BRUCE SPRINGSTEEN, QUANDO PAROLE E MUSICA NON HANNO BISOGNO DI MENTIRE.

 

Mi siedo sulla poltrona. È il momento che preferisco della giornata, quello in cui posso togliermi le scarpe, buttare per terra la giacca, lasciar scivolare via i pensieri e mettere un cd nel mio lettore con dell’ottima musica.

In questi casi non scelgo mai un disco qualsiasi, come quelli che si scaricano. Io desidero e voglio che sia speciale, che mi porti lontano; che serva a comunicarmi che esisto e che quella musica mi proteggerà in qualche modo da ciò che ho subito durante la giornata.

Tengo premuto il tasto Play – track n° 1 – e il gioco è fatto.

Vengo rapita dal suono doppiato di una batteria e una tastiera. Il mood lento e ripetitivo, mi riporta quasi nel grembo materno.

Una voce calda e struggente giunge 29 secondi dopo, trascinandomi.

È quella di un uomo di 44 anni che con voce roca, avvolgente e una pronuncia netta, ti spiega cosa significhi per lui cantare.

È la voce di Bruce Springsteen, l’anno è il 1993, la canzone in questione è “Streets of Philadelphia”.

Il 25 agosto di quest’anno il suo “Born to run” ha compiuto 40 anni.

Rifletto su quel mitico 1993, mi rendo conto che sono trascorsi velocemente 22 anni, che non hanno spento la stella di Bruce né la sua incomparabile energia, che ancora oggi lo vede esibirsi con successo in estenuanti concerti in tutto il mondo (nel 1978 raggiunse 115 concerti in un anno), e che gli sono valsi il famoso appellativo di “The Boss”.

Primogenito di tre figli, nasce a Long Branch, un comune degli Stati Uniti d’America, nella Contea di Monmouth, nello Stato del New Jersey, il 23 settembre 1949, da padre di origini irlandesi e olandesi e madre italiana.

Il padre avrà un ruolo contrastante nella vita di Bruce, il conflitto tra i due sarà forte e i dibattiti accesi, forse per via del precariato dell’uomo, alla continua ricerca dei lavori più disparati, mentre la madre lavora come impiegata in uno studio legale.

Il suo primo incontro con la musica avviene poco prima del compimento dei suoi 7 anni, quando vede per la prima volta lo straordinario Elvis Presley all’Ed Sullivan Show, una trasmissione che a quei tempi era diventata un’istituzione in America.

Deciso a voler diventare come il suo beniamino, chiede ed ottiene in dono per Natale la sua prima chitarra giocattolo.

Due anni più tardi la sua passione viene interrotta dalle sue mani troppo piccole, che non gli permettono di suonare efficacemente uno strumento vero, preso in affitto da sua madre, nella speranza che quel ragazzo le dimostri che fa sul serio con la musica.

A 17 anni Bruce sceglie quale sarà il suo percorso, vuole suonare e vuole farlo bene, perfezionandosi nella tecnica. Acquista così una chitarra acustica al prezzo di 18 dollari, grazie ai piccoli lavoretti svolti nel quartiere.

Sua madre decide di premiare quell’impegno profuso con tanta dedizione. Con molti sacrifici e un prestito, riesce a comprare al figlio una chitarra elettrica Kent e un amplificatore.

Il ragazzo amerà quel dono al punto da dedicare a quella chitarra la sua “The Wish”.

Bruce trova ispirazione nel mondo circostante e nelle musiche trasmesse alla radio, dai Beatles agli Animals, dai Rolling Stones agli Who.

Capisce che è del rock che è innamorato, seppure la sua musica verrà influenzata da differenti sound.

Dopo molta solitudine trascorsa nelle quattro mura al fine di migliorare la sua tecnica, fonda il suo primo gruppo, con il quale la collaborazione si interrompe dopo breve tempo.

Dopo vari tentativi, il 10 luglio del 1971 Bruce fonda la “E Street band”, formata da Gary Tallent al basso, Van Zandt all’armonica, Vini Lopez alla batteria, David Sincious alle tastiere e Bruce alla chitarra.

Riesce ad ottenere un’audizione con Mike Appel e Jim Cretecos, due parolieri dell’epoca, ma il provino sarà un buco nell’acqua.

La seconda possibilità si ripresenta nella primavera successiva con John Hammond, un abile talent scout, che concede a Bruce l’opportunità di incidere alcune demo.

La formazione della band si consoliderà definitivamente nel 1974. Quello stesso anno conosce Jon Landau, critico del Rolling Stones, che di lui al termine di un concerto scrive: “Ho visto il futuro del rock’n roll e il suo nome è Bruce Springsteen. In una sera in cui avevo bisogno di sentirmi giovane, lui mi ha fatto sentire come se ascoltassi musica per la primissima volta”.

Quella critica aveva fatto centro, facendo apprezzare al pubblico le doti di autore e leader del “Boss”.

Le sue composizioni migliorarono in profondità e ricchezza dei contenuti, al punto che egli finì per essere considerato un poeta col chiaro intento di risvegliare le coscienze sociali dei creduloni ancorati al sogno americano. In merito a questo, infatti, confermerà: “La mia musica ha sempre voluto misurare la distanza tra la realtà e il sogno americano”.

Con la religione manterrà un rapporto distaccato e da osservatore, tipico dei poeti, schivi e riflessivi.

Questo arricchimento interiore lo porta a rivalutare l’idea di agire anche da solo, al di fuori della band, mettendo in mostra nei suoi testi molte delle difficoltà e peripezie che ha dovuto affrontare anche a causa di una vita matrimoniale sull’orlo del fallimento, e del rapporto difficile con la figura paterna.

Non può fare a meno di rimanere colpito dai fatti di cronaca che avvengono nel mondo, per cui esprime un pensiero solo esclusivamente attraverso le sue canzoni. Il giorno dopo l’attentato alle Twin Towers di Manhattan, Bruce si reca su una spiaggia di New Jersey per vederne il panorama deturpato. Un uomo lo vede e gli urla: “Ehi, abbiamo bisogno di te!”

Per lui è la riconferma che nulla accade per caso, e che un’artista, che ha un dono come il suo, lo deve utilizzare per aiutare gli altri, perché dovunque siano morti degli uomini, in precedenza c’era vita.

Egli sa bene che quegli uomini, come molti altri, sono morti per vedere il loro sogno americano infrangersi.

Bruce, così bello e tonico sul palco, così grintoso, un uomo che sembra insormontabile, ma che io, attraverso la sua voce, riesco invece a percepire come tenero e bisognoso di una parola, quella stessa parola che lui ha donato agli altri, narrando le loro storie.

È questo che fa un artista: dona anima e cuore, produce sentimento dal palmo della mano che scrive certo che il suo messaggio, in un modo o in un altro, giungerà a destinazione.

Ora che la musica è terminata e la giornata volge al termine, mi chiedo ancora se il pezzo successivo sarà in grado di entrarmi nelle vene come quello appena sfumato.

So bene che la risposta è no, perché ogni opera è unica e ognuna ti farà sentire in modo diverso.

Penso che potrei schiacciare “Rewind” e ricominciare daccapo.

Forse lo farò, siederò e aspetterò di nuovo l’arrivo di quei 29 secondi, pensando di stare ritornando al grembo materno.

Letizia Turrà

Photo: © Lynn Goldsmith

 

La recensione del mese “Atti osceni in luogo privato” – Perchè dovreste leggerlo???

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Se è vero, secondo quanto sostengono i veterani, che la letteratura italiana è morta dopo Calvino, allora vale la pena di richiamare l’attenzione su qualcosa di fresco e attuale, per comprendere che forse non è proprio così.

Mi viene suggerito da un attento lettore il nome di Marco Missiroli.

L’autore è giovane, un mio coetaneo, ma ha già riscosso notevoli successi, sin dalle prime pubblicazioni dei suoi scritti risalenti al 2005.

Del suo libro se ne parla da tutta l’estate ormai, seppure la pubblicazione risalga al mese di marzo, con pareri quasi unanimi circa la bellezza e la semplicità, lasciando nel lettore una sorta di stupore privo di imbarazzo, nonostante i contenuti pieni, e il modo di esprimersi dell’autore che non si risparmia sui dettagli.

La copertina è piuttosto eloquente.

Il lettore che per puro caso vi si imbatterà entrando in una libreria, non potrà fare a meno di notare che, man mano che si avvicina, quel buco nero in lontananza che sembra quasi raffigurare arte contemporanea, altro non sono che un paio di natiche, tenute strette dal soggetto fotografato, in un’opera realizzata da E. Blumenfeld, esposta realmente in un museo a New York.

La scelta dell’immagine vuole apparire provocatoria, questo è chiaro, quindi decido incuriosita di aprire il libro su una pagina a caso, e nel proseguire scopro che narra le vicissitudini di un dodicenne, il cui profilo si snoda attraverso la storia dei genitori che si stanno separando, con tutte le angosce, le inquietudini e le curiosità che un adolescente possiede a quell’età.

Lo scenario si apre con una sequenza di vita quotidiana, una madre che prepara dei cappelletti discorrendo di come l’utero fosse il principio della modernità, e un padre che discute animatamente di rapporti orali arrivando a definirli: “Le meraviglie del cosmo”.

Proprio in quel frangente il ragazzo si trova a Parigi, dove si è appena trasferito con i genitori, ed inizia a sospettare che la madre possa tradire suo padre. Ogni dubbio viene dissolto quando la vedrà con i suoi stessi occhi intenta nell’atto sessuale con Emmanuel, amico di famiglia.

Sarà quella visione di sua madre e del suo amante il momento cruciale nel quale egli comprenderà di avere una propria individualità sessuale, che si sviluppa in modo contorto nel rivolgere i propri desideri verso la donna che lo ha concepito.

Una visione che avrebbe dovuto profondamente turbare quel ragazzino, ma che invece rappresenta l’inizio della scoperta della sua personalità complessa, che fino ad allora egli ritiene quasi invisibile.

L’intreccio continua a svilupparsi in Provenza, dopo la separazione dei genitori, quando Libero si innamora di Marie, la fidanzata dell’amante di sua madre, e il suo desiderio sessuale viene proiettato sulla fanciulla, rimanendo però solo un sogno irreale.

La svolta avviene quando nella sua vita entra Antoine, amico di Libero, nonché fratello di Lunette, con la quale perde la verginità e successivamente intraprende una relazione complicata e tortuosa, con lui che si rivede al suo fianco non solo come suo compagno, ma immaginandola anche con altri uomini.

I due compiranno un viaggio in America e la ragazza verrà incoraggiata da Libero ad avere rapporti sessuali con un altro uomo, mentre egli assisterà alla prestazione, al pari di un regista.

