La recensione “interessante” del mese: “Domina”, di Stefano Iacuessa

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Un libro intenso, o forse sarebbe meglio dire una storia.
No, ancora più precisamente, sono una serie di storie quelle narrate in “Domina”, il libro di Stefano Iacuessa.
Non c’è stata pagina che abbia suscitato in me un’emozione sempre uguale. E’ un giro su una giostra pazza quello che si compie con Stefano e con i suoi protagonisti, tutti controversi e tutti diversi fra loro (difficile è definire in questo senso i buoni dai cattivi, fino alla fine di ogni racconto).

I temi affrontati sono molto delicati, a partire dal rapimento di una cantante da parte di un fantomatico uomo in nero, per passare successivamente a storie di droga e delinquenza, fino al più toccante: quello che vede un ragazzino subire molestie e violenze da parte di un adulto (una storia tutt’altro che surreale, ma ispirata a eventi realmente accaduti).

Ho rivisto un richiamo, seppure velato, ai fatti di cronaca che sconvolsero l’Italia degli anni novanta, come il delitto di Via Poma, il Mostro di Firenze, riferimenti politici legati alle figure di Falcone e Borsellino, trattati con cura e delicatezza, in contesti che sembrerebbero fiabeschi se non fosse che ad un’analisi attenta, si posso scorgere continui riferimenti numerici, inizialmente fastidiosi per chi vi si avvicenda.
Si può pensare infatti ad un errore di battitura (perchè mai uno dovrebbe scrivere “1 scambio di opinioni”, piuttosto che “1 si sveglia la mattina” o ancora “sparò 2 colpi” e così via…), ma pian piano si intuisce, dai nomi e dai numeri, che questo sia molto più di un libro.

Non esiste infatti numero, nome, cognome, via, strada, dialogo, che sia messo lì a caso dall’autore e tutto ciò è notevole, in quanto presuppone vi sia una buona conoscenza e un certo legame esoterico-numerologico con quanto riportato nei racconti.
Un lettore attento potrà facilmente verificare che vi sia una coincidenza tra tutti questi elementi.
L’autore ci sottopone ad uno sforzo immane, cioè vedere il mondo da un differente punto di vista: quello dei bassifondi e della ricchezza estrema, quello di chi si uccide dentro per non uccidere realmente un altro, quello di chi si nutre del dolore di un altro per trarne un proprio giovamento.
Difficile non restare segnati in qualche modo da questo libro, per via della sua appartenenza alla quotidianità di ciascuno di noi.

Sono pochi gli autori che offrono una tale cruda visione, data in pasto a un lettore per la maggior parte delle volte distratto dal mondo dei Social e dei Media, che tendono più a strumentalizzare menti, piuttosto che ad “allevare” persone di coscienza.
Stefano impone al lettore di scendere dal piedistallo del conformismo, e giungere sempre più in basso, fino ad un mondo che direttamente ha vissuto e che ha finito per vomitare tra queste pagine, 360 per l’esattezza.
Sarà un caso anche questo? Il 360 corrisponde al numero esoterico 9, che e’ un Numero sacro poiché è il risultato del 3 moltiplicato per se stesso (3 X 3 completa l’eternità). Rappresenta la triplice Triade, la soddisfazione spirituale, il conseguimento dell’obbiettivo, principio e fine, il Tutto. Nella Religione ebraica il 9 rappresenta l’intelletto puro.
Il suo riprodursi per se stesso, attraverso la moltiplicazione è il simbolo della verità.

Il libro infatti termina con un racconto sulla fine del mondo, intitolato proprio “Domina”.
“La nostra fame è giustificata da millenni di oscurantismo e di realtà stravolta”, ribadisce l’autore, ed è come se in ogni racconto (sono 25, anche questo dato non casuale in termini numerici), egli cercasse di aprire gli occhi e lasciare un messaggio importante: siamo noi gli assassini di noi stessi, siamo vittime di vittime, ci siamo lasciati condizionare da secoli di fesserie su religioni e divisioni, che hanno oscurato i nostri occhi, facendoci percepire la realtà come un dato distorto.

Mi sento di fare i miei complimenti a Stefano per questo libro, intenso e profondo.
Mi auguro ne vedremo degli altri, molto presto.

Un abbraccio, Letizia T.

Sito su cui potete trovare il libro:  https:// http://www.ibs.it/domina-libro-stefano-iacuessa/e/9788867131655

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Il mio cielo è grigio…porpora

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“Osservare il cielo è la grazia e la maledizione dell’umanità. ” Aby Warburg copertina di Chiara Fedele

 

 

Ero di ritorno verso Milano lo scorso gennaio.

Il cielo romano faceva presagire una scrosciata, di lì a poco. I colori si mescolavano tra loro: in un primo momento un vivace azzurro con enormi nuvole, pesanti e ingrossate. Poi, tendente al nero, con a tratti strisce di un rosa intenso.

Pensai al libro che stavo scrivendo. Il mio primo pensiero ricadde su Matteo, il bambino autistico con il quale ho convissuto negli ultimi otto mesi, e della difficoltà (almeno per la sottoscritta) di trattare e scrivere dell’argomento “autismo”.

Quel cielo fu di grande ispirazione. Mi resi conto che non era un cielo come tutti gli altri.

Mia figlia mi venne in aiuto, sostenendo che fosse “grigio porpora”.

Nessun adulto avrebbe mai dato una tale definizione a quel cielo, tranne un bambino.

Solo un bambino, infatti, è in grado di vedere “certi” colori.

Noi ci occupiamo ormai di altro. Siamo cresciuti, siamo adulti, con una marea di cose da fare, in un mondo che corre e corre…e corre, senza davvero soffermarsi su nessun dettaglio che lo riguardi.

Siamo totalmente immersi nel nostro mondo, individuale e genitoriale, da non guardare più neppure al cielo.

La vita è un viaggio misterioso, nel quale ci si può imbattere in sofferenze, tribolazioni, immensa gioia e amorevole condivisione.

Se si parla di coppia, poi, è sicuramente il sentiero più misterioso e arduo di cui due persone possano far parte.

Se poi vi sono anche casi in cui i soggetti coinvolti sono più di due, allora la situazione si complica, e l’oblio risucchierà gran parte dei passi compiuti in precedenza, come nel caso della storia che qui si narra.

Mentirei se dicessi che è stato semplice scriverla, ma come dico sempre, non tutto ciò che è complicato manca della necessità di essere scritto.

La storia di Beatrice è uguale a quella di centinaia o migliaia di donne come lei, che aveva il bisogno di essere raccontata, perché qualcuno potesse donarle un’ulteriore voce.

Parliamo di una donna matura, seppure ancora giovane internamente, la quale è pienamente cosciente di quale sia il suo ruolo in famiglia e delle responsabilità che si è assunta nella vita, ma non per questo è pronta a decidere di stravolgerla consapevolmente, quando si rende improvvisamente conto che quella vita non è perfetta come pensava.

