Pensiero del giorno

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Non vi sentite fortunati a poter finalmente scegliere cosa è davvero necessario, scartando ciò che è invece superfluo?

Fortunati nel poter comprendere chi c’è sempre stato, da chi era amico solo nei momenti del divertimento effimero?

Mai come oggi questo tempo ci sta garantendo di poter discernere quello che è reale, da ciò che non lo è; di poterci unire solo con chi è simile a noi per ragioni lontane dalla circostanza, e sempre più vicine alla nostra umanità.

Dovremmo ringraziare per questo tempo da dedicare alla meditazione con noi stessi, al soffermarsi senza più fuggire, all’ascoltare senza più paura del rumore.

Questo tempo non tornerà, né sarà possibile viverlo come lo stiamo vivendo adesso.

Siate grati per ogni giorno, dispensate parole buone che in qualche modo vi ricordino di quanta gioia si può provare nel donare e basta, così, semplicemente.

Siate onda, e non necessariamente mare che travolge.

Letizia Turrà

Il mio ritaglio di felicità preferito

Ho un netto ricordo di quando ebbi modo di provare la felicità: avevo 18 anni e quel giorno mi recai con il caldo torrido di una Calabria selvaggia insieme a una famiglia a raccogliere patate e pomodori nella loro proprietà. Rimane il mio ritaglio di felicità preferito.

Ricordo che partimmo dalla loro casa molto modesta, e che per arrivarci questo ragazzo sconosciuto mi portò sul suo trattore enorme carico di balle di fieno, e mi condusse fino al loro pezzo di terra.

Iniziammo a scavare portando a galla i tuberi; lo facemmo sorridendo lieti, come se avessimo trovato piccole pepite d’oro.

Il caldo bruciava le mie spalle magre e le mani erano doloranti.

Al termine della giornata quello stesso ragazzo mi confessò di essersi innamorato di me. ” Vorrei rivederti” – disse proprio così subito dopo – con accento stretto e marcato, che io sola ero in grado di comprendere.

Ma io sapevo di dover tornare qui, dove mi trovo ancora adesso.

Quel ragazzo non sa di avere lasciato in me questo ricordo; ignora che ciascuno di noi lascia una parte di sé in chi incontra, anche quando non ne è perfettamente conscio.

Non sa che grazie a lui e alla sua famiglia ho vissuto quel ritaglio di felicità, che ricorderò sempre come il mio preferito.

Letizia Turrà

Ph: Tumblr

Marcel

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Devian art.com

Per tutto il tragitto che percorremmo a piedi lungo i vicoletti, ebbi la sensazione che il suo nome mi appartenesse come qualcosa di sacro, come se la mia bocca dovesse pronunciare quel nome perché io e lui ci eravamo già conosciuti in uno spazio ancestrale precedente. Già solo pronunciarlo la prima volta, mi aveva fornito questa sicura consapevolezza.

I nostri passi erano lenti, silenziosi, mentre le nostre spalle appesantite dagli zaini combaciavano, di tanto in tanto.

Decisi che lo avrei portato a vedere la nostra casa sull’albero.

Quando giungemmo lì e la vide, i suoi occhi si illuminarono.

«Questa sì che è una vera casa sull’albero! Ne ho sempre desiderata una, ma non ho mai trovato un degno alleato che volesse costruirla con me!».

«Io e Jonas, mio fratello, abbiamo intrapreso questa missione quasi tre anni fa. Giorno dopo giorno, pezzo dopo pezzo, callo dopo callo, stiamo tentando di ultimarla. Mancano ancora delle assi, quindi non ti consiglio di salirci. Ma un giorno, ne sono certa, sarà come avere una vera casa».

Sorrise con tre quarti della bocca mentre continuava a fissarmi negli occhi.

«Tu guardi sempre così le persone?». Pronunciai colma di imbarazzo.

«Così, come?».

«Negli occhi dritto così, intensamente. La cosa mi mette in imbarazzo».

«Guardo così solo chi mi piace».

La sua risposta era stata spiazzante, non lasciava spazio all’immaginazione o all’indecisione. Marcel era affilato come una tagliola.

Sorrisi toccandomi la punta del naso con la mano.

«Siamo qui per pattinare. Vuoi che ti insegni come si fa, o sei già in grado di farlo?».

Non rispose, si infilò i pattini e si portò la cerniera del cappotto alla base del collo. Poi allungò la mano e mi invitò a seguirlo.

