al peso delle modelle e delle star che appaiono sulla copertina della rivista, come nel caso di Oprah Winfrey, che parrebbe essere stata “invitata” dalla Wintour a dimagrire di 20 kg pur di apparire nel servizio di Vogue.

La perfezione assoluta, ecco cosa esige Anna, ed io penso nel mio intimo che non è poi così sbagliato essere devoti al proprio mestiere al punto da farlo diventare la nostra ragione di vita, purché esso punti al raggiungimento del nostro miglioramento senza necessariamente toglierci il fiato, rischiando di compromettere anche il nostro privato.

Credo che tutte le donne corazzate come Anna abbiano combattuto in quanto tali per affermarsi, rischiando di essere surclassate da giovani pretendenti del loro ruolo senza alcuna capacità, né amore, per quello che facevano, lottando quotidianamente per rimanere sulla cresta dell’onda munendosi di una tavola da surf gigante.

Per essere una madre retta, una moglie convincente, una direttrice credibile, soprattutto per una massa che punta solo all’apparenza.

Apparenza che Anna, nonostante la sua età, sembra portare con l’assoluta fierezza di una ragazzina, elegantissima sui red carpet delle maggiori sfilate dei migliori stilisti nel mondo e sempre in prima fila, con il posto riservato accanto alla sua amica Franca Sozzani, la direttrice di Vogue Italia.

Nonostante molti la detestino, è indiscussa regina di stile, imitata da molti, fonte di ispirazione per cartoni animati e film, come nel caso del sopraccitato “Diavolo veste Prada”.

Tutte lottano per non essere donne come Anna, eppure tutte in fondo vorrebbero essere come lei o piacerle, come accade alla protagonista del film, Andrea, che ci tiene tanto a far vedere che si prende sul serio, senza sapere che ogni singola sua decisione non è poi così distante da quel mondo dorato che ella stessa vuole (inizialmente) respingere.

Perché tutte vorremmo occupare quel posto in cima, tutte vorremmo avere un reddito da 2 milioni di Euro annui, non tanto perché sia bello, ma solo per vedere riconosciuto il nostro diritto a guadagnare come un uomo, a sedere accanto a persone dal potere immenso, perché ce lo siamo meritate, nessuno ce lo ha regalato.

Tutte vogliamo poter dichiarare: “Ce lo siamo sudate”.

Madre di due figli e desiderosa che la figlia crescesse nella moda, quest’ultima preferirà seguire un altro percorso, quello degli studi in legge.

Intanto Anna, pragmatica e metodica, ogni mattina si alza sempre alla stessa ora per compiere sempre gli stessi rituali, che la rendono sicura.

Quei rituali che l’hanno resa la donna più criticata e quanto mai famosa al mondo.

Chissà se sia contenta di tutto quello che è stato il suo percorso, se qualcosa poteva essere modificato, se poteva anche accettare l’idea di essere una normale donna sposata con due figli, senza ingurgitare la travagliata esperienza di un mondo a volte effimero e deludente basato meramente sull’estetica.

Chissà cosa pensa la mattina quando si guarda allo specchio e consuma la sua colazione preferita, quella di Starbucks.

In fondo la sicurezza cos’è? La disperata ricerca di una routine che rischia di diventare stagnante, o un interminabile viaggio di emozioni alla ricerca della perfezione?

“La bellezza non può essere interrogata, regna per diritto divino” – diceva Oscar Wilde.

Credo che sia questa la vita che voleva, è questa la sua felicità, quella di una “donna con le palle”.

Letizia Turrà

Photo: Anna Wintour in her office