Seppure si incontrino sempre più donne di cinquanta anni più belle di ragazzine di venti, è anche vero che sempre più ci ritroviamo ad affrontare il dilemma di invecchiare. L’uomo diventa in molti casi affascinante con il passare del tempo, mentre la donna subisce il suo repentino arrivo, con la conseguente, inevitabile modifica del suo aspetto.

Tutto qui viene descritto proprio partendo dal momento nel quale, interiormente ed esteriormente, si inizia a compiere un’analisi attenta di quel dolore profondo, che deriva da un tradimento e dalle domande, che troppo spesso manchiamo di fare a noi stessi.

Beatrice si interroga a lungo, impotente per essere finita nel limbo dei “traditi”, di cui riteneva non avrebbe mai fatto parte.

Il male che ne deriverà la devasta.

Lei pretende ancora molto dall’amore, e non accetta di pensare che la sua vita possa finire così, senza più la bellezza stessa dell’amare.

E’ stata la routine a stravolgere il suo matrimonio che andava a gonfie vele? E’ forse stata la mancanza di un dialogo sincero? Oppure, più semplicemente, lei è troppo vecchia e suo marito ha preferito trovare un’amante giovane e fresca, spensierata, senza problemi?

Quando siamo giovani, spesso restiamo a osservare chi è più vecchio di noi come se ci trovassimo aldilà di un vetro, e i nostri occhi stessero vedendo qualcosa di molto, molto lontano. Talmente lontano, da non appartenerci.

Eppure, arriverà anche per noi il momento in cui le rughe recupereranno il nostro volto, lasciando il loro segno, legittimo e obbligato.

Avremo anche noi schiene ricurve, animi solitari, deserti emotivi da dissetare.

Non si resta giovani a lungo, e non si resta neppure aridi per sempre, se sappiamo comprendere il significato e la funzione profonda che l’amore ha nella nostra esistenza.

Beatrice compirà ciascuno di quei passi, che la condurranno ad avere un’unica consapevolezza: ha perso molto dell’amore che possedeva, ma ne ha ottenuto uno ancora più grande.

Ha conosciuto un cielo azzurro e splendente, ed un altro sconosciuto, dal colore a dir poco inverosimile.

Eppure, era quello il cielo sotto il quale era sempre stata.

E voi… sapete di che colore è il vostro cielo?

Vi auguro una buona lettura, nella quale immergervi.

Non solo, vi abbraccio dal profondo del cuore.

Ringraziamenti: 

Non posso dimenticarmi di ringraziare una vera Artista con la A maiuscola: l’illustratrice e amica Chiara Fedele, per aver realizzato questa copertina, assolutamente straordinaria nella sua semplicità, e al tempo stesso naturalezza nell’esprimere appieno ciò che si cela dietro il significato di questo libro. Sito Internet http://chiarafedeleillustrator.blogspot.it/

A presto, Letizia T.

Recensioni del cuore, Elisabetta Barbara De Sanctis – “Senza più nome”

TRAMA: Martina ha sedici anni e combatte contro un passato pieno di mostri, ma basta poco perché quanto ha rimosso torni a galla, con i ricordi delle violenze e degli abusi e tutto il suo carico di dolore. Quando la sua vita sembra arrivare al capolinea, decide di provare a vivere inseguendo il suo sogno di libertà: una moto e una strada su cui correre, veloce come il vento. Un viaggio che, tappa dopo tappa, la aiuterà a prendere coscienza di ciò che le ha segnato l’anima. Un viaggio per trovare se stessa. Un viaggio per ricominciare.

Una ferita indelebile permane racchiusa fra le pagine di un libro intenso, che ho appena finito di leggere e che senza dubbio merita un’attenta analisi da parte mia.

Questo è un romanzo, con una storia al suo interno. Ma non una storia qualunque, come molte altre.

Si narra di qualcosa che ci riguarda, o potrebbe riguardarci, anche molto da vicino.

Martina, la protagonista, sembra vivere la sua esistenza tentando di non perderne il controllo, e allo stesso tempo non accetta che sia quello stesso controllo a lasciarla andare.

Sente il bisogno di governare le sue paure, mentre dalle stesse si lascia trascinare.

Martina non si ama.

Martina si odia.

Martina si taglia.

Martina vorrebbe cancellare, ma al contrario protrae, quella violenza subita per sette anni, trascorsi tra le mani di un aguzzino. Tenta di spazzare via lo schifo che prova quando subisce la violenza fisica, e i “mostri” tornano a farsi sentire, nella sua mente e sulla sua pelle.

Aveva soli quattro anni quando la sua vita fu stravolta dal rapimento.

Perché era stata scelta lei? Che male poteva aver fatto una ragazzina di quattro anni?

Quando riesce finalmente a scappare da quella prigione nella quale veniva tenuta rinchiusa, si vede risucchiata dal vortice della depressione. Qualcosa di più letale la attende al suo ritorno a casa.

 Sa bene che i mostri non se ne andranno via tanto facilmente.

 “Mi sentivo una sopravvissuta. Avevo mosso un passo in un mondo ignoto, avevo rinunciato a una delle mie poche sicurezze e avevo bisogno di adattarmi adesso. Perché tagliarmi era questo per me: una sicurezza. Era il mio modo di affrontare le battaglie, anche se sapevo di essere destinata a perdere la guerra.”

 E’ una continua lotta quella che compie contro se stessa, quando si guarda allo specchio e vomita bile e veleno, tentando di dimenticare quanto ha subìto.

Subito dopo si taglia, e assapora inalandolo a pieni polmoni, l’odore e il carattere di quel sangue che viene rilasciato sul pavimento ogni volta che di nascosto da sua madre si accinge a farsi del male.

 Martina non ha rispetto per sé e neppure per sua madre, che tratta come fosse il capro espiatorio del proprio disagio interiore. Non capisce il perché non voglia parlarle del giorno in cui il padre si è dileguato, una volta appresa la notizia della sua gravidanza. Una donna forte, milioni di volte più forte di lei, e della quale Martina comprenderà il valore solo con il trascorrere del tempo.

 Gli uomini sono una merda, la sua vita fa schifo, e suo padre è un bastardo.

E lei…non riesce a fare a meno di tagliarsi, per lenire quel dolore derivante dal rifiuto.

 Le sedute presso la psicologa, la Dottoressa Scalzi, che dovrebbero rappresentare una cura, non fanno che alimentare l’odio che prova verso la sua figura di donna lacerata, marcia, rotta e inutile.

 “C’è un demone che vive in me e ha sempre fame e a volte sono costretta a dargli in pasto il mio corpo per rendere la convivenza più sopportabile. Per farlo stare buono, almeno per un po’.”, sostiene Martina quando parla di sé e della sua mania di auto lesionarsi.