Pattinammo a lungo, sostanzialmente senza dirci nulla, poiché non ne sentimmo la necessità. Fu come se quel momento avesse subito una catarsi, unitamente al candore della nostra adolescenza in veste di compagna ancora sconosciuta. 

Nel ritorno a casa mantenemmo ancora quel silenzio placido e irreale che si riservano gli amici che si conoscono da tanto.

Passando davanti alla casa dei Wayne, avvertii la vergogna per il fatto di essermi negata al telefono quando aveva chiamato Pauline. Non vi era una ragione specifica che giustificasse il mio comportamento nei suoi riguardi. O forse era la paura di essere vista in compagnia del mio nuovo amico, a mettermi in allarme più di ogni altra cosa.

Tuttavia, nel profondo sapevo che era la cosa giusta da fare.

Avevo avvertito il medesimo senso di colpa anche quando per la prima volta, qualche giorno dopo, io e Marcel facemmo l’amore.

Ricordo che ero terrorizzata mentre circondava i miei seni con le sue mani che mi parvero così grandi al punto da raggiungere ogni parte di me. Cedetti a quel bisogno, spinta dapprima dalla curiosità, infine dalla voglia di essere violata proprio da lui.

La camicetta si era macchiata di quell’unico fiotto di sangue fuoriuscito dal mio intimo, esplorato in precedenza solo da un’altra donna.

Avevamo ripetuto quei gesti per infinite volte; nello spazio tra un lavaggio e l’altro avevo bevuto della birra, gli avevo letto le ultime righe del libro di Simenon – quello che parlava dei due amanti – e avevo guardato a lungo il corpo di Marcel mentre lasciava scorrere l’acqua in bagno.

Mi ero sentita libera in quella camera dalle pareti scure, tutto il contrario dell’azzurro descritto da Simenon; avevo toccato il mio intimo con la punta delle dita notando un certo rigonfiamento; guardando in basso avevo anche provato a verificare che non fosse arrossato e poi, dopo svariati tentativi falliti, ero ritornata con lo sguardo al soffitto bianco, chiedendomi se in quel momento qualcun altro nel mondo stava provando quello che anche io provavo.

Mi chiedevo se qualcuno, anche Pauline, fosse felice come io sentivo di esserlo, in quel preciso istante.

Letizia Turrà

Voglio essere come la natura

Avrei voluto essere come la natura: comprendere quando il ciclo di qualcosa si è interrotto ed è ora di passare oltre.

Invece mi ritrovo intrappolata nel volere rivivere lo stesso ciclo di stagioni, come se il sole dentro me potesse o non dovesse tramontare mai.

Proseguo ignorando volontariamente il fatto che questo tempo sia passato, anche per me; io rivoglio le cose di prima, le energie di un tempo e i brividi scaturiti da certe carezze. Rivoglio, ma non posso pretendere, è questo il dato allarmante.

La mia primavera è sfiorita ma le mie radici non vogliono mollare, non vogliono lasciarmi andare; non posso vedermi andare via.

Voglio essere natura che ritorna, procrea, diventa indimenticata anche quando sfiorisce, amata anche quando il raccolto non sia stato propizio.

Letizia Turrà

ph: Augusto Dal Porto (Milano, 2020)

Pensiero del giorno

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Chi supporta gli altri, ha avuto più volte la sensazione di cadere nel vuoto.

Chi gioisce per quello che accade, ha sofferto molto di più di quanto osiate immaginare.

Chi offre spesso il suo aiuto e salva gli altri dal precipizio, è il primo ad aver desiderato di farla finita, ma non ha mai avuto il coraggio di dirlo per la paura del giudizio altrui.

Chi fa sentire grande gli altri, è perché dentro sé ha pensato più volte di non essere abbastanza.

Il bene di persone così non andrebbe mai sottovalutato: la loro volontà è ferrea, e il loro amore perpetuo.

Letizia Turrà

Sulla giostra.

Certi giorni mi sento come se stessi su una giostra, solo che ho scelto il momento sbagliato per prendere la corsa; non ho neppure pagato il biglietto, quindi non dovrei essere lì.

Cerco di scendere ma scendere è impossibile, il vorticare e le vertigini attirano la mia mente ancor più della paura e del dolore.

Vorrei tornare a quando ero bambina, emozionata all’idea di un volo leggero e di un cielo limpido, sotto il quale stare.

Da lì potevo vedere e toccare le stelle, le stesse che un giorno furono casa mia.

Vorrei tornare sulle giostre di un tempo, per poter sentire ancora la tua voce.