Lunette rimane sconvolta da quella circostanza, al punto che decide di separarsi da Libero.

L’uomo, ormai entrato in quella che verrà definita volutamente dall’autore “Adultità”, vivrà una crisi profonda che lo porterà a diventare amante di donne sposate, così come era stato Emmanuel per sua madre e ad avere rapporti occasionali.

Una rabbia incontenibile, implacabile, lo assale non senza un movente.

Come spesso nella vita accade, infatti, è proprio il dolore profondo, il lutto interiore a darci la forza di conoscere a fondo noi stessi, risalire e ricominciare, più forti di prima.

Ritorna a Milano e conosce Anna, che diventa la compagna ideale per lui, sessualmente appagante e amorevole, che egli ringrazia per avergli donato nuova vita, chiedendole in un settembre di diventare sua moglie.

Mentre Anna è in attesa del loro primo figlio, la madre di Libero si ammala gravemente. Viene a conoscenza del fatto che manchi ormai poco alla morte della donna più importante nella sua vita.

Per fortuna la gravidanza di Anna gli permette di contemplare una bellezza che credeva perduta, quella delle attese, fatta di emozioni legate al soffermarsi sui dettagli, come i titoli di coda di un film, che raramente si resta a guardare al termine di ogni proiezione.

Il 27 dicembre nasce Alessandro, il suo primogenito.

I giorni passano lieti assistendo alla vita del piccolo, mentre sua madre decide di togliersi la vita in una clinica di Zurigo, assistita dal personale medico, rimasto impotente di fronte alla decisione della donna di chiudere gli occhi in un modo tanto atroce.

E solo allora Libero comprende che i genitori non avevano scelto a caso il suo nome, l’intento era stato quello di lasciare che come essere umano egli si ritenesse consapevole di conquistare da sé il proprio destino, scegliendolo in totale libertà.

Capì che vi era qualcosa di nascosto, che aveva scoperto in sua madre: la dignità di scegliere.

Descrive così il momento del ritorno in aereo dal suo funerale a Milano, quando rientra in casa e si rende conto che i cappelletti che la tata aveva preparato erano quelli lasciati da sua madre:

“Li fissai, in fila come soldati, la pasta schiarita dal gelo, le teste della stessa misura, mai sbilenche, alte uguali. Passai un dito su ognuno, li sfioravo e cercavo una bruttura nel taglio, la sbavatura della sfoglia, distrazioni nell’orlo. Uno era più corpulento. Lo presi, lo appoggiai sul palmo e chiusi il pugno, adagio…”.

Il resoconto prosegue, per ben trentuno cappelletti, che rappresentano il momento del ritorno di Libero a quello che era stato anche il punto di partenza.

Perché è di questo che si tratta: ripartire da dove la nostra vita si è fermata senza chiederci neppure il consenso, in un dato momento a noi sconosciuto, ma che nel susseguirsi di un viaggio ritorna, prima o dopo, che noi lo vogliamo o no.

E se lo fa, state pur certi che la coscienza di quel che vi è accaduto sarà maggiore, e nulla sarà più uguale.

Tanta fretta di crescere genera storie, ma nel viverle ci si sente frastornati e alla continua ricerca di un equilibrio, mentre il nostro essere è in continua formazione.

Come lo stesso Calvino ammise un tempo: “Alla fine uno si sente incompleto ed è soltanto giovane.”

A presto,

Letizia Turrà

 

Quando un libro può salvarti la vita….

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Vent’anni più tardi, Giovedì 14 settembre

P.za Diaz – mercati Vintage, Milano

 

Sandra arrivò come sempre in ritardo, vestita con una assurda pelliccia ecologica, un fuseaux in pieno stile con la giungla milanese, uno stivale borchiato aggrovigliato alla caviglia e un paio di occhiali scintillanti di Gucci. Una genuina e reale Lady Gaga.

Tra cianfrusaglie, occhiali degli anni cinquanta, statue di marmo di carrara, anelli in ottone e bronzo, abiti di scena scintillanti, paillettati e perlinati, Patricia si era recata lì con la seria intenzione di trovare un libro, o meglio, il libro.

L’aveva sempre saputo che un giorno si sarebbe voltata e lo avrebbe visto lì, fra tanti, dapprima sfocato con la coda dell’occhio.

Sarebbe stato il libro giusto, con la giusta copertina e la giusta rilegatura; con quel tipico carattere in rilievo, forte e deciso del titolo.

La guardò, ormai priva di speranza.

<<Ma come diavolo sei vestita?>> la squadrò dai piedi alla testa.

Patricia accese la sigaretta.

<<Potresti evitare per una volta, una soltanto, di rompermi il cazzo per come mi vesto? Sono qui per un libro, non per trovare l’uomo che mi metta l’anello al dito. Piuttosto tu che cosa hai in mano?>>

<<Caffè americano. Ne vuoi?>>

<<Bevi ancora quella merda? Ma come diavolo fai? E’ un bibitone annacquato, non sa di niente!>>

Sandra la osservò di sfuggita e cominciò a rovistare tra i libri, usati e nuovi.

<<Lo sai – disse ammiccando – un libro è come l’uomo giusto, se è quello che ti colpisce in mezzo a tanti, allora vuol dire che non devi fartelo scappare, devi affondare le tue mani in quel benedetto cesto e cercare di accaparrartelo, prima che arrivi qualcun altro a prenderselo.>>

<<Sai che non esco con un uomo da quando John se n’è andato vero? Comincio a nutrire sempre di più il sospetto che l’essere umano si senta attratto dalle cose solo se le perde, solo se non sente più quel senso di appartenenza a quella determinata persona o sensazione. Forse talvolta conviene perdere, per riuscire a comprendere. Mi inaridisco se penso a lui e alla sua strampalata idea di diventare uno scrittore! Che poi cosa ti darà mai da vivere il mestiere dello scrittore, deve essere così noioso starsene riversi su una macchina da scrivere, cosa ci avrà mai trovato di così bello nei libri?>> disse poggiando la testa sulla sua spalla.

Sandra abbassò gli occhiali e la ammonì: <<Stai scherzando vero? I libri possono cambiarti la vita, in alcuni casi totalmente, sono i tuoi migliori amici e non ti abbandonano mai, rispetto a un uomo. I libri rappresentano la sottilissima linea che c’è tra la disperazione e la vita quotidiana. In ogni pagina ricerchiamo una parte di noi stessi, qualcosa che leggendo ci faccia pensare: ‘Accidenti, sembra quasi stia parlando di me’, pur sapendo che è solo un’illusione. Nessun libro parla del lettore, al contrario, può dire molto sull’autore. Una volta ho letto una cosa che secondo me è vera: Quando arriva il successo per uno scrittore inglese, questi si procura una nuova macchina da scrivere. Quando il successo arriva per uno scrittore americano, si procura una nuova moglie. Comunque la macchina da scrivere è roba da matusa, userà sicuramente il computer portatile!>>

Patricia resistette dal rispondere apertamente a quella affermazione.

Prese dal mucchio un vecchio libro di Magda Szabò, “La porta”, ispezionando l’ultima pagina.

“I miei sogni solo assolutamente uguali, tessuti di visioni ricorrenti. Sogno sempre la stessa cosa, sono in piedi, in fondo alle nostre scale, nell’androne, mi trovo sul lato interno del portone con il telaio d’acciaio, il vetro infrangibile rinforzato di tessuto metallico, e cerco di aprirlo. Fuori, in strada, si è fermata un’ambulanza, attraverso il vetro intravedo le silhouette iridescenti degli infermieri, hanno volti gonfi, innaturalmente grandi, contornati da un alone come la luna.

La chiave gira. Ma i miei sforzi sono vani.”

<<Uno, due tre, quattro, cinque…>>

<<Hai trovato qualcosa di interessante, vedo. Che cos’è?>>

<<34 righe. Mh.. questo si intitola “La porta”, l’autrice è ungherese. Credo che dovrei rimangiarmi la mia opinione riguardo ai libri e agli autori. Leggendo queste parole sembrava quasi stesse parlando di me.>>

<<Ma sai bene che gli scrittori si dice anche che possano essere dei traditori. La fantasia è pur sempre parte di un inganno, riservata unicamente agli esseri umani.>>

John era effettivamente inglese, ma non un traditore. Lui non l’avrebbe mai tradita, glielo aveva promesso sotto quell’incessante pioggia di Bankside, lontani dal mondo che poteva sentirli. Non le riusciva possibile credere che un libro potesse essere meglio di una donna che ogni notte ti stringe a sé, si fa scopare bene, vive solo in funzione del suo rapporto amoroso e pensa, prima ancora di parlare.

 

Estratto dall’ultimo romanzo dell’autrice Letizia Turrà

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Di invidia si muore più che di infarto – La mia personale dedica agli invidiosi!

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L’invidia è quel sentimento che nasce nell’istante in cui ci si assume la consapevolezza di essere dei falliti. O. Wilde

Ci avete mai fatto caso a quante persone tra quelle che conoscete si complimentano con voi per il vostro successo o magari perché fate una cosa che vi appaga meglio di molti altri o, addirittura, meglio di loro? POCHE.

Soprattutto nei Social Network vi sono pochissime persone che si soffermano a leggere, alcuni neppure aprono i vostri link, altre volte ancora aprono, spiano, guardano, indagano, passano anche ore a guardare le vostre foto e tutto quel che vi riguarda, senza neppure mettere un “MI PIACE”.

Perché – mi chiedo – fanno così tanta fatica a dimostrarsi entusiasti se qualcosa di bello accade anche agli altri???

Io sono un tantino stufa degli ignavi, di quei fantasmi che scopiazzano link predefiniti, che non mettono mai un loro pensiero, che postano 800 foto delle loro vacanze (come se uno si mettesse mai a guardarle tutte!), di quelli che stanno a tavola a mangiare e postano solo la foto, senza neppure un singolo pensiero fuoriuscente dai loro neuroni…

Non reputo che Facebook o altri Social siano un territorio fatto di persone asociali, così terribilmente attaccate all’estetica, alla sessualità, alle mode e alla bella vita da mostrare a tutti i costi…

Ho conosciuto anche persone che aldilà della rete sono fatte di emotività. Eppure, sembrano volere nascondere quella parte tanto essenziale di loro, quella (appunto) emotiva.

Vi dirò che vi sono giorni in cui mi sento una schifezza, non mi piaccio, non sembro neppure quella donna tanto sicura e tenace che sono sempre stata. Sono quelli i momenti in cui scrivo e parlo davvero agli altri a cuore aperto.

Per contro, trovo spesso persone che invece se possono abbattermi in quei momenti non si fanno alcun problema, e se  hanno l’opportunità di dire una frase cattiva, la usano senza porsi problemi.

