Sybil

 

Nessuna descrizione della foto disponibile.

La casa di Sybil aveva pareti neutre, nettamente in contrasto con i quadri colorati e vivaci che circondavano gli interi spazi del suo piccolo appartamento.

In ogni angolo c’erano tubi di colore, pennelli, cavalletti per pittori, tele bianche, barattoli di vernice.

Notò il mio stupore.

“Ti piacciono? Sii sincero.”

“Sì, davvero molto. È la prima volta che mi trovo nel laboratorio di una pittrice, se così posso definirlo. Mi piacciono i colori che usi, sono…”

“Positivi?” mi interruppe. “È qui che creo in effetti, quindi puoi definirlo il mio laboratorio.” aggiunse.

“Sì, era proprio ciò che stavo cercando di dire. Comunicano qualcosa di bello, di intenso…profondo aggiungerei. Questo della donna alla finestra è il mio preferito, ha dei colori quasi rinascimentali.”

“Era mia madre, l’ho persa quando avevo quindici anni. Questo è l’unico quadro che la ritrae pochi giorni prima della sua morte.”

“Mi dispiace. Era malata?” la guardai intensamente negli occhi, facendo una pausa tra il dispiacere che provavo e la curiosità, dietro cui si celava il mio velo di impertinenza.

“Aveva la stessa malattia di Johnson, la sindrome di Tourette. Non è strano? Sviluppare un’ossessione per la storia e le opere di un autore, solo perché tua madre muore della stessa malattia. È incredibile dove può portarti la mancata rassegnazione.”

Mi tolse il cappotto, poi si avvicinò al mio collo.

“Cosa puoi dirmi di te, Jules? Anche tu hai perso qualcuno?”

“Credo che non si possa invecchiare senza subire neppure una perdita. Sarebbe bello se così fosse. Entrambi i miei genitori sono morti.”

Mi tolse la sciarpa con delicatezza, mentre gli occhi piroettavano al ritmo di una danza erotica.

Entrambe le mie mani avvolsero le sue spalle, e le mie labbra arrivarono al suo orecchio.

“C’è qualcosa che desideri, più di ogni altra cosa Sybil?”

“Vorrei sentirmi amata, vorrei sapere che tra poco vedrò il tuo corpo nudo, potrò morderlo, assaporarlo, e domani quando te ne sarai andato, potrò dipingerlo.”

Le sue labbra livide tremavano. Le morsi, senza esitazione.

Per terra vicino al divano c’era un feltro di protezione per pittori.

Lo aprii e la feci distendere sopra, tentando di non lasciare neppure per un secondo le sue labbra.

Mi strinse facendomi sentire il calore del suo corpo, che iniziai a spogliare lentamente.

Immaginai di essere con Angeline mentre allargavo le sue gambe, pronto ad assaporare la sua parte più intima.

Quando giunse il momento di ricambiare percepii il tormento scatenarsi all’interno del mio corpo, che rispondeva con turgore e massimo desiderio.

La penetrai avvertendo il medesimo dolore di lei, non soltanto emotivo, ma fisico.

Non riuscii a fermarmi, nonostante un secchio di vernice amaranto mi fosse caduto sulla mano.

Le morsi i capezzoli e strinsi le sue natiche che si sporcarono anch’esse di colore.

Poi arrivai ai seni e instancabile proseguii, fino ad avvertire il freddo viscido della vernice sulla nostra pelle.

Image: Egon Schiele, film

Tutti i diritti sono riservati e di esclusiva proprietà intellettuale dell’autrice. Vietata la pubblicazione, o la duplicazione, senza alcuna autorizzazione.

Un altro Natale identico al precedente…o forse no.

il mio natale.jpg

Ph: My Home

Sono passati quattro anni dall’ultima volta in cui le mie figlie emozionate alla finestra pronunciarono “LA NELE!!”

In realtà ciò che volevano dire era “la neve”, ma all’epoca sorrisi comunque nel vedere lo stupore sui loro visini paffuti, al punto che non ebbi il coraggio di correggerle.

Da bambina non l’avevo mai vista la neve, poiché provengo dal profondo Sud nel quale ho vissuto i primi quindici anni della mia vita. Se mi affacciavo sul davanzale del balcone, io riuscivo a scorgere solo il mare.

Da vent’anni vivo al Nord, e lavoro in un ufficio legale per gran parte della giornata in compagnia di occhiali da vista neri, pile di file cartacei, qualche libro polveroso di quelli che mi piace leggere, e milioni di idee in testa che mi spingano a proseguire nella redazione del mio prossimo libro.

Ho una vita piena, eppure sento che qualcosa (sempre) mi manca.

Se penso alla terra da cui provengo, penso anche a mia madre e alla sua presenza, trattenuta ossessivamente e vigorosamente per venticinque anni nella mia vita.

Tutto ciò è successo perché l’ho voluto io, è colpa mia se vive con me 24 ore su 24, 365 giorni all’anno.

Poi mi ritorna il magone se penso ai miei nonni e agli anni in cui non esistevano i telefonini, e la felicità che mi veniva tolta durante l’anno, di colpo mi veniva restituita proprio nel periodo di Natale, attraverso i doni che più avevo desiderato e le parole calde di mio nonno, e le favole sotto le coperte di mia nonna.

Ricordo che mi addormentavo spesso mentre lei narrava di storie assurde su streghe e donne malvagie, e puntualmente mi sentivo richiamare da lei, perché dovevo tornare nel mio letto freddo.

Così facendo non prendevo più sonno, e restavo sveglia a leggere o a giocare anche fino alle due (non vi dico le scenate al mattino per alzarsi, poi!).

Alcuni sostengono che il nuovo anno dovrebbe rappresentare un momento di svolta per molti di noi. Così, da almeno un mese ho stabilito che dovevo distaccarmi da molte cose, per non consentire loro di continuare a tormentarmi.

Sono partita proprio da mia madre. Ho lasciato andare la sua mano che fino al giorno prima avevo tenuto stretta, perché ho compreso che non c’era più nulla di materico che la tenesse legata a questa terra.

Poi sono passata agli oggetti.

Con mio grande rammarico ho donato ai piccoli compagni di scuola di mia figlia il primo albero che comprammo per la nostra casa.

Grande, imponente e pieno di rami, al punto da sembrare vero. Talmente impegnativo che le bambine ci lavoravano tre ore per completarlo.

Ricordo come fosse oggi l’emozione e la soddisfazione, quando magicamente le luci prendevano vita con la loro danza.

Così l’ho comunicato anche alle bambine, mentre intrecciavo i loro capelli come faccio ogni mattina, e mentre parlavo dell’albero e del suo trasloco verso la scuola piangevo, davanti ai loro sguardi stupiti.

Non possono infatti ancora comprendere cosa significhi per me lasciare un pezzo dei ricordi più belli della nostra famiglia, seppure si tratti solo di un albero di plastica!

Poi ho sorriso dolcemente alla piccola, riflettendo sul fatto che molti bambini godranno della presenza del nostro albero, e lo guarderanno con gli occhi belli, come lui merita.

Per quanto riguarda me, la strada del distacco non è completa e forse non lo sarà mai, ho ancora molte cose in sospeso da lasciare dietro di me.

E la cosa bella è che sono cosciente che sia giusto così.

Forse approfitterò di questo Natale per continuare a scrivere. Magari andrò in giro a fare foto di quello che mi emoziona, e donerò un sorriso e qualcos’altro a chi ne ha bisogno, come faccio sovente. Forse ancora visiterò un cimitero, e piangerò sulla tomba di un perfetto estraneo, perché a me piace fare anche questo. O ancora, me ne starò in silenzio ad osservare una strada silenziosa, con i profili bagnati dalla nebbia del mattino, quando in giro non c’è nessuno.

Penserò ai miei nonni, tutti, ai miei parenti, gli amici, a mia madre…a tutti quelli che mi hanno insegnato che il bene e il male non hanno un confine, e risiedono in ciascuno di noi.

O forse ancora resterò qui, nell’attesa che qualcuno si faccia vivo, perché la solitudine può lacerare anche i più forti.

Vi auguro un felice Natale, e vi ringrazio perché anche se non vi conosco, so che alcuni fra voi mi leggono con affetto, come se mi conoscessero.

Vi stringo forte, Letizia T.

 

 

Brutto mestiere quello del pagliaccio…

Matilde Gattoni
Matilde Gattoni, Ocean Rage

“Che brutto mestiere quello del pagliaccio. Che senso ha far ridere gli altri, quando dentro sé si sta morendo?” Letizia T.

Di pagliacci ne è pieno il mondo, e pensare di non arrivare mai a conoscerne uno nel corso della vita, non è che un modo di eludere la realtà, come spesso facciamo.

Nel mondo digitalizzato, dove le persone sono trattate come cursori e non come macchine perfette dall’animo imperfetto, troviamo un sacco di elementi a nostro sfavore.

Siamo sottoposti a una costante disinformazione, che ci vede dare risalto a cose che non sono affatto fondamentali, né importanti per l’uomo.

Saltiamo di palo in frasca, dall’Italia che non andrà ai Mondiali alla morte di Totò Riina, alla differenza tra molestia e violenza sessuale (che poi la differenza che c’è tra molestia e violenza di fondo devono ancora spiegarmela!).

Ultimamente faccio un po’ il folletto: salto da un post all’altro, da un articolo all’altro, riscontrando sempre lo stesso problema: l’essere umano è sempre più, costantemente, intenzionalmente, subdolamente preposto a voler dire la sua senza ritenere che quello che sta dicendo possa essere una puttanata enorme.

Capite? E’ un po’ come chi da solo se la canta e da solo se la suona (si dice così al mio paesello). E il problema vero e proprio è che non c’ha ragione nessuno.

Sì, avete capito bene, non ha ragione nessuno!

Perché da qualunque punto un monte lo vogliamo osservare, ciascuno di noi avrà la sua visione dal suo punto di affaccio.

Se tu sei a Ovest, avrai una visione. Se invece sei a Est, tutt’altra…e così via.

Dunque che senso ha imporre la propria supremazia sugli altri, dal momento che ciascuno di noi ritiene di avere ragione? Nessun senso, e forse l’ho già detto.

Ci tengo a ripeterlo. Perché lotto ogni giorno per dare un senso a questa vita, attraverso i miei occhi, alle mie figlie, e alle persone che incontro nella mia quotidianità.

Quindi depongo l’ascia di guerra, perché se c’è davvero una guerra da combattere, sarà quella con noi stessi.

Miglioriamo noi, migliora anche il nostro mondo.

Io la vedo così da un pezzo, e da quando è così la mia montagna si è riempita di fiori, di colori e gli uccellini vengono a farmi visita ogni mattina. E vedo le aquile volare, invidiando il loro modo di essere libere.

E scrivo, sperando di aiutare qualcuno a sentirsi meglio, perché il meglio è già dentro ognuno di noi, anche quando ci sembra sepolto.

Seppellire è una nostra scelta, sempre.

Stamattina mi ha colpita molto questa immagine sugli effetti disastrosi del clima in Ghana, dove interi edifici sono stati corrosi dall’oceano, possente nemico (in questo caso) del popolo che ivi risiede.

La popolazione continua a proseguire con la propria vita, incontrando giornalisti e fotografi che non riescono a smettere di riprendere quello scempio. Eppure quelle persone sorridono, e sono grate per quello che hanno, che il più delle volte si traduce in case senza tetto, letti inesistenti e scuole rase al suolo.

matilde gattoni bis.jpg

Che cosa li fa andare avanti? La volontà? La gratitudine? L’umiltà?

E chi può dirlo. Forse tutte queste cose.

Non esiste una chiave vera e propria. Esiste solo una luce interiore di cui ciascuno di noi è dotato, che filtra dai nostri occhi e fluisce, per mezzo della nostra bocca.

Per come la vedo io vale sempre la pena di ridere, di gioire e di vedere del buono in questo mondo.

Ma potrei anche sbagliarmi, perché si tratte del MIO percorso di vita.

Forse non ci arriveremo con estrema facilità finché ci sentiremo felici in un mondo come quello di Internet che di reale, a parte le persone che lo frequentano, non ha NULLA.

Però confido che ci arriveremo, senza troppa poesia. Sarà la vita a condurci come un oceano e romperà le nostre case (le nostre convinzioni) e ci lascerà senza un letto (i nostri pregiudizi), con la medesima forza dirompente.

