Ti prometto

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Peggio di chi vuol ricordare ma dimentica, c’è chi dimentica facendo finta di ricordare.

Ti prometto che ti ricorderò sempre, anche quando sul mio volto

i solchi rassomiglieranno a strade deserte e labirintiche.

Ti prometto che ci sarai sempre nei miei giorni

anche in quelli che dovrò per forza archiviare per via del tempo.

Ti prometto che non ti scriverò, neppure quando saprò che vorresti sentirmi.

Prometto di non abbandonarmi mai ad una sconsolata nostalgia che non servirebbe.

Ti prometto che sarò felice

perché è questo che avresti voluto più di ogni altra cosa.

E se un giorno non ci sarò più, vienimi a trovare.

E se prima sarai tu a mancare, ti prometto che verrò io a trovarti

così potrò tenerti ancora una volta la mano.

Letizia Turrà

Nessuno di noi è felice davvero, da solo.

“Non è andandotene che risolverai i tuoi problemi.” lo tiro per un braccio.

“Tu non capisci vero? Per te io sono ancora il tuo bambino. Nessuno dei miei modi di attirare la tua attenzione ha sortito alcun effetto. Tu non fai che preoccuparti della moto, senza comprendere che la moto non è che un modo per rafforzare la mia autostima.”

“Autostima, ma di cosa parli? Sei un ragazzo forte e bello, non hai problemi di nessun genere.”

“Sono gay mamma. Mi hai sentito? Quelli come noi hanno problemi, di ogni genere. È una scelta sofferta, ponderata la mia. Amo un uomo da oltre un anno ed ora vado a vivere da lui. Era solo questione di tempo e ve lo avrei comunicato.”

“Non me ne hai mai parlato fino ad oggi.” ribatto pietrificata.

“Adesso sai come ci si sente ad essere l’ultimo a sapere le cose.” distacca il braccio violentemente, avviandosi verso la porta.

“Tuo padre lo sapeva?”

“Che importanza può avere?”

“Ne ha per me. Lo sapeva sì, o no?”

“Gliel’ho detto solo ieri sera. Quello che è successo mi ha aiutato a vuotare il sacco. Non ce la facevo più a mentire. Non è semplice convivere con un segreto del genere. Ho deciso che ero stanco di fingere. Ho deciso che voglio vivere ogni istante della mia vita felice, d’ora in poi.”

“Sei felice con lui?” chiedo.

“Sì, lui mi rende felice.” sorride.

Sono incredula di fronte a questa confessione, eppure cosciente che tutto questo è giusto.

È così che le cose dovevano andare. Lascerò che sia il destino a scegliere quale sarà la mia strada d’ora in poi, seppure non accetti di non avere mai compreso a fondo i miei figli.

“Quindi vai?” chiedo triste.

Annuisce, poi mi dà un bacio sulla fronte.

Mi fa male quando lascia le sue chiavi di casa sul tavolo.

So che mi sta dicendo “non torno più da stasera, non aspettarmi”, e che questo suo lasciarmi sarà definitivo.

Credevo fossimo forti, invece siamo tutti frangibili, è questa l’unica cosa certa.

Ora sono davvero rimasta sola.

Ripenso ad Axel, ai suoi occhi grandi e profondi.

Oggi lascerà l’Italia, e chissà se mi sarà concesso mai di rivederlo.

Non ho neppure il coraggio di prendere in mano il mio dannato telefono, per sentire un’ultima volta la sua voce. Ho timore di pronunciare ancora il suo nome, sapendo che subito dopo ciò che avvertirò sarà un senso di enorme vuoto.

Io e la mia vita perfetta…improvvisamente ho scoperto che ognuno di noi ha mentito all’altro per lungo tempo, e anche a se stesso.

Ho dato una revisionata al mio concetto di stabilità e di perfezione, prendendo coscienza che si può anche incappare in un binario sbagliato nella vita, senza che quest’ultimo ti fornisca alcun preavviso.

Così ho seguito il binario del cuore, che era quello che mi sembrava più indicato, e che invece mi ha fatto deragliare.

