Possono due persone amarsi senza arrivare mai a toccarsi?

Cuore quiz

“L’amore non è mai tanto irraggiungibile da non poter essere sfiorato.”

Così pensava Emilia, guardando dal finestrino del treno che la portava lungo la stessa tratta, ogni giorno, da ventidue anni.
La sua vita era divenuta un rituale di abitudini consumate; un tempo che scivolava senza pretese, lasciandole addosso la stanchezza di chi non crede più nei miracoli.

Il cuore, un tempo vivo, si era indurito in un macigno.
Eppure, nascosto tra le pieghe della sua solitudine, resisteva un presentimento: un giorno, qualcosa avrebbe squarciato quel velo grigio, restituendole il battito dell’amore.

E come tutte le cose inaspettate giunse in silenzio, come un presagio.
Sul pullman, due occhi incrociarono i suoi: lo sguardo di un uomo che sembrava attenderla da sempre,
un uomo che abitava i suoi sogni da quando era fuggita dalle tenebre della depressione.

Fu come se una crepa si aprisse nella sua inquietudine.
Il desiderio, sopito, tornò a vibrare.
La prima volta lui le parve distante, quasi impassibile,
ma un dettaglio tradì la sua calma: lo sguardo scivolò, tremante, su un lembo della camicetta di Emilia, vicino alla scollatura.
Poi, quel lieve sorriso, una piega appena accennata sulla guancia, quasi come una confessione non detta.

Emilia comprese perfettamente: lui la desiderava.
E lei desiderava quelle mani chiuse a conchiglia, quel silenzio che la avvolgeva più di un abbraccio.

Per mesi si amarono così, tra sguardi che toccavano l’anima più delle carezze e tra silenzi carichi di promesse non dette, gesti fluttuanti e titoli di copertine che servivano a dare un messaggio all’altro.
Emilia sentì che il momento era giunto: era pronta per fare il primo passo.

Ma il destino, crudele e inatteso come una promessa, stava per cambiare il corso delle cose.
Ricordava solo di un dolore improvviso, un fendente al petto e la corsa disperata dei medici per strapparla alla morte.

Quando riaprì gli occhi, lo specchio le restituì un’immagine nuova: una cicatrice attraversava il suo corpo come un solco di fuoco.
Si sentì persino privata della sua femminilità, incapace di indossare ancora quella camicetta che lui aveva amato guardare.

Fu disarmante anche dover constatare che al suo ritorno, lui non c’era più.
Il viaggiatore misterioso, l’unico uomo che avesse mai sentito di amare, si era dissolto senza un saluto, lasciandole il cuore più lacerato di prima.

Furono mesi di attesa e di domande senza risposta, finché un nuovo crollo la ricondusse in ospedale.
Fu in quel momento che il medico le rivelò la verità segreta dei trapianti e del cuore nuovo che batteva dentro di lei.
“A volte il cuore porta con sé anche i desideri, i ricordi, l’essenza del donatore”. Il dottore mostrò ad Emilia la foto dell’uomo che le aveva consentito di proseguire la sua esistenza.

Solo in quell’istante le fu tutto chiaro.

L’uomo dei suoi sogni non l’aveva abbandonata.
Quel giorno, proprio mentre Emilia aveva deciso di confessargli il suo amore, era stato investito davanti a un fiorista di Piazza Armerina.
Nella mano stringeva un mazzo di fiori, destinati a lei.

Il destino, con la sua spietata tenerezza, li aveva uniti davvero: non attraverso le mani o le labbra, ma attraverso un unico cuore, che ora batteva nel petto di Emilia.

“Possono due persone amarsi senza mai toccarsi?” – sussurrò a se stessa, piangendo lacrime che erano anche di gioia.

Sorrise, consapevole che da quel giorno non sarebbe mai stata sola.
Il suo corpo e il suo petto erano ora diventati la dimora eterna di quell’amore.

Uniti.
Per sempre.

Letizia Turrà

Image: Google immagini

Milano e il treno della mia vita….

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Quando arrivai a Milano ero un chiodino con occhi grandi, piena di buoni propositi cresciuta in precedenza in un piccolo paese chiamato “Rione Fortuna”.

La più grande Fortuna della mia vita fu infatti ritrovarmi catapultata in quella che tutti soprannominavano la “Gran Milan” in mezzo a un trambusto di gente che correva.

