Oggi voglio brindare!!

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Oggi voglio brindare come una sposa nel giorno della sua cerimonia.

Brindo perché sono trascorsi tre anni intensi da quando ho aperto questo spazio che definisco ormai il contenitore delle mie emozioni.

Ché se c’è una cosa della quale sono sicura è che se ogni giorno qualcuno incappa sul mio Blog potrà scoprire che dietro vi si cela una persona come tante altre, che scrive per persone come lei, percependo lo stesso dolore e la stessa gioia.

Oggi festeggio 30.000 visualizzazioni di questo spazio nell’etere, un numero che mi ricorda che seppure piccola nel mondo, con le mie parole la mia voce ed in alcune circostanze la mia presenza, sono riuscita a entrare nel cuore di alcuni di voi.

Qual è la ricetta migliore per un Blog di successo? Me lo chiedono in molti, soprattutto amici e conoscenti che mi vedono fare un sacco di cose.

Rispondo: Un blog non è un’esperienza che si pratica da soli. Scrivi per un utente esterno e prestare attenzione a ciò che comunichi è fondamentalmente imprescindibile. Dopo aver ricordato ciò, è essenziale anche ricordare di essere se stessi, sempre; non avere paura dei condizionamenti esterni; essere pronto e aperto ai fallimenti nella vita di tutti i giorni; uscire spesso dalla propria comfort zone sperimentando cose nuove; consolidare il rapporto con i tuoi lettori; entrare a far parte della vita di chi incontri con ogni singolo tuo organo, cuore compreso.

Ultimo (ma non meno importante eh), la costanza e la resistenza, che premiano nel corso del tempo.

Sì, la resistenza. Perché nei momenti bui della vita comprendi che resistere equivale praticamente a sopravvivere quando gli altri si sentiranno morti per aver usufruito prima di effimere sollecitazioni da parte del mondo esterno mentre tu no, e costanza perché solo praticando quotidianamente e allenando la mente a incamerare concetti e cultura, potrai cogliere qualche piccolo frutto dal tuo “orto”.

Quindi GRAZIE, grazie a voi che seguite il Blog; grazie ai lettori che aiutano i miei romanzi a spostarsi qualche centimetro più in là; grazie a chi collabora con me nel mondo musicale che non ho mai abbandonato e grazie al quale posso sentirmi davvero viva; grazie agli amici, quelli veri, che fanno parte della mia vita e la rendono degna di essere vissuta; grazie alle persone che non vedo più perché non le ho mai dimenticate anche se non glielo dico; grazie alla mia famiglia che sostiene ogni mio passo, lungo o breve possa essere.

Grazie a quegli amici che ci hanno lasciato da poco, perché il vuoto che ora sembra esserci ha creato precedentemente un “pieno” con la loro presenza che ha costituito un valore aggiunto nella mia vita.

E a te che mi leggi dico: Rimani te stesso, le difficoltà giungeranno solo per fortificarti poiché nulla può essere distrutto a meno che non sia tu a deciderlo.

Usa i tuoi doni per aiutare il prossimo, invoglialo a credere in sé. Scoprirai che l’autostima è la chiave di ogni cosa.

Amarsi prima, per poi amare gli altri.

Ti abbraccio, Letizia T.

Tutto passa, ma tu no.

 

 

 

 

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Tutto passa, ma tu no.
Tu sei un male che non vuole guarire.
Mi hai strappato vesti e cuore, hai indurito le mie reni e hai saldato la mia anima alla tua.
Tutto passa; il freddo inverno, l’estate afosa, la pioggia miracolosa di marzo.
Tutto passa, ma tu no.

 

Letizia Turrà

Un libro per il suicidio giovanile

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Sono felice di annunciare che c’è in serbo una bella novità editoriale della quale farò parte come autrice emergente (con una casa editrice, dunque), insieme a un team di validissimi autori!

A breve, sarà nelle migliori librerie e stores on-line il libro “Ventiquattro passi”; iniziativa editoriale che vede la collaborazione tra l’associazione StayAleeve – gruppo non-profit che lotta contro la depressione, l’autolesionismo e il suicidio -, lo scrittore/regista Marco Paracchini – Storytelling & Video Produzioni (Autore del testo “BondAges”, la monografia su James Bond) – e la Casa Editrice Undici Edizioni.

Un progetto che riunirà scrittori già noti nel panorama artistico ed emergenti provenienti da tutta Italia; più di un genere, più di uno stile per arrivare a tutti i lettori. Un prodotto fortemente voluto dalla StayAleeve perché volto a sensibilizzare sul delicato tema del suicidio giovanile.

La Onlus, fondata a Novara da Alessandro Buffelli e Vittoria Avogadro, incoraggia, informa, ispira e investe sulla sensibilizzazione dei malesseri psicologici moderni e si rivolge soprattutto agli adolescenti con incontri nelle scuole ed eventi cittadini; conta volontari formati e attivi di età compresa tra i 17 e i 22 anni, con propensione all’espansione.
Preziosa la partnership con il già citato Paracchini, storyteller recentemente ospitato a MilleeunLibro – Scrittori in tv – che ha curato personalmente “Ventiquattro passi”.

Nell’antologia, troverete:

Paolo Fittipaldi – autore della nota sit com Camera Cafè e di “Vorrei un tatuaggio color carne” (Mondadori) -,
Lapo Ferrarese – scrittore horror -,
Ferdinando Pastori – con all’attivo altri 3 libri -,
Roberto Pezzolato – regista –
Massimo Soumaré – traduttore di manga –

e, ancora,

Luca Angioli,
Valeria Di Tano,
Giulia Frigerio,
Michele Frisia,
Roberto Gallaurese,
Carla Greco,
Riccardo Iannaccone,
Marco Miglietta,
Antonella Mollia,
Valerio Moggia,
Alessandro Ricci,
Isabella Roattino,
Matteo Severgnini,
Irene Spagnuolo,
Erica Tassone,
Letizia Turrà.

 

Mi auguro questo libro possa rappresentare un valido aiuto non solo per i ragazzi, ma anche per i genitori, a volte soli durante la delicata fase dell’adolescenza.

Per info sulla casa editrice: http://www.undiciedizioni.it/

A presto, Letizia T.