E’ una scelta quella di sorridere, anche se sei un pagliaccio, anche se la gente come me continua a chiedersi che diavolo ci sia di divertente in un pagliaccio.

A presto, Letizia T.

Come un fiore…

 

fiore.jpg

 

Iniziò tutto per caso, in un giorno qualunque.
Iniziammo a scriverci tutti i giorni.
Condividevamo emozioni, fotografie, emoticon, le canzoni che ci ricordavano il passato buio, o i momenti belli della nostra vita.
Eravamo speciali, l’uno per l’altra.
Poi un giorno tutto cambiò, avemmo una piccola discussione sul nostro modo diverso di vedere le cose; non ricordo neppure quale fosse l’argomento. Ricordo solo che cambiò il nostro modo di “guardarci”.
Di improvviso ci scrutavamo, eravamo qualcuno da cui proteggersi, nemici quasi, l’uno per l’altra.
Fu così che finì, alla velocità di un soffio, come quando a primavera i petali dei fiori volano via e tu non puoi recuperarli, poiché sono troppo sottili per trattenerli tra le dita.
O forse perché sono troppo belli per essere presi. L’unico modo che hai di viverli è quello di vederli andare via.
Eppure quando ci penso sorrido ancora, come fosse ieri.


Letizia Turrà

Una dichiarazione, anche se non amorosa…

Vi è mai capitato di ricevere una sorta di dichiarazione, o comunque la vogliate definire, una spontanea forma scritta di ammirazione che vi abbia fatto tremare il cuore?
A me  è capitato poche settimane fa, ed è stato bellissimo.
Voglio perciò ringraziare il bravissimo fumettista Alessandro Baggi, un amico conosciuto sul Social Network e da domani, un amico che potrò finalmente abbracciare di persona.
Incollo qui questo stupendo estratto, affinché io possa un giorno rileggere le sue parole.
Buona Lettura!
leti baggi
IL 3 AGOSTO LEI

Guardo e riguardo la foto: l’ha postata sul suo profilo il 3 Agosto, con noncuranza. Forse non si rendeva conto.
Lei è una forza della natura; cantante, fotografa. Ha anche pubblicato 4 romanzi; sviluppa trame complesse su argomenti di cui non so N.U.L.L.A.
(Mi intimidisce parecchio; mi atterrisce, diciamo)

E’ presente su You Tube con qualche buona esibizione canora, qualche intervista; c’è anche un video di cucina in cui prepara LA PASTA CON LE COZZE.
(L’ho visto 11 volte!)

Circa 6 mesi fa mi ha inviato una “richiesta di amicizia”; io non avrei mai osato.
Ogni tanto mi scrive per un saluto; è di carattere deciso e ha le idee chiare, credo che possa diventare anche molto aggressiva ma io non voglio assolutamente che questo accada con me; minchia, no no.

Sposata, 2 figlie; dalla sua pagina Facebook comunica una visione del mondo netta e dai forti contrasti, presente in egual misura nei bianchi e neri delle sue foto e negli stralci di romanzi autografi coi quali le correda. Non li commento mai; disquisire di letteratura con chi scrive mi imbarazza un po’. Io non ambisco a pubblicare nessun libro; mi ispirano più che altro slanci infantili, idiosincrasie e moti di stizza. Poi, ormai scriviamo tutti; cosa posso dire?
Commento talvolta le foto che posta con dei cuoricini o con sincere invocazioni tipo “OH MIO DIO DEL CIELO!”, ad esprimere una mia tensione spirituale mai sopita dal dinamismo della vita moderna.

E’ bella; spesso pubblica foto di se stessa. Quando ho visto questa l’ho salvata subito, ho anche provato ad ingrandirla un po’; l’ho anche stampata.
Non so; io non avevo mai fatto queste cose.
Facebook mi sta rendendo tutto strano.
Facebook è una tecnologia che è entrata nelle nostre vite e le nostre vite stanno entrando in Facebook, come accadde un tempo per il telefono, con la differenza che dal telefono non uscivano le foto, con la differenza che le cose che dicevo al telefono a una donna nel 1996 mica avrebbero potuto sentirle anche altri 603, minchia: io quando scrivo nei commenti sento di non avere ancora piena consapevolezza di ciò.
Io quando sotto ai post di qualcun altro vedo gente che si mandano affanculo nei commenti mi dispiace che posso vederli, preferirei non vederli però in fondo non me ne frega un cazzo; comunque clicco la funzione “Non mostrare più i post di”, per un rigore formale mio al quale mi attengo.

(Io clicco la funzione “Non mostrare più i post di” anche quando vedo scritto la parola DONZELLE, anche quando vedo scritto E’ COSA BUONA E GIUSTA; che palle, diomio!)

Lei ama il Jazz; di musica ne sa parecchio, conosce persino Kenny Rankin! Una volta abbiamo smessaggiato di quello.
Se uno mi scrive robe di musica a me sono piuttosto ferrato, posso rispondere per ore, smazzare aneddotiche infinite ed intere discografie, essere enciclopedico su James Brown, Elvis, Fred Bongusto, Neil Young, John Coltrane, la Bossa Nova, i Beatles, un casino di cose. Posso scrivere di fumetto (ma non ne ho la minima voglia), di libri letti (ma non ne ho voglia) di entomologia (ma non sono poi così scientifico) di psicologia (ma solo come ex-paziente) di arte (ma solo come artigiano) di cucina (ma solo come sbafatore).
Quando posto mi sento abbastanza tranquillo; non parlo di cose che non conosco, è contrario al mio setting.

Però lei.
Anche se non la conosco granché; minchia.
Guardo e riguardo la foto; l’ha postata sul suo profilo il 3 Agosto, con noncuranza. Forse non si rendeva conto.

La foto è recente; lei ha 35 anni e per un qualche motivo sembra averli sempre avuti.
Lo scatto non ha particolari connotazioni temporali, la finestra sullo sfondo e la sgranatura dell’immagine potrebbero far pensare anche ad una foto di 42 anni fa, di 7 anni prima che lei nascesse; potrebbero far pensare che la donna nella foto fosse così anche nel 1975, soprattutto per via della piega che forse casualmente hanno preso i suoi capelli in quel momento che nella foto ora rimane fissato per sempre, io nel 1975 avevo 9 anni, io per un qualche motivo forse li ho ancora.

La foto si chiude su qualcosa che per me è molto complicato e inaccessibile; sono certo che lei non l’ha fatto apposta, l’ha postata sul suo profilo il 3 Agosto con noncuranza. Forse non si rendeva conto.

Lei guarda dalla foto con un occhio appena più aperto dell’altro.
Con un sorrisetto pieno e consapevole che attraversa decenni di fotografie simili e respinge selve di parole lei si AFFACCIA, letteralmente, su un immaginario ormai strutturato come una fortezza, e non lo teme; spinge il suo sguardo dentro a tantissime dinamiche complesse che io ora sento pulsare anche per strada e nelle automobili, che vanno di condominio in condominio, risuonano nei citofoni, salgono e scendono negli ascensori ogni giorno.
A testa alta il suo viso fronteggia forze antiche che premono nelle case degli italiani; in tante cucine, in tanti soggiorni, anche.
Lei con questa foto proietta attraverso i nostri computer qualcosa di impavido e soave che credevo perduto, qualcosa che non vedo spesso in nessuna immagine neanche di modelle, neanche di attrici; non escludo che si possa riprodurre a comando, ma.
Lei è presente nello scatto in modo spontaneo e intenzionale al contempo; sorride come se si fosse appena svegliata, come se sapesse già tutto e non le importasse di ogni cazzata che stai per dire, come se irradiasse un’energia morbida che forse sta tra l’espressione e la faccia che la produce e di questo io la ringrazio. Davvero.

Il vestito rosso è un iper-segno, però nella foto occupa poco spazio; la retorica di cui è carico non riesce ad invaderla, quella nota squillante rimane depotenziata dal braccio che vi si sovrappone e assoggettata al nero dei capelli che invece è compatto come un segno grafico.
Il nero dei capelli è quello che fa andare questa immagine avanti e indietro nel tempo; mi ricorda i capelli delle mamme dei miei compagni delle elementari, mi ricorda le pettinature di certe signore belle del 1975 che camminavano e poi si sedevano e poi distendevano le gambe e poi non so.

(Riposini pomeridiani e la televisione che andava; lei era in cucina e preparava una merenda con pane olio e sale, mia mamma le aveva chiesto se poteva lasciarmi in casa sua un paio d’ore e lei aveva detto “Ma certo, signora… Sta qua con mia figlia, non si preoccupi; gli faccio fare i compiti a tutti e 2” ma io poi i compiti non li avevo fatti e sua figlia si, ogni tanto uscivo sul balconcino e guardavo giù, le macchine passavano al sole su Via Asiago, andavano piuttosto piano, io la sentivo trafficare in cucina, non mi andava di far merenda con pane olio e sale ma non sapevo come dirglielo, intanto pensavo “Madò, che BELLA la mamma della Sabrina!”. Quella famiglia lì avevano il 45 giri di C. Baglioni “Passerotto non andare via”, anche quello di L. Bertè “Sei bellissima”, a un certo punto lei ha detto “Tua madre sarà qui a momenti… Non mangi la merenda?”, a un certo punto lei ha detto “Bambini, io tra un po’ devo andare dal parrucchiere” e io ho pensato “NO! STAI CON ME!”; intanto mia mamma citofonava)

Guardo e riguardo la foto; l’ha postata sul suo profilo il 3 Agosto con noncuranza. Forse non si rendeva conto.

Ci sono dentro i fantasmi delle odalische e qualcosa delle donne polinesiane di Gaguin, e anche i fumetti di Jacula e certi panini col miele Ambrosoli che lei neanche si immagina, panini molto semplici e nuvole bianche in fuga sui cortili di Milano, balaustre sbiancate dal sole e gerani appena piantati nei vasi; c’è qualcosa che ho già visto da qualche parte intorno alle 14.30 di un pomeriggio d’estate lontanissimo, qualcosa che attraversava i muri degli appartamenti, che scorreva sotto le tapparelle abbassate e batteva sui davanzalini di marmo delle finestre, qualcosa di intangibile che poi andava a finire nello specchio in ingresso, nello specchio in camera da letto e rimaneva senza nome e in qualunque modo tu cerchi di chiamarlo non va bene, le parole cadono per terra e si spaccano come ovetti di gesso ma in questa foto io credo che quella cosa ancora c’è, io vedo che è lì e di questo io la ringrazio. Davvero.

Ringrazio lei, che l’ha postata sul suo profilo il 3 Agosto, con noncuranza.

Alessandro Baggi 

 

Da quando ho smesso di amare te e i tuoi occhi….

axel.png

 

Mentre nella mia mente aleggiano i più disparati seppure rilassati pensieri, vedo un’ombra passare velocemente dal bagno alla camera degli ospiti. Tre brevissimi secondi in cui tutto ciò che riesco a scorgere è una figura alta dai capelli neri, a torso nudo e con un asciugamano legato intorno alla vita.

Intuisco si possa trattare di un ragazzo. Prima di porre domande a Oriana, ragiono sul fatto che dato che ho dormito poco potrei aver visto qualcosa che non c’è. Ho paura di stare impazzendo, vedo figure in casa che non ci sono, ma che diavolo mi prende?

Lei sembra intuire i miei dubbi. “E’ il figlio di mio figlio.”

La guardo imbarazzata mentre realizzo che quel fantasma era semi nudo e che io l’ho guardato, seppure per tre brevissimi secondi.

“Di chi stai parlando?” le pongo la domanda sperando di evadere da quel senso di vergogna che assurdamente sento insinuarsi nel mio inconscio.

“Parlo del ragazzo che è appena passato. Dove diavolo è andato a finire?” vaga per la cucina in cerca dell’accendino.

“Quante volte ti avrò detto che la devi smettere di fumare? E’ un vizio tremendo!”

“Detto da una fumatrice suona un po’ contraddittorio non credi? E comunque anche quello di voler ancora vivere alla mia età è un vizio, eppure non ho intenzione di smettere. Le vedi queste – dice indicando il pacchetto di Merit – queste verranno nell’aldilà con me, non dimenticarti di fare in modo che le mettano nella mia bara!” mi rimprovera, sperando che io resti in silenzio. Le serve come attenuante per continuare a somministrarsi il veleno.

Sorrido mentre i rumori proseguono nella camera del giovane nipote.