Avevo sempre sognato di trovarmi qui, al punto che una notte, compiuti i dodici anni, decisi che avrei preso a piedi il binario del treno che portava a Milano per percorrerlo interamente arrivando dopo giorni a destinazione. Come se si potesse fare… e giuro lo avrei fatto per davvero.

Poi sempre per fortuna presi a quindici anni quell’agognato treno, uno vero, che mi portò in Stazione Centrale in mezzo ai “corridori”.

Fu così che mi sembrarono i suoi abitanti la prima volta che vidi dal vivo il Duomo, quella imponente struttura che ci hanno messo quasi sei secoli a costruire e che ancora oggi considero una delle strutture più belle ed elaborate al mondo.

Osservare tutti quei corridori che avanzavano schizzando come palline da flipper diretti chissà dove, mi fece capire che se volevo vivere tra loro dovevo anch’io iniziare a correre.

Nuove abitudini, nuovo modo di pensare, nuovo modo di essere. Nel mio paesello nessuno ci aveva insegnato cosa fosse realmente la competitività. Se lì eri la più bella ragazza del paese allora vincevi su tutte, nelle grandi metropoli invece devi essere molto più che bella e tirare fuori ciò che davvero sei dentro, oltre che fuori.

Mi gingillo ancora con compassione ripensando al giorno in cui aspettai la metropolitana n. 321 per Bisceglie per oltre due ore perché convinta che dovessi aspettare solo quel treno per tornare a casa senza comprendere invece che dovevo guardarne la destinazione.

Da quel giorno la mia vita diventò un treno in corsa, con un padre musicista che mi avviò al mondo della musica e che mi fece vivere i momenti più belli che la musica stessa può regalare.

Ho assistito alla nascita e alla morte di locali storici Milanesi importanti, ho sentito i sinceri e fragorosi applausi che gli artisti ricevono provando sulla mia pelle i brividi di sentirsi davvero vivi, nel fare cose che davvero si amano.

Ho anche sofferto molto perdendo persone che amavo lungo il tragitto per volere della vita o per invidia, tutte cose che capitano e che col tempo impari essere parte integrante di quel treno.

Ho detto molti “NO” per paura di affrontare “certi” palcoscenici perché non ero pronta e non sono mai partita.

Ho imparato ad amare la musica sopra ogni cosa e a capire che certi treni sono belli anche quando li guardi passare e non li prendi ma ne assapori lo sferragliare e ne senti il fischio mentre si allontanano dalla stazione e tu, non sei il passeggero.

Sono passati 20 anni da allora ed ancora oggi corro in questa Città ed ancora quando guardo il Duomo lo vedo come la cosa più bella e misteriosa per cui l’uomo dovrebbe essere grato di trovarvisi davanti lungo il passaggio del suo treno della vita.

Letizia T.

Foto: Internet

Dedicato alla mia Milan

La casa in una scatola di mio padre…

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Ormai le telefonate con mia madre sono diventate per me scopo di redenzione ad appena 23 anni e aggiornamento sulle condizioni meteo dei rispettivi paesi dove viviamo!

Non mi sono mai sentita a mio agio con lei, né con mio padre.

Lo ricordo da bambina, se ne stava spesso lì sull’uscio della porta della mia cameretta sempre con la “casa in una scatola”, come diceva mia nonna, e mi guardava aspettandosi che io mi girassi per salutarlo ma quasi sempre non lo facevo per puro disprezzo, lo detestavo per il fatto che ci metteva al secondo posto rispetto al suo lavoro.

Quando andava via per lunghi periodi si portava persino dietro le foto incorniciate magari fatte durante i pochi giorni che trascorrevamo insieme in montagna o al mare, quei giorni in cui anche una conchiglia era in grado di regalarmi immense emozioni.

Anche lì se ne stava sempre attaccato al suo computer a mandare i dati in azienda. E mia madre sempre impassibile e taciturna a guardare il mare, nascosta dal suo enorme cappello e dai suoi scuri occhiali da sole.

Non me l’ha mai detto ma deve essere stata una sofferenza enorme stare con un uomo che per metà della loro unione era stato sempre fuori per lavoro.

E forse io arrivata in così tarda età, avevo dato un senso alla sua vita quando ormai il suo corpo era quello di una cinquantenne, una specie di nonna che deve occuparsi di una bambina vivace e allegra che non riesce a contenere.