 Qualcuno però riconosce in Martina delle qualità. Si tratta della sua insegnante, la quale intravede negli scritti della ragazza enormi potenzialità.

Le propone di sottoporli ad una casa editrice di sua conoscenza, affinché diventino parte di un libro.

Martina è inizialmente titubante, non crede di valere così tanto da veder pubblicate quelle che ritiene delle confidenze donate esclusivamente alla carta.

 Al ritorno a casa, Martina parla alla madre e a Saverio, un vecchio amico di famiglia, della proposta della professoressa. La ragazza tiene particolarmente al giudizio di Saverio e farebbe qualsiasi cosa pur di non deludere l’uomo, il quale si dimostra entusiasta della cosa, e pronto a sostenerla.

 Seppure preoccupato per la figlia Livia, la quale sta prendendo una brutta piega, l’uomo segue i progressi di Martina, che in alcune circostanze salva da una morte sicura, proprio nel momento in cui sta per tagliarsi irrimediabilmente, allo scopo di farla finita.

Saverio le chiede aiuto, invitandola a parlare con Livia. Egli ritiene che una buona comunicazione tra le due, potrebbe essere il collante fra lui e la figlia. Ma Livia tenta di fuggire dalla finestra e Saverio accusa un malore, che lo conduce alla morte improvvisa.

 Martina sente il dovere di scappare, di evadere dalla sua casa dove si sente imprigionata, e parte per Londra. Farà tappa anche a Berlino, tentando di cancellare le passate esperienze. Giungerà infine anche a New York, alla ricerca del fuggitivo che insieme alla madre l’ha concepita.

 Suo padre si rivela un gran bastardo proprio come pensava. Arriva addirittura a farle delle avance quando si presenta davanti alla sua porta, ignaro che quella bella ragazza presentatasi al suo cospetto, sia in realtà sua figlia.

Martina è delusa, sovrastata dal dolore e dallo sconforto.

Finirà con il provare il sesso occasionale, e compirà un lungo viaggio in moto come aveva sempre desiderato, fino al raggiungimento pieno di sé stessa, lungo una strada tortuosa e costellata di emozioni reali, e finalmente tangibili.

 “Devo andare, la strada mi chiama e non posso farla aspettare, non voglio perderla come ho già perso tante cose, perché non è vero che poi le ritrovi. No. Ciò che è perso è andato ormai un altro posto e sarà parte di qualcun altro. Sarà altrove, ma non più parte di te.”

Martina ritroverà la sua strada, non senza dover prima rivivere la parte brutale di quel viaggio attraverso le sue memorie, che diverranno le vivide pagine del suo libro.

Farà ritorno nell’abbraccio dell’unica donna che l’abbia mai davvero amata, sua madre.

E’ stata lei, infatti, a spedire il manoscritto della figlia alla casa editrice, e sempre grazie a lei quello che era un sogno, è divenuto realtà.

La vita ti toglie ogni cosa violentemente e con la stessa violenza, può restituirti ciascuna di quelle cose che senti di aver perso.

Così la storia di Martina diventerà anche un film, nella quale ciascuno di noi potrebbe rivedere se stesso.

Il passato che l’aveva deturpata e resa sterile, sia fisicamente che mentalmente, si allontana da lei. Sarà pronta a ricominciare, con un nuovo amore e una nuova vita.

Martina non si odia più.

Non si taglia più.

Non è più marcia. Non è più rotta.

Questo è un libro davvero ben scritto e ricco di emozioni contrastanti, che si avvertono e si percepiscono sotto pelle, fin dal principio. Non si può fare a meno di venire travolti dalle emozioni e dagli stessi sensi di colpa che attanagliano Martina, nel corso di tutto il suo raccontarsi al lettore.

Ci tengo davvero a fare i complimenti a Elisabetta per aver descritto con una tale accuratezza, crudezza e bellezza, una storia terribilmente greve e dolorosa.

Martina e la sua storia resteranno nel mio cuore, concordemente al suo dolore che ho sentito come fosse mio, fin nel profondo.

 Grazie Elibì, un abbraccio forte e al prossimo libro! Letizia T.

Indirizzo del Blog di Elisabetta Barbara De Sanctis http://www.elisabettabarbaradesanctis.com/

La recensione del mese: “Dodici minuti di pioggia”- Manuela Kalì

Brano consigliato per la lettura:

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<<Da bambino guardavo tutto con meraviglia, quel tanto che basta per distaccarsi impercettibilmente dal resto del mondo. La vita è la cosa più fragile che esista, più del cuore. A dispetto di quello che la gente crede, il cuore si adatta, è un muscolo resistente, anche quando crediamo di averlo in frantumi per la troppa sofferenza. Il cuore, forse, è l’organo più forte di tutti…>>

“Dodici minuti di pioggia”

Ci sono libri che equivalgono ad intraprendere un viaggio. Inizialmente sappiamo quale sarà la meta, ci convinciamo che il nostro bagaglio sarà sufficiente per aiutarci ad affrontare le difficoltà, laddove si presentassero. Abbiamo soldi a sufficienza, aria nei polmoni, un documento regolare e l’animo predisposto al viaggio.
Eppure, ci sono degli aspetti che troppo spesso non contempliamo in tutto questo girovagare.
Un libro può cambiarci la vita, totalmente, in bene o in male.
E seppure ricerchiamo una parte di noi in ogni riga o quasi, leggendolo a fondo capiremo che può dirci molto sull’autore, piuttosto che fornirci adeguate risposte su noi stessi.
Così la meta non diventa più la ragione, nè la stazione di arrivo, bensì diventa emozione, contemplazione, estasi, pianto, un sapore sconosciuto ed amaro, la ragione per cui siamo partiti.
C’è un’esperienza che ci si porta dietro quando si legge, che non si può fare a meno di percepire.

Manuela Kalì è una eccellente fotografa, e date le sue notevoli qualità visive e fotografiche, oltre ad una mente aperta alla filosofia e alla comprensione delle parole “sensate”, riesce con disincantato stupore a raccontarci di una storia che analizza la vita dal punto di vista più semplice, eppure più doloroso: La VITA e la MORTE.
Entrambe possono apparire lontane tra loro. Tuttavia, non lo sono poi così tanto.
Siamo sempre a un passo dalla morte, e restiamo aggrappati per un soffio alla vita.

Alice è una ragazza come tante, giovane ma non per questo meno profonda di un’adulta.
Il lavoro che svolge la soddisfa senza esagerazioni. Sa bene di avere un potenziale, ancora tutto da dimostrare.
Non ha mai vissuto l’amore, piuttosto ritiene che ciascuna delle persone che ama l’abbiano abbandonata, in un modo o nell’altro.
Una madre che fatica a dirle che le vuole bene e che sia felice che lei sia venuta al mondo, e un padre, che spreca la preziosa opportunità di svolgere adeguatamente e responsabilmente il suo ruolo, dileguandosi quando lei ha poco più di sei anni.
Solo il fratello sembra essere in grado di comprendere cosa le succeda.

