Subire una violenza

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Subire una violenza è devastante.
Subire una violenza, soprattutto domestica, dove le persone che dovrebbero amarti ti toccano, indagano nel tuo intimo e ti costringono a fare cose che non dovresti fare con loro, è aberrante.
Non si torna più indietro dal panico notturno e dai sensi di colpa che, in quanto donna, ti attanagliano con mordente costanza.
Ti viene da vomitare.
Ti fai schifo.
Ti reputi inopportuna.
Subire una violenza non è qualcosa che si sceglie.
Avviene e basta, e qualcun altro ha già scelto per te. Ha scelto TE.
Hai due sole probabilità da quel momento: lasci morire il tuo corpo e ti getti nelle mani del tuo carnefice, oppure sviluppi una resilienza incontrollata, una capacità unica di NON piegarti agli eventi drammatici che hanno scelto di accompagnare la tua esistenza.
Ora hai la tua storia, da scrivere e raccontare.

Sei conscia di avere imparato una lezione importante: è solo sulle tue FORZE che puoi contare, e il GIUDIZIO del mondo è qualcosa che non ti appartiene più.

Letizia Turrà

ph: Francesca Wood

I papà sono creature strane.

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Amo mio padre come si amano le cose lontane, che non puoi toccare.

Io mio padre me lo sono sempre immaginato come qualcuno non appartenente a questo mondo; una creatura strana che rappresenta la più intima parte di me, e il mio lato maschile che preservo da sempre.

Siamo entrambi appassionati di ufologia, di musica (lui è un insegnante di musica, insegna batteria per la precisione), discorsi filosofici e astrali che nulla hanno a che vedere con la stragrande maggioranza degli argomenti che tratta il mondo o che ponga i suoi riferimenti verso un modo di vivere meramente religioso dove la persona spera (o pensa) che vi sarà un posto in paradiso per ciascuno di noi.

Io e mio padre abbiamo conosciuto il paradiso e l’inferno qui sulla terra ed all’interno di questo micro spazio che ci è stato riservato siamo rimasti lontani, ma non troppo da dimenticarci l’uno dell’esistenza dell’altra.

Amo mio padre perché non l’ho mai potuto davvero toccare, perché come molti amo le cose che non si possono avere o che è più semplice compiangere. E lo amo pure perché quello che provo anche solo quando vedo il suo like sui miei post è inspiegabile, come un cuore che batte dall’altra parte e mi dice: “anche se non ci sentiamo mai, io ti penso.”

Lo amo perché mi ricorda le canzoni belle che insieme abbiamo ascoltato migliaia di volte senza dire niente altro. Non c’era bisogno di dirsi nulla, avevamo solo bisogno di ascoltare.

Rifletto sul fatto che è bello essere pensati dalle persone che amiamo, perché noi apparteniamo alle persone che amiamo, anche nel silenzio del mondo che non può ascoltare le nostre preghiere.

Il tempo sul volto di mio padre è passato cambiando i suoi tratti di bambino in quelli di un ragazzo dagli occhi brillanti, poi un eccellente musicista, poi un padre un po’ assente, e infine una persona in cerca della saggezza con le doti di un grande comunicatore.

Ed io che non riuscivo a perdonarlo per una marea di motivi, mi sono ritrovata a comprendere ogni suo passo solo oggi, dopo 36 anni, lunghi e pesanti come i macigni scuri che porto al posto degli occhi.

Due pietre che sono appartenute a mio padre e mia madre un giorno, e che oggi porto con me, come diamanti allo stato grezzo.

Io lo amo mio padre, e glielo scrivo perché non sono mai riuscita a dirglielo davvero.

Perché lui sappia che il perdono è la più alta forma di crescita umana.

Sono troppo grande per essere abbracciata ora, forse.

Ma mai troppo per sentirmi amata, perché voglio sentirmelo dire ancora che quello sarà per sempre.

Ti amo papà, spero che sorriderai leggendo questa.

Tua figlia, Letizia T.

Nella foto: mio padre.

Le collane di perle…

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Mia nonna Rosina

È il giorno della Festa del Patrono, nel paese accanto al mio.

Tra luci e suoni indistinti, imbocco un piccolo vicolo solitario, dove si trova una bancarella di oggetti vecchi e dimenticati.

Il mio sguardo si sofferma ora sulle ceramiche, ora sui quadri raffiguranti Venezia e luoghi a me sconosciuti. Osservo con attenzione e nostalgia quegli oggetti inutili per molti, che al contrario io rivedo pregni della vita di qualcun altro, terminata chissà dove e chissà come.

I miei occhi si illuminano quando l’occhio ricade sulle collane di perle.

Già, le collane di perle.

Improvvisamente risorge dal cassetto della memoria il ricordo di quando frugavo nei cassetti della mia nonna paterna e vi trovavo le sue collane di perle.

Una volta finii in ospedale col mal di pancia perché mangiai una collana intera, perla dopo perla.

Dal giorno in cui sono nata non gliele ho mai viste indossare, nonostante fosse di origini francesi e per questo amante delle cose belle. Mia nonna era una donna devota e pulita in viso, vestita con indumenti semplici e poco vistosi, seppure molto elegante nei movimenti.

In quel momento ho compreso che non l’ho neppure salutata prima che morisse, ero lontana quando se n’è andata improvvisamente, lasciandoci tutti sgomenti.