“Aldilà del muro – diario e confessioni di una Escort” di Letizia Turrà

Copertina e grafica: Letizia Turrà e Max Fabiani

Quel miracolo chiamato VITA…

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Il respiro lento e affannoso che spezza in due la schiena. I pugni che si stringono perché il dolore è più forte dell’attesa.

È un incontro al buio, dove il cuore batte forte perché sei perfettamente cosciente di essere già innamorato dell’altra persona pur non avendola ancora incontrata da vicino.

Qualcuno che è vissuto, si è nutrito e ha respirato dentro di te per infiniti giorni.

È il miracolo che tutti chiamano VITA, l’ineguagliabile partenza di ogni essere vivente.

Poi vedi quel tuo piccolo miracolo e comprendi che ogni respiro affannoso ed ogni metro che hai percorso dolorante nel corridoio del reparto è valso a tutto questo.

E capisci: Non siamo niente senza quell’affanno e quei passi che sono  il preludio di un percorso di cui conosciamo solo l’inizio, ma non la fine.

Letizia Turrà

Foto: Facebook

Il Sig. “Non ho tempo!”

orologio-foto-bianco-e-nero-27271454 La Ministoria del Sig. “Non ho Tempo”, dedicata a coloro che non dedicano mai il loro tempo a ciò che è necessario.

Il Sig. “NON HO TEMPO!” era un tipo assai curioso, imprenditore in un settore non ben definito, molestatore della felicità altrui (riusciva a sentirsi felice solo se incontrava qualcuno più infelice e meno occupato di lui), amante delle cose belle ma senza disporre di buon gusto e, cosa abbastanza frequente per persone come lui, ipocondriaco.

Non aveva mai tempo di trascorrere nemmeno un minuto in presenza dei suoi cari, che manco a farlo apposta erano numerosi.

“Buongiorno Sig. X, Volevo chiederLe alcune informazioni a proposito della mia polizza:..”

“Non ho tempo!” era sempre la sua risposta per chiunque e sonoramente chiudeva la cornetta del telefono.

Era anche così impegnato da non riuscire a pettinarsi i capelli al mattino, tant’è che in ufficio lo chiamavano “ciuffo selvaggio”.

Un giorno che sembrava come tanti già trascorsi si recò negli uffici postali della zona in cui lavorava per pagare una bolletta in ritardo, dato che non aveva avuto tempo di farlo prima.

Accadde che mentre era in coda il Signore davanti a lui fu colto da un malore e gli chiese assistenza.

Egli naturalmente rispose “NON HO TEMPO!” e chiese a una Signora ancora più avanti di occuparsi del povero Signore.

Così subdolamente facendo rubò il posto anche dell’altra Signora piazzandosi per primo allo sportello.

Nella felicità di averla fatta franca si precipitò fuori dall’ufficio postale e, dato che non aveva tempo, non usò le strisce pedonali per attraversare.

Sulla sua tomba scrissero: “Non aveva tempo, né per gli altri, né per sé…”.

Chiuse virgolette. Punto.

Foto: Internet

Autore: Letizia Turrà – gennaio 2011

La fine del mondo secondo me…

 

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Dicono che sono gli ultimi tempi da almeno 50 anni, i teorici del complotto o i seguaci delle teorie degli antichi astronauti, fanno vedere apocalittici scenari di guerra.

Nel 2012 sarebbe dovuta arrivare una tempesta solare così forte da spegnere tutti i sistemi informatici, la luce, gli impianti di scarico delle acque e molto altro.

Ci saremmo ritrovati, in parole povere, come nel Medio Evo. Accidenti, chissà che delusione sarebbe stata per quelli che vogliono piazzarci dei Microchip nella mano molto presto, cosa accadrebbe se la nostra sola moneta fosse il baratto e le nostre macchine fossero sostituite da efficienti animali da soma?!

Devo dire che a me non dispiacerebbe se l’umanità cominciasse ad essere unita come non lo è mai stata. La crisi dopotutto dovrebbe servire a questo, a riprendersi da essa riscoprendo il valore di sentirci tutti uguali sullo stesso piano, senza più distinzioni di pelle e di razza o di piano sociale-economico.

Il più grande beneficio tra le comunità avviene solo laddove ogni individuo non compia gesti dedicati e dovuti solo a sé stesso, ma si muova principalmente per gli altri, arricchito più dal dare che dal ricevere. E’ meraviglioso in questo senso leggere libri che trattano di questo argomento, uno tra i più belli che stiamo leggendo ultimamente è: “CAMBIARE VITA IN 7 GIORNI” di Paul McKenna, che parla dell’importanza di dare agli altri, della conseguenza sul nostro spirito che sarà esortato ad essere positivo nei confronti di noi stessi, portandoci ad una consapevolezza che renderà serena la nostra esistenza fino a cambiarla in modo decisivo! Pensare positivo è uguale ad avere cose positive.

