#Pomeriggi di quarantena.

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E così scorrono dei pomeriggi senza sole, privi di ogni rumore nefasto.
Impietosamente il silenzio lascia spazio alle parole.
Le orecchie, prima sorde, tornano a sentire; gli occhi a vedere; la pelle a respirare.
È quasi la fine di un mese, lungo e allo stesso tempo veloce.
È metà del tragitto che finora hai percorso e nel mentre, molte delle tue abitudini e dei tuoi modi avranno trovato una modifica, quasi radicale.
Sorridi ma lo sai…che non sei più la stessa persona che eri ieri, e la cosa non ti fa arrabbiare. Il saperlo non rende l’incertezza più incerta né ti procura acuta sofferenza.
È il cambiamento che forse ti era necessario. Rappresenta il tempo che ti serviva, il bacio che ti mancava, l’ingrediente segreto che a lungo hai bramato.
È lo spazio a contatto con la parte intima di te.
L’unica, che possa renderti più felice.

Letizia Turrà

Il tempo ai tempi del Corona Virus

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Sveglia alle 7.47.

Difficile schiodarmi dal letto, ultimamente i miei ritmi sono sballati. Vado a letto alle 2 di notte, dopo aver sentito notizie per nulla tranquillizzanti.

Qui nella zona rossa la paura è tanta da oltre un mese. Da circa quattro giorni non usciamo dall’ultima volta perché le uscite sono contingentate. “Un membro per famiglia”, dicono, così ci siamo dovuti tutti uniformare. Un nuovo assetto: segni bene su un foglio quello che manca in casa, nessun lusso (dimenticati le patatine, il succo di arancia Bio, le cazzatelle che ti compri di solito). Qui siamo in una situazione di emergenza, lo stipendio deve bastare da qui, fino a data da destinarsi.

Dicevo. O forse sarebbe meglio dire (o scrivere) scrivevo…sveglia 7.47, la seconda ambulanza giunge a ricordarmi che mi devo svegliare, svegliare davvero.

Le bambine dormono, ultimamente dormono tanto, proprio come ho fatto io finora.

La luce del bagno, fioca, contrasta le mie iridi.

Fuori il sole.

Mi sciacquo il viso.

Mi lavo dappertutto.

Mi lavo i denti.

Mi trucco leggermente.

Cambio la maglietta.

Rimetto i pantaloni del pigiama. Perché non vado a lavorare. Da oggi lavoro da casa.

Sarà sufficiente che cambi solo i pantaloni, nessuno mi vedrà. Non sapranno se sono struccata o meno, se sono presentabile, se mi sono pettinata.

Le giornate, seppure lunghe, molto più lunghe di quanto ti aspetti, sono serrate.

Le cose in casa da fare sono tante, i compiti vengono assegnati a valanghe settimanalmente e ti ritrovi improvvisamente avviluppato dal mondo scolastico, del quale prima poco ti interessavi, perché ciascuno di noi ha il suo mestiere, ed è giusto così.

Ci sono le video lezioni, i compiti su dieci dispositivi diversi tutti da scaricare (lo ammetto, me ne perdo qualcuno per strada, e penso di non essere la sola).

Ci sono gli incontri di lavoro, le riunioni con i capi a distanza.

Ci sono le video chiamate con i parenti di cui non ricordavi quasi neppure più l’aspetto.

Ci sono i flashmob con gente che canta, suona, applaude, mangia, sbraita sul balcone.

Improvvisamente ti ritrovi a voler condividere un quotidiano con altre persone, tipo i vicini, dei quali prima non ti importava nulla. E non perché non gli volessi bene o perché non ti interessasse, semplicemente non avevi il tempo né la possibilità di guardare fuori dalla porta. Perché a casa non c’eri mai; non c’eri per le cose quotidiane; non c’eri per una telefonata; non c’eri per un amico che aveva bisogno di una parola di conforto.

DICIAMOCELO: Non c’eri nemmeno per TE!!

Ed ora abbiamo tempo in quantità. Tempo per leggere, scrivere, salutare il vicino, chiamare, piantare semini nell’orto, guardare un film, affacciarci al balcone per cantare (e magari, finalmente imparare) l’inno di Italia, lavorare da casa, fare i compiti da casa, cucinare studiando a fondo le ricette di Gualtieri Marchesi, videochiamare tutti quelli che hai perso dagli anni ’90.

Tempo a volontà, tempo da scorpacciare come se non ci fosse un domani. Tempo per chi non aveva tempo.

