Che Monno infame!

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Lo diceva pure un canzone che sto mondo è infame, mica sto dicendo nulla di nuovo io!
Inizia a cadere il gelo dal cielo, che irrimediabilmente finisce per depositarsi sul terreno.
C’è un gelo che ha scavato fino in fondo alle nostra ossa, rendendoci sopiti, anestetizzati di fronte al suo maleficio.
Un freddo dell’anima, ormai lo avrete inteso.
Voi siete sempre attenti lettori miei, siete al di sopra di ogni cosa, ecco perchè mi seguite ed ecco perchè capirete ogni mia parola oggi.
Non ci sto bene in questo mondo infame, in un mondo in cui fa freddo e non si balla più per strada come nel film dei Blues Brothers.
Mancano anche a me quei bei tempi in cui la gente ballava per strada, perchè in quel caos generato da tutta quella energia, ci si trovava un senso.
Avevamo appetito di vita, e si avvertiva, e lo riversavamo in strada.
Oggi per strada si vedono coperte, cappelli, guanti che lasciano intravedere le dita nere e sporche, di chi la strada l’ha scelta o si è ritrovato suo malgrado a sceglierla, come unica casa.
Ma che ne sappiamo noi. Noi una casa ce l’abbiamo, noi siamo al sicuro sotto un tetto, avvolti da una coperta, non conosciamo la pioggia battente, nè il vento riottoso che trapassa le orecchie.
Non conosciamo il suono del fiume, o il tremolio della metropolitana sotto al culo.
Tutti suoni che chi vive per strada conosce bene.
I nostri materassi sono puliti, non sporchi di piscio. Non lo condividiamo il letto con un cane, perchè i suoi peli ci fanno schifo.
Non facciamo tre ore di coda per mangiare qualcosa di caldo alla mensa dei poveri.
Noi…non facciamo un sacco di cose che i senzatetto fanno.
Anche se ho visto gente in giacca e cravatta mangiare in quelle mense, perchè non ce la fa ad andare avanti.
E intanto ce la prendiamo con il sistema, quando come vicini di casa o amici non abbiamo saputo prestare soccorso a un bisognoso a un metro da noi.
E’ morto un altro uomo, avvolto dalle gelide mani dell’inverno. Si chiamava Angelo, e giorni fa piangeva per il freddo.
Ma come Angelo ce ne sono a migliaia.
Vedete, l’unica cosa che accomuna molti tra noi è l’indifferenza.
Non si sentano toccati da queste parole coloro che fanno molto o hanno fatto qualcosa nel loro piccolo.
Io voglio che le mie parole giungano a chi non ha fatto niente, ma poteva fare.
Perchè ogni stilla, piccola o grande possa essere, è comunque parte di un immenso mare.
E questa non è teoria.
La paura forse ci ha resi così solidificati nelle nostre convinzioni?
Oppure c’è altro?
Chiediamoci perchè viviamo in un’epoca dove se chiedi di donare sangue per un’amica (come è successo a me qualche giorno fa), ti senti pure dire che è una bufala e di non postare cavolate.
Mettono pure in dubbio la tua serietà, e tu ti ritrovi a spiegare decine di volte che non è una bufala.
La tua amica sta male, ha un gruppo sanguigno raro e l’Ospedale non solo non trova posto per lei, ma non ha nemmeno il sangue disponibile.
E’ questione di poche ore e il sangue si trova.
Ma il problema non è quello.
Il problema è che c’è gente che mette 300 Like su Facebook per “cagate mondiali” (e sono gentile a dire questo), e poi non ascolta il tuo appello se stai cercando di aiutare qualcuno in difficoltà.
“Vade retro, questa è na bufala!!” Te senti pure dì dal primo che incappa nel tuo post, che non ha mai commentato manco mezzo scritto dei tuoi, però di improvviso si sente in diritto di dire la sua, perchè è esperto e sa come FUNZIONA LA VITA.
Bello. Emozionante. Mi vengono quasi le lacrime per la ridicolaggine; lacrime di rabbia, di scetticismo.
Per fortuna che io sono una che non le manda a dire, è per questo che ho un Blog.
Sono qui perchè se proprio posso scegliere cosa voglio fare in questa vita, io scelgo di DONARE.
Che sia la mia arte, le mie parole, il mio denaro, un piccolo gesto di solidarietà, io voglio Donare.
E’ un monno infame questo, come se dice a Roma, e non ti lascia scelta. Almeno, così sembra.
Abbiamo sempre una scelta.
Vi auguro un cuore caldo, in questi pochi mesi freddi che ci restano.
Perchè Angelo poteva resistere, come tanti altri come lui. A marzo sarebbe spuntato il sole tiepido, e avrebbe sgelato gli aghi del pungitopo, ci avrebbe lasciato vedere la bellezza dei colori che ci circondano e la vita avrebbe ripreso il suo normale flusso.
Invece Angelo non era un supereroe che poteva scegliere.
A lui è toccato il freddo, fuori e dentro.
Auguri di buon anno, Mondo Infame.

Letizia Turrà

photo: Letizia Turrà (Austria)

FILOFOBIA: La paura di amare troppo….

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Oggi ho imparato una parola bellissima, dal suono orribile ma dal significato sublime.

Mi è servita a capire che è questa l’esatta definizione della mia “malattia”. Io soffro di Philofobia.

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La FILOFOBIA è la paura persistente di innamorarsi o di amare una persona.

Ciascuno di voi potrà riconoscersi in questa definizione dal nome così bislacco, ma dal significato assolutamente fuori dallo schema delle comuni fobie.

Sì, perché quella che viene definita FOBIA non è che la nostra innata capacità di preservare il cuore da probabili sofferenze che non vedrebbero il loro sfogo, senza l’associazione con un sentimento ben più conosciuto: la “Paura”.

Noi abbiamo paura, siamo intinti nella paura, siamo esasperati dalla paura, siamo ricchi di paure, siamo attanagliati dalle paure, religiosamente afflitti anche, dalle paure.

Se solo fossimo coscienti che la paura NON esiste, che è un sentimento artificioso, creato dall’uomo ma inesistente in natura, la nostra vita cambierebbe drasticamente.

Ci sarebbe una nuova partita da giocare, nuove carte da esibire; nuovi assi nella manica da tirare fuori!

Saremmo dei vincenti, capite?!?

Quando ho letto la definizione di filofobia mi è salito un nodo in gola che si è snodato lungo il petto, arrivando a raggiungere lo stomaco.

Come una matassa che si sbroglia e che dal basso giunge verso l’alto, è poi risalito alla bocca, l’unico strumento in grado di far sì che quello che ho provato diventasse parola.

Ho così compreso che quella paura sarebbe meglio tradurla in “sofferenza”.

In realtà per un artista la sofferenza è tutto, è un angolo di piacere del quale si nutre più o meno volontariamente, per riuscire a costruire in seguito la sua opera.

Noi siamo amanti del supplizio, spinti da quel mero scopo procreatore (o procreativo), perché siamo talmente consapevoli che l’amore possa portare sofferenza, da stabilire già a priori che quello stesso sentimento ci procurerà infine un dolore necessario.

Sarebbe un dramma per me non vedere più gocciolare sangue dai fogli dei libri che scrivo.

Sento la necessità di quelle ferite, di quel pathos. Mi serve per produrre altro amore, da donare agli altri e soffrire per esso, per la sua effettiva mancanza di concretezza.

Così ogni volta che scrivo mi innamoro di ogni personaggio, e quando infine la storia si conclude, smetto di sanguinare per breve tempo.

Poi la mia sete ricomincia, la mia dipendenza diventa sempre più forte e dovrò lavorare per trovare altre storie che attendono solo di essere scovate, perché io sono la voce di quel grido inascoltato.

Se trasformassimo la paura in passione, quanto cambierebbe la nostra visione della vita?

C’è bellezza nel dolore, c’è bellezza nell’amore, quello che strappa lo stomaco, quello che ramifica forte come un’edera, arrivando dritto a toccare il cielo con la sua tenacia, imperdonabilmente inestirpabile.

Sono dunque fobica, posso dire di avere una malattia? Ebbene sì, io ho la consapevolezza di amare con dolore, di amare troppo, di essere amata oltre la portata massima, di essere amata oltre quello che merito, di dipendere da un amore che mi abbandonerà.

Ma è questo che mi tiene viva, che mi fa respirare, e mi permette di entrare in sintonia con il mondo.

Sono grata alle mie angosce, grata alle mie passioni, grata per le pagine che dovrò ancora scrivere.

Sarei niente senza il mio dolore.

Penso che queste parole di Marina Abramović rendano efficacemente merito a quanto vi sto dicendo:

«Penso che nessuno faccia niente dalla felicità. La felicità è uno stato così buono, non ha bisogno di essere creativo. Non sei creativo dalla felicità, sei solo felice. Sei creativo quando sei triste e depresso».

Questo è il momento giusto per te che mi stai leggendo.

Se soffri di philofobia, usa il tuo tempo per creare e per riscrivere la tua storia; per giocare la tua partita un’altra volta, per sorridere…perché tu non sei le tue paure, tu sei solo colui o colei che teme di essere amato, e di amare troppo.

A presto, Letizia T.

Image: Web (Filofobia)

La leggenda del villaggio operaio di Crespi D’Adda e della donna misteriosa che veglia sui bambini.

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Se è vero che in ogni leggenda che si rispetti, vi sia un velo seppure esiguo, di verità, certamente il luogo che oggi sto per descrivervi cela un grande mistero relativamente al confine che esiste tra la vita e la morte.

Crespi D’Adda è un piccolo borgo denominato “villaggio operaio di fine ottocento”, situato nella frazione del comune di Capriate San Gervasio, sorto per volere del benefattore Cristoforo Benigno Crespi, e inserito per la sua importanza nel Patrimonio dell’Unesco dal 1995.

Non si può fare a meno di restare incuriositi dalla bellezza storica, unita alla desolazione che si respira qui, tra fabbriche dismesse che mantengono ancora intatta la loro imperscrutabile bellezza e un misterioso cimitero situato in fondo al paese, il quale si trova a dare le spalle ad un piccolo sottobosco che se percorso, conduce al fiume Brembo nell’Adda.

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Qui Crespi fondò un luogo unico nel suo genere nel quale fuse la vita operaia, la vita famigliare, e il tempo libero.

Egli infatti era consapevole che l’esistenza in fabbrica che vedeva i sottoposti lavorare per numerose ore al giorno fosse faticosa, così creò un villaggio che desse la possibilità alle persone di vivere serenamente tutti gli aspetti di una vita, seppur lavorativamente parlando dura e pesante.

Il villaggio possiede due ristoranti, una chiesa, una scuola, un centro ricreativo e persino un ambulatorio medico che al tempo era anche predisposto per interventi di micro chirurgia.

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Parlando con coloro che qui ci hanno vissuto per una vita, si può intuire quanto siano stati felici gli anni in cui Crespi D’Adda visse il suo pieno regime industriale.

Il Crespi infatti, teneva molto al fatto di far stare bene i suoi dipendenti. Per tale motivo, fece edificare i cosiddetti “palazzotti” a pianta quadrata, tutti uguali fra loro per grandezza e recinzioni, situate ai bordi della strada principale del villaggio; ciascuna delle abitazioni era atta ad ospitare due famiglie di operai. Per i dirigenti, le proprietà erano (naturalmente) più grandi e suddivise in villette singole, poste nelle vie più isolate e secondarie.

Il paesaggio coniuga sapientemente il passaggio (doveroso) di ogni vita, operaia o dirigenziale potesse essere: lavoro, famiglia, tempo libero, per giungere all’unico porto sicuro per ciascuno di noi, la morte.

Alla fine del lungo viale infatti, vi è un luogo molto caro agli abitanti e particolare per via della sua conformazione di tipo “americana”, disegnata e concepita da Gaetano Moretti tra il 1905 e il 1908.

Il cimitero, un luogo di silenzio egregiamente permeato all’interno di un bosco, il cui termine coincide con l’arrivo al passaggio del fiume Brembo.

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Già incamminandosi da una lunga distanza è possibile ammirare l’enorme mausoleo che fu edificato come cappella della famiglia Crespi, con uno stile alquanto eclettico ed esotico.