Ormai abbiamo perso ogni tipo di rispetto nei confronti dei nostri simili, non crediamo più nei sentimenti, ci sentiamo persi al punto da pensare che l’unica soluzione a volte sia farla finita, o al contrario ci chiudiamo sotto una campana di vetro perché non crediamo più nel prossimo, nelle nostre qualità e nella buona fede altrui.

Ho letto, proprio questa mattina, un’interessante lettera scritta da un ragazzo di 34 anni al padre, dove si sottolineano differenze e sofferenze generazionali, rappresentate da un lato da coloro che 30 anni fa credevano pienamente in quello che facevano battendosi per i propri diritti e attuando rivoluzioni per vederli realizzarsi, e da coloro che oggi, 30 anni dopo, dimostrano solo apatia nei confronti di ogni cosa, non hanno emozioni e soprattutto non conoscono alternative alla noia.

Dice più o meno così: << Non escludo che sia io stesso a non essere in grado di cogliere appieno questo mio tempo. Non escludo di sbagliarmi totalmente. Eppure, questo profondo senso di apatia, di noia, di disinteresse giovanile, io non lo medito fra me e me chiuso nella mia camera da letto. Io lo vedo, lo colgo, lo percepisco nei volti di noi giovani, noi affamati di vita, noi ambiziosi, noi abbandonati a noi stessi>>.

Sono parole che mi fanno riflettere, dato che sono espresse da un mio coetaneo.

Eppure credo che di persone positive che ci possono aiutare ce ne siano molte, solo che sono invisibili perché non fanno notizia.

C’è sempre quella grande forza in noi, anche quando non la vediamo.

Io direi che la fine del mondo è già qui, da quando abbiamo smesso di amarci e rispettarci l’un l’altro e da quando abbiamo smesso di rispettare la natura, che ci ha dato tanto, e che abbiamo ringraziato depredandola della sua reale bellezza.

Vorrei poter sopravvivere a tutto questo, voglio poter vedere crescere le mie figlie, vederle diventare donne felici e realizzate, voglio vivere per poter garantire loro un futuro ancora migliore di quello che è toccato a me.

Eppure non so neppure se domani sorgerà il sole, e quindi non so se sarò ancora qui per vederlo.

Sento di vivere in un’epoca sbagliata, senza più il senso del pieno e del vuoto, siamo anime che girano alla ricerca disperata di quell’amore che tutti ci hanno descritto come la più grande tra le risorse, la primordiale sensazione e la più vera in assoluto ma che si rivela come la meta più irraggiungibile, a quanto pare.

Noi, pirati senza rotta, siamo raggi senza sole e sole senza i suoi raggi.

Spetterà a noi risplendere!

Mi piacerebbe concludere questo capitolo con le frasi finali di questa lettera, pensando che vorrei dire a mio padre le stesse cose, pur essendoci tra noi una differenza di soli 24 anni e molti chilometri e divergenze di opinioni di distanza: <<Non ci resta, che aspettare, sperare, costruire. Perché sempre, laddove c’è un vuoto, emerge qualcosa di nuovo. E la novità serve alle nostre giovani menti più dell’ossigeno, più del computer, più dell’amore>>.

No, anzi, concludo con il mio motto: siate la Vostra Luce!

Letizia Turrà

https://www.bookrepublic.it/book/9788867559732-manuale-della-mamma-fai-da-te/

Photo: Eugenio Fotography (Facebook)

Dal mio primo libro: “Manuale della mamma fai da te”

MANUALE DELLA MAMMA FAI DA TE (copertina libro)

“Ho visto un padre lo scorso mese che aveva tutta l’aria di un padre “normale”, aveva un bel vestito e la sua 24 ore in mano, un po’ smilza, come se non contenesse documenti, accompagnava suo figlio a scuola, e l’ho visto andare via con fare abbattuto, ingobbito, poi ho guardato le sue scarpe ed erano sporche di fango come le scarpe di chi ha corso per arrivare in tempo da qualche parte ed i suoi capelli erano arruffati e la giacca era sporca qua e là di fango… allora ho realizzato che non era un padre qualunque, era un padre che molto probabilmente di lì a poco non si sarebbe recato in nessun posto di lavoro, perché un posto non ce l’ha più, e poi sarebbe andato alla Caritas a mangiare e chissà in quale camera a dormire, ma aveva accompagnato suo figlio a scuola e lo aveva baciato e lo aveva guardato entrare nell’atrio insieme ai suoi compagni.