Quando mi affaccio per presentarmi è già troppo tardi. Sento la porta di casa sbattere.

Il giovane sconosciuto è uscito, senza neppure salutare. E’ stato maleducato, ma tengo per me questa considerazione, non voglio offendere Oriana.

“Non badarci, è un ragazzo strano. Da quando è arrivato non parla poi molto. Mio figlio si sta separando dalla moglie e lui non deve averla presa molto bene. Sta in camera chiuso praticamente tutto il giorno, e non ne esce neppure per mangiare. Sarà colpa del mio stufato, dice che non gli piace. E poi non legge, e questo è un gran male…” il suo volto delicato assume un’espressione rammaricata.

“Neppure io leggo, Oriana.”

“Sì, ma tu non sei un adolescente che ascolta musica metal!”

Getto uno sguardo al comò della camera, dove ci sono gli effetti personali del ragazzo quasi impaurita che da un istante all’altro possa rientrare, trovandomi intenta a ficcanasare nelle sue cose.

Mi sento infatti come quando spolvero gli oggetti personali dei miei figli nelle loro camere. Sento che è come se violassi in qualche modo la loro intimità.

Perciò con la stessa delicatezza mi avvicino agli oggetti del misterioso adolescente, sperando di ritrovarvi un’emozione che mi appartenga come madre, e che ho perso da quando i miei figli sono cresciuti.

C’è un orologio Swatch da polso, uno di quelli con il cinturino in plastica morbida, e dieci euro incastrati sotto un enorme fermacarte in vetro di murano. La mia attenzione si posa su una Bic di colore blu scuro, la cui parte superiore del tappo è stata rosicchiata.

Rivedo in quei segmenti un rituale che da bambina a scuola praticavo spesso, succhiando e mordicchiando il tubicino lungo e trasparente, fino a quando la parte finale mi finiva dritta in bocca, pronta per essere masticata come fosse una caramella, ed essere infine ridotta in poltiglia.

Proseguendo con l’ispezione intravedo anche una pila di cd dei Beatles, di Coltrane e di Miles Davis. Tutt’altro che musica metal. Mi interrogo sul perché Oriana sia arrivata a considerare i Beatles musica metal. Poi un paio di libri, “Persuasion” di Jane Austen e “La vita intera ti ho dato” di Valdés. E’ dunque un adolescente che legge.

“Come hai detto che si chiama?” chiedo curiosa di sapere qualcosa di più sul ragazzo, mentre fisso il suo letto disfatto.

“Axel.”

Il silenzio cala improvvisamente nella stanza. Il ragazzo ha un nome curioso, insolito, quanto le sue camicie riversate sulla testata del letto completamente nere, senza neppure una scritta.

“Che razza di nome è?” la mia curiosità termina sull’anta mezza aperta dell’armadio. Ci sono un paio di jeans strappati e malconci, anche quelli neri. Ci sono anche una cintura usurata e una giacca a vento.

“E’ un nome svedese. Mia nuora, la mia ex nuora, è svedese.”

Guardo Oriana di sbieco, desiderosa di sbirciare ancora nella camera del nuovo arrivato.

Axel.

Nome insolito, ragazzo insolito. Gusti sull’abbigliamento, altrettanto insoliti.

Letizia Turrà, Il mio cielo è grigio porpora

Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto di autore. E’ vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.

Image: Tumblr

Il mondo del Self è una merda…ma sarà poi vero? Confusioni e dubbi sull’era del SELF.

IMG_9803.JPG«Se fosse possibile, preferirei lasciar scorgere, anziché esprimere, il mio pensiero. Anche se avessi con te una discussione, io, ben lungi dal battere i piedi, gestire con le mani e dall’alzar la voce, lasciando tutto ciò agli oratori, sarei pago alla fine che a te fossero pervenuti i miei pensieri genuini, che non avrei impoverito ma nemmeno imbellettato».

Seneca, Lettera 74 a Lucillo

Questo mese ho speso pù di 100 euro per acquistare libri di autori Self.

No, non vi sto mettendo al corrente dei miei ultimi acquisti, né del fatto ch’io preferisca acquistare la buona, conosciuta e vecchia carta, anziché un abito.

Io ho comprato un prodotto in cui credo fermamente: quello auto prodotto senza l’ausilio da parte dell’autore, di una casa editrice.

Ultimamente ho sentito persone urlare allo scandalo sul web e nei gruppi pseudo-letterari (che spuntano come funghi sui Social), poiché a detta loro, si rifiuterebbero di dare affidabilità ad un testo pubblicato con il metodo self.

Secondo antiche credenze (le brutture derivanti dai pregiudizi non finiscono mai e non hanno un tempo di nascita conosciuto), i libri auto pubblicati non subiscono alcun controllo da parte di un editor, la maggior parte delle volte sono scritti male e puzzano di “fregatura” appostatasi dietro l’angolo a danno dell’ignaro lettore.

Ebbene, rido. Sì, rido perché é ridicolo che qualcuno creda ancora che i nuovi emergenti che scelgono o fanno tutto da soli perché magari scartati da alcune CE, pubblichino spesso spazzatura.

Questa è vecchia quasi quanto il pensiero che la cultura e la conoscenza di un idioma da parte di una persona dipenda dal suo titolo di studio!

Io voglio difendere gli autori come ME, che ho auto pubblicato ben cinque libri dal lontano 2013.

Un autore Self non dorme la notte per colpa di un’impaginazione sbagliata, o di una parola che gli è sfuggita sul cartaceo che magari qualche lettore attento gli fa notare quando ormai è troppo tardi per correre ai ripari e la stampa è già partita; si mangia le mani quando, nonostante tutti i tentativi e gli studi di auto critica che applica su di sé, la casa Editrice alla quale ha mandato il suo manoscritto non si degna neppure di rispondere, e l’unica che risponde (magari) gli chiede un investimento economico iniziale per far sì che i suoi libri siano pubblicati.

Tutto solo per poter dire agli altri: “Sai, io ho una casa editrice!”

Bé, mi dispiace dirvelo ragazzi, ma ho letto libri pubblicati con CE scritti non da cani, DI PIU’!

Essere rappresentati da un NOME più o meno grande non è indice di qualità dell’autore stesso!

L’autore self si fa un mazzo così per arrivare a conquistare un pezzetto di quel territorio di squali quale si dimostra talvolta essere il mondo editoriale. Molti di noi rinunciano a spedire i loro libri alle CE, e si rivolgono direttamente a piattaforme gratuite come “Narcissus Streetlib” (che io consiglio vivamente, è quella che uso io), “Il mio libro” e molte altre.

Le persone che lavorano dietro queste piccole-medio imprese la maggior parte delle volte si rivelano di gran lunga più competenti e disponibili di molti editor, pagati proprio per fare il loro mestiere.

Cosa voglio dirvi con questo? Che bisogna avere rispetto di chi sceglie di auto pubblicarsi, perché il rischio e gli eventuali cocci sono suoi.

In questi giorni sui Social – e altrove – si discute del caso di un’autrice Self che avrebbe pubblicato un libro quasi interamente copiato da una ben più nota autrice possedente, al contrario, una casa editrice.

Non so cosa pensare, mi dissocio da ogni eventuale, ulteriore, ignobile, sterile e inutile polemica.
Credo che vi saranno delle conseguenze per questo suo gesto, e semmai sarà lei l’unica a risponderne.
Ho letto un articolo che additerebbe il suo genere (romanzo rosa) come un genere di “merda”, senza troppi giri di parole.

Non mi interessa neppure discutere di questo, reputo che ciascuno di noi abbia i suoi gusti letterari (anche se più volte ho detto cosa penso riguardo al romanzo rosa condito di erotismo scialbo riferendomi all’ingiustificato successo della trilogia di E.L. James), ma rimane pur sempre un mio parere, assolutamente discutibile e non condivisibile da tutti.

Non possiamo togliere il diritto ad un altro di leggere un determinato genere, né possiamo togliergli il medesimo diritto di leggere uno scritto di qualità, redatto interamente dal nostro animo attingendo dalla “farina del nostro sacco”, con l’uso di un italiano ottimo e curato, emozionante, e che abbia in sostanza dei contenuti genuini e privi di eclatanti forme di plagio.

Vi esorto quindi a dare fiducia a tutti noi, poiché anche se non scriviamo i classici (un attimo di silenzio…senti come suona bene per alcuni questa parola e poi scopri che leggono tutt’altro, eh?!), siamo in grado di impegnarci nel massimo rispetto di quanto abbiamo creato, e soprattutto del lettore, utente finale seppure principale, del nostro operato.

Il Self non è merda, non è fregatura.

E’ solo uno spazio alternativo, un acquarietto di pesciolini più o meno colorati, che meritano lo stesso cibo di tutti gli altri pescioloni che nuotano in un mare aperto.

Perché grazie al Self, è stata data una voce a tanti, tantissimi autori bravi e dotati di particolari sensorialità, col dono vero della scrittura.

Valentino Bompiani, famoso editore, scrittore e drammaturgo, sosteneva:

“Dietro ogni libro c’è una somma di azioni, pensieri, inquietudini, angustie, decisioni e speranze condivise giorno per giorno, ora per ora. Ritrovare tutto questo tra le proprie mani in un oggetto di pochi centimetri, ogni volta illude e consola.”

Mi rivolgo agli autori self come la sottoscritta: teniamoci stretto questo piccolo pezzetto di cielo e terra che stringiamo tra le mani, che una volta portato a termine chiameremo “libro”, e non permettiamo a nessuno di stroncare i nostri sogni per l’errore di un altro autore, o perché la strada davanti a noi ci appare impervia e interminabile.

Se proprio decidete di mollare, fatelo unicamente perché siete voi a volerlo fare.

Intanto, se avete ancora cinque minuti, vi consiglio di leggere questo articolo che parla di autori famosi, partiti dal Self Publish: http: //libreriamo.it/curiosiamo/5-autori-famosi-che-hanno-iniziato-con-il-self-publishing/

A presto, Letizia T.

I leoni da tastiera…

IMG_9600.JPG

Un nuovo morbo si è diffuso tra la gente, ed è altamente infettivo.
Laddove l’offesa ormai è divenuta la consueta forma di comunicazione, subentra sempre più spesso quello che viene definito il  “leone dietro la tastiera”.

Sì, proprio lui. Suvvia, non lo avete mai incontrato?

Il leone da tastiera è un tipo forte, coraggioso, totalmente libero e indipendente nel pensiero, e ribelle sotto qualsiasi forma.
Non lo intorti tanto facilmente, lui non è uno schiavo del sistema come lo sei tu, lui legge solo i classici, lui è soprannaturale e arguto, e conosce ogni risposta ad argomenti quali il sistema monetario e bancario, complotti, massoneria, politica, bellezza, moda, consulenza, stile, realtà legali, immigrazione, fotografia, musica, pittura, scrittura… e chi più ne ha più ne metta!

Può essere un letterato o nel peggiore dei casi, un ignorante che nemmeno nei ghetti peggiori potrete mai scovare.

È davvero una fortuna che io sia cresciuta in infanzia tra case popolari in mezzo a famiglie Rom, perfettamente integrate tra noi (parlavano persino il nostro dialetto fluentemente), quindi quando vedo un leone da tastiera non mi spavento più di tanto, né mi tuffo nel mare delle futili escandescenze.

Lì tra quei quartieri di leoni ne ho visti tanti, ma di VERI.

C’erano quelli che si arrampicavano come gatti fino al quinto piano senza fare una piega, per rubacchiare quel che gli era possibile.
C’erano le mamme che piangevano perché un figlio non tornava, con una dignità tale, da farti tremare.
C’erano gli spacciatori che sorridevano, nonostante gli spari della polizia alle loro calcagna.
C’era mia madre che sottraeva due bimbe dalla violenza di un’altra madre che si ubriacava fino a perdere il controllo di sé.
C’ero io che a otto anni correvo battendo i miei piccoli pugni sulle porte dei vicini, sperando che qualcuno sentisse le mie urla disperate, perché mia madre aveva appena avuto un collasso e io dovevo salvarla, ad ogni costo.
C’era un leone che tornava a casa sempre di cattivo umore, e riempiva di botte tua madre.
C’era tuo nonno che singhiozzava, ingoiando bocconi di lacrime amare, sulla tomba di quella stessa madre, che era la tua.