Letizia Turrà

Vorrei tornare a ieri.

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Vorrei immergere i piedi nell’acqua fredda; vorrei realizzare tante cose; vorrei essere più me stessa e meno me stessa; vorrei fotografare di più; parlare di più con persone che parlano di meno; voglio una casa piena di azulejos; voglio passeggiare in un bosco che mi faccia dimenticare del tempo ch’è appena passato.

Vorrei ricoprire la mia casa di fiori; gioire della mia felicità mescolandola a quella di altri; vorrei che la vita si fermasse come un’istantanea Polaroid; vorrei avere un orologio per sapere che ora è e una bilancia, per sapere quanto peso; vorrei quindi non dover passare il tempo a pesare le parole che dovrei usare per compiacere gli altri ignorando quanto dovrei e vorrei compiacere me stessa.

Vorrei essere un aquilone per volare solo quando c’è vento; per muovermi solo quando c’è necessità di muoversi; per spostarsi solo se qualcuno decide di mettermi sottobraccio quando esce.

Vorrei essere ortolana, ingegnere, studiosa, ricercatrice, archeologa, poetessa, scrittrice, saggia. Ma non per passione, per mestiere; qui sembra che se non segui il mestiere, poi alla fine è come se non avessi realizzato nulla.

Vorrei rivivere una quarantena interiore; quella attuale ha modificato il mio interno, radicalmente; mi ha cambiato le idee; ha frantumato molte delle mie certezze; ha rafforzato quelle poche che sento di possedere; mi ha fatto scendere dal piano di sopra in cui abitavo fino alle cantine, sottraendo alla mia volontà un gran numero di supposizioni e pregiudizi.

Vorrei tornare a ieri mattina: un uccellino era rimasto impigliato nella rete tra i miei pomodori; l’ho liberato e ancora stordito l’ho condotto all’esterno vicino alle siepi; mentre lo facevo gli ho cantato una melodia improvvisata; ero altrove; la melodia proveniva da un altrettanto Altrove; mi sono sentita in pace; l’uccellino mi ha ringraziata con lo sguardo.

Vorrei vivere senza la foga di avere sempre qualcosa che ho dimenticato di fare; vorrei vivere senza la paura di arrivare un giorno a non volere più leggere né scrivere; non voglio diventare disillusa come molte persone che conosco; non voglio combattere per imporre la mia come molte persone che conosco, perché non mi serve; voglio sentirmi leggera e permettermi anche di non dire ad alcuno come mi sento; vorrei incontrare qualcuno come me per poi allontanarmene, come qualche volta è accaduto.

Vorrei incontrare persone che dichiarino apertamente di essere un fallimento e di sentirsi alienate, a volte, come accade anche a me; e magari incontrerò qualcuno che comprenderà che tutto il mare di parole che scrivo non sono casuali, ma da interpretare e portare in tasca come fossero accendini che dimentichi volutamente di avere, quando scrocchi la sigaretta a un altro per via del tuo universo insolente, e lo fai in cerca di un rapporto umano; ti interessa solo poter rivolgere lo sguardo alle sigarette facendo cadere in basso gli occhi per poi rialzarli quando ringrazierai; sorriderai dopo la prima sbuffata perché sai che le sigarette sono in borsa; hai anche il famigerato accendino ma è preferibile scroccarle per quella stizza di pigrizia che pervade le tue ossa.

Vorrei incontrarmi tra vent’anni e scoprire che non sono affatto cambiata; che dentro sono rimasta sempre la stessa ragazza speranzosa che le cose migliorassero, che le persone pure migliorassero; che tutti facessero la differenziata e che vivere rappresentasse una tribolazione in meno.

Letizia Turrà

Ho cambiato l’acqua ai fiori.

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Ho cambiato l’acqua ai fiori. Ogni tanto è necessario cambiare l’acqua ai fiori, è qualcosa che dimentico spesso.

Quando infine l’odore di morte trasale dal fondo del vaso, mi ricordo che devo farlo.

Ho detto addio per sempre a certe cose, dentro di me.

Ho cucinato una pasta per tutta la famiglia.

Mi sono affacciata a guardare i pomodori nell’orto; sono ancora verdi, immangiabili.

Ho pulito le persiane del piano di sotto, non traendone la soddisfazione che mi aspettavo.

Non sempre pulire equivale a “togliere” quel surplus che contorna le nostre vite, e certe volte la polvere può non rappresentare qualcosa di fastidioso. Però pulire è sempre meglio che accumulare. Accumulare fa male.