Ho ripensato alle sue collane e alla vetrina in sala da pranzo infarcita dei suoi cimeli, e ho riso di gusto ripensando al fatto che mangiavo le sue collane di perle.

Una vera follia. Ho rivissuto qualcosa che avevo rimosso; ho ricordato mia nonna, che amava sentirmi cantare.

Perché sia avvenuto ora è qualcosa che probabilmente non riuscirò mai davvero a spiegarmi. Forse sono più ricettiva di un tempo, o forse ho bisogno di aggrapparmi al passato per poter comprendere che vivo oggi in questo, ormai lontano da allora, Presente.

Quel passato dove ridevamo con poco e avevamo poco, succhiavamo stecchi di liquirizia di un gelato al limone, piangevamo con Nino Buonocore e la sua “Scrivimi”, attendevamo la riapertura dei Lidi in vista dell’estate, facevamo nuove conoscenze che lasciavano il segno, bevevamo Gazzosa fino a farci scoppiare la pancia, sentivamo il cuore esplodere per un ragazzo biondo che metteva Ligabue al Jukebox sperando che fosse dedicata a noi, sognavamo di fuggire via dal luogo dove eravamo nate….

Sorrido ripensando alle collane di mia nonna che spezzavo per poi mangiarle, alle discese veloci in sella a una bici senza freni, alle risate sguaiate quando imitavo la Pausini al Karaoke.

Tutte cose così, tra presente e passato, che fanno sorridere il cuore.

Letizia Turrà

Faccio fatica a fidarmi delle persone.

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Non so ancora perché mi succeda, ma faccio fatica a fidarmi delle persone.

Faccio fatica a incamerare un complimento, una critica, un gesto gentile e autentico, senza poi sentire una fitta lacerante allo stomaco.

Forse le troppe, vistose ferite, chissà. O forse è solo il dolore trascorso a tenermi lontana da  un ulteriore dolore.

Mi occupo delle persone costantemente, ma spesso mi sento abbandonata da molti altri, ed è una di quelle sensazioni che nessuno riesce a levarmi dalle ossa.

Mi muovo in silenzio, parlo sempre meno, scrivo sempre di più, osservo da lontano gli altri come fossero orizzonti lontani, amo fotografare e salire sugli alberi grandi.

Rileggo i sentimenti che gli altri avevano nel passato nei miei confronti, che sembrano ormai sopiti come pagine sbiadite, quasi senza una ragione.

Forse siamo solo di passaggio – penso concretamente – quindi anche il bene provato è stato qualcosa di passaggio. Io però quando voglio bene lo faccio sul serio, e non tutte le persone che oggi provano per me un sentimento indifferente o sono sparite dalla mia vita le ho dimenticate.

E neppure coloro che mi dimostrano amore adesso. Io faccio fatica a dimenticare, quasi quanto faccio fatica ad affidare i miei sentimenti nel palmo della mano di un altro essere vivente.

Io non ce la faccio a non mettere paletti, mantenere distanze, fare finta di non essere suscettibile, impressionabile, emotiva.

Ho appena scritto sotto al post di un amico che non conosco la paura, e forse ho pronunciato la più ardita bugia fra tutte quelle che avrei mai potuto sostenere.

Invece ho paura di come mi sento. Ho paura di non essere amata a lungo come fossi un’onda che si ripete all’infinito. Ho paura di essere dimenticata, bistrattata, turlupinata. Ho paura di fare la richiesta diretta con scritto: “Rimani”!

Così molto spesso mi allontano dal riflesso della vita, come quando ti specchi e ti vedi brutta e non torni a specchiarti, finché la tua autostima non riprende il giusto assetto.

Forse è più colpa mia quello che accade, sono stata più in grado di ascoltare e “sentire” gli altri, ma poco ho ascoltato me stessa per via dei mezzi che ho usato come ponte per presentarmi agli altri.

A volte guardo il mio volto e vi scorgo qualcuno che non è stato ancora emotivamente compreso, né completo.

Sento che userò sempre uno scudo per proteggermi; che vorrò sempre bene a certe persone nonostante tutto; che verrò dimenticata.

Nel frattempo mi occupo di questo presente, in cui faccio finta che la paura per me NON esista.

Letizia Turrà

ph: Noelle Oswald

Non siamo più lì. Non siamo più noi.

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Vorrei tanto che ti sedessi qui, e col tuo profilo greve mi raccontassi qual è stato il sogno più bello che hai fatto recentemente; qual è stata l’ultima volta che hai pianto; qual è stato il momento in cui hai compreso che mollare era più importante che vincere.

Vorrei restare da sola con te, anche solo per due minuti, per sentire quella favola antica, che trasposta dalla tua bocca mi apparirà come sempre nuova.

Invece vivo qui, ancorata ad un presente che non mi appartiene, a desiderare di resistere perché fa più male abbandonare tutto.

Riguardo vecchie foto, le trapasso con lo sguardo.

Non siamo più lì. Non siamo più noi.

Letizia Turrà

 

La leggenda di Gina Cardamone, l’autostoppista fantasma.

 

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È ormai noto ai più l’attaccamento ai fenomeni paranormali diffusi nel Sud Italia. Siamo un popolo molto legato alla religiosità estrema, alla parte spirituale più pura, a fenomeni di suggestione che si protraggono da anni attraverso i racconti di grandi e piccini.