Giunti all’ingresso, non si può non restare affascinati e colpiti. Guardando da entrambi i lati, sia a destra sia a sinistra, si trovano le tombe dei bambini morti in tenerissima età. Un invito alla riflessione di quegli anni e al dolore che i genitori di quei bambini possono aver provato.

Al termine della scalinata del mausoleo, si viene condotti in cima al monumento da cui è possibile ammirare l’intero complesso dall’alto. Sollevando ulteriormente lo sguardo si può notare una figura misteriosa, quella di una donna seduta, la cui identità resta tutt’oggi sconosciuta.

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Non si sa con esattezza chi essa potesse essere, ma anticamente si vociferava su un suo presunto legame con i bambini sepolti all’interno del cimitero. Pare infatti che la dama ogni notte scenda dal mausoleo, per vegliare sui suoi bambini, e assicurarsi che stiano bene.

Leggenda o meno, resta un mistero la particolarità di questo luogo, rimasto fermo nel tempo, come l’orologio del vecchio opificio, fermo da chissà quanto tempo alle ore 16.51.

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È plausibile restare così immersi nel contesto, al punto da perdere la cognizione temporale in alcuni momenti.

È quasi come se il visitatore ne venisse inghiottito, tramutandosi in parte integrante del contesto.

Ormai sono rimasti in pochi gli abitanti di Crespi. Tranne qualche vecchia “conoscenza” (forza operaia), i giovani sono tutti andati via in cerca di una vita meno faticosa. Solo gli eredi sono rimasti in quello che potremmo definire in parte un paese “fantasma”.

Mentre eravamo intenti a salire per tornare a casa abbiamo incontrato Francesco, ex operaio e cittadino da quarant’anni, il quale ci ha mostrato le vecchie stanze oggi adibite a magazzini per attrezzi e hobbistica, rivelandoci gli interni dalle forme particolari, con dipinti laterali e soffitti a cassettoni, tenuti ancora in ottimo stato.

Fa così freddo che si sarebbe potuto pensare anche a conservare i cibi in quegli ambienti, che invece un tempo venivano utilizzati come camere da letto.

Oggi la figlia, restauratrice, vi lavora occasionalmente per riportare antichi splendori alla luce, come il tavolino da rigattiere della vecchia infermeria, il quale veniva utilizzato per contenere e poggiare medicinali per la prima assistenza.

La scuola è diventata luogo di mostre fotografiche ed esposizioni di diverso genere, mentre l’ambulatorio viene utilizzato dalla Pro Loco.

Rimane solo lo spettro di un mondo fantastico, una sorta di Luna Park che vedeva degli abitanti impegnati a lavorare faticosamente, seppure con felicità e in sintonia con quanto li circondava.

Il Crespi era davvero un benefattore. Come ci ha raccontato un altro abitante infatti, egli prendeva a cuore i suoi dipendenti come fossero tutti parte di una grande famiglia, ritenendo che tutti dovessero essere considerati sullo stesso piano.

Chiude gli occhi Francesco e sorride, quando gli chiedo come ricorda la sua Crespi D’Adda.

Non mi resta che tornare a casa con un macigno nel cuore, che mi vede emozionata di fronte a un luogo suggestivo, misterioso e chiuso al mondo esterno, tra i pochi a racchiudere il vero e genuino significato di ogni esistenza.

Non so se lo definirei paradiso, ma so che vi sono luoghi in cui riflettere è doveroso, e questo è uno fra quelli.

Vi invito a visitarlo, con la promessa che mi scriverete cosa avete provato anche voi.

A presto,

Letizia T.

Photo: Letizia Turrà

 

CREDEVO FOSSE AMORE E INVECE…ERA UN SMS. LA VIOLENZA SUBDOLA CHE SI PUO’ SUBIRE DIETRO LA RETE.

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Nell’era di Internet, come ho sempre sostenuto e come tutti riconoscerete, tutte le emozioni corrono veloci, quasi alla velocità di un Byte.

Non riusciamo più a vivere concretamente un’emozione, senza il successivo, spasmodico desiderio di condividerla sui Social o sui nostri siti web.

Non che ci sia nulla di drammatico in tutto ciò, i nostri figli sono i primi ad essere definiti nativi digitali, quindi non c’è da stupirsi se oggigiorno un bambino di due anni utilizzi lo smartphone con la stessa maneggevolezza e scioltezza di come voi usiate il phone per asciugarvi i capelli.

 C’è un rischio che però sottovalutate ogni volta che vi esponete sulla rete.

Immaginate di abitare in una via molto trafficata. Mercati, negozi, il continuo passaggio di persone che più o meno col tempo hanno imparato a conoscersi e a salutarsi come fossero amiche, senza però andare oltre il “Buongiorno” e il “Buonasera”. Ora provate ad affacciarvi alla finestra. Molte tra le persone di passaggio non si accorgeranno minimamente della vostra presenza. Molte altre faranno un cenno in segno di saluto. Altre ancora, vi staranno osservando da così tanto tempo, da sapere quali sono i vostri cibi preferiti, i programmi televisivi che adorate, sapranno di quale colore è il vostro divano e qual è il vostro libro preferito.

Vi starete chiedendo perché. Ebbene, esistono persone che utilizzano la rete cosiddetta “Social” per impossessarsi concretamente della vita di un altro individuo.

Non avete ancora capito? Mi spiego meglio. Una volta in un piccolo villaggio come quello del quale vi ho parlato prima, avremmo avuto l’impicciona di turno che ficcanasava tra negozi e case; oggi abbiamo i Social, al quale siamo noi stessi ad affidare ogni nostra esperienza, nella fiducia che venga apprezzata dagli altri e li possa aiutare a costruire una vita propria con serenità, completamente ignari che vi siano persone che la useranno per farvi del male.

Tutti ora penserete che sia un’eresia quella che sto sostenendo. Invece cari amici, non lo è affatto.

Ci sono gruppi abilmente “celati” e mascherati (possono essere di vario genere: di interesse culturale, complottismo, politica o altro), che sfruttano la vostra energia e la vostra sensibilità per ergersi a giudici o Guru esperti di vita. Vi invogliano ad entrare nella loro cerchia, fanno in modo che avvenga una conoscenza tra i membri, fingono un’identità e un linguaggio che non gli appartengono e soprattutto, si fingono amici. Se li farete penetrare nella vostra quotidianità, saranno in grado di donarvi preziose parole di conforto, di sostegno, sapranno amarvi e comprendervi come nessun altro.

Nel vostro immaginario (femminile, ma il problema si estende anche agli uomini) quelle persone diventeranno necessarie alla vostra esistenza, come la colazione al mattino.

Sarà infatti dalle prime ore della vostra giornata che comincerete a sentirle, diventando dipendenti dalla loro telefonata, dalle chat che avete con loro ogni volta che ne sentite il bisogno, dalle loro parole d’amore sciorinate sulle loro bacheche, che sarete convinti siano rivolte proprio a voi!!

Sto parlando di strumentalizzazione e manipolazione di menti deboli e dovete credermi, in un momento di debolezza, anche la persona più intelligente può finire nella trappola di questi “vampiri energetici”.

Persone dalla vita insoddisfatta, che assorbono energia come un ragno succhia linfa vitale dalla propria vittima.

In men che non si dica vi troverete risucchiati in un meccanismo settario, dal quale sarà difficile evadere, perché sarà come tentare di uscire da una prigione senza sbarre.

La dipendenza malata da qualcuna di queste persone si crea infatti dapprima nella mente, e diventa una patologia dalla quale può essere pericoloso sganciarsi.

In molti casi infatti, le persone che cercano di distaccarsi da quel mondo subiscono violenze fisiche o verbali, maltrattamenti con riferimento alla persona stessa che si vedrà improvvisamente bistrattata dall’intero gruppo che prima agiva come una famiglia e che improvvisamente è diventata il carnefice da cui scappare e in alcuni casi, violenze contro la famiglia della vittima.

Vi parlo con il cuore in mano. NON permettete a nessuno di usarvi o di usare i vostri doni (talenti) per farne un mezzo letale attraverso i propri loschi scopi.

Ne uscirete distrutti, semmai ne uscirete.

Imparate a pensare con la vostra testa, adoperandola per farvi e per fare del BENE.

Il male ha diverse forme. Una tra queste, la dipendenza dalle persone con intenti oscuri, celate da angeli improvvisamente giunti nella vostra vita per salvarvi.

Essi si prendono il meglio di voi per poi buttarlo via, come fosse niente.

I messaggi che mandano a voi, infatti, sono gli stessi scritti ad altre decine di persone, mettetevelo in testa.

Non esiste una guida, nessuno da ammirare, nessun maestro.

Siete voi la vostra coscienza, voi il vostro insegnante più grande.

Ho conosciuto donne distrutte dopo essersi innamorate in Internet di un perfetto sconosciuto, del quale non conoscevano nome e volto.

Capite che è assurdo?? Parliamo di donne sposate, con figli, e con una famiglia felice. In un momento di debolezza il “serpente” si è avvicinato, agguantandole con le sue spire.

Tutte credevano di essere belle, amate, desiderate. Credevano di aver trovato l’amore. Tutte speravano che prima o poi avrebbero avuto l’incontro fatidico con quell’uomo che stava cambiando loro la vita, senza rendersi conto che quel tale non aveva alcuna intenzione di incontrarle, ma solo di fare il cretino in chat o su Facebook.

Le ho viste piangere, continuare a sperare, sentirsi in difetto nei confronti della loro famiglia e per tale motivo violentarsi emotivamente, arrivando anche a farsi del male.

Non comprendevano come fosse stato possibile tradire la fiducia del loro partner, facendosi trascinare in un gioco molto più grande di loro.

Ecco perché non è solo la violenza fisica ad essere rilevante, ma anche quella morale ed emotiva.

Sto cercando di aiutare molti di voi a capire che è bello essere Social (siamo animali sociali, ci mancherebbe!), ma non si deve scherzare con il fuoco, perché ci si brucia… e questa non è una teoria, è una cosa che va provata sulla propria pelle!

Mi auguro che un giorno ciascuno di voi sollevi lo sguardo dal suo telefonino, e riveda il cielo in tutto il suo splendore, riveda i suoi figli con il loro sorriso ed impari ad amare anche il loro broncio.

Vi auguro di voltarvi alla sera verso colui/colei che avete scelto accanto a voi per la vita, e vi auguro di riscoprire in quegli occhi conosciuti da anni una persona “nuova”.

 “Siamo sempre più connessi, più informati, più stimolati ma esistenzialmente sempre più soli”, cita una frase che ho trovato poche ore fa in Internet.

Ed è vero.

Siamo sempre più soli.

Eppure nulla è perduto, se impariamo che dobbiamo dipendere solo ed unicamente da noi stessi per proseguire.

Vi abbraccio con l’augurio che possiate guarire presto.

Letizia T.

Paint: Mauro Mazzara (sito: www.facebook.com/m2mazzara )

FESTIVAL DEL COLORE DI RAFFAELLA, UN’EDIZIONE…INDIMENTICABILE!

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“I bambini sono come i marinai: dovunque si posano i loro occhi, è l’immenso.”
(Christian Bobin)

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Non è strana la vita a volte?

Lo dico perché ho riflettuto tanto questo week end in cui sono stata a contatto con i bambini.

Ho fotografato i loro volti sorridenti e imbrattati di colore (alcuni fra loro erano pieni fino al midollo!), cercando di coglierne l’essenza, la vitalità.

Ho compreso che eravamo lì tutti insieme, per creare qualcosa di importante, e per il desiderio di colorare una vita ormai spenta dalla routine e dagli arrovellamenti quotidiani di noi genitori.

Pensate che bello…nella corsa a ostacoli della vita, siamo riusciti a fermare un’istante prezioso, che non ritornerà. Sarebbe doveroso ricordarsene sempre, ogni volta che incontriamo il volto di qualcuno.

C’è sempre un segno tangibile della nostra presenza impermanente in ciascuno.

Questo Festival era nato per mezzo della forza di madri speciali e compaesani volenterosi molti anni orsono. Una persona in particolare, Raffaella, che ci ha lasciati. Non ho mai avuto l’onore di conoscerla, ma so che era molto amata nella nostra piccola comunità e quindi questo Festival del Colore è dedicato a lei, alla sua famiglia, a suo marito Franco e ai loro splendidi figli.