Accidenti, penso, un figlio tutto queste cose non le sa, ma esistono, e mi sono venute le lacrime mentre ci penso.”

https://www.bookrepublic.it/book/9788867559732-manuale-della-mamma-fai-da-te/

Photo: Copertina libro realizzata da Letizia Turrà, grafica Max Fabiani

Le cicatrici di una donna… un inno al coraggio delle Donne!

cicatrici di donna DEDICATO ALLE DONNE CHE NON SI VERGOGNANO DI MOSTRARE LE PROPRIE CICATRICI, in particolar modo ad Alessandra, dal profondo del cuore.

“Era il mese di marzo, uno di quelli che sembrava dicembre. Pioveva infatti spesso e faceva molto freddo.

Sentii improvvisamente un dolore acuto al seno mentre ero alla fermata dell’autobus.

Tornata a casa non mi feci troppe domande sulle sensazioni avvertite anche se il sesto senso mi diceva di recarmi subito da un dottore.

Aspettai quasi un mese per fissare un appuntamento. Mi mancava il coraggio di sentirmi dire la verità.

Mi capitava spesso di rifiutare l’accettazione di una realtà che non fosse lineare con i miei principi o con la mia visione del mondo.

Da quello scappavo, scappavo spesso.

Poi dovetti interrompere la mia corsa per ricevere la notizia più destabilizzante potesse mai essermi rivelata.

-“Laura, abbiamo rilevato la presenza di una massa tumorale che potrebbe estendersi altrove. Dovremo subito intervenire prima che sia troppo tardi.”

Scoppiai a piangere tenendomi la testa fra le mani.

Non riuscivo a capire come fosse possibile.

-“Mi creda, il mio mestiere è il più difficile da questo punto di vista quando si tratta di dare queste notizie. Sono qui se ha bisogno, ma sono solo un medico, una persona estranea. Non ha nessuno che possa sostenerla, aiutarla e supportarla in quello che temo sarà un periodo molto intenso e difficile?”

Non mi ero mai amata abbastanza da pensare che anche la vita mi volesse bene e che quell’evento che ora sembrava volermi distruggere poteva in realtà trasformarsi in un dono prezioso.

Non distinguiamo il bello dal brutto fino a che non ci ritroviamo a vederli dritti in faccia.

Apprendere di avere un tumore come era successo a mio nonno fu un colpo terribile per la mia vita.

Ma se volevo continuare a vivere avrei dovuto pensare e agire in modo differente.

Tutto questo mi fece capire che vi sono realtà che noi diamo per scontato, come quelle di una vita in perfetta salute e un fisico sempre giovane, che non durano per sempre.

Il tuo corpo si deve adeguare alla nuova situazione quando qualche “tassello” viene improvvisamente spostato.”

da “Il labirinto di orchidee” di Letizia Turrà

Photo: Castello di Belgioioso – Fiera del Bio “Officinalia”

Documento protetto da copyright  Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0

(CC BY-NC-ND 3.0 IT)

“Il solito viaggio…” – riflessioni

“Tu, così bianca e candida, tutta pulita e lucida”… se ne va fischiettando l’uomo baffuto della metropolitana.

Ne è passato di tempo da quando entrambi siamo qui, lui canta ancora felice come un tempo ed io corro più veloce della metropolitana diretta verso il treno che non posso perdere.

Poi un’altra musica apre le danze: suoni di fisarmoniche si insinuano tra le correnti che viaggiano corrive.

E’ l’episodio del solito viaggio che faccio tutti i giorni, eppure ogni giorno diverso, finchè sarò viva.

Milano-metropolitana

A presto,

Letizia T.

Riflessione sull’infelicità e sulle parole di mio padre: “Le famiglie felici sono tutte uguali, quelle infelici, sono infelici a modo loro…”.

invecchiare

Tratto dal mio terzo libro: “Il labirinto di orchidee”

“Non ero mai stata nelle braccia di mio padre per più di trenta secondi quando ero una bambina ed ora mi abbracciava stretta per infiniti secondi, forse minuti.