E così sorrido, quando vedo quali insulti certi “leoni” infliggono ad altri. Mi sembra di sentire le loro urla mentre dicono a squarciagola: “Ehi, io ci sono, guardatemi, non mi ha mai considerato nessuno nella mia vita, né nella mia famiglia, mi sento una merda, sono una merda e faccio una vita di merda. Quando torno a casa mia moglie mi mazzola pure. Qui dietro al monitor posso dire e fare ciò che voglio ma a casa, se solo esprimo il desiderio di mangiare la pasta anziché la salsiccia, le prendo anche dai miei figli. Quindi scusatemi, ma devo offendere qualcuno, altrimenti come potrò sentirmi migliore??”

Ecco, questo è ciò che penso nel mio intimo di chi si sfoga (erroneamente) contro altri, nutrendo la propria insoddisfazione, e sottovalutando che il problema vero non risiede negli altri, ma nel giudizio che abbiamo di noi stessi.
Mi piacerebbe incontrare un leone di questo genere e fissarlo negli occhi, per riuscire a capire se il suo ostentato coraggio è davvero così possente, anche al di fuori della rete.

So già cosa gli direi: “Tu non sei un leone, sei un coglione.”

Letizia T.

Il mio forte e robusto amico Sam.

 

IMG-20170524-WA0012.jpg

E’ l’anno che stabilirà la mia rivoluzione questo, lo sento.

Lo so da quando è arrivato Sam.

Sam è alto, forte seppure molto esile, e ha una chioma folta che protende verso il cielo.

Sam è un albero. Non un albero qualsiasi. Lui è l’albero della famiglia, la nostra.

E’ ancora piccolo, ma un giorno diventerà grande.

Sono cambiate tante cose da quando c’è Sam, o forse sono io ad essere cambiata.

Sono diventata più silenziosa, più introspettiva, con meno comprensione nei confronti di chi mi ferisce (o tenta di farlo) e massimo amore per chi al contrario mi sta accanto, supportandomi ogni giorno.

Sono tornate le libellule e le farfalle bianche, e i pomodorini del mio orto sono passati da un colore verde chiaro a un rosso intenso.

Ho perso delle persone che non erano nella mia vita per migliorarla, e le ho lasciate proseguire, sperando che un giorno possano migliorare la loro esistenza.

Ho concluso il mio corso di fotografia, e adesso prendo la reflex solo quando voglio davvero fermare un momento che non si ripeterà, come le piccole gambe di mia figlia, che in men che non si dica sono diventate lunghe, come quelle di un fenicottero.

Lei sta crescendo, ed io non posso fare niente per evitarlo. Tutto si muoverà e ruoterà al di fuori di me, e del mio volere, così ho posto fine anche alla mia mania di controllo.

Ho anche smesso di fingermi forte, perché ho capito che non serve, e ho affidato alla carta ogni singola emozione, perché almeno i miei libri non mi giudicano, e mi lasciano essere me stessa, con la massima indulgenza.

Ho aiutato delle persone che avevano bisogno che fosse tesa loro una mano…e poi le ho lasciate andare quando ho compreso che le loro ali erano pronte per spiegare il volo.

Ho cominciato a dire alle persone alle quali voglio bene che gliene volevo, senza più paura di non sentirmi rispondere “Anch’io”.

Ho sentito più vicina la morte, rispetto alla vita, e ho lottato contro i demoni della solitudine, vissuta nel modo più orrendo.

E’ stato grazie a Sam che ho trovato questo coraggio. Forse. O ancor più probabilmente, lo serbavo dentro di me, nell’attesa che venisse fuori.

Un giorno il suo tronco diventerà prospero e forte, ed io sarò sempre lì, pronta ad ammirarlo, e gli sarò grata per ogni singolo cambiamento che nel corso del tempo sarà avvenuto.

Sam seguirà le nostre vite, le urla delle mie figlie, la porta che sbatte quando usciamo, le tavolate alla domenica, il caos delle feste in giardino con gli amici, quelli veri.

Non è forse così che potremmo definire la nostra vita? Come un albero perpetuo, attraverso il quale le nostre energie si snodano e vengono convogliate, e lungo i suoi rami mutano, unitamente al nostro progredire, o regredire.

Fabrizio Caramagna mi ha scritto che nella vita bisognerebbe realizzare almeno tre cose: fare un figlio, scrivere un libro…e piantare un albero.

Così ho sorriso guardando in direzione di Sam, leggendo proprio quelle parole.

Chissà se sarò mai davvero in grado di separarmi da lui, o da tutto il resto.

Letizia T.

PHOTO: Noi e Sam

 

 

Siamo una società sintetica…

tomas siga

Siamo una società sintetica, virtuale. Non conosciamo il valore profondo di una conversazione sana, da cui rifuggiamo in tutti i modi possibili, assaliti dalla paura che staremo per parlare troppo.
Tentiamo di colmare i vuoti che abbiamo, annegando in uno “stato” da condividere, ma non ci viviamo, non ci tocchiamo, non ci annusiamo più come si faceva un tempo tra animali sociali.
Resta solo il suono delle nostre casse toraciche dentro cui si annidano i malesseri per aspettative deluse e promesse mancate, e il nostro respiro, sempre più diradato dalle continue notifiche che riceviamo.

Mai che si apprezzi il silenzio, il rumore delle giunture del treno che ci porta a casa, il panorama verde intenso e giallo oro del nostro grano.

Quella carezza che, se venisse data, nulla ci avrebbe tolto.

Eppure, non la doniamo tanto facilmente, perché noi siamo selettivi… e la carezza te la devi meritare.

Preoccupiamoci di dare un po’ di più, e chiacchieriamo di meno.
Letizia T.
image: Tomas Theend

Gruppo o non gruppo…questo è il problema!

cuore e cervello

Un gruppo è un insieme di persone interdipendenti che perseguono un fine comune e entro il quale esistono delle relazioni psicologiche reciproche, esplicite o implicite.

Un’altra definizione, più generica, è quella secondo cui “un gruppo è un insieme di persone che interagiscono tra loro influenzandosi reciprocamente”. Affinché tale reciproca influenza possa essere percepita, occorre che il gruppo non superi le 15-20 unità (ecco perché si parla spesso di “piccolo gruppo”).

Il filosofo J.P. Sartre (1970) sosteneva che: una giustapposizione di individui, inteso come raggruppamento, un insieme di persone, non è un gruppo. Affinché lo diventi occorrono tre condizioni:
1 Un interesse comune;
2 Comunicazioni dirette con feed-back;
3 Una “praxis”, vale a dire un’azione comune per conseguire un determinato obiettivo condiviso o rivolta contro altri gruppi.
(Dal sito: farcampus.unito.it)

Diciamo la verità…a quanti fra noi è capitato di essere inserito, più o meno consapevolmente, in un gruppo di Facebook o di WhatsApp?

Ritengo pacificamente che la risposta sia TUTTI, dal momento che molti fra noi dispongono di un accessorio digital-tecnologico al giorno d’oggi.

Ebbene, mi sono spesso chiesta quale sia l’utilità di tali creazioni, o meglio, quale sia la necessità che ci vede tenuti a creare gruppi al cui interno a parte i numeri stratosferici dei membri non vi sia alcuna o poca interazione, quando in verità non siamo neppure in grado di salutare decentemente le persone che incontriamo per strada?

I valori che avevamo si sono ridotti talmente all’osso, da avere bisogno di ricreare un luogo recintato che abbia la parvenza di un ambiente confortevole (con all’interno perfetti estranei), di cui ci interessa alla fine solo il like o la gratificazione effimera.

Così facendo non ci troviamo più nella situazione di scegliere in totale libertà di appartenere a un gruppo di persone che nutrono i nostri stessi obiettivi, in carne e ossa!

Dal momento in cui la mattina accendiamo il nostro smart-phone (sempre che non sia perennemente acceso notte e giorno), veniamo investiti da inserimenti selvaggi (e credetemi, è un eufemismo definirli tali) in gruppi di qualsiasi genere, dai titoli e dai fini più improbabili: Sesso e passione”, “Solo ragazze italiane”, “Il gruppo di quelli che…”, “Sei di questo mondo se…”, “Dieta mediterranea”, “Resta in forma per la prova costume”, “Fotografi, che passione”, “Movimento Nazional Sarcazzo”…di tutto di più.

Su Whatsapp abbiamo il gruppo dei genitori (per carità, quello può rivelarsi utile), quello del Grest, quello della grigliata, del matrimonio, della famiglia, del lavoro, delle migliori amiche, del calcetto, del sabato e della domenica.

Tutti questi gruppi hanno un solo risultato comune: NESSUNO FRA I MEMBRI SI CAGA DI STRISCIO. Al contrario, il più delle volte ci si scontra perché le opinioni espresse sono elargite con pareri da maestri di vita, esperti di questo e di quello, senza però che vi sia davvero una democrazia nell’esprimersi. Qualche frustrato si arroga anche il diritto di criticare ad cazzum solo perchè ritiene di poterlo fare.

ASSURDO.

Su WhatsApp non è che la solfa cambi. A meno che non vi sia un compleanno a cui partecipare (con conseguente cifra da spendere per il regalo del festeggiato), non piovono in ogni istante inviti spontanei anche solo per passare il tempo a chiacchierare.
Si finisce spesso per mandarsi stupidi video a sfondo erotico che fanno ridere una, due, tre volte…e alla fine dopo un pò metti il gruppo in modalità silenziosa perché dai…non se ne può più!

Se condividi qualche tua esperienza ti ritrovi spesso a non ricevere alcuna risposta, e quella che arriva è una emoticon del cazzo che non dice nulla, non presuppone nulla, non crea interazione né interesse. Guarda caso il 90% dei tuoi amici neppure li compra i tuoi libri nel caso in cui tu sia uno scrittore, cosa diavolo vuoi che gliene freghi di motivarti o di condividere la tua felicità?! Condividere?? Vuoi scherzare?!

Il nulla COSMICO.

Nei gruppi in cui si viene inseriti di prepotenza accade la stessa cosa: tu posti qualcosa di tuo che non smuove neppure per un secondo le acque melmose dove tutti sembrano sostare nonostante vi siano 7.000 membri aderenti, e tutto finisce nella sagra dell’individualismo, più che la cura della propria individualità (prestate bene attenzione alla differenza).

Inoltre il danno peggiore è associato alla nostra mancata presenza e permanenza nella vita REALE, quella che ci dà il vero valore aggiunto oltre al tozzo di pane per tirare a fine mese, e pagare il mutuo.

Conosco persone che detengono i ruoli di amministratori (de che poi?) in almeno 15 pagine.
Quindici pagine, capite?

Ed io mi sento una cerebrolesa perché a malapena reggo la mia personale e quella di scrittrice e il blog, che aggiorno con notevole difficoltà.

Non sarebbe bello riunire persone che DAVVERO rincorrano il sogno di trovarsi dal VIVO a parlare, mangiare una pizza e discutere di quanto è più bello il cuore umano rispetto alla tecnologia?

Abbiamo un cuore e un cervello, atti a costruire gruppi ben più potenti: quelli dei sogni, degli obiettivi, della condivisione…niente che abbia a che fare con un gruppo virtuale che ti impone di vivere lì la tua esistenza, racchiuso in quei cavi elettrici che non arricchiscono nessuno, se non il detentore dell’azienda che fornisce energia.

Pensiamoci, pensiamo davvero se ne vale la pena rinchiuderci in una gabbia fatta di fili o se non sia meglio una passeggiata all’aria aperta, dove la massima condivisione può essere la manina di tuo figlio che ti chiede di spingerlo sull’altalena.

A presto, Letizia T.

La recensione “toccante” – “Il mare d’inverno” di Salvatore Carvelli

IMG_9262

Un libro intenso, particolarmente delicato e nostalgico, con una copertina bellissima ed eloquente.

Potrei definire così “Il mare d’inverno”, il romanzo di Salvatore Carvelli, nato a Milano, geometra, la cui passione per le materia umanistiche lo ha spinto verso il territorio della narrativa.

Sì, perché scrivere di narrativa e soprattutto di temi legati ai sentimenti, non è cosa semplice.
Un conto poi, è parlarne. Ben altro, scriverne.

Questo libro mi ha fatto fare un vorticoso salto a quella che è stata la mia infanzia.
La crisi economica ha lasciato Giorgio, padre di Simone e Paolo, a casa senza un lavoro, e privo di una decente occupazione in sostituzione della precedente che consenta a lui e alla sua famiglia di vivere dignitosamente.