Quanto coraggio occorre per andare avanti nonostante una persona ti manchi così tanto…ci penso ogni giorno a mettermi nei panni di un altro quando penso a questa cosa.

Sono senza dubbio i sorrisi dei tuoi figli a farti scegliere di proseguire, andare avanti, percorrendo ogni giorno quel passo verso il vostro futuro e colorando quegli stessi giorni insieme ai tuoi bambini, senza dimenticare che anche tu sei stato bambino un tempo.

Vorrei ringraziare tutti, ma proprio tutti coloro che hanno partecipato a questo evento a partire dal Comune di Tromello, la Biblioteca, i fumettisti e gli artisti (tra i migliori in Italia), i Volontari, la ProLoco e la Sodexo e tutti gli altri, che hanno dato a questo Festival una ragione per vivere con gioia la vita “a colori”.

Un pensiero è stato rivolto anche alle vittime del terremoto che ha scosso il Centro Italia lo scorso agosto, devolvendo le offerte dei cittadini che hanno “acquistato” un ritaglio dei disegni dei nostri illustratori.

Infine un abbraccio grande va ai nostri protagonisti…I BAMBINI! Senza di loro tutto questo non sarebbe stato mai possibile.

Vi aspettiamo il prossimo anno, non mancate!!!

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A presto, Letizia T.

IMAGE CREDITS: Letizia Turrà (2016)

 

 

LA VITA E’ UN DONO, A DISPETTO DEI TERREMOTI.

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Sarete ormai tornati dalle vacanze miei cari lettori.

Qualcuno tra voi avrà ripreso a vivere, a scrivere, a leggere, a volgere lo sguardo verso il cielo, a uscire con gli amici.

Qualcun altro vivrà l’ansia del rientro, costretto a rivedersi dentro una vita che gli fa schifo, “fuori dalla sua pelle”.

Qualcun altro ancora vivrà il dramma di non avere più una casa, perché un terremoto l’ha spazzata via insieme ai suoi cari.

Certe cose si programmano. Altre, ancora, ti investono, con la loro impetuosità e la loro violenza inenarrabile.

Mi chiedo spesso se di ciò che sto creando per i pochi ma sinceri utenti che mi seguono, resterà infine qualcosa.

Un barlume di poesia, di speranza, di voglia di non mollare, di continuare a vivere comunque, nonostante i terremoti della vita cerchino di spazzare via ogni nostra speranza.

Noi siamo presente, siamo quelli del “qui e ora” e non dovremmo dimenticarcene.

Una canzone che amo cita testuali parole: “Acqua che nasce dall’acqua che muore”; Tutti perdiamo qualcosa, e ne acquisiamo un’altra, perché ciò che muore non è mai destinato a morire davvero. Dalla sua morte avverrà qualche altro cambiamento che porta alla vita, col suo inesorabile percorso, come quello di un fiume.

Sto riprendendo pian piano il contatto con la vita, ho molti progetti in ballo, ho un sacco di roba da scrivere, una miriade di incontri che voglio fare.

Quello che tento di comunicarvi è che dovete credere nei vostri sogni ed essere grati, in ogni momento, per tutto ciò che vi accade.

Perché PERDERE, non significa per forza PERDERE davvero.

Qualcosa di nuovo arriva sempre, qualcosa di inaspettato, forse addirittura la strada che è sempre stata davanti a voi nell’attesa che voi la vedeste. Da sempre era lì, eppure voi la vedete ora, solo ora.

Non è strano?

Oggi qualcuno si trova al mare, qualcun altro con la propria famiglia, qualcun altro è solo, così solo da sentire il proprio battito risuonare nel petto.

Qualcun altro ha perso tutto ciò che possedeva.

Qualcun altro ha finalmente trovato un lavoro e la spinta per proseguire a testa alta.

Qualunque sia la vostra giornata, io vi auguro di essere GRATI per ogni istante ricevuto.

A un Dono, come quello della vita, non si dice MAI di no.

Un abbraccio e a presto,

Letizia T.

Sono le piccole cose talvolta a sfuggirci…

Marion H. Arras
<>. “ALDILA’ DEL MURO”, Letizia Turrà

Sono le piccole cose talvolta a sfuggirci.

Eppure siamo piccoli. Piccoli di fronte a una vastità di cose che ci circondano, che sono qui da sempre praticamente. Uno spettacolo in cui siamo gli spettatori, volontariamente o involontariamente.

Viviamo l’esistenza sperando di guadagnare terreno e soldi. Ma il terreno sul quale siamo situati, è già sufficiente alle nostre scarpe per guadagnare qualcosa che il denaro non può comprare: il tempo per amare ed essere amati e per comprendere quale sia la nostra collocazione qui.

L’estate è ormai arrivata, e sto lavorando al mio quinto libro.

Sorrido nel pensare a che percorsi strani ti fa fare la vita…

Da bambina amavo leggere, ma ero troppo veloce e il professore mi bacchettava sempre: “Corri come un treno”, diceva tenendo le braccia conserte e la bocca corrucciata.

Così passavo le giornate e alcune nottate ad allenarmi per diventare la migliore della classe a leggere. Non lo sapevo ancora, ma non era della velocità che mi importava davvero, a me piaceva il modo in cui tutte le parole si incastravano fino a formare una valanga di sensazioni. Qualcosa di talmente veloce, a cui neppure io stessa riuscivo a dare un freno.

Sono sempre stata rapida: nella percezione del dolore, nell’esplodere della felicità, nella condivisione delle emozioni.

Le avverto subitaneamente e al contempo, senza neppure che me ne accorga, mi staranno già consumando.

Quando scrivo spesso piango, e lo stesso mi succede con alcune immagini, che mi toccano particolarmente, come quella che ho scelto oggi.

Ho descritto più volte cosa penso a proposito delle farfalle e della loro vita breve.

Molte volte mi sono sentita così, incapace di vedere la mia bellezza (interiore) perché troppo improntata al materialismo, al punto da dimenticare la parte eterica e spirituale che da sempre vigeva in me, e in ciascuno di noi.

Poi ho iniziato ad allargare i miei orizzonti.

Mi sono affacciata sul balcone di quel mare che è la vita, e ho accettato di perdere. Dovevo perdere qualcuno, o forse qualcosa, per capire che il mio mondo intrinseco da un pezzo mi attendeva lì.

Avevo permesso al dolore di rendermi sorda, incapace di “sentire”.

Non avrei potuto pilotare la mia esistenza, senza prima attribuire un valore alla stessa e alle cose intorno a me.

Il più delle volte quando parlo con qualcuno, come una spugna tento di “assorbire” la sua storia; perché ogni vicenda umana rappresenta uno spunto per ciò che scriverò appena mi siederò e inizierò a creare. Analizzo con cura le ferite, i tagli, il volto e gli occhi di una persona quando mi parla di sé perché amo quei percorsi dello sguardo che molti di noi definiscono “rughe”.

Quegli stessi percorsi che pian piano, ogni giorno quando mi guardo allo specchio intravedo sul mio volto. A volte addirittura sorrido apposta perché vengano messe in risalto. Non posso tralasciare che siano parte di un percorso obbligato, che mi hanno portata ad essere la persona che sono oggi.

Forse un giorno tutte le migliaia di parole che ho creato saranno solo un ricordo, qualcuno sfoglierà le pagine che ho scritto e magari le troverà interessanti. Infine accantonerà quel mucchio di parole in quel frangente senza significato per lui su uno scaffale, ed io continuerò a navigare nel mare degli incompresi.

Ma è proprio questo il punto: Non mi importerà se sarà così che finirà. Sono spinta da altro nella vita. Ciò che conta saranno stati quei percorsi di vita che descrivo nei miei romanzi, quei percorsi del volto che mi affascinano, quelle parole non dette, quelle foto che catturano la breve vita delle farfalle!

Tutto questo non ha prezzo, credetemi.

Sono le piccole azioni che compiamo a dire chi siamo davvero. Quelle che non si raccontano, che non sono manifeste, che non hanno bisogno di mezzi per “arrivare”.

Giungono e basta.

Non mi chiedo più se ciò che sto facendo mi porterà benefici economici o fama.

Ciò che conta è racchiuso nel volo di una farfalla, in questo mare chiamato VITA, nelle mie lacrime quando guardo una foto e il mio unico pensiero sarà stato: “Cazzo, quanto avrei voluto essere lì!”

A presto, Letizia T.

Image credits: Tks alot to Marion H. Arras Magnani

 

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Rivedere Londra fu l’emozione più forte mai provata dopo la vista della Tour Eiffel di Parigi.

Tutto lì profumava di casa, di nostalgia, di ricordi carichi d’amore, soprattutto di infanzia.

Persino la pioggerellina che un tempo detestava, aveva assunto una magia altisonante, che si faceva udire a gran voce dagli ombrelli dei meno temerari.

Patricia era tornata nel quartiere dove un tempo viveva con la madre, dove ancora risiedevano le poche persone rimaste in vita, tra cui la Signora Weber e suo marito.

Aveva portato con sé la scatola di legno, quella dei ricordi, decise che l’avrebbe aperta solo nel momento in cui fosse giunta davanti alla tomba di Mr. Pitor.

Un’ora prima del suo arrivo le ruspe avevano già iniziato a scavare. La Signora Weber si era recata lì per starle accanto, insieme ad un altro paio di guardoni, giunti lì solo per assistere.

<<Che emozione, è tutta la vita che sognavo di vedere una tomba che viene aperta!>> si avvicinò una donna a lei sconosciuta.

<<La cosa quindi la emoziona?>> le disse guardandola in faccia.

<<Sì, mi è sempre piaciuto, tanto lo sappiamo come va a finire…la troveranno intera, senza dubbio.>>

<<Senta Signora veggente…>>

<<Patterson, mia cara, Miss Patterson.>>

<<Non credo che faccia molta differenza, ma ad ogni modo…Signora Patterson, sarebbe molto meglio se ora lei girasse i suoi tacchi e andasse a fanculo per quella via a sinistra, la vede? Sono sicura che lì troveranno un posto adatto a lei, un posto che la emozioni, finalmente, come ha sempre sognato.>>

La donna si irrigidì come una statua di sale e si allontanò con le chiappe strette, come quelle di una gallina.

Fu incredibile realizzare che anche la morte, così come la paura, avesse un suo odore; uno di quelli che perforò le sue narici come era successo con il sangue a casa di Scott; di quegli odori che non si dimenticano, mai, perché differenti da tutti gli altri.

Chiuse gli occhi di fronte al corpo di sua madre intatto, che ancora stringeva la coroncina del Rosario che nonna Marzia le aveva messo fra le mani incrociate, pregando che a quella figlia tanto ribelle, Dio riservasse comunque un posto nel suo Paradiso.

<<Non guardare mia cara.>> la abbracciò la Signora Weber.

Si avvicinò un uomo vestito distintamente.

<<Buongiorno Signora, il mio nome è Carl Peabody e sono il responsabile dei servizi del cimitero di Kensal, lei deve essere la figlia, ci hanno informati che sarebbe stata lei a occuparsi di tutto. Non c’è molto che debba fare in realtà, sua madre resterà qui per i successivi cinque anni, durante i quali la salma subirà il processo di mineralizzazione; successivamente sia la tomba che la salma verranno completamente rimosse.>>

Rimase in silenzio ad osservare la ruspa che riponeva la terra, esattamente come era sistemata in origine.

“Il posto più bello del mondo è da nessuna parte”, Letizia Turrà

STATE ATTENTI ALLA FORZA DI UNA DONNA, PERCHÉ È MICIDIALE!

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Ho visto donne senza respiro, tradite nella fiducia, abusate, picchiate.

Ho visto donne che non avevano la forza né la capacità, né il sostegno da parte dei famigliari, per riuscire ad abbandonare il tetto coniugale che le vedeva vittime di un carnefice.

Su Internet poco fa hanno trasmesso un cruento video di violenza, l’ennesimo episodio che riporta la mia mente a quando ero bambina e vedevo mia madre subire le percosse dall’uomo che amava.

Ricordo che restavo inerme a raccogliere i cocci, a sollevare dal pavimento quel che restava di lei.

Una donna distrutta, sola, magra e vivace, perché lei doveva (e voleva) sempre sorridere davanti agli altri.