Visito diversi siti o blog di scrittura come il mio, e devo dire onestamente che non ho mai trovato ridicolizzabile o inappropriato il lavoro di un altro scrittore.

Non c’è esagerazione, depauperamento, mancanza di bellezza in quanto qualcuno che ha investito le proprie energie e forze ha scritto, perché si tratta del tempo e dei sentimenti di un’altra persona, che non dovrebbero mai essere sottoposti a severo giudizio, poiché nessuno di noi ama essere giudicato con la noncuranza con la quale di solito viene sprigionato il parere di “ogni esperto” di Facebook o che incontriamo per strada.

Io dico NO AGLI INVIDIOSI, AGLI INSIDIOSI, A QUELLI CHE CERCANO DI DISTRUGGERE QUANTO STATE COSTRUENDO.

Chi se ne importa se pensano qualcosa di differente da noi, chi non ce l’ha fatta non dovrebbe cercare di spezzare le gambe a chi ce la sta facendo.

Perché l’illusione degli invidiosi è che quello che possedete in realtà vi sia stato regalato, non concepiscono che esista una meritocrazia/capacità dietro ad ogni singolo gesto, e che anche voi possiate avere paura, bisogno di coccole e sostegno, momenti “delicati”.

E’ l’inadempienza di chi non sa andare oltre il vostro sorriso, di chi non sarà mai portato a pensare che dietro quella maschera vi è la sofferenza e la voglia di vedere riconosciuto il proprio operato.

Io voglio vincere su questa ipocrisia, voglio poter continuare a volare senza la paura che qualcuno arrivi a spezzare le mie ali.

Di invidia si muore più che di infarto – dice un detto su Internet – ma la cosa più bella è che quando smettiamo di invidiare e di preoccuparci del giudizio altrui, allora diventiamo QUALCUNO.

Prima di allora, saremo solo IGNAVI. Andate a cercare questo termine nella Divina Commedia, un minimo di conoscenza prima di giudicare non farebbe male a nessuno!

A presto,

Letizia T.

L’uomo misterioso -Capitolo Settimo

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La mia prima volta era stata con un uomo misterioso, ma che era sempre stato nei miei sogni ed ora i miei sogni si erano realizzati trasformandosi in passione folle.

Fu così intenso che mi sembrò passassero delle ore prima di poter urlare:<<Sto venendo!>> portando così a termine quella sensazione meravigliosa consumata in un bagno solo pochi giorni prima pensando a lui.

Non ero più vergine.

Questa è una di quelle cose che si corre subito dalle amiche a raccontare, ma per me non fu così, volevo tenerla per me, come un prezioso tesoro di cui avere cura e sigillare quell’attimo, come se potesse durare per sempre.

E poi oltre a Maria Antonietta non è che avessi uno stuolo di amiche su cui poter contare.

Ancora non lo sapevo, ma quell’uomo avrebbe cambiato per sempre il corso delle cose.

Quello che mi colpiva era la straordinaria naturalezza con cui il nostro atto sessuale partiva dapprima da uno sguardo, si concentrava sui respiri e sui battiti agitati nei nostri petti, per finire infine in un mare di emozioni che sembravano assomigliare ad una diga che cede sommergendo tutto quello che la circonda.

<<Ora sei tu che dovresti raccontarmi qualcosa di te>>, gli dissi.

<<Ok hai a disposizione una vita intera per stare qui sdraiata vicino a me a sentire la mia triste storia? Sono nato in una famiglia di ebrei americani, i miei famigliari come ti dicevo sono tutti artisti così come i miei genitori che erano attori teatrali e che giravano di Città in Città sempre con la valigia dietro, ed io con loro.

Avevamo tutta la vita programmata, io sono sempre stato così programmato in tutto, gli appuntamenti infatti non me li ricorda il mio agente, ho una preziosa agenda dove segno ogni evento e mi piace essere autonomo il più possibile, sono stato educato così. Comunque decido che il teatro non fa per me, fin da bambino ho sempre amato scrivere, avevo solo otto anni quando iniziai a scrivere piccoli racconti fiabeschi, storie di maghi e di fate. Col tempo poi decisi di trattare argomenti più complessi, quando la mia vita diventò anch’essa più programmata di me. Anche mia moglie fu una scelta programmata.>>

Sussultai.

<<Tua moglie?? Come, sei sposato?>>

<<Sì te l’ho già detto con Sara, anche se solo per tre anni. Così volle la mia famiglia, lei era ebrea come noi ed era nipote di un facoltoso petroliere che aveva investito molto nel loro spettacolo pur di combinare le cose tra di noi. So che può sembrare crudele, ma dalle nostre parti funziona anche così e nessuno si scompone. La mia fortuna fu che io amavo Sara, la amai dal primo istante in cui la vidi ballare, era un etoile e ballava divinamente. Io ero ancora agli inizi, i miei libri non andavano neppure forte ma lei credeva fermamente in me e mi sosteneva in tutto. Tentammo anche di avere un bambino, ed alla fine decidemmo che avremmo voluto vederlo nascere e crescere nella nostra amata Parigi, la nostra Città dei sogni. Passammo un periodo molto felice, nessun pensiero ci assillava, non avevamo problemi di nessun genere, neppure economici. La casa a Parigi ci era stata regalata e pagata interamente da suo padre, solo questa cosa mi stava un po’ stretta.>>

Silenzio.

<<E poi?>>

<<E poi accadde che un giorno mi contattò un editore, non parlavo ancora molto bene il Francese, quindi le chiesi di venire con me per aiutarmi nella mediazione, non volevo beccare qualche fregatura visto che si trattava del mio esordio. Così ci incamminammo, la giornata era caldissima. Sara ebbe un malore ma poco dopo si riprese subito, quindi non abbiamo dato molta importanza all’avvenimento, poteva essere stato un calo di pressione. Di notte le sue condizioni peggiorarono nettamente, le venne la febbre a 42 e quando la portai in ospedale era ormai troppo tardi. In breve cadde in coma. Io ero incredulo di fronte a tutta la situazione, non riuscivo a capire cosa stesse succedendo, rischiavo di impazzire da quanto mi sentivo impotente. Morì qualche ora dopo per setticemia, era incinta e la gravidanza extrauterina le aveva causato un’infezione alla quale il suo esile corpo finì per soccombere. Sono passati 6 anni, sembra ieri, lei aveva in grembo nostro figlio, lui l’aveva abbandonata ancora prima che lei abbandonasse me. Non è stato facile riprendere in mano la mia vita da allora, mi sono buttato a capo fitto nella scrittura partecipando solo agli eventi che riguardavano i miei libri ed isolandomi dal resto del mondo. Per i miei fu anche più dura, loro la adoravano, mio padre morì stroncato da un infarto, mia madre si ammalò di depressione e morì qualche anno dopo. Non so se è da ricollegarsi a quell’evento, ma sicuramente cambiò la vita di tutti noi. E ora mi ritrovo qui, solo, a 35 anni con una bellissima ragazza che è un sogno.>>

Non riuscii a trattenere le lacrime.

Era stato così toccante nella descrizione che decisi che mi sarei fermata al suo fianco, lì vicino a lui e alle sue forti braccia, stretta forte a lui, e gli avrei curato le ferite.

Mi sentivo quasi di troppo in quella circostanza tra lui e lei.

Ma cercai di guardare aldilà del muro che sembrava separare le nostre storie, e ora sapevo finalmente anche quanti anni aveva.

“Aldilà del muro -Diario e confessioni di una Escort” di Letizia Turrà

Photo: Google

Il legame che può esistere tra una persona e una canzone.

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Capitolo primo

“Way down Louisiana close to New Orleans, way back up in the woods among the evergreens…”.

Spegne la radio. Spegne la sigaretta.

Da un po’ di tempo ha anche iniziato a fumare, dapprima per darsi un tono, poi col tempo, anche quella si è trasformata in un’abitudine da cui è divenuto difficile separarsi.

Per un’intera settimana il volto di Milano è stato uggioso, la pioggia non ha mai cessato di battere sui marciapiedi e questo brano sembra essere l’unico raggio di sole che filtra nella sua stanza buia.

Sul tavolino un bicchiere d’acqua mezzo pieno, un flacone degli inseparabili tranquillanti, quel famoso libro di William Shakespeare.

Ascolta quella canzone consapevole del legame che c’è tra lei ed essa. E’ strambo pensare che ci sia un legame tra una persona e un brano musicale, ma è così.

Tutto merito del luogo da cui proviene, tutta colpa di suo padre: amante di Chuck Berry e della musica  Soul in

generale, Richard Backer è General Manager di un’industria farmaceutica di origini irlandesi cresciuto in Florida. Sua madre Margareth, nata e cresciuta fino all’età 17 anni a New Orleans, è una casalinga tutta casa e chiesa, puntigliosa e taciturna in quasi tutte le occasioni, tranne che durante le manifestazioni parrocchiali, fa parte infatti del gruppo della parrocchia di East Baton Rouge, da anni combatte ardentemente per la raccolta fondi e per la riunificazione delle comunità dei ragazzi di colore.

Ecco perché lei si chiama così.

Nonostante nessun problema in apparenza, Louisiana si sentiva oppressa all’interno del nucleo famigliare e da quel luogo dove era nata e cresciuta. I soldi nella loro casa non erano mai mancati ma il prezzo da pagare era stata la totale assenza della figura paterna nella sua vita.

La madre le aveva imposto un indottrinamento religioso ossessivo che l’aveva portata ad avere repulsione della religione e di Dio, come conseguenza.

Riteneva infatti che non potesse esistere un Dio superiore che ci aveva creati “a sua immagine e somiglianza”, ma che piuttosto eravamo frutto di un’energia proveniente da chissà dove e tutti gli eventi che si verificarono intorno a lei (come l’arrivo dell’uragano), le fecero pensare sempre di più che aveva ragione.

“Una spiritualità che va oltre la religiosità imposta da mia madre, che mi scava la pelle arrivando fino al mio sangue. Una spiritualità forte come il legame che ho sempre avuto con il sesso ma che gestisco con opportuno riserbo, che bagna i miei occhi di lacrime e mi fa intravedere quel ritorno all’illuminazione, alla luce forte che staziona in ognuno di noi. Avrei voluto godere di quella normalità e quella pace a lungo ricercata, ma non vi è mai stato modo per me di mantenerla sempre lì costante, tanta era la voglia della pace di rifugiarsi in un luogo misterioso dove nessuno avrebbe mai potuto scovarla”.

Ormai Louisiana vive a Milano da quattro anni, è una studentessa di 23 anni, dai capelli mori e ricci, alta carismatica e dai grandi occhi.

E’ bella lei, talmente bella che non ha bisogno di mettere abiti che la rendano appariscente, gli uomini la noterebbero comunque. Non ha amici, tranne una compagna di stanza con la quale condivide un grande affetto e una grande stima.