Sembra quasi vivere una vita sospesa, fino ad un mattino, in cui le capita di imbattersi in un incidente stradale, nel quale è avvenuta la morte di un ragazzo.
Alice oltrepassa la scena come un fantasma, portando via con sé un oggetto ritenuto importante per lei, rinvenuto sul luogo dell’impatto: una bussola, in gran parte danneggiata e riportante tre sole lettere “AND”.

Un oggetto che inizialmente la incuriosisce, infine la porta verso un mondo sconosciuto.
Il destino resta lì ad attenderla, finché a seguito di un incidente non entrerà in uno stato di coma e incontrerà il proprietario del misterioso oggetto.

Andrea le spiegherà che quelli come lei sono definiti i “Senza nome”, per via del loro stato transitorio in quel limbo, dove lui ora si trova destinato, al contrario, a rimanervi in modo permanente.
E’ stato lui a richiamarla a sé, in quanto prova per Alice un amore profondo. Al termine del loro stare insieme le confesserà: <<Il mio cuore è pieno di ricordi con te che non ho mai vissuto.>>

Alice è stordita, per via delle sensazioni magiche che l’incontro con Andrea le ha lasciato.
Non è ancora conscia che finirà per provare un’ossessione nei riguardi degli interrogativi che continuerà a porsi sull’aldilà, una volta uscita dallo stato comatoso.

Andrea le avrebbe donato l’amore che meritava, se solo i loro mondi non fossero stati tanto contrapposti. Come si può amare qualcuno che si trova aldilà dei nostri schemi, della nostra vita stessa?

<<…Sono io a dover proteggere il mio cuore nuovo, che tu mi hai regalato.>>

Andrea ha regalato ad Alice un mondo nel quale sentirsi per la prima volta amata, desiderata, “odorata” nel profondo.

Il ritorno alla vita di tutti i giorni le sembra impossibile, seppure doveroso, per evitare di soffrire.

“Il dolore appartiene solo a chi subisce una perdita”, e questo Alice lo sa bene.
Deve convincersi che sia necessario il distacco da Andrea.
Lei è destinata a rimanere qui, tra i “vivi”, sentendosi morta dentro.

“Sostengo il peso delle notti, perchè il tempo che mi separa dal tuo è una giostra. Serve un gettone e poi un altro. Ci sono luci ovunque, anche sotto il letto. Mi ricordano che sono sveglia, che addormentarmi per raggiungerti è sbagliato e le illusioni non sono lecite per prendere coraggio dai tuoi occhi. Fuori è inverno, non so più scrivere.”

E’ inverno dentro e fuori, quando Alice compie un ultimo, estremo tentativo, per raggiungere Andrea nel suo mondo lontano.

“Ho pensato che se avessi avuto l’amore che mi è stato negato, adesso non sarei come sono. Ho pensato che questi lividi, in fondo, mi hanno resa bella, anche se il sole sorge per farmi male ogni giorno.”

Nel disperato tentativo di rivedere nuovamente Andrea, Alice incontra Gabriele. Un angelo custode forse, che lavora come volontario nella struttura dove è finita perchè accusata di avere disturbi mentali.

Alice non soffre di disturbi mentali. L’unica sofferenza è quella dovuta all’abbandono subito da suo padre, al quale scrive una lettera, quasi obbligata, per concludere questo percorso di sofferenza e tribolazione.

Non posso negare di essere stata travolta da una serie inesplicabile di emozioni, simili a un macigno nello stomaco, per essermi ritrovata nelle parole di Alice e quindi, di Manuela.

Lascio a voi la conclusione di questo romanzo, perchè possiate porvi delle domande, o semmai darvi delle risposte.
Tutti noi speriamo che vi sia una vita dopo la morte, fosse anche solo per riabbracciare coloro che abbiamo amato in questa vita terrena.

Forse è proprio come dice l’autrice: <<Non saprai mai la verità su questa storia, è solo mia. Da oggi in poi darai ragione solo a quello che ti dice il cuore perchè, vedi, ci sono cose che non siamo tenuti a sapere. Le vite degli altri sono a tal punto complicate e fragili che, spesso, non abbiamo il diritto di entrarci.>>

Così, in punta di piedi depositerò questo libro tra i miei libri, lasciandolo fuori almeno un pezzetto, pronta un giorno a riaprirlo.

Sono certa che Alice e Andrea non si separeranno mai, nonostante i loro mondi siano separati dal tempo.
Non esiste distanza in grado di placare le domande di un cuore che ha sofferto. Esso continuerà a ricercare un senso a tutte le cose in ogni dove, in ogni persona, in ogni volto, tra le pagine di un libro, in questa… o in un’altra dimensione.

Buon tutto dal cuore, Manuela.
A presto,
Letizia T.

Gli adulti sono proprio bizzarri…

bambina

Arrivò alla stazione, che erano le sette di sera. Aveva appena iniziato a diventare buio e incontrò il capo stazione.

<<Mi scusi Signore, mi sa dire come posso arrivare a Sheffield?>>

Il goffo signore si guardò intorno per assicurarsi che non fosse sola, ma non vide nessuno con lei, quindi la sua espressione da benevola si tramutò in inquisitoria.

<<E chi abiterebbe lì piccola?>>

<<Il mio papà.>>

<<Il tuo papà? Uhm… e dimmi, c’è qualcuno qui con te?>>

<<Io le ho fatto una precisa domanda. Non so come arrivare dal mio papà, ma si rifiuta di aiutarmi.>>

<<E’ buio bambina, e non sta bene che una piccola creatura sia tutta sola in giro a quest’ora.>>

<<Viviamo in uno dei posti più noiosi al mondo, non è mai successo nulla qui e questo lo sa bene.>>

L’uomo si aggiustò il cappello.

<<Voglio essere solo certo che non ti caccerai nei guai. Sei una minorenne, quindi dovrai far venire qui un adulto che ti autorizzi a partire, altrimenti niente treno, niente casa del papà.>>

Patricia ci pensò su. Era molto decisa ad andare via da lì.

Poi le venne in mente che il libro de “Il Piccolo Principe” poteva ancora tornarle utile.

Nella prima pagina, infatti, era riportato il timbro con il recapito telefonico della libreria di Mr. Pitor.

Patricia diede il libro all’uomo goffo.

<<Ecco qua il telefono di chi può autorizzarmi a partire. Chiami questo Signore e gli dica di venire.>>

Esplose in una risata sguaiata.