Oggi voglio parlarvi di una storia che ha dell’incredibile, incastonata come una pietra preziosa, tra realtà e leggenda.

È la storia di Gina Cardamone, una studentessa da tutti conosciuta come “l’autostoppista della pioggia”.

Gina Cardamone nacque nel 1930 e morì nel 1947, a soli 17 anni, a causa di una malattia incurabile, lasciando i genitori nello sconforto più totale per molti anni (si pensi al fatto che la madre morì nel 2000 alla veneranda età di novantatré anni, sopravvivendo alla perdita della sua unica figlia).

Tornando alla leggenda che riguarda la studentessa, si narra che in una notte piovosa e fredda per la strada fosse possibile incontrare una fanciulla di bell’aspetto e ben vestita, priva di cappotto.

Gli ignari passanti, mossi a compassione, avrebbero offerto un passaggio alla ragazza, prestandole il proprio cappotto affinché non sentisse freddo.

In macchina la ragazza raccontava di essere una studentessa all’ultimo anno, di chiamarsi Gina e chiedeva di essere accompagnata in uno specifico luogo. Una volta scesa dall’auto scompariva, dissolvendosi nel nulla.

Quel luogo in cui terminava il viaggio, era effettivamente la casa della famiglia Cardamone.

La ragazza chiedeva anche all’automobilista di tornare il giorno successivo per ritirare il cappotto.

Così, per molto tempo, decine di persone sono andate a bussare alla porta della madre di Gina, venendo a scoprire che la ragazza era morta molti anni orsono.

La scoperta più sconcertante riguardava il cappotto, che nessuno fra gli automobilisti ritrovava nel luogo indicato dalla ragazza, bensì sulla sua tomba, un mausoleo con una statua femminile, che tutti riconducevano per la somiglianza proprio alla studentessa.

Ero bambina quando mi raccontarono questa storia. 

Una persona a me molto vicina asserì addirittura di averla vista per davvero, facendomi venire i brividi.

Ho deciso di andare direttamente al Cimitero di Catanzaro davanti alla sua tomba per rivedere quella statua che da piccola tanto mi incupiva e incuriosiva allo stesso tempo.

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Ai piedi di Gina ora ci sono i suoi genitori, Fioramante Cardamone e Raffaella Loprete, e il fantasma di Gina sembra aver cessato di esistere da molto tempo.

I genitori scrissero parole molto toccanti dedicate alla loro unica figlia, che ora fiera punta il suo sguardo di marmo bianco verso il cielo: “Con te, o figlia diletta, s’è spento l’orgoglio dei tuoi. Sorretto dalla fede, vivificato dalla speranza, vivrà l’affetto per te finché i nostri cuori avranno un palpito e una lagrima le nostre pupille”.

Ho avvertito un senso di pace lì, tra quei silenzi sigillati, in cui è possibile udire solo il bisbiglio sofferente di chi va a trovare i propri cari e la certezza che solo gli alberi possano custodire ogni singolo alito di vento.

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Ho pensato a molte cose, e spero che Gina sia in pace ora, stretta nell’abbraccio dei suoi genitori che tanto l’avevano amata.

A presto, Letizia T.

ph: Leti Turrà, Cimitero di Catanzaro, 2018

Sulla mia tomba voglio che vengano piantati dei gigli…

L’ennesima lesione ha preso forma; inizialmente era apparsa come una grossa bolla piena d’acqua dietro al collo, adesso è una macchia rossa indelebile come vernice, e il resto del corpo ne è pieno.

Anni di cure non sono stati sufficienti a nascondere il mio terribile segreto.

La mia anima imputridita si aggira ora tra le stanze della mia casa, come fossi uno spettro.

Jules non ha mai aperto la porta, e non ha voluto più vedermi. Deve avere capito tutto, e mi odia per tutto il dolore che gli ho procurato.

Ho sempre pensato che il male fosse qualcosa da propagare, non ho mai accettato che rappresentasse solo un mio fardello; le sofferenze dovevano essere condivise, per essere davvero reali.

E con la mia scelta ho distrutto la vita di molte persone che mi hanno amata, mentre io non ho mai conosciuto bene il significato della parola “amore”.

Non conoscevo né desideravo l’amore, quindi come avrebbe potuto farmi del male?

E invece l’unico amore che ho conosciuto è stato un amore malato, di una malattia atroce, che mi sta consumando dall’interno e che pian piano giungerà a impossessarsi anche del mio volto sfigurato.

Sulla mia tomba voglio che vengano piantati dei gigli, non profumano ma sporcano, con i loro pistilli color dell’oro.

Tutti amano e odiano i gigli.

Sarò qualcosa che viene ammirato ma odiato, per i suoi effetti collaterali.

“Lacrime di legno”, Letizia Turrà

Tutti i diritti riservati: è vietata la riproduzione, anche parziale, dei contenuti di questo articolo, senza il consenso dell’autrice.

ph: George Gvasalia from unsplash.com

Mi manca mia madre, insieme a un mucchio di altre cose.

 

Mi manca mia madre in questo periodo dell’anno, insieme a un mucchio di altre cose.

In estate accade spesso perché è il momento dell’anno in cui arrivo a sentirmi più stanca, sfibrata, e la pressione si abbassa vertiginosamente.

Non riesco a dormire la notte, né a gioire più di tanto per quello che mi accade perché i miei occhi sono sempre velati da una malinconia color seppia, simile a quella degli anziani.