 

 

 

 

Se ci penso bene…

 

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Ché se ci penso bene, in amore avrei voluto essere in un’altra maniera.
Mi ero ripromessa che sarei stata quella strafottente, quella indipendente, quella tutta d’un pezzo e sempre pronta alla lotta.
Invece poi mi sono ritrovata ad attendere una telefonata, ad avere smisurata pazienza, a piangere lacrime su quella piantina dapprima piccola che era l’amore, col solo scopo o la speranza di vederla diventare sempre più grande.
Succede così: un giorno ti alzi e capisci che l’amore ti ha rincoglionito, ti ha reso quasi ridicola, imperfetta, estranea persino a te stessa ma non per questo meno preziosa.
E quando incontri qualcuno di vero e di essenziale per te, sai anche che l’amore formale è la più grande bugia che ci si possa raccontare.
L’amore non ha a che fare con la condivisione dello stesso letto né dello stesso tetto; oh no, sarebbe semplice se così fosse.
Ho visto persone dividere tutto ciò che gli apparteneva strettamente ma farlo con sopportazione, quasi fosse una costrizione, nel nome di un vincolo.
Nulla a che vedere con i sentimenti o con il tanto bramato “amore”.
Ho visto più amore laddove non c’era la possibilità di potersi vivere ogni giorno; ho visto più amore in due persone che si parlavano per un’ora custoditi fra le mura di un bar mentre con dialoghi semplici e pieni di sincerità, esprimevano la voglia di essere ascoltati; ho visto amore nella paura di smarrirsi, senza comprendere che l’amore è attesa, perseveranza, costanza, e necessità di perdersi senza però mai sentirsi perduti.

Letizia Turrà

ph: Jean-Luc Godard

Avere fame d’amore…

 

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Avere fame dell’altro eppure non poter mangiare come e quando si vorrebbe; avere la necessità di abbandonarsi a qualcosa di reale in un mondo virtuale; avvertire la nostalgia anche quando la vita è pregna di nuove e avventurose cose.

Ho sempre pensato che l’amore rappresenti anche questo: qualcosa al quale ti aggrappi tenacemente come la natura all’albero, il cucciolo d’uomo al seno materno, le labbra alla saliva, il sesso al corpo, l’intimità al pregiudizio, il pensiero all’eterno sperare.

 

Letizia Turrà

Il senso sopra a ogni altro…

 

ph: Alessandro Pagni, “Lultima glaciazione”

 

Il sibilo delle labbra inumidite stringono i fianchi della sigaretta.

Rivivi un pomeriggio, avviluppati in uno spazio che è più di un talamo: è un bisogno che vede due corpi distratti per il mondo esterno unirsi nella penombra di una stanza sconosciuta prima di allora.

Lame di luce tentano di entrare dalle persiane semichiuse; il sole è quasi infastidito dalla mancanza di spazio.

Ti volti a guardare quel raggio sottile che quasi infimo si insinua tra le pieghe della tua carne.

Quelle micro particelle si posano sulle gambe, poi sui seni, infine sul corpo di lui. Solo tu puoi vederle, solo tu le percepisci; neppure lui ne comprende l’importanza.

Nessuno sa di voi, rintanati lì, intenti a respirare ogni cosa: i rumori in lontananza, il ritmo del respiro, il pulviscolo che risuona a pochi centimetri sopra i vostri corpi, che balla nella luce come carta portata dal vento; i tuoi lunghi capelli rossi che ricadono sul suo petto imperlato di sudore; le labbra che non si abbandonano; dei “ti amo” urlati e altri sussurrati che non vogliono finire; la paura della morte che avverti nello sterno; il bisogno di nutrirsi ed essere nutriti.

Un nutrimento composto di umori, odori, piccoli e immancabili gesti e conversazioni perdute racchiuse fra le dita; la bocca, la lingua, la saliva, le braccia protese verso il soffitto della stanza; le ascelle come incavi sicuri, certi.

La linea che trascina come fosse fame, per poi finirti dritta in gola.

«Come si può dare un nome a tutto questo?» la tua voce sempre corposa, ora trema come un fuscello sospinto dal vento.

«È il senso sopra a ogni altro…».

Le sue parole capovolgono ogni tuo dubbio.

Lo abbracci, i brividi si espandono. Sai che è solo questione di attimi, l’onda ripartirà, travolgendovi nuovamente.

In sottofondo, nella stanza:

Letizia Turrà

 

L’amore incompiuto…

Edouard Boubat
ph: Edouard Boubat

Quando lo vidi lì, fermo sui gradini gelidi di quella che sarebbe dovuta essere la nostra casa, compresi subito che era stato uno sbaglio trattenere tutto quell’amore così come si vorrebbe trattenere il pianto in un palmo di mano.

Avevamo arrestato gli anni, il tempo, le stagioni sulle nostre ossa erano progredite come i rami di un albero, continuando a produrre foglie che ora pian piano cedevano il passo alla strada che avevamo percorso lontani, impassibili.

Mi fu chiaro che lo avevo sempre amato, che lo avrei aspettato sempre, anche se questo si sarebbe tradotto nell’invecchiare precocemente di solitudine.
Nessun suono accompagnò i miei passi, tranne le sue mani tese in direzione della mia giacca.

La tirò a sé, la strinse creando delle pieghe languide; mi tirò con la prepotenza di chi desidera accorciare le distanze; non potevamo annullare la sua presenza, quella della distanza; potevamo solo avvicinarci per accondiscendere il dolore.

Solo quando mi baciò la mia sete si placò; fummo pelle, saliva, labbra, sangue dello stesso sangue, brividi coscienti. Eravamo nostalgia, braccia che si congiungevano.

Come può consumare le membra l’amore quando è incompiuto, quando l’unico fuoco che conosci è proprio quello a cui non puoi permettere di bruciarti.

Letizia Turrà

Gli scrittori scrivono, ma poi che ne sanno della realtà?

 

Gabriel Isak – Le Voyage bleu BIS
“La morte non è l’opposto della vita, ma parte di essa”.

 

Il titolo può sembrare contraddittorio visto che a dirlo sono io che scrivo da sempre praticamente, e uso le parole per gli intenti più svariati.

Tuttavia, ci sono cose che non potrai prevedere contenute nella vasta bellezza di questa vita, a volte spietatamente spavalda e sopraffacente.

Ad esempio, non puoi prevedere di scrivere un racconto che parla di suicidi giovanili, che finirà in un’antologia che verrà pubblicata ad aprile e che un bel giorno ti ritroverai a vivere in prima persona o molto da vicino sulla tua pelle quell’esperienza.

G. era una ragazza di 16 anni, come molte altre: figlia unica, occhi brillanti, faccino pulito, una famiglia che la venerava.

Si è tolta la vita giovedì scorso usando la pistola del suo papà.

Ha lasciato la nostra comunità sgomenta; la mamma e il papà straziati dal dolore con grande umiltà ieri hanno partecipato alla camminata per il paese organizzata dai suoi amici più cari e coadiuvata dalla partecipazione di gran parte della nostra comunità; ragazzi come lei, disorientati e storditi perché G. si è tolta la vita senza dare alcuna spiegazione a nessuno, e senza lasciare un biglietto che espletasse le ragioni di un gesto estremo. Sui Social aveva solo espresso la sua volontà di conoscere cosa c’era nell’aldilà – così dicono i giornali.