Non so come si faccia a ripartire da zero alla mia età.

È tutto un inganno quello che ti vede restare da solo per scelta.

Nessuno di noi è felice davvero, da solo.

Letizia Turrà, Il mio cielo è grigio porpora – estratto

Ciao Franco…

Ritratto di Franco Battiato | GAi - Giovani Artisti italiani

La mia memoria si è persa dentro la forza luminosa delle tenebre e distogliendo lo sguardo dalla luce che rabbuia il mondo è scomparsa tra le nere acque di un pauroso mare.

La mia memoria si è persa per raggiungere i luoghi di incanto e magia, che profumano di inganno.

Tra riflessi d’ambra e sentori di incenso si è risvegliata dal sogno per farsi regina di una conoscenza che contempla mille verità, ma non reclama verità alcuna.

Ha viaggiato tra i dispersi infiniti di un assolato deserto e avanzando immobile dal più potente dei richiami, è giunta tra i giardini segreti di Damasco, silenziosa e pura fino all’animo.

Mi hai seguita fin qui, dove il respiro della terra quieta svela i suoi segreti, solo ad ovest, dove la fine è un’accogliente porta d’entrata.

Osservando le nuvole al tramonto scoprirai che tutti i sogni e i luoghi incantati della terra assomigliano alla morte. Il suo richiamo è qui, nella trama colorata del cielo, e forma intrecci di fuoco come vorticose spirali di un Mandala.

Si nasconde tra le dune silenziose ed il loro gioco di armonie segrete è nel suono del vento che le avvolge con la sacralità salvifica di un canto.

La morte è un luogo di libertà che spinge i viaggiatori all’esilio; mutevole fiera figlia del silenzio, abbandono e visione, processo alchemico che tramuta l’ombra in luce nel disordine apparente che concilia gli opposti.

Era qui al crepuscolo, come un nemico di sabbia addormentato, che custodisce sentieri d’amore e di paura.

Né bene, né male.

La morte è racchiusa qui, nel cerchio della vita tra il sogno e l’attesa.

È il riflesso di un’immagine senza tempo venuta a mescolarsi col ritmo dell’universo.

La morte è là, dove si ravvisano i segni del divenire e attecchisce il perdono.

Non distogliere lo sguardo dalla morte e dal suo inganno, seguilo senza farti domande, così come accetti il profumo di un fiore o l’albeggiare di un fertile mattino.

Chi non cede ai sogni e la magia della vita, non conosce né morte né realtà, né conforto.

Solo dimenticando potrai morire e rinascere. Non cambiare il mondo, diventa morte e potrai raggiungere la tua parte immortale.

Che tu sia respiro del vento, riflesso degli astri notturni, ombra della mia assenza, mare calmo o scintilla Divina, apri i miei occhi e ovunque tu sia diretta, portami con te verso un destino di irresistibile bellezza che guidi le infinite possibilità del mio spirito verso la compassione perenne.

Solo chi sottrae il suo cuore alla ferocia dell’ego e innalza templi all’eterno, sa che la morte non muore né mai nascerà.

Franco Battiato, “Attraversando il bardo”

Pensiero del giorno #140521

pink rose in bloom during daytime

Il mio spazio interiore è composto perlopiù da cose che la gente tende a dimenticare;

vivo con la mente di un’accumulatrice compulsiva, ma poi nell’agire mi divincolo subito

da situazioni e persone che mi opprimono

cercando di usare il mio animo come fosse la loro cantina.

Ho compreso che conservare troppo, non equivale a mantenere.

Per considerarsi individui liberi, occorre sbarazzarsi del desiderio di piacere

a tutti i costi a chiunque,

perché l’amore è bello quando è spontaneo,

senza alcuna forzatura.

Letizia Turrà

#Pensiero del giorno

woman riding on swing during sunset

Risplendi ogni giorno.

Donati la possibilità di sbagliare, di frenare, di virare rapidamente verso i tuoi sogni e contro le maledizioni di chi sperava di vederti fallire.

Fai di ogni giorno un giorno perfetto:

Di una caduta un’opportunità;

Di un cambiamento una sfida personale che sarai pronto ad affrontare.