Questa è la storia in cui si narra la mia vita.

Sarà raccontata senza ipocrisia e senza ritocchi fantasiosi nè riassunti, perché quando si parla della vita delle persone non si può ridurre tutto a due minuti di riassunzione degli eventi, ogni vita merita rispetto e il mio unico dovere sarà quello di raccontarvela, per quanto possibile, interamente.

Se pensate che leggendo questo racconto vi sentirete più leggeri o saprete quello che fa una studentessa tutti i giorni dal mattino fino alla sera come fosse una sorta di diario giornaliero, allora vi consiglio di cambiare libro.

Questa è una storia seria, piena di sentimento, e rappresenta la vita di una donna che ha davvero amato, oltre ogni aspettativa: me stessa.

Stralcio Capitolo primo tratto da “Aldilà del muro- Diario e confessioni di una Escort”  di Letizia Turrà

Photo: Google

Un bacio innocente e dolce come il miele

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Io e Cesare a quel punto lasciammo Francis alla sua malinconia e uscimmo in giardino per proseguire con i nostri giochi.

-“Lo sai Cesare, ho paura di essere incinta.”

Mi guardò incredulo.

-“Incinta? Ma come cavolo fai a dirlo?”

-“Mi fa male la pancia, ecco tutto. Un dolore così forte non l’ho mai avuto, quindi credo di aspettare un bambino.”

Si avvicinò alla mia faccia, scrutando seriamente e attentamente le mie pupille.

-“Non credo tu lo sia, quando una donna è incinta le pupille sono arrossate e gli occhi si sbarrano.”

-“Ignorante – gli dissi – quello accade solo quando una donna sta partorendo!”

-“Allora se io sono ignorante come è possibile che tu non sappia che un mal di pancia non può significare che aspetti un bambino?? Hai mai baciato un ragazzo? Mi hanno detto che così forse si rimane incinta.”

Ci pensai un po’ su, anche se non mi sembrava credibile.

-“No, non ho mai baciato nessuno, mi imbarazza anche solo pensarci, e comunque ne sono certa, non si resta incinta per un semplice bacio.”

Mi tirò per una mano e mi portò dentro casa, in biblioteca.

-“Scegli un libro a caso adesso, voglio farti sentire una cosa.”

Lo guardai indispettita, non capivo cosa avesse in mente, ma mi fidavo di Cesare, quindi presi il libro della favola di Hansel e Gretel, un gran bel volume alto contenente la favola in diverse lingue.

-“Ora mettilo per terra e salici sopra.”, disse.

Così feci. A quel punto si avvicinò con la sua testa alla mia, e mi diede un bacio, tenero e innocente, così spontaneo che mi sembrò la cosa più dolce mai provata.

Divenni rossa in un lampo. Non era stato un vero e proprio bacio, ma uno a stampo, che bastò a farmi battere il cuore.

Al termine mi guardò.

-“Allora come ti senti? Ti è piaciuto?”

Sorrisi: “Sì, è stato tenero.”

Con tono rassicurante aggiunse: “Bene, staremo a vedere che succede. Se tra qualche giorno il tuo dolore sarà passato, significa che non sei incinta.”

Rimasi piacevolmente sorpresa da quel suo modo di alleviare il mio dolore, con la tenerezza di un bacio innocente e dolce come il miele.

Tratto da “Il labirinto di orchidee -Niente è come sembra” di Letizia Turrà

Photo: Google

Blogger at Work – “Lush” e la cosmesi naturale a Milano

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Entrare in un luogo e sentirsi come a casa.

Questo è ciò che mi aspetto quando visito o entro in un posto, sia esso una dimora o, come in questo caso, uno spazio riservato ai profumi avvolgenti e alla cosmetica naturale, come casa “Lush”.

Siccome da molti anni non mi occupo più di bellezza, lascio che la mia amica e collega Vale, in qualità di fashion Blogger, mi porti in giro a fare danni!

Così ci siamo imbattute nel negozio Lush di Via Torino, a Milano.

Lush è un’azienda con una filosofia legata alla terra, nel senso letterale della parola, compone prodotti naturali, alcuni dei quali prevedono l’esclusione di SLS, SLES e Parabeni.

Abbiamo avuto la possibilità, in qualità di Blogger, di provare alcuni prodotti fra cui la gelatina da doccia “Needles and Pines”, un gel doccia con olio di cedro siberiano che a contatto con la pelle sembra un budino solidificato, e la saponetta “Sambuco”, al ribes nero e Sambuco.

Il risultato è stato meraviglioso, la pelle era morbida al tatto, delicatamente profumata e luminosa.

Inoltre le ragazze che accolgono i passanti curiosi e i clienti fidelizzati del negozio (piccolo ma ricco di dettagli e messaggi positivi), sono preparate e competenti su ciascun prodotto che viene proposto.

La filosofia principale è quella di lavorare in laboratorio senza l’impiego di animali per i test nella fase di produzione i prodotti, grazie a persone che lottano per preservare la loro vita, come la dottoressa Carol Barker, vincitrice del Lush Prize 2013 e fondatrice dei laboratori XCELLR8, che sostiene sia possibile una creazione cosmetica escludendo i test sugli animali, agendo sullo studio diretto dell’uomo e delle sue patologie.

La proposta cosmetica non è solo rivolta alle donne, ma anche agli uomini. Vista la tendenza dell’ultimo anno di portare la barba, è stata creata anche una linea di saponi per barba e baffi, molto apprezzata dal pubblico maschile, ormai sempre più attento alla bellezza.

Anche le creme viso sono create basandosi su spezie naturali, componenti legati alla nostra amata terra, come le maschere viso all’aglio.

Le ragazze affabilissime e gentili ci hanno anche omaggiato di saponi per la pelle, così belli e buoni che avremmo voluto mangiarli.

Vi invito a visitare gli Store Lush, non vi dispiacerà esserci entrati, ve lo assicuro ed è anche un’ottima occasione per donare benessere anche agli altri, non solo a se stessi!

Ci rivedremo presto amici di Lush!

Letizia T.

SITO: https://www.lush.it/

Vola l’aquilone….

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Per non dimenticare quella esperienza tanto bella insieme, costruimmo un aquilone perché il vento del mare era perfetto per farlo volare.

Il nonno ci accompagnò sulla spiaggia e stette ad assistere a tutta la scena, anche se in disparte, con le gambe distese l’una sull’altra ed il cappello sopra gli occhiali.

Cesare prese la rincorsa forte ed io tenevo il conto dei passi, cronometrando il momento in cui avrebbe preso il volo. Era difficile mantenere l’equilibrio su quei sassi tanto spigolosi e grandi, ma Cesare ci riuscì e l’aquilone iniziò a volare e a volteggiare.

-“Nonno! Guarda!! L’aquilone vola, ce l’abbiamo fatta!”, dissi emozionata.

Il nonno non rispose.

-“Nonno ma mi stai ascoltando, guarda il nostro aquilone!”

-“Oh Laura, non ora, lasciami sognare in pace.”

Capii che era pensieroso per qualcosa, anche se non sapevo con esattezza cosa lo turbasse.

Capii che per “sognare” voleva intendere che quello era per lui un momento di beatitudine, in cui finalmente godeva del presente senza pensare a tutte quelle cose complicate che aleggiano nella mente dell’adulto.

Finalmente era in pace.

Ed anche io lo ero. Guardavo felice Cesare, che teneva stretto il filo dell’aquilone. Lo guardavo e mi commossi al pensiero che quella bellezza non era destinata a durare per sempre. In un dato momento si sarebbe interrotta, per tornare alla realtà.

Aprii le braccia e mi distesi come una farfalla sulla sabbia, lasciando che l’acqua entrasse dentro di me e guardando il cielo, azzurro e pulito.

Passammo lì pochi giorni sfortunatamente, nonno Francis cominciava a non stare molto bene.

Da “Il labirinto di orchidee – Niente è come sembra” di Letizia Turrà

Photo: Google

VOCE DEL VERBO “PERDERE”

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E’ un giorno qualunque. O forse no.

Ho deciso di sedermi sulla panchina della metropolitana e stare ad osservare almeno una decina di treni passare, così, come se li stessi per perdere.

E’ tutto l’anno che non sento altro che quella parola: “Perdere”.

Che poi perdere cos’è esattamente?

Quanta importanza può avere perdere qualcosa, e quanta invece può averne perdere qualcuno…

La differenza sembra sottile, ma non lo è.

Allora mi sono fermata, ho stiracchiato la schiena, ho osservato le luci al neon vecchie e sporche ed ho pensato a tutto quello che ho perso nel corso del tempo.

Che cosa non ha funzionato?

Perchè vincere è tanto più importante che perdere?

Quando ad esempio si dice “Ho perso mia madre”, oppure “Ho perso un’occasione”, cosa davvero dovremmo ritenere di aver perso?

Il primo avvenimento ha lasciato un vuoto incolmabile, il secondo ci darà la possibilità di riscattarci, invitandoci a cercare un’alternativa.

E’ dalle cose, persone e occasioni che ho perso, che ho davvero imparato che ogni dolore si sviluppa dentro di noi in modo del tutto differente in base alle nostre priorità, e che non tutte le perdite rappresenteranno necessariamente una sconfitta.

Ho perso un sacco di occasioni. La settimana scorsa avrei dovuto iniziare a scrivere per una rivista, il mio sogno da sempre. Poi, una serie di telefonate inconcludenti e non se n’è fatto niente.

Se mi pento?

<<Chi cazzo se ne frega!>>, penso.

E’ un giorno qualunque, o forse no, perchè oggi ho davvero compreso che non sono le occasioni lavorative o temporali a contare, ma la salute e la vita di coloro che ami.

E certe cose non le do più per scontate.

Tengo preziosi questi dieci minuti trascorsi a guardare quei treni;

Sono ben consapevole che quest’oggi, e quello che sono oggi, non tornerà.

A presto,

Letizia T.

Photo: Google photo

Le scelte che si fanno con la ragione e quelle che si fanno col cuore…

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-“Ho deciso di iscrivermi all’Università, che ne pensi?”, mi disse Cesare un mercoledì mentre pranzavamo in centro.

-“E’ una splendida idea direi, perché me lo chiedi, non era già previsto che tu proseguissi negli studi di filosofia?”

-“Bè, la realtà è che vorrei farlo, ma non qui, volevo iscrivermi all’Università di Pavia.”

Il cibo mi andò di traverso: “Vuoi scherzare? Pavia? E’ così lontano! Non essere ridicolo Cesare! Cos’è l’ultima follia del principino?”

Mi guardò deluso.

-“Dico sul serio e sai anche un’altra cosa? Tu verrai con me in questo viaggio, ti voglio al mio fianco, qualunque sarà la mia scelta.”