Non sapremo mai cosa è avvenuto davvero nella mente di G., né sapremo mai come possa un genitore sopravvivere a un figlio senza desiderare di raggiungerlo al più presto.

So soltanto che da madre mi sento devastata, addolorata e che un dolore così forte, è ingiusto, amaro, impossibile da accettare.

Ieri sera nel silenzio più sordo e surreale le nostre scarpe hanno divorato le strade buie e ammaccate del nostro paesino, un territorio popolato da circa 3800 abitanti, dove sono moltissimi i giovani che spaesati a volte non sanno dove andare.

Così l’isolamento si fa grande, l’uso spropositato della tecnologia aumenta ancora di più il senso di insicurezza, i genitori faticano a stare dietro ai figli perché lavorando stanno fuori casa quasi dieci ore al giorno.

Nel frattempo l’adolescenza arriva e coglie impreparate alcune giovani menti. Ci si ritrova spesso a sentirsi inadeguati per quel che non si possiede rispetto a un altro, per l’andamento scolastico a volte vacillante, per le amicizie che dall’oggi al domani non ti considerano più parte del “branco”, per i pettegolezzi innescati riguardo al tuo aspetto, per un amore non corrisposto, per i brufoli che si affacciano sulla tua fronte mettendo in risalto i tuoi difetti, per il bullismo di chi anziché parlarti usa la violenza fisica e verbale, si arriva anche a desiderare di farla finita perché quella sembra essere l’unica via di uscita.

Devo ammettere che ieri sotto quel manto immenso di stelle che ricopriva le nostre teste basse ho ripensato alla mia adolescenza, molto difficile anche per me, in cui mi sono sentita proprio come G..

Ieri sera decine di lanterne si sono sollevate in aria, pronte a volare per diventare stelle. Chissà se G. ha sorriso nel guardarle; voglio sperare di sì. Nel nostro comune è stato indetto il lutto cittadino per la giornata di oggi.

Intanto rifletto sull’ineluttabilità della vita, colma di bellezza ma anche tanto, tanto dissapore.

Ho depositato in cantiere 70 pagine di un romanzo in cui parlavo di una madre che perde la figlia.

Sono certa che lo riprenderò, ma non ora.

In questo momento mi sento disarmata, devo riflettere sul fatto che una cosa è descrivere con la fantasia un dolore; ben altra cosa è viverlo così, quotidianamente, mentre quella sofferenza consumerà ogni fibra di te senza che tu sappia quanto sarà in grado di distruggerti e in quanto tempo tutto ciò avverrà.

Il silenzio credo che sia la cosa più giusta da attuare, ora.

A presto, Letizia T.

 

 

 

 

La morte non serve a farti dimenticare le persone che hai amato

 

frank Hovart - New York

 

 

Ho preso il pullman questa mattina; era stracolmo di pendolari che come me fanno 50 km per andare a lavorare; mi sono seduta sui gradini in prossimità dell’uscita; ho sorriso quando ho letto che era vietato; le cose vietate hanno sempre un gusto incredibile per me.
Mancava un volto tra quelli a me cari; così non ho potuto fare a meno di pensare a Caterina. Caterina se n’è andata i primi giorni di gennaio dopo una lotta né breve, né lunga, contro il tumore.
Era una donna sorridente, con una carica enorme. Non ne ho parlato con nessuno, ma mi manca; mi mancano le risate a squarciagola che facevamo parlando di cose belle; mi manca la sua positività; mi manca il nostro caffè che spesso era lei ad offrire.
Non ne ho fatto parola con mio marito, o con gli amici che incontravo o sentivo, né con i colleghi al lavoro. Non ho detto niente a nessuno di cosa mi passava per la testa nei giorni successivi alla sua scomparsa.
Assurdamente le ho anche scritto un messaggio sul telefonino due giorni dopo, come se avesse potuto leggerlo….
Ho optato per il silenzio. Eppure stamattina guardando il panorama nel mutare dal buio della notte alla luce del giorno che rivestiva la campagna circostante, ho avvertito forte la sua mancanza e la sua presenza; ho compreso che niente muore per davvero, che tutto si ripete e soprattutto si svolge all’interno di noi, elaborando e trasformando il dolore in perdita, la perdita in consolazione, la consolazione in un’azione di spinta ad andare avanti, nonostante tutto.
Ma non muore mai davvero, quella è l’unica realtà.
Nemmeno Caterina, soprattutto Caterina.

Letizia Turrà
ph: Frank Hovart – New York

Voglio una casa piccola, che mi faccia sentire grande.

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Ci ho pensato a lungo, sai.

Poi ho visto questa foto e ho compreso come vorrei che fosse la mia casa.

La mia casa dovrebbe innanzitutto essere una casa mobile, nulla che mi appartenga davvero strettamente con muri costosi, che mi opprimerebbero.

Dovrebbe essere del colore neutro del legno per gli interni e del colore dell’azzurro del mare, per l’esterno.

La mia casa dovrebbe possedere quel velato senso di nostalgia per le cose sincere; quelle che ci hanno insegnato i nostri genitori; ci sarebbe sempre una moka sul fuoco con il caffè pronto e un costume appeso al chiodo, per le nuotate improvvisate.

La mia casa dovrebbe essere posta al centro di una spiaggia dai granelli dorati, con onde pacifiche che accarezzerebbero la riva a giorni alterni.

La mia casa dovrebbe avere Te al suo interno, con tutti gli anni che ci siamo tolti dalle ossa per donarli ad altri; dovrebbe avere i tuoi occhi, la tua bellezza, la tua pelle semplice e i tuoi capelli abbondanti che ricadono sul viso.

Così la mia casa avrebbe la tua voce, le tue carezze, il canto delicato delle tue corde, l’amore che faremmo a letto, i baci che non servirebbero che ad aumentare la mia fame.

Io è così che lo immagino l’amore nella mia casa, è così che mi immagino il mare e la sua grandezza, è così che interpreto il respiro e tutto ciò che ne consegue.

Voglio una casa da cui non dipendo per viverci con qualcuno da cui sono totalmente dipendente, perché non posso fare a meno del suo amore.

Voglio una casa piccola, che mi faccia sentire grande.

Voglio una finestra da cui scorgere la bellezza del mare e l’odio del pianto.

Ti aspetto, oggi e sempre.

So che un giorno la vedremo insieme, con occhi diversi… e con la medesima profondità.

Letizia Turrà

ph: Web

L’Erotismo.