Vivi con lo spirito del bimbo che sei stato una volta.

Abbraccia con le parole quante più persone puoi.

Realizza che sei qui per uno scopo, e quello scopo ti rende vero, autentico.

Sii gioioso, la gioia è come un’ombra che ti perseguita e gli altri non potranno fare a meno di vederla in te.

Cerca di essere un esempio da seguire, e un buon amico per chi ne avrà bisogno.

Ringrazia il tuo petto per il respiro che contiene; ringrazia le spalle che ti coprono dalle delusioni; ringrazia i tuoi gomiti e le tue mani che per te scrivono e si snodano tra le carezze; ringrazia il tuo addome che contiene il tuo secondo cervello, ringrazia le tue gambe che ti sostengono e i piedi, che ti spingono avanti.

Ma più di tutto, ringrazia te stesso e abbracciati, per tutte quelle volte in cui non ti sei ritenuto all’altezza di una sfida o hai dubitato di te e delle tue capacità nelle imprese più difficili.

La vita è una, e siamo noi a scegliere come proseguire.

Letizia Turrà

Dsa e dislessia: che cosa è, chi sono io?

Voglio fare una premessa per chi sta leggendo: non credo di essere mai stata affetta da disturbi dell’apprendimento e, nello specifico caso, una dislessica.

Sono semplicemente la mamma di una bambina che ha un DSA, e molte volte mi sono sentita impotente di fronte a questa realtà, quando giungevano le risposte inconcludenti da parte di educatori e insegnanti, o quando vedevo mia figlia soffrire perché rispetto ai suoi compagni si sentiva menomata.

Che cosa è un Dsa?

Come abbiamo detto è un DISTURBO SPECIFICO DELL’APPRENDIMENTO causato da un malfunzionamento di origine neurobiologica nel soggetto, riconosciuto dalla legge 170/2010.

Qui di seguito il testo contenuto all’interno della suddetta legge:

2. Ai fini della presente legge, si intende per dislessia un disturbo specifico che si manifesta con una difficoltà nell’imparare a leggere, in particolare nella decifrazione dei segni linguistici, ovvero nella correttezza e nella rapidità della lettura.

3. Ai fini della presente legge, si intende per disgrafia un disturbo specifico di scrittura che si manifesta in difficoltà nella realizzazione grafica.

4. Ai fini della presente legge, si intende per disortografia un disturbo specifico di scrittura che si manifesta in difficoltà nei processi linguistici di transcodifica.

5. Ai fini della presente legge, si intende per discalculia un disturbo specifico che si manifesta con una difficoltà negli automatismi del calcolo e dell’elaborazione dei numeri.

6. La dislessia, la disgrafia, la disortografia e la discalculia possono sussistere separatamente o insieme.

Per intenderci meglio, vi basti pensare che esistono caratteri appositamente creati per essere letti dai dislessici che in caso contrario, alla decodifica di un dato testo possono vederlo così.

Voi riuscite a leggerlo?? Lo so, sembra assurdo, eppure è così che alcuni bambini DSA vivono e vedono ogni giorno:

Lo stesso vale per un discalculico che deve eseguire dei calcoli, per molte altre persone considerati banali:

Al fine di garantire una tutela dei soggetti con questo disturbo, viene stilato un PDP – Piano didattico Personalizzato – una sorta di abito fatto su misura (più semplicemente un accordo tra scuola e genitori) che riguarda tutta una serie di strumenti compensativi messi a disposizione di alunni e insegnanti, per effettuare una corretta valutazione dell’andamento e dei relativi progressi dell’alunno.

Tutti i DSA sono differenti, non troverete quasi mai un caso uguale ad un altro.

Il DSA costituisce una limitazione importante nella vita quotidiana.

Tutti i DSA necessitano di essere amati per quello che sono.

In quasi tutti i casi il bambino con disturbi specifici di apprendimento, sarà molto dotato in uno specifico settore, geniale addirittura in quell’ambito, rispetto a molti altri.

