SICURO PRECARIATO – “Ti spiacerebbe passarmi del sale?”

Le conversazioni diventano stereotipate, e il silenzio si fa sempre più assordante.

Guardi fuori dalla finestra. Guardi il piatto, poi il gatto che gironzola libero e indipendente (non lo avresti mai detto, ma provi per lui un’insana invidia). Infine guardi la porta dalla quale vorresti uscire subito, senza pensarci troppo, lasciando il piatto sul tavolo senza più il pensiero che dovresti riporlo nel lavandino, prima.

Invece resti seduto, a svolgere il tuo incarico a termine per un tempo che neppure tu stesso conosci. Sai solo che tua madre li chiamava doveri e quindi tu, da bravo bambino, resterai seduto e tollererai, come faceva tuo padre o come faceva tua madre.

Sei un cazzo di precario, e questo lo sai. Un precario senza dimora fissa nella testa, e un lavoro incerto sotto il culo, che per te è diventato tutto.

Il lavoro rappresenta l’evasione di cui tanto hai bisogno; come l’evasione da quel tavolo a cui stai pensando come un tamburo martellante. Sei seduto a una tavola rotonda, senza gerarchia, eppure tu sai chi è che comanda. C’è sempre chi possiede un po’ di più dell’altro, in un rapporto. Fosse anche solo il cuore, tu sai che è così.

Non appartieni più a quel tavolo e odi quella tovaglia che non hai scelto tu, che fa scivolare il bicchiere bagnato in inverno e ti si appiccica alle gambe d’estate, quando sei sudato. Che orrore! Che fastidioso tedio alberga nel tuo intimo!

La vendetta urla dentro il tuo petto. Sei un precario anche di ciò che non dici. Neppure quelle parole non pronunciate ti appartengono. Hai lasciato scegliere agli altri per comodità ed ora sei scomodo, stretto, stipato in una casa dalla tovaglia di plastica che ti si appiccica alle gambe.

“Mi passi del sale?” – pronunci piano, quasi spaventato all’idea di disturbare. In fondo in quel silenzio che male ci potrebbe mai essere? Spezzarlo comporterebbe il rischio che lui o lei parli improvvisamente, rompendo l’idillio.

Il volume della tv è alto, nessuno spegne o abbassa quel fastidioso ronzio di notizie nefaste.

Se devi uscire, ora è il momento giusto per farlo.

Però aspetta: se ora esci cosa ne sarà di te, là fuori? Sei davvero sicuro che starai meglio? Conviene che tu rimanga dove sei perché tanto sai di essere sempre un precario. Tanto chi ti ascolterà lì fuori? A chi potrai dire le cose che ora dici alla persona che hai accanto, troppo stanca per ascoltarle davvero?

Quelle parole sai bene che non entrano dentro di lei, ma almeno escono da te, e questo ti fa comunque sentire meglio. In qualche modo sei grato per quelle confessioni non ascoltate. Non ti fa sentire in colpa, almeno.

“Mi passi il sale?” – Vorresti pronunciare nuovamente con più vigore, magari osando anche quella punta di risentimento che ti costringe a ripeterti.

Invece stai zitto, mastichi la carne insipida che tanto è comunque buona, la tovaglia non ti dà poi tanto fastidio, e il cielo oggi è di un colore grigio che non vale la pena uscire; prenderesti freddo, ti verrebbe la tosse o peggio il raffreddore, e non puoi permetterti di stare a casa in malattia. Sei un precario, non potresti lasciare nulla di intentato, te ne vergogneresti troppo. Ti ricorderesti che mamma rimaneva delusa quando volevi soprassedere ai tuoi doveri.

Non hai più nessuno che ti ascolti. Tuttavia, una volta ti sei sentito davvero vivo, di una vita possente, volitiva, assoluta. Il suo nome era speciale, ma è durata poco, pochissimo. Un amore a termine. È stato troppo tempo fa, che ti importa di ricordarlo proprio ora? Quel ricordo resterà per sempre racchiuso in te e farà eco ogni volta in cui vorrai sentirti ancora in quel modo.

Il gatto si avvicina al tavolo, pian piano viene verso le tue gambe, puoi sentire il pelo morbido della sua coda carezzarti il polpaccio sinistro. Che diavolo vuole il gatto, se ha appena mangiato? Intanto la bistecca l’hai finita, e nessuno ha sollevato la testa dal piatto, neppure per guardare il cielo grigio di oggi.

Sospiri piano, mentre ti porti alla bocca il tovagliolo, anche quello di carta. Giusto per ricordarti che ogni cosa a quel tavolo è precaria. Usa e getta. Momentanea. A termine.

Allora che fai? Ti alzi o no, da quella tavola? Il gatto si è assopito sui tuoi piedi. Ti dispiace disturbare i suoi sogni. Tu non vuoi che siano disturbati come i tuoi. Da buon essere umano desideri che anche il gatto abbia un po’ di quiete. In fondo sei una brava persona, sei stato solo sfortunato, ma dentro sei un impavido e se solo avessi potuto, avresti cambiato le carte in tavola.

Avresti. Ecco, appunto.

“Se esci puoi passare a prendere un chilo di mele e due banane da Gino?”

“Due banane?” – sottolinei.

“E io che ho detto?” – si asciuga le mani sul grembiule che tiene stretto sui fianchi larghi. Guardi ogni piega di quelle mani e ti chiedi come si faccia a cambiare così tanto, che razza di scherzo è il tempo che corre e capovolge gli eventi.

“Non credo di voler uscire, ho del lavoro da finire che devo consegnare domattina in classe”.