Cerco di ascoltare profondamente i dialoghi delle persone più adulte di me, provando un’insana invidia quando scorgo nelle loro riflessioni quella saggezza che a me manca tanto.

Perché sarò anche matura per la mia età, ma sono pur sempre troppo giovane per la vita, che si rifiuta di riconoscermi.

Non riesco più a fare un sacco di cose, tranne che annotare pensieri, studiare i comportamenti umani, sentire dolore fisico costante per via di alcuni problemi al fegato che ormai porto con me da anni.

Mi piace ascoltare gli altri, ma sempre meno ascolto me stessa.

Piuttosto sento un sacco di musica triste in questo periodo, e affido alla carta la maggior parte delle mie emozioni perché lei vuole conoscermi man mano che le righe si compongono e quindi non vive del pregiudizio di sapere già cosa avverrà; la carta non è avara perché ti lascia spazio, non ti giudica se scrivi o pensi cose sconce né se le confidi segreti tanto intimi da vergognarti dei tuoi stessi pensieri.

Esco di casa, faccio piccoli spostamenti e fotografo, vivo appieno i sorrisi della mia famiglia e subito dopo ritorno ad avere quel velo di malinconia che trapassa lo sguardo, per la consapevolezza che niente si ripete, niente dura, niente mi sarà restituito.

Lo dico spesso infatti: il tempo che viviamo NON sarà restituito.

E forse queste mie confessioni resteranno solo follie di una pazza amante dell’amore.

Mi ritiro nel mio nido fatto di amore e compassione, i cui rovi sono costituiti da incertezze ferme nel tempo.

Mi manca mia madre, insieme a un mucchio di altre cose.

Letizia T.

Ph: Annie Spratt

 

 

Il voler BENE

Ph: Nick Fewings

 

 

Il voler bene non si compra.
Il voler bene si sente, come io lo sento, fin dentro la mia carne.
Il voler bene è più forte dell’amore, più avvinghiante di una catena, più duro del ghiaccio, più ambizioso di un volo.
Il voler bene è racchiuso tra due ali di farfalla fragili, che molti chiamano amicizia.

 

Letizia Turrà

La telefonata…

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Il numero è rimasto quello, o almeno…così spero.
Lo avevo scritto sul bordo del muro, vicino alla porta.
Mi mangio le unghie nell’attesa di capire quale sarà la prossima mossa del cuore.
Tremo mentre compongo le dieci cifre.
Sto per mettere giù, ma poi sento di nuovo quelle note risuonare; sono quelle della sua voce che mi è sempre apparsa come uno xilofono leggero.
“Sono io” dico piano.
Resta in silenzio, sa che “io” posso essere solo io.
Rivedo l’ultimo nostro bacio, i morsi sulle spalle, i capelli miei stretti nelle sue mani, il suo calore immerso nel mio.
“Perché mi hai chiamato?”
“Non lo so – pronuncio asciugandomi il naso – forse perché mi mancavi. Forse volevo dirti che ti auguro di trovare qualcuno come te, che ti ami e sia capace di donarti l’amore che meriti.”
Di nuovo un disarmante silenzio torna a impossessarsi del nostro tempo.
“Grazie, sono proprio le parole che avevo bisogno di sentire in questo periodo.”
“È la mia condanna lo sai, donare agli altri ciò di cui io stessa ho estremo bisogno.”
“Chiamerai ancora?”
“Non lo so. Forse quando avrò qualcos’altro da dirti.”
“Forse mai.”
Punzecchio le labbra con l’angolo dell’anulare.
“Già, forse mai.”
Chiudo la cornetta, prendo la matita, cancello quel numero.
Da certe cose non se ne esce, e i sentimenti sono una fra queste.
Letizia Turrà, “aforismi estemporanei”
pic from: mishal-ibrahim-615607-unsplash

Praticate gentilezza a casaccio e atti di bellezza privi di senso…

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“Ciao Letizia, come va? Spero bene! Innanzitutto complimenti per il nuovo libro…L’altro giorno ho letto il post sui 50 anni non compiuti di tua madre… mi dispiace tanto! Ho visto il tuo blog ed ho visto che l’immagine di copertina è sgranata; mi sono permessa di fartene una molto simile, ma non sgranata… spero ti piaccia e ti faccia piacere riceverla!”

Diletta Potì è uno dei miei contatti su Facebook. Non la conosco personalmente, ma se una persona fa un gesto bello per me diventa automaticamente mia amica, pur essendo un semplice contatto acquisito sulla piattaforma Social.

Ebbene, ci tengo a ringraziarla oggi, perché ha avuto un pensiero bellissimo e quindi ho deciso di cambiare la mia immagine di copertina del Blog con questa che trovo decisamente bellissima!

Grazie dal profondo del cuore per i pensieri che avete per me; sappiate che non vanno perduti nell’etere, ma sono custoditi gelosamente tra le cose che amo di più.

Perché alla fine dei conti ho sempre ritenuto che ritorna indietro quel che doniamo.

Da oggi sarà questa la mia immagine!

Un abbraccio Diletta, e grazie.

Letizia T.

Una storia a km zero, come ho ritrovato me stessa attraverso il r(accolto)!

 

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Ore 7.22. Tanto sonno. Poca voglia di alzarsi. Andata a letto all’una ieri sera.