Giorgio è un uomo introverso, il quale al termine del periodo in cui si trova in cassa integrazione, tramuta la sua sofferenza in dipendenza dalla bottiglia, arrivando a diventare il mostro violento, fisicamente e moralmente, della propria famiglia.

Non c’è accudimento, né interesse da parte di ogni membro del nucleo, nei confronti dell’altro.

I protagonisti sono Paolo e Simone: due fratelli, che non contano l’uno sull’altro come solitamente dovrebbe avvenire tra consanguinei. Piuttosto, le loro giornate sono corollate da sterili discussioni e dispettucci che continuamente Simone infligge al piccolo, come quello di nascondere il suo quaderno nel giorno della verifica, sapendo perfettamente che Paolo è uno studente modello e quella mancanza sarà oggetto di scherno da parte dei compagni per suo fratello.

Simone è spinto da una gelosia che lo rende cieco e abietto, quasi incosciente e distaccato da ciò che accade nella sua famiglia.

Paolo ha una malattia ereditaria per la quale ha una ridotta aspettativa di vita e tutte le attenzioni sembrano essere poste su di lui.
Inoltre la violenza verbale e fisica di Giorgio non rende facili le cose neppure per mamma Valentina, sempre amorevole e disponibile con i suoi figli e unica fonte di guadagno per l’intera famiglia. La donna infatti lavora facendo le pulizie pochi giorni alla settimana presso la casa della dottoressa Franceschini.

Da alcuni mesi Simone ha un dolore persistente al petto. Si pensa a una broncopolmonite, è uno sportivo, avrà preso freddo.
Non si pensa a un problema fino al momento in cui dalla bocca del ragazzo inizia a defluire sangue, anche abbondante, dopo ripetuti colpi di tosse.

Simone non dice nulla a sua madre, ma quando la perdita ematica risulta più grave del previsto e Valentina viene a conoscenza del problema, decide di farlo subito visitare.

E qui il fiato rimane sospeso per un attimo. Perchè la realtà quotidiana di una normale famiglia che vive tra alti e bassi (molti più bassi in verità) viene di colpo stravolta lasciandoci spiazzati.

Gli esami parlano chiaro: Simone ha un tumore al polmone.
Inenarrabile la tristezza e il dolore di mamma Valentina, ormai cosciente che entrambi i suoi figli moriranno.

Di improvviso Paolo non è più il solo ad avere dei problemi. Improvvisamente a Simone rimangono poche settimane di vita.

Come è possibile accettare una verità tanto turpe?

Così l’autore ci viene in aiuto, e ci incita ad uscire dal labirinto emotivo dentro il quale ci siamo ficcati con tutta la nostra volontà, pur di nasconderci da un dolore simile, perché giunti a quello stadio ci siamo affezionati a Simone e Paolo.
Come diavolo faremo ad accettare che quella sia l’unica fine plausibile?

<<Paolo, è solo quando comprendi che il tempo sta per finire davvero, soltanto allora ti accorgi di quante cose avresti voluto fare con i tuoi figli, di quante cose avresti potuto e voluto dirgli. Ma non lo hai fatto. Noi a Simone abbiamo sempre voluto bene tanto quanto a te, ma spesso siamo stati così sommersi nei nostri dolori, nel nostro egoismo… E forse non ci siamo mai accorti di quanto siamo stati assenti per lui.>> confessa Valentina ormai soffocata dal dolore, al figlioletto Paolo.

“Si rese conto davvero di come un tempo che per i genitori, e viceversa, pare sempre infinito, possa diventare d’un tratto esiguo.”

Quanto tempo perso a lavorare, a lottare contro un marito violento che ha riempito ogni solco sul suo viso di lacrime per via della sua dannata incomprensione di avere un dono nella sua vita, una famiglia amorevole su cui poter contare.

Giorgio, ormai consapevole della sorte del figlio, prova a ricompiere quei passi affettivi con Simone, tentando di recuperare i suoi sbagli, ma il ragazzo è irremovibile. Troppa è la delusione che quell’uomo gli ha recato.
Fatica anche a comunicare con Paolo, che ha visto sempre come un avversario, e non come un alleato.

Non rimane che desiderare ancora qualcosa per il loro futuro.

Paolo confessa a Simone di avere un desiderio: vorrebbe diplomarsi, e prendere la patente per guidare una Ferrari.
Simone sorride al solo pensiero, sapendo di avere poche possibilità di pensare ad un futuro lontano.
<<Io vorrei andare al mare, sì, prima di morire vorrei vedere il mare.>> dice sicuro.

La decisione mette in crisi i genitori per via della situazione economica che impone loro di preoccuparsi di ogni spesa superflua.

I nonni si offrono non solo di accompagnarli, ma di finanziare l’intero viaggio della famiglia, che sarà ospite della zia Chiara a Pesaro, la quale ha una casa proprio di fronte al mare.

Simone e Paolo incontrano un sole pallido di febbraio che scalda i loro cuori e i loro “animi acerbi”, così come li definisce l’autore.

Lascio a voi la fine del romanzo, senza anticiparvi nulla, perché le mie emozioni sono ancora molto forti e devo metabolizzare, come faccio sempre, le forti sensazioni provate leggendo questo libro che riesce a condensare una storia intensissima con le sue sole 113 pagine.

Unica pecca: ci sono alcune parole non corrette (i refusi sono assolutamente normali in ogni libro), che tuttavia non distolgono nel modo più assoluto dalla bellezza della storia stessa.

Sono felice di aver letto questo libro, che termina lasciando un messaggio importante: nonostante le avversità che si possono creare in una famiglia, l’amore fraterno è senza dubbio fondamentale nella vita di una persona.
Su un fratello sai che potrai sempre contare. Lui ti porterà a conoscere il tuo lato peggiore quando si tratterà di condividere l’affetto dei genitori, ti guiderà verso un percorso di crescita perché magari più grande di te, ti illuderà che non esista limite ai sogni che insieme potrete realizzare, ti lascerà andare quando litigate per poi ritornare a chiedere scusa, e ti accompagnerà davanti al mare, fosse anche l’ultimo dei desideri che esprimerai.

La vita va apprezzata, è questa la verità. Lei non ti avverte delle tragedie imminenti, né si cura del fatto che tu abbia solo sedici anni e non sei pronto a morire.
Ecco perché non dobbiamo dare per scontato MAI l’enorme valore della famiglia e dei figli nella nostra esistenza.

Mi è scesa una lacrima leggendo questa frase di Erma Bombeck:

“La famiglia. Eravamo uno strano piccolo gruppo di personaggi che si facevano strada nella vita condividendo malattie e dentifrici, bramando gli uni i dolci degli altri, nascondendo gli shampoo e i bagnoschiuma, prestandoci denaro, mandandoci a vicenda fuori delle nostre camere, infliggendoci dolore e baci nello stesso istante, amando, ridendo, difendendoci e cercando di capire il filo comune che ci legava.”

E’ così che anche io la vedo, ed è qui che voglio restare.

Grazie Salvatore, ti abbraccio tanto.

Letizia T.

La recensione “poetica” – Meglio tardi, di Davide Bergamin

meglio tardi davide bergamin

 

 

A chi crede di essere vivo”  (estratto)

Vedo vecchi con gli occhi sprizzanti di gioia,

la serenità imbrigliata in bambini con gli occhi chiusi,

mentre a due millimetri dai loro corpi,

il mondo degli adulti vivi uccide e disintegra .

Non esiste un momento esatto per morire

quando la stupidità,

quando la crudeltà,

quando la cattiveria,

gettano le loro stesse anime in pasto all’interesse

e alla miseria…

 

Un insieme gradevole di poesie, create nel corso di un profondo e introspettivo sentiero di vita, quello di Davide Bergamin, classe 1970, di professione artigiano metalmeccanico.

Si avverte, data la sua infanzia trascorsa con i genitori contadini, la sua profonda appartenenza alla terra, più volte evidenziata tra le righe delle 45 poesie che compongono questo libro, intitolato “Meglio Tardi”.

Gli argomenti trattati sono i più disparati: da semplici riflessioni di vita, al rapporto dell’uomo con il suo invecchiare, lento, come la crescita di un albero le cui radici sembrano più volersi sollevare in cielo, che abbandonarsi alla terra stessa dalla quale provengono.

Questi sono alcuni dei versi della poesia intitolata “L’albero più bello”, in cui si ripresenta quel legame intenso, energico e vigoroso con la madre terra.

 “Ancora un germoglio, ancora una volta ti prego!

Cresci, e scegli di essere sempre frase nuova nel racconto del destino.”

Viene anche presa in considerazione la violenza dell’uomo, severa e animale, con la sua potenza contraddittoria, che arriva ad uccidere e chiudere gli occhi dei più piccoli (in questi giorni argomento sempre più sferzante), come nel caso dell’estratto citato nell’inizio.

Se devo essere sincera, io non sono un’amante della poesia.

Tuttavia, trovo che queste poesie possiedano una particolarità e che non siano affatto scontate, come invece capita di trovarne a tonnellate sul Web.

Chiudo questa recensione lasciandovi con “La veranda”, con il quale l’autore si è aggiudicato l’inserimento nell’antologia “VIII Edizione del Concorso Il Federiciano”:

Sono invecchiati tutti i miei fiori,

senza cenni evidenti all’appassire,

li ammiro, come ho sempre fatto.

Il vento mi accarezza

rinnovando un vecchio benvenuto,

sussurrando piano.

Dove sei stato ?

Sono sempre stato qui!

Tu, il vento !

Non vedi ?

Ora muovi accuse !

Con un giro di foglie porta l’eco di risate lontane,

nell’aria bisbiglia un flautato ‘mi manchi’.

Un lampo negli occhi!

Poi l’emozione scuote il ricordo,

è qui che son vivo !

Bolle il sangue

mentre il respiro si fa profondo

raccogliendo brividi e polvere di vita.

Qui vivo, tra afosi silenzi,

vassallo di un sole caldo e sincero,

unico e solo a riaccendere sapori,

avversario romantico di quel cinismo

che vorrebbe placate le voglie ed il tormento.

 

Mi sento di consigliarne l’acquisto.

Se volete, potrete trovarlo a questo link: https:// http://www.amazon.it/Meglio-tardi-Davide-Bergamin/dp/8898972881

A presto,

Letizia T.

 

La recensione “diversa” della settimana: Rivolta alla Locanda di Edoardo Dantonia

IMG_8127.JPG

Voglio essere sincera, quando sono incappata in questo libriccino, l’ho preso piuttosto alla leggera.
Non pensavo che avrei trovato in una storia che vede il suo inizio in una locanda, in cui l’unico dialogo sono tafferugli e botte tra uomini, qualcosa che mi toccasse nel profondo.

E ho compreso che mi sbagliavo.

Superato il luogo iniziale della vicenda, ho pian piano raggiunto la consapevolezza che ci fosse qualcosa di più pronto a intrattenermi nel mondo di Edoardo Dantonia.

Su ispirazione e con uno stile simile ai racconti del prolifico Gilbert Keith Chesterton, nei dialoghi che contornano la storia, mi sono imbattuta in riflessioni intense, acute e per nulla scontate, seppure facenti parte di una maturità e di una coscienza che molti fra noi potranno sostenere di aver acquisito.
Friedrich Malthus è un esattore delle tasse giunto nel posto sbagliato, al momento sbagliato. Anzi, sbagliatissimo.
Il luogo qui citato è una bettola, spacciata per locanda. Uno di quei postacci da uomini duri, dove il più sobrio dorme sul bancone avvinghiato dai fumi di un alcol, unico compagno di vita per molti che lì vi si rifugiano per tentare di sfuggire alla monotonia della loro vita.
L’esattore ha il compito di riscuotere gli arretrati di Mister Grant, che non paga da quasi un anno le spese della sua attività.
Grant rimane impotente ad osservare il giovane che, con aria saccente, gli sventola le carte con tutti i conti da pagare, e gli intima di provvedere al recupero delle somme nel giro di due giorni, al termine dei quali la locanda verrà chiusa.

Un silenzio congela l’aria rendendola ancor più irrespirabile, fino al momento in cui un rumore assordante di bicchieri spezza la tranquillità del giovane Malthus.

L’uomo che ha causato quel rumore, e che finisce quasi per colpirlo è Alonso Pecherton, idraulico e “collezionista di sottobicchieri”, come ama titolarsi lui.