-“Io sto bene, ma sono più interessata a capire come state voi. Intendo realmente. Cosa ti è successo con tutto quel che riguardava il nonno? Perché hai deciso di lasciare tutto sotto la polvere? Come potrai goderne se cerchi di sotterrare la parte migliore della nostra famiglia? Noi siamo filosofi, gente di cultura, amiamo ciò che facciamo, siamo nati per questo. Non posso credere che ti serva riempire di carta la tua scrivania per poi lasciarla lì, a impolverare.”

-“Laura ci sono cose che col tempo, invecchiando, comprenderai. Cambierà la tua visione di tutte le cose nella loro interezza. Aumenta il nostro bisogno di sentirci protetti man mano che il tempo trascorre. Ti ricordi di quanto diceva il nonno? ‘Il tempo è tiranno con chi non sa accettare il suo trascorrere’… e aveva ragione. Solo ora molte delle sue parole le comprendo davvero. Il tempo non è stato solo tiranno con me, peggio, è come se si fosse fermato al giorno della sua morte.”

-“Ma hai ancora la mamma al tuo fianco. Non siete felici insieme?”

-“Felici? E’ da un pezzo che ho dimenticato il senso di quella parola. Noi non siamo felici, noi siamo abituati, abituati a stare insieme, comunque. Pensavo esistesse un destino che lega una persona ad un’altra, ora comincio a pensare che il destino siamo noi a farlo. Se quel giorno anziché invitarla a mangiare il gelato fossi andato al convegno di mio padre come avrei dovuto fare, sarebbe stato tutto diverso. Una volta qualcuno disse: ‘Le famiglie felici sono tutte uguali, quelle infelici, sono infelici a modo loro’. Nella nostra infelicità noi ormai ci sguazziamo, ci ammorbiamo desiderandola ardentemente. Probabilmente ne sentiremmo anche la mancanza se non ci fosse, perché è su quello che la nostra forza si è consolidata. Credo che si arrivi a un certo punto in cui ciò che ti ha unito ad una determinata persona, in futuro diventi ciò che poi te la fa odiare.”

Rivedere i miei genitori, ripensare al loro rapporto mentre tornavo a casa in macchina, mi turbò molto. Riflettevo sulla loro consenziente infelicità, quasi come se l’avessero programmata in passato, messa in cantiere per il futuro perché un giorno, non si sa mai, poteva servire per poi tirarla fuori al momento opportuno, come un oggetto che si tira fuori quando occorre.”

Ed ora mi pongo una domanda: Si può restare ancorati ai ricordi passati al punto da perdere di vista ciò che è più importante per noi?

Fino a che punto dovremmo permettere ai ricordi di logorarci?

Qual è il prezzo della felicità e soprattutto si può accettare di vivere infelicemente la propria esistenza unicamente perchè “abituati” da sempre a sentirsi così?

A presto,

Letizia T.

Doc. protetto da copyright – attribuzione non commerciale- Non opere derivate 3.0 Italia CC BY -NC-ND 3.0 IT

photo By Eugenio Photography (facebook)

Aldilà del muro-diario e confessioni di una Escort

IMG_1867Oggi ho intenzione di parlarvi/promuovere  il mio secondo romanzo che ho intitolato “Aldilà del muro- diario e confessioni di una Escort”.

Il libro narra delle vicende giornaliere di una studentessa americana  (Louisiana, come il nome della Città da cui proviene), giovane ventitreenne che, dalla sua vita di normale studentessa universitaria, si ritrova improvvisamente catapultata in un mondo occulto, misterioso ed esoterico che la porterà a conoscere gli oscuri lati del sapere umano e la peggiore condanna di coloro che comprano il sesso per sentirsi felici….

Eccovi di seguito un piccolo stralcio:

“Mi guardo allo specchio.

I miei occhi sono piccoli da quante lacrime ho versato, partecipare al funerale di Andy è stato anche peggio che spargere le ceneri di mio padre su quella spiaggia.

Non avevo più nessuno. Se avete perso qualcuno che amate, allora sapete come ci si sente.

In quel momento capii che la vita è una scelta che va assaporata giorno per giorno, senza paura di limitarsi, perché all’amore vero non vi è limite.

Ne ero cosciente ora dopo essermi consumata nei miei continui ripensamenti, per mezza vita avevo sempre limitato me stessa nel lato sentimentale quando non avevo invece limitato la mia parte fisica, che avevo dato senza alcun pudore a qualsiasi uomo.