Non mi entusiasmava affatto l’idea di seguirlo in quella che per me era una scemenza, soprattutto non volevo seguirlo neppure così lontano.

Ad ogni modo, partii con lui, lo feci proprio per il suo bene, perché sapevo che era ciò che desiderava.

Non era fatto come me, Cesare sceglieva con la ragione e raramente col cuore, rischiando di imbarcarsi in esperienze poco sicure.

Durante il viaggio in treno, mi teneva stretta la mano, felice che condividessi con lui quella nuova esperienza.

Arrivati a Pavia, ci imbattemmo in una cittadina interessante, ricca di monumenti risalenti al tempo degli antichi Romani, particolarmente ricca di locali e di gente di ogni nazionalità, turisti e passeggeri di viaggio, alcuni tra i quali avevano scelto di restare lì per viverci.

Entrammo all’Università per vederla da vicino. All’interno più stanze e corridoi che in un labirinto, aveva quasi l’aria di un manicomio in stato di abbandono, un posto che si lascia ma che non si dimentica, come tutte le cose lasciate lì ad essere divorate dal tempo.

Un cortile quadrato con le statue dei famosi rettori atte a commemorarli faceva da cornice iniziale ai visitatori curiosi, come lo eravamo noi.

Guardavo le statue e in contemporanea il terreno. Le radici puntavano ai piedi come rovi violenti, come punte di un ago, le statue da bianche erano ora diventate oscuri rifugi per i piccioni, effigi a ricordare l’onore dovuto a quegli uomini che tanto si erano adoperati per la medicina e la cultura generale, per gli studi glottologici, economia, politica e scienza delle finanze, storia del diritto romano, letteratura.

Infinite statue e grate, finestre dalle quali aleggiava aria di studi, ragazzi, studenti, con la mente carica di obiettivi e sogni.

Mi strinsi forte al suo fianco.

-“Sei davvero sicuro di voler venire qui a studiare? Vuoi finire come quelle statue piene di cacca di piccione sulla testa? Guarda che tristezza, poca cura e negligenza.”

Si voltò di 180 gradi guardandomi dritto negli occhi.

-“Sai cosa diceva sempre il nonno Francis? Nessun vento può essere favorevole se il marinaio non sa dove andare. Direi che è giunta l’ora che io decida dove voglio investire le mie energie.”

Sospirai senza aggiungere altro. Sapevo bene che vi sono momenti in cui aggiungere anche solo una sillaba superflua a un dialogo importante, rischia di bruciare le emozioni autentiche in anticipo, e non volevo lui avesse l’impressione che a causa della mia disapprovazione io mancassi di rispetto alle sue sensazioni.

Tratto da “Il labirinto di orchidee – Niente è come sembra” di Letizia Turrà

Photo: Google

L’inaudita crudeltà dell’uomo che si ama

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Mentre guidavo una musica raggiunse il mio cuore.

Era quella del cantante che sentii per la prima volta a casa di Giorgio, quando lo conobbi:“Comincia a ingiallirsi il nero del livido, non è più così tanto nitido e da oggi il dolore ritorna semplicemente sottocutaneo; ho lavato nel lago lo spirito e nel farlo il tuo corpo ha finito per essermi estraneo, è un periodo pieno di sorprese e non si contano più le offese, che per decenza mi rimangerei, ma ero stanco di sentirmi come uno straccio sotto ai tuoi piedi, mi sarebbe esploso il cuore prima o poi, in quale labirinto se non c’è uscita o speranza di evadere…

Esplosi piangendo disperatamente, sembrava parlasse proprio di me.

E’ quello il potere della musica: emoziona ma non mantiene le promesse fatte.

Tornai a casa e trovai Giorgio seduto al tavolo che guardava il mio computer.

Aveva nel frattempo letto ogni mia chat, ogni messaggio, spiato le foto, il profilo mio e dei miei amici. Tutto. Sapeva tutto.

-“Ciao Laura, ti stavo aspettando.”

-“Ah sì? E come mai?”

Mi diede uno schiaffo gettandomi a terra e riempiendomi di calci allo stomaco prese a urlarmi contro: “E così mentre io vado a lavorare, tu organizzi le tresche con il tuo ex, non è così? Maledetta stronza, maledetta, ti ammazzo, ti pentirai di questo giorno!”

Iniziai a sputare sangue.

Mi caricò allora sulle spalle. Mi portò in camera da letto e mi legò con lo spago da cucina i polsi alla testiera in ferro battuto.

Si spogliò e pose davanti al mio viso il suo membro in erezione.

Con violenza mi costrinse ad un rapporto anale, doloroso e torturante, tenendomi avviluppata a lui perché non mi opponessi.

Al termine, mi impose anche un rapporto orale, mentre per il dolore allo stomaco gemevo stremata.

-“Così sgualdrina, così, ahhhhhhh.”

Ero arrivata a toccare il fondo.

Ebbi la certezza che non sarei mai più risalita in superficie, neppure con la più grande forza di volontà si potesse mai possedere.

Lo guardai con rabbia e in quel momento fui consapevole che non mi avesse mai davvero amata.Per lui io rappresentavo solo un oggetto del desiderio, qualcosa da dominare.

Da “Il labirinto di orchidee – Niente è come sembra” di Letizia Turrà

Photo: Facebook

La capsula del tempo…

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Tra noi si era come stabilito un patto: io parlavo e lui ascoltava quanto avevo da dire. Era più una sorta di seduta psicoanalitica che un dialogo tra amici.

Ci piaceva stare insieme nonostante mio nonno ci dicesse di stare attenti quando giocavamo nel labirinto, giacché essi sono costruiti con la concezione che chi vi entri trovi difficoltà ad uscirne.

E così nel labirinto adoravo nascondermi da Cesare, lasciavo che mi cercasse provando dentro di me il brivido dell’essere poi scoperta.

Il vento che scuoteva le foglie non lasciava intuire qual era il momento in cui egli si sarebbe avvicinato, pronto a sorprendermi.

Quando infine in modo inatteso mi sentivo afferrare per un braccio, scoppiavo a ridere con la mia voce stridula.

Un mattino, al termine di una lettura in biblioteca, Cesare mi guardò entusiasta.

-“Laura hai mai sentito parlare della capsula del tempo?”

-“La capsula del tempo? Che cos’è?”, dissi avvicinandomi a lui e dando un’occhiata al libro da cui proveniva quell’illuminazione.

-“E’ semplice da quello che ho letto, basta trovare una scatola che contiene qualcosa di nostro e metterla sotto terra. Poi tra qualche anno, magari tra 100 anni quando noi saremo morti, qualcun altro la troverà e saprà chi ha vissuto in questa casa.”

-“Sembra fantastico, facciamolo!”, gli dissi felice.

Il nonno aveva un grosso capannone carico di attrezzi, che teneva lucidi e splendenti come gioielli.   Vi entrammo di soppiatto appena avvertito il silenzio nell’aria, rubammo la vanga e andammo nel labirinto per scavare.

-“Ma non è troppo lontano qui Cesare? Non lo ritroveremo con facilità.”

-“E’ il posto giusto, non siamo noi che dovremo ritrovarla, ma altre persone che verranno dopo di noi.”

-“Non essere assurdo, ci saremo sempre e solo noi, siamo figli unici, gli unici che possano ereditare queste case.”

-“Che importa adesso? Magari i nostri figli se un giorno li avremo, troveranno quello che abbiamo lasciato. Insomma vuoi farlo sì o no?”

Gli feci cenno col capo che intendevo farlo e iniziammo a scavare.

Facemmo una buca profonda circa 90 cm, abbastanza per essere un giorno ritrovata.

-“Bene, ora non ci resta che mettere dentro qualcosa di nostro.”

Cesare scrisse un bigliettino con una frase, io anche e inserii anche una foto di mio nonno. Mi sarebbe piaciuto un giorno che i miei figli lo conoscessero e sapessero quanto era stato importante per me.

In quelle foto era ritratto con gli occhiali, gobbo e intento a lavorare sulla macchina da scrivere, una  Olivetti lettera 22. Era la foto che lo rappresentava meglio.

Presi una scatola dal mobile delle scarpe e misi dentro i nostri cimeli.

Eravamo soddisfatti per ciò che avevamo fatto, ma sporchi di terra, fino al collo.

Per segnare la posizione, piazzammo una bandierina colorata, non visibile per chiunque.

-“Sarà il nostro segreto Laura, promesso?”

-“Sì, prometto che lo sarà.”

Tratto da “Il labirinto di orchidee -Niente è come sembra” di Letizia Turrà (pubblicazione 2015)

Photo: Google photos

Quando il sesso ti trascina in un vortice… .

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Cercò il mio sguardo con i suoi bellissimi occhi verdi: “Giovedì sera? Dammi l’indirizzo di casa tua e passo a prenderti alle 20.30.”

-“Questo è il mio indirizzo di casa, citofono 13. Secondo piano. Ok vada per giovedì alle 20.30, ti aspetto.”

Arrivata in ufficio non potevo credere a tutto ciò che era avvenuto.

Sembrava un sogno divenuto realtà, avrei voluto urlare quella felicità ai quattro venti, ma non potevo.

Chiara notò subito dal mio aspetto che qualcosa era successo.

-“E così ti ha invitata questo giovedì?????? Ma è bellissimo!!”

-“Shhhh, così ci farai sentire da tutto l’ufficio, ti prego non dire nulla, aiutami solo a trovare un vestito che mi stia bene per dopodomani o mi suicido!”

Arrivata la sera del nostro incontro Chiara mi aveva fornito un abito da urlo, lungo e con uno spacco vertiginoso.

20.30. L’ora della verità, il momento che avevo atteso per anni.

Giorgio arrivò alla porta con un mazzo di rose rosse a stelo lungo. Erano bellissime.

Distolto lo sguardo dal mio, lo rivolse al mio vestito e i suoi occhi si illuminarono.

-“Non ce la faccio, sei troppo bella, perdonami per quanto sto per fare.”

Non capii fino a quando non mi baciò, gettai i fiori a terra e gli presi la testa tra le mani. Chiuse la porta e mi sollevò prendendomi in braccio.

Mi fece sedere sul tavolo della cucina che fu il primo piano di appoggio che aveva trovato e iniziò a spogliarmi e a spettinarmi i capelli.

Il vortice sessuale ci aveva improvvisamente colti.

Iniziai a bagnarmi per l’eccitazione e ad ansimare insieme a lui presa da quel fuoco inestinguibile.

Era sesso, era fervore. Morsi e schiaffi, urla e gemiti invasero la stanza nei successivi venti minuti.

Non potevo credere di aver fatto l’amore con un uomo visto appena tre volte.