Un altro dato fondamentale da conoscere se si vuol comprendere il DSA, è che non ha NULLA, e ribadisco NULLA in meno rispetto ai propri compagni né in termini di intelligenza, né in termini di buona volontà.

Quanti fra noi quando eravamo studenti si sono sentiti dire dagli insegnanti: “è intelligente, ma non si applica”. Santa ignoranza… era la frase standard che sembrava risolvere tutto.

Ci sarebbe da tornare indietro e spiegare un po’ di cose a quegli insegnanti che poco conoscevano di questi disturbi.

Eh sì, perché non c’entra un bel niente l’applicazione, in questi specifici casi: il bambino con questo genere di disturbo ha delle competenze limitate dalla nascita.

UN DSA NASCE DSA, E MUORE DSA, è bene ricordarlo.

Ovviamente queste difficoltà demotivano l’alunno, lo fanno sentire diverso; spesso viene schernito e preso d’assalto dagli insulti dei compagni che lo ridicolizzano per l’uso degli strumenti compensativi (calcolatrice, mappe, tablet e altro) accusandolo di imbrogliare, e di essere facilitato.

Molti abbandonano gli studi precocemente, come conseguenza.

È importante ribadire che:

“Uno studente Dislessico che usa gli strumenti compensativi è come un miope che utilizza gli occhiali.”

Non è una condanna avere un DSA, vuol dire solo che acquisirò in un tempo molto più dilatato le informazioni che altri compagni acquisiranno nel giro di poco tempo.

Se a loro basterà un’ora per fare una verifica, a me servirà maggiore tempo per raggiungere lo stesso traguardo (probabilmente il doppio del tempo).

E questo non servirà a me dislessico per “farla franca”, bensì rappresenterà un modo più efficace di valutazione per l’insegnante (se un bambino ha studiato, che tu gli dia o meno più tempo, il risultato sarà sempre quello di un alunno che ha studiato).

Lo stesso avviene per le interrogazioni orali, che sono da preferire a quelle scritte.

Tutto quello che viene usato come strumento compensativo per un DSA, non è che uno strumento utile all’insegnante per effettuare una valutazione più ampia e concreta dell’alunno e non rappresenta, dunque, un privilegio per lo studente.

Non è una scorciatoia, come molti pensano!

C’è un ragazzo in gamba, il suo nome è Giacomo Cutrera, il quale tiene conferenze sull’argomento da dislessico, ovvero da persona che ha vissuto sulla propria pelle l’esperienza diretta, riscontrando non pochi ostacoli perché la diagnosi è arrivata quando frequentava le scuole medie.

È persino riuscito a laurearsi (anche questa è una bella sfida, poiché non tutti i DSA possono frequentare l’Università).

Cutrera è un ragazzo brillante e parla con leggerezza di un argomento complesso, a tratti “pesante”, perché comprendere la mente di un DSA non è affatto semplice, come non è semplice comprendere cosa provino i genitori che spesso devono affiancare i loro figli in ogni circostanza, con tutte le difficoltà di un momento storico come questo, che ci vede tutti a casa per la didattica a distanza imposta dalla situazione epidemiologica attualmente presente in Italia.

La vita di un dsa è una strada in salita, perché scrivere velocemente, rispondere altrettanto velocemente, leggere più velocemente, è un compito farraginoso per un dislessico.

Cutrera ha stilato una TOP TEN delle cose che i genitori di ragazzi DSA si sono sentiti dire dagli insegnanti nel corso del tempo.

Partiamo dalla fine:

10 – SI, CERTO, CONOSCO LA DISLESSIA, MA CHE COS’E’? (difficile per alcuni ammettere di non sapere).

9 – GLI HO DATO IL DOPPIO DEL TEMPO, E DI CONSEGUENZA GLI HO DIMEZZATO IL VOTO (esiste una legge che spiega perfettamente che una tale condotta è irregolare da parte dell’insegnante, ma come dice lo stesso Cutrera, se un insegnante non vuol saperne di far rispettare la legge, c’è poco che un genitore possa fare).

8 – LO SO CHE E’ DISORTOGRAFICO, MA COSA C’ENTRA CON LA GRAMMATICA? (Risposta aberrante).