Oggi posso dirVi che mi sono resa conto che fare quello che ho fatto è stato un gesto di viltà nei confronti della mia vita stessa, avrei potuto scegliere di fare la commessa o la cameriera o peggio ancora, l’impiegata sacrificata su una scrivania, ed invece ho fatto la puttana perché convinta che era solo il mio corpo ad esserne coinvolto.

Ora so perfettamente che non è così, anche la tua anima viene compromessa da certe scelte.

Ho narrato la mia storia perché possiate comprendere che ad ogni scelta fatta nella vita corrisponderà infine un esito.

E’ vero, ho scelto io (almeno apparentemente) quale doveva essere il mio destino, ma ne ho riportato anche delle grandi sofferenze quando è stato il momento di fare dei bilanci del mio vissuto.

Quello che io ho passato non è una cosa che potrei raccontare a chiunque, neppure guardando i miei nipoti riuscirei mai a dirgli che lavoro ho fatto per un terzo della mia esistenza. Non me ne vergogno perché mi ha garantito di stare bene e di far stare bene le persone che amo, ma non ne parlerei con il primo che incontro per strada e non mi sentirei più orgogliosa di chi sceglie di lavorare con umiltà la terra piuttosto che dentro un ufficio. Non vi è differenza tra chi è schiava di un amore distorto e chi invece è schiava di un datore di lavoro, Vi assicuro.

Non Vi dirò se mi sono pentita, non è quello che conta e non credo che Vi aiuterebbe a capire meglio la storia di una donna che sceglie di diventare Amanda, dimenticando per sempre di essere Louisiana.

Tutto quel che mi rimane è il ricordo di Andy e dei suoi occhi, la mia casa ormai non è né a Varese né a Londra, in entrambe le case non ci sarà più il mio uomo solitario ad attendermi, l’uomo che voleva solo me, me e basta per come sono veramente”.

Questo libro è stato per me come un albero, le cui radici erano i sentimenti, il tronco la passione e i rami un preciso messaggio.

Analizzando i peggiori aspetti dell’essere umano come avviene in alcuni spezzoni di questo libro, comprendiamo che, nella sua complessità, egli ha molto da dare ed è molto di più che un semplice puntino in mezzo al niente.

Il messaggio che vorrei dare a tutti voi è che le scelte che compiano determineranno sempre un risultato. La felicità non è in vendita, così come il corpo.

Vi lascio quindi con una riflessione: che prezzo ha la felicità quando non è gratuita?

Foto: Valentina V Mauri (blog: http://www.distinguiamocisempre.blogspot.it)

A presto,

Letizia T.

I pericoli derivanti dalla tecnologia e dal suo cattivo uso – “Lettera a mio figlio sull’imbecillità”

9788863965346_big  In qualità di membro della Commissione Biblioteca del piccolo paese in cui vivo, ho avuto il privilegio di presentare e fare da moderatrice alle serate così denominate “Aperilibro”: un incontro diretto con l’autore di un’opera (libro, saggio, manuale) seguito da un aperitivo per i partecipanti all’evento.

Il libro presentato questa settimana era “Lettera a mio figlio sull’imbecillità”, una sorta di lettera scritta a cuore aperto da un padre ad un figlio, che letta sotto una diversa luce aldilà dell’ironia che l’autore ha volutamente usato con la parola imbecille, vuole invece essere un preciso messaggio per le generazioni future che si ritrovano già dalla loro nascita (e loro malgrado) ad interfacciarsi con la tecnologia.

Autore di questo libro è il bravissimo e preparatissimo dott. Massimo Galletti che lo ha dedicato a suo figlio Luca, oggi ventunenne, cui il genitore intende lasciare una precisa consapevolezza: “Mai dare per scontato ciò che si ha”.

Perchè se c’è una cosa che di questo tempo e questa “corsa umana” abbiamo imparato è quello di accumulare beni su beni (materiali sfortunatamente), perdendo di vista quanto di importante possediamo e come possiamo farne  buon uso per scopi accrescitivi.

Tutta questa tecnologia ci ha modificati, ci sentiamo “cool” e fieri di partecipare al miracolo della vita solo se abbiamo un sacco di like sulla nostra pagina Facebook e tanti amici alle nostre feste.

Anche le cronache rivelano dati allarmanti: rapine per cellulari, ragazzine escort a 15 anni a scuola per acquistare il nuovo modello di cellulare appena sorto sul mercato e molto altro….