Il modo che adoperò di trascinarmi in quella circostanza, e le sue mani che toccavano ogni parte di me mi portarono a fare cose mai fatte.

Un piacere senza precedenti pervadeva il mio corpo. Un bisogno implacabile, di cui sentivo fame. Quell’urgenza di essere amata e completata che ogni donna vera merita.

E nelle sue mani finalmente mi sentivo appagata e felice.

Non volevo smettesse.

Dopo la prima volta infatti arrivò la seconda, la terza, la quarta e la quinta fino alle prime ore della notte, senza fermarci.

Altro che ristorante e cena. Questo era molto meglio, molto più di quanto potessi credere.

Man mano che il sesso proseguiva, Giorgio si dimostrava sempre più dolce e affettuoso.

-“Come ti sei procurata queste cicatrici?”

-“Speravo non le avresti notate. Ma è quasi impossibile, ormai vivono con me e sono parte integrante di me. Ho subito una mastectomia per asportare un tumore al seno che stava diventando maligno.”

-“Sei bellissima Laura, proprio per queste tue cicatrici che ti rendono così, bella e speciale. Poche donne possono dire di essere così complete come sei tu. Io ti trovo fantastica.”

Mi fece gioire il fatto che Giorgio vedesse ben aldilà di quelle cicatrici che una volta avevano rischiato di farmi dimenticare quanto fosse preziosa la mia esistenza.

-“Resta con me stanotte. Voglio che tu faccia ancora l’amore con me, desidero il tuo corpo sul mio, voglio tu mi possieda come hai fatto finora.”

-“Tu sei già mia. Sei mia Laura, ed io non ti lascerò più andare via.”

Facemmo per la sesta volta l’amore. Da innamorati. Da persone desiderose di non lasciarsi più.

Fu difficile il mattino seguente lasciarlo andare via, sapendo che volevo restare con lui a letto tutto il giorno, a fargli da mangiare, a condividere insieme un film, a scherzare su aneddoti divertenti riguardanti la nostra improbabile prima volta, il primo innamoramento, le prime emozioni.

Tutte cose che una coppia ci si aspetta condivida quando c’è affinità e feeling.

Invece dovetti tornare al mio dovere, non senza riserve.

-“E’ stato meraviglioso restarti accanto questa notte, da troppo non provavo una sensazione simile. Non lasciarmi Laura, ti prego, non lasciarmi mai.”

Quel suo modo ripetuto di chiedermelo mi fece sentire quasi a disagio.

Non potevo credere si fosse già innamorato di me, non così in fretta, ma la gioia superava le perplessità.

-“Non ti lascerò Giorgio, te lo prometto se tu prometti di non lasciare me.”

-“Non lo farò di certo. Ormai sei mia!”, urlò dalla tromba delle scale.

Sorrisi ma ebbi poco tempo per pensare, ero in ritardo al lavoro, quindi andai di corsa a prepararmi.

“Il labirinto di orchidee”, di Letizia Turrà

Photo: Google search

SONO GAY, CHE CI POSSO FARE???

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“Carissimi mamma e papà, spero mi scuserete se per comunicare con voi uso questa lettera, ma proprio ora che sto morendo volevo rendervi partecipi di quanto realmente nella mia vita accade, ogni singolo giorno.

Volevo ringraziarvi per tutto ciò che avete fatto per me. Mi avete reso l’uomo che sono oggi, educato leale e gentile, soprattutto sincero.

Vi sorprenderà sapere che al contrario vivo una vita nella menzogna, fingo di essere ciò che non sono. Per troppo tempo ho fatto l’uomo “normale”, come piaceva alla società, che ancora non accetta quelli diversi.

Sappiate che non sono in un letto di ospedale perché Giulia mi ha lasciato, come voi pensate.

Giulia è stata una donna senza dubbio importante nella mia vita, ma qualcuno ha rappresentato qualcosa di più per me.

Ricordi mamma quando durante una funzione in chiesa mi dicesti che avevi la sensazione che il mio amico Carlo fosse omosessuale e che Dio non avrebbe gradito che quelli come lui partecipassero alla festa della domenica o facessero la comunione?

Oggi voglio dirti che sono un mucchio di cazzate, Dio ama ogni sua creatura senza precondizionamento e senza giudicare quelli che per dogma non sono graditi all’essere umano.

 Quelli come noi mamma. 

È giunto il momento che sappiate che è Carlo l’uomo che ho sempre amato, è lui l’uomo per il quale un mese fa ho tentato il suicidio che mi ha portato qui ora, rinchiuso tra quattro mura di ospedale, che saranno probabilmente l’ultima cosa che i miei occhi vedranno.

Non posso più mentire a me stesso, non posso più mentire a voi dopo la morte di Carlo.

Quelli come noi non sono mai stati davvero compresi, siamo costretti a nasconderci da occhi indiscreti, perché due uomini che stanno insieme sono un cancro inguaribile.

E pensare che proprio ora che sono qui capisco invece quanto sia importante avere la salute; che il vero cancro è l’indifferenza di taluni esseri umani verso gli altri loro simili….

Sono gay, che ci posso fare? Sono anche vostro figlio, questo non potete dimenticarlo.

Io vi ho sempre accettati per ciò che siete, perché non dovreste volerlo/poterlo fare anche voi?

Un figlio non pretende molto, se non avere l’amore e il consenso da parte dei genitori e noi figli non ci poniamo il problema di come siete, di come vestite, di chi frequentate, di quali sono i vostri studi né di quale sarà il vostro percorso. Noi vogliamo solo che viviate il più a lungo possibile per restare al nostro fianco, e vederci crescere.

So di avervi dato un dolore immenso ora, ma non sarà mai più forte di ciò che accadrà a breve, in questo letto di ospedale.

Quindi fatevi forza e se davvero mi amate, accettatemi per tutto ciò che ho scelto di essere in questa vita, perché è stata una vita sicuramente dura ma piena, piena di amore che io e il mio compagno abbiamo condiviso insieme, esattamente come voi due.

È vero, non possiamo procreare, ma non possiamo neppure andare contro natura, fingendo di essere chi non siamo per la paura di venire derisi.

Vi amo mamma e papà e vi amerò sempre.”

Vostro, Mauro

Perché è così difficile per i ragazzi come Mauro riuscire ad affermarsi agli occhi della società come uomo omosessuale, che ama un altro uomo?

Sarà forse colpa delle aspettative che troppo spesso i genitori ripongono nei figli, come quella che seguano un certo percorso di studi, di vita, lavorativo, senza rendersi conto che è importante non dare ai figli le cose migliori, ma quello che è meglio per loro.

Ho sentito genitori dire: “Preferisco un figlio malato ad un figlio gay!”. È stato per me aberrante, un bastone conficcato nello stomaco. Come se essere omosessuale fosse una malattia mortale; si preferirebbe una malattia più congeniale guaribile con i farmaci magari.

Ed ecco che aprendo i quotidiani vedo che si tengono anche corsi per far cambiare orientamento sessuale ai gay duri di comprendonio, che proprio non vogliono saperne di diventare etero.

Questa mancanza TOTALE di rispetto di ogni individuo non ha fatto altro che apportare danni alla nostra Società, dove veniamo indottrinati a seguire come timorati di Dio il percorso di Adamo ed Eva e viviamo con i precetti di qualcuno vissuto oltre 2000 anni fa.

Se solo alcuni sedicenti cristiani seguissero quanto Dio vuole loro insegnare, comprenderebbero proprio che egli non punisce le creature dello stesso sesso che si accoppiano, ma coloro che fanno del male ai loro simili!!!

Anche in natura esistono creature animali dello stesso sesso che si accoppiano sia in cattività che in ambiente naturale. Ne sono un esempio i delfini, le pecore, le scimmie antropomorfe e molte altre specie presenti in natura. Allora chi ha creato quelle creature? Forse un altro Dio,  un Dio deviato??

Fino a quando non sarà riconosciuta a ciascun essere umano la facoltà di sentirsi libero di esprimere anche la propria sessualità oltre al proprio pensiero non saremo mai liberi, ma solo schiavi.

Provate a pensare a quando conoscete una persona davvero interessante, intelligente, colta, con la quale condividete interessi particolari e momenti piacevoli. Quante volte vi siete posti il problema se fosse omosessuale, o meno?

MAI. Perché quella persona è interessante, intelligente e colta, piacevole, al di là del proprio orientamento sessuale.

Sappiate aprire la mente, il cuore, guardate oltre e giudicate non per partito preso, ma solo per ciò che realmente avviene intorno a voi o direttamente alla vostra persona.

Preoccupatevi di più del vostro vicino, curate la vostra famiglia, abbiate rispetto della vostra casa e dell’ambiente, di Madre Natura che tanto ci ha dato e che fa vivere in coesione tutte le creature.

Smettetela di lamentarvi di ciò che non va, e cambiate rotta se la vostra vita ha preso il binario sbagliato.

Riflettete gente, riflettete sulla cattiveria che cercano di scatenare in noi alcuni mezzi mediatici e proteggete i più deboli, e non sentitevi troppo sicuri, poiché un giorno potrebbe toccare a voi.

Vi saluto con una frase scritta da un utente anonimo su Internet:

Non esiste crimine più grave nell’impedire a due persone di amarsi.

Ed aggiungerei…. Al di là del loro sesso.

 A presto, Letizia T.

I nonni…

nonna e bambina

Non potevo tralasciare di parlare con questo capitolo di coloro che rappresentano in sostanza e concretezza la base della mia educazione e tutti i principi sui quali è fondato ogni mio credo: parlo dei nonni e della loro presenza nella vita dei nipoti.

Sono figure fondamentali nella vita di un bambino. Per me è stato così, se non fosse per loro non sarei qui tanto per cominciare, e non avrei mai capito cosa lega davvero due persone per 57 anni l’una all’altra; insieme hanno creato un rapporto di profondo rispetto, feeling e complicità, anche di fronte ai problemi che nella vita si sono posti davanti a loro, quando è scoppiata la tragedia della perdita di una delle figlie, e quando hanno avuto i problemi che tutte le coppie prima o poi affrontano.

I nonni sono rocce sulle quali possiamo contare ogni istante della nostra vita, sono stati genitori a loro volta, ed hanno imparato dai loro errori, come quello di trascurare i figli per il troppo lavoro ad esempio, quindi riservano al nipotino tutte le attenzioni, le preoccupazioni e le ansie quasi come se per loro si riaprisse un capitolo nuovo e fossero nuovamente genitori.

Potrò dirmi fortunata se un giorno diventerò nonna, vorrà dire che per me inizierà una seconda vita. Dal canto mio spero per l’età della pensione di godermi un po’ la vita, non voglio essere il genere di nonna che vive per il nipotino, io vorrei stare con lui, ma i figli sono principalmente dei genitori, non dei nonni.