Pecherton ritiene che lo Stato non abbia alcun diritto di derubare i contribuenti mandando i propri spaventapasseri a riscuotere le tasse.
Malthus si ritira impaurito, con la coda fra le gambe, ma pronto a fare ritorno 48 ore dopo, come promesso.
Al suo ritorno, nonostante sia accompagnato da due poliziotti, trova Grant e Pecherton agguerriti più che mai a difendere quella che definiscono una proprietà privata.
I poliziotti vengono così aggrediti e atterrati dai due, e a Malthus non rimane altra scelta, che quella di darsela a gambe.

Qualche giorno dopo, tornando di nuovo da solo alla locanda, trova ad accoglierlo Pecherton, sornione e sorridente.
Sembra quasi aver dimenticato di aver aggredito due ufficiali di Polizia due giorni prima, così il giovane Malthus glielo ricorda, canzonandolo perentoriamente.
Malthus è lì per dare un avvertimento ai due, rei di aver innescato una rivolta, non ancora cosciente che un cambiamento è in atto nella sua vita.
C’è un destino che attende proprio lo sprovveduto esattore.
Pecherton lo avverte che dovrà presto abbandonare la sua veste di formalità, cedendo il posto al cambiamento.

Sono parole a lui sconosciute, difficili perciò da recepire. Sarà proprio lo stesso Alonso a condurlo all’interno di un viaggio che sembra sconsiderato e senza alcun senso.
I due finiscono nei guai molto presto, e a corto di soldi fanno questo tour (apparentemente) senza meta specifica, perchè Pecherton ci tiene a mostrare a Malthus le meraviglie del mondo, quelle che quasi più nessuno sembra vedere, quella bellezza collaterale dettata da quanto ci circonda.

<<Ma come di che meraviglie parlo? L’incredibile tenacia con cui la lenta chiocciola s’inerpica su per il muro, nonostante il mastodontico peso del guscio a cui è attaccato. La bellezza di quell’adorabile felino che riposa le membra all’ombra della panchina, incurante del resto del mondo. L’infinita poesia di quel giornale finito a terra, trascinato dal vento: chissà chi l’ha letto qualche istante prima, chissà cosa c’è scritto, chissà dove finirà ora…Forse nella spazzatura, o forse qualcun altro lo coglierà e ne farà una barchetta di carta!>>
Sono queste le parole che usa Pecherton per portare il giovane sulla retta via.

Questa è una storia quasi vera, la cui centralità è costituita dall’amicizia, unico valore inviolabile nella vita di ogni individuo.
In uno scambio di considerazioni e di valori, i due protagonisti, seppure molto diversi, si ritrovano a condividere un’esperienza che li cambierà per sempre.

Malthus è il cattivo e impettito esattore, mentre Pecherton è il grasso e goliardico idraulico, che non fa altro che sorridere come un ebete, compiendo manovre da “bambino” sconsiderato.

Il lettore viene spinto dal Dantonia a scegliere chi vuol essere, oppure a comprendere che fondamentalmente esiste la fermezza di Malthus e la felicità sconsiderata di Pecherton dentro ognuno di noi, che convive con i nostri momenti più intimi, e fa capolino quando non ci guarda nessuno, e ci sentiamo al sicuro, al punto tale da tirare fuori quella parte di noi, oscura persino a noi stessi.
Malthus affronta un percorso in cui conosce l’amore per la prima volta e la tristezza che ne deriva, che lo getterà nello sconforto. Imparerà soprattutto a nutrire la propria anima, riconoscendo che il vero peccato non è nella tristezza, ma nella mancata comprensione che persistere in quello stato sia peccato. “Spesso dal male viene il bene, e attraverso il peccato si giunge alla virtù”, come ammette lo stesso Alonso.

Traspare un cammino dalle parole dell’autore, che lo ha avvicinato in modo sano alla fede. Di sé dice: “In ogni cosa che scrivo, che sia un articolo, un racconto o un saggio, io non sono mai l’eroe della situazione, ma anzi spesso sono proprio il cattivo.”

In realtà Malthus non è propriamente un portatore di cattiveria o malvagità, lui sta solo dalla parte sbagliata, quella rappresentata da una morale cattiva.
E Pecherton? Solo voi forse, leggendo questo racconto, potrete intendere da che parte sta.

Quel che è certo è che giunta alla fine, mi ero affezionata a entrambi, e ho capito che tutti noi dovremmo avere un amico come Pecherton nella nostra vita, che ci faccia intendere che il viaggio senza meta, e il percorso senza fine, hanno un loro senso di esistere.
Che è bello tuffarsi a capofitto nelle emozioni, e nella fede, che mai invece riponiamo negli accadimenti quotidiani. Che è bello agire fuori dagli schemi, spinti dall’amore e nutriti dalle riflessioni.

Me lo ricorda nuovamente questo ultimo dialogo tra Alonso (Pecherton) e Friedrich (Malthus): <<Quando ci siamo incontrati, tu, come la gran parte degli uomini moderni, eri vittima di mille ideologie, una diversa dall’altra, ognuna opposta all’altra. Quando ti parlavo, dovevo perciò fare i conti con mille altre persone. Quando ti rivolgevo la parola, avevo l’impressione di vedere decine di teste, non una soltanto, e così dovevo parlare ad ognuna di esse, per non offenderle…>>.

Non siamo tutti così in fondo? Troppi pensieri, troppe distrazioni, un finto conformismo che ci sradica dalla nostra vera natura, quella di esseri viventi che hanno necessità di condividere le loro emozioni e le loro esperienze con il prossimo.

E’ stato bello fare questo viaggio insieme a Pecherton, perché io un pò mi sento come Malthus.

Al prossimo libro, felice di averti letto, anche oltre le righe Edoardo.

A presto, Letizia T.

per acquisto libro: https://goo.gl/DCKX2O

Matteo e Beatrice, storia di un bambino autistico.

matteo

Sono trascorsi tre anni tra gioie e dolori dal momento della nascita di Matteo, distribuiti in maniera equa, senza farci mancare nulla.

Anche io sono cambiata molto, passo le giornate chiusa in casa con lui per evitare troppi stimoli esterni che possano far scaturire delle crisi.

Comunichiamo attraverso un lettore, una specie di computer, perché non parla bene.

Usiamo gli occhi, le mani (quando non passa il tempo a scuoterle nervosamente), e alcuni oggetti come bicchieri, bottoni e cubetti di legno, che lui utilizza per farmi recepire determinati messaggi.

Ciascun cubetto corrisponde ai cibi che gli piace mangiare, i bicchieri a quello che desidera bere e i bottoni ai vestiti che vuole indossare per andare a scuola o per uscire.

L’altro giorno ho letto una stupenda definizione sui bambini autistici: loro non sono scrigni chiusi, ma tesori da scoprire.

Posso assicurare che è vero.

Ho imparato molte più cose da quando sono a contatto con questa realtà, che in tutta la mia vita.

Ho scoperto cosa significhi non avere tempo per sé neppure per fare una doccia, ma sentirsi al sicuro nell’abbraccio del proprio bambino perché lui non bada al tuo odore, ma solo alle coccole che riceve da te.

Apprezzo di più ogni singolo istante che ci viene donato, perché non so mai se il giorno dopo si sveglierà stando peggio della sera precedente.

E non oso neppure pensare al fatto che potrebbe non risvegliarsi affatto.

I medici mi hanno detto che devo nutrire poche speranze nei confronti di un miglioramento.

Matteo riesce a fare calcoli complicati, ma non è in grado di dirmi che mi vuole bene.

Spesso piango, sola nella mia stanza, perché so che per quante saranno le volte in cui io potrò dirgli che lo amo, lui non potrà mai ricambiarmi, facendo lo stesso.

Vivo sentimenti contrastanti a causa dei suoi sbalzi d’umore, poiché alterna momenti di quiete a momenti in cui può diventare improvvisamente violento.

L’estrema solitudine dietro cui mi sono trincerata e che anche l’esterno ci ha imposto, ha contribuito a rendermi ancora più instabile.

Non ho mai più vissuto né provato un amore forte come quello per Axel, ma sono felice, oggi più che mai.

Il mio Sampei scarabocchia poesie e pensieri di carta, insieme immaginiamo di recarci in un posto lontano, oppure fingiamo che lui sia un cavaliere coraggioso, venuto a salvarmi dalla fortezza nella quale un drago mi tiene imprigionata.

Non sempre sono conscia di quali pensieri passino per i sentieri della sua mente, ma so che adoro il suo mondo “volante”, che non ha sempre sostanza.

Addirittura lo invidio quando liberamente si isola, senza che sia necessario doverne spiegare il motivo.

Lavoro solo tre giorni a settimana, gestendo gli ordini di posta elettronica, direttamente da casa.

Prima correvo continuamente a destra e a sinistra. Ora posso permettermi di vivere con maggiore tranquillità la quotidianità, perché con un bambino che ha questa sindrome è doveroso compiere un passo alla volta.

Il mio cielo è grigio porpora, Letizia Turrà

https://goo.gl/ixwQWP

La recensione “interessante” del mese: “Domina”, di Stefano Iacuessa

IMG_8079.JPG

Un libro intenso, o forse sarebbe meglio dire una storia.
No, ancora più precisamente, sono una serie di storie quelle narrate in “Domina”, il libro di Stefano Iacuessa.
Non c’è stata pagina che abbia suscitato in me un’emozione sempre uguale. E’ un giro su una giostra pazza quello che si compie con Stefano e con i suoi protagonisti, tutti controversi e tutti diversi fra loro (difficile è definire in questo senso i buoni dai cattivi, fino alla fine di ogni racconto).

I temi affrontati sono molto delicati, a partire dal rapimento di una cantante da parte di un fantomatico uomo in nero, per passare successivamente a storie di droga e delinquenza, fino al più toccante: quello che vede un ragazzino subire molestie e violenze da parte di un adulto (una storia tutt’altro che surreale, ma ispirata a eventi realmente accaduti).

Ho rivisto un richiamo, seppure velato, ai fatti di cronaca che sconvolsero l’Italia degli anni novanta, come il delitto di Via Poma, il Mostro di Firenze, riferimenti politici legati alle figure di Falcone e Borsellino, trattati con cura e delicatezza, in contesti che sembrerebbero fiabeschi se non fosse che ad un’analisi attenta, si posso scorgere continui riferimenti numerici, inizialmente fastidiosi per chi vi si avvicenda.
Si può pensare infatti ad un errore di battitura (perchè mai uno dovrebbe scrivere “1 scambio di opinioni”, piuttosto che “1 si sveglia la mattina” o ancora “sparò 2 colpi” e così via…), ma pian piano si intuisce, dai nomi e dai numeri, che questo sia molto più di un libro.

Non esiste infatti numero, nome, cognome, via, strada, dialogo, che sia messo lì a caso dall’autore e tutto ciò è notevole, in quanto presuppone vi sia una buona conoscenza e un certo legame esoterico-numerologico con quanto riportato nei racconti.
Un lettore attento potrà facilmente verificare che vi sia una coincidenza tra tutti questi elementi.
L’autore ci sottopone ad uno sforzo immane, cioè vedere il mondo da un differente punto di vista: quello dei bassifondi e della ricchezza estrema, quello di chi si uccide dentro per non uccidere realmente un altro, quello di chi si nutre del dolore di un altro per trarne un proprio giovamento.
Difficile non restare segnati in qualche modo da questo libro, per via della sua appartenenza alla quotidianità di ciascuno di noi.

Sono pochi gli autori che offrono una tale cruda visione, data in pasto a un lettore per la maggior parte delle volte distratto dal mondo dei Social e dei Media, che tendono più a strumentalizzare menti, piuttosto che ad “allevare” persone di coscienza.
Stefano impone al lettore di scendere dal piedistallo del conformismo, e giungere sempre più in basso, fino ad un mondo che direttamente ha vissuto e che ha finito per vomitare tra queste pagine, 360 per l’esattezza.
Sarà un caso anche questo? Il 360 corrisponde al numero esoterico 9, che e’ un Numero sacro poiché è il risultato del 3 moltiplicato per se stesso (3 X 3 completa l’eternità). Rappresenta la triplice Triade, la soddisfazione spirituale, il conseguimento dell’obbiettivo, principio e fine, il Tutto. Nella Religione ebraica il 9 rappresenta l’intelletto puro.
Il suo riprodursi per se stesso, attraverso la moltiplicazione è il simbolo della verità.

