Il labirinto di orchidee

 

sassi

 

Una località di mare, la brezza marina che accarezza la pelle, i vetri forgiati dal corso dell’acqua e dal tempo, che ne ha arrotondato i contorni rendendoli minerali che in rilievo spiccano dalla sabbia, pronti a mostrare la loro lucentezza.

Semmai dovessi raccoglierli e portarli a casa, ecco che ti accorgeresti che non sono più uguali a come erano quando li hai raccolti sulla spiaggia, perché è sul mare che ne viene catturata la loro vera essenza.

In lontananza è possibile udire una musica di pianoforte. Giunge dal centro, è l’invito rivolto dai musicanti al pubblico, che li richiama a festeggiare con loro la bellezza della vita.

La vita non è quello che ti accade mentre cammini, mentre corri, mentre pensi.

La vita non è una ruota che gira come molti ci hanno educato a pensare, e non è nemmeno una corsa a ostacoli con una meta da raggiungere.

La vita è molto, molto di più.

E’ uno scorrere lento e veloce di un fiume procace, molto di più di tutto ciò che ti accade, più di una ruota o una corsa a ostacoli.  E’ più di una meta con uno scopo finale.

La vita è amore, allo stato puro. Simbolo della ricchezza di un’umanità, che sembra non credere più a niente.

Eppure non si vive senza amore.

E’ una cosa che ho scoperto col tempo, da quando mi sono auto imposta di aprire una porta che credevo chiusa, quella del mio cuore.

Tutto iniziò quando osservai in silenzio i miei polsi, legati a un letto di ferro battuto, doloranti e sanguinanti.

Mentre il ricordo mi riportava ai miei giorni di infanzia, me ne stavo lì a recuperare i cocci di una vita da adulta persa a sbagliare dietro alla valutazione di ciò che era stata la mia esistenza, fino a quel fatidico decadere, così in basso. Facevo una valutazione, una volta per tutte.

Un termine del tutto nuovo per me.

Valutare, infatti, non era mai stato il mio forte.

La mia storia era stata più un raid di persone. Una vita “metti e togli”, passata a intervistare volti, selezionare storie e sfaccettature di personalità a volte contorte, altre volte delicate, quanto mai sconvenienti, e a tratti rudi.

Quando si tratta di parlare di sé, di lasciarsi andare, non tutti sono in grado di liberarsi dalle catene, fisiche o mentali possano essere.

Preferiamo celarci dietro schermi illuminati, attraverso nomi fittizi, maschere invisibili e spinose abitudini.

Siamo animali fatti di sessualità e primordialità allo stato puro.

Durante un’esistenza fatta soprattutto di riflessioni, ho avuto modo di conoscere persone eccezionali, dotate di un carattere e di un’umanità eccellenti. Persone di una cultura e di uno spessore emotivo aldilà di ogni immaginazione.

Ho incontrato anche la crudeltà umana, constatando come l’uomo possa arrivare a dare il peggio di sé, facendo del male ad altri pur di condiscendere alla propria insoddisfazione.

Ed ora ero nella fase di bilancio, quella in cui si tirano le somme.

Ero cresciuta in un contesto rigoroso, con una madre che non accettava di far parte di una dinastia borghese ormai estinta, alla quale era rimasta dannatamente ancorata.

L’ho vista autodistruggersi, persa nella chirurgia plastica e nell’alcool. Non sapevo mai quando era il giorno in cui stavo comunicando con mia madre e quando con la signora del rhum, ormai ero solita definirla così.

Mio padre era greco. Sebbene un uomo di cultura e uno scrittore affermato, non aveva mai avuto la cosiddetta vena di padre, trascorreva gran parte del tempo a scrivere. Esprimeva concetti buttati dapprima su un foglio, poi lo appallottolava e imprecava contro il cestino della carta dove era diretta la pallina di idee.

In cerca di ulteriore ispirazione, guardava fuori dalla finestra il nostro labirinto.

Possedevamo un maestoso giardino all’Italiana con enormi edere e orchidee bianche e viola.

