La recensione “diversa” della settimana: Rivolta alla Locanda di Edoardo Dantonia

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Voglio essere sincera, quando sono incappata in questo libriccino, l’ho preso piuttosto alla leggera.
Non pensavo che avrei trovato in una storia che vede il suo inizio in una locanda, in cui l’unico dialogo sono tafferugli e botte tra uomini, qualcosa che mi toccasse nel profondo.

E ho compreso che mi sbagliavo.

Superato il luogo iniziale della vicenda, ho pian piano raggiunto la consapevolezza che ci fosse qualcosa di più pronto a intrattenermi nel mondo di Edoardo Dantonia.

Su ispirazione e con uno stile simile ai racconti del prolifico Gilbert Keith Chesterton, nei dialoghi che contornano la storia, mi sono imbattuta in riflessioni intense, acute e per nulla scontate, seppure facenti parte di una maturità e di una coscienza che molti fra noi potranno sostenere di aver acquisito.
Friedrich Malthus è un esattore delle tasse giunto nel posto sbagliato, al momento sbagliato. Anzi, sbagliatissimo.
Il luogo qui citato è una bettola, spacciata per locanda. Uno di quei postacci da uomini duri, dove il più sobrio dorme sul bancone avvinghiato dai fumi di un alcol, unico compagno di vita per molti che lì vi si rifugiano per tentare di sfuggire alla monotonia della loro vita.
L’esattore ha il compito di riscuotere gli arretrati di Mister Grant, che non paga da quasi un anno le spese della sua attività.
Grant rimane impotente ad osservare il giovane che, con aria saccente, gli sventola le carte con tutti i conti da pagare, e gli intima di provvedere al recupero delle somme nel giro di due giorni, al termine dei quali la locanda verrà chiusa.

Un silenzio congela l’aria rendendola ancor più irrespirabile, fino al momento in cui un rumore assordante di bicchieri spezza la tranquillità del giovane Malthus.

L’uomo che ha causato quel rumore, e che finisce quasi per colpirlo è Alonso Pecherton, idraulico e “collezionista di sottobicchieri”, come ama titolarsi lui.

Pecherton ritiene che lo Stato non abbia alcun diritto di derubare i contribuenti mandando i propri spaventapasseri a riscuotere le tasse.
Malthus si ritira impaurito, con la coda fra le gambe, ma pronto a fare ritorno 48 ore dopo, come promesso.
Al suo ritorno, nonostante sia accompagnato da due poliziotti, trova Grant e Pecherton agguerriti più che mai a difendere quella che definiscono una proprietà privata.
I poliziotti vengono così aggrediti e atterrati dai due, e a Malthus non rimane altra scelta, che quella di darsela a gambe.

Qualche giorno dopo, tornando di nuovo da solo alla locanda, trova ad accoglierlo Pecherton, sornione e sorridente.
Sembra quasi aver dimenticato di aver aggredito due ufficiali di Polizia due giorni prima, così il giovane Malthus glielo ricorda, canzonandolo perentoriamente.
Malthus è lì per dare un avvertimento ai due, rei di aver innescato una rivolta, non ancora cosciente che un cambiamento è in atto nella sua vita.
C’è un destino che attende proprio lo sprovveduto esattore.
Pecherton lo avverte che dovrà presto abbandonare la sua veste di formalità, cedendo il posto al cambiamento.

Sono parole a lui sconosciute, difficili perciò da recepire. Sarà proprio lo stesso Alonso a condurlo all’interno di un viaggio che sembra sconsiderato e senza alcun senso.
I due finiscono nei guai molto presto, e a corto di soldi fanno questo tour (apparentemente) senza meta specifica, perchè Pecherton ci tiene a mostrare a Malthus le meraviglie del mondo, quelle che quasi più nessuno sembra vedere, quella bellezza collaterale dettata da quanto ci circonda.