Poi guardo il soffitto e penso: “Ehi, ma perché mai dovrei restare a letto? Ho un orto che mi aspetta!”

Sono una scrittrice a tempo libero, questo ormai si sa. Il mio non è un lavoro, seppure dedichi tempo e attenzione estrema ai miei innumerevoli hobby.

Abitando in campagna poi, è semplice poter godere di un pezzetto di terra, che puoi sfruttare al meglio, se ci metti un po’ di buona volontà.

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Con queste due parole per me fondamentali (è stato mio nonno ad insegnarmele), è iniziata la mia avventura tre anni fa. Mio marito non era particolarmente entusiasta della scelta di dovermi “cedere” un quarto del suo giardino per questa missione che vedeva più come un passatempo momentaneo, che mi avrebbe demotivata e fatta cedere al primo colpo non appena mi fossi accorta che era difficile fare la contadina.

Come ogni volta che ho desiderato qualcosa, mi sono impegnata affinché riuscissi a stabilire un’empatia di fondo con la terra, un vero e autentico rapporto come quello che avevo con lei da bambina (sono cresciuta tra verde, mare, animali e terra coltivata con metodi antichi).

Quando sono uscita c’era tanto da fare. Non sapevo da dove iniziare. Poi ho visto tre piccole libellule rosse e un farfalla bianca volare tra le zucchine e i pomodori, ed ho ritrovato subito la carica.

Ho riscoperto il valore di accogliere una sfida come quella di avere i prodotti della tua terra per non dover più dipendere da un supermercato, se non per lo stretto necessario.

Perché accogliere equivale a raccogliere, anche.

La terra mi ha accolta fra le sue braccia e mi ha dato amore; quello vero, senza pretese, come farebbe una madre con il proprio figlio.

Questa è un’esperienza che condivido spesso con amici e lettori, perché ne vado fiera. Guardate come si dà da fare mio marito adesso!

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Perché alla fine più sono in mezzo agli altri e ascolto le loro storie, più comprendo che il tempo che dedichiamo a qualcuno e a qualcosa che amiamo, alla lunga, ci verrà restituito con gli interessi. Perché non puoi pensare di non fare niente e di ottenere qualcosa comunque. In quel caso quello che ti arriva non sarà determinato da una tua azione, e non avrà mai lo stesso sapore.

Ora andrò a preparare una bella pasta con le zucchine e una caponatina di pomodori e melanzane, come mi ha insegnato la tradizione.

Vi abbraccio forte, ricordate sempre: “chi non semina non raccoglie!”

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Vostra, Letizia T.

10 motivi per cancellarsi dai social all’istante – Ti va di perdere il libero arbitrio?

 

 

Ero in metro dieci minuti fa.

Orario di punta, gente di ogni genere, odori di ogni genere.

Come di consueto avevo la musica nelle orecchie, una di quelle che mi tiene compagnia, la metto spesso per non sentirmi sola tra la gente più sola di me in quel momento.

Mi sono seduta e di fronte a me c’erano cinque persone, tutte con lo sguardo letteralmente avvolto dai monitor dei loro cellulari.

Un ragazzo fra loro a un certo punto ha alzato gli occhi incappando nei miei che erano belli alti, e li ha strabuzzati quasi incredulo per il fatto di stare incontrando qualcuno che non guardava il cellulare, ma i volti delle persone.

Ho pensato dentro di me: “Ne usciremo mai? Quand’è che riprenderemo a guardarci?”

Mi chiedo spesso se questa “moda” dei cellulari ci abbandonerà mai; se, come molte altre cose passate, ci sarà una fine a tutto questo esserci.

Siamo dappertutto nell’etere, ma mai dove vorremmo davvero essere.

C’è un confine infatti tra il desiderio che sviluppiamo internamente e idealmente all’interno dei nostri micro mondi, e la realtà invece sempre più disarmante contro cui ci tocca lottare ogni minuto.

Uno fra i cento uomini più influenti del pianeta, Jaron Lanier, ha scritto un libro che si intitola “Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social”, in cui parla del meccanismo di dipendenza dalla rete Social definendolo come “il grande miraggio”.

Lanier sostiene che l’essere umano stia pian piano perdendo il libero arbitrio poiché incontra soluzioni costruite ad hoc per lui, senza la reale possibilità di scelta di qualsiasi prodotto. Stiamo diventano una manica di stronzi narcisisti – parole sue – maleducati e impertinenti, rabbiosi e prepotenti, perché sui Social possiamo scrivere ciò che vogliamo, pubblicare fake news, video che inneggiano all’odio verso qualsiasi categoria che reputiamo diversa da noi, foto di dubbia provenienza etica e molto altro.

Abbiamo perso il senno, insomma.

È vero tutto ciò?

Abbiamo secondo me una grossa potenzialità che non è per forza tutta da investire on line, ma tra la gente, che spera, mangia e respira proprio come noi.

Se avessi tentato di fare quattro chiacchiere questa mattina con quel ragazzo che mi ha guardato sbarrando gli occhi, mi avrebbe presa per pazza.

Avrebbe pensato: “Ehi, che diavolo vuole questa da me?”

Il pensiero mi ha fatto sorridere e al tempo stesso mi ha resa inquieta.