Da tempo ho deciso di non accumulare.

Ho telefonato a un po’ di amici, quelli che mi capiscono anche solo con un “ciao”, perché parlare con gli amici fa bene, benissimo. Sapere di poter contare su qualcuno è di vitale importanza. Ho amici leali perché sono stata leale con loro.

La gente apprezza la sincerità, è stufa di essere presa per il naso.

Non vedo esseri umani da un po’, comincio a sentirmi un’aliena che non vola tra la gente celata dietro le mascherine chirurgiche.

Forse inizio a non sentirmi più umana, perché non lo sono mai stata davvero; non mi riconosco in molte delle cose che la gente trova siano normali. Un’anima incastrata in un corpo voluttuoso e sensuale. Ci sto stretta qui dentro, ogni tanto.

Vorrei sentire meno di così, comprendere meno di così, amare meno di così, scrivere meno di quanto scrivo.

Ho scelto di cambiare il nome di una delle protagoniste del mio libro. Si chiamerà come mia madre. Non ho mai usato il nome di mia madre prima d’ora, perché mi faceva male.

Ma ho capito che è meglio parlare anche di ciò che ti fa o ti ha fatto male; equivale ad esorcizzarlo. E magari lo ringrazi anche quel “male”, quando molli la sua mano per proseguire sulla tua rotta.

Ora i fiori sono a posto; le persiane sono pulite; la musica defluisce naturalmente, insieme alle parole che sto scrivendo. Il telefono ha smesso di suonare.

Non mi cerca più nessuno. E mi sento anche sollevata.

Letizia Turrà

ph: Pinterest

 

Che succede se invecchio?

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A un certo punto invecchi, ti lasci assalire dalla voglia di sugellare certi momenti.
Ti perdi tra oggetti che un tempo ti servivano e non attirano più il tuo interesse ed altri, praticamente inutili ma che sembrano essere indispensabili, ora.
Ti adagi sulla poltrona più stanco, fiacco, con voce fioca pronunci solo poche parole, quelle che servono.
Sai che sei cambiato perché non vuoi più avere troppe persone intorno.
Gli altri ti infastidiscono, i discorsi sterili ti tediano, chi uccide la grammatica ti irrita, chi parla troppo ti svuota di energie.
Te lo avevano detto che saresti diventato così. Che tutti diventiamo più o meno così. Tuttavia, tu non avevi voluto crederci.
Una vita condannata all’isolamento ti sembrava una prigione indicibile.
Ora sembri starci volentieri dietro le sbarre, tra un libro di Proust e vecchi film in bianco e nero.
Parli poco, è con pochi che vuoi parlare. Abbracci solo se necessario.
Vedi peggio di un tempo, eppure vedi molte più cose di quante non ne vedessi prima.
È aumentato il tuo senso di consapevolezza, è diminuita la pazienza.
Però sei certo di saperti godere ogni cosa, ora.
Letizia Turrà

La depressione di vivere.

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La depressione non ha un nome, né dei precisi segnali che anticipino il suo arrivo.
Giunge quando meno te lo aspetti, e ti consuma come la peggiore tra le malattie.
Nasce da un senso di colpa profondo che senti dentro di te, e che si è radicato in maniera inspiegabile prima nel tuo petto; infine, è penetrata come il gelo nelle ossa.
Ci sono giorni buoni che si alternano a giorni pessimi, in cui nella tua mente ti chiedi perché ancora sei qui e se i tuoi problemi cesseranno mai di esistere.
Il dramma è che più vorresti scomparire, più invece la tua figura si delinea netta nel mondo, e tutti vorrebbero far parte della tua energia, mentre a malapena tu riesci a respirare e ad apprezzare quello che con enorme fatica hai costruito.
Poche persone sono in grado di capire la frustrazione che senti. Perché quel male rimane cosa tua, tua soltanto. Ti rendi conto di esser solo, e di piangere senza nessuno che ti guardi.
La mente corre veloce come le ali di un colibrì in volo, ma la tua anima non riesce a soffermarsi su nulla di concreto.
Ecco cosa può essere la depressione di vivere.
Quell’esserci, senza mai davvero esserci.
Quel volere abbandonare, conscio che non lo puoi fare.
Non ti è concesso gettare la spugna, la vergogna sarebbe troppo grande. Così vai avanti, sorridi, sospiri, raccogli storie e abbracci umori, e sogni sentimenti senza distopie.
E speri, speri che un giorno quei sorrisi torneranno a te sotto forma di amore.

Letizia Turrà