Ho dovuto perdonare lei e perdonare me stessa per tutte le volte che l’ho odiata e ho desiderato che morisse per la mia volontà di non dovere più assistere a quell’orrore.

Poi è morta per davvero, lasciandomi sola. Allora le percosse le ho ricevute anche io, ma dalla vita.

È stato allora che ho scelto: non sarei mai stata come lei; io avrei reagito e la mia missione sarebbe stata quella di aiutare altre donne a non subire la stessa cosa perché avevo un dono, quello di sapere scrivere e saper cantare.

Se c’è una cosa che ho imparato è che una donna può stare anche da sola, senza un amore che covi dentro sé il desiderio di distruggerla e di consumarla.

I lividi interiori me li porto dentro come il più grande fra i mali che mi abbiano mai inflitto.

Eppure non mollo. Anzi, ho raccolto tutta la mia forza per parlare delle donne, di quanto le ami, di quanto le stimi e di quanto sono pronta a sostenerle parlando delle loro storie.

Perché in loro rivedo mia madre, coi suoi capelli ricci e gli occhi grandi, che non riesco a dimenticare.

Non mi perdono il mio restare inerme, non mi perdono l’avere chiuso gli occhi perché avevo solo nove anni.

E seppure io viva di rimpianti, ogni giorno ricostruisco la mia storia attraverso i libri.

Scrivo per dare DIGNITA’ a quelle persone che non hanno VOCE. Perché il loro grido non rimanga inascoltato.

Oggi nel Web la violenza dilaga ovunque. Una volta, nascosta dalla cronaca, c’era la realtà della propria casa nella quale avresti dovuto sentirti al sicuro, mentre sovente diventava teatro di scene aberranti, addirittura inenarrabili.

Voglio dire una cosa a quegli uomini di merda (perché questo siete) che approfittano di una donna: NON SOTTOVALUTATE MAI LA SUA FORZA, PERCHÉ PUO’ ESSERE MICIDIALE.

Ci sono donne che sopravvivono, nonostante i colpi inferti loro da un coltello che mai avrebbero potuto immaginare esistesse: quello dell’amore possessivo, violento senza alcuna ragione, ignorante e perverso, che scaturisce in violenza.

Se non siete in grado di amare una persona, lasciatela andare. Ma non torturatela, non fate in modo che diventi un fiore che appassisce.

Sono una donna, e ho fatto una scelta: aiuterò le donne sempre, con ogni mio respiro ed ogni fibra del mio corpo. Lo devo alle donne, lo devo a me, soprattutto lo devo a mia madre.

Ogni giorno passando vicino alle Colonne di San Lorenzo, butto un occhio al muro di bambole, istituito e dedicato al femminicidio, ed ho voglia di lasciarvi anche il mio libro, che parla di Laura, una donna oppressa dalla violenza del marito.

Mi auguro sempre che leggendo i miei romanzi molte donne riescano a rivedere quello spiraglio che è già presente dentro di loro anche quando sembra si sia affievolito, e ritrovino la famosa chiave definita AUTOSTIMA, che non permette a nessuno, in nessun modo, di metterti i piedi in testa.

Non dovete avere paura di ripartire da Zero, tutti possono commettere incidenti di percorso che in questo caso si palesano nella scelta della persona sbagliata al vostro fianco.

Sfruttate la vostra intelligenza Donne, non lasciatevi schiacciare, se un uomo vi picchia una volta, lo farà ancora e ancora, fino ad arrivare a un punto di non ritorno.

Sono d’accordo con quanto sosteneva Cicerone: “Chiunque può sbagliare; ma nessuno, se non è uno sciocco, persevera nell’errore.”

A presto, Letizia T.

Image credits: http://marcoeugenio52.blogspot.it/2014/11/il-muro-delle-bambole.html

La recensione del mese: Una famiglia quasi perfetta, tutt’altro che un Thriller!

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La storia di una famiglia sconvolta dalla scomparsa della loro unica figlia femmina.

Un dramma raccontato attraverso le parole di Jenny, la madre, che attraverso riflessioni e dialoghi più o meno espliciti cerca di trovare una risposta ai suoi dilemmi.

Dorset 2010. Un anno dopo.

“Le giornate si accorciano. Sul prato sono sparse le mele cadute, la polpa beccata dai corvi. Oggi, prendendo dei ciocchi dalla catasta al riparo del tetto, ne ho calpestata una già rammollita; si è sfatta sotto il mio piede.

Novembre.

Ho sempre freddo, ma lei potrebbe averne di più. Perché dovrei cercare di stare bene? Come potrei?”

Il libro si apre nello scenario di Dorset nella Contea di Inghilterra, a distanza di un anno dalla scomparsa della ragazza. La descrizione dei fatti è intervallata dai diversi spazi temporali, che vedono l’autrice e il lettore passare velocemente da un anno, a un giorno prima, a tredici mesi dopo, successivamente a sei giorni dopo rischiando, forse, di destabilizzare chi dovrebbe e vorrebbe seguire la storia in modo continuo.

D’altronde può succedere in un’epoca come la nostra che ci vede soddisfare quotidianamente mille richieste, con l’impossibilità di concentrarsi sulle molteplici attività, che il lettore sia poco attento e non disposto a sostenere ritmi frenetici di narrazione.

E’ infatti il primo ostacolo che si evidenzia tra le recensioni negative, oltre al fatto che il libro venga definito un “Grande Thriller”, un Best Seller senza precedenti, tradotto in 14 lingue, ai primi posti delle classifiche mondiali.

Partiamo dal chiarire la definizione del genere Thriller: “E’ una narrazione o spettacolo (teatrale, cinematografico o televisivo) imperniato su un tema poliziesco, parapsichico o fantascientifico, e costruito in modo da suscitare il massimo di tensione.”

Ho letto attentamente il libro, è accuratamente descritta ogni emozione della protagonista, e non solo, anche dei suoi figli. Posso sostenere che possieda le caratteristiche di suscitare tensione, ma me ne guarderei bene dal definirlo un Thriller. Piuttosto è un romanzo drammatico, ben scritto anche se a tratti non molto scorrevole.

Si affronta soprattutto il tema dell’illusione della perfezione all’interno del proprio nucleo famigliare. Jenny e Ted infatti sono due medici con una buona educazione, tre figli, e conducono una vita agiata. Dalla scomparsa di Naomi si troveranno divisi da incomprensioni, tradimenti e da piccole bugie che rischiano di logorare ogni coppia. Una famiglia, dunque, tutt’altro che perfetta.

La conclusione è senza dubbio inaspettata, sconvolgente anche, ma prima di giungervi si attraversa (secondo me) una strada troppo tortuosa e densa di parole, al punto che non si vede l’ora di toccare la fine (non nego di aver pensato spesso di saltare le pagine perché troppo descrittive di ogni singola emozione, ci si sarebbe potuti fermare a 60 pagine prima anche).

Mi è dispiaciuto soprattutto non leggere nulla riguardo alla biografia dell’autrice per me, come credo per tutti una perfetta sconosciuta, dato che si tratta del suo romanzo d’esordio.

Consiglierei comunque un’attenta lettura di questo romanzo, per entrare a contatto con una realtà purtroppo sempre più tangibile e reale: quella di un figlio che scompare, lasciando un grande vuoto nella vita dei genitori.

Credo che sia questo che Jane si sia prefissata di fare. Donare emozioni attraverso le parole di una madre che cerca la figlia, senza sosta, pur sapendo che da un momento all’altro potrebbe ricevere la tragica notizia della sua dipartita.

Un figlio che non fa ritorno a casa, un dolore che consuma, che logora ogni muscolo, ogni organo, ogni pensiero di coloro che lo amano, nell’attesa di vederlo tornare a casa in un abbraccio senza fine… .

A presto, Letizia T.

Image: Personal Archive Home

Perché non è giusto rinunciare ai propri sogni!

once upon a time

“Buongiorno Casa Editrice, avrei 81.660 parole del mio ultimo romanzo da mandarvi, volevo sapere come fare per portarlo alla luce e farvelo conoscere?”

La modalità è sempre la stessa, così come lo sono i sogni di chi ogni giorno stipa il suo manoscritto nel cassetto polveroso dei ricordi, nella speranza che qualcuno arrivi a riesumare questo “capolavoro” letterario del quale il lettore non potrà più fare a meno.

Sogni racchiusi in parole non dette mai, in pensieri astrusi che ci tengono svegli la notte. Fervida immaginazione che si fa largo tra le righe di un passato e un presente narrato attraverso le nostre voci; quella pila di parole per alcuni senza senso, ma per noi indispensabile esplicazione dell’anima, unico linguaggio plausibile in un mondo dal quale, in fondo, non ci sentiamo accettati e di cui sentiamo di non fare parte concretamente.

Parte la musica dei commedianti, di coloro che si mettono in attesa fra milioni di “loro”, molti dei quali davvero dotati e meritevoli sicuramente di essere ascoltati.

Scarichi un’infinita lista di 25 pagine circa con tutti gli indirizzi mail ai quali inviare la tua opera, guardi quelle che trattano il tuo genere e con le quali ti piacerebbe lavorare e invii…sperando in una risposta, quanto meno più celere del canonico periodo di sei mesi.

Ed ecco che giunge la tanto agognata replica: “La sinossi che ci ha inviato non corrisponde al genere di cui tratta la nostra Casa Editrice.”

Oppure ancora: “Mandi il suo manoscritto in versione cartacea al seguente indirizzo di posta. Il materiale non verrà restituito, e ci riserviamo di non rispondere in caso non risulti interessante quanto ci verrà sottoposto.”

Una marea di dubbi assale l’autore, egli passerà diverse ore (in alcuni casi, anche settimane) a chiedersi se “il gioco valga la candela”. Se sia giusto, cioè, mandare il proprio stampato alla Casa Editrice con il rischio che venga magari rubato, contraffatto o che gli Editori perdano il suo numero di telefono, così che nessuno saprà mai come ricontattarlo.

In molti casi, neppure tanto rari, viene richiesto all’autore emergente di pagare per vedere pubblicata la propria opera. Si parla in quel caso di Editoria a pagamento, che prevede un investimento iniziale di un bel po’ di quattrini per l’autore e di costo ZERO per la casa Editrice, che si assumerà il rischio di ingaggiarti solo nel caso in cui capiranno che sei uno che vende!

Quante volte abbiamo rinunciato in partenza, perché terrorizzati, seppure ormai vicini all’obiettivo, che il nostro romanzo non fosse stato scritto bene, o che avesse imperfezioni grammaticali o peggio ancora, che facesse proprio schifo e che piacesse solo a Zia Ernestina proprio perché è nostra zia, quindi manca di obiettività nel giudicarlo?

Per una come me che scrive dall’età di undici anni, è piuttosto deludente apprendere che si debba affrontare un tale tortuoso percorso per vedere diffuse le proprie “memorie”.

Sì, perché quello che scriviamo non sono solo espressioni buttate a caso su un foglio, sono figli che caviamo direttamente dal nostro fianco, e che non abbiamo intenzione di condividere con il primo che passa, perché un figlio non si cede, MAI.

E così parte la ricerca verso un mondo alternativo.

C’è chi ce l’ha fatta a farsi spazio nella miriade di autori. C’è un tuo amico che si è appena auto-pubblicato e si è trovato bene, così bene che si sente spinto a proseguire nel suo percorso di futuro scrittore.

Così anche tu decidi di partire.

La prima cosa che fai è recarti in libreria per trovare ispirazione tra le pagine dei “grandi” che le famose Case Editrici hanno ritenuto meritevoli di essere pubblicati.

Quindi copi i margini, tiri giù le idee, le frasi ad effetto ed in alcuni casi, se sei anche abbastanza “attento”, incontri errori palesi, erroracci grammaticali o refusi che non dovrebbero essere presenti in un libro in prima fila sullo scaffale…

Quindi cominci a riflettere, macini la consapevolezza dentro te che potrai farcela anche tu. Ma sei ignaro del fatto che vi sia un Editor dietro ogni libro che vedi nelle grandi distribuzioni.

Poi ti imbatti in un libro auto-pubblicato e vedi che è scritto benissimo, con scorrevolezza, sublime chiarezza e ti intrattiene, ruba il tuo tempo e ti fa entrare nella storia.

Poi ne leggi un altro ancora e trovi una marea di errori, è scritto obiettivamente male, è un brutto libro.