Mi è sembrato quasi di trovarmi davanti a un alieno quando il dott. Galletti ci parlava di un mondo, il suo, in cui una Fiat Panda era in grado di regalarti l’ebbrezza della velocità con i suoi (appena) 110 km o l’uscita del primo dispositivo elettronico che donava l’emozione di qualcosa di nuovo, misterioso e innovativo al tempo stesso.

Doveva farci crescere la tecnologia, ma per certi versi e per certi individui, purtroppo, non è stato così.

Ne è un chiaro esempio la rete fatta di social network dove tutto si ripete in un circolo vizioso e dove tutti fanno i “tuttologhi”.

Viaggiando spesso in treno ho riscontrato la mancanza di dialogo tra i giovani, intenti più a guardare dispositivi illuminati piuttosto che gli amici che hanno di fronte. Si predilige la tecnologia al dialogo.

Mi sento onorata per essere cresciuta con le bambole tra le mani piuttosto che con un tablet di ultima generazione.

Vorrei davvero ringraziare il dott. Galletti per avermi donato con la sua autenticità il ricordo di quando ero bambina.

A presto,

Letizia T.

Chi sono…

Non è semplice dire chi siamo soprattutto di fronte a un pubblico vasto come quello della rete, non vi sono parole atte alla descrizione di una persona a mio avviso, se non le sue esperienze e il suo percorso.

Quando conosco una persona, preferisco sempre sapere anche da quali esperienze provenga prima di lasciare che mi racconti di lei/lui…

La mia esperienza, come quella di tutti voi, è complessa così come il mio percorso.

Posso però attraverso un piccolo stralcio del mio libro (il terzo per me) farvi capire chi sono, perchè un libro dopotutto non è che una parentesi di ciò che siamo realmente (nella realtà introspettiva) ed è un modo per parlare attraverso il manoscritto al lettore.

“Il nonno si rivolgeva a me come fossi un’adulta perché era consapevole della complessità del mio essere.

Lo capì proprio quando mi regalò il primo caleidoscopio prodotto da una ditta tedesca che produsse anche i primi giochi di legno.

Iniziai a studiare affascinata l’oggetto portentoso. Tutti quei colori che ruotavano assumendo forme sempre diverse, quei frammenti triangolari e quadrati colorati come piccoli pezzetti di vetro che ruotavano al movimento della mia mano.

La totale immersione della vista dentro il misterioso buchino dal quale era possibile intravedere un altro lato del mondo, quasi come qualcosa di sconosciuto aldilà del mondo stesso che mi era possibile percepire.

Di solito utilizzavo per un paio di giorni un gioco e poi prendevo la fatidica decisione: lasciarlo nel cassetto per passare ad altro oppure smembrare il gioco per vedere al suo interno cosa si celasse.

Fin da bambina amavo vedere nel profondo delle cose, quindi decisi che era arrivato il momento di capire cosa vi fosse all’interno del caleidoscopio.

Ricordo ancora la mia delusione quando scoprii che altro non era che un cilindro contenente pezzetti di plastica ed iniziai a piangere chiedendo a mio nonno perché mi avesse regalato un oggetto che mi aveva illuso di essere ciò che non era.

-“E’ questo il punto. Ti sei creata un’aspettativa ed essa è stata delusa. Succede così quando abbiamo il desiderio di vedere oltre le cose, oltre quello che c’è. Vedi? Non è che un oggetto, privo di significato se non fosse che sei tu a dargli quel valore. Quindi sei tu con la tua visione che lo rendi importante. Ma lui, lui è solo un oggetto, un puro intrattenimento per bambini. E come tale va preso. Non può diventare il misterioso oggetto dei tuoi desideri, a meno che non sia tu stessa a farlo diventare tale.”

Non riuscii a capire le sue parole, in quel momento vedevo solo la mia delusione. Come sarebbe che non dovevo considerarlo un oggetto magico? Allora che importanza aveva farmi quel regalo?”

Ancora oggi mi interrogo sulle parole di mio nonno (che sono frutto della mia fantasia), ma che rispecchiano essenzialmente ciò che penso delle delusioni della tenera età, quelle che ci fanno scoprire come stanno davvero le cose… ed è vero che un oggetto, così come tutto ciò che ci contorna, ha significato e valore solo se siamo noi a darglielo.

Per mio conto, io credo ancora a Babbo Natale e alla sua magia.

A presto, Letizia T.