7 – SUO FIGLIO SOFFRE DEL COMPLESSO DI EDIPO PERCHE’ NON HA VOGLIA DI ANDARE A SCUOLA (Ecco come affibbiare alle madri il brutto andamento del figlio, perché vuole stare a casa con la mamma!).

6 – NON GLI DO STRUMENTI COMPENSATIVI PERCHE’ HO PAURA CHE POSSA APPROFITTARE DELLA MIA DISPONIBILITA’ (e qui torno a ripetere, lo strumento compensativo non è uno strumento che serve al ragazzo per fare il “furbo”, bensì serve all’insegnante per valutare appieno le capacità e dare maggiore autonomia).

5 – SUO FIGLIO PRENDE 5, PERO’ LE COSE LE SA, PENSI A QUELLI CHE PRENDONO 5 PERCHE’ LE COSE NON LE CAPISCONO (se le cose le sa, perché gli dai 5???).

4 – NO, NON  SI TRATTA DI DISLESSIA, SUO FIGLIO CAMMINA BENE (per molti, evidentemente, è un handicap come avere una gamba più corta o una grave menomazione).

3 – AH, ORA TUTTI I LAZZARONI DOBBIAMO CHIAMARLI DISLESSICI?? (Definire lazzarone un alunno ponendolo alla stregua di uno che NON vuole studiare o applicarsi, è un gravissimo errore).

2 – HA PROVATO A DARE QUALCOSA A SUO FIGLIO PER FARLO DIVENTARE NON DISLESSICO? (questa non la commento neppure).

1 – SUA FIGLIA HA OTTIMI VOTI, MA NON POSSIAMO DARLE IL DIPLOMA PERCHE’ E’ DISLESSICA (Nulla di più assurdo. Molti dislessici vengono penalizzati nelle valutazioni perché non ritenuti meritevoli rispetto ai loro compagni ai quali invece non è stato diagnosticato questo problema). È ingiusto, oltre che anticostituzionale, perché un ragazzo che ha studiato merita lo stesso trattamento di un altro. Siamo tutti uguali su questa terra! Non solo, per non permettere ad un ragazzo dislessico di diplomarsi deve esserci stata in precedenza una particolare dispensa evidenziata nel PDP. Inoltre l’esonero penalizza la carriera scolastica dello studente con conseguenze negative anche sul percorso sociale e lavorativo.

Fortunatamente molti insegnanti oggi conoscono bene questi disturbi e alcuni applicano rigorosamente quanto scritto nel PDP perché affrontano con empatia il loro ruolo, che è fondamentale. Perché i ragazzi passano gran parte della loro vita a scuola, e l’insegnante dovrebbe avere come scopo primario quello di instillare nell’alunno l’amore per la vita, la fiducia nel prossimo, lo sviluppo delle sue capacità. C’è ancora molto da lavorare per alcuni, purtroppo.

Bene, ora tornando a noi, a voi, a me, quello che voglio dirvi è che se state pensando che la vita di vostro figlio dislessico o discalculico, o disgrafico o disortografico sarà difficile, avete ragione, ma non per questo sarà stata meno piena di amore, soddisfazioni, o meno interessante, perché i ragazzi DSA possono essere davvero molto speciali e lasciarvi di stucco rispetto ai talenti che svilupperanno.

Conoscono perfettamente il loro andamento, sanno quando sbagliano, si rendono conto di quando avrebbero potuto fare meglio, sanno perfettamente riconoscere gli insulti, il bullismo, e le risatine alle spalle quando non riescono a leggere, ad esprimersi, o a superare un momento di debolezza.

Ho vissuto ciascuno di questi momenti con mia figlia Gaia.

Tuttavia non ci siamo scoraggiate, abbiamo stabilito un metodo di studio efficace oltre a un rafforzamento del suo riconoscersi come individuo speciale lavorando sul talento e sull’autostima, riuscendo ad ottenere buoni voti, ed essendo affiancati da insegnanti che lavorano attentamente sulle difficoltà di ciascuno.