Molti credono (erroneamente) che siccome vi sia un auto produzione dietro un libro, esso non godrà di una buona qualità perché non ha la “spinta giusta”.

Non c’è concetto più sbagliato.

Il Selfpublish è un ottimo modo per farsi largo e rendere noto il proprio talento anche ad un pubblico di nicchia, che pian piano, con i mezzi giusti, potrebbe diventare più ampio.

Cominci ad usare anche tu quella piattaforma, alcuni acquistano incuriositi. Quasi mai senti arrivare un “Brava/o” dagli amici o dai parenti, che ti aspetti invece si complimentino con te per il tuo operato; fai tutto da solo perché vuoi dimostrare a te stesso che ce la puoi fare e un secondo dopo la pubblicazione il cuore ti sale in gola come cibo solido, pronto da masticare per il timore di avere fatto una cazzata.

Piovono complimenti e critiche, che fanno male come pugni dritti in faccia, non capisci dove hai sbagliato, cosa non abbia entusiasmato il lettore; lo stomaco si contorce perché si parla di qualcosa di tuo.

Poi vai sui principali motori di vendita e ricerca, e vedi che anche sui libri stra venduti la gente ha pur sempre qualcosa da dire.

È difficile scrivere, fare lo scrittore, è difficile SOGNARE in generale, perché la vita le tenta tutte per spezzarti le gambe.

È per questo che vi dico: CONTINUATE A SCRIVERE, NON MOLLATE, SIATE AFFAMATI DI PAROLE E CERCATE LA CONSAPEVOLEZZA IN VOI, SENZA ASPETTARVI CHE ARRIVI DALL’ALTO LA RISPOSTA CHE STAVATE CERCANDO!!

Su questo ora rifletto, mentre il mio gomito viene sorretto da un libro per il quale mi accingerò tra qualche settimana a fare la mia recensione.

Non dirò il titolo, ma è uno di quelli vendutissimi di una Casa Editrice “grossa”. Ho dato un’occhiata alle recensioni molte delle quali negative, che mi hanno fatto pensare che lo leggerò proprio perché voglio farmi un’idea mia, non accetto di vivere sul riflesso di ciò che pensano gli altri.

Non smetterò mai di scrivere questo è certo, anche se le mie parole rimarranno pile di parole, una affianco all’altra, nel mare degli emergenti.

Come Jeremy Irons sosteneva:

Abbiamo tutti le nostre macchine del tempo. Alcune ci riportano indietro, e si chiamano ricordi. Alcune ci portano avanti, e si chiamano sogni.”

A presto, Letizia T.

Image credits: Google research

Non si rubano i ricordi delle persone, morte o vive possano essere.

 

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Osservò il soffitto con il grande specchio.

<<Da molto non sentivo queste parole, non so ancora se mi sento pronta per una relazione fissa con un uomo.>>

<<Ti lascerò tempo per pensare, non voglio tu prenda decisioni affrettate, preferisco tu ti senta pronta a liberarti dai tuoi demoni prima.>>

<<Lo sai, nessuno li aveva mai chiamati così prima d’ora. Solo…>>

<<Forse solo John? Si vede che io e lui non siamo poi così diversi. Anche io mi nascondo dietro ai miei capelli, sotto quel Borsalino. Tutti noi abbiamo dei demoni che ci rendono ricchi e poveri, allo stesso tempo.

Dobbiamo solo scegliere di far diventare trampolino ciò che ci appare come uno scoglio.>>

<<Mi piace la tua camera, ha dei colori così neutri, nulla prende una posizione netta qui. E’ proprio il luogo adatto per farti stare bene.>>

<<Sono molto selettivo, poche donne sono arrivate a vedere questa casa. Non faccio vita mondana, non organizzo feste né tantomeno mi intrattengo con chiunque.>>

<<Non assomiglia affatto alla camera dove dormivo io a sei anni. Quando ero piccola mia madre mise uno scheletro di gomma nella stanza. Non potevamo permetterci una camera tutta per me così, nelle notti in cui lei vedeva altri uomini, io dormivo sul divano letto in sala da pranzo. Era duro e gelido. Non so chi avesse pensato di regalarle quello scheletro. Ricordo solo che ne fui terrorizzata dal primo istante. Mi alzavo spesso la notte, svegliata di soprassalto dai rumori provenienti dalla stanza di mia madre. Così mi recavo fino alla sua porta e dal buco della serratura mi mettevo a spiarla mentre faceva sesso, guardando tutto dall’inizio fino alla fine, con le budella che sentivo contorcersi per la paura di essere sorpresa e il terribile fastidio che mi arrecava vedere mia madre avvinghiata ad uno sconosciuto a fare qualcosa per me di misterioso. Imparai molto presto come nascono i bambini, e anche cosa era la masturbazione. Quando l’amplesso terminava, mi rimettevo subito nel letto perché nessuno si accorgesse di me e i miei occhi ritornavano subito lì, a quella parete con lo scheletro. Mamma mi diceva che era solo un giocattolo, e che i miei tormenti erano riconducibili all’abbandono che mio padre ci aveva inflitto. Così spesso mi rifugiavo nell’unico luogo in grado di donarmi pace: il campo santo.

Mi piace il silenzio che si respira all’interno dei cimiteri. I pini scossi dal vento nei mesi invernali sembrano quasi voler parlare ai passanti.

Ti ricordano che un giorno faranno da ombra alla tua di tomba.

Avevo una brutta abitudine: prelevavo statuette, candele e ogni genere di oggetto dalle lapidi che i parenti avevano lasciato lì in segno di ricordo per il loro defunto. Andai avanti per parecchio tempo, fino a quando un pomeriggio rubai la statuetta di S. Michele Arcangelo dalla tomba di un vecchio signore, un certo Alfred. Iniziai ad avere terribili incubi la notte con dolori lancinanti allo stomaco. Capii che i morti reclamavano i loro oggetti, avevo preso qualcosa che gli apparteneva e per tale motivo, erano venuti a disturbare il mio sonno. Così io e mia madre riportammo subito il cimelio laddove lo avevo preso e il vecchio Alfred non venne più a tormentarmi. Imparai una grande lezione: non si rubano i ricordi delle persone, morte o vive possano essere.>>

<<Ciascuno di noi deve convivere con i propri incubi Patricia. A volte dobbiamo pagare per gli errori di altri, in altre circostanze, per quelli compiuti proprio da noi stessi. Certe cose le avresti superate velocemente, se solo avessi imparato a perdonare, a lasciare andare.>>

LETIZIA TURRA’ “Il posto più bello del mondo è da nessuna parte”, maggio 2016, Edizioni Narcissus

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Principi che salvano le principesse…

 

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E a proposito di prìncipi che conquistano le principesse, era così che il Sig. Sherman amava chiamare Cesare.

Dal giorno in cui sua madre era morta, egli lo prese in affidamento e lo crebbe come e più di un figlio. Cesare era diventato il principino di casa.

Da allora da tutti venne infatti soprannominato a quel modo.

Era un ragazzino differente da tutti gli altri.

Aveva vissuto in sostanza per tre quarti della sua infanzia e adolescenza con Francis, non parlava molto volentieri di ciò che lo riguardava e di sua madre in special modo, poco o niente.

-“Ricordo poche cose di lei – diceva – ma era un tipo solitario credo, perché non mi fece mai spontaneamente una carezza, quasi come se avesse paura di amarmi.”

Era il classico tipo magrolino, dal naso pronunciato e spigoloso, come molti adolescenti che sono ancora nella fase della pubertà.

Unita a quell’insolito aspetto estetico, una grande riservatezza lo contraddistingueva.

Era la classica persona alla quale potevi confidare qualsiasi cosa sapendo che lo avrebbe tenuto per sé. Il miglior confidente si potesse desiderare.

Inspiegabilmente, almeno per me, egli riteneva che non fosse indispensabile parlare di sé agli altri perché alcuni dolori sono individuali, e cioè soltanto nostri. Gli altri non sono tenuti a sapere.

Potevo anche capire quel modo di pensare che per certi versi era molto vicino a ciò che anche mia nonna professava da sempre.

Molti a scuola lo evitavano perché credevano che dietro quel suo modo bizzarro e anticonformista si celasse un ragazzo egocentrico e pieno di sé.

Per natura come tutte le donne io amavo molto parlare, e possedevo quell’innato bisogno di esternare in ogni circostanza i miei sentimenti, ma non reputavo affatto viste le nostre differenze caratteriali che fosse un ragazzo presuntuoso, piuttosto sapeva tenere per sé quello che gli altri non sono in grado di comprendere e aveva anche la grande forza di mantenere riservate le sue insicurezze e paure, che non permetteva si tramutassero in spavalderia sciocca come tra molti ragazzi della nostra età.

Tra noi si era come stabilito un patto: io parlavo e lui ascoltava quanto avevo da dire. Era più una sorta di seduta psicoanalitica che un dialogo tra amici.

Ci piaceva stare insieme nonostante mio nonno ci dicesse di stare attenti quando giocavamo nel labirinto, giacché essi sono costruiti con la concezione che chi vi entri trovi difficoltà ad uscirne.

E così nel labirinto adoravo nascondermi da Cesare, lasciavo che mi cercasse provando dentro di me il brivido dell’essere poi scoperta.

Il vento che scuoteva le foglie non lasciava intuire qual era il momento in cui egli si sarebbe avvicinato, pronto a sorprendermi.

Quando infine in modo inatteso mi sentivo afferrare per un braccio, scoppiavo a ridere con la mia voce stridula.

Un mattino, al termine di una lettura in biblioteca, Cesare mi guardò entusiasta.

-“Laura hai mai sentito parlare della capsula del tempo?”

-“La capsula del tempo? Che cos’è?”, dissi avvicinandomi a lui e dando un’occhiata al libro da cui proveniva quell’illuminazione.

-“E’ semplice da quello che ho letto, basta trovare una scatola che contiene qualcosa di nostro e metterla sotto terra. Poi tra qualche anno, magari tra 100 anni quando noi saremo morti, qualcun altro la troverà e saprà chi ha vissuto in questa casa.”

-“Sembra fantastico, facciamolo!”, gli dissi felice.

Il nonno aveva un grosso capannone carico di attrezzi, che teneva lucidi e splendenti come gioielli.   Vi entrammo di soppiatto appena avvertito il silenzio nell’aria, rubammo la vanga e andammo nel labirinto per scavare.

-“Ma non è troppo lontano qui Cesare? Non lo ritroveremo con facilità.”

-“E’ il posto giusto, non siamo noi che dovremo ritrovarla, ma altre persone che verranno dopo di noi.”

-“Non essere assurdo, ci saremo sempre e solo noi, siamo figli unici, gli unici che possano ereditare queste case.”

-“Che importa adesso? Magari i nostri figli se un giorno li avremo, troveranno quello che abbiamo lasciato. Insomma vuoi farlo sì o no?”

Gli feci cenno col capo che intendevo farlo e iniziammo a scavare.

Facemmo una buca profonda circa 90 cm, abbastanza per essere un giorno ritrovata.

-“Bene, ora non ci resta che mettere dentro qualcosa di nostro.”

Cesare scrisse un bigliettino con una frase, io anche e inserii anche una foto di mio nonno. Mi sarebbe piaciuto un giorno che i miei figli lo conoscessero e sapessero quanto era stato importante per me.

In quelle foto era ritratto con gli occhiali, gobbo e intento a lavorare sulla macchina da scrivere, una  Olivetti lettera 22. Era la foto che lo rappresentava meglio.

Presi una scatola dal mobile delle scarpe e misi dentro i nostri cimeli.

Eravamo soddisfatti per ciò che avevamo fatto, ma sporchi di terra, fino al collo.

Per segnare la posizione, piazzammo una bandierina colorata, non visibile per chiunque.

-“Sarà il nostro segreto Laura, promesso?”

-“Sì, prometto che lo sarà.”

Ritornammo al capannone per riporre la vanga e davanti alla porta di ingresso, trovammo mio nonno ad attenderci.

-“Che cosa state facendo voi due?? Vuoi spiegarmi signorina perché prendi senza il mio consenso i miei attrezzi da lavoro? Guarda come ti sei conciata, sei piena di terra fino al midollo!”, disse arrabbiato.