<<E questo sarebbe colui che dovrebbe autorizzare la tua partenza? Puah! Il vecchio saggio lo chiamano, io preferisco chiamarlo il vecchio pazzo! Non mi sorprende che tu abbia degli amici tanto strambi!>>

L’uomo si recò alla cabina di servizio, dove interloquì con il centralino addetto alle comunicazioni di emergenza.

Tornò dopo pochi minuti.

<<Il vecchio sarà qui a momenti. Ma bada bene, se mi hai mentito, ne pagherai le conseguenze!>> disse tronfio e fermo su due piedi.

Patricia lo guardò come fosse un pinguino.

<<Posso riavere il mio libro per favore?>>

L’uomo aprì il libro nelle prime pagine.

<<Il Piccolo Principe. Che razza di libro strambo. Amici strambi, libri strambi! E poi che razza di disegnatore è questo? Guarda questo cappello, io stesso sarei in grado di disegnarne uno migliore, e tu?>>

Patricia non rispose.

Se c’era una cosa che aveva imparato, era che gli adulti possono essere proprio bizzarri, anche qualora sembra possiedano una mente aperta.

E di sicuro il capo stazione non possedeva una tale mente, né era interessato a fare accrescere il suo sapere.

Il posto più bello del mondo è da nessuna parte, Letizia Turrà (2016)

Image: Google

Che Monno infame!

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Lo diceva pure un canzone che sto mondo è infame, mica sto dicendo nulla di nuovo io!
Inizia a cadere il gelo dal cielo, che irrimediabilmente finisce per depositarsi sul terreno.
C’è un gelo che ha scavato fino in fondo alle nostra ossa, rendendoci sopiti, anestetizzati di fronte al suo maleficio.
Un freddo dell’anima, ormai lo avrete inteso.
Voi siete sempre attenti lettori miei, siete al di sopra di ogni cosa, ecco perchè mi seguite ed ecco perchè capirete ogni mia parola oggi.
Non ci sto bene in questo mondo infame, in un mondo in cui fa freddo e non si balla più per strada come nel film dei Blues Brothers.
Mancano anche a me quei bei tempi in cui la gente ballava per strada, perchè in quel caos generato da tutta quella energia, ci si trovava un senso.
Avevamo appetito di vita, e si avvertiva, e lo riversavamo in strada.
Oggi per strada si vedono coperte, cappelli, guanti che lasciano intravedere le dita nere e sporche, di chi la strada l’ha scelta o si è ritrovato suo malgrado a sceglierla, come unica casa.
Ma che ne sappiamo noi. Noi una casa ce l’abbiamo, noi siamo al sicuro sotto un tetto, avvolti da una coperta, non conosciamo la pioggia battente, nè il vento riottoso che trapassa le orecchie.
Non conosciamo il suono del fiume, o il tremolio della metropolitana sotto al culo.
Tutti suoni che chi vive per strada conosce bene.
I nostri materassi sono puliti, non sporchi di piscio. Non lo condividiamo il letto con un cane, perchè i suoi peli ci fanno schifo.
Non facciamo tre ore di coda per mangiare qualcosa di caldo alla mensa dei poveri.
Noi…non facciamo un sacco di cose che i senzatetto fanno.
Anche se ho visto gente in giacca e cravatta mangiare in quelle mense, perchè non ce la fa ad andare avanti.
E intanto ce la prendiamo con il sistema, quando come vicini di casa o amici non abbiamo saputo prestare soccorso a un bisognoso a un metro da noi.
E’ morto un altro uomo, avvolto dalle gelide mani dell’inverno. Si chiamava Angelo, e giorni fa piangeva per il freddo.
Ma come Angelo ce ne sono a migliaia.
Vedete, l’unica cosa che accomuna molti tra noi è l’indifferenza.
Non si sentano toccati da queste parole coloro che fanno molto o hanno fatto qualcosa nel loro piccolo.
Io voglio che le mie parole giungano a chi non ha fatto niente, ma poteva fare.
Perchè ogni stilla, piccola o grande possa essere, è comunque parte di un immenso mare.
E questa non è teoria.
La paura forse ci ha resi così solidificati nelle nostre convinzioni?
Oppure c’è altro?
Chiediamoci perchè viviamo in un’epoca dove se chiedi di donare sangue per un’amica (come è successo a me qualche giorno fa), ti senti pure dire che è una bufala e di non postare cavolate.
Mettono pure in dubbio la tua serietà, e tu ti ritrovi a spiegare decine di volte che non è una bufala.
La tua amica sta male, ha un gruppo sanguigno raro e l’Ospedale non solo non trova posto per lei, ma non ha nemmeno il sangue disponibile.
E’ questione di poche ore e il sangue si trova.
Ma il problema non è quello.
Il problema è che c’è gente che mette 300 Like su Facebook per “cagate mondiali” (e sono gentile a dire questo), e poi non ascolta il tuo appello se stai cercando di aiutare qualcuno in difficoltà.
“Vade retro, questa è na bufala!!” Te senti pure dì dal primo che incappa nel tuo post, che non ha mai commentato manco mezzo scritto dei tuoi, però di improvviso si sente in diritto di dire la sua, perchè è esperto e sa come FUNZIONA LA VITA.
Bello. Emozionante. Mi vengono quasi le lacrime per la ridicolaggine; lacrime di rabbia, di scetticismo.
Per fortuna che io sono una che non le manda a dire, è per questo che ho un Blog.
Sono qui perchè se proprio posso scegliere cosa voglio fare in questa vita, io scelgo di DONARE.
Che sia la mia arte, le mie parole, il mio denaro, un piccolo gesto di solidarietà, io voglio Donare.
E’ un monno infame questo, come se dice a Roma, e non ti lascia scelta. Almeno, così sembra.
Abbiamo sempre una scelta.
Vi auguro un cuore caldo, in questi pochi mesi freddi che ci restano.
Perchè Angelo poteva resistere, come tanti altri come lui. A marzo sarebbe spuntato il sole tiepido, e avrebbe sgelato gli aghi del pungitopo, ci avrebbe lasciato vedere la bellezza dei colori che ci circondano e la vita avrebbe ripreso il suo normale flusso.
Invece Angelo non era un supereroe che poteva scegliere.
A lui è toccato il freddo, fuori e dentro.
Auguri di buon anno, Mondo Infame.

Letizia Turrà

photo: Letizia Turrà (Austria)

FILOFOBIA: La paura di amare troppo….

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Oggi ho imparato una parola bellissima, dal suono orribile ma dal significato sublime.

Mi è servita a capire che è questa l’esatta definizione della mia “malattia”. Io soffro di Philofobia.

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La FILOFOBIA è la paura persistente di innamorarsi o di amare una persona.

Ciascuno di voi potrà riconoscersi in questa definizione dal nome così bislacco, ma dal significato assolutamente fuori dallo schema delle comuni fobie.