Tempo che bramavamo da tempo.

CHE MERAVIGLIA, non trovate?

Eppure ci sono istanti in cui mi piacerebbe tornare indietro a quando non avevo tutto questo tempo per abbracciare la mia famiglia e cucinare i miei manicaretti, oppure a quando non riuscivo ad aggiornare questo Blog come avrei voluto perché soffocata dalla mia quotidianità. Mi manca il mare con tutta la bellezza da guardare; un panino divorato fuori tra la gente in Corso Vittorio Emanuele, a Milano; mi manca fare un bel giro in una libreria piena di chicche letterarie; mi manca un tour nei musei, o visitare una mostra; mi manca fotografare e farmi fotografare. Mi sento quasi un’ingrata a rivolere indietro quei momenti che non mi facevano apprezzare tutto questo.

Così ora deglutisco mandando dritti in fondo allo stomaco i pensieri futili, e penso che sono felice di questo tempo che (purtroppo) durerà a lungo, per tutti noi. Mi scende una lacrima quando penso a tutti quelli che se ne sono andati, o a quelli che lottano per la vita attaccati a un respiratore, o agli infermieri e al personale medico, veri EROI di questo famigerato TEMPO.

Torno a lavorare, e vi lascio un sorriso, anzi, una canzone. Un modo, forse il solo, di dire addio alla tristezza.

Che di tristezza è pregno questo tempo, ed io non ne voglio sentir parlare.

Vi abbraccio, stretti.

Letizia Turrà

 

Un periodo strano…

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È un periodo strano quello che sto attraversando. Ci sono giorni in cui sto benissimo, e altri in cui sento tremendamente la mancanza di qualcosa alla quale aggrapparmi.

Giorni di piena, che si alternano a giorni di vuoto. Un vuoto intenso, pungente, disarmante. La mia testa delira in quei momenti.

Vorrei scrivere, ma è come se qualcosa mi tenesse inchiodata lì. Mi frulla in testa la storia, i dialoghi, nuove parole da aggiungere.
Tuttavia, me ne resto ferma.

Ferma, forse in attesa, o forse solo in silenzio. Un silenzio del quale ho bisogno perché passo gran parte della mia vita ad ascoltare gli altri; il risultato è che nessuno ascolta me.
Penso sempre più spesso a mia madre. Questa mattina, nel buio più cieco ho come avvertito una carezza che mi sfiorava il volto. Una presenza al mio fianco, quasi soffocante.


Ho baciato la sua mano, ho sussurrato il suo nome.
Poi mi sono svegliata. Non c’era nulla, non c’era nessuno.
A volte mi sento sola, anche quando non lo sono.
Resto consapevole del fatto che nessuno ritorna da certi posti, né da certi mondi.
Nessuno torna, una volta chiusa la porta.


Nessuno ci spiega com’è viverla questa vita, è un’arte per la quale ce la dobbiamo vedere da soli.

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Il cibo…che meravigliosa invenzione!

 

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Adoro queste foto che mi ha scattato Erica Campanella nella cucina della mia casa.

Mi ricordano che per me il cibo ha sempre avuto una funzione fondamentale: la condivisione e la scoperta dei sapori, le gambe di mio nonno sulle quali mi sedevo perché mi portasse alla bocca piccoli pezzetti di cibo con lo stuzzicadenti, e la varietà di pietanze esistenti.

Mi ricorda che ogni volta che il frigo mio e di mia madre era vuoto, andavamo a bussare alla porta di mia nonna; lì da mangiare non mancava mai, come ogni tipica famiglia del Sud di quegli anni.

Da allora ho mantenuto un legame saldo con il cibo. Ricordo ad esempio il religioso silenzio a tavola, poche volte interrotto dal suono della voce mio nonno che mi rimproverava perché mangiavo tutto senza pane. E mia nonna che gli diceva di non arrabbiarsi, di lasciar stare, che non era successo nulla.

Mi ricordo della mia merenda che mi sembrava fantastica, e che oggi fatico persino a riconoscere per quanto “il contenuto non è fedele all’immagine riprodotta sul pacchetto”!

Il cibo è la catena che unisce le famiglie intorno a una tavola; è il sugo di mia nonna che iniziava a preparare alle 6 del mattino e finiva di cuocere alle 12; è il vino prodotto in casa, l’olio comprato dall’uomo di fiducia; le bestie che nonno Vincenzo (detto Cecè) uccideva al nostro cospetto e poi consumava con noi tutti alla sera, riuniti nella sua taverna.