<<Ma come di che meraviglie parlo? L’incredibile tenacia con cui la lenta chiocciola s’inerpica su per il muro, nonostante il mastodontico peso del guscio a cui è attaccato. La bellezza di quell’adorabile felino che riposa le membra all’ombra della panchina, incurante del resto del mondo. L’infinita poesia di quel giornale finito a terra, trascinato dal vento: chissà chi l’ha letto qualche istante prima, chissà cosa c’è scritto, chissà dove finirà ora…Forse nella spazzatura, o forse qualcun altro lo coglierà e ne farà una barchetta di carta!>>
Sono queste le parole che usa Pecherton per portare il giovane sulla retta via.

Questa è una storia quasi vera, la cui centralità è costituita dall’amicizia, unico valore inviolabile nella vita di ogni individuo.
In uno scambio di considerazioni e di valori, i due protagonisti, seppure molto diversi, si ritrovano a condividere un’esperienza che li cambierà per sempre.

Malthus è il cattivo e impettito esattore, mentre Pecherton è il grasso e goliardico idraulico, che non fa altro che sorridere come un ebete, compiendo manovre da “bambino” sconsiderato.

Il lettore viene spinto dal Dantonia a scegliere chi vuol essere, oppure a comprendere che fondamentalmente esiste la fermezza di Malthus e la felicità sconsiderata di Pecherton dentro ognuno di noi, che convive con i nostri momenti più intimi, e fa capolino quando non ci guarda nessuno, e ci sentiamo al sicuro, al punto tale da tirare fuori quella parte di noi, oscura persino a noi stessi.
Malthus affronta un percorso in cui conosce l’amore per la prima volta e la tristezza che ne deriva, che lo getterà nello sconforto. Imparerà soprattutto a nutrire la propria anima, riconoscendo che il vero peccato non è nella tristezza, ma nella mancata comprensione che persistere in quello stato sia peccato. “Spesso dal male viene il bene, e attraverso il peccato si giunge alla virtù”, come ammette lo stesso Alonso.

Traspare un cammino dalle parole dell’autore, che lo ha avvicinato in modo sano alla fede. Di sé dice: “In ogni cosa che scrivo, che sia un articolo, un racconto o un saggio, io non sono mai l’eroe della situazione, ma anzi spesso sono proprio il cattivo.”

In realtà Malthus non è propriamente un portatore di cattiveria o malvagità, lui sta solo dalla parte sbagliata, quella rappresentata da una morale cattiva.
E Pecherton? Solo voi forse, leggendo questo racconto, potrete intendere da che parte sta.

Quel che è certo è che giunta alla fine, mi ero affezionata a entrambi, e ho capito che tutti noi dovremmo avere un amico come Pecherton nella nostra vita, che ci faccia intendere che il viaggio senza meta, e il percorso senza fine, hanno un loro senso di esistere.
Che è bello tuffarsi a capofitto nelle emozioni, e nella fede, che mai invece riponiamo negli accadimenti quotidiani. Che è bello agire fuori dagli schemi, spinti dall’amore e nutriti dalle riflessioni.

Me lo ricorda nuovamente questo ultimo dialogo tra Alonso (Pecherton) e Friedrich (Malthus): <<Quando ci siamo incontrati, tu, come la gran parte degli uomini moderni, eri vittima di mille ideologie, una diversa dall’altra, ognuna opposta all’altra. Quando ti parlavo, dovevo perciò fare i conti con mille altre persone. Quando ti rivolgevo la parola, avevo l’impressione di vedere decine di teste, non una soltanto, e così dovevo parlare ad ognuna di esse, per non offenderle…>>.

Non siamo tutti così in fondo? Troppi pensieri, troppe distrazioni, un finto conformismo che ci sradica dalla nostra vera natura, quella di esseri viventi che hanno necessità di condividere le loro emozioni e le loro esperienze con il prossimo.

E’ stato bello fare questo viaggio insieme a Pecherton, perché io un pò mi sento come Malthus.

Al prossimo libro, felice di averti letto, anche oltre le righe Edoardo.

A presto, Letizia T.

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