-“E’ colpa mia signore – disse Cesare – le ho proposto di fare un lavoro in giardino, che poi si è rivelato troppo faticoso, così abbiamo lasciato perdere, giochi stupidi da bambini, non succederà mai più.”

Mio nonno fece finta di bere la bugia, poi ci guardò entrambi.

-“Voi due dovrete essere una squadra produttiva ragazzi, dove l’uno non invoglia l’altra a commettere sciocchezze e viceversa. Conto sul fatto che non si ripeterà mai più che vi mettiate nei guai o prenderò seri provvedimenti nei tuoi confronti Cesare.”, disse severo.

Dopo averci canzonati, il nonno aveva preso la pompa e ci aveva lavati per bene, dalla testa ai piedi, ridendo come un matto anche.

“Il labirinto di orchidee” di Letizia Turrà, Narcissuss Streetlibr, 2015

Image: Google research

Il labirinto di orchidee

 

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Una località di mare, la brezza marina che accarezza la pelle, i vetri forgiati dal corso dell’acqua e dal tempo, che ne ha arrotondato i contorni rendendoli minerali che in rilievo spiccano dalla sabbia, pronti a mostrare la loro lucentezza.

Semmai dovessi raccoglierli e portarli a casa, ecco che ti accorgeresti che non sono più uguali a come erano quando li hai raccolti sulla spiaggia, perché è sul mare che ne viene catturata la loro vera essenza.

In lontananza è possibile udire una musica di pianoforte. Giunge dal centro, è l’invito rivolto dai musicanti al pubblico, che li richiama a festeggiare con loro la bellezza della vita.

La vita non è quello che ti accade mentre cammini, mentre corri, mentre pensi.

La vita non è una ruota che gira come molti ci hanno educato a pensare, e non è nemmeno una corsa a ostacoli con una meta da raggiungere.

La vita è molto, molto di più.

È uno scorrere lento e veloce di un fiume procace, molto di più di tutto ciò che ti accade, più di una ruota o una corsa a ostacoli.  E’ più di una meta con uno scopo finale.

La vita è amore, allo stato puro. Simbolo della ricchezza di un’umanità, che sembra non credere più a niente.

Eppure non si vive senza amore.

È una cosa che ho scoperto col tempo, da quando mi sono auto imposta di aprire una porta che credevo chiusa, quella del mio cuore.

Tutto iniziò quando osservai in silenzio i miei polsi, legati a un letto di ferro battuto, doloranti e sanguinanti.

Mentre il ricordo mi riportava ai miei giorni di infanzia, me ne stavo lì a recuperare i cocci di una vita da adulta persa a sbagliare dietro alla valutazione di ciò che era stata la mia esistenza, fino a quel fatidico decadere, così in basso. Facevo una valutazione, una volta per tutte.

Un termine del tutto nuovo per me.

Valutare, infatti, non era mai stato il mio forte.

La mia storia era stata più un raid di persone. Una vita “metti e togli”, passata a intervistare volti, selezionare storie e sfaccettature di personalità a volte contorte, altre volte delicate, quanto mai sconvenienti, e a tratti rudi.

Quando si tratta di parlare di sé, di lasciarsi andare, non tutti sono in grado di liberarsi dalle catene, fisiche o mentali possano essere.

Preferiamo celarci dietro schermi illuminati, attraverso nomi fittizi, maschere invisibili e spinose abitudini.

Siamo animali fatti di sessualità e primordialità allo stato puro.

Durante un’esistenza fatta soprattutto di riflessioni, ho avuto modo di conoscere persone eccezionali, dotate di un carattere e di un’umanità eccellenti. Persone di una cultura e di uno spessore emotivo aldilà di ogni immaginazione.

Ho incontrato anche la crudeltà umana, constatando come l’uomo possa arrivare a dare il peggio di sé, facendo del male ad altri pur di condiscendere alla propria insoddisfazione.

Ed ora ero nella fase di bilancio, quella in cui si tirano le somme.

Ero cresciuta in un contesto rigoroso, con una madre che non accettava di far parte di una dinastia borghese ormai estinta, alla quale era rimasta dannatamente ancorata.

L’ho vista autodistruggersi, persa nella chirurgia plastica e nell’alcool. Non sapevo mai quando era il giorno in cui stavo comunicando con mia madre e quando con la signora del rhum, ormai ero solita definirla così.

Mio padre era greco. Sebbene un uomo di cultura e uno scrittore affermato, non aveva mai avuto la cosiddetta vena di padre, trascorreva gran parte del tempo a scrivere. Esprimeva concetti buttati dapprima su un foglio, poi lo appallottolava e imprecava contro il cestino della carta dove era diretta la pallina di idee.

In cerca di ulteriore ispirazione, guardava fuori dalla finestra il nostro labirinto.

Possedevamo un maestoso giardino all’Italiana con enormi edere e orchidee bianche e viola.

Il labirinto, posto al centro della proprietà, era stata un’idea di mio nonno Nestor, da tutti chiamato Nicola.

Era lui il filosofo di casa, scrittore e poeta greco, da cui mio padre aveva ereditato la passione per la lettura e la prosa.

Di lui manterrò sempre ricordi piacevoli molto più che con i miei genitori.

A dire il vero manterrò gli unici ricordi che possiedo solo grazie a quell’uomo e ai suoi precetti.

Un amore forte il nostro, fatto di sguardi che erano sufficienti a comunicare, perché non servono parole quando è il bene sincero il motore  trainante di un rapporto.

Ed anche laddove servissero, il nonno sapeva sempre usare quelle giuste.

Il nostro rapporto era iniziato lentamente, come la costruzione di una casa, per molto tempo rimasta priva di finestre.

Provate a immaginare un piccolo mattone.

Lentamente aggiungete gli altri fino a formare una casa.

Ora pensate alla casa completamente eretta ma senza ancora le finestre.

Pensatela anche in un giorno di freddo e vento.

L’aria passerebbe per ogni pertugio, ogni apertura, creando così una forte corrente.

Ecco cosa succede a quel tipo di rapporti. Hanno la solidità di una casa ma allo stesso tempo non possiedono il calore di un focolare perché permettono all’aria fredda di penetrare. È una casa a metà, dove non ci si sente sicuri.

Avrà bisogno di finestre prima o poi per essere vissuta.

Finestre che permettano di godere di quello che c’è fuori pur restando dentro, al sicuro.

Mantengo intatto il ricordo di quella volta, in cui ritornato in Italia da un viaggio all’estero, mi aveva portato alle giostre durante la festa del Santo Patrono.

Tutto diventava emotività insieme a nonno Nicola, mi vestiva con l’abito più bello e adornava i miei riccioli di fiocchi rosa e azzurri che accarezzava piano, quasi fossero petali di cotone.

Mi sentivo sicura solo al suo fianco, tra le sue forti e grandi braccia.

Mi esibiva con grande orgoglio agli amici del circolo, dove spesso il pomeriggio si recava per discutere vari temi filosofici o socio-politici.

Io guardavo tutti quegli uomini acculturati fumare sigari, e mi chiedevo cosa volesse dire essere una persona tanto ricca di sapere.

Alcuni di loro si dimostravano ostili riguardo alla decisione del nonno di portare una bambina in un contesto tanto complesso, ma il nonno non sembrava dare importanza alla cosa.

-“Nonno – gli dicevo – ma quante cose un essere umano può essere in grado di conoscere?”

-“Possono essere innumerevoli bambina, ma non infinite. La mente umana è programmata per assicurarsi un gran numero di informazioni, ma qualora debba incamerarne altre che ritenga più importanti, allora deve fare spazio a quelle, quindi alcuni dati precedentemente appresi andranno persi.”

Ai miei occhi non mi sembrava fosse così per mio nonno, che sapeva sempre dare la risposta giusta ad ogni domanda, in ogni occasione.

-“Non capisco nonno. Spiegati meglio!”, dicevo incuriosita, sapendo di stuzzicare il suo ego.

-“Ti racconterò allora un aneddoto, famoso tra noi del circolo. Una volta a teatro, un giovane si vantava di essere sapiente perché conosceva molti sapienti. Un filosofo replicò: ‘anch’io conosco un gran numero di ricchi; questo, però, non mi ha reso più ricco!’. Capisci? Non conta che tu conosca sapienti o ricchi perché tu possa dire di raggiungere il loro livello, tutto dipenderà da quanti dati il tuo cervello sarà stato in grado di immagazzinare e rendere esperienza.”

-“Cos’è l’esperienza?”

-“È una parola tanto lunga quanto impossibile da spiegare con facilità, lo capirai col tempo, quando avverranno certe cose.”

Il labirinto di orchidee, niente è come sembra”, Letizia Turrà (2015)

Image: Google Photo

Il posto più bello del mondo è da nessuna parte.

 

LETIZIA COPERTINA DEF

Il 2016 è iniziato in modo un po’ drammatico.

Il 10 gennaio, appena ventiquattro ore dopo aver compiuto 69 anni, David Bowie se n’è andato, lasciando questa terra e ritornando alle stelle, luogo da cui probabilmente era arrivato per poi scegliere di fermarsi qui tra noi, a regalarci bella musica e l’illusione che questo mondo accetti la diversità, l’anticonformismo e la libertà espressa da ogni essere umano.

Insieme a lui una carrellata di personaggi storici, scrittori (Umberto Eco), attori, musicisti, ci hanno lasciati.

Allora mi sono fermata a riflettere sul fatto che in questa vita impermanente non lasciamo mai davvero qualcuno, finché il nostro ricordo e la nostra energia rimangono qui.

La vita è un sottilissimo filo cui è attaccata la morte, l’unica tappa sicura in questo mondo di incertezze e l’unica che ci insegni davvero qualcosa, perchè quando soffriamo per la perdita di persone care o perdiamo qualcosa alla quale teniamo, comprendiamo cosa significhi dare valore a ciò che ci circonda.

Da molto tempo (in realtà da quando avevo dieci anni) vivo di queste riflessioni, al punto da aver esteso la mia ricerca fino al profondo significato di questa nostra esistenza, perché ci sono momenti in cui la vita ti impone d’esser forte.

Mi considero fortunata per aver avuto una vita da artista, perchè è stato come aver vissuto centinaia di vite, ho incontrato volti, maschere più o meno grottesche e sofferenti, riuscendo a vederci sempre qualcuno dietro, non soltanto ciò che appariva agli occhi.

Quella che viene narrata in questo libro è una storia basata su eventi realmente accaduti. Tuttavia, per evitare ogni riferimento a persone o fatti, i nomi sono stati modificati e alcuni luoghi e cenni storici sono frutto di invenzione, creati al fine di rendere più “romanzesche” le vicende.

Il tentativo era semplicemente quello di raccontare la storia di una persona che è riuscita a riscattarsi dopo acute sofferenze e, di conseguenza, si è cercato di dare al lettore la certezza (o l’illusione) che non tutto il male arriva per distruggerci, a volte esso giunge a noi per insegnarci qualcosa di ancor più importante.

Scrivere di Patricia è stato molto difficile, ho dovuto togliere la mia pelle per indossare nuovamente la sua, una pelle dimenticata e con vent’anni di polvere addosso che urlava per riuscire a venire a galla.

La musica, eterna mia compagna fino a quando vivrò, mi è stata di aiuto in tutto il percorso, in ogni riga, in ogni rilettura, in ogni notte in bianco persa a litigare con me stessa e con la storia stessa, quando qualcosa “non filava”.

In tutte le righe sono presenti David Bowie e John Lennon.

A quest’ultimo devo soprattutto il titolo di questo libro, perchè come lui stesso scrisse in una cartolina inviata ad un amico e archiviata nel libro “Le lettere di John Lennon”: “Il posto più bello del mondo è da nessuna parte“, ed io ho sempre ritenuto che fosse vero.

Ho utilizzato molti dei titoli per descrivere gli spazi temporali, al fine di rendere omaggio ad alcuni brani che sono stati importanti nel corso della mia vita.

Ciascuno di essi ha tirato fuori qualcosa di me, nel bene e nel male.

Dedico questo romanzo alla mia famiglia, l’unica piccola isola felice ma la più vera che io sia riuscita a creare, composta da mio marito, che ha lavorato con me alla copertina di questo libro sostenendomi sempre e alle mie due figlie, le persone più speciali che io conosca.