Ricordi inspiegabilmente forti, avvinghiati al cuore e ai muscoli della mente.

Il cibo…che meravigliosa invenzione.

In sottofondo: https://youtu.be/53Dh-I0_m5Y

photo: Erica Campanella http://www.ericacampanella.com/

Carpe diem.


 

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Carpe diem.

Significa “cogli l’attimo”. Coglilo, perché ogni momento di questa vita potrebbe essere l’ultimo in cui ti capiterà di carpire il tuo respiro ancora pungente nel petto.

Non sono cose a cui pensi quando sei giovane; in quel momento l’unico concetto che sei in grado di concepire è che esisterai eternamente, e che nulla potrà annientare la tua tempra.

Pensi che ci sarà tempo per tutto, che questa attesa comprenderà anche il tempo dovuto all’amore. Poi finisci per scoprire con amara comprensione che l’amore, neppure lui, ti aspetta. Si prende la parte migliore e peggiore di te. La prima parte viene riempita, resa apparentemente perfetta; la seconda viene di colpo svuotata, diventando una discesa arida e tortuosa.

Amare è vedere scendere quel filo agrodolce giù per la gola. Sei consapevole di essere legato a qualcuno a cui hai sussurrato ti amo in tutti i modi: fra le lenzuola, mentre toccavi le sue ciocche, mentre ossessivamente ricercavi il suo odore sotto le ascelle o in mezzo ai tuoi capelli; nei sorrisi che poi elargivi quando giungeva al tuo olfatto quello che stavi cercando, nelle telefonate che avresti dovuto fare e non hai fatto, fra le parole che hai scritto e che ora giacciono in un cassetto. Tuttavia, quello stesso amore te lo sei lasciato scappare, hai spezzato la catena che ti teneva stretta, avvinghiata. Hai sciolto quel nodo vincolante; hai abbandonato quel porto sicuro.

Nelle viscere non restano che ricordi, e un infinito senso di gratitudine per ciò che è stato. Ci piace sapere che dall’altra parte del mondo o della strada, qualcuno che abbiamo amato profondamente se ne sta lì, e penserà a noi con il medesimo senso di protezione e attaccamento.

Sai che lo ritroverai in quello che ti aspetti ancora, lontano come l’urlo di una falena in lontananza, che non potrai sentire.

Letizia Turrà

L’amore non lo puoi spiegare.

 

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L’amore non lo puoi spiegare.

Chi mai potrebbe riuscire a spiegare cosa percuote gli animi fino a farli sentire in balìa della più cupa incertezza e del dolore più sordo; chi mai potrebbe spiegare cosa rende le notti così difficili da dormire e il cuscino umido per via delle lacrime inghiottite; chi mai potrebbe spiegare cosa fa sanguinare e sentire così fragile da avere il dubbio che da un istante all’altro potresti spezzarti in due; chi può spiegare la volubilità nei secoli di un tale “sentire” che non ha limiti di spazio, né di tempo.

L’amore non si può spiegare.

L’amore arriva.

L’amore lo avverti sottopelle.

L’amore distrugge tutte le tue consapevolezze.

L’amore abbatte i luoghi comuni e quelle mura possenti di moralità.

L’amore fa male, fa perdere sangue.

L’amore è il gancio di salvezza in mezzo a un mare vastissimo.

L’amore è l’unica cosa che valga la pena vivere davvero, fino in fondo, procurandosi ferite.

Letizia Turrà, aforismi estemporanei

 

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photo: Stefan Rappo

 

Cosa porterà il nuovo anno?

 

Cosa porterà questo nuovo anno?

Non so dirlo, sarà che dopotutto amo l’imprevedibilità del tempo. Lo guardo con lascivia, attesa, bisogno di conferme che so già non arriveranno.

In procinto un nuovo libro dopo quello appena pubblicato, nuovi progetti fotografici (non vedo l’ora di tornare alla mia vita bucolica, che tanto amo); nuove incisioni in studio che porteranno infine al debutto nel mondo Disney, con i classici che amo tanto.

Ho voglia di sperimentare, fare nuove amicizie, lasciando che rimangano nella mia vita solo quelle che davvero contano.

Voglio provare quel senso diverso di felicità, tra disillusione e speranza.

Voglio tornare a leggere tanto, come facevo un tempo.

Voglio vedere mia figlia iniziare a suonare il pianoforte; voglio vederla sorridere, più e più volte.

Voglio alzarmi, ogni tanto, senza una sveglia e senza un impegno da incastrare nella mia agenda affollata.