Nessuna risposta. Nessun disappunto. E chi se ne frega, magari da domani la frutta e la verdura avranno le gambe e ci vengono loro direttamente a casa. Si auto consegneranno. Pensi possa essere plausibile.

A testa bassa ti rimetti a correggere compiti. Sei un precario, però i compiti dei ragazzi devi correggerli. Tu li ami quei “pischelli”, anche se ti prendono in giro e ogni tanto qualcuno ha anche tentato di fotterti la bicicletta.

Sei troppo occupato per preoccupartene. Hai un obiettivo, hai un incarico a termine, ma non ti manca il coraggio.

Sei un precario. Però impavido. Un impavido precario.

Letizia Turrà

Quadro di Julien Spianti

Quella voglia folle di abbracciare mia madre.

Ieri sera ho avuto una voglia folle di riabbracciare mia madre.

Ormai con il passare del tempo sono arrivata a pensare a me come se fossi io il genitore tra le due, e lei la bambina che non è mai potuta crescere.

Sarà che rimpiango una donna bellissima che ho visto sfiorire.

Mia madre teneva molto al suo aspetto, era sempre truccata e ben vestita, portava spesso lo smalto rosso sulle unghie con una sola linea al centro, come si usava portarlo in quegli anni.

Aveva le mani e il corpo magrissimi, la pelle diafana e un cespuglio enorme di capelli scuri. Piccola, minuta, ma con due occhi grandissimi in grado di catalizzarti.

Era diventata un giunco quando la vidi l’ultima volta. Sarà un ricordo che non potrò mai rimuovere dalla mia mente. Nessuno riuscirà mai a convincermi del fatto che “doveva andare così”. Vaffanculo – ho pensato spesso – perché a me non andava bene per niente che fosse andata così.

Vorrei abbracciarla perché talvolta mi pento del mio essere stata una bambina tanto spinosa e capricciosa. Ero aspra come il limone, spigolosa e viziata, e ho ricevuto più abbracci da lei di quanti avrei dovuto dargliene. Mia madre mi ha insegnato davvero cosa fosse l’amore, quello che non richiede NULLA in cambio; quello che si dà senza avere paura di niente. Forse se l’avessi abbracciata di più non sarebbe stata tanto triste, e forse adesso sarebbe ancora qui.

Non sono mai più riuscita a provare lo stesso sentimento che nutrivo per lei. Nei rapporti che ogni giorno intraprendo, penso al fatto che prima o poi dovrò adeguarmi al distacco, allo sconforto che deriverà dalla delusione, al senso di abbandono che tanto sembra voler contornare la mia esistenza. Ma un amore come quello nostro…è impossibile da trovare.

Solo con le mie figlie riesco ad esprimere appieno ciò che da quell’amore sono riuscita a estrarre.

Di giorno sono spesso felice. Però la sera, quando il silenzio si fa pesante ed io ho paura di quello che sognerò di notte, in quell’istante desidero ardentemente di abbracciarla. Non di essere abbracciata, ma di abbracciarla, che è molto differente.

Alcune notti più di altre, ma il desiderio è sempre lo stesso.

Letizia Turrà

Musica di Claudio Baglioni – “Fotografie”

Se siete grati e felici, fateci caso.

“Una persona grata è grata in ogni circostanza. Un’anima che si lamenta, si lamenta anche se vive in paradiso”.

Anonimo

Devo tanto, immensamente, a questo tempo della mia vita.
Nel suo lento fluire mi ha insegnato a sopportare le assenze che lacerano,
a riconoscere la ricchezza delle piccole cose,
a crescere in saggezza e nell’arte paziente dell’attesa.

Devo a ogni giorno che nasce,
a ogni respiro che mi ancora al mondo.
Devo alla musica che da sempre mi abita,
che palpita dentro di me come un cuore antico
e mi accompagna, fedele, dall’infanzia.

Devo agli affetti sinceri,
a chi ha posato un pensiero su di me quando stavo male,
a chi mi vuole bene senza chiedere nulla,
a chi riceve da me lo stesso amore.

Devo alla vita che scorre in me:
che mi fa ridere e piangere,
che mi lascia disarmata eppure viva,
che mi trascina nel suo vortice
senza mai domandarmi di resisterle.

Devo tutto alla mia famiglia,
che mi sostiene e su di me confida, sempre.

E ogni mattina, tra impegni e routine,
respiro a fondo e dico: Grazie.
Perché ancora ci sono.
Perché ancora posso donare.
Perché la mia voce può essere luce,
parola che consola, fiducia che si posa
su chi ha disperato bisogno di speranza.

Essere grati è un gesto di coscienza,
un atto silenzioso che tutti dovremmo coltivare.
E se oggi non lo comprendiamo,
domani verrà a illuminarci.

Provate: fate un elenco.
Mettete in una colonna ciò che ha ferito,
nell’altra ciò che ha reso felici.
Vi sorprenderà scoprire quanta ricchezza abiti in noi,
quanta vita ancora da offrire e da ricevere.

La vita è un soffio:
non sprecatela nell’odio o nel rancore.
Augurate il bene, sempre.
A chi amate, a chi vi ha ferito,
a chi vi ha attraversato l’anima.
Fatelo senza chiedere nulla in cambio:
fatelo, e basta.

Ricordate: la mente è potente,
e nulla accade per caso.
Ogni ostacolo è seme di forza,
ogni dolore può divenire insegnamento.

Accettate, senza giudizio,
siate meno severi con voi stessi,
e imparerete ad accogliere i limiti degli altri.

Pensate a chi, schiacciato un tempo dal peso del giudizio,
oggi sorride forte della propria rinascita.
Gli esclusi, i fragili, i diversi, le pecore nere…
anch’io sono stata tutte queste cose.

Non esiste un’età per destarsi alla consapevolezza:
si può scegliere ora, subito, in questo istante.

Essere grati fa bene al cuore,
fa bene alla salute,
e chi è grato attirerà gratitudine,
ricchezza che illumina la vita.

Dunque, quando la felicità vi sfiora,
riconoscetela, custoditela,
riempite il vostro bagaglio delle sue gemme luminose.

Vi abbraccio, con tutta la forza del mio affetto,
e con la gratitudine infinita che mi abita.

Letizia

Quello che non cancelli, resta.

Mamma e io si parlava, di tante cose.


Poi c’erano momenti di silenzio, quasi sempre interrotto da altri tipi di suoni: clacson per la strada, schiamazzi di bambini, urla dei vicini di casa, porte di ascensori che si aprivano e si chiudevano; qualche volta anche le lacrime di mamma che piangeva nell’altra stanza.


Sentendomi in colpa, la raggiungevo col pensiero senza davvero avvicinarmi a lei. Prendevo una pentola, facevo soffriggere l’aglio, poi mettevo il sugo e l’acqua a bollire. In seguito mi avvicinavo alla porta per sentire se piangeva ancora.


Quando la pasta era pronta, e pure il sugo era pronto, la chiamavo.
Sedeva al mio fianco come se niente fosse.


“È buona, lo sai?”. Diceva con tono sommesso, sapendo che io avrei sorriso.
Da quando l’Alzheimer mi ha colpita, questo è l’unico ricordo che mi è rimasto. Mamma non piange più, ed i miei silenzi si sono prolungati nel tempo.


Quello che non cancelli, resta – mi dico sempre quasi come se servisse a rafforzarmi.
Lei invece sosteneva che quello che non ti uccide, ti fortifica.


Oggi so che non è vero. Quello che non ti uccide ti ammazza comunque a lungo andare; smorza il significato del quieto vivere che vorresti.


Ti forza a tornare indietro e a sentire ogni rimorso divorarti lo stomaco, quando tutto ciò che vorresti è cancellare.
Ho preparato una pasta al pomodoro.


Chissà se mamma ne vuole ancora.

Letizia Turrà

Pensiero del giorno

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Per parlare bene e pensare bene, bisogna avere la volontà di essere delle buone persone. È troppo semplice, nonché minimizzante dire e pensare male degli altri, di ciò che ci accade, o delle vicissitudini altrui. Produce un effetto riduttivo, soprattutto in quelli che lo fanno. La schiera di persone che si avvicineranno, saranno a loro volta una propagazione di quel pensiero, sempre negativo e ostile, senza alcun margine di miglioramento.

Applicarsi ogni giorno pensando che c’è un miracolo dietro ogni persona e dietro ogni avvenimento quotidiano: così dovremmo vivere, pensare, agire.

Letizia Turrà

Sono abitata da un grido.

Silent ghosts....by laura makabresku on Flickr ..

Sono abitata da un grido.

Di notte esce svolazzando in cerca, con i suoi uncini, di qualcosa da amare. Dovrei pettinarmi i capelli seduta su uno scoglio in Cornovaglia.

Dovrei portare calzoni tigrati, avere un amante. Dovremmo incontrarci in un’altra vita, incontrarci nell’aria io e te.

Quello che più mi fa orrore è l’idea di essere inutile: ben istruita, piena di promesse, sbiadita verso una maturità indifferente. Come vorrei credere nella tenerezza.

La scrittura è la mia sostituta: se non ami me, ama quello che scrivo, amami per questo.

Ho bisogno di un flusso di vita, non di questa folata di favole. E’ terribile voler andarsene e non voler andare da nessuna parte. Incominciavo a capire come mai gli uomini che odiano le donne riescono a farne quello che vogliono.

Sono come dei: invulnerabili e potenti. Discendono su di te. Poi scompaiono. Non li puoi catturare.

Che cosa ho mangiato? Bugie e sorrisi. Esco. Vuoi venire? L’isolamento sarebbe troppo pesante; disperata e folle per le strade deserte. A pretendere un destino. Se sorridesse, la luna somiglierebbe a te.

Tu fai lo stesso effetto: di un qualcosa di bello ma che annichilisce.

Sylvia Plath

Quando te ne andrai, chiudi bene la porta.

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Quando te ne andrai chiudi bene la porta. Dimentica chi eri, dimentica chi ero.

Di noi non sarà rimasto nulla; non siamo che granelli di sabbia in mezzo ad altri miliardi di granelli, che verranno un giorno ripescati da bambini intenti a costruire castelli di sabbia che non dureranno.

Siamo nati per non durare, per essere spazzati via in un soffio, sospesi nel vento, cancellati da sentimenti più eruditi di noi.

Ci siamo conosciuti, amati, maltrattati, siamo stati amici e nemici dell’altro; abbiamo costruito un recinto di protezione per poi distruggerlo con la lentezza di un contadino che lavora la terra, sperando il cielo gli mandi la manna che attende da mesi. Ci siamo difesi dal mondo esterno, e poi abbiamo permesso allo stesso di interferire con i giorni felici, con le cose che avremmo voluto celebrare, insieme.

Tu sei una persona che ho amato moltissimo, in un modo estremo; così come una madre ama il proprio figlio, lo accudisce, lo veste, lo nutre, lo fa sentire sicuro e a casa, contenuto nel micro spazio di tenerezza e consolazione dal mondo. Mi manca tutto, eppur non mi lamento; proseguo nei miei giorni perché proseguire è necessario, mi rende più forte e mi permette di non piangere le lacrime che trattengo per gli istanti in cui mi serviranno.

In una vita di monotonia e perfette abitudini, ho conosciuto la felicità di appartenere a qualcosa di più grande di me, e del mondo intero; ho intravisto la stupefacente bellezza del precipizio e ho immaginato come sarebbe stata la mia lapide nel giorno della morte, perché separarmi da te sarebbe equivalso a morire, solennemente.

Poi invece quel giorno è giunto ed è stato terribile inizialmente, come se qualcuno mi avesse strappato un figlio dal ventre. La separazione è stata così netta da ritrovarmi anestetizzata dall’incredulità. Distacco e nostalgia, ecco cosa sei diventato.

Sangue e dolore alle viscere. Poi accettazione, e gioia per quello che è stato.

Sono stranamente felice e grata per averti avuto, per essere stata una donna amata ferocemente, come i rami amano ferocemente il legno al quale sono attaccati.

Ora che sei di nuovo fuori, chiudi bene la porta. Non lasciare nulla di intentato, proteggi il prossimo che incontri, e non voltarti mai indietro.

Ricorda solo con gioia quel che hai posseduto, che pochi possono dire di aver posseduto nella loro intera vita.

Dimentica chi eri, dimentica chi ero. Dimentica chi eravamo.

Letizia Turrà

Pensiero del giorno

blue ocean water during daytime

Non vi sentite fortunati a poter finalmente scegliere cosa è davvero necessario, scartando ciò che è invece superfluo?

Fortunati nel poter comprendere chi c’è sempre stato, da chi era amico solo nei momenti del divertimento effimero?

Mai come oggi questo tempo ci sta garantendo di poter discernere quello che è reale, da ciò che non lo è; di poterci unire solo con chi è simile a noi per ragioni lontane dalla circostanza, e sempre più vicine alla nostra umanità.

Dovremmo ringraziare per questo tempo da dedicare alla meditazione con noi stessi, al soffermarsi senza più fuggire, all’ascoltare senza più paura del rumore.

Questo tempo non tornerà, né sarà possibile viverlo come lo stiamo vivendo adesso.

Siate grati per ogni giorno, dispensate parole buone che in qualche modo vi ricordino di quanta gioia si può provare nel donare e basta, così, semplicemente.

Siate onda, e non necessariamente mare che travolge.

Letizia Turrà

Il mio ritaglio di felicità preferito

Ho un netto ricordo di quando ebbi modo di provare la felicità: avevo 18 anni e quel giorno mi recai con il caldo torrido di una Calabria selvaggia insieme a una famiglia a raccogliere patate e pomodori nella loro proprietà. Rimane il mio ritaglio di felicità preferito.

Ricordo che partimmo dalla loro casa molto modesta, e che per arrivarci questo ragazzo sconosciuto mi portò sul suo trattore enorme carico di balle di fieno, e mi condusse fino al loro pezzo di terra.

Iniziammo a scavare portando a galla i tuberi; lo facemmo sorridendo lieti, come se avessimo trovato piccole pepite d’oro.

Il caldo bruciava le mie spalle magre e le mani erano doloranti.

Al termine della giornata quello stesso ragazzo mi confessò di essersi innamorato di me. ” Vorrei rivederti” – disse proprio così subito dopo – con accento stretto e marcato, che io sola ero in grado di comprendere.

Ma io sapevo di dover tornare qui, dove mi trovo ancora adesso.

Quel ragazzo non sa di avere lasciato in me questo ricordo; ignora che ciascuno di noi lascia una parte di sé in chi incontra, anche quando non ne è perfettamente conscio.

Non sa che grazie a lui e alla sua famiglia ho vissuto quel ritaglio di felicità, che ricorderò sempre come il mio preferito.

Letizia Turrà

Ph: Tumblr

Marcel

Untitled
Devian art.com

Per tutto il tragitto che percorremmo a piedi lungo i vicoletti, ebbi la sensazione che il suo nome mi appartenesse come qualcosa di sacro, come se la mia bocca dovesse pronunciare quel nome perché io e lui ci eravamo già conosciuti in uno spazio ancestrale precedente. Già solo pronunciarlo la prima volta, mi aveva fornito quella sicura consapevolezza.

I nostri passi erano lenti, silenziosi, mentre le nostre spalle appesantite dagli zaini combaciavano, di tanto in tanto.

Decisi che lo avrei portato a vedere la nostra casa sull’albero.

Quando giungemmo lì e la vide, i suoi occhi si illuminarono.

«Questa sì che è una vera casa sull’albero! Ne ho sempre desiderata una, ma non ho mai trovato un degno alleato che volesse costruirla con me!».

«Io e Jonas, mio fratello, abbiamo intrapreso questa specie di missione quasi tre anni fa. Giorno dopo giorno, pezzo dopo pezzo, callo dopo callo, stiamo tentando di ultimarla. Mancano ancora delle assi, quindi non ti consiglio di salirci. Un giorno, ne sono certa, sarà come una vera casa».

Sorrise con tre quarti della bocca mentre continuava a fissarmi negli occhi.

«Tu guardi sempre così le persone?». Pronunciai colma di imbarazzo.

«Così come?».

«Negli occhi dritto così, intensamente. La cosa mi mette in imbarazzo».

«Guardo così solo chi mi piace».

La sua risposta era stata spiazzante, non lasciava spazio all’immaginazione o all’indecisione. Marcel riusciva ad essere affilato come una tagliola.

Sorrisi toccandomi la punta del naso con la mano.

«Siamo qui per pattinare. Vuoi che ti insegni come si fa, o sei già in grado di farlo?».

Non rispose, si infilò i pattini e si portò la cerniera del cappotto alla base del collo. Poi allungò la mano e mi invitò a seguirlo.

Pattinammo a lungo, sostanzialmente senza dirci nulla, poiché non ne sentivamo la necessità. Fu come se quel momento avesse subito una catarsi unitamente al candore della nostra adolescenza, in veste di compagna ancora sconosciuta. 

Nel ritorno a casa mantenemmo ancora quel silenzio placido e irreale che si riserva agli amici che si conoscono da tanto.

Passando davanti alla casa dei Sachs, avvertii la vergogna per il fatto di essermi negata al telefono quando aveva chiamato Pauline. Non vi era una ragione specifica che giustificasse il mio comportamento nei suoi riguardi. Forse era la paura di essere vista in compagnia del mio nuovo amico, a mettermi in allarme più di ogni altra cosa.

Tuttavia, nel profondo sapevo che era la cosa giusta da fare.

Avevo avvertito il medesimo senso di colpa anche quando per la prima volta, qualche giorno dopo, io e Marcel facemmo l’amore.

Ricordo la mia espressione di terrore mentre circondava i miei seni con le sue mani che mi parvero così grandi al punto da raggiungere ogni parte di me. Cedetti a quel bisogno spinta dapprima dalla curiosità, infine dalla voglia di essere violata proprio da lui.

La mia camicetta si era macchiata dell’unico fiotto di sangue fuoriuscito dal mio intimo, esplorato in precedenza solo da un’altra donna.

Avevamo ripetuto quei gesti per infinite volte; nello spazio tra un lavaggio e l’altro avevamo bevuto della birra, deliziata avevo letto ad alta voce le ultime righe del libro di Simenon – quello che parlava dei due amanti – e avevo guardato a lungo il corpo di Marcel mentre lasciava scorrere l’acqua in bagno.

Mi ero sentita libera in quella camera dalle pareti scure, tutto il contrario dell’azzurro descritto da Simenon; avevo toccato il mio intimo con la punta delle dita riscontrandovi un certo rigonfiamento; guardando in basso avevo anche provato a verificare che non fosse troppo arrossato e poi, dopo svariati tentativi falliti, ero ritornata con lo sguardo al soffitto bianco, chiedendomi se in quel momento qualcun altro nel mondo stava provando quello che anche io provavo.

Mi chiedevo se anche Pauline fosse felice come io sentivo di esserlo, in quel preciso momento.

Letizia Turrà

Voglio essere come la natura

Avrei voluto essere come la natura: comprendere quando il ciclo di qualcosa si è interrotto ed è ora di passare oltre.

Invece mi ritrovo intrappolata nel volere rivivere lo stesso ciclo di stagioni, come se il sole dentro me potesse o non dovesse tramontare mai.

Proseguo ignorando volontariamente il fatto che questo tempo sia passato, anche per me; io rivoglio le cose di prima, le energie di un tempo e i brividi scaturiti da certe carezze. Rivoglio, ma non posso pretendere, è questo il dato allarmante.

La mia primavera è sfiorita ma le mie radici non vogliono mollare, non vogliono lasciarmi andare; non posso vedermi andare via.

Voglio essere natura che ritorna, procrea, diventa indimenticata anche quando sfiorisce, amata anche quando il raccolto non sia stato propizio.

Letizia Turrà

ph: Augusto Dal Porto (Milano, 2020)

Pensiero del giorno

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Chi supporta gli altri, ha avuto più volte la sensazione di cadere nel vuoto.

Chi gioisce per quello che accade, ha sofferto molto di più di quanto osiate immaginare.

Chi offre spesso il suo aiuto e salva gli altri dal precipizio, è il primo ad aver desiderato di farla finita, ma non ha mai avuto il coraggio di dirlo per la paura del giudizio altrui.

Chi fa sentire grande gli altri, è perché dentro sé ha pensato più volte di non essere abbastanza.

Il bene di persone così non andrebbe mai sottovalutato: la loro volontà è ferrea, e il loro amore perpetuo.

Letizia Turrà

Sulla giostra.

Certi giorni mi sento come se stessi su una giostra, solo che ho scelto il momento sbagliato per prendere la corsa; non ho neppure pagato il biglietto, quindi non dovrei essere lì.

Cerco di scendere ma scendere è impossibile, il vorticare e le vertigini attirano la mia mente ancor più della paura e del dolore.

Vorrei tornare a quando ero bambina, emozionata all’idea di un volo leggero e di un cielo limpido, sotto il quale stare.

Da lì potevo vedere e toccare le stelle, le stesse che un giorno furono casa mia.

Vorrei tornare sulle giostre di un tempo, per poter sentire ancora la tua voce.

Letizia Turrà

Vorrei tornare a ieri.

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Vorrei immergere i piedi nell’acqua fredda; vorrei realizzare tante cose; vorrei essere più me stessa e meno me stessa; vorrei fotografare di più; parlare di più con persone che parlano di meno; voglio una casa piena di azulejos; voglio passeggiare in un bosco che mi faccia dimenticare del tempo ch’è appena passato.

Vorrei ricoprire la mia casa di fiori; gioire della mia felicità mescolandola a quella di altri; vorrei che la vita si fermasse come un’istantanea Polaroid; vorrei avere un orologio per sapere che ora è, e una bilancia, per sapere quanto peso; vorrei quindi non dover passare il tempo a pesare le parole che dovrei usare per compiacere gli altri ignorando quanto dovrei e vorrei compiacere me stessa.

Vorrei essere un aquilone per volare solo quando c’è vento; per muovermi solo quando c’è necessità di muoversi; per spostarsi solo se qualcuno decide di mettermi sottobraccio quando esce.

Vorrei essere ortolana, ingegnere, studiosa, ricercatrice, archeologa, poetessa, scrittrice, saggia. Ma non per passione, per mestiere; qui sembra che se non segui il mestiere, poi alla fine è come se non avessi realizzato nulla.

Vorrei rivivere una quarantena interiore; quella attuale ha modificato il mio interno, radicalmente; mi ha cambiato le idee; ha frantumato molte delle mie certezze; ha rafforzato quelle poche che sento di possedere; mi ha fatto scendere dal piano di sopra in cui abitavo fino alle cantine, sottraendo alla mia volontà un gran numero di supposizioni e pregiudizi.

Vorrei tornare a ieri mattina: un uccellino era rimasto impigliato nella rete tra i miei pomodori; l’ho liberato e ancora stordito l’ho condotto all’esterno vicino alle siepi; mentre lo facevo gli ho cantato una melodia improvvisata; ero altrove; la melodia proveniva da un altrettanto Altrove; mi sono sentita in pace; l’uccellino mi ha ringraziata con lo sguardo.

Vorrei vivere senza la foga di avere sempre qualcosa che ho dimenticato di fare; vorrei vivere senza la paura di arrivare un giorno a non volere più leggere né scrivere; non voglio diventare disillusa come molte persone che conosco; non voglio combattere per imporre la mia come molte persone che conosco, perché non mi serve; voglio sentirmi leggera e permettermi anche di non dire ad alcuno come mi sento; vorrei incontrare qualcuno come me per poi allontanarmene, come qualche volta è accaduto.

Vorrei incontrare persone che dichiarino apertamente di essere un fallimento e di sentirsi alienate, a volte, come accade anche a me; e magari incontrerò qualcuno che comprenderà che tutto il mare di parole che scrivo non sono casuali, ma da interpretare e portare in tasca come fossero accendini che dimentichi volutamente di avere, quando scrocchi la sigaretta a un altro per via del tuo universo insolente, e lo fai in cerca di un rapporto umano; ti interessa solo poter rivolgere lo sguardo alle sigarette facendo cadere in basso gli occhi per poi rialzarli quando ringrazierai; sorriderai dopo la prima sbuffata perché sai che le sigarette sono in borsa; hai anche il famigerato accendino ma è preferibile scroccarle per quella stizza di pigrizia che pervade le tue ossa.

Vorrei incontrarmi tra vent’anni e scoprire che non sono affatto cambiata; che dentro sono rimasta sempre la stessa ragazza speranzosa che le cose migliorassero, che le persone pure migliorassero; che tutti facessero la differenziata e che vivere rappresentasse una tribolazione in meno.

Letizia Turrà

Ho cambiato l’acqua ai fiori.

fiori

 

Ho cambiato l’acqua ai fiori. Ogni tanto è necessario cambiare l’acqua ai fiori, è qualcosa che dimentico spesso.

Quando infine l’odore di morte trasale dal fondo del vaso, mi ricordo che devo farlo.

Ho detto addio per sempre a certe cose, dentro di me.

Ho cucinato una pasta per tutta la famiglia.

Mi sono affacciata a guardare i pomodori nell’orto; sono ancora verdi, immangiabili.

Ho pulito le persiane del piano di sotto, non traendone la soddisfazione che mi aspettavo.

Non sempre pulire equivale a “togliere” quel surplus che contorna le nostre vite, e certe volte la polvere può non rappresentare qualcosa di fastidioso. Però pulire è sempre meglio che accumulare. Accumulare fa male.

Da tempo ho deciso di non accumulare.

Ho telefonato a un po’ di amici, quelli che mi capiscono anche solo con un “ciao”, perché parlare con gli amici fa bene, benissimo. Sapere di poter contare su qualcuno è di vitale importanza. Ho amici leali perché sono stata leale con loro.

La gente apprezza la sincerità, è stufa di essere presa per il naso.

Non vedo esseri umani da un po’, comincio a sentirmi un’aliena che non vola tra la gente celata dietro le mascherine chirurgiche.

Forse inizio a non sentirmi più umana, perché non lo sono mai stata davvero; non mi riconosco in molte delle cose che la gente trova siano normali. Un’anima incastrata in un corpo voluttuoso e sensuale. Ci sto stretta qui dentro, ogni tanto.

Vorrei sentire meno di così, comprendere meno di così, amare meno di così, scrivere meno di quanto scrivo.

Ho scelto di cambiare il nome di una delle protagoniste del mio libro. Si chiamerà come mia madre. Non ho mai usato il nome di mia madre prima d’ora, perché mi faceva male.

Ma ho capito che è meglio parlare anche di ciò che ti fa o ti ha fatto male; equivale ad esorcizzarlo. E magari lo ringrazi anche quel “male”, quando molli la sua mano per proseguire sulla tua rotta.

Ora i fiori sono a posto; le persiane sono pulite; la musica defluisce naturalmente, insieme alle parole che sto scrivendo. Il telefono ha smesso di suonare.

Non mi cerca più nessuno. E mi sento anche sollevata.

Letizia Turrà

ph: Pinterest

 

Che succede se invecchio?

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A un certo punto invecchi, ti lasci assalire dalla voglia di sugellare certi momenti.
Ti perdi tra oggetti che un tempo ti servivano e non attirano più il tuo interesse ed altri, praticamente inutili ma che sembrano essere indispensabili, ora.
Ti adagi sulla poltrona più stanco, fiacco, con voce fioca pronunci solo poche parole, quelle che servono.
Sai che sei cambiato perché non vuoi più avere troppe persone intorno.
Gli altri ti infastidiscono, i discorsi sterili ti tediano, chi uccide la grammatica ti irrita, chi parla troppo ti svuota di energie.
Te lo avevano detto che saresti diventato così. Che tutti diventiamo più o meno così. Tuttavia, tu non avevi voluto crederci.
Una vita condannata all’isolamento ti sembrava una prigione indicibile.
Ora sembri starci volentieri dietro le sbarre, tra un libro di Proust e vecchi film in bianco e nero.
Parli poco, è con pochi che vuoi parlare. Abbracci solo se necessario.
Vedi peggio di un tempo, eppure vedi molte più cose di quante non ne vedessi prima.
È aumentato il tuo senso di consapevolezza, è diminuita la pazienza.
Però sei certo di saperti godere ogni cosa, ora.
Letizia Turrà

La depressione di vivere.

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La depressione non ha un nome, né dei precisi segnali che anticipino il suo arrivo.
Giunge quando meno te lo aspetti, e ti consuma come la peggiore tra le malattie.
Nasce da un senso di colpa profondo che senti dentro di te, e che si è radicato in maniera inspiegabile prima nel tuo petto; infine, è penetrata come il gelo nelle ossa.
Ci sono giorni buoni che si alternano a giorni pessimi, in cui nella tua mente ti chiedi perché ancora sei qui e se i tuoi problemi cesseranno mai di esistere.
Il dramma è che più vorresti scomparire, più invece la tua figura si delinea netta nel mondo, e tutti vorrebbero far parte della tua energia, mentre a malapena tu riesci a respirare e ad apprezzare quello che con enorme fatica hai costruito.
Poche persone sono in grado di capire la frustrazione che senti. Perché quel male rimane cosa tua, tua soltanto. Ti rendi conto di esser solo, e di piangere senza nessuno che ti guardi.
La mente corre veloce come le ali di un colibrì in volo, ma la tua anima non riesce a soffermarsi su nulla di concreto.
Ecco cosa può essere la depressione di vivere.
Quell’esserci, senza mai davvero esserci.
Quel volere abbandonare, conscio che non lo puoi fare.
Non ti è concesso gettare la spugna, la vergogna sarebbe troppo grande. Così vai avanti, sorridi, sospiri, raccogli storie e abbracci umori, e sogni sentimenti senza distopie.
E speri, speri che un giorno quei sorrisi torneranno a te sotto forma di amore.

Letizia Turrà

Giorno #69…si esce per una passeggiata!

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Non con poca fatica dopo così tanto tempo, stamattina abbiamo rimesso il naso fuori casa.

L’aria era tersa, a tratti surreale; peccato per le mascherine, che rendono le cose meno piacevoli (dopo poco tempo le piccole si sono sentite soffocare).

È stato come un ritorno graduale alla normalità che avevamo un tempo. Un piccolo passo, uno alla volta, come quando da bambini si impara a camminare.

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La campagna ci ha deliziati con la sua bellezza, ancora una volta. Ci siamo lasciati accarezzare dal vento e abbiamo raccolto semi di papavero fra le dita. Ci siamo resi conto di come la natura abbia preso così tanto il sopravvento, da aver modificato la morfologia della riserva. Il fiume, che un tempo costeggiava il percorso, quasi non si vede più durante il tragitto.

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Infine siamo tornati a casa ancora increduli, ma pieni di positività. Sulla strada del ritorno, a pochi passi dalla nostra casa, abbiamo trovato un campo di fiori di camomilla.

Non ho potuto fare a meno di raccoglierli, ed ora li tengo in cucina.
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Notte, vi sono immensamente grata per la vostra vicinanza♥️
Leti

Nostalgia – giorno #60

Giorno #60

 

io e gaia

io e mia figlia Gaia…solo oggi vedo e rivedo in quel gesto dell’immortalare, l’immortalità di mia madre. Ricordo che detestavo quando mi fotografava, non riuscivo a comprendere quella sua ossessione di fermare in una pellicola ogni momento.

Solo oggi che sono dall’altra parte, mi riconosco in quella nostalgia perenne, tangibile. Non mi sono rimaste che foto dopo la sua scomparsa, ormai ingiallite.

Qualche Polaroid dai contorni neri, qualche album di carta strappato.

io e lei, io e mia figlia. Noi e il tempo…

Non vivere su questa terra
come un estraneo
e come un vagabondo sognatore.

Vivi in questo mondo
come nella casa di tuo padre:
credi al grano, alla terra, al mare,
ma prima di tutto credi all’uomo.

Ama le nuvole, le macchine, i libri,
ma prima di tutto ama l’uomo.
Senti la tristezza del ramo che secca,
dell’astro che si spegne,
dell’animale ferito che rantola,
ma prima di tutto senti la tristezza
e il dolore dell’uomo.

Ti diano gioia
tutti i beni della terra:
l’ombra e la luce ti diano gioia,
le quattro stagioni ti diano gioia,
ma soprattutto, a piene mani,
ti dia gioia l’uomo!

Natim Hikmet (1901 – 1963)  poeta e scrittore turco naturalizzato polacco, considerato uno dei più importanti poeti turchi dell’epoca moderna.
In sottofondo:

 

A casa non ci sto così male! #confessioniinquarantena

Non ti stancare mai
di strappare spine,
di seminare
all’acqua e al vento.
La storia non miete a giugno
e non vendemmia a ottobre.
Ha una sola stagione:
il Tempo.

Queste parole di Ignazio Buttitta, dettate dal cuore, me le manda Daria attraverso la sua voce su Messenger. Risuonano dentro di me come tamburi che sento tuonare in lontananza. Sono un richiamo potente al momento che stiamo vivendo, tutti.

Quando ho intrapreso la mia esperienza qui, nel piccolo paesello di 4000 abitanti dove vivo, non immaginavo che sarei diventata amante della terra, o responsabile di qualcosa differente dalla pianta grassa da appartamento che tenevo sul piccolo balconcino del cucinotto microscopico nel quale vivevo; puntualmente la pianta grassa moriva, insieme a tutte le altre che compravo per colorare il grigiore dei giorni milanesi.

In questi giorni qui, in campagna, nella mia casa un po’ più grande (molto più grande) di quelle in cui ho vissuto fino a 14 anni fa, in quarantena da ormai …oddio non ricordo più nemmeno quanto tempo è passato dal momento in cui ho cominciato a pronunciare questa parola che può fare paura, sto proprio bene.

La mia vita bucolica ormai mi appartiene, totalmente. Ed è qualcosa da cui dipendo come mai avrei potuto pensare.

Sono passata dal chiedermi quanto mi sarebbe costato stare lontana dalla mia vita da pendolare che mi vede stare fuori casa dieci ore al giorno, al dire: “Ma sai che non fa poi così schifo stare a casa, visto che prima mi lamentavo sempre del fatto che non me la potessi godere, né avessi tempo di stare dietro a tutto?”

Mi sono chiesta se la quarantena durasse solo 15 giorni, oppure quaranta (se si chiamava così, mi son detta intimamente, è perché dura oltre 40 giorni, però rimane una mia constatazione).

Non ero mica più abituata all’odore di pane e pasta fatti in casa. Non ero neppure abituata a far studiare con maniacale attenzione le mie figlie. Sono passata dal nulla al fare un planning scolastico settimanale e giornaliero, ovviamente durissimo, che ci garantisca di stare al passo con la programmazione scolastica. Sono infatti orgogliosa dei risultati!

Sono passati, li ho appena contati, ben 56 giorni, in cui ho vissuto la mia casa appieno, ne ho conosciuto ogni angolo e ogni pecca: un lavoretto da fare qui, un altro da fare lì, l’esterno da riportare a nuova vita dopo l’inverno cupo e nebbioso, i colori della primavera e la luce naturale, che hanno reso tutto più magico.

Ho condiviso maggiormente sui Social la mia vita come non mi era mai capitato, non solo ai fini della condivisione, ma giocando sul piano emotivo atto a ispirare un altro a scoprire di quanta bellezza collaterale è pregno il mondo che ci ospita.

Se ci penso, porca miseria, mi si illuminano gli occhi e sento lo stomaco fremere come un muscolo involontario, come se ci fossero mille farfalline dentro, come quando da ragazzina mi innamoravo di qualcuno.

Prima non mi accorgevo di certe cose piccole, fondamentali, vitali, essenziali.

Non mi ero mai accorta, ad esempio, di quanto il mondo delle mie figlie fosse affascinante, strutturato, misterioso; di quante cose sapessero fare e di come siano abili ad esprimerle con ogni particella del loro corpo. Quanti sorrisi e sorprese mi sono persa per via della vita che facciamo.

Così oggi ho preparato la pasta al forno per la famiglia, con tante verdure buone. Nonostante qualche brontolio da parte delle piccole, i piatti sono rimasti puliti. 🙂

Ed ora non mi perdo più nulla, e a casa scopro che non ci sto male. Grazie al cielo ho ancora il mio lavoro che svolgo a settimane alterne da casa, ho ripiantato le pianticelle nell’orto. Tra qualche settimana cresceranno e ci daranno tanti bei pomodorini.

E ho imparato ad ascoltare la musica ancora più intensamente, al punto da essere giunta a sovrastare ogni silenzio, ogni moto di rabbia e inquietudine che a volte si crea; ha reso ovattata la nostra permanenza nelle quattro mura di casa, rendendo la convivenza H24 qualcosa di normale, come se fosse sempre stata così.

“Chissà quando torneremo alla normalità” – è l’affermazione che sento pronunciare da moltissimi. Presuppone una speranza di riprendere in mano la propria esistenza, come se quella che ci fosse ora, non andasse bene.

Resto in silenzio e sorrido perché dentro di me mi chiedo se davvero vorrò tornare alla normalità. Ci voglio tornare davvero? Se potessi scegliere consapevolmente, per ogni istante, sceglierei di riprendere tutto il pacchetto?- mi domando.

Quel che penso è che si può stare bene dovunque si sta, purché ci si trovi in armonia con se stessi.

Non ci resta che trovare un angolino piccolo, tutto per noi, dove sperimentare cosa voglia dire stare in pace con il proprio IO.

Sovente, alla fine del giorno, ritorno bambina come ero una volta.
Accantono obiettivi e sogni riponendoli in un cassetto, impaziente di tirarli fuori l’indomani. Ho bisogno di un moto che mi spinga avanti, si trattasse anche solo di un flebile raggio di sole.
Perché anche i grandi come me, hanno bisogno di credere in un domani, proprio come ci credono i bambini.

So che questa “segregazione”, come molti l’hanno definita, mi mancherà terribilmente.

Letizia Turrà

In ascolto, https://youtu.be/5ZeoDK1sjb8