Sì, perché quella che viene definita FOBIA, non è che la nostra capacità di preservare il cuore da probabili sofferenze che non vedrebbero il loro sfogo, senza l’associazione con un termine ben più conosciuto, la “Paura”.

Noi abbiamo paura, siamo intinti nella paura, siamo esasperati dalla paura, siamo ricchi di paure, siamo attanagliati dalle paure, religiosamente afflitti dalle paure.

Se solo fossimo coscienti che la paura NON esiste, che è un sentimento artificioso, creato dall’uomo ma inesistente in natura, la nostra vita cambierebbe decisamente.

Ci sarebbe una nuova partita da giocare, nuove carte da mostrare e nuovi assi nella manica! Saremmo dei vincenti, capite??

Quando ho letto la definizione di filofobia, mi è salito un nodo allo stomaco, come una matassa che si sbroglia e che dal basso risale verso l’alto, fino alla bocca, l’unico strumento in grado di far sì che quello che ho provato diventi parola.

Ho così compreso che quella paura si potrebbe tradurre in sofferenza. La realtà è che per un artista la sofferenza è tutto, è un angolo di piacere del quale si nutre volontariamente, per riuscire a costruire la sua opera.

Noi siamo amanti del supplizio, spinti da un mero scopo procreatore, perché siamo talmente consapevoli che l’amore possa portare sofferenza, al punto da stabilire già a priori che quello stesso sentimento ci procurerà dolore.

Sarebbe un dramma per me non vedere più gocciolare sangue dai fogli dei libri che scrivo, ho necessità di quelle ferite, di quel dolore. Mi servono per produrre altro amore, da donare agli altri.

Così ogni volta che scrivo mi innamoro di ogni personaggio, e quando infine la storia si conclude, smetto di sanguinare per breve tempo. Poi la mia sete ricomincia, la mia dipendenza è sempre più forte, e dovrò lavorare per trovare altre storie che attendono di essere scovate, perché io sono la voce di quel grido inascoltato, e il mio cuore sarà spinto verso quel medesimo orizzonte.

Se trasformassimo la paura in passione, quanto cambierebbe la nostra visione della vita?

C’è bellezza nel dolore, c’è bellezza nell’amore, quello che strappa lo stomaco, quello che ramifica forte, come un’edera, arrivando dritto al cielo con la sua tenacia, assolutamente inestirpabile.

Sono dunque fobica, posso dire di avere una malattia? Ebbene sì, io ho la consapevolezza di amare con dolore, di amare troppo, di essere amata oltre la mia portata massima, di essere amata oltre quello che merito, di dipendere da un amore che mi abbandonerà.

Ma è questo che mi tiene viva, che mi fa respirare, e mi permette di entrare in sintonia con il mondo.

Sono grata alle mie angosce, grata alle mie passioni, grata per le pagine che dovrò ancora scrivere.

Sarei niente senza il mio dolore.

Penso che queste parole di Marina Abramović rendano efficacemente merito alle mie parole:

«Penso che nessuno faccia niente dalla felicità. La felicità è uno stato così buono, non ha bisogno di essere creativo. Non sei creativo dalla felicità, sei solo felice. Sei creativo quando sei triste e depresso».

Questo è il momento giusto per te che mi stai leggendo. Per creare, per riscrivere la tua storia, per giocare la tua partita un’altra volta, per sorridere perché tu non sei le tue paure, tu sei solo colui, colei che SCEGLI DI ESSERE.

A presto, Letizia T.

Image: Web (Filofobia)

La leggenda del villaggio operaio di Crespi D’Adda e della donna misteriosa che veglia sui bambini.

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Se è vero che in ogni leggenda che si rispetti, vi sia un velo seppure esiguo, di verità, certamente il luogo che oggi sto per descrivervi, cela un grande mistero relativamente al confine che esiste tra la vita e la morte.

Crespi D’Adda è un piccolo borgo denominato “villaggio operaio di fine ottocento”, situato nella frazione del comune di Capriate San Gervasio, sorto per volere del benefattore Cristoforo Benigno Crespi, e inserito per la sua importanza nel Patrimonio dell’Unesco dal 1995.

Non si può fare a meno di restare incuriositi dalla bellezza storica, unita alla desolazione che si respira qui, tra fabbriche dismesse ma che mantengono ancora intatta la loro imperscrutabile bellezza e un misterioso cimitero, situato in fondo al paese, il quale si trova a dare le spalle ad un piccolo sottobosco che se percorso, conduce al fiume Brembo nell’Adda.

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Qui Crespi fondò un luogo unico nel suo genere, nel quale fuse la vita operaia, la vita famigliare e il tempo libero.

Egli infatti era consapevole che l’esistenza in fabbrica che vedeva i sottoposti lavorare per numerose ore al giorno fosse faticosa, così creò un villaggio che desse la possibilità alle persone di vivere serenamente tutti gli aspetti di una vita, seppur lavorativamente parlando dura e pesante.

Il villaggio possiede due ristoranti, una chiesa, una scuola, un centro ricreativo e persino un ambulatorio medico che al tempo era anche predisposto per interventi di micro chirurgia.

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Parlando con coloro che qui ci hanno vissuto per una vita, si può intuire quanto siano stati felici gli anni in cui Crespi D’Adda visse il suo pieno regime industriale.

Il Crespi infatti, teneva molto al fatto di far stare bene i suoi dipendenti. Per tale motivo, fece edificare i cosiddetti “palazzotti” a pianta quadrata, tutti uguali fra loro per grandezza e recinzioni, situate ai bordi della strada principale del villaggio; ciascuna delle abitazioni era atta ad ospitare due famiglie di operai. Per i dirigenti, le proprietà erano (naturalmente) più grandi e suddivise in villette singole, poste nelle vie più isolate e secondarie.

Il paesaggio coniuga sapientemente il passaggio (doveroso) di ogni vita, operaia o dirigenziale potesse essere: lavoro, famiglia, tempo libero, per giungere all’unico porto sicuro di ciascuno di noi, la morte.

Alla fine del lungo viale infatti, vi è un luogo molto caro agli abitanti e particolare per via della sua conformazione di tipo “americana”, disegnata e concepita da Gaetano Moretti tra il 1905 e il 1908.

Il cimitero, un luogo di silenzio egregiamente permeato all’interno di un bosco, il cui termine coincide con l’arrivo al passaggio del fiume Brembo.

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Già incamminandosi da una lunga distanza, è possibile ammirare l’enorme mausoleo che fu edificato come cappella per la famiglia Crespi, con uno stile alquanto eclettico ed esotico.

Giunti all’ingresso, non si può non restare affascinati e colpiti. Guardando da entrambi i lati, sia a destra sia a sinistra, si trovano le tombe dei bambini morti in tenerissima età. Un invito alla riflessione di quegli anni e al dolore che i genitori di quei bambini possono aver provato.