Abbiamo delle precise responsabilità nei confronti degli altri e nei nostri confronti: quello di rispondere con educazione durante una discussione riguardante un post, postare possibilmente solo notizie che ci siamo sincerati abbiano fondamento (e anche qui io eviterei, visto che non siamo giornalisti e non ce lo ha ordinato il medico di descrivere fatti di cronaca), condividere un certo genere di messaggio che sia quanto meno positivo e propositivo, non distruttivo, nel livello più basso che l’essere umano possa toccare.

Siamo maleducati, dunque? Non lo so, di sicuro non siamo la perfezione, né tecnologicamente né umanamente parlando.

Se siamo incattiviti dalle rete, quasi automaticamente ci verrà da pensare male anche di quello che ci circonda. È implicito, e la cosa peggiore è che avviene in maniera ormai naturale e sistematica.

Ecco perché Lanier suggerisce caldamente di chiudere nell’immediato i propri account twitter, facebook, instagram.

Perché stiamo regalando le nostre vite a questo sistema Bummer, acronimo di Behaviours of Users Modified, and Made into an Empire for Rent, ovvero “il comportamento degli utenti, modificato e trasformato in un impero in affitto”.

E a proposito di affitto, ci sarebbe da chiedersi a questo punto come consideriamo i nostri account. Come case, forse? E noi in casa nostra ci facciamo entrare la merda, o ne abbiamo rispetto? Stiamo forse al cellulare quando siamo a tavola? Urliamo per farci udire dai commensali che mangiano con noi? Prestiamo attenzione a non ferire i sentimenti dei nostri cari?

Ecco, forse dovremmo essere così, anche sui Social.

Non vi sto dicendo di chiudere Facebook o altro, non sono così estrema, ma manca l’educazione a qualcuno su questa piattaforma a giro chiuso. Sì, perché è di questo che si tratta, di un centimetro quadrato che ti viene riservato (concesso) per dire la tua; una sorta di investimento a vuoto di pensieri, che una volta che hai donato non sai se frutterà o meno qualcosa.

Modifichiamo il pensiero, e modificheremo le nostre vite interiori, non si tratta che di quello in fondo.

Vi abbraccio tutti, Letizia T.

P.S.: l’immagine allegata è tratta da un video di Moby dal titolo Are You Lost in the World Like Me?. Le illustrazioni sono di Steve Cutts.

Niente dura.

 

 

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Niente dura in eterno. Niente proprio.

Man mano che il tempo avanza ne sono sempre più consapevole; ché tutto ha avuto la sua importanza e niente mi è stato restituito, né il bene che ho fatto né le parole che ho pronunciato.

Niente ritorna, neppure la mia voglia di ricominciare a scrivere.

È un periodo di vuoto letterario, di svuotamento del contenitore che era la mia cassa toracica fatta di sentimenti, che lentamente si dipana per lasciare spazio a delle nubi interpretative su quanto precedentemente vissuto.

Ho scritto milioni di parole, ne avrò dette altrettante. Tuttavia, tutta questa richiesta di essere ascoltata non è stata che un vano tentativo per me di ritrovare ciò che credevo di voler essere, una scrittrice.

Oggi so che sono molto più di questo.

Non penso più a me come la persona che voleva lasciare un segno nell’editoria; io voglio lasciare un segno nella mia vita riservata, fatta degli sguardi innocenti delle mie figlie ancora piccole, del mio orto bagnato dal sole e della voce di mio marito, l’unica presenza indispensabile nella mia vita.

Avevo molti amici scrittori e artisti. Qualcuno è rimasto, qualcun altro si è volatilizzato ed è stato di passaggio sul sentiero giusto il tempo di un battito d’ali. Qualcun altro ha lasciato delle cicatrici indelebili che non potrò mai cancellare, qualcun altro giungerà di nuovo a riempire gli spazi tra un rigo e un altro.

Sono solo io che sono cambiata; non mi sento più incastrata in un meccanismo dal quale ho voglia o necessità di uscire perché mi sta togliendo aria vitale.

Ora so che respiro a fondo anche senza tutte quelle cose che sembravano l’inizio di chissà quale nuovo mondo.

Ecco, io non mi ci ritrovo più tra quelle parole e non ho voglia di scriverne altre, poiché non devo più riempire in modo assoluto i miei giorni.

Perché a un certo punto sono diventati i “nostri” giorni, qualcosa che volevo e potevo condividere insieme alla mia famiglia, senza nessun altro ad interferire.

Niente dura, quindi vivo del presente che mi viene consegnato nelle mani in ogni istante, non esiste niente di più importante del presente, racchiuso fra queste mie dita.

Ho impiegato anni per comprenderlo. Anni fatti di silenzi, di lacrime, di momenti esilaranti ed estremo caos interiore.

Non ho più bisogno di sentire, so che esiste tanto al di là di tutto questo mare, che già prima sentivo e percepivo, e avevo a mia disposizione.

Abbiate cura di voi e prendete per mano anche i silenzi che vi porterà ogni vostro giorno, senza avere la paura di riconoscere che è solo lì, nel presente, che risiede il vostro reale potere.

A presto, Letizia T.

L’IMMORTALITA’

 

 

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Non donate mai immortalità a qualcuno che avete amato scrivendo di lui.
Vi strapperà il cuore e lo morderà, come il peggiore fra i lupi.
Poi lo getterà in fondo a un fiume impervio, facendo di voi delle persone ferite a morte.
Non donate mai troppo amore a ciò che bramate di raggiungere o si allontanerà, lasciandovi derisi.

