La leggenda del villaggio operaio di Crespi D’Adda e della donna misteriosa che veglia sui bambini.

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Se è vero che in ogni leggenda che si rispetti, vi sia un velo seppure esiguo, di verità, certamente il luogo che oggi sto per descrivervi, cela un grande mistero relativamente al confine che esiste tra la vita e la morte.

Crespi D’Adda è un piccolo borgo denominato “villaggio operaio di fine ottocento”, situato nella frazione del comune di Capriate San Gervasio, sorto per volere del benefattore Cristoforo Benigno Crespi, e inserito per la sua importanza nel Patrimonio dell’Unesco dal 1995.

Non si può fare a meno di restare incuriositi dalla bellezza storica, unita alla desolazione che si respira qui, tra fabbriche dismesse ma che mantengono ancora intatta la loro imperscrutabile bellezza e un misterioso cimitero, situato in fondo al paese, il quale si trova a dare le spalle ad un piccolo sottobosco che se percorso, conduce al fiume Brembo nell’Adda.

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Qui Crespi fondò un luogo unico nel suo genere, nel quale fuse la vita operaia, la vita famigliare e il tempo libero.

Egli infatti era consapevole che l’esistenza in fabbrica che vedeva i sottoposti lavorare per numerose ore al giorno fosse faticosa, così creò un villaggio che desse la possibilità alle persone di vivere serenamente tutti gli aspetti di una vita, seppur lavorativamente parlando dura e pesante.

Il villaggio possiede due ristoranti, una chiesa, una scuola, un centro ricreativo e persino un ambulatorio medico che al tempo era anche predisposto per interventi di micro chirurgia.

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Parlando con coloro che qui ci hanno vissuto per una vita, si può intuire quanto siano stati felici gli anni in cui Crespi D’Adda visse il suo pieno regime industriale.

Il Crespi infatti, teneva molto al fatto di far stare bene i suoi dipendenti. Per tale motivo, fece edificare i cosiddetti “palazzotti” a pianta quadrata, tutti uguali fra loro per grandezza e recinzioni, situate ai bordi della strada principale del villaggio; ciascuna delle abitazioni era atta ad ospitare due famiglie di operai. Per i dirigenti, le proprietà erano (naturalmente) più grandi e suddivise in villette singole, poste nelle vie più isolate e secondarie.

Il paesaggio coniuga sapientemente il passaggio (doveroso) di ogni vita, operaia o dirigenziale potesse essere: lavoro, famiglia, tempo libero, per giungere all’unico porto sicuro di ciascuno di noi, la morte.

Alla fine del lungo viale infatti, vi è un luogo molto caro agli abitanti e particolare per via della sua conformazione di tipo “americana”, disegnata e concepita da Gaetano Moretti tra il 1905 e il 1908.

Il cimitero, un luogo di silenzio egregiamente permeato all’interno di un bosco, il cui termine coincide con l’arrivo al passaggio del fiume Brembo.

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Già incamminandosi da una lunga distanza, è possibile ammirare l’enorme mausoleo che fu edificato come cappella per la famiglia Crespi, con uno stile alquanto eclettico ed esotico.

Giunti all’ingresso, non si può non restare affascinati e colpiti. Guardando da entrambi i lati, sia a destra sia a sinistra, si trovano le tombe dei bambini morti in tenerissima età. Un invito alla riflessione di quegli anni e al dolore che i genitori di quei bambini possono aver provato.

Al termine della scalinata del mausoleo infine, si viene condotti in cima al monumento da cui è possibile ammirare l’intero complesso dall’alto. Sollevando ulteriormente lo sguardo si può notare una figura misteriosa, quella di una donna seduta, la cui identità è a tutt’oggi sconosciuta.

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Non si sa con esattezza chi essa sia, ma anticamente si vociferava su un suo presunto legame con i bambini sepolti all’interno del cimitero. Pare infatti che la dama ogni notte scenda dal mausoleo, per vegliare sui suoi bambini e assicurarsi che stiano bene.

Leggenda o meno, resta un mistero la particolarità di questo luogo, rimasto fermo nel tempo, come l’orologio del vecchio opificio, fermo da chissà quanto tempo alle ore 16.51.

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E’ plausibile restare così immersi nel contesto, al punto da perdere la cognizione temporale in alcuni momenti. E’ come se il visitatore ne venisse inghiottito, tramutandosi in parte integrante del contesto.

Ormai sono pochi gli abitanti di Crespi. Tranne qualche vecchia “conoscenza” (forza operaia), i giovani sono tutti andati via in cerca di una vita meno faticosa. Solo gli eredi sono rimasti in quello che potremmo definire in parte un paese “fantasma”.

Mentre eravamo intenti a salire per tornare a casa, abbiamo incontrato Francesco, ex operaio e cittadino da quarant’anni, il quale ci ha mostrato le vecchie stanze, oggi adibite a magazzini per attrezzi e hobbistica, rivelandoci gli interni dalle forme particolari, con dipinti laterali e soffitti a cassettoni, tenuti ancora in ottimo stato.

Fa così freddo che si sarebbe potuto pensare anche a conservare i cibi in quegli ambienti, che invece un tempo venivano utilizzate come camere da letto.

Oggi la figlia, restauratrice, vi lavora occasionalmente per riportare antichi splendori alla luce, come il tavolino da rigattiere della vecchia infermeria, il quale veniva utilizzato per contenere e poggiare medicinali per la prima assistenza.

La scuola è diventata luogo di mostre fotografiche ed esposizioni di diverso genere, mentre l’ambulatorio viene utilizzato dalla Pro Loco.

Rimane come lo spettro di un mondo fantastico, una sorta di Luna Park che vedeva degli abitanti impegnati a lavorare faticosamente, seppure con felicità e in sintonia con quanto li circondava.

Il Crespi era davvero un benefattore. Come ci ha raccontato un altro abitante infatti, egli prendeva a cuore i suoi dipendenti come fossero tutti parte di una grande famiglia, ritenendo che tutti dovessero essere considerati sullo stesso piano.

Chiude gli occhi Francesco e sorride, quando gli chiedo come ricorda la sua Crespi D’Adda.

Non mi resta che tornare a casa con un macigno nel cuore, che mi vede emozionata di fronte a un mondo magico, misterioso e chiuso al mondo esterno, il quale racchiude il vero e genuino significato di ogni esistenza.

Non so se lo definirei paradiso, ma so che vi sono luoghi in cui riflettere è doveroso, e questo…è uno fra quelli.

Vi invito a visitarlo, con la promessa che mi direte cosa avete provato.

A presto,

Letizia T.

Photo: Letizia Turrà

 

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