Al termine della scalinata del mausoleo infine, si viene condotti in cima al monumento da cui è possibile ammirare l’intero complesso dall’alto. Sollevando ulteriormente lo sguardo si può notare una figura misteriosa, quella di una donna seduta, la cui identità è a tutt’oggi sconosciuta.

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Non si sa con esattezza chi essa sia, ma anticamente si vociferava su un suo presunto legame con i bambini sepolti all’interno del cimitero. Pare infatti che la dama ogni notte scenda dal mausoleo, per vegliare sui suoi bambini e assicurarsi che stiano bene.

Leggenda o meno, resta un mistero la particolarità di questo luogo, rimasto fermo nel tempo, come l’orologio del vecchio opificio, fermo da chissà quanto tempo alle ore 16.51.

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E’ plausibile restare così immersi nel contesto, al punto da perdere la cognizione temporale in alcuni momenti. E’ come se il visitatore ne venisse inghiottito, tramutandosi in parte integrante del contesto.

Ormai sono pochi gli abitanti di Crespi. Tranne qualche vecchia “conoscenza” (forza operaia), i giovani sono tutti andati via in cerca di una vita meno faticosa. Solo gli eredi sono rimasti in quello che potremmo definire in parte un paese “fantasma”.

Mentre eravamo intenti a salire per tornare a casa, abbiamo incontrato Francesco, ex operaio e cittadino da quarant’anni, il quale ci ha mostrato le vecchie stanze, oggi adibite a magazzini per attrezzi e hobbistica, rivelandoci gli interni dalle forme particolari, con dipinti laterali e soffitti a cassettoni, tenuti ancora in ottimo stato.

Fa così freddo che si sarebbe potuto pensare anche a conservare i cibi in quegli ambienti, che invece un tempo venivano utilizzate come camere da letto.

Oggi la figlia, restauratrice, vi lavora occasionalmente per riportare antichi splendori alla luce, come il tavolino da rigattiere della vecchia infermeria, il quale veniva utilizzato per contenere e poggiare medicinali per la prima assistenza.

La scuola è diventata luogo di mostre fotografiche ed esposizioni di diverso genere, mentre l’ambulatorio viene utilizzato dalla Pro Loco.

Rimane come lo spettro di un mondo fantastico, una sorta di Luna Park che vedeva degli abitanti impegnati a lavorare faticosamente, seppure con felicità e in sintonia con quanto li circondava.

Il Crespi era davvero un benefattore. Come ci ha raccontato un altro abitante infatti, egli prendeva a cuore i suoi dipendenti come fossero tutti parte di una grande famiglia, ritenendo che tutti dovessero essere considerati sullo stesso piano.

Chiude gli occhi Francesco e sorride, quando gli chiedo come ricorda la sua Crespi D’Adda.

Non mi resta che tornare a casa con un macigno nel cuore, che mi vede emozionata di fronte a un mondo magico, misterioso e chiuso al mondo esterno, il quale racchiude il vero e genuino significato di ogni esistenza.

Non so se lo definirei paradiso, ma so che vi sono luoghi in cui riflettere è doveroso, e questo…è uno fra quelli.

Vi invito a visitarlo, con la promessa che mi direte cosa avete provato.

A presto,

Letizia T.

Photo: Letizia Turrà

 

CREDEVO FOSSE AMORE E INVECE…ERA UN SMS. LA VIOLENZA SUBDOLA CHE SI PUO’ SUBIRE DIETRO LA RETE.

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Nell’era di Internet, come ho sempre sostenuto e come tutti riconoscerete, tutte le emozioni corrono veloci, quasi alla velocità di un Byte.

Non riusciamo più a vivere concretamente un’emozione, senza il successivo, spasmodico desiderio di condividerla sui Social o sui nostri siti web.

Non che ci sia nulla di drammatico in tutto ciò, i nostri figli sono i primi ad essere definiti nativi digitali, quindi non c’è da stupirsi se oggigiorno un bambino di due anni utilizzi lo smartphone con la stessa maneggevolezza e scioltezza di come voi usiate il phone per asciugarvi i capelli.

 C’è un rischio che però sottovalutate ogni volta che vi esponete sulla rete.

Immaginate di abitare in una via molto trafficata. Mercati, negozi, il continuo passaggio di persone che più o meno col tempo hanno imparato a conoscersi e a salutarsi come fossero amiche, senza però andare oltre il “Buongiorno” e il “Buonasera”. Ora provate ad affacciarvi alla finestra. Molte tra le persone di passaggio non si accorgeranno minimamente della vostra presenza. Molte altre faranno un cenno in segno di saluto. Altre ancora, vi staranno osservando da così tanto tempo, da sapere quali sono i vostri cibi preferiti, i programmi televisivi che adorate, sapranno di quale colore è il vostro divano e qual è il vostro libro preferito.

Vi starete chiedendo perché. Ebbene, esistono persone che utilizzano la rete cosiddetta “Social” per impossessarsi concretamente della vita di un altro individuo.

Non avete ancora capito? Mi spiego meglio. Una volta in un piccolo villaggio come quello del quale vi ho parlato prima, avremmo avuto l’impicciona di turno che ficcanasava tra negozi e case; oggi abbiamo i Social, al quale siamo noi stessi ad affidare ogni nostra esperienza, nella fiducia che venga apprezzata dagli altri e li possa aiutare a costruire una vita propria con serenità, completamente ignari che vi siano persone che la useranno per farvi del male.

Tutti ora penserete che sia un’eresia quella che sto sostenendo. Invece cari amici, non lo è affatto.

Ci sono gruppi abilmente “celati” e mascherati (possono essere di vario genere: di interesse culturale, complottismo, politica o altro), che sfruttano la vostra energia e la vostra sensibilità per ergersi a giudici o Guru esperti di vita. Vi invogliano ad entrare nella loro cerchia, fanno in modo che avvenga una conoscenza tra i membri, fingono un’identità e un linguaggio che non gli appartengono e soprattutto, si fingono amici. Se li farete penetrare nella vostra quotidianità, saranno in grado di donarvi preziose parole di conforto, di sostegno, sapranno amarvi e comprendervi come nessun altro.

Nel vostro immaginario (femminile, ma il problema si estende anche agli uomini) quelle persone diventeranno necessarie alla vostra esistenza, come la colazione al mattino.

Sarà infatti dalle prime ore della vostra giornata che comincerete a sentirle, diventando dipendenti dalla loro telefonata, dalle chat che avete con loro ogni volta che ne sentite il bisogno, dalle loro parole d’amore sciorinate sulle loro bacheche, che sarete convinti siano rivolte proprio a voi!!

Sto parlando di strumentalizzazione e manipolazione di menti deboli e dovete credermi, in un momento di debolezza, anche la persona più intelligente può finire nella trappola di questi “vampiri energetici”.