Il libro infatti termina con un racconto sulla fine del mondo, intitolato proprio “Domina”.
“La nostra fame è giustificata da millenni di oscurantismo e di realtà stravolta”, ribadisce l’autore, ed è come se in ogni racconto (sono 25, anche questo dato non casuale in termini numerici), egli cercasse di aprire gli occhi e lasciare un messaggio importante: siamo noi gli assassini di noi stessi, siamo vittime di vittime, ci siamo lasciati condizionare da secoli di fesserie su religioni e divisioni, che hanno oscurato i nostri occhi, facendoci percepire la realtà come un dato distorto.

Mi sento di fare i miei complimenti a Stefano per questo libro, intenso e profondo.
Mi auguro ne vedremo degli altri, molto presto.

Un abbraccio, Letizia T.

Sito su cui potete trovare il libro:  https:// http://www.ibs.it/domina-libro-stefano-iacuessa/e/9788867131655

Il mio cielo è grigio…porpora

copertina fronte
“Osservare il cielo è la grazia e la maledizione dell’umanità. ” Aby Warburg copertina di Chiara Fedele

 

 

Ero di ritorno verso Milano lo scorso gennaio.

Il cielo romano faceva presagire una scrosciata, di lì a poco. I colori si mescolavano tra loro: in un primo momento un vivace azzurro con enormi nuvole, pesanti e ingrossate. Poi, tendente al nero, con a tratti strisce di un rosa intenso.

Pensai al libro che stavo scrivendo. Il mio primo pensiero ricadde su Matteo, il bambino autistico con il quale ho convissuto negli ultimi otto mesi, e della difficoltà (almeno per la sottoscritta) di trattare e scrivere dell’argomento “autismo”.

Quel cielo fu di grande ispirazione. Mi resi conto che non era un cielo come tutti gli altri.

Mia figlia mi venne in aiuto, sostenendo che fosse “grigio porpora”.

Nessun adulto avrebbe mai dato una tale definizione a quel cielo, tranne un bambino.

Solo un bambino, infatti, è in grado di vedere “certi” colori.

Noi ci occupiamo ormai di altro. Siamo cresciuti, siamo adulti, con una marea di cose da fare, in un mondo che corre e corre…e corre, senza davvero soffermarsi su nessun dettaglio che lo riguardi.

Siamo totalmente immersi nel nostro mondo, individuale e genitoriale, da non guardare più neppure al cielo.

La vita è un viaggio misterioso, nel quale ci si può imbattere in sofferenze, tribolazioni, immensa gioia e amorevole condivisione.

Se si parla di coppia, poi, è sicuramente il sentiero più misterioso e arduo di cui due persone possano far parte.

Se poi vi sono anche casi in cui i soggetti coinvolti sono più di due, allora la situazione si complica, e l’oblio risucchierà gran parte dei passi compiuti in precedenza, come nel caso della storia che qui si narra.

Mentirei se dicessi che è stato semplice scriverla, ma come dico sempre, non tutto ciò che è complicato manca della necessità di essere scritto.

La storia di Beatrice è uguale a quella di centinaia o migliaia di donne come lei, che aveva il bisogno di essere raccontata, perché qualcuno potesse donarle un’ulteriore voce.

Parliamo di una donna matura, seppure ancora giovane internamente, la quale è pienamente cosciente di quale sia il suo ruolo in famiglia e delle responsabilità che si è assunta nella vita, ma non per questo è pronta a decidere di stravolgerla consapevolmente, quando si rende improvvisamente conto che quella vita non è perfetta come pensava.

Seppure si incontrino sempre più donne di cinquanta anni più belle di ragazzine di venti, è anche vero che sempre più ci ritroviamo ad affrontare il dilemma di invecchiare. L’uomo diventa in molti casi affascinante con il passare del tempo, mentre la donna subisce il suo repentino arrivo, con la conseguente, inevitabile modifica del suo aspetto.

Tutto qui viene descritto proprio partendo dal momento nel quale, interiormente ed esteriormente, si inizia a compiere un’analisi attenta di quel dolore profondo, che deriva da un tradimento e dalle domande, che troppo spesso manchiamo di fare a noi stessi.

Beatrice si interroga a lungo, impotente per essere finita nel limbo dei “traditi”, di cui riteneva non avrebbe mai fatto parte.

Il male che ne deriverà la devasta.

Lei pretende ancora molto dall’amore, e non accetta di pensare che la sua vita possa finire così, senza più la bellezza stessa dell’amare.

E’ stata la routine a stravolgere il suo matrimonio che andava a gonfie vele? E’ forse stata la mancanza di un dialogo sincero? Oppure, più semplicemente, lei è troppo vecchia e suo marito ha preferito trovare un’amante giovane e fresca, spensierata, senza problemi?

Quando siamo giovani, spesso restiamo a osservare chi è più vecchio di noi come se ci trovassimo aldilà di un vetro, e i nostri occhi stessero vedendo qualcosa di molto, molto lontano. Talmente lontano, da non appartenerci.

Eppure, arriverà anche per noi il momento in cui le rughe recupereranno il nostro volto, lasciando il loro segno, legittimo e obbligato.

Avremo anche noi schiene ricurve, animi solitari, deserti emotivi da dissetare.

Non si resta giovani a lungo, e non si resta neppure aridi per sempre, se sappiamo comprendere il significato e la funzione profonda che l’amore ha nella nostra esistenza.

Beatrice compirà ciascuno di quei passi, che la condurranno ad avere un’unica consapevolezza: ha perso molto dell’amore che possedeva, ma ne ha ottenuto uno ancora più grande.

Ha conosciuto un cielo azzurro e splendente, ed un altro sconosciuto, dal colore a dir poco inverosimile.

Eppure, era quello il cielo sotto il quale era sempre stata.

E voi… sapete di che colore è il vostro cielo?

Vi auguro una buona lettura, nella quale immergervi.

Non solo, vi abbraccio dal profondo del cuore.

Ringraziamenti: 

Non posso dimenticarmi di ringraziare una vera Artista con la A maiuscola: l’illustratrice e amica Chiara Fedele, per aver realizzato questa copertina, assolutamente straordinaria nella sua semplicità, e al tempo stesso naturalezza nell’esprimere appieno ciò che si cela dietro il significato di questo libro. Sito Internet http://chiarafedeleillustrator.blogspot.it/

A presto, Letizia T.

Recensioni del cuore, Elisabetta Barbara De Sanctis – “Senza più nome”

TRAMA: Martina ha sedici anni e combatte contro un passato pieno di mostri, ma basta poco perché quanto ha rimosso torni a galla, con i ricordi delle violenze e degli abusi e tutto il suo carico di dolore. Quando la sua vita sembra arrivare al capolinea, decide di provare a vivere inseguendo il suo sogno di libertà: una moto e una strada su cui correre, veloce come il vento. Un viaggio che, tappa dopo tappa, la aiuterà a prendere coscienza di ciò che le ha segnato l’anima. Un viaggio per trovare se stessa. Un viaggio per ricominciare.

Una ferita indelebile permane racchiusa fra le pagine di un libro intenso, che ho appena finito di leggere e che senza dubbio merita un’attenta analisi da parte mia.

Questo è un romanzo, con una storia al suo interno. Ma non una storia qualunque, come molte altre.

Si narra di qualcosa che ci riguarda, o potrebbe riguardarci, anche molto da vicino.

Martina, la protagonista, sembra vivere la sua esistenza tentando di non perderne il controllo, e allo stesso tempo non accetta che sia quello stesso controllo a lasciarla andare.

Sente il bisogno di governare le sue paure, mentre dalle stesse si lascia trascinare.

Martina non si ama.

Martina si odia.

Martina si taglia.

Martina vorrebbe cancellare, ma al contrario protrae, quella violenza subita per sette anni, trascorsi tra le mani di un aguzzino. Tenta di spazzare via lo schifo che prova quando subisce la violenza fisica, e i “mostri” tornano a farsi sentire, nella sua mente e sulla sua pelle.

Aveva soli quattro anni quando la sua vita fu stravolta dal rapimento.

Perché era stata scelta lei? Che male poteva aver fatto una ragazzina di quattro anni?

Quando riesce finalmente a scappare da quella prigione nella quale veniva tenuta rinchiusa, si vede risucchiata dal vortice della depressione. Qualcosa di più letale la attende al suo ritorno a casa.

 Sa bene che i mostri non se ne andranno via tanto facilmente.

 “Mi sentivo una sopravvissuta. Avevo mosso un passo in un mondo ignoto, avevo rinunciato a una delle mie poche sicurezze e avevo bisogno di adattarmi adesso. Perché tagliarmi era questo per me: una sicurezza. Era il mio modo di affrontare le battaglie, anche se sapevo di essere destinata a perdere la guerra.”

 E’ una continua lotta quella che compie contro se stessa, quando si guarda allo specchio e vomita bile e veleno, tentando di dimenticare quanto ha subìto.

Subito dopo si taglia, e assapora inalandolo a pieni polmoni, l’odore e il carattere di quel sangue che viene rilasciato sul pavimento ogni volta che di nascosto da sua madre si accinge a farsi del male.

 Martina non ha rispetto per sé e neppure per sua madre, che tratta come fosse il capro espiatorio del proprio disagio interiore. Non capisce il perché non voglia parlarle del giorno in cui il padre si è dileguato, una volta appresa la notizia della sua gravidanza. Una donna forte, milioni di volte più forte di lei, e della quale Martina comprenderà il valore solo con il trascorrere del tempo.

 Gli uomini sono una merda, la sua vita fa schifo, e suo padre è un bastardo.

E lei…non riesce a fare a meno di tagliarsi, per lenire quel dolore derivante dal rifiuto.

 Le sedute presso la psicologa, la Dottoressa Scalzi, che dovrebbero rappresentare una cura, non fanno che alimentare l’odio che prova verso la sua figura di donna lacerata, marcia, rotta e inutile.

 “C’è un demone che vive in me e ha sempre fame e a volte sono costretta a dargli in pasto il mio corpo per rendere la convivenza più sopportabile. Per farlo stare buono, almeno per un po’.”, sostiene Martina quando parla di sé e della sua mania di auto lesionarsi.

 Qualcuno però riconosce in Martina delle qualità. Si tratta della sua insegnante, la quale intravede negli scritti della ragazza enormi potenzialità.

Le propone di sottoporli ad una casa editrice di sua conoscenza, affinché diventino parte di un libro.

Martina è inizialmente titubante, non crede di valere così tanto da veder pubblicate quelle che ritiene delle confidenze donate esclusivamente alla carta.

 Al ritorno a casa, Martina parla alla madre e a Saverio, un vecchio amico di famiglia, della proposta della professoressa. La ragazza tiene particolarmente al giudizio di Saverio e farebbe qualsiasi cosa pur di non deludere l’uomo, il quale si dimostra entusiasta della cosa, e pronto a sostenerla.

 Seppure preoccupato per la figlia Livia, la quale sta prendendo una brutta piega, l’uomo segue i progressi di Martina, che in alcune circostanze salva da una morte sicura, proprio nel momento in cui sta per tagliarsi irrimediabilmente, allo scopo di farla finita.

Saverio le chiede aiuto, invitandola a parlare con Livia. Egli ritiene che una buona comunicazione tra le due, potrebbe essere il collante fra lui e la figlia. Ma Livia tenta di fuggire dalla finestra e Saverio accusa un malore, che lo conduce alla morte improvvisa.

 Martina sente il dovere di scappare, di evadere dalla sua casa dove si sente imprigionata, e parte per Londra. Farà tappa anche a Berlino, tentando di cancellare le passate esperienze. Giungerà infine anche a New York, alla ricerca del fuggitivo che insieme alla madre l’ha concepita.

 Suo padre si rivela un gran bastardo proprio come pensava. Arriva addirittura a farle delle avance quando si presenta davanti alla sua porta, ignaro che quella bella ragazza presentatasi al suo cospetto, sia in realtà sua figlia.

Martina è delusa, sovrastata dal dolore e dallo sconforto.

Finirà con il provare il sesso occasionale, e compirà un lungo viaggio in moto come aveva sempre desiderato, fino al raggiungimento pieno di sé stessa, lungo una strada tortuosa e costellata di emozioni reali, e finalmente tangibili.