 

Letizia Turrà

Ti penso…

 

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Ti penso ogni volta che mi chiudo in un silenzio ermetico che molto dice di me, per chi sa dargli ascolto.
Ti penso ogni volta che guardo la natura seccare, e ripenso al fatto che ogni stagione possiede il suo inizio e il suo termine.
Ti penso quando mi sento stanca, ferita, emarginata, perché le persone diverse come me tu le hai sempre amate, abbracciate, protette.
Ti penso ogni volta che il cuore mi batte forte per l’ira che sento, lontana da te.
Ti penso ogni volta che si parla di malattia, di morte, per ricordare che neppure la morte potrebbe far sì che il mio volerti bene perisca.
Ti penso, perché non so far altro se non pensarti.

 

Letizia Turrà

Estratto di un viaggio e di un amore inesplicabile…

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“Non siamo riusciti a bloccare il tempo, se non attraverso poche righe che non ci rappresenteranno più domani, perché nessun domani è uguale, né simile, all’adesso.

Irene è vicina, ed io non so cosa pagherei per essere lì con te.

Quante cose non posso più fare.

Mio caro dolce Jules, spero solo tu abbia dato ascolto al tuo cuore in tutto questo tempo.

Rise Hill e le sue colline millenarie sono ormai lontane, e la prossima tappa potrebbe vederti stanco di viaggiare.”

 

Poche righe paragonabili a martellate accompagnavano la mia macchina usurata dal tempo, e dai chilometri.

Nel posacenere le decine di sigarette, le impronte scure delle mie dita in rilievo sul volante, il cruscotto polveroso, i sedili logori.

Avevo lasciato che la mia macchina si tramutasse nella perfetta riproduzione di me stesso, senza opporre la benché minima resistenza.

Proseguendo sulla Statale 461, la bruma lasciò spazio alle luci del tramonto e il cielo si tinse di un giallo intenso unitamente a un rosso violaceo.

Mi ritrovai ad essere un osservatore muto al cospetto del cielo, di fronte a quello scenario che mi lasciò interdetto.

Le teste ripiegate dei fiori di tarassaco rivolsero un inchino al sole tiepido che pian piano scomparve, ancor prima che la mia mente riuscisse a fotografare quell’attimo.

Mi ricordai di quando da bambino aspettavo il momento in cui si sarebbero seccati per soffiare sulle loro teste, e vederli volare lontano.

Bastava solo quello: un soffio energico, e debolmente il fiore abbandonava il centro del suo micro mondo. Non rimaneva che un chiodino verde e morbido, tra le dita.

Sentii intensamente la mancanza di mia madre, e quella di Angeline.

Come potevamo essere arrivati a separarci, nonostante avessimo condiviso lo stesso amore, e lo stesso dolore?

Come possono due destini distaccarsi e continuare ad amarsi ventidue anni dopo, solo attraverso dei miseri fogli di carta?

Nessuna cosa nella mia vita era mai stata tanto bella, quanto lei.

Neppure Dana, nonostante l’amore immenso che sentivo scalpitare nel petto per lei, era mai riuscita a colmare il vuoto che Angeline aveva lasciato tra le mie mani, facendo sì che arrivassi a cancellare la fiducia che riponevo nell’amore.

Mi mancava una buona bottiglia alla quale affidare i miei dispiaceri, ma avevo già infranto la promessa fatta a me stesso quando avevo incontrato Sybil.

Giunse al mio orecchio il suono di una musica irlandese antica, che rese ancora più incisiva la malinconia.

Mi ficcai nel primo albergo che trovai, per usare il telefono.

Composi lentamente il numero che Angeline aveva segnato sulla copertina del quaderno.

“Pronto.”

La sua voce arrivata dopo molto tempo, apparve talmente lontana da togliermi il fiato.

Rimasi in silenzio per qualche secondo, giusto il tempo necessario per riprendere il respiro.

“Sono io. Come stai Angeline?”

“Non bene Jules, sto peggiorando. Ma tu, dimmi di te.”

“Io ho fatto come mi avevi chiesto. Ma certo che l’ho fatto, è ridicolo che te lo dica anche! È solo che voglio che tu sappia che farò tutto quel che posso per renderti felice, e realizzerò il tuo desiderio, fosse anche l’ultima cosa che farò. Sono così agitato ora, perché mancano solo pochi chilometri e non vedo l’ora di arrivare e consegnare questi diari a tua figlia, per farle sapere quanto è fantastica sua madre!”

Mi resi conto che non riuscivo più a fermare le parole, che mi travolsero come una tempesta in mare aperto.

Iniziò a piangere senza sosta, e mi resi conto che improvvisare ci avrebbe aiutati.

“Ehi, non voglio sentirti piangere Angeline. Ti prego, non farmi questo. Ce la fai a resistere finché arrivo?” chiesi con il magone che mi impediva di continuare.

“Non lo so. Non credo di farcela ad aspettare il tuo ritorno.”

Mi morsi le labbra, e tremai per la paura.

“Allora resisti fino a quando non arrivo da Irene. Domattina sarò lì, te lo prometto.”

“J-Jules, t-ti amo.” gli spasmi che avvertiva le impedivano di parlare serenamente.

Per una vita ero rimasto in attesa di quelle parole ed ora arrivavano nette, decise, come una freccia che viene scagliata da un arco misterioso e ti finisce dritta nel petto.