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Nella realtà l’erotismo è fatto di tutti i piaceri che hai tenuto nascosti tra le pieghe dell’intimo, senza farli esplodere come avresti voluto.
L’erotismo è nelle cose che non dici, in quelle che pensi amaramente perché poi finiscono per rimanere inconcluse.
L’erotismo è nelle labbra socchiuse che mordicchiano un rossetto appena acquistato.
L’erotismo è nei dialoghi fatti di fronte a un caffè senza aspettative, perché il cambiamento naturale avverrà, e ti stravolgerà.
L’erotismo è in una donna che non si fa pilotare, ma sa come procurarsi piacere e procurarlo agli altri.
L’erotismo è la piega voluttuosa molto spesso inespressa.

 

Letizia Turrà

ph Leti Turrà

Il tempo è paragonabile a una freccia…

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A volte il tempo è paragonabile a una freccia scagliata piano, da un punto lontanissimo.
Non la puoi percepire poiché è sottile, inafferrabile, inimmaginabilmente forte.

Quando infine giunge a destinazione quel tempo puoi percepirlo, diventa qualcosa che ti appartiene strettamente, anche più delle tue rughe stesse; diventa qualcosa che apprezzi; qualcosa che non vuoi più buttare via, qualcosa che non deve essere sprecato in cambio di momenti vacui.

Di improvviso gli anni che ti separano da chi amavi diventano molti di più; le piccole gambe dei tuoi figli diventano lunghe, i loro corpi esili, i loro volti sottili; a te invece il tempo dona capelli bianchi, preoccupazioni maggiori e maggiori ripensamenti, e la schiena curva che ti fa apparire più basso di quanto non ricordassi.

Il tempo può fare male in tutto quel turbinio di “perché” mai davvero chiariti dentro di te.

A volte il tempo fa anche in modo che tu avverta il dolore della freccia.

Altre volte è qualcosa da afferrare, perché non esiste un secondo tempo per veder crescere i tuoi figli, né per abbracciare chi ami, né per vederti invecchiare.

Letizia Turrà

ph: Alan Laboile

“Ci sono due tipi di dolore: il dolore che fa male, e il dolore che ti cambia”.

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“Ci sono due tipi di dolore: il dolore che fa male, e il dolore che ti cambia”.*

È stato come se questa frase fosse sempre dimorata dentro di me, come se mi fosse sempre appartenuta, come se avessi da sempre voluto scriverla ma non avessi avuto con me il  taccuino né una penna per puntellarla sul palmo della mano, così da poterla ricordare.

Come un cassetto pieno di indumenti che esplode quando viene aperto è giunta dritta al petto, e mi ha fatto riflettere proiettandomi verso qualcosa che sembrava stesse comunicando proprio con la sottoscritta.

Mi ha fatto pensare che il più delle volte il dolore è da ricollegarsi ad una vera e propria felicità provata in precedenza, impalpabile ma vera, più di ogni altra cosa.

Perché spesso accade che tu sia felice e che arrivi a ritenere quella felicità troppo forte, quasi non adeguata al tuo stato di sempre. Sei sempre stato abituato a doverla ricercare in ogni anfratto della tua quotidianità, piuttosto che avvertirla in maniera istantanea e forte, come fosse un’influenza che pervadeva il tuo intero corpo e lo scuoteva con febbricitanti vertigini.

Lasci che sia il senso di colpa ad aleggiare nella tua mente, senza invece pensare che quella felicità te la sei meritata.

Così facendo spontaneamente te ne privi e ricominci a vivere come sei sempre stato abituato a fare, tornando di tanto in tanto sulla volontà di afferrare qualcosa che era già tangibile prima ma che ora è lontano; tale sforzo si prolungherà per tutta la vita fino a quando invecchierai senza neppure essertene reso conto. Forse ciò accade perché prima che tu riesca a vedere il tuo riflesso allo specchio il cervello impiega alcuni secondi dei quali ignori completamente l’esistenza; così finisci come gli anziani non più in grado di ritrovare quella felicità se non nell’istante in cui l’avranno associata al dolore più acuto, quello della “mancanza“.

Il dolore sopravviene in noi come una ferita aperta e provoca lo stesso bruciore, soltanto in maniera inversa rispetto alla felicità. Brucia e non procura più alcun benessere.

Come un lutto quel dolore ora va elaborato, cambia radicalmente il nostro modo di vedere il mondo circostante e di vedere il nostro riflesso perché banalmente (risulta superfluo ribadirlo), fa male per davvero.

Allora forse dovremmo prendere la felicità per mano quando arriva e non sentirci in colpa perché siamo stati una volta tanto, finalmente, enormemente, FELICI.

Ma vallo a dire alla nostra coscienza che non è così che si fa. Lei non vuole mica saperne dei nostri quesiti. Lei ama sentire il dilemma della “colpa” e farti avvertire il disagio, l’inadeguatezza.

Certi dolori ti cambiano, così come certe felicità che ti sei voluto concedere, è innegabile.

Proprio per questo motivo si deve abbandonare ogni senso di colpa e vivere la propria felicità, per quanto essa duri meno del dolore come ultimo lascito del suo passaggio.

Einstein sosteneva che ci sono due modi di vivere la vita: Uno è pensare che niente è un miracolo. L’altro è pensare che ogni cosa è un miracolo.

È così che voglio pensarla: voglio ringraziare anche il dolore perché è servito a formare ogni mio giorno, ogni frammento di vita che ho compreso proprio grazie a lui perché sono cambiata nel modo migliore in cui si potesse cambiare; ho amato più di prima, ho sorriso sapendo che la sofferenza è sempre dietro l’angolo che mi aspetta, ho capito che non devo più tenere nulla dentro di me rischiando di morire dentro; ho compreso che il dolore è vita: la mia vita, la vostra, quella di tutti noi. E non intendo privarmene.

Si guarisce da tutto, anche da un dolore emotivo che ti cambia.

Tenta di realizzare che non sarà lui a nuocerti. È come lo affronterai che cambierà il tuo scenario.

A presto, Letizia Turrà

*Tratta dal film: The Equalizer 2” (2018)

ph: Web

Amare è coraggio, miraggio, selvaggio sentimento.

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Ho sempre creduto che l’amore richiedesse un bel coraggio.

Che nessuno potesse strapparlo via dal tuo petto se forte, scorrevole nelle vene come il sangue che ti appartiene fin dalla nascita.

Si nasce con una gran quantità d’amore e si finisce a volte per non provarne più neppure un briciolo, travolti dalle delusioni.

Ho sempre creduto che l’amore potesse essere bello se vistoso, selvaggiamente espresso, sessualmente disinibito, senza per forza arrivare a complicare le cose con le parole, talvolta inopportune muraglie.

L’amore verecondo e subito dopo impudico… è quello l’amore.

L’amore strappato dai muri perché fastidioso per chi non vuole più sentir parlare di amore.