La cosa bella dei nonni è che anche quando non li vedi a causa della distanza, è come se non fosse cambiato nulla dall’ultima volta, il tuo cuore scoppia di felicità nel vederli, sai che da loro puoi aspettarti la parola dolce, il regalino che mamma e papà non ti concedono, il sostegno nello studio o nelle tue passioni perché hanno tempo a disposizione.

Che belli i nonni, io lo dico sempre, anche se siamo lontani da tutti e quattro i nonni, quando finalmente ci riuniamo ecco che siamo tutti di nuovo lì insieme, come un tempo, con il calore del camino acceso e le caldarroste in inverno, l’immancabile scialle o plaid sulle gambe perché loro sono freddolosi e fanno tutte le loro raccomandazioni su quanti strati di abiti dovrai mettere al bambino perché ha le manine gelate e i piedini gelati (e credetemi, qui si parla di amore, non dell’ansia di cui parlavo nei capitoli precedenti).

Ecco, loro per me sono tutto questo: un immutabile ricordo di cucina casalinga, di profumo di pane, bucato, di coccole sincere, di aspri rimproveri, di tutto quello che rappresenteremo perché in fondo in noi c’è anche una parte tangibile di loro.

A volte possono nascere scontri tra la mamma e la nonna a causa delle insicurezze che alcune mamme possono avere nel loro “esclusivo” rapporto con il figlio (diventiamo anche noi gelose di nostro figlio come le suocere che tanto critichiamo), oppure a causa della troppa invadenza della nonna, che non tralascia neppure un’occasione per far presente alla mamma quanto sia utile ascoltare i suoi consigli, data la sua ottuagenaria esperienza, senza fare affidamento sul fatto che esiste un’esperienza che ognuno di noi ha diritto di praticare da sè, senza consigli di questa o quell’altra persona.

Ma i nonni sono belli anche per questo, lo fanno per aiutare, non biasimateli dunque, un giorno potrebbero mancarvi.

Quindi per questo voglio ringraziare di cuore tutti i nonni, che con la loro presenza arricchiscono la vita dei nostri bambini, sappiate apprezzarli, finchè ci sono.

da “Manuale della mamma fai da te” di Letizia Turrà

Photo: Internet

I miei sei anni e i miei ricordi… quando la mente ti riporta indietro.

2015-07-29 07.02.11

Apro la scatola di pastelli di cera.

Il suono è diverso dagli altri: è rigida, l’odore che ne fuoriesce è inconfondibilmente vicino al legno puro, i colori sono vivaci, si intuisce che si tratti di pastelli artigianali.

Li prendo uno ad uno e li sfioro con le dita: sono ruvidi, lunghi, e con l’indice ne sento la punta zigrinata.

La mia mente subito viene riportata ai miei sei anni, al mio primo giorno di scuola.

Mia nonna mi faceva sempre il codino sulla fronte, a mo’ di unicorno, avevo il grembiule nero col colletto bianco, le calzette bianche e il vestitino bello perché lei ci teneva che fossi impeccabile.

Posso ancora con la mente rivedere la scuola nel primo giorno, grande, bianca e piena di bambini.

Sembravamo tutti uguali, eppure eravamo tutti diversi, non solo per la diversa etnia.

In quei primi giorni di inizio settembre il caldo torrido che ci distaccava dal mare ci scovava storditi, ma spigliati e curiosi per quella “nuova vita” che ci attendeva.

Avevamo uno zaino nuovo, un astuccio moderno con penne nuove e brillanti, nuovi compagni, aule pulite, gessi nuovi e lavagne ancora intatte, scure come la pece.

Era tutto bello in principio.

Poi col tempo, anche quella sensazione gioviale si tramutava in un’abitudine, perdendo così la bellezza iniziale.

Allora diventavi uno scolaro, pieno di compiti, e capivi che la vita era una gran rottura!

Sorrido nel rimpiangere quei momenti tanto preziosi, in cui ho desiderato ardentemente di diventare grande, quando avrei dovuto pretendere di rimanere come ero (sarebbe stata la cosa migliore).

Adesso vivo con un’altra ottica, quella di mamma, mentre preparo quei pastelli che sfioro con cura per la mia Gaia, che a settembre ha visto l’inizio del suo nuovo percorso di alunna.

Quegli stessi pastelli che mi hanno riportata indietro a quando anche io ho vissuto quelle emozioni, che ho mantenuto custodite nel cuore, salde come lucchetti arrugginiti, ormai impossibili da violare.

Non ho mai smesso di pormi domande su quanto studiavo, e ho chiesto a mia figlia di fare lo stesso. Voglio che mantenga il suo spirito fanciullesco ma allo stesso tempo si chieda sempre se esista una verità oltre quella che vede in apparenza.

Una volta chiusa la scatola sono tornata alla normalità, ho realizzato che quei momenti non torneranno più indietro.

Almeno, non in questa vita che ho già vissuto per un terzo.

Non posso che riflettere sulla bellezza che ha il suono della voce delle mie figlie che si trovano fuori a giocare, e che sono ignare che si cresce e che la vita ti riempie di responsabilità, dalle quali non sempre puoi scappare.

Io stessa mi sono voltata e di quei giorni non è rimasta traccia, se non il ricordo della mia memoria cinestetica e il profumo nell’aria di mia madre e di mia nonna, che non sono più al mio fianco.

Letizia T.

Photo: Autentic Crayons from my private archive

Le avversità…

passione

Le avversità mi sono sempre servite per capire che la vita non è una fiaba dove tutto magicamente appare e scompare, ma è una sfida continua fatta di problemi e lesioni interne. Solo chi ha varcato la soglia del dolore e la affronta superandola nel livello più alto riesce a comprendere quanto sia importante ogni singola esperienza e quanto quel dolore che sembrava così insuperabile, sia un ulteriore mattone che si aggiunge alla nostra struttura morale.

Ed io quel dolore fatto di mattoni lo avevo conosciuto bene e continuavo ancora a viverlo.

Il dottore me lo aveva detto che non sarebbe stato un passaggio facile. Una malattia come il cancro ti fa attraversare momenti che vorresti solo cancellare e non rivivere mai più.

L’unica scelta che puoi fare è decidere di vivere al meglio il tempo che ti rimane e quello che trascorre.

Ero in attesa del peggio dopo quanto era successo la notte precedente.

Pensavo che Cesare sarebbe andato via per sempre ora che aveva avuto da me ciò che voleva.

Le cicatrici, che fino a quel momento non mi facevano male, avevano ricominciato a tirare come se avessi piccoli aghi sotto l’ascella.

Passai la mattina a letto ripensando alla notte con lui.

Era come se avessi ancora le mani di Cesare nuovamente su di me. Potevo anche sentire il suo respiro e rivedere i suoi occhi meravigliosi.

Per tutta la notte mi aveva stretto come si stringe qualcosa che non vogliamo vedere andare via e che temiamo di perdere.

Eravamo ormai due adulti consenzienti, che rispondevano alla loro unica volontà, quella di stare insieme.

Contro ogni mia previsione pessimistica, venne a trovarmi nel primo pomeriggio.

Mi sembrò di aver fatto un salto indietro di cinque anni improvvisamente quando lo vidi arrivare in jeans con sottobraccio un mazzetto di narcisi.

-“Se non la smetti di portarmi fiori mi farai ammalare di qualcos’altro!” gli dissi accarezzandogli il viso.

-“Nessuno è mai morto per eccesso di fiori, semmai per il contrario!”

Mi baciò tentando di togliere la bandana dalla mia testa.

-“Non farlo, ti prego. Provo ancora un certo imbarazzo nel farmi vedere senza capelli.”

-“Sbagli sai, dovresti accettare anche questo lato di te. Balla, canta, sorridi come facevi una volta. E se corri fino a perdere fiato che ti importa? E’ così che si assapora la vita, quando le ginocchia sanguinano e il tuo occhio non vede l’orizzonte. Troppo pensare, poco agire. Troppo volere, troppo poco Amore. Ora ti vestirai e verrai fuori con me.”

Letizia T.

Esiste un libro con il nostro destino?

destino

Chissà se esiste un destino già scritto. Un libro contenente la nostra storia.

Chi o cosa decide quale sarà il vagone del treno su cui saliremo o il modificarsi degli incontri a seconda dello spazio temporale?

In quale modo il nostro pensiero è corresponsabile degli eventi che si susseguono?

Vi è un romanzo già scritto per ciascuno di noi che da tutti viene definito destino?

Solitamente il destino è associato ad un evento tragico, un incidente ad esempio o un evento di portata catastrofica.

Difficilmente si parla di destino quando arriva una malattia.

Forse perché molti di noi ritengono che una malattia sia una disgrazia o la causa di una nostra negligenza.

Perché allora non parlare di destino anche in quel caso?

Al contrario un incidente improvviso viene considerato causa del destino.

Era già scritto per noi negli eventi che ci saremmo trovati quel giorno a quell’ora in quel determinato luogo.

Suona quindi contraddittorio dal momento che molte persone sostengono che sia ogni uomo ad essere artefice del proprio destino.

Non so ancora se sia qualcosa che ci chiami già dalla nostra nascita per quello che sarà più avanti la nostra vita.

Posso però sostenere in base alle esperienze, che ci sono alcune persone che non entrano per caso nella nostra vita.

Alcune entrandovi la migliorano, la rendono felice e degna di essere vissuta.

Altre la migliorano uscendovi.

Altre ancora la peggiorano nel più subdolo dei modi, apparentemente benevolo ma che con il tempo non fa che trasformare le nostre peculiarità in difetti e distruggere ciò che ci rende speciali.

Quelle persone con il loro arrivo interferiscono anche con il nostro percorso.

Usciti dall’ambulatorio, Cesare mi guardò con visibile imbarazzo.

-“Mi è successa una cosa straordinaria e vorrei condividerla con te.”

Sorrisi pensando a qualcosa di molto speciale vedendolo tanto emozionato.

-“Ho conosciuto una donna. È più grande di me, non so come sarà ma vorrei provare a conoscerla meglio e magari intraprendere una relazione con lei.”

Sbarrai gli occhi incredula.

-“Ma è fantastico! Che meravigliosa notizia mi stai dando!”

Nella realtà la potenza di un’intera montagna si scagliava contro di me prepotentemente seppellendomi ed io avrei preferito restare lì a soccombere, piuttosto che udire di quella sua felicità.

Era il mese delle notizie devastanti.

Mi ricordo solo che a quel punto mi sentii definitivamente sola nel mio dolore e le spine che avevo nel cuore si fecero ancora più dure.

Letizia Turrà, “Il labirinto di orchidee”

Michael Jackson, storia di un eterno bambino…

Michael-Jackson-1
Before you judge me, try hard to love me…

L’eterno bambino, la star più caritatevole del pianeta con donazioni pari a circa 400 milioni di dollari elargiti per scopi benefici e umanitari.

