Parole, come sassi, scagliate con l’intento di non fare male, però.

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6 NOVEMBRE-MESSENGER (LUI SCRIVE):

Certo cinema asiatico – in ispecie giapponese- tratteggia la poesia di queste storie silenziose di uomini e donne che per anni si sono guardati, tacendo, salutandosi a malapena, oppressi da storie familiari proibitive o da protocolli professionali avversi ad ogni tipo di contatto tra loro. Finiscono sempre con l’attrazione frustrata di lui o con la passione inespressa di entrambi, con lei che parte per sempre e lui che ogni giorno metterà fiori freschi in un vaso rituale o robe così.

Io ne ho visti pochi di questi film; è una poetica che non reggo. Sto sempre a pensare “Ma diglielo, minchia!.. Ma fai qualcosa, no? Aspettala fuori dall’ufficio o non so… Almeno scrivile una lettera, minchia!” E invece niente; quel tipo di poesia sembra edificarsi nel silenzio e nella rinuncia; anche nell’opera narrativa di Mishima mi par di ricordare situazioni simili.

Io sinceramente quando penso a te penso che sei bellissima e che mi piaci un casino: tu posti sempre queste foto di te stessa così attraenti ed estetizzanti.

Poi ci sono le foto che ti ritraggono in assetto familiare solido e idealizzato, foto che sempre riaffermano il tuo stato di madre e moglie felicemente sposata, foto in cui appari scrittrice bella e sexy che però se la cava bene in cucina e anche nell’orto; in qualche modo mi trasmettono un senso di insicurezza, di perenne bisogno di confermare il raggiungimento di un traguardo, non so se di stabilità sociale o individuale.

Poi ci sono le frasi che posti, gli estratti dalle tue pubblicazioni: apoteosi dei sentimenti, iperboli amorose e passioni che travolgono, estremizzazioni e aforismi che a volte sono brevi brani di prosa e nulla più. Mi suggeriscono l’idea di una scrittura con funzione terapeutica prima ancora che narrativa, che con il “genere” e le trame mistifica appena un’urgenza d’altro tipo, forse sublimazione.

Poi ci sono i brevi video in cui canti, video in cui tu appari al meglio ma sempre “easy” e mai troppo professionalizzati; rilassate prove canore su semplici basi registrate o addirittura interrotte dalle bambine: coabitazione dell’ambizione artistica con l’ambito familiare, una tensione che non si è esaurita.

Tutti questi aspetti di te che rifulgono dal tuo profilo Facebook mi suggeriscono che tu non sia lì: non lo so dove sei, forse proprio sotto agli occhi di tutti e io non ti vedo.

Anche Bob Dylan negli anni ’60 era sempre sotto gli occhi di tutti, ma una delle sue canzoni più strane e meno conosciute di quel periodo si chiama proprio “I’m not there”; quando Todd Hynes nel 2007 fece quello splendido film su di lui lo intitolò esattamente così:

“Io non sono qui”.

Lo confesso, ricevere queste parole è forse ciò che ogni tanto mi serve.

Sentirmi scuotere dentro è proprio ciò che mi occorre di tanto in tanto, per sentirmi viva, per sentire che esisto, anche solo per un amico.

Non farò il nome di chi ha scritto queste parole, ma è una persona speciale per me, e voglio conservare queste sue parole, perché forse ha ragione lui: io sono come dice il pezzo di Bob Dylan…io non sono lì, sono sempre a un passo fuori da me; non sono fra la gente, non sono nelle mie canzoni intonate nella cucina della mia bella casa, non sono neppure nell’abbraccio delle mie figlie. Forse sono nella scrittura, che è l’unica cosa che mi tiene incollata lì, nella profondità abissale di una ricercata forma narrativa, quasi fino allo stremo delle mie forze.

Parole come sassi, scagliate con l’intento di non fare male, però.

Parole, non solo parole. GRAZIE. Solo questo. GRAZIE.

 

 

 

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3 pensieri su “Parole, come sassi, scagliate con l’intento di non fare male, però.

  1. Ma se l’attende fuori dall’ufficio e le dice che le piace soltanto digitando su messenger, che differenza fa col giapponese che in struggente malinconia (oh, lo vedo! come vorrei essere al suo posto!) deposita, nel silenzio e nella rinuncia, fiori in un vasetto?
    E tu stessa lo confermi quando confessi che ti fa bene ricevere le parole. Le parole! Altrimenti avresti lasciato il post a metà per correre a gettarti tra le sue braccia. 😀

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      1. Oh! Ma la mia osservazione era soltanto letteraria. Come letterarie sono le braccia in cui ti saresti tuffata. Perché ho creduto a quello che hai scritto sul tuo essere ” nella scrittura, che è l’unica cosa che mi tiene incollata”. E sono certo che non mi sono sbagliato come sono certo che l’equivoco tra te e me è dovuto al fatto che normalmente chi scrive, scrive solo di sé stesso nel tentativo infantile di nobilitare il grigiore di ogni giorno. Non è così?

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