La fonte di ispirazione più grande è rappresentata dalle persone che mi circondano nella vita reale e quelle che mi supportano attraverso la rete, gli amici scrittori e fotografi, che riempiono il mio cuore di fiducia nel prossimo (compito non sempre facile), e presso i quali ho riscontrato conforto e amicizia; sono stati per me importanti per le loro storie che erano sepolte in un cassetto, e non vedevano l’ora di uscire per far parlare di sé.

Ringrazio immensamente tutti loro perché mi hanno insegnato il valore più grande: quello di credere nei propri sogni e lottare; altresì la cosa ancora più importante: imparare a perdonare chi ci ha fatto del male, seppure il male peggiore arrivi sovente proprio dall’interno delle famiglie, non solo da un mondo esterno.

Scrivere questo romanzo infatti ha contribuito a farmi perdonare i miei genitori per gli errori da loro commessi, ho imparato ad amarli con maggiore profondità, li ho compresi scendendo fino al loro abisso, e ho scelto di archiviare ogni sbaglio.

Ringrazio gli amici scrittori horror, che mi hanno aiutata a delineare il profilo di questo genere di scrittori, di alcuni di loro ho sentito le profonde ferite ed in qualche modo questo mi ha aiutato a curare anche le mie.

Ringrazio chi mi ha sostenuta per la descrizione dell’autopsia, in particolare la studentessa di scienze biologiche Federica Filippini per la consulenza e la guida all’uso di termini specifici, e grazie anche a chi mi ha prestato i suoi libri per documentarmi, e chi mi ha seguito passo dopo passo in un tema finora mai affrontato, ma che mi ha molto appassionato.

Ringrazio Monica D’Eri che mi ha seguito nella correzione delle bozze, per la sua grande amicizia, un legame che seppure distanti dura da quasi vent’anni. Monica sei una persona davvero speciale.

Ringrazio la fotografa Anna Scarselletti per avermi dato l’opportunità di utilizzare la sua foto di Oxford Circus a Londra, luogo in cui il libro si conclude. Quell’immagine è stata determinante nella scelta della realizzazione e della grafica.

Grazie anche a Edi, un artista albanese che nel 2001 realizzò il mio ritratto (in sovrapposizione alla copertina), soprattutto per aver fermato un momento importante della mia vita, uno di quelli che determinò il mio cambiamento interiore ed esteriore.

Sfortunatamente non ho più avuto sue notizie dal 2002. Non ho idea di dove possa trovarsi oggi, ma quando guardo quel ritratto che da anni è situato nel mio ufficio a casa, mi auguro sempre lui sia sotto a un cielo positivo, beato, a guardare le stelle.

Un infinito grazie va alle persone amiche sui Social, Rita, Maria Nadia, Eugenio, Renata, Emanuele, Maria, Raffaella, Valentina, Nancy, Edgar, Roberto, Riccardo, Daniele e tante altre che mi sostengono, alle quali rivolgo quotidianamente, in ogni istante, il pensiero più bello e a Debora, che è stata di ispirazione per quest’opera.

Grazie a Patricia, a Scott, a John e Jack, che mi hanno insegnato a tirare fuori cose di me che non avrei mai ritenuto possibili potessero emergere.

Grazie infine a Mr. Pitor, il quale mi ha insegnato cos’è la vera felicità.

 

Letizia T.

Image: Copertina romanzo “Il posto più bello del mondo è da nessuna parte” di Letizia Turrà

 

 

 

My Valentine…

 

parigi

 

 

My Valentine

 

Il sole iniziava a calare su una  romantica Parigi, pronta ad abbigliarsi del suo miglior vestito, proprio come Patricia, che indossò l’abito che il suo amato aveva scelto per lei.

Aveva messo delle scarpe eleganti e sofisticati gioielli; ma erano i suoi occhi a brillare più di ogni cosa al punto che, fatto il suo ingresso in sala, molti ospiti illustri si voltarono ad ammirarla.

Tutto le sembrò progettato come in un sogno, persino la musica eseguita da un pianista vestito di bianco, che intonava un magico brano di Sir Paul (Mc Cartney), mentre sorseggiava un Cosmopolitan.

“What if it rained? We didn’t care. She said that someday soon the sun was gonna shine, and she was right this love of mine…My Valentine…” le sussurrò nelle orecchie Scott.

Si voltò a guardarlo, radiosa come ogni donna innamorata.

<<Sei stupenda Signora mia, credo di non aver mai visto una sala tanto gremita, intenta ad osservare una sola donna.>>

<<Lo dici quasi come se non fossi abituato a cotanta bellezza.>>

<<Posso solo dirti che il mio intero corpo sta vibrando, e che finora nella mia vita non era mai accaduto che io rimanessi senza parole da pronunciare. Potrei anche non dire più nulla, ma i miei occhi parlerebbero, comunque.>>

<<Allora lascia che sia così, lascia che siano i tuoi occhi a dirmi ciò che vuoi dirmi, lascia che siano loro a toccare il mio cuore, anche solo per un momento, fa che io diventi i tasti del tuo pianoforte: il bianco per la mia semplicità, il nero per i miei lati oscuri, che solo tu riesci a leggere.>>

Quel momento sarebbe bastato a colmare ogni vuoto, ma lo sanno tutti che le cose belle, quelle che “colmano”, non durano a lungo come dovrebbero.

Tratto dall’ultimo romanzo dell’autrice Letizia Turrà

VIETATA LA RIPRODUZIONE.

Image: Parigi (Google)

 

Mad world… .

bimbi che giocano.jpg

 

 

Claire entrò dalla porta con un magico sorriso che servì a rassicurarla.

<<Sorellina…>> disse abbracciandola.

<<Ciao Claire.>> con voce flebile ricambiò il saluto.

<<Io vado ragazze, qui ci sono le chiavi di casa. Per qualsiasi cosa, sai dove trovarmi.>> disse rivolgendosi a Patricia.

<<Ora che siamo sole, dove vuoi che ti porti?>>

<<C’è una scuola elementare qui vicino, vorrei andarci.>>

<<È una richiesta insolita, ma credo si possa fare. Fatti una doccia prima, non voglio girare al fianco di una mummia puzzolente. E truccati anche!>>

Mad world

 

“Children waiting for the day they feel good

Happy Birthday

Happy Birthday

And I find it kind of funny

I find it kind of sad

The dreams in wich I’m dying are the best I’ve ever had

I find it hard to tell you

I find it hard to take when people run in circles

It’s a very very MAD WORLD…”

I bambini giravano in cerchio, tenendosi per mano tra schiamazzi, urla e risate.

Era strano pensare che anche lei molti anni prima avesse conosciuto quelle stesse sensazioni di gioia e purezza. Fu folle pensare che di colpo, crescendo, fosse arrivata a perdere tutto.

Guardò sua sorella negli occhi: <<Mio padre non è mai venuto a prendermi a scuola. Dovevo tornare a casa a piedi, da sola. E non perché fosse occupato a lavorare. Non è mai venuto perché semplicemente non c’era. Ogni volta mi giravo a guardare gli altri bambini che andavano a casa con i loro genitori, io non ho mai avuto tale privilegio.>>

<<Ecco perché ti è mancato. Io invece ricordo che odiavo quando mia nonna veniva a prendermi a scuola, mi metteva in imbarazzo il fatto di non poter essere autonoma, come molti altri bambini. Solo quando ha cominciato a stare male, e quindi non veniva più, ho capito che mi mancava quel gesto d’amore, quel suo volermi dire “sono qui ogni giorno perchè sono presente nella tua vita e tu sei vita per me”. Che stupida sono stata a non capirlo prima.>>

<<Non sei tu ad essere stupida. L’intera umanità lo è, nessuno capisce un cazzo finché possiede il vantaggio di sentirsi amato. Guardali… sono così felici, sorridenti, provo molta invidia per loro.>>

<<Secondo me ogni età ha la sua bellezza. Godi di quello che c’è ora, e sarai felice.>> le strinse le braccia in una morbida carezza.

Letizia Turrà, “Il posto più bello del mondo è da nessuna parte”

Vietata la riproduzione, tutti i diritti sono riservati.

Image: Facebook

“My little red child”

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“Il mio piccolo bambino rosso”, era così che sua madre Lora adorava chiamarlo. Il piccolo Jack Burn era venuto al mondo in un giorno piovoso, ed era apparso come un esserino dalla chioma fulva e dalla pelle bianca, con i capelli che avevano il colore dei ranuncoli arancioni a primavera.

Contrariamente ai bambini cresciuti da soli perché senza fratelli, Jack crebbe come un bambino vivace e aperto alle meraviglie del mondo.

Tutto riusciva ad attrarre la sua attenzione, in particolare le leggende riguardanti le navi.

Quando gli chiedevano da grande cosa avrebbe voluto fare, rispondeva sempre senza esitazione: <<Il pirata!>>

Il padre era un ufficiale dell’Esercito polacco spesso lontano da casa, dove vi faceva ritorno solo nei periodi festivi, portando al figlioletto quelle fantastiche bottigliette di vetro lunghe dal collo stretto, al cui interno erano collocati modellini di navi da guerra o galeoni.

Il ragazzino osservava stupito e sorpreso quei tesori nati dalle mani dell’uomo, chiedendosi come fosse possibile che barchette così grandi entrassero dentro una bottiglia così piccola, doveva trattarsi sicuramente di qualcosa di misterioso. L’unica plausibile motivazione che riuscì a darsi era che fosse il vetro a modellarsi in base alla grandezza della nave spinto da un incantesimo, una sorta di magia.

Nel corso degli anni, il bambino Jack diventò un ragazzo prestante e scrupoloso nei confronti dei dettagli.

In un viaggio a Vienna aveva infatti scoperto come venivano prodotti quei souvenir che tutto avevano, fuorché qualcosa di magico e misterioso.

Non fece in tempo a rimanere deluso da quella sua scoperta, affaccendato com’era negli studi e nelle gare di atletica.

Lora sapeva che quel ragazzo possedeva dentro sé qualcosa di speciale; egli cominciò ad esprimere il desiderio di volere diventare poliziotto, una specie di segugio, ma non si era mai spinto oltre la pura conversazione, poiché sapeva che sua madre disapprovava, essendo la moglie di un militare.

Il suo sogno sembrava destinato a rimanere tale, fino al giorno in cui suo padre venne ucciso dalle Forze armate sovietiche.

Lora aveva preparato il polpettone della domenica e il piccolo Jack era intento a giocare con la palla in cortile, quando vide due misteriosi uomini, alti e vestiti in borghese, scendere da una GAZ Berlina, e dirigersi verso la sua casa.

Quando sentì le urla della madre comprese che era accaduto qualcosa di tragico a suo padre.

Fu il segno certo che il suo destino sarebbe stato quello di fare l’indagatore. Si mise alla ricerca degli assassini del genitore, ma non li trovò mai.

Nonostante fosse stato l’odio a spingerlo nei suoi intenti, quando incontrò per la prima volta Gold, egli lo prese a ben volere come un figlio. Il vecchio era un pezzo grosso con venticinque anni di esperienza, già a capo del dipartimento, nonché massimo esponente della polizia scientifica in Italia.

Fu così che Jack iniziò ad approfondire il ramo della criminologia, laureandosi in biologia e studiando a fondo la genetica forense. Un anno dopo ottenne anche la laurea in medicina e successivamente la specializzazione in Medicina legale, diventando anatomopatologo.

Quello stesso anno sua madre morì a causa di una polmonite, ed egli rimase definitivamente solo.

Bastarono pochi anni perché il “piccolo bambino rosso” si trasformasse in un uomo chiuso, a tratti insicuro e a volte superbo, perché cosciente di essere bravo nel suo lavoro.

Conservava in casa ancora le bottigliette che suo padre portava dai viaggi, l’unico ricordo di un’infanzia felice nella quale era stato molto amato.

Per contro, nonostante tutto quell’amore ricevuto, egli non aveva saputo donare a se stesso la bellezza di una vita sentimentale appagante, che aveva compensato con la frequentazione di bordelli e case chiuse, di cui era diventato cliente assiduo a partire dai diciotto anni.

Burn si sentiva compreso solo da quel genere di donne, e lasciò che quella diventasse quasi una prigione che si autoinflisse consapevolmente; lo perseguitava infatti la terribile paura che avrebbe potuto perdere il controllo della situazione qualora nel rapporto di coppia fossero giunti i momenti cupi, i litigi, i tradimenti.