Il labirinto, posto al centro della proprietà, era stata un’idea di mio nonno Nestor, da tutti chiamato Nicola.

Era lui il filosofo di casa, scrittore e poeta greco, da cui mio padre aveva ereditato la passione per la lettura e la prosa.

Di lui manterrò sempre ricordi piacevoli molto più che con i miei genitori.

A dire il vero manterrò gli unici ricordi che possiedo solo grazie a quell’uomo e ai suoi precetti.

Un amore forte il nostro, fatto di sguardi che erano sufficienti a comunicare, perché non servono parole quando è il bene sincero il motore  trainante di un rapporto.

Ed anche laddove servissero, il nonno sapeva sempre usare quelle giuste.

Il nostro rapporto era iniziato lentamente, come la costruzione di una casa, per molto tempo rimasta priva di finestre.

Provate a immaginare un piccolo mattone.

Lentamente aggiungete gli altri fino a formare una casa.

Ora pensate alla casa completamente eretta ma senza ancora le finestre.

Pensatela anche in un giorno di freddo e vento.

L’aria passerebbe per ogni pertugio, ogni apertura, creando così una forte corrente.

Ecco cosa succede a quel tipo di rapporti. Hanno la solidità di una casa ma allo stesso tempo non possiedono il calore di un focolare perché permettono all’aria fredda di penetrare. E’ una casa a metà, dove non ci si sente sicuri.

Avrà bisogno di finestre prima o poi per essere vissuta.

Finestre che permettano di godere di quello che c’è fuori pur restando dentro, al sicuro.

Mantengo intatto il ricordo di quella volta, in cui ritornato in Italia da un viaggio all’estero, mi aveva portato alle giostre durante la festa del Santo Patrono.

Tutto diventava emotività insieme a nonno Nicola, mi vestiva con l’abito più bello e adornava i miei riccioli di fiocchi rosa e azzurri che accarezzava piano, quasi fossero petali di cotone.

Mi sentivo sicura solo al suo fianco, tra le sue forti e grandi braccia.

Mi esibiva con grande orgoglio agli amici del circolo, dove spesso il pomeriggio si recava per discutere vari temi filosofici o socio-politici.

Io guardavo tutti quegli uomini acculturati fumare sigari, e mi chiedevo cosa volesse dire essere una persona tanto ricca di sapere.

Alcuni di loro si dimostravano ostili riguardo alla decisione del nonno di portare una bambina in un contesto tanto complesso, ma il nonno non sembrava dare importanza alla cosa.

-“Nonno – gli dicevo – ma quante cose un essere umano può essere in grado di conoscere?”

-“Possono essere innumerevoli bambina, ma non infinite. La mente umana è programmata per assicurarsi un gran numero di informazioni, ma qualora debba incamerarne altre che ritenga più importanti, allora deve fare spazio a quelle, quindi alcuni dati precedentemente appresi andranno persi.”

Ai miei occhi non mi sembrava fosse così per mio nonno, che sapeva sempre dare la risposta giusta ad ogni domanda, in ogni occasione.

-“Non capisco nonno. Spiegati meglio!”, dicevo incuriosita, sapendo di stuzzicare il suo ego.

-“Ti racconterò allora un aneddoto, famoso tra noi del circolo. Una volta a teatro, un giovane si vantava di essere sapiente perché conosceva molti sapienti. Un filosofo replicò: ‘anch’io conosco un gran numero di ricchi; questo, però, non mi ha reso più ricco!’. Capisci? Non conta che tu conosca sapienti o ricchi perché tu possa dire di raggiungere il loro livello, tutto dipenderà da quanti dati il tuo cervello sarà stato in grado di immagazzinare e rendere esperienza.”

-“Cos’è l’esperienza?”

-“E’ una parola tanto lunga quanto impossibile da spiegare con facilità, lo capirai col tempo, quando avverranno certe cose.”

 

Estratto dal romanzo “Il labirinto di orchidee, niente è come sembra” di Letizia Turrà

Image: Google Photo

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