L’amore che tieni per te lì stipato, prezioso; che resta solitario perché deve ancora arrivare chi lo saprà apprezzare e non lo vuoi sprecare. Nel frattempo la vita scorre e tu diventi fiume insieme a lei, rendendoti in vecchiaia incapace di amare come meriti e come l’altro merita.

L’amore non corrisposto, o sovente “non risposto”, per tutti quei messaggi che mandi senza ricevere riscontro.

L’amore che ritrovi nelle parole di un amico che invece sì, saprà raccoglierti dal marciapiedi trattandoti come  un fiore raro.

L’amore bisogna avere il coraggio di metterlo in pratica; è troppo semplice nascondersi; troppo semplice mostrarsi ostili nei suoi confronti, senza rendersi conto che farà più male che bene celarlo.

L’amore che possiedi nel palmo della mano, a cui dedichi un pensiero ogni giorno, e tuttavia non puoi raccogliere.

Letizia Turrà

ph: Leti Turrà (Milan, 2018)

Ho pianto.

È successo di nuovo. Ho pianto.

Mi sono guardata allo specchio; ho sporcato ancora una volta i miei occhi di rimmel; ho sentito dolore; ho avvertito l’incomprensione delle mie parole da parte di chi amo; ho urlato parole che avrei desiderato fossero sassi da scagliare; ho fatto un giro dell’isolato per prendere aria e le lacrime si sono cristallizzate sulle guance come stalattiti; ho messo le mani in tasca stringendo i pugni; ho allungato il passo per non sentire il freddo nelle ossa; ho ripreso in mano il telefonino con l’intento di chieder(ci) scusa; ho ripensato a mia madre; ho risentito il dolore lacerante perforarmi lo stomaco; ho avuto di nuovo paura di dire “ti amo”; ho desiderato che mi fosse detto “ti amo”; ho ripreso il controllo di me stessa; ho sentito i miei tacchi sopravvivere in un vicolo solitario; ho trovato la strada chiusa e sono tornata indietro; sono rimasta a sentire che suono avesse il silenzio; ho ripensato alle persone che amo; ho pensato che io ci sono sempre ma non c’è mai nessuno per me; ho pianto di nuovo; ho asciugato le narici sentendomi sola come quando ero piccola; ho pensato che non era giusto, ma che ancora ne vale la pena piangere; ho riflettuto sul giorno in cui nemmeno questo avrà più un senso; ho pensato che non volevo avere ragione anche se avevo ragione ché la ragione non mi serve a niente e non mi ha mai dato soluzioni; ho pensato che ho paura che le cose arrivino a complicarsi al punto che soffrirò come tutte le altre volte; ho trattenuto la rabbia; ho rinunciato a scrivere il messaggio che avrei voluto scrivere; mi sono messa a scrivere al buio così che nessuno potesse notarmi; ho bevuto un caffè amaro come la saliva che sentivo provenire dallo stomaco; ho pensato che non voglio rinunciare alla mia felicità; ho pensato che voglio più tempo per me stessa; ho pensato ai miei venti anni e mi sono morsa le labbra; ho pensato a quante cose ancora dovrò scrivere e leggere prima di dirmi completa; ho raggiunto subitaneamente la consapevolezza che non sarò mai completa; ho pensato che la prossima settimana è Natale e mia madre mancherà ancora; ho pensato anche a mio padre; ho sorriso a denti stretti e ho ingoiato l’ultimo groppone per oggi.

Ho pianto. Ora sorrido. Magari domani torno a piangere di nuovo e non lo scriverò, perché non voglio che tutti lo sappiano.

Certe lacrime devi tenerle dentro, è giusto così, che alla gente alla fine mica importa delle tue lacrime.

Ognuno asciughi le sue, che è meglio.

Letizia Turrà

 

Non ve le meritate le persone perbene.

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Fa male, un male cane doverlo ammettere, ma arriva anche quel giorno in cui le persone in cui credevi fermamente ti deludono, nel peggiore dei modi e con le peggiori parole.

Cosa non è andato… te lo chiedi spesso.

Inizialmente si avvicinano tutti spinti dalla tua energia positiva; ti senti felice, amato, ricompensato perché hai sempre vissuto in funzione della preoccupazione (positiva) rivolta verso le persone alle quali hai scelto di volere bene nella tua vita.

Tu hai un bagaglio immenso di insoddisfazione e brutte esperienze nei rapporti umani; tuttavia, in quel momento decidi che aprirti è la cosa giusta ed è tutto bellissimo.

Poi la routine prende il sopravvento sulla bellezza e le persone ci fanno l’abitudine a vederti sempre nello stesso modo; danno per scontato che ci sarai perché non fai altro che ripeterglielo; nulla sembra assumere più la stessa importanza; le tue parole pacate e quell’avere cura addirittura infastidiscono l’altro; improvvisamente ti viene richiesto di uniformarti a un regime diverso perché non gli sta piacendo quello che dimostri di essere; vieni accusato di squilibrio, di disarmonia; ti senti inopportuno senza comprendere il perché; una ferita squarcia i tuoi occhi accerchiati da lacrime pesanti che non vuoi far scendere, così le trattieni nella gola che inizia a bruciare e a fare male.

Rimandi allo stomaco ogni onere di smaltire quel velato dolore che dolore non è; si tratta solo dell’ennesimo mattone che costituirà il tuo IO, ma tu ancora non lo sai; non puoi vedere tanto lontano perché ora non ti senti compreso; perché ora tu senti di essere il problema; perché ora fa male, troppo male realizzare che hai commesso l’ennesimo errore di fidarti di qualcuno.

In fondo dentro di te però, nei meandri delle vocine giuste che ora appaiono lontane, tu sai bene che se quel tuo modo di essere ti ha spinto fin qui, a farti amare da molte persone, è perché non sei tu ad essere SBAGLIATO.

Sono quelli che non ti apprezzano, ad essere SBAGLIATI. Sono loro gli squilibrati.

Ricorda che non è corretto chiederti di modificare il tuo modo spontaneo di esistere, per piacere per forza ad un altro. Anche quello può tramutarsi in una forma di violenza involontaria.

Se qualcuno ti chiede di smettere di preoccuparti per lui, fai una cosa sana: smetti di farlo per davvero, e comincia a chiederti come stai TU.

Non perdere l’equilibrio mai, per una persona. Perdilo solo per te stesso, per planare dall’alto con leggerezza su tutte le cose.

Il resto verrà da sé. Andrai avanti, anche senza la pacca sulla spalla.

Andrai avanti.

CREDICI. Chi ti ama esattamente per come sei, lo farà sempre.

Andrai OLTRE.

Un abbraccio, da una come te.

 

Letizia Turrà

Un’intervista “intima”

La magnifica intervista dell’artista e Blogger svizzera Sophie Luce Argentea, con la quale ho avuto l’onore di fare una piacevole chiacchierata.