 “Devo andare, la strada mi chiama e non posso farla aspettare, non voglio perderla come ho già perso tante cose, perché non è vero che poi le ritrovi. No. Ciò che è perso è andato ormai un altro posto e sarà parte di qualcun altro. Sarà altrove, ma non più parte di te.”

Martina ritroverà la sua strada, non senza dover prima rivivere la parte brutale di quel viaggio attraverso le sue memorie, che diverranno le vivide pagine del suo libro.

Farà ritorno nell’abbraccio dell’unica donna che l’abbia mai davvero amata, sua madre.

E’ stata lei, infatti, a spedire il manoscritto della figlia alla casa editrice, e sempre grazie a lei quello che era un sogno, è divenuto realtà.

La vita ti toglie ogni cosa violentemente e con la stessa violenza, può restituirti ciascuna di quelle cose che senti di aver perso.

Così la storia di Martina diventerà anche un film, nella quale ciascuno di noi potrebbe rivedere se stesso.

Il passato che l’aveva deturpata e resa sterile, sia fisicamente che mentalmente, si allontana da lei. Sarà pronta a ricominciare, con un nuovo amore e una nuova vita.

Martina non si odia più.

Non si taglia più.

Non è più marcia. Non è più rotta.

Questo è un libro davvero ben scritto e ricco di emozioni contrastanti, che si avvertono e si percepiscono sotto pelle, fin dal principio. Non si può fare a meno di venire travolti dalle emozioni e dagli stessi sensi di colpa che attanagliano Martina, nel corso di tutto il suo raccontarsi al lettore.

Ci tengo davvero a fare i complimenti a Elisabetta per aver descritto con una tale accuratezza, crudezza e bellezza, una storia terribilmente greve e dolorosa.

Martina e la sua storia resteranno nel mio cuore, concordemente al suo dolore che ho sentito come fosse mio, fin nel profondo.

 Grazie Elibì, un abbraccio forte e al prossimo libro! Letizia T.

Indirizzo del Blog di Elisabetta Barbara De Sanctis http://www.elisabettabarbaradesanctis.com/

La recensione del mese: “Dodici minuti di pioggia”- Manuela Kalì

Brano consigliato per la lettura:

IMG_5161

<<Da bambino guardavo tutto con meraviglia, quel tanto che basta per distaccarsi impercettibilmente dal resto del mondo. La vita è la cosa più fragile che esista, più del cuore. A dispetto di quello che la gente crede, il cuore si adatta, è un muscolo resistente, anche quando crediamo di averlo in frantumi per la troppa sofferenza. Il cuore, forse, è l’organo più forte di tutti…>>

“Dodici minuti di pioggia”

Ci sono libri che equivalgono ad intraprendere un viaggio. Inizialmente sappiamo quale sarà la meta, ci convinciamo che il nostro bagaglio sarà sufficiente per aiutarci ad affrontare le difficoltà, laddove si presentassero. Abbiamo soldi a sufficienza, aria nei polmoni, un documento regolare e l’animo predisposto al viaggio.
Eppure, ci sono degli aspetti che troppo spesso non contempliamo in tutto questo girovagare.
Un libro può cambiarci la vita, totalmente, in bene o in male.
E seppure ricerchiamo una parte di noi in ogni riga o quasi, leggendolo a fondo capiremo che può dirci molto sull’autore, piuttosto che fornirci adeguate risposte su noi stessi.
Così la meta non diventa più la ragione, nè la stazione di arrivo, bensì diventa emozione, contemplazione, estasi, pianto, un sapore sconosciuto ed amaro, la ragione per cui siamo partiti.
C’è un’esperienza che ci si porta dietro quando si legge, che non si può fare a meno di percepire.

Manuela Kalì è una eccellente fotografa, e date le sue notevoli qualità visive e fotografiche, oltre ad una mente aperta alla filosofia e alla comprensione delle parole “sensate”, riesce con disincantato stupore a raccontarci di una storia che analizza la vita dal punto di vista più semplice, eppure più doloroso: La VITA e la MORTE.
Entrambe possono apparire lontane tra loro. Tuttavia, non lo sono poi così tanto.
Siamo sempre a un passo dalla morte, e restiamo aggrappati per un soffio alla vita.

Alice è una ragazza come tante, giovane ma non per questo meno profonda di un’adulta.
Il lavoro che svolge la soddisfa senza esagerazioni. Sa bene di avere un potenziale, ancora tutto da dimostrare.
Non ha mai vissuto l’amore, piuttosto ritiene che ciascuna delle persone che ama l’abbiano abbandonata, in un modo o nell’altro.
Una madre che fatica a dirle che le vuole bene e che sia felice che lei sia venuta al mondo, e un padre, che spreca la preziosa opportunità di svolgere adeguatamente e responsabilmente il suo ruolo, dileguandosi quando lei ha poco più di sei anni.
Solo il fratello sembra essere in grado di comprendere cosa le succeda.

Sembra quasi vivere una vita sospesa, fino ad un mattino, in cui le capita di imbattersi in un incidente stradale, nel quale è avvenuta la morte di un ragazzo.
Alice oltrepassa la scena come un fantasma, portando via con sé un oggetto ritenuto importante per lei, rinvenuto sul luogo dell’impatto: una bussola, in gran parte danneggiata e riportante tre sole lettere “AND”.

Un oggetto che inizialmente la incuriosisce, infine la porta verso un mondo sconosciuto.
Il destino resta lì ad attenderla, finché a seguito di un incidente non entrerà in uno stato di coma e incontrerà il proprietario del misterioso oggetto.

Andrea le spiegherà che quelli come lei sono definiti i “Senza nome”, per via del loro stato transitorio in quel limbo, dove lui ora si trova destinato, al contrario, a rimanervi in modo permanente.
E’ stato lui a richiamarla a sé, in quanto prova per Alice un amore profondo. Al termine del loro stare insieme le confesserà: <<Il mio cuore è pieno di ricordi con te che non ho mai vissuto.>>

Alice è stordita, per via delle sensazioni magiche che l’incontro con Andrea le ha lasciato.
Non è ancora conscia che finirà per provare un’ossessione nei riguardi degli interrogativi che continuerà a porsi sull’aldilà, una volta uscita dallo stato comatoso.

Andrea le avrebbe donato l’amore che meritava, se solo i loro mondi non fossero stati tanto contrapposti. Come si può amare qualcuno che si trova aldilà dei nostri schemi, della nostra vita stessa?

<<…Sono io a dover proteggere il mio cuore nuovo, che tu mi hai regalato.>>

Andrea ha regalato ad Alice un mondo nel quale sentirsi per la prima volta amata, desiderata, “odorata” nel profondo.

Il ritorno alla vita di tutti i giorni le sembra impossibile, seppure doveroso, per evitare di soffrire.

“Il dolore appartiene solo a chi subisce una perdita”, e questo Alice lo sa bene.
Deve convincersi che sia necessario il distacco da Andrea.
Lei è destinata a rimanere qui, tra i “vivi”, sentendosi morta dentro.

“Sostengo il peso delle notti, perchè il tempo che mi separa dal tuo è una giostra. Serve un gettone e poi un altro. Ci sono luci ovunque, anche sotto il letto. Mi ricordano che sono sveglia, che addormentarmi per raggiungerti è sbagliato e le illusioni non sono lecite per prendere coraggio dai tuoi occhi. Fuori è inverno, non so più scrivere.”

E’ inverno dentro e fuori, quando Alice compie un ultimo, estremo tentativo, per raggiungere Andrea nel suo mondo lontano.

“Ho pensato che se avessi avuto l’amore che mi è stato negato, adesso non sarei come sono. Ho pensato che questi lividi, in fondo, mi hanno resa bella, anche se il sole sorge per farmi male ogni giorno.”

Nel disperato tentativo di rivedere nuovamente Andrea, Alice incontra Gabriele. Un angelo custode forse, che lavora come volontario nella struttura dove è finita perchè accusata di avere disturbi mentali.

Alice non soffre di disturbi mentali. L’unica sofferenza è quella dovuta all’abbandono subito da suo padre, al quale scrive una lettera, quasi obbligata, per concludere questo percorso di sofferenza e tribolazione.

Non posso negare di essere stata travolta da una serie inesplicabile di emozioni, simili a un macigno nello stomaco, per essermi ritrovata nelle parole di Alice e quindi, di Manuela.

Lascio a voi la conclusione di questo romanzo, perchè possiate porvi delle domande, o semmai darvi delle risposte.
Tutti noi speriamo che vi sia una vita dopo la morte, fosse anche solo per riabbracciare coloro che abbiamo amato in questa vita terrena.

Forse è proprio come dice l’autrice: <<Non saprai mai la verità su questa storia, è solo mia. Da oggi in poi darai ragione solo a quello che ti dice il cuore perchè, vedi, ci sono cose che non siamo tenuti a sapere. Le vite degli altri sono a tal punto complicate e fragili che, spesso, non abbiamo il diritto di entrarci.>>

Così, in punta di piedi depositerò questo libro tra i miei libri, lasciandolo fuori almeno un pezzetto, pronta un giorno a riaprirlo.

Sono certa che Alice e Andrea non si separeranno mai, nonostante i loro mondi siano separati dal tempo.
Non esiste distanza in grado di placare le domande di un cuore che ha sofferto. Esso continuerà a ricercare un senso a tutte le cose in ogni dove, in ogni persona, in ogni volto, tra le pagine di un libro, in questa… o in un’altra dimensione.

Buon tutto dal cuore, Manuela.
A presto,
Letizia T.

Gli adulti sono proprio bizzarri…

bambina

Arrivò alla stazione, che erano le sette di sera. Aveva appena iniziato a diventare buio e incontrò il capo stazione.

<<Mi scusi Signore, mi sa dire come posso arrivare a Sheffield?>>

Il goffo signore si guardò intorno per assicurarsi che non fosse sola, ma non vide nessuno con lei, quindi la sua espressione da benevola si tramutò in inquisitoria.

<<E chi abiterebbe lì piccola?>>

<<Il mio papà.>>

<<Il tuo papà? Uhm… e dimmi, c’è qualcuno qui con te?>>

<<Io le ho fatto una precisa domanda. Non so come arrivare dal mio papà, ma si rifiuta di aiutarmi.>>

<<E’ buio bambina, e non sta bene che una piccola creatura sia tutta sola in giro a quest’ora.>>

<<Viviamo in uno dei posti più noiosi al mondo, non è mai successo nulla qui e questo lo sa bene.>>

L’uomo si aggiustò il cappello.

<<Voglio essere solo certo che non ti caccerai nei guai. Sei una minorenne, quindi dovrai far venire qui un adulto che ti autorizzi a partire, altrimenti niente treno, niente casa del papà.>>

Patricia ci pensò su. Era molto decisa ad andare via da lì.

Poi le venne in mente che il libro de “Il Piccolo Principe” poteva ancora tornarle utile.

Nella prima pagina, infatti, era riportato il timbro con il recapito telefonico della libreria di Mr. Pitor.

Patricia diede il libro all’uomo goffo.

<<Ecco qua il telefono di chi può autorizzarmi a partire. Chiami questo Signore e gli dica di venire.>>

Esplose in una risata sguaiata.

<<E questo sarebbe colui che dovrebbe autorizzare la tua partenza? Puah! Il vecchio saggio lo chiamano, io preferisco chiamarlo il vecchio pazzo! Non mi sorprende che tu abbia degli amici tanto strambi!>>

L’uomo si recò alla cabina di servizio, dove interloquì con il centralino addetto alle comunicazioni di emergenza.

Tornò dopo pochi minuti.

<<Il vecchio sarà qui a momenti. Ma bada bene, se mi hai mentito, ne pagherai le conseguenze!>> disse tronfio e fermo su due piedi.

Patricia lo guardò come fosse un pinguino.

<<Posso riavere il mio libro per favore?>>

L’uomo aprì il libro nelle prime pagine.

<<Il Piccolo Principe. Che razza di libro strambo. Amici strambi, libri strambi! E poi che razza di disegnatore è questo? Guarda questo cappello, io stesso sarei in grado di disegnarne uno migliore, e tu?>>

Patricia non rispose.

Se c’era una cosa che aveva imparato, era che gli adulti possono essere proprio bizzarri, anche qualora sembra possiedano una mente aperta.

E di sicuro il capo stazione non possedeva una tale mente, né era interessato a fare accrescere il suo sapere.

Il posto più bello del mondo è da nessuna parte, Letizia Turrà (2016)

Image: Google