Dove mi porterà la giostra?

Ho pagato il biglietto.

Non ho voglia di scendere, non ci penso ora.

Mi auguro che questo Blog continui a crescere, come già sta facendo.

Buon 2020 a tutti voi! ❤

 

 

 

Mi manca mia madre

 

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Mi manca mia madre per andare al cinema con lei.
Mi manca mia madre per raccontarle della prima volta in cui mi sono sentita innamorata.
Mi manca mia madre per mostrarmi debole, una volta tanto.
Mi manca mia madre quando, al termine della giornata, non posso telefonarle.
Mi manca mia madre quando lotto, per avere quell’approvazione che troppo spesso mi aspetto dagli altri.
Mi manca mia madre e le sue gambe ossute, le sue dita adunche, gli occhi grandi.
Mi manca mia madre e le sue risate, con quel modo spensierato di smorzare ogni negatività altrui.
Mi manca mia madre e il mare che rappresentava.
Sono una barca ora, in preda alle onde e al loro sciabordio; mi manca una bussola che mi dia la direzione. Quella bussola era mia madre.
Mia madre sarebbe stata la mia migliore amica.
Mi manca qualcuno che non potrò mai più avere, mai più riabbracciare, di cui non potrò mai più sentire il suono della voce.
Qualcuno che mi ha rubato il cuore, e strappato l’anima dal petto.
Perché tutto può morire, ma una madre non muore mai, né si placa il dolore del suo ricordo dentro di noi.

Letizia Turrà

Ph: Guy Bourdin bis untouched

Non esistono genitori perfetti!

 

 

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Non esistono genitori, né figli perfetti. I figli si generano, non soltanto metaforicamente. Si insegna loro a rafforzarsi, senza cinismo e con fiducia.

Esistono però conflitti che alcuni figli (genitori oggi) non hanno ancora risolto dentro di sé poiché non si sono mai posti il problema di comprendere i propri genitori per gli errori commessi in passato.

La frustrazione che ne deriva, in alcuni casi, può arrivare a distruggere il giudizio che il figlio in qualità di futuro genitore avrà della sua vita e della nuova famiglia che ha creato. Tenderà spesso a scappare dalle relazioni troppo impegnative e dai problemi quotidiani, finendo per ricercare a tutti i costi una persona simile in tutto e per tutto al genitore che ha costituito quella mancanza nei suoi confronti; così facendo si sentirà autorizzato sempre di più a dare agli altri la responsabilità di un proprio, personale errore.

Dovremmo puntare meno il dito sui nostri genitori, e porre l’attenzione su che tipo di genitori NOI vorremmo essere. Perché dare il meglio ai nostri figli non sempre equivale al meglio per loro, se poi non li rispettiamo.

I genitori e i figli non si scelgono; ogni giorno ci si sceglie, e si resta insieme nonostante le difficoltà.

Riflettete più spesso prima di parlare di altri o prima di attribuire ad altri la causa del vostro malessere.

Scrutate dentro di voi, ATTENTAMENTE.

Letizia Turrà

ph: Repertorio famigliare (Gaia abbraccia il suo papy)

Legami, legati.

 

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Legami.

Legami.

Si scrive uguale, ma il significato cambia ogni volta.

Ci sono legami che somigliano alle corde bagnate dall’acqua salata; restano così saldi che ti rendono impossibile scioglierli, seppure tu ci metta tutta la tua volontà.

Quei nodi sono grovigli dell’anima e stringono fortissimi, al punto da farti sanguinare.

«Legami». Si dice a chi vogliamo che ci possieda.

«Ho dei legami con quella persona». Asseriamo quando ci sentiamo innamorati, forse invischiati in un rapporto dal quale non vogliamo uscire.

Certi legami diventano parte della nostra identità, delle nostre notti, dei nostri pensieri quasi in maniera compulsiva, la stessa ossessione con la quale reprimiamo il pensiero di spezzare la corda che trattiene i nostri polsi.

Scioglimi, slegami, lasciami andare – vorremmo dire ai nostri pensieri più appartati.

Vattene – vorremmo urlare a chi amiamo, ma ci sta facendo male per un motivo qualunque.

Ma come si lascia andare qualcosa al quale siamo così legati, come un pensiero, ad esempio?

Legami, legati.

Restiamo legati, intrappolati qui, nella tormenta, tra le onde, tra il dire e il fare che non vede mai il suo compimento.

Letizia Turrà

ph: Unsplash.com