Leila era la perfetta vergine da sposare, abitava nel suo quartiere a pochi metri da lui, ed era una ragazza tutta casa e chiesa.

Sarebbe stata la donna ideale per un uomo impegnato a lavorare e che nel tempo libero andava a prostitute.

Provò per lei un amore autentico fino al giorno in cui nacquero Matthias e Joanna, i due gemelli.

Relegata al ruolo di madre e soffocata dalla routine, sentì il bisogno di “respirare”, e di ritornare ad essere una donna.

In casa i due cominciarono ad organizzare spesso feste, cui partecipavano anche i colleghi del distretto.

Tra loro, da poco si era aggiunto al gruppo Stevenson, un giovane detective specializzato in criminologia forense, talmente bravo da essersi guadagnato la sua fiducia, lasciando che entrasse in casa come uno di famiglia, anche nei momenti in cui lui era assente.

Jack, completamente all’oscuro della sofferenza di Leila, perché troppo occupato a lavorare e troppo egocentrico per preoccuparsene, perse per la prima volta il controllo.

Fu una mossa che gli costò il veder naufragare il suo matrimonio in meno di un anno.

Leila se ne andò via con i ragazzi, lontana dal luogo che le aveva procurato solo dolore, e Jack seguitò a mentire anche a se stesso.

Non era vero infatti, come egli raccontava a tutti, che non si fosse mai messo alla ricerca di Leila.

Semplicemente si rifiutò di accettare l’idea di avere fallito una volta nella vita e di non essere stato il degno capitano della sua nave, proprio per la donna che più aveva amato. Così non le chiese mai di tornare, né le disse mai che l’amava ancora.

E’ incredibile come ti cambino le ferite. Diventi qualcun altro, e ciò che eri un tempo viene spazzato via, ad eccezione delle barchette incastrate nelle bottiglie di vetro, quelle le tieni ancora sullo scaffale, perché ti ricordano chi sei e che lì dentro, ci sei anche tu.

LETIZIA TURRA’, “IL POSTO PIÙ BELLO DEL MONDO E’ DA NESSUNA PARTE”.

VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA CONDIVISIONE.

IMAGE: Google research

“È quando pensiamo di non avere più possibilità, che si riapre uno spiraglio per noi.”

2.-Modern-Times-Hiroshi-Sugimoto-Fondazione-Bevilacqua-La-Masa-Venezia-2014

Londra, 30 marzo 2014

 

<<E con questo fanno centoventitre scatole, Signorina. Firmi qui il foglio, la consegna in Italia avverrà entro e non oltre tre settimane a partire da oggi.>>

<<Scusi dimenticavo di dirle che quella scatola di legno non è da caricare sul camion, la porterò sull’aereo con me, grazie.>> disse riprendendo in mano la sua scatola dei ricordi.

<<Capisco, allora fanno centoventidue scatole, un bel mucchio di roba per una casa di soli 90 metri quadrati. E’ una bella casa!>> disse il fattorino dei traslochi.

<<Era molto più di questo. Era la mia casa.>> disse poggiando la mano sulla cassetta postale riportante la targhetta “Wood-Rovani”, e constatando quanto i due cognomi messi insieme cozzassero terribilmente.

Prima di lasciare la zona si recò presso la casa di Mr. Titor per riconsegnare le chiavi.

<<Entri, le ho preparato un tea al bergamotto, è italiano, così non sentirà la nostalgia del posto che sta lasciando.>>

Non potè fare a meno di crollare in un pianto disperato davanti al vecchio.

Egli aveva conosciuto lei e John, li aveva visti crescere insieme e costruire giorno per giorno quel rapporto che da innocente amore tra due ragazzini, era mutato nel sentimento forte di due adulti.

<<Avanti bambina, non faccia così, le cose finiscono e ricominciano, vedrà che è soltanto una crisi passeggera. E’ davvero sicura di voler lasciare la casa?>>

<<Non tornerà Sig. Titor, conosco bene John. La perdita di sua madre lo ha sconvolto. Dallo scorso 27 marzo non è stato più lo stesso. Non è rimasta traccia della persona che conoscevo. Non tornerà più quel ragazzo cupo, dagli occhi dolci e le parole lapidarie.>>

Voltandosi ella vide una foto sulla credenza; c’erano raffigurati tre bambini.

<<Sono i suoi figli quelli?>>

<<Sì, sono Matt, Cindy e Rupert, tre bravi figlioli. Cindy è morta dieci anni fa, stava bene, poi improvvisamente una notte ebbe una febbre vertiginosa e lamentò dei dolori fisici molto forti. Avvenne tutto rapidamente, come la diagnosi: leucemia. Vedere morire tua figlia a dieci anni credo sia la cosa più scioccante a cui ti possa capitare di assistere. È una cosa che non dimentichi, che ti lacera dentro, insieme a lei. Vorresti essere tu quello che muore, senti che saresti anche in grado di sopportare meglio quel dolore, ma la verità incomprensibile, è che non si è mai pronti alla morte, sia che sia la propria, sia che sia quella delle persone a te più care. Vede Patricia, per molto tempo io e mia moglie ci siamo chiesti come avremmo fatto ad andare avanti, a proseguire nella nostra vita come nucleo famigliare. Matt era piccolo e noi pensammo di non avere più amore da dare, quella perdita ci aveva seriamente svuotati. Quando un anno dopo mia moglie scoprì di essere incinta di Rupert, fu il segno che il cielo non ci aveva abbandonati e che ci era stata riservata un’altra possibilità. Dovevamo coglierla, e ripartire. È quando pensiamo di non avere più possibilità, che si riapre uno spiraglio per noi. Ora lei si sente sola, sconfortata e delusa. Ma un giorno questo dolore sarà lontano, così lontano da farle apprezzare questo evento negativo.>>

Abbracciò il vecchio e si diresse a Kensal Green, per salutare sua madre Amy.

Si era levato un gran vento e proprio allora, in quell’istante, ricordò di quanto odiasse il vento fin da bambina; era sempre stata terrorizzata da quel fischio riottoso che si insinuava tra le finestre.

Sedette piano ai piedi della tomba, e cercò di imprimere nella sua mente un ultimo ricordo, che le restasse addosso come un tatuaggio.

<<Ciao mamma, questa volta sono sola e sono venuta a salutarti perché per lungo tempo, andrò via per pensare. Magari tornerò a Venezia un giorno, o magari a Milano, la città che tu amavi tanto. Mi manchi mamma, mi manca tutto di te, persino il tuo risotto pronto che infilavi nel microonde. Ti ricordi che lo prendevo dal centro anzichè dai bordi, e puntualmente mi scottavo? Poi piangevo, tu mi sgridavi e di nuovo, amorevolmente, mi pulivi il muso e mi davi un bacio. Mi sentivo al sicuro con te, con te soltanto. Ti ho portato i tuoi fiori preferiti, i gigli. Londra è bellissima oggi, c’è un sole primaverile ed in questa stagione io e John avremmo fatto una piacevole passeggiata a Greenwich. Mi sono sempre chiesta se la felicità sia un bene riservato a poche persone. Dicono che in media un essere umano sia felice per due anni complessivi durante il corso della sua intera vita. È evidente che io ho usato tutta la mia riserva di quella felicità ed ora è terminata. Ora ti lascio mamma, ma so che la tua anima è sempre al mio fianco. Restami accanto.>>

Uscì da Kensal Green lasciando la morte alle sue spalle, senza voltarsi indietro.

Letizia Turrà “Il posto più bello del mondo è da nessuna parte”

VIETATA LA RIPRODUZIONE, ANCHE PARZIALE DELL’OPERA RIPORTATA.

Image credits: Modern-Times-Hiroshi-Sugimoto-Fondazione-Bevilacqua-La-Masa-Venezia-2014

 

The circle Game, il muscolo del cuore.

ksenija Spanec

SONG: https:// http://www.youtube.com/watch?v=vRa6Ta2tw_M&list=RDvRa6Ta2tw_M#t=9

 

Il mattino seguente si alzò con la seria intenzione di sbrigare le faccende domestiche.

Il monolocale dove viveva aveva ormai assunto l’aspetto di un letamaio.

Tutti i vestiti, che non lavava da settimane, erano ammucchiati sulla sedia, come sculture di stoffa.

Giacche, pantaloni, scarpe, cappelli, borse sormontati gli uni, dalla presenza degli altri.

Le donne normali forse avrebbero desiderato una cabina armadio, un lavoro sicuro e due ore tutte per loro per truccarsi; probabilmente sarebbero arrivate a lottare ardentemente, pur di possedere quelle cose.

Non lei, lei non se ne curava.

Le sarebbe bastato un amore, uno semplice fatto di parole semplici, invece aveva solo imparato che l’amore ha dentro qualcosa di velenoso… siamo fatti di carne, sangue e scartoffie.
Dicono che da qualche parte esista un pezzo del nostro puzzle, la metà della mela che combacia con la nostra, in tutto e per tutto.
E certi pezzi quando arrivano te ne accorgi subito che servono a completarti, e lo stesso li lasci andare, per una ragione o per l’altra, perchè sai che è giusto così, perché fa meno male forse abbandonarli, che farli restare nella tua vita.

Il cuore è un muscolo e come tale può essere educato ad amare. Allo stesso tempo lo si può educare anche a non “sentire”, a non pretendere e a dimenticare, se necessario, il male percepito.

Così gli abiti divennero per Patricia la mera copertura del suo animo ferito, celato dietro alle parolacce, alle urla, al sesso occasionale.

Come aveva letto nel libro di Madame Bovary quando aveva dieci anni, gli abiti non sono che il tentativo di affermare la nostra avidità nel piacere agli altri oltre che a se stessi, in un gioco puramente egoico, quando ancora non abbiamo raggiunto la vera consapevolezza dell’IO, e ci preoccupiamo troppo dell’aspetto, in assenza di una forte individualità.

Lei invece era il suo passato, e proprio grazie ad esso aveva edificato la propria personalità, senza mai riuscire a gettarsi alle spalle quanto era accaduto, come niente fosse.

Guardò la montagna di vestiti accumulati pensando che sarebbe stato difficile trovare qualcosa da mettersi.

Si rivolse all’unico amico gay in grado di mantenere un segreto nonché suo collaboratore più stretto: Robert.

E, cosa non meno importante, l’unico che lei conoscesse a possedere un atelier di vestiti usati.

<<Devi aiutarmi, sono in una situazione di emergenza. Devo mettere qualcosa di carino per un appuntamento. Qualcosa che mi faccia apparire sexy ma non osè.>>

<<Da quanto tempo non sentivo più quella parola provenire dalla tua bocca, A-P-P-U-N-T-A-M-E-N-T-O. Non mi sembra vero.>> disse con tono tipicamente sarcastico e femminino.

<<Vuoi aiutarmi o no scemo? Non voglio che anche tu rida di me, sono già abbastanza in crisi!>>

<<Arrivo.>> chiuse scocciato la cornetta.

Rob giunse quindici minuti dopo portando con sé dieci diversi tipi di pantaloni, un abitino corto e due medio lunghi, tre magliette, due parrucche.

<<Quale tra questi outfit è di tuo gradimento?>>

<<Hai portato anche due parrucche? Guarda che mica vado a battere! Passa qua, dammi qualunque cosa sia in grado di vestirmi, Robert!>>

<<Ho capito, ho capito. E pensare che una volta quelle parrucche le usavi durante le serate! Comunque lascia fare a me. Solo sai che sono curiosa, dovrai dirmi con chi esci.>>

<<Non ci crederesti mai, è un maniaco con l’impermeabile e un cappello da vecchio notaio ricco, ha pure le scarpe da avvocato. E’ un tipo di cui conosco solo il nome, ma non il volto.>>

<<Non essere ridicola, so che non usciresti mai con uno così.>>

<<Hai visto? Te l’avevo detto che non mi avresti creduta.>>

 

ESTRATTO DALL’ULTIMO ROMANZO DELL’AUTRICE LETIZIA TURRA’, VIETATA LA RIPRODUZIONE

Canzone: Joni Mitchell, The circle Game

Image credits: ksenija Spanec

Thanks to Fabio Oriani for some words and for the real friendship