Gaia passa quasi tutta la giornata a disegnare, ha un talento unico nell’esprimere ciò che sente attraverso quel mondo dei cartoni definiti “Gli Anime”.

Questi sono solo alcuni dei suoi disegni

So bene che la vita di mia figlia subirà spesso un rallentamento come è già successo. Ci saranno cose che non potrà fare o che non farà come altri ragazzi della sua età ma mi sento fiduciosa, perché so che le cose belle nascono dai momenti difficili, e che nulla ci viene mai regalato senza prima aver effettuato uno sforzo che ci è costato immensa fatica.

Posto qui sotto il link di YouTube di Giacomo Cutrera, che vi consiglio di ascoltare dall’inizio alla fine, vi sarà molto utile anche se non siete dislessici.

Un abbraccio a tutti voi,

Letizia Turrà

Scopriti, che fuori non piove.

foto di Marco Venturati

Scopriti, che il tuo dolore è importante, che la pelle tua può guarire se le lasci prendere il sole; ché non hai nulla di cui vergognarti per essere stata viva, per aver gioito.

Saperti cresciuta dopo un dolore si rivelerà la chiave della porta del tuo animo ora più consapevole.

Saperti felice renderà felice anche chi ti ama.

Scopriti, perché dentro di te non piove, e le tue parole saranno di conforto per chi ora si sente come ti sei sentita tu.

Scopriti: meriti di stare bene, di sorridere, di sentire che dentro di te tutto è chiarito. Abbraccia la tua spalla scoperta, metti una mano sul petto e senti il battito forte, vigoroso, le vene che pulsano, le lacrime che si fermano intorno all’occhio baciate dalla tua iride.

Sei un miracolo per il mondo, un miracolo per te, un miracolo per qualcuno che passa il suo tempo a pensarti.

Scopriti dei vestiti, dei pregiudizi, togliti le scarpe e cammina scalza nel giardino della tua essenza.

Vivi in quell’ampolla di perfezione che è la tua esistenza centrata, risoluta, e abbraccia anche i dubbi, sempre necessari per metterti in discussione.

Vivi con coraggio, ama con parsimonia, dona con obiettività, abbraccia appena lo desideri.

Letizia Turrà

E tu dietro una finestra guardi fuori.

Non sento poi molto, non sento più nulla.

Mi avevano detto che questo giorno sarebbe arrivato, ma non volevo crederci; o forse, non volevo vederlo.

Avrei dovuto acquistare uno di quei registratori portatili di colore rosso con i tasti gialli, per registrare ogni frammento di vita che sentivo sulla pelle. Avrei dovuto perché ora, proprio ora, avrei necessità di sentire ancora quei battiti pronunciati dalle mie labbra.

Proprio ora, che non sento più niente. Il passato riposa in un cassetto, e contiene al suo interno vestiti puliti che non posso barattare con quelli logori che ora porto.

Mi rammarica non riuscire a trovare l’entusiasmo di un tempo. Ormai tranne che in casa, non mi entusiasma più il mondo esterno.

È normale – dicono – con l’età impari a selezionare, diventi più critico verso molte cose!

E quando te lo dicono quasi sempre serri la bocca e abbassi il mento con un cipiglio strafottente, come se la cosa non ti riguardasse. Ignori completamente che un giorno arriverà quel momento anche per te, in cui difficilmente piangerai per un film, in cui dopo un abbandono soffrirai sempre meno e ci metterai sempre meno tempo a realizzare che fosse giusto e che le cose dovessero andare così, che non ti emozioneranno più allo stesso modo certe canzoni e che avrai bisogno di ben altro, per ritrovare quel vigore di una volta.

Proprio così, passa il tempo e tu non senti più niente. Un bel niente. Indifferenza, mestizia che trasuda dagli occhi, noia, astenia, apatia che diventa cronica.

Dio, è davvero tanto difficile tornare alle cose di prima? Il tempo è così stronzo quando ci si mette, o sono i substrati che nel frattempo si sovrappongono a noi e al nostro volere? I nostri desideri vengono offuscati in cambio di una blanda sicurezza.