Persone dalla vita insoddisfatta, che assorbono energia come un ragno succhia linfa vitale dalla propria vittima.

In men che non si dica vi troverete risucchiati in un meccanismo settario, dal quale sarà difficile evadere, perché sarà come tentare di uscire da una prigione senza sbarre.

La dipendenza malata da qualcuna di queste persone si crea infatti dapprima nella mente, e diventa una patologia dalla quale può essere pericoloso sganciarsi.

In molti casi infatti, le persone che cercano di distaccarsi da quel mondo subiscono violenze fisiche o verbali, maltrattamenti con riferimento alla persona stessa che si vedrà improvvisamente bistrattata dall’intero gruppo che prima agiva come una famiglia e che improvvisamente è diventata il carnefice da cui scappare e in alcuni casi, violenze contro la famiglia della vittima.

Vi parlo con il cuore in mano. NON permettete a nessuno di usarvi o di usare i vostri doni (talenti) per farne un mezzo letale attraverso i propri loschi scopi.

Ne uscirete distrutti, semmai ne uscirete.

Imparate a pensare con la vostra testa, adoperandola per farvi e per fare del BENE.

Il male ha diverse forme. Una tra queste, la dipendenza dalle persone con intenti oscuri, celate da angeli improvvisamente giunti nella vostra vita per salvarvi.

Essi si prendono il meglio di voi per poi buttarlo via, come fosse niente.

I messaggi che mandano a voi, infatti, sono gli stessi scritti ad altre decine di persone, mettetevelo in testa.

Non esiste una guida, nessuno da ammirare, nessun maestro.

Siete voi la vostra coscienza, voi il vostro insegnante più grande.

Ho conosciuto donne distrutte dopo essersi innamorate in Internet di un perfetto sconosciuto, del quale non conoscevano nome e volto.

Capite che è assurdo?? Parliamo di donne sposate, con figli, e con una famiglia felice. In un momento di debolezza il “serpente” si è avvicinato, agguantandole con le sue spire.

Tutte credevano di essere belle, amate, desiderate. Credevano di aver trovato l’amore. Tutte speravano che prima o poi avrebbero avuto l’incontro fatidico con quell’uomo che stava cambiando loro la vita, senza rendersi conto che quel tale non aveva alcuna intenzione di incontrarle, ma solo di fare il cretino in chat o su Facebook.

Le ho viste piangere, continuare a sperare, sentirsi in difetto nei confronti della loro famiglia e per tale motivo violentarsi emotivamente, arrivando anche a farsi del male.

Non comprendevano come fosse stato possibile tradire la fiducia del loro partner, facendosi trascinare in un gioco molto più grande di loro.

Ecco perché non è solo la violenza fisica ad essere rilevante, ma anche quella morale ed emotiva.

Sto cercando di aiutare molti di voi a capire che è bello essere Social (siamo animali sociali, ci mancherebbe!), ma non si deve scherzare con il fuoco, perché ci si brucia… e questa non è una teoria, è una cosa che va provata sulla propria pelle!

Mi auguro che un giorno ciascuno di voi sollevi lo sguardo dal suo telefonino, e riveda il cielo in tutto il suo splendore, riveda i suoi figli con il loro sorriso ed impari ad amare anche il loro broncio.

Vi auguro di voltarvi alla sera verso colui/colei che avete scelto accanto a voi per la vita, e vi auguro di riscoprire in quegli occhi conosciuti da anni una persona “nuova”.

 “Siamo sempre più connessi, più informati, più stimolati ma esistenzialmente sempre più soli”, cita una frase che ho trovato poche ore fa in Internet.

Ed è vero.

Siamo sempre più soli.

Eppure nulla è perduto, se impariamo che dobbiamo dipendere solo ed unicamente da noi stessi per proseguire.

Vi abbraccio con l’augurio che possiate guarire presto.

Letizia T.

Paint: Mauro Mazzara (sito: www.facebook.com/m2mazzara )

FESTIVAL DEL COLORE DI RAFFAELLA, UN’EDIZIONE…INDIMENTICABILE!

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“I bambini sono come i marinai: dovunque si posano i loro occhi, è l’immenso.”
(Christian Bobin)

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Non è strana la vita a volte?

Lo dico perché ho riflettuto tanto questo week end in cui sono stata a contatto con i bambini.

Ho fotografato i loro volti sorridenti e imbrattati di colore (alcuni fra loro erano pieni fino al midollo!), cercando di coglierne l’essenza, la vitalità.

Ho compreso che eravamo lì tutti insieme, per creare qualcosa di importante, e per il desiderio di colorare una vita ormai spenta dalla routine e dagli arrovellamenti quotidiani di noi genitori.

Pensate che bello…nella corsa a ostacoli della vita, siamo riusciti a fermare un’istante prezioso, che non ritornerà. Sarebbe doveroso ricordarsene sempre, ogni volta che incontriamo il volto di qualcuno.

C’è sempre un segno tangibile della nostra presenza impermanente in ciascuno.

Questo Festival era nato per mezzo della forza di madri speciali e compaesani volenterosi molti anni orsono. Una persona in particolare, Raffaella, che ci ha lasciati. Non ho mai avuto l’onore di conoscerla, ma so che era molto amata nella nostra piccola comunità e quindi questo Festival del Colore è dedicato a lei, alla sua famiglia, a suo marito Franco e ai loro splendidi figli.

Quanto coraggio occorre per andare avanti nonostante una persona ti manchi così tanto…ci penso ogni giorno a mettermi nei panni di un altro quando penso a questa cosa.

Sono senza dubbio i sorrisi dei tuoi figli a farti scegliere di proseguire, andare avanti, percorrendo ogni giorno quel passo verso il vostro futuro e colorando quegli stessi giorni insieme ai tuoi bambini, senza dimenticare che anche tu sei stato bambino un tempo.

Vorrei ringraziare tutti, ma proprio tutti coloro che hanno partecipato a questo evento a partire dal Comune di Tromello, la Biblioteca, i fumettisti e gli artisti (tra i migliori in Italia), i Volontari, la ProLoco e la Sodexo e tutti gli altri, che hanno dato a questo Festival una ragione per vivere con gioia la vita “a colori”.

Un pensiero è stato rivolto anche alle vittime del terremoto che ha scosso il Centro Italia lo scorso agosto, devolvendo le offerte dei cittadini che hanno “acquistato” un ritaglio dei disegni dei nostri illustratori.

Infine un abbraccio grande va ai nostri protagonisti…I BAMBINI! Senza di loro tutto questo non sarebbe stato mai possibile.

Vi aspettiamo il prossimo anno, non mancate!!!

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A presto, Letizia T.

IMAGE CREDITS: Letizia Turrà (2016)