Buona lettura!

 

Oggi a #FlashAsk è ospite Letizia Turrà. Donna dalle mille sfumature, non facile da sintetizzare in poche righe. Dolce, sincera, talvolta schietta. Il suo sguardo pare una piuma delicata pronta ad accarezzarti, ma la sua scrittura è decisa, irremovibile. Ammalia i più guardinghi, e spegne il gelo del quotidiano. Non necessita di filtri e camuffamenti, perché nelle parole ci mette il suo vissuto, il suo passato, e forse ciò che di norma nessuno osa raccontare.

Letizia nasce a Catanzaro, dove vivrà per i primi 15 anni della sua vita. Padre musicista, madre amante della scrittura e un nucleo familiare intriso d’arte, da cui certamente ha ereditato. Nel 1997 decide di trasferirsi a Milano, per intraprendere la carriera di cantante. Vanta numerose collaborazioni musicali, tra cui personaggi noti come: Angela Baggi e Morris Albert, Gigi Cifarelli e Ornella Vanoni. Nel 2000,concorre al Festival di Sanremo, superando il primo giro di selezione e nello stesso anno debutta come corista sul palco di Festival Bar per i Gemelli Diversi. 
Dopo 9 anni, mette in stand by la carriera musicale per dare sfogo alla sua natura intellettuale. Inizia così a sfornare una serie di libri ricchi di sentimento, diventando autrice di numerosi romanzi, tra cui i più conosciuti: ” Il labirinto di orchidee ( 2015 )” , ” Il posto più bello del mondo è da nessuna parte (2016) “, ” Il mio cielo è grigio porpora (2017) ” e ” Lacrime di Legno (2018) “.

Letizia Turrà è una persona fisica, passionale, si divide in quattro fra i tanti impegni lavorativi e la cura per le sue passioni. Ama il contatto con gli altri ed é spesso alla ricerca di gesti carnali che possano regalarle sensazioni positive. Sentimentale, erotica, con un sex appeal che difficilmente si incontra. È l’emblema della maternità e dell’accoglienza, della nostalgia e del pianto. Con lei ti senti a casa anche a chilometri di distanza, anche quando fuori piove e la luce cala. Non ama erigere muri né assecondare pregiudizi, ma di certo non apre porte a chiunque. Cede il suo cuore solo a chi non scorda mai di avere rispetto e umiltà.
Per lei, profumi e suoni hanno significati ben precisi, tanto da provare a immortalarli attraverso la fotografia. Non le sfugge nulla né si fa tentare dalla superficialità del mondo, perché lei il mondo, se lo è costruita da sola, con sudori e sacrifici, pensieri contrastanti e tumulti interiori.

Letizia Turrà è discreta, non supera mai i limiti. Sa rimanere al suo posto, qualora fosse necessario. È concreta, sensibile ma soprattutto umana. Una figura femminile davvero poliedrica, che ha saputo catturare la mia attenzione con la sua intelligenza priva di costruzioni e artifizi. Lei conosce bene il volto del dolore, lo ha tastato sulla sua pelle riesumandone la identità. Lo sente addosso, vivido, come fosse materico, specialmente quando parla di sua madre, scomparsa un po’ di anni fa. Una presenza palpabile che la affianca, anche adesso che non c’è più. Fu proprio sua madre a insegnarle l’importanza della nudità, il contatto con il proprio corpo, in maniera sana senza pudori.

Ecco perché oggi Letizia, si racconterà diversamente, in una variante più viscerale e completa. Darà voce ad una personalità per suo volere inespressa, ma a mio parere meritevole di essere letta e apprezzata.

( Ringrazio Leti per avermi concesso questa straordinaria opportunità.)

DOMANDE:

1 – Denudarsi con gli altri ha sempre un prezzo sia nel bene che nel male. Quali cambiamenti interiori hai subito dopo aver scoperchiato le parti più intime di te stessa?

“Esporsi, o come tu saggiamente hai detto scoperchiare certi lati intimi di noi richiede estremo coraggio, per due ragioni: vi sono persone che osteggiano coloro che hanno un bel rapporto con le proprie sensazioni e l’eventuale esposizione della propria intimità a volte più per l’incapacità che loro stessi possiedono di tirare fuori certe sensazioni recondite, e l’altra ragione, è che le persone amano molto giudicare dall’alto il percorso altrui. Questo li spinge a commettere spesso l’errore di pensare di sapere molto della vita di un altro, e si sentono per questo più inclini al giudizio, possa quest’ultimo essere positivo o negativo (e quindi in quel caso, deleterio). Ho subito molti cambiamenti dentro di me da quando ho scelto, senza inibizioni, di essere sincera nei miei scritti; il primo fra tutti è stato la riscoperta della mia personalità forte e la stima di me che avevo accantonato per un lungo periodo.”

2 – Quanto vale la fisicità? Baratteresti mai un abbraccio con le lodi?

“L’apparenza e la felicità non sempre vanno di pari passo. Si può essere apparentemente felici, o felicemente appariscenti, ma non possedere entrambe le peculiarità. Direi che il fatto di avere un bell’aspetto si è rivelato nella maggior parte dei casi un elemento invalidante per me, anziché spianarmi la strada. Ho costruito così un’individualità forte, composta da molti abbracci delle persone che ho fortemente voluto nella mia vita quotidiana, e di lodi, che hanno lasciato il tempo che trovano. Credo che a ogni donna piaccia essere lodata anche per la sua bellezza, ma quando il contenitore delle effimere lodi è colmo, ciò che ti manca davvero è un abbraccio sincero. Più volte ho sorriso e gioito egoicamente per i complimenti ricevuti, ma poi tornavo a quelli sinceri, diretti, spesso agli antipodi di quella facciata fatta solo di miele.”

3 – Nei tuoi articoli parli spesso di tua madre. La sua perdita ha forse scatenato scompensi emotivi?

“La perdita di mia madre non è stata solo devastante per me, ma ha cambiato totalmente lo scenario della mia esistenza.
Avevo un rapporto carnale con mia madre, forte e saldo, oserei dire quasi “matrimoniale”. Ho sempre visto il suo corpo nudo e non ho mai avuto problemi a riconoscere in quella nudità la mia bellezza anche. Ho riscoperto così una parte di me sana dal punto di vista sessuale, come un’energia catalizzante che ha rivoluzionato il mio modo di vedere il mio corpo e la mia mente. La scoperta della mia sessualità, avvenuta all’età di 5 anni, mi ha resa potente. Quando scrivo, racconto spesso a chi mi ascolta che non sono mai da sola: mia madre è con me, scrive insieme a me (lei possedeva un’eccellente penna), respira e guida anche in autostrada, insieme a me. La sua scomparsa tragica all’età di 28 anni è stata determinante per tutti i traumi che hanno composto il mio percorso. Per anni ho vissuto come una malattia quella mancanza arrivando ad ammalarmi fisicamente, fino al momento in cui ho compreso che lei non mi avrebbe mai abbandonata, e che era giusto quindi, lasciarla andare. Avviene qualcosa di magico quando lasciamo andare ciò che ci ha procurato del male.
Ciò che sembrava distruggerci, lentamente, si distrugge da solo. L’ho scritto, e lo penso. Non potrò mai cambiare ciò che è stato, nessuno potrà ridarmi mia madre indietro. Posso solo lavorare sul presente, e continuare a scrivere per proseguire sulla strada che lei ha dovuto interrompere.”