“Ti amerò sempre.” dissi asciugando gli occhi.

Separarmi dalla cornetta equivalse a separarmi da lei. Avevo la gola e lo stomaco tagliati in due.

In quel momento capii che le avevo perdonato tutto.

Avevo perdonato me stesso, quel vuoto che per anni aveva accompagnato la mia esistenza, quella corda tesa che avevo lasciato appesa al soffitto nel mio garage, il mio amico immaginario con il quale mi arrabbiavo spesso, che non rappresentava altro che il mio riflesso.

E a proposito di riflesso, avevo il viso così stanco e gli occhi così piccoli, che decisi che mi sarei concesso al più presto una dormita abbondante.

Mangiai un piatto di ravioli al formaggio e osservai fuori dalla finestra la pioggia copiosa, grondante.

Pensai alle lacrime di Dio, doveva essere lui che piangeva per me, per quanta pena gli facevo. Forse se fossi diventato un uomo di fede nella mia vita, quello sarebbe bastato a salvarla.

Sentii il cuore fermarsi, permeato da un senso di tristezza infinita.

Ebbi il terribile sospetto che non avrei più ritrovato Angeline al mio ritorno.

Mi sentii assalito da dubbi e rimorsi su quanto avrebbe potuto essere e invece non era mai stato.

Il vento forte fece sì che un volantino si scagliasse contro la finestra. Sobbalzai per lo spavento, sovrappensiero com’ero.

La scritta sopra riportata diceva: “Happiness”. Sembrò quasi si stesse burlando di me.

La mia felicità era lontana da me anni luce, inconquistabile, e irraggiungibile.

Presi un caffè caldo mentre la gola mi bruciava così forte che non riuscivo a deglutire.

Osservai a lungo il vento e la sua minaccia, sentendomi al sicuro al riparo dal suo alito possente.

L’unico desiderio che avevo era quello di riprendere il telefono e richiamare Angeline.

 

Estratto da Lacrime di legno, Letizia Turrà (2018)

Proprietà intellettuale riservata, vietata la duplicazione.

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FNORD

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Le 4.22 del mattino. Neppure un’ora di sonno buona.

La mia pelle era rimasta morbida seppure i primi peli del viso spingessero per venire a galla.

Mi ero svegliato di soprassalto, rapito da un brusio di gemiti. Ci volle un po’ di tempo perché comprendessi che provenivano dalla televisione che avevo lasciato accesa la sera prima.

Una doccia calda mi aiutò a ristabilirmi.

Rassettai il letto, gettai i fazzoletti nel water, e risciacquai persino il lavandino come se dovessi ripulire la scena di un delitto avvenuto in casa mia.

“Caro Jules, man mano che ti avvicinerai a Irene, ti avvicinerai anche alla verità. Ricordi quanto ti scrissi a proposito della verità e della bugia?

Ebbene, non sei mai stato così vicino alla verità, quanto invece distante dalla menzogna.

Segui solo il tuo cuore, come io non ho fatto.”

Man mano che la distanza si accorciava, cominciai a riprovare tutti quei sentimenti contrastanti che avevano accompagnato l’inizio di quel percorso. Nausea, insicurezza, ignobile paura di non essere all’altezza per assolvere il delicato compito che mi era stato affidato.

Come sarebbe stata Irene? Alta, bassa, magra, grassa, bellissima o semplice?

Cosa avrebbe pensato di me?

Qual era la verità, e qual era la bugia della quale parlava Angeline?

Ebbi la netta sensazione che mi avesse nascosto qualcosa, forse qualcosa di orribile sul suo conto o sul conto della ragazza.

Avvertii un forte prurito nel palmo della mano, insieme alla stanchezza per il fatto di aver dormito poco.

Fnord non era come me la immaginavo.

Nel giro di poco tempo passai da un tratto di cielo buio ad un territorio lacustre con spiagge di sassi bianchi e limacciosi, gabbiani e pontili di legno miracolosamente sorretti dalla tenacia di acque limpide.

Uno stuolo di gabbiani volò molto vicino a me, mentre parcheggiavo.

Mi fermai sul bordo della battigia ad ascoltare il loro canto disperato, quasi simile a un urlo.

Mi sentii come loro, eternamente legato a un luogo insicuro, come era sempre stata la mia vita.

Dal suolo trasalì un odore nauseabondo di pesce marcio e acqua agrodolce che mi finì dritto in bocca. Sentii il rumoreggiare crepitante dei gusci di lumache sotto le scarpe mentre camminavo; un terreno scrocchiante e infinitamente colorato, cosparso qua e là di alghe spesse e dorate, e carcasse di pesci morti.

Il mio sguardo puntò nuovamente al pontile, su cui sostava tranquillo un gabbiano.

Presi uno dei grossi ciottoli bianchi e feci il gesto di scagliarlo contro di lui.

“Sono odiosi, non è vero?”

Una voce robusta e roca mi piombò alle spalle.

Apparteneva a un uomo alto, dal petto robusto, uno strano cappello da marinaio e un cipiglio fiero.

“Odiosi non direi, forse un tantino impertinenti. Quello sul quale mi trovo sembra un cimitero di animali morti.”

“E’ nell’ordine delle cose. Dopotutto siamo tutti cadaveri.”

Rimasi turbato da quella affermazione.

“Mi hai sentito bