#Resistenza, Istruzioni per l’uso della felicità costante.

 

dottore, ho paura di vivere'. sono molte le persone che, a causa ...

#46esimo giorno.

Ci deve essere un posto, per quelli come noi.

Una strada che possiede un sentiero suo,  con un terreno lastricato di sogni e speranze, che superino le emergenze interiori.

Ci deve essere un cuore lì, da qualche parte nel mondo, in tutto simile al nostro, che batte allo stesso modo e non scappa di fronte alla paura.

Perché è sovrano l’amore che sento, è grande il dolore che si riveste di oblio di fronte alle sofferenze degli altri.

Vorrei aiutare più persone a comprendere quanto sia ancora presente la speranza, la risposta alle nostre domande. Esiste una strada che è quella del perdono e del rispetto reciproco, che tutti noi abbiamo solo posto nel dimenticatoio.

Perché le ombre assomigliano ad una donna capace di fornirti le risposte; la cupezza è una sinuosa femmina più semplice da abbracciare, quando viene tolto tutto al nostro mondo.

E se ciò avviene, è solo per il fatto che non sappiamo riconoscere quanto importante possa essere il nostro “stare al mondo”. La spiritualità sempre più possente che ci lega, l’abbiamo lasciata in un cantuccio impolverato. Tuttavia essa non ci abbandona mai. Abbiamo ancora una possibilità di sopravvivere all’amarezza, lasciando fuori casa il nostro Ego, la bramosia di potere e/o di piacere, la ricerca smodata di un senso anche per le cose insensate, il desiderio di primeggiare o di avere ragione, la pretesa di avere in tasca la verità su quanto ci circonda, o ci succede.

Abbandonare ogni forma di Ego conduce alla piena consapevolezza del Sé.

Quando facciamo qualcosa, qualsiasi cosa, se produce gioia quella diventa un dono per gli altri; non diventa qualcosa che sottraiamo, piuttosto è qualcosa che diamo agli altri. Rendiamo consapevole e speranzoso un altro individuo, che potrà a sua volta voler riprodurre quella bellezza nella sua esistenza. E così facendo quello che hai creato è un circolo vizioso di bellezza e umanità.

Tutto il contrario di quanto ci vogliano far credere adesso.

Non v’è bisogno di religioni, per riconoscersi umani. V’è bisogno di spiritualità sempre più ampia, il cui bandolo della matassa sarà il CREDO, sotto qualunque forma.

-Credo  di poter cambiare me stesso;

-Credo di poter cambiare il mondo;

-Credo nella felicità intesa non come ricerca, ma come condivisione;

-Credo nella vita che sento pulsare dentro di me.

Non vi sembra bellissimo?

So che starete pensando: “è facile per lei, è facile scriverlo, ma poi va applicato”.

Non pretendo di dirvi che sia facile accantonare la vostra sofferenza. Pretendo però di dirvi che se vi sentite infelici, è perché implicitamente avete abituato la vostra persona ad accettare quel perpetuo stato di infelicità. Siete VOI la causa dei vostri sentimenti interiori.

Non dimenticate che avete precise responsabilità come individui, qui.

Non siete stati programmati unicamente per lavorare, fare figli, mangiare, fare sesso e morire. Niente affatto! Siete molto, molto più di questo!

Siete quella stessa strada che percorrevate da bambini, quelle carezze che avete dato e ricevuto, quel dolore di quando avete perso qualcuno che amavate, quel pettegolezzo emanato e quello schiaffo ricevuto da un amico che vi ha pugnalati alle spalle.

Come avete attraversato tutto questo, è stata solo una vostra scelta; nessuno vi prepara ad incassare i colpi della vita. Potete però preparare voi stessi alla resistenza.

Resistete, condividete quanta bellezza vedete intorno a voi.

Seminate perle d’amore. Siate pazienti. Credete nel fatto che le cose miglioreranno.

Perché potranno anche togliervi la terra, la casa, i soldi. Ma quello che possedete dentro di voi, nessuno potrà portarvelo via.

NESSUNO.

Ricordate di dirvi queste parole quando vi guardate allo specchio la mattina.

IO SONO LA MIA STRADA, IO MI VOGLIO BENE, IO SONO UNA BUONA PERSONA, TUTTI MI VOGLIONO BENE E RICONOSCONO IN ME UNA PERSONA DELLA QUALE FIDARSI. SE QUALCUNO MI FA DEL MALE IO NON RISPONDERO’ NELLO STESSO MODO. SE LA VITA MI PONE UN OSTACOLO DAVANTI, FARO’ DI TUTTO PER SUPERARLO. SONO GRATA PER LA VITA CHE POSSIEDO. RINGRAZIO LE PERSONE CHE SCELGONO DI VOLERMI BENE E ANCHE QUELLE CHE RIFIUTANO DI FARLO.

Provateci, e ripetete a voi stessi quanto siete importanti per questo mondo.

Vi abbraccio, di cuore.

Letizia Turrà

In ascolto, per voi.

 

 

 

Abbandoni molte cose

 

Chiara Romanini
PIC: Chiara Romanini

 

Così abbandoni molte cose; quelle che amavi di più, o quelle che odiavi da tempo; con maggiore difficoltà si aggiungono anche quelle che mai avresti pensato sarebbe stato possibile lasciare andare.

Così leggiadra ti lasci cadere in un letto fatto di ricordi, dove giacciono le divinità e gli spiriti del male.

Da loro ti lasci attraversare, illudendo te stessa che saprai scegliere la migliore tra le opzioni.

Ti sollevi con il petto privo di sogni, e la mente pregna di desideri inesprimibili.

Poi ti accingi a vivere con ossa e carne la vita di ogni giorno.

La vita è una cosa misteriosa.

Hai abbandonato ciò che non ti serve più.

Ora, respira.

Letizia Turrà

33esimo giorno

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33esimo giorno di quarantena.
Nessun riassunto.
Nessun panico.
Qualche rottura di palle, ma ci sta.
Un sacco di piatti nuovi che ho imparato a preparare.
Sempre meno tolleranza verso chi vuole tornare alla vita di prima fingendo che non esista un’emergenza sanitaria.
Tanti baci in più dati alle mie figlie.
Tanto vento, e poco sole qui in Lombardia.
Tanta voglia di condividere bellezza, senza scalpitare troppo.
Tanti film di Woody Allen.
Caffè a letto.
Baci sul divano, come non ci fosse un domani.
Pochi libri, perché adesso non mi va.
Poca voglia di scrivere per far vedere quanto sono brava e produttiva.
Tanto bisogno di silenzio, e meditazione.
Tanto, troppo, poco, molto, moltissimo, sempre, mai.
Finalmente rivivo il sapore di certe parole che non dimenticherò.
❤️

#Pomeriggi di quarantena.

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E così scorrono dei pomeriggi senza sole, privi di ogni rumore nefasto.
Impietosamente il silenzio lascia spazio alle parole.
Le orecchie, prima sorde, tornano a sentire; gli occhi a vedere; la pelle a respirare.
È quasi la fine di un mese, lungo e allo stesso tempo veloce.
È metà del tragitto che finora hai percorso e nel mentre, molte delle tue abitudini e dei tuoi modi avranno trovato una modifica, quasi radicale.
Sorridi ma lo sai…che non sei più la stessa persona che eri ieri, e la cosa non ti fa arrabbiare. Il saperlo non rende l’incertezza più incerta né ti procura acuta sofferenza.
È il cambiamento che forse ti era necessario. Rappresenta il tempo che ti serviva, il bacio che ti mancava, l’ingrediente segreto che a lungo hai bramato.
È lo spazio a contatto con la parte intima di te.
L’unica, che possa renderti più felice.

Letizia Turrà

Il tempo ai tempi del Corona Virus

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Sveglia alle 7.47.

Difficile schiodarmi dal letto, ultimamente i miei ritmi sono sballati. Vado a letto alle 2 di notte, dopo aver sentito notizie per nulla tranquillizzanti.

Qui nella zona rossa la paura è tanta da oltre un mese. Da circa quattro giorni non usciamo dall’ultima volta perché le uscite sono contingentate. “Un membro per famiglia”, dicono, così ci siamo dovuti tutti uniformare. Un nuovo assetto: segni bene su un foglio quello che manca in casa, nessun lusso (dimenticati le patatine, il succo di arancia Bio, le cazzatelle che ti compri di solito). Qui siamo in una situazione di emergenza, lo stipendio deve bastare da qui, fino a data da destinarsi.

Dicevo. O forse sarebbe meglio dire (o scrivere) scrivevo…sveglia 7.47, la seconda ambulanza giunge a ricordarmi che mi devo svegliare, svegliare davvero.

Le bambine dormono, ultimamente dormono tanto, proprio come ho fatto io finora.

La luce del bagno, fioca, contrasta le mie iridi.

Fuori il sole.

Mi sciacquo il viso.

Mi lavo dappertutto.

Mi lavo i denti.

Mi trucco leggermente.

Cambio la maglietta.

Rimetto i pantaloni del pigiama. Perché non vado a lavorare. Da oggi lavoro da casa.

Sarà sufficiente che cambi solo i pantaloni, nessuno mi vedrà. Non sapranno se sono struccata o meno, se sono presentabile, se mi sono pettinata.

Le giornate, seppure lunghe, molto più lunghe di quanto ti aspetti, sono serrate.

Le cose in casa da fare sono tante, i compiti vengono assegnati a valanghe settimanalmente e ti ritrovi improvvisamente avviluppato dal mondo scolastico, del quale prima poco ti interessavi, perché ciascuno di noi ha il suo mestiere, ed è giusto così.

Ci sono le video lezioni, i compiti su dieci dispositivi diversi tutti da scaricare (lo ammetto, me ne perdo qualcuno per strada, e penso di non essere la sola).

Ci sono gli incontri di lavoro, le riunioni con i capi a distanza.

Ci sono le video chiamate con i parenti di cui non ricordavi quasi neppure più l’aspetto.

Ci sono i flashmob con gente che canta, suona, applaude, mangia, sbraita sul balcone.

Improvvisamente ti ritrovi a voler condividere un quotidiano con altre persone, tipo i vicini, dei quali prima non ti importava nulla. E non perché non gli volessi bene o perché non ti interessasse, semplicemente non avevi il tempo né la possibilità di guardare fuori dalla porta. Perché a casa non c’eri mai; non c’eri per le cose quotidiane; non c’eri per una telefonata; non c’eri per un amico che aveva bisogno di una parola di conforto.

DICIAMOCELO: Non c’eri nemmeno per TE!!

Ed ora abbiamo tempo in quantità. Tempo per leggere, scrivere, salutare il vicino, chiamare, piantare semini nell’orto, guardare un film, affacciarci al balcone per cantare (e magari, finalmente imparare) l’inno di Italia, lavorare da casa, fare i compiti da casa, cucinare studiando a fondo le ricette di Gualtieri Marchesi, videochiamare tutti quelli che hai perso dagli anni ’90.

Tempo a volontà, tempo da scorpacciare come se non ci fosse un domani. Tempo per chi non aveva tempo.

Tempo che bramavamo da tempo.

CHE MERAVIGLIA, non trovate?

Eppure ci sono istanti in cui mi piacerebbe tornare indietro a quando non avevo tutto questo tempo per abbracciare la mia famiglia e cucinare i miei manicaretti, oppure a quando non riuscivo ad aggiornare questo Blog come avrei voluto perché soffocata dalla mia quotidianità. Mi manca il mare con tutta la bellezza da guardare; un panino divorato fuori tra la gente in Corso Vittorio Emanuele, a Milano; mi manca fare un bel giro in una libreria piena di chicche letterarie; mi manca un tour nei musei, o visitare una mostra; mi manca fotografare e farmi fotografare. Mi sento quasi un’ingrata a rivolere indietro quei momenti che non mi facevano apprezzare tutto questo.

Così ora deglutisco mandando dritti in fondo allo stomaco i pensieri futili, e penso che sono felice di questo tempo che (purtroppo) durerà a lungo, per tutti noi. Mi scende una lacrima quando penso a tutti quelli che se ne sono andati, o a quelli che lottano per la vita attaccati a un respiratore, o agli infermieri e al personale medico, veri EROI di questo famigerato TEMPO.

Torno a lavorare, e vi lascio un sorriso, anzi, una canzone. Un modo, forse il solo, di dire addio alla tristezza.

Che di tristezza è pregno questo tempo, ed io non ne voglio sentir parlare.

Vi abbraccio, stretti.

Letizia Turrà

 

Un periodo strano…

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È un periodo strano quello che sto attraversando. Ci sono giorni in cui sto benissimo, e altri in cui sento tremendamente la mancanza di qualcosa alla quale aggrapparmi.

Giorni di piena, che si alternano a giorni di vuoto. Un vuoto intenso, pungente, disarmante. La mia testa delira in quei momenti.

Vorrei scrivere, ma è come se qualcosa mi tenesse inchiodata lì. Mi frulla in testa la storia, i dialoghi, nuove parole da aggiungere.
Tuttavia, me ne resto ferma.

Ferma, forse in attesa, o forse solo in silenzio. Un silenzio del quale ho bisogno perché passo gran parte della mia vita ad ascoltare gli altri; il risultato è che nessuno ascolta me.
Penso sempre più spesso a mia madre. Questa mattina, nel buio più cieco ho come avvertito una carezza che mi sfiorava il volto. Una presenza al mio fianco, quasi soffocante.


Ho baciato la sua mano, ho sussurrato il suo nome.
Poi mi sono svegliata. Non c’era nulla, non c’era nessuno.
A volte mi sento sola, anche quando non lo sono.
Resto consapevole del fatto che nessuno ritorna da certi posti, né da certi mondi.
Nessuno torna, una volta chiusa la porta.


Nessuno ci spiega com’è viverla questa vita, è un’arte per la quale ce la dobbiamo vedere da soli.

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Il cibo…che meravigliosa invenzione!

 

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Adoro queste foto che mi ha scattato Erica Campanella nella cucina della mia casa.

Mi ricordano che per me il cibo ha sempre avuto una funzione fondamentale: la condivisione e la scoperta dei sapori, le gambe di mio nonno sulle quali mi sedevo perché mi portasse alla bocca piccoli pezzetti di cibo con lo stuzzicadenti, e la varietà di pietanze esistenti.

Mi ricorda che ogni volta che il frigo mio e di mia madre era vuoto, andavamo a bussare alla porta di mia nonna; lì da mangiare non mancava mai, come ogni tipica famiglia del Sud di quegli anni.

Da allora ho mantenuto un legame saldo con il cibo. Ricordo ad esempio il religioso silenzio a tavola, poche volte interrotto dal suono della voce mio nonno che mi rimproverava perché mangiavo tutto senza pane. E mia nonna che gli diceva di non arrabbiarsi, di lasciar stare, che non era successo nulla.

Mi ricordo della mia merenda che mi sembrava fantastica, e che oggi fatico persino a riconoscere per quanto “il contenuto non è fedele all’immagine riprodotta sul pacchetto”!

Il cibo è la catena che unisce le famiglie intorno a una tavola; è il sugo di mia nonna che iniziava a preparare alle 6 del mattino e finiva di cuocere alle 12; è il vino prodotto in casa, l’olio comprato dall’uomo di fiducia; le bestie che nonno Vincenzo (detto Cecè) uccideva al nostro cospetto e poi consumava con noi tutti alla sera, riuniti nella sua taverna.

Ricordi inspiegabilmente forti, avvinghiati al cuore e ai muscoli della mente.

Il cibo…che meravigliosa invenzione.

In sottofondo: https://youtu.be/53Dh-I0_m5Y

photo: Erica Campanella http://www.ericacampanella.com/

Carpe diem.


 

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Carpe diem.

Significa “cogli l’attimo”. Coglilo, perché ogni momento di questa vita potrebbe essere l’ultimo in cui ti capiterà di carpire il tuo respiro ancora pungente nel petto.

Non sono cose a cui pensi quando sei giovane; in quel momento l’unico concetto che sei in grado di concepire è che esisterai eternamente, e che nulla potrà annientare la tua tempra.

Pensi che ci sarà tempo per tutto, che questa attesa comprenderà anche il tempo dovuto all’amore. Poi finisci per scoprire con amara comprensione che l’amore, neppure lui, ti aspetta. Si prende la parte migliore e peggiore di te. La prima parte viene riempita, resa apparentemente perfetta; la seconda viene di colpo svuotata, diventando una discesa arida e tortuosa.

Amare è vedere scendere quel filo agrodolce giù per la gola. Sei consapevole di essere legato a qualcuno a cui hai sussurrato ti amo in tutti i modi: fra le lenzuola, mentre toccavi le sue ciocche, mentre ossessivamente ricercavi il suo odore sotto le ascelle o in mezzo ai tuoi capelli; nei sorrisi che poi elargivi quando giungeva al tuo olfatto quello che stavi cercando, nelle telefonate che avresti dovuto fare e non hai fatto, fra le parole che hai scritto e che ora giacciono in un cassetto. Tuttavia, quello stesso amore te lo sei lasciato scappare, hai spezzato la catena che ti teneva stretta, avvinghiata. Hai sciolto quel nodo vincolante; hai abbandonato quel porto sicuro.

Nelle viscere non restano che ricordi, e un infinito senso di gratitudine per ciò che è stato. Ci piace sapere che dall’altra parte del mondo o della strada, qualcuno che abbiamo amato profondamente se ne sta lì, e penserà a noi con il medesimo senso di protezione e attaccamento.

Sai che lo ritroverai in quello che ti aspetti ancora, lontano come l’urlo di una falena in lontananza, che non potrai sentire.

Letizia Turrà

L’amore non lo puoi spiegare.

 

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L’amore non lo puoi spiegare.

Chi mai potrebbe riuscire a spiegare cosa percuote gli animi fino a farli sentire in balìa della più cupa incertezza e del dolore più sordo; chi mai potrebbe spiegare cosa rende le notti così difficili da dormire e il cuscino umido per via delle lacrime inghiottite; chi mai potrebbe spiegare cosa fa sanguinare e sentire così fragile da avere il dubbio che da un istante all’altro potresti spezzarti in due; chi può spiegare la volubilità nei secoli di un tale “sentire” che non ha limiti di spazio, né di tempo.

L’amore non si può spiegare.

L’amore arriva.

L’amore lo avverti sottopelle.

L’amore distrugge tutte le tue consapevolezze.

L’amore abbatte i luoghi comuni e quelle mura possenti di moralità.

L’amore fa male, fa perdere sangue.

L’amore è il gancio di salvezza in mezzo a un mare vastissimo.

L’amore è l’unica cosa che valga la pena vivere davvero, fino in fondo, procurandosi ferite.

Letizia Turrà, aforismi estemporanei

 

(link per acquisto: https://www.amazon.it/Aforismi-estemporanei-Letizia-Turr%C3%A0-ebook/dp/B07FR6PK8X)

photo: Stefan Rappo

 

Cosa porterà il nuovo anno?

 

Cosa porterà questo nuovo anno?

Non so dirlo, sarà che dopotutto amo l’imprevedibilità del tempo. Lo guardo con lascivia, attesa, bisogno di conferme che so già non arriveranno.

In procinto un nuovo libro dopo quello appena pubblicato, nuovi progetti fotografici (non vedo l’ora di tornare alla mia vita bucolica, che tanto amo); nuove incisioni in studio che porteranno infine al debutto nel mondo Disney, con i classici che amo tanto.

Ho voglia di sperimentare, fare nuove amicizie, lasciando che rimangano nella mia vita solo quelle che davvero contano.

Voglio provare quel senso diverso di felicità, tra disillusione e speranza.

Voglio tornare a leggere tanto, come facevo un tempo.

Voglio vedere mia figlia iniziare a suonare il pianoforte; voglio vederla sorridere, più e più volte.

Voglio alzarmi, ogni tanto, senza una sveglia e senza un impegno da incastrare nella mia agenda affollata.

Dove mi porterà la giostra?

Ho pagato il biglietto.

Non ho voglia di scendere, non ci penso ora.

Mi auguro che questo Blog continui a crescere, come già sta facendo.

Buon 2020 a tutti voi! ❤

 

 

 

Mi manca mia madre

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Mi manca mia madre per andare al cinema con lei.
Mi manca mia madre per raccontarle della prima volta in cui mi sono sentita innamorata.
Mi manca mia madre per mostrarmi debole, una volta tanto.
Mi manca mia madre quando, al termine della giornata, non posso telefonarle.
Mi manca mia madre quando lotto, per avere quell’approvazione che troppo spesso mi aspetto dagli altri.
Mi manca mia madre e le sue gambe ossute, le sue dita adunche, gli occhi grandi.
Mi manca mia madre e le sue risate, con quel modo spensierato di smorzare ogni negatività.
Mi manca mia madre e il mare che rappresentava.
Sono una barca ora, in preda alle onde e al loro sciabordio; mi manca una bussola che mi dia la direzione. Quella bussola era mia madre.
Mia madre sarebbe stata la mia migliore amica.
Mi manca qualcuno che non potrò mai più avere, mai più riabbracciare, di cui non potrò mai più sentire il suono della voce.
Qualcuno che mi ha rubato il cuore, e strappato l’anima dal petto.
Perché tutto può morire, ma una madre non muore mai, né si placa il dolore del suo ricordo dentro di noi.

Letizia Turrà

Ph: Guy Bourdin bis untouched

Non esistono genitori perfetti!

 

 

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Non esistono genitori, né figli perfetti. I figli si generano, non soltanto metaforicamente. Si insegna loro a rafforzarsi, senza cinismo e con fiducia.

Esistono però conflitti che alcuni figli (genitori oggi) non hanno ancora risolto dentro di sé poiché non si sono mai posti il problema di comprendere i propri genitori per gli errori commessi in passato.

La frustrazione che ne deriva, in alcuni casi, può arrivare a distruggere il giudizio che il figlio in qualità di futuro genitore avrà della sua vita e della nuova famiglia che ha creato. Tenderà spesso a scappare dalle relazioni troppo impegnative e dai problemi quotidiani, finendo per ricercare a tutti i costi una persona simile in tutto e per tutto al genitore che ha costituito quella mancanza nei suoi confronti; così facendo si sentirà autorizzato sempre di più a dare agli altri la responsabilità di un proprio, personale errore.

Dovremmo puntare meno il dito sui nostri genitori, e porre l’attenzione su che tipo di genitori NOI vorremmo essere. Perché dare il meglio ai nostri figli non sempre equivale al meglio per loro, se poi non li rispettiamo.

I genitori e i figli non si scelgono; ogni giorno ci si sceglie, e si resta insieme nonostante le difficoltà.

Riflettete più spesso prima di parlare di altri o prima di attribuire ad altri la causa del vostro malessere.

Scrutate dentro di voi, ATTENTAMENTE.

Letizia Turrà

ph: Repertorio famigliare (Gaia abbraccia il suo papy)

Legami, legati.

 

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Legami.

Legami.

Si scrive uguale, ma il significato cambia ogni volta.

Ci sono legami che somigliano alle corde bagnate dall’acqua salata; restano così saldi che ti rendono impossibile scioglierli, seppure tu ci metta tutta la tua volontà.

Quei nodi sono grovigli dell’anima e stringono fortissimi, al punto da farti sanguinare.

«Legami». Si dice a chi vogliamo che ci possieda.

«Ho dei legami con quella persona». Asseriamo quando ci sentiamo innamorati, forse invischiati in un rapporto dal quale non vogliamo uscire.

Certi legami diventano parte della nostra identità, delle nostre notti, dei nostri pensieri quasi in maniera compulsiva, la stessa ossessione con la quale reprimiamo il pensiero di spezzare la corda che trattiene i nostri polsi.

Scioglimi, slegami, lasciami andare – vorremmo dire ai nostri pensieri più appartati.

Vattene – vorremmo urlare a chi amiamo, ma ci sta facendo male per un motivo qualunque.

Ma come si lascia andare qualcosa al quale siamo così legati, come un pensiero, ad esempio?

Legami, legati.

Restiamo legati, intrappolati qui, nella tormenta, tra le onde, tra il dire e il fare che non vede mai il suo compimento.

Letizia Turrà

ph: Unsplash.com

Amo quello che non dura.

 

Carla Van de Puttelaar TER

 

Quasi tutte le storie, prima o poi, si rendono insopportabili al ricordo. Anche quelle più belle, che tendono ad essere svilite dalla memoria, lasciandoci un grande vuoto esistenziale.

Morirò con questa mia tendenza a voler scartare la possibilità di un legame con ogni cosa che mi contorna.

Per questa ragione ho sempre preferito gli incontri occasionali alle relazioni sentimentali.

Nell’occasionalità risiede la maggiore voglia di scoprirsi e scoprire l’altro, che non diverrà mai scontato. È come ritrovarsi in un territorio inesplorato dove ogni giorno sarai preda dei tuoi impulsi più abietti, quelli che non mostreresti mai a nessuno.

Un giorno esplori un’isola remota come un uomo maturo che non credevi mai ti sarebbe piaciuto, e un altro giorno un uomo “croccante”, dal sapore ancora indefinito.

Così l’esplorazione continua nel tempo, senza trovare mai la sua fermata; quella ricerca spasmodica non richiede impegno da parte tua, né costanza alcuna; non devi attendere che il telefono squilli né devi incastrare appuntamenti in agenda; non devi nemmeno preoccuparti di cancellare ogni traccia di quell’uomo dal corpo, e dalla mente.

Il fortuito ti dà l’occasione di sentirti libera da ogni vincolo, impedisce in qualche modo al tuo cuore di soffrire; placa la tua ira quando non hai nessuno con cui parlare poiché impari a non volere più nessuno al tuo fianco che ti svuoti, o usi le tue fragilità per colpirti.

Perché stai pur certo che succederà: tutto ciò che avrai condiviso con una persona per gran parte della tua esistenza un giorno ti si rivolterà contro, diventando la parte orrenda del tuo vivere, il coltello che frange nel tuo fianco, le lacrime amare che bruceranno appena al di sotto del palato per poi smarrirsi, scendendo lungo la gola.

Amo quello che non dura, è questa la sola realtà.

Amo e desidero ardentemente quel vivere a metà, sospesa tra la ragione e il pentimento, tra una carezza e il rimorso di non avere dato abbastanza.

 

Letizia Turrà

ph: Carla Van de Puttelaar

Non posso vivere con, o senza di te.

 

ves Trémorin, Les amants magnifiques

Non posso vivere con, o senza di te.

Così ti tengo lontano, perché amarti è strappare la carne mia dalle ossa; continuare a volerti è qualcosa che riempie la mia vita, più della tua presenza.

La tua assenza non è per me oblio, incertezza, paura dell’ignoto, terrore del buio.

No, io so che tu mi ami sconfinatamente e senti me, nello stesso modo in cui io sento te.

Il nostro amore è eterno, nessuno potrà portarlo via. Il nostro sentimento è un minerale ricco di vita perpetua, che non si estingue con facilità.

Restami ancora aggrappato, seppure solo col pensiero. Non farmi morire dentro un amore semplice, effimero. Rendimi libera nel pensiero di volerti, di averti, di stringere ancora la tua carne fra le dita.

Rendimi perfetta nel ricordo che ci ha visto unirci.

Affonda dentro il corpo e dentro l’animo profondo che ho predisposto per te.

Non sarai mai davvero pronto ad andare via, né andrai mai via da me.

Mia vita, mio tutto, mio cuore, mio mare.

Letizia Turrà

Perché non mi richiami?

 

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Mi sono messa a osservare la pioggia; ho udito piano il suo scroscio tra i rumori del traffico e della città.

Quei sottili fili argentati mi hanno ricondotta verso uno strano ricordo; un percorso della mente che forse un tempo mi apparteneva.

Ora non più.

Non so dire perché mi sia seduta a guardare. Il cielo piangeva ed io non ho avuto paura di vederlo soffrire.

So che entrambi stiamo soffrendo; entrambi siamo artefici di un medesimo dolore.

Perché deve risultare tanto difficile recuperare quel filo che ci lega? Perché non prendi in mano la cornetta affinché io riesca ancora a sentire la tua voce?

Perché non mi chiami? Non ti ho più sentito.

Letizia Turrà

ph: Rétrospective – Sébastien Lifshitz

ph: From video “Call me back again”, Paul Mc Cartney & Wings, 1975

 

Biscotti, amore… e fantasia.

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Articolo numero 200 per il mio Blog.

Sabato mattina, e tanta voglia di dolcezza.

L’orologio segna le 8.32; è il primo giorno di autunno.

Mi sveglio di buonumore tra le risate delle mie piccole. Siamo sole in casa, fuori c‘è il sole.

Voglio preparare qualcosa di buono. Gli ingredienti mi sono sempre più chiari: il burro, lo zucchero, la farina, le uova.

Genuinità e amore faranno il resto.

Oggi festeggio con mia figlia, insieme abbiamo imparato a fare i biscotti ed io ho imparato a lasciarla fare mentre impasta e sento gli occhi bruciare per l’emozione di vederla tanto coinvolta.

Mi chiedo se ricorderà di questi momenti passati a impastare e infornare biscotti a forma di cuore con la sua mamma.

Lei dice di sì. Sorrido. Ci conto. ❤️

 

 

È uno di quei giorni…

 

Cayeux et Mers les Bains, 12 juillet 2015
ph: Christophe Audebert

È uno di quei giorni in cui vorrei sentire la sabbia che scotta sotto i piedi mentre corro verso un’acqua che scoprirò essere gelata; uno di quei giorni in cui vorrei che la musica Bossanova si trovasse dovunque io mi trovo mentre bevo qualcosa che mi donerà ebbrezza; uno di quei giorni in cui farei l’amore a lungo, per poi restare nuda per tutto il tempo; uno di quei giorni in cui ti bacerei le labbra e poi dalle stesse farei uscire qualche poesia inquieta di un nostalgico Pessoa; uno di quei giorni in cui mi mancano i tuoi passi che risuonano nella mia casa, silenziosi e quieti.

È uno di quei giorni in cui non so più che giorno è, né a che ora verrà il tramonto. Tutto si tramuta in attesa dell’inarrivabile.

Buone vacanze,

Leti ❤

Odette

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Nei giorni che precedettero la morte di Odette, le nuvole fluttuarono nel cielo come batuffoli di ovatta.

Quel che riesco chiaramente a ricordare è che smisi improvvisamente di sentire l’odore della morte e anche mia madre divenne priva di odori.

Niente più ricordava la sua figura di megattera. Era ora appassita, sbiadita, come una foto sovraesposta dai contorni bianchi e bruciati.

Una gracile farfalla che non volava più, ma tornava alla sua natura legata agli abissi più profondi, che per tutta la vita l’avevano attesa.

Jonas pianse tanto come non l’avevo mai visto fare.

Mi stupì vedere quanto un uomo può soffrire quando deve separarsi da ciò che ama.

Noi non accettiamo di perdere, mai. Sviluppiamo un senso di appartenenza con i nostri affetti più stretti, che ci inducono a pensare che non finirà mai il ciclo di quel sentimento.

Ed invece anche una donna grande come la mamma se n’era andata ed insieme a lei la sua energia più profonda.

Dopo poche settimane io e mio fratello completammo la casa sull’albero, senza dirci nulla. Non una parola sull’accaduto, e non certo perché non avessimo argomenti. Solo che qualsiasi dialogo avrebbe rovinato quella costruzione che era diventata più l’edificazione del nostro rapporto, che un ammasso di legni posti di fronte a un fiume su un albero secolare.

Preferimmo lo stesso silenzio con il quale avevamo scelto quell’albero, silenziosamente, fra tanti. O forse fu lui a scegliere noi, proprio come il destino sceglie di darti una madre che poi ti strapperà dalle mani troppo presto.

Non eravamo pronti a restare da soli; forse in fondo nessuno lo è mai per davvero.

 

Letizia Turrà, 2019

Ph: Natalia Drepina

Ama impetuosamente, Senti forsennatamente, non c’è altra vita.

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Parlavo proprio ieri del suicidio.

Eravamo a tavola, di fronte a un piatto di pollo ripassato in padella e quasi ridevo al pensiero del rimescolio di quegli avanzi del pranzo riproposti come talvolta ti si ripropone la vita: rimestata insieme ad altri ingredienti che te la fanno apparire come nuova e più gustosa da assaggiare.

Nel banchetto della vita ci finiamo tutti prima o poi, volenti o nolenti; è il gioco violento e meschino degli eventi.

Tenevo un libro sul tavolo; un libro che amo, uno di quelli che ogni volta che ne apro anche solo un lembo, sembra avere il potere di rispondere ad ogni mia domanda interiore.

Mia sorella mi chiede incuriosita di chi sia quel libro.

«È di Sergio Claudio Perroni» rispondo stizzita, quasi con la pretesa che lei dovesse sapere chi è.

Sbarro gli occhi, per un attimo mi rendo conto che forse alcune persone e le loro parole appartengono solo a noi; anche Sergio, forse, apparteneva solo a me che ritrovo nei suoi scritti un significato immenso alla stregua di un macigno, inaccettabile da mandare giù.

Le racconto di una conversazione avuta con lui lunga appena quattro righe su Messenger, nella quale mi ringraziava per il fatto di condividere i suoi scritti e mi chiedeva con tono canzonatorio di citare anche il titolo dell’opera per invogliare il lettore a ricercarla. Poche frasi, asciutte e gentili seppure affilate. Scopro dalle parole di quanti lo conoscevano intimamente, che era solito esprimersi così con chiunque incontrasse.

Le racconto di come si è tolto la vita e quasi non riesco a trattenere l’emozione, come se quello morto fosse un amico che conoscevo da tempo.

Così il discorso si complica; il cibo in bocca muta in sapore e assume un tono più bruciante; la forchetta viene da me abbandonata sul tavolo perché voglio, devo leggerle le parole scritte nel libro “Entro a volte nel tuo sonno” che tanto ha attirato la sua attenzione.

Veniamo entrambe catturate da quel turbinio di parole semplici, pulite e profonde, taglienti e al contempo sananti.

Sergio si è sparato. Si era recato nel solito bar in cui andava ogni mattina; indossava solo un leggero giubbotto senza le maniche. La pistola si trovava in auto, l’aveva portata con sé il giorno prima.  Quello che ha visto alla fine è la baia azzurra e piena di barche a vela. A maggio la costa si popola di vele e a lui piacevano le vele (queste parole mi sono state scritte da Cettina Caliò, sua moglie – che ringrazio – in correzione di quello che i giornali sostenevano).

Non lo ha fatto per vigliaccheria, ne sono certa. E non lo ha fatto in modo tradizionale, bensì di fronte a persone ignare di quanto un dolore possa toccarti nel profondo se non ti riguarda direttamente. Così si è ucciso nel centro della città dove risiedeva di fronte ai passanti, in pieno giorno.

Perché abbia scelto di farlo così non mi viene neppure da chiedermelo. Forse perché io lo comprendo, so cosa significhi sentirsi “diversi” tra la gente che vive di luoghi comuni e di credenze tra una parola di speranza e un agnosticismo pedante.

E se servisse compiere un gesto così estremo per risvegliare la massa dormiente che pensa solo a sé, incurante di quanto la circonda? Se quel colpo di pistola quel giorno non abbia davvero cambiato il mondo interiore di qualcuno, consentendogli di vedere al di là del proprio modo di vivere? Se non fosse anche quello di Sergio un invito a VIVERE davvero?

Chissà a cosa deve aver pensato poco prima di premere il grilletto; quello è il pensiero che mi lacera.

Per me è ancora vivo, solo che non ha lasciato fare alla vita come disse una volta in un’intervista. Ha scelto lui per sé e un po’, forse, anche per lei.

Sono passati molti giorni, e per me è come se non fosse morto. Non credo possa morire mai qualcuno che ha saputo donare così tanto agli altri attraverso i suoi scritti.

E con una punta di invidia leggo gli articoli di quanti lo hanno conosciuto, hanno lavorato con lui o hanno avuto l’opportunità di fotografarlo, come nel caso di Natalino Russo.

Qui il link con il suo ricordo di quei momenti.

http://www.natalinorusso.it/web/sergio-claudio-perroni/?fbclid=IwAR2ASi44RqnN_bQzjuSU5-nEL1qsYnB5IltY1G9oBXFCB_2u2HAeqx2Cwb8

«Forse a chi si toglie la vita manca Dio», mio marito asserisce mentre mi aiuta a caricare la lavastoviglie.

«Non credo che sia questione di Dio. Molte persone non ne hanno bisogno per tutto il corso della loro vita». Rispondo schiettamente.

Prima di andare a letto ieri sera ho riposizionato il libro al solito posto, in cima ai miei libri preferiti, pronunciando dentro di me una piccola preghiera, conscia che potesse anche non servire a niente.

Ciò che desideravo era che arrivasse a Sergio la mia comprensione, la pace di cui tutti necessitiamo, e la mia stima come lettrice, prima ancora che come autrice.

Chi scrive non muore mai per quanto mi riguarda, come ciò che ha scritto di suo pugno, che resta in eterno.

Letizia T.

Link per il libro: https://www.amazon.it/dp/B078XFJTHK/ref=dp-kindle-redirect?_encoding=UTF8&btkr=1