4 – Avere un buon rapporto con il proprio corpo é fondamentale nella vita sessuale. Piacersi, fa si che anche un ipotetico amante e compagno venga attratto dalle nostre sinuosità. Ti sei sempre piaciuta, oppure é la scoperta della nudità ad averti liberata da eventuali complessi?

“Vorrei poterti dire che mi sono sempre amata. In realtà ho attraversato un periodo buio proprio dopo la morte di mia madre avvenuta quando avevo dieci anni, e questo ha leso non poco la mia autostima. Il mio corpo era diventato qualcosa da cui dovermi riparare, qualcosa a cui volere male e qualcosa a cui arrecare danno. Mi sono fatta del male seguendo un’alimentazione sbagliata (sono passata brevemente dalla bulimia all’anoressia), mangiando compulsivamente più per il bisogno di essere riconosciuta come individuo, che per la fame. Secondo me ci vuole parecchio tempo e un intenso cammino per arrivare ad amarsi davvero, totalmente, ed essere pienamente coscienti della propria individualità che non permetta né agli eventi, né alle persone esterne di distruggere ciò che hai costruito. Dopo quel periodo sono arrivati i venti anni dove ero bellissima e desiderata da molti uomini. Poi è arrivato il bellissimo dono della maternità a ventisette che ha tramutato il mio corpo in qualcosa di ancor più differente. Le mie forme sono cambiate, sono arrivati dei chili che non ho più perso, unitamente alla felicità per le mie creature. Oggigiorno posso dire che mi piaccio molto, ho raggiunto un accordo con me stessa e ho sviluppato una tale resilienza che mi rende affascinante, soprattutto ai miei occhi. Mi faccio bella per me al mattino, questo è ciò che maggiormente conta. Il mio rapporto vigoroso con la sessualità mi permette di vivere bene anche la sinuosità del mio corpo, mantenendo viva la mia forte passionalità all’interno del matrimonio.”

5 – Amore e carnalità, cosa viene prima?

“Se devo essere sincera, non saprei rispondere in questo momento della mia vita a questa domanda. Forse perché sono amante degli equilibri, seppure utopistici dal punto di vista della loro messa in opera. Per come la vedo io, una non prescinde l’altra. La carnalità è fondamentale, quasi quanto l’amore. Vanno di pari passo. In parole povere, provare un desiderio carnale implica una complicità all’interno del rapporto dettata da più fattori, primo fra tutti la stima che provi per la persona che hai scelto. Se viene a mancare quella, anche il perno dell’intimità e dell’amore può crollare o far crollare il sentimento forte che sentivi. Le delusioni sono armi cocenti da questo punto di vista. Se un uomo ti delude, sarà difficile che continui a provare amore per lui, a meno che non si parli di autolesionismo e ossessione e questo, francamente, non è il mio caso! Non mi è mai piaciuto vivere sentimenti nei quali ero la sola a donare. Essere contraccambiati credo sia una spinta emotiva non indifferente, e lo dico considerando che nelle storie che scrivo spesso i miei personaggi vivono amore inconcludenti, impossibili o incompiuti (ma quelli sono romanzi, nella vita REALE ho sempre saputo cosa volevo).”

Grazie Sophie per questa intervista !

Per chi volesse addentrarsi nella sua dimensione e conoscerla meglio ecco qui i Link:

Pagina Facebook da Scrittrice:

https://www.facebook.com/letiturra/

Profilo Facebook Personale:

https://bit.ly/2R5K4LP

Blog:

www.letiziaturra.com

Link Articolo sulla nudità:

➡➡ https://bit.ly/2PSCeca

Link Amazon per acquisto Libri:

➡➡ https://amzn.to/2QiCGQj

Link Ultimo Libro Letizia Turrà:

➡➡ https://amzn.to/2Rb8aoG

Collaborazioni canore su Youtube:

Letizia turrà e Stefano Bersola, Aladdin:

➡➡https://youtu.be/wZqcfqJZUJ4

Letizia Turrà per LaTvdeiBambini, Parà Papà:

➡➡https://youtu.be/aMrZR-zHh94

Letizia turrà, Mad World:

➡➡https://youtu.be/_c4rpd3u520

Grazie a tutti e alla prossima!!

Per eventuali Info su interviste #FlashAsk scrivetemi qui:

luceargentea.88@gmail.com

La nudità mi appartiene.

 

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In ogni piega di ciò che ricordo della mia infanzia, regna la nudità.

La nudità del corpo mio e di mia madre, dei sentimenti, degli abbracci scarni perché erano naturalmente così; la nudità delle lacrime di mia madre, la nudità dei miei occhi quando inserivo l’occhio nel buco della porta per imparare cose sul mondo che mi erano sconosciute.

La nudità ci rappresenta, ci fa combaciare con un perfetto spazio di immobilità del godimento.

Siamo nudi quando facciamo l’amore, siamo nudi quando ci mostriamo per come realmente siamo ad un’altra persona, siamo nudi quando ci spogliamo alla sera e indaghiamo nel nostro corpo per riscontrare chissà quale cambiamento in nostra assenza potrebbe essere avvenuto.

Mi piace la nudità, mi appartiene totalmente.

 

Letizia Turrà

Ph: Stefano Camba (Me, 2019)

http://www.stefanocamba.it

 

 

 

Io non sono un cursore, cazzo.

 

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“Non c’è più rispetto” – citava una famosa canzone del 1986 (e parliamo di oltre trent’anni fa).

Ci pensavo stamattina mentre in mezzo al traffico, prestavo attenzione a quanta gente maleducata incontro ogni giorno.

Chi sorpassa a destra e chi a sinistra, chi taglia la strada, chi sta al cellulare senza auricolare, chi nel bel mezzo del tragitto muove su e giù il pollice perché sta guardando la vita di altri o le proprie notifiche sui Social, ma non guarda davanti a sé.

Lo stesso vale con chi incontro di persona: le risposte sono sempre approssimative, decine di “visualizzato senza risposta”, risposte secche al telefono, ignoranza di fondo sulle cose più banali, messa in mostra delle proprie capacità spacciate sempre per geniali.