Ripesco dal mio archivio privato un “Rare Video”, che tengo custodito da quando sono diventata una sua fan nel lontano 1997.

È il 1993 e Michael Jackson, ormai una star multimilionaria, scarta alcuni pacchetti regalo nel giorno di Natale in un video girato da alcuni amici nella sua Residenza di “Neverland” acquistata nel 1988 per l’esorbitante cifra di 20 milioni di dollari.

È così che ha chiamato quel regno l’eterno bambino ispirandosi proprio alla fiaba di Peter Pan, figura da lui amata.

Ed eccolo nuovamente in pigiama, spettinato, che legge una favola a Paris e Prince sul suo divano di velluto rosso.

Non è mai stato bambino, Michael, per volere di suo padre Joseph è stato costretto a esibirsi dall’età di 5 anni insieme ai fratelli Tito, Marlon, Jackie e Jermaine; da lì la sua corsa non si è mai arrestata.

Michael ha l’aspetto di un nano, un piccolo James Brown in miniatura dotato di una grinta non comune e una voce davvero angelica.

Sarà la madre Katherine ad accorgersi di quella voce udendolo cantare in solitaria, un giorno, in casa.

The Jackson 5 - Wikipedia

Un bambino nato per ballare, cantare, recitare ed esibirsi davanti a un pubblico con cui manterrà un rapporto d’amore e di fiducia fino alla fine.

Costretto a fare tutto ciò che un adulto farebbe in piena coscienza, mentre Michael lo vive come un sacrificio, una privazione che lo allontana da una normale infanzia fatta di giochi con il pallone, che a lui sono categoricamente vietati da Joseph.

Brucia interiormente quel dolore, bruciano le vergate che il giovane Michael e i suoi fratelli ricevono dal padre perché protestano per le infinite ore passate in studio a registrare e a provare.

I Jackson 5 erano un prodotto e un prodotto va educato, guidato e sottoposto a una routine di profondi sacrifici col sangue, perché possa vedere compiersi la realizzazione del suo successo.

Così quel ragazzino nato a Gary in Indiana, il 29 agosto 1958, si trasforma nella gallinella dalle uova d’oro, l’opportunità di successo anche per i fratelli sicuramente meno dotati di lui vocalmente e scenograficamente.

Ben presto quel successo scala le vette di ogni classifica, i loro singoli scalzano dal podio i temuti e rispettati Fab Four (i Beatles) che se l’erano aggiudicato per “Let it be”, scritta da Paul Mc Cartney.

Il 1978 è l’anno della svolta per Michael, col debutto da solista di “Off the Wall” prodotto da Quincy Jones che Michael conosce durante le riprese del rifacimento de “Il mago di Oz”, in cui recita al fianco di Diana Ross, star musicale alla quale rimarrà sempre legato.

Off the Wall : Michael Jackson: Amazon.it: CD e Vinili}

L’album non ottiene il successo sperato ma permette al pubblico di conoscere Michael nelle vesti di solista, al di là dei Jackson 5.

È nel 1982, anno di uscita di “Thriller”, che viene consacrato come il “Re del pop”, rimasto in assoluto l’album più venduto di tutti i tempi nella storia della musica, con 110 milioni di copie vendute.

Nessuno immagina quanto grande possa essere il successo di Michael neppure la sera in cui, per i festeggiamenti del 25° anno di vita dell’etichetta Motown, si esibisce in “I’ll be there” con i suoi fratelli. Michael abbraccia i fratelli: è un abbraccio simbolico che servirà a dire chiaramente addio al progetto “band”.

Infine si volta, indossa una giacca nera e un abito colmo di paillettes scintillanti, un guanto bianco e un cappello nero.

È il 25 marzo del 1983, di lì a poco il mondo conoscerà “Billie Jean”. Il pubblico rimane col fiato sospeso, mentre Michael indietreggia facendo conoscere il MOONWALK, una tecnica di ballo imparata osservando i neri di quartiere che ballavano in strada, poi da lui perfezionata per essere esposta agli occhi del mondo.

Michael lancia mode, costumi, balli free stile; è testimonial di moto, bevande, tempo libero, e tutte le aziende lo bramano per la sua immagine vincente.

Nessuno può arrestare la sua corsa, tranne una multinazionale: un colosso del mercato come Pepsi Cola di cui Michael è testimonial nel 1989. La star e i fratelli stanno girando uno spot per la nota marca, in cui simulano un’esibizione in concerto.

Accade tutto velocemente: a causa di un problema accidentale con gli effetti pirotecnici, i capelli di Michael prendono fuoco. Il cantante non se ne accorgerà subito, se non quando gli strati di pelle verranno bruciati quasi fino ad arrivare al cranio.

Il dolore è folle, più della corsa disperata in ospedale per salvargli la vita e i diversi trapianti di cuoio capelluto tentano di rimediare il danno.

Il risarcimento, che ammonta a circa 1.5 milioni di dollari, sarà interamente devoluto in beneficenza all’ospedale “Brotman Medical Center”, che oggi riporta il nome di “Michael Jackson Burn Center”.

Da quella tragedia Michael non si riprenderà più, i farmaci e gli antidolorifici che è costretto a prendere lo renderanno dipendente per tutta la vita da quelle sostanze.

Di lui cominciano a circolare le voci più assurde e controverse: si sarebbe sbiancato la pelle per diventare bianco a ogni costo perché lui odia il fatto di essere nero, si sarebbe sottoposto a 13 operazioni di rinoplastica, dormirebbe in una camera iperbarica per non invecchiare, nel suo ranch inviterebbe bambini allo scopo di abusare di loro, e molto altro.

Tutte fandonie che gli costano sul piano personale (Pepsi scioglie addirittura il contratto con la pop Star), e in termini economici ingenti somme di denaro.

Michael scrive “Childhood”, chiede al suo amato pubblico di amarlo davvero prima di giudicarlo come uno stupratore di bambini.

Solo la sua tenuta di Neverland è in grado di ridargli quello spazio fanciullesco perduto e a lungo desiderato.

Michael Jackson's Neverland Ranch: See Photos After Price Drop | Style &  LivingLe porte del suo Ranch sono sempre aperte. Anche per Martin Bashir, un giornalista pakistano senza scrupoli che userà il materiale girato in 8 mesi all’interno della tenuta contro lo stesso padrone di casa: per ogni confidenza privata che Michael gli farà, lui tenterà di far comprendere al pubblico che qualcosa in quel personaggio “non quadra”.

Michael lascia che i bambini dormano con lui, legge loro le favole, gioca e scherza con loro come un adulto solitamente non fa. Tutto lascia sottintendere che quell’interesse morboso celi una possibile pedofilia.

Michael Jackson's 'Neverland' Hits Market With New Name - ABC News

Quel colpo basso non farà che compromettere ulteriormente l’immagine del cantante.

Michael si dimostra debole, fragile e troppo ingenuo, è nel pieno di una causa giudiziaria con l’accusa di avere abusato di Jordy Chandler, un ragazzino che avrebbe accolto nella sua residenza con l’obiettivo di curarlo dalle sue malattie, pagando interamente  tutte le spese mediche.

Bashir tradisce la fiducia di Michael tagliando intere sequenze e omettendo le parti più importanti, facendo emergere prevalentemente i temi negativi.

Quelle accuse che si dimostreranno in seguito palesemente false, costeranno a Michael cospicue somme di denaro e anni di stress emotivo, nonché la continua dipendenza dai farmaci per riuscire a dormire.

Nel 2005 abbandona Neverland ma non il suo pubblico; la sua arte e le sue attività benefiche con la “Heal the world foundation” che rappresentano il fulcro della sua vita, proseguono.

Entra di diritto nel Guinness dei primati per il singolo più venduto di tutti i tempi (100 milioni con Thriller), record tutt’oggi mai raggiunto da  nessun altro.

Da molto tempo, però, Michael non si concede al suo pubblico con un Tour di rilevanza mondiale.

È il 5 marzo del 2009 quando durante una conferenza stampa, sorridente e ben vestito, annuncia  il suo ritorno sulle scene con una serie di concerti.

“This is the final curtain call”: “Queste saranno le mie ultime esibizioni”, afferma con disarmante certezza.

Sembra quasi trattarsi di una profezia. Il 25 giugno, esattamente tre mesi dopo, ha un malore dovuto a un’eccessiva dose di Propofol, un potente anestetico usato in sala operatoria, iniettatogli in una dose massiccia pari a 5 volte  dal medico Conrad Murray.

Muore così il Re del pop, alla vigilia dei suoi 51 anni, lasciandoci sgomenti e senza una reale forma di giustizia.

Un grido inascoltato il suo, una richiesta di aiuto dell’eterno bambino urlata a squarciagola fin da piccolo, mai compresa davvero.

Lui che aveva sempre donato, che insegnava ai suoi collaboratori che per far bene le cose bisogna farle con AMORE. “Do with Love, with L.O.V.E.”, ripeteva facendo anche lo spelling perché fosse a tutti più chiaro.

L’amore che lo ha spinto avanti per tutta la sua vita, senza fare in modo che si stancasse mai di donare al prossimo ogni briciolo di sé.

Neverland fu in seguito abbandonata, per poi essere riacquistata ad un valore nettamente più basso rispetto a quello di mercato: 22 milioni di dollari a fronte dei 100 milioni richiesti.

Addio sogni, addio giostre e go-kart, addio musica e oggetti a cui Michael era profondamente legato.

Michael Jackson: 37 anni dopo, Thriller è l'album più venduto di sempre

45 anni di musica non si possono descrivere brevemente in un articolo. Jackson ha venduto quasi 2 miliardi di dischi nel corso della sua vita. Non esiste un posto nel pianeta che non sappia chi sia Michael Jackson.

Io ho tentato di riassumere un pezzo della sua vita scrivendo di lui, perché desidero che molto dell’amore che Michael mi ha donato con la sua musica e la sua essenza in qualche modo ritorni a lui, dovunque adesso si trovi.

Molte leggende internettiane lo vogliono ancora vivo, dicono che la sua morte sia stata solo inscenata per chissà quale assurdo motivo.

È ovvio che dietro tali teorie si nasconda la mancata accettazione della morte di una persona tanto importante, speciale e al tempo stesso amata.

Una cosa che Michael diceva risuonerà sempre nella mia mente:

“La conoscenza non è fatta solo di biblioteche piene di carta e inchiostro, è anche fatta dai volumi che sono scritti nel cuore degli uomini, modellati sull’animo umano e incisi nella psiche di tutti noi.”

Addio amico caro. Addio.

Letizia T.VENDUTO IL NEVERLAND DI MICHAEL JACKSON • MVC Magazine