Le emozioni vere barattate, con la pessima qualità del vivere.

Ora colleziono bottoni e fotografie, esco poco per fare brevi passeggiate, lascio fuori dalla porta le scarpe sporche di fango. Scrivo e leggo solo perché sono triste; un tempo scrivevo soltanto se ero triste, cambia molto il senso di questa cosa.

Ci vuol coraggio ad ammettere di non provare più nulla, almeno quanto ce ne vuole per provare tutto il resto, restando attaccati alla finestra da cui vedo il mondo passare.

Letizia Turrà

Ph: Dan Hayon

Se anche dovessi morire domani…

Se anche dovessi morire domani, saprei che la mia vita non è trascorsa invano.

Sono stata amata moltissimo, e in molti modi possibili; ho amato con la stessa tenacia e sempre con la fiducia nel prossimo che in fondo, da buona ottimista quale sono, non ho mai perduto.

Ho avuto una esistenza piena, costellata di libri che ho letto e scritto, di persone che si sono avvicinate a me con le loro storie e hanno arricchito come non mai il mio passaggio qui.

Se anche dovessi morire domani, saprò di avere avuto al mio fianco le persone che amo di più, due figlie meravigliose e un tempo prezioso che non ci ha visto mai dividerci, per nessuna ragione.

Se anche dovessi morire domani, saprò di aver costruito qualcosa che resterà, almeno per coloro che hanno saputo vedere quella fiamma sempre accesa in me.

Se anche dovessi morire, saprò di tornare tra le braccia di mia madre, e non rimpiangerò nulla di questa esistenza.

Perché è stata tanto bella, tanto piena, tanto fiera.

Quanti possono dirlo con onestà intellettuale? Quanti si sono sentiti fortunati, anche nell’apparente sfortuna?

Letizia Turrà

SICURO PRECARIATO – “Ti spiacerebbe passarmi del sale?”

CRISI DI COPPIA: COM'E' POTUTO SUCCEDERE?

Le conversazioni diventano stereotipate, e il silenzio si fa sempre più assordante.

Guardi fuori dalla finestra. Guardi il piatto, poi il gatto che gironzola libero e indipendente (non lo avresti mai detto, ma provi per lui un’insana invidia). Infine guardi la porta dalla quale vorresti uscire subito, senza pensarci troppo, lasciando il piatto sul tavolo senza più il pensiero che dovresti riporlo nel lavandino, prima.

Invece resti seduto, a svolgere il tuo incarico a termine per un tempo che neppure tu stesso conosci. Sai solo che tua madre li chiamava doveri e quindi tu, da bravo bambino, resterai seduto e tollererai, come faceva tuo padre o come faceva tua madre.

Sei un cazzo di precario, e questo lo sai. Un precario senza dimora fissa nella testa, e un lavoro incerto sotto il culo, che per te è diventato tutto.

Il lavoro rappresenta l’evasione di cui tanto hai bisogno; come l’evasione da quel tavolo a cui stai pensando come un tamburo martellante. Sei seduto a una tavola rotonda, senza gerarchia, eppure tu sai chi è che comanda. C’è sempre chi possiede un po’ di più dell’altro, in un rapporto. Fosse anche solo il cuore, tu sai che è così.

Non appartieni più a quel tavolo e odi quella tovaglia che non hai scelto tu, che fa scivolare il bicchiere bagnato in inverno e ti si appiccica alle gambe d’estate, quando sei sudato. Che orrore! Che fastidioso tedio alberga nel tuo intimo!

La vendetta urla dentro il tuo petto. Sei un precario anche di ciò che non dici. Neppure quelle parole non pronunciate ti appartengono. Hai lasciato scegliere agli altri per comodità ed ora sei scomodo, stretto, stipato in una casa dalla tovaglia di plastica che ti si appiccica alle gambe.

“Mi passi del sale?” – pronunci piano, quasi spaventato all’idea di disturbare. In fondo in quel silenzio che male ci potrebbe mai essere? Spezzarlo comporterebbe il rischio che lui o lei parli improvvisamente, rompendo l’idillio.