C’è una maleducazione cibernetica che si ripercuote anche nei rapporti umani, quelli vis-à-vis, fatti di persone in carne e ossa.

È sconfortante, a dir poco deludente. Mi trovo a parlare con persone che mi trattano come fossi un cursore, come se davanti avessero un monitor e non una donna vera.

Eppure io non sono un cursore, cazzo.

Io ti rispondo apertamente, io chiedo apertamente, parlo apertamente, discuto apertamente. Non mi va di trincerarmi dietro discorsi superficiali e sterili per dimostrare chissà cosa, perché ti sto davanti!

Oramai il disagio è tangibile: rispondiamo agli altri nello stesso modo impetuoso, inconsapevole, zotico con il quale scriviamo cazzate e diamo risposte spedite sui Social.

Siamo soli fondamentalmente, per il 60% della nostra giornata, in un mix di digitazioni, pressioni lavorative, lamenti di ogni genere, cibo da ingurgitare, bollette e figli da gestire.

Ma lo capite sì, che questo è un insulto alla nostra stessa intelligenza?

Lo capite che siamo ridicoli, patetici, quando trattiamo tutti come fossero oggetti solo perché in quel momento ci servono e da loro prendiamo quello che vogliamo prendere alla stregua di dannati vampiri energetici? E dopo il nostro passaggio non facciamo che lasciare solo una scia di delusione profonda in chi abbiamo incontrato?

Stiamo al contempo educando i nostri figli ad applicare lo stesso metodo col prossimo.

Non mi sorprende che vi siano uomini che ce l’hanno con le donne e donne che ce l’hanno con gli uomini… no, non mi sorprende affatto… perché trattiamo ogni cosa come fosse un bene di consumo, a partire dalla tanto osannata forma fisica perfetta, per finire alla risposta data con noncuranza, perché tanto… persa una persona ne arriverà un’altra (ci hanno convinto anche di questa stronzata, eppure certe persone che valgono dopo averle perse le rimpiangi senza sosta)!

Non mi sorprende anche sapere che alcuni esseri umani preferiscano interagire con gli animali, piuttosto che con i loro simili.

Ritorniamo al VERO, ve ne prego.

Non trattiamo le persone come muri da abbattere, ma come specchi nei quali rifletterci.

Perché qui sì, c’è parecchio da riflettere, sull’amor proprio, sulla gestione delle proprie insicurezze che tanto ci piace addossare sugli altri, sui rapporti umani con chi ci circonda, sui dialoghi che non si possono gestire on-line.

Mi torna spesso alla mente quanto sosteneva Dickens: “La comunicazione elettrica non sarà mai un sostituto del viso di qualcuno che con la propria anima incoraggia un’altra persona ad essere coraggiosa e onesta.”

Buona giornata, a voi tutti. Vostra, Letizia T.

ph: Web

Parole, come sassi, scagliate con l’intento di non fare male, però.

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6 NOVEMBRE-MESSENGER (LUI SCRIVE):

Certo cinema asiatico – in ispecie giapponese- tratteggia la poesia di queste storie silenziose di uomini e donne che per anni si sono guardati, tacendo, salutandosi a malapena, oppressi da storie familiari proibitive o da protocolli professionali avversi ad ogni tipo di contatto tra loro. Finiscono sempre con l’attrazione frustrata di lui o con la passione inespressa di entrambi, con lei che parte per sempre e lui che ogni giorno metterà fiori freschi in un vaso rituale o robe così.

Io ne ho visti pochi di questi film; è una poetica che non reggo. Sto sempre a pensare “Ma diglielo, minchia!.. Ma fai qualcosa, no? Aspettala fuori dall’ufficio o non so… Almeno scrivile una lettera, minchia!” E invece niente; quel tipo di poesia sembra edificarsi nel silenzio e nella rinuncia; anche nell’opera narrativa di Mishima mi par di ricordare situazioni simili.

Io sinceramente quando penso a te penso che sei bellissima e che mi piaci un casino: tu posti sempre queste foto di te stessa così attraenti ed estetizzanti.

Poi ci sono le foto che ti ritraggono in assetto familiare solido e idealizzato, foto che sempre riaffermano il tuo stato di madre e moglie felicemente sposata, foto in cui appari scrittrice bella e sexy che però se la cava bene in cucina e anche nell’orto; in qualche modo mi trasmettono un senso di insicurezza, di perenne bisogno di confermare il raggiungimento di un traguardo, non so se di stabilità sociale o individuale.

Poi ci sono le frasi che posti, gli estratti dalle tue pubblicazioni: apoteosi dei sentimenti, iperboli amorose e passioni che travolgono, estremizzazioni e aforismi che a volte sono brevi brani di prosa e nulla più. Mi suggeriscono l’idea di una scrittura con funzione terapeutica prima ancora che narrativa, che con il “genere” e le trame mistifica appena un’urgenza d’altro tipo, forse sublimazione.

Poi ci sono i brevi video in cui canti, video in cui tu appari al meglio ma sempre “easy” e mai troppo professionalizzati; rilassate prove canore su semplici basi registrate o addirittura interrotte dalle bambine: coabitazione dell’ambizione artistica con l’ambito familiare, una tensione che non si è esaurita.

Tutti questi aspetti di te che rifulgono dal tuo profilo Facebook mi suggeriscono che tu non sia lì: non lo so dove sei, forse proprio sotto agli occhi di tutti e io non ti vedo.

Anche Bob Dylan negli anni ’60 era sempre sotto gli occhi di tutti, ma una delle sue canzoni più strane e meno conosciute di quel periodo si chiama proprio “I’m not there”; quando Todd Hynes nel 2007 fece quello splendido film su di lui lo intitolò esattamente così:

“Io non sono qui”.

Lo confesso, ricevere queste parole è forse ciò che ogni tanto mi serve.

Sentirmi scuotere dentro è proprio ciò che mi occorre di tanto in tanto, per sentirmi viva, per sentire che esisto, anche solo per un amico.

Non farò il nome di chi ha scritto queste parole, ma è una persona speciale per me, e voglio conservare queste sue parole, perché forse ha ragione lui: io sono come dice il pezzo di Bob Dylan…io non sono lì, sono sempre a un passo fuori da me; non sono fra la gente, non sono nelle mie canzoni intonate nella cucina della mia bella casa, non sono neppure nell’abbraccio delle mie figlie. Forse sono nella scrittura, che è l’unica cosa che mi tiene incollata lì, nella profondità abissale di una ricercata forma narrativa, quasi fino allo stremo delle mie forze.

Parole come sassi, scagliate con l’intento di non fare male, però.

Parole, non solo parole. GRAZIE. Solo questo. GRAZIE.