Il volume della tv è alto, nessuno spegne o abbassa quel fastidioso ronzio di notizie nefaste.

Se devi uscire, ora è il momento giusto per farlo.

Però aspetta: se ora esci cosa ne sarà di te, là fuori? Sei davvero sicuro che starai meglio? Conviene che tu rimanga dove sei perché tanto sai di essere sempre un precario. Tanto chi ti ascolterà lì fuori? A chi potrai dire le cose che ora dici alla persona che hai accanto, troppo stanca per ascoltarle davvero?

Quelle parole sai bene che non entrano dentro di lei, ma almeno escono da te, e questo ti fa comunque sentire meglio. In qualche modo sei grato per quelle confessioni non ascoltate. Non ti fa sentire in colpa, almeno.

“Mi passi il sale?” – Vorresti pronunciare nuovamente con più vigore, magari osando anche quella punta di risentimento che ti costringe a ripeterti.

Invece stai zitto, mastichi la carne insipida che tanto è comunque buona, la tovaglia non ti dà poi tanto fastidio, e il cielo oggi è di un colore grigio che non vale la pena uscire; prenderesti freddo, ti verrebbe la tosse o peggio il raffreddore, e non puoi permetterti di stare a casa in malattia. Sei un precario, non potresti lasciare nulla di intentato, te ne vergogneresti troppo. Ti ricorderesti che mamma rimaneva delusa quando volevi soprassedere ai tuoi doveri.

Non hai più nessuno che ti ascolti. Tuttavia, una volta ti sei sentito davvero vivo, di una vita possente, volitiva, assoluta. Il suo nome era speciale, ma è durata poco, pochissimo. Un amore a termine. È stato troppo tempo fa, che ti importa di ricordarlo proprio ora? Quel ricordo resterà per sempre racchiuso in te e farà eco ogni volta in cui vorrai sentirti ancora in quel modo.

Il gatto si avvicina al tavolo, pian piano viene verso le tue gambe, puoi sentire il pelo morbido della sua coda carezzarti il polpaccio sinistro. Che diavolo vuole il gatto, se ha appena mangiato? Intanto la bistecca l’hai finita, e nessuno ha sollevato la testa dal piatto, neppure per guardare il cielo grigio di oggi.

Sospiri piano, mentre ti porti alla bocca il tovagliolo, anche quello di carta. Giusto per ricordarti che ogni cosa a quel tavolo è precaria. Usa e getta. Momentanea. A termine.

Allora che fai? Ti alzi o no, da quella tavola? Il gatto si è assopito sui tuoi piedi. Ti dispiace disturbare i suoi sogni. Tu non vuoi che siano disturbati come i tuoi. Da buon essere umano desideri che anche il gatto abbia un po’ di quiete. In fondo sei una brava persona, sei stato solo sfortunato, ma dentro sei un impavido e se solo avessi potuto, avresti cambiato le carte in tavola.

Avresti. Ecco, appunto.

“Se esci puoi passare a prendere un chilo di mele e due banane da Gino?”

“Due banane?” – sottolinei.

“E io che ho detto?” – si asciuga le mani sul grembiule che tiene stretto sui fianchi larghi. Guardi ogni piega di quelle mani e ti chiedi come si faccia a cambiare così tanto, che razza di scherzo è il tempo che corre e capovolge gli eventi.

“Non credo di voler uscire, ho del lavoro da finire che devo consegnare domattina in classe”.

Nessuna risposta. Nessun disappunto. E chi se ne frega, magari da domani la frutta e la verdura avranno le gambe e ci vengono loro direttamente a casa. Si auto consegneranno. Pensi possa essere plausibile.

A testa bassa ti rimetti a correggere compiti. Sei un precario, però i compiti dei ragazzi devi correggerli. Tu li ami quei “pischelli”, anche se ti prendono in giro e ogni tanto qualcuno ha anche tentato di fotterti la bicicletta.

Sei troppo occupato per preoccupartene. Hai un obiettivo, hai un incarico a termine, ma non ti manca il coraggio.

Sei un precario. Però impavido. Un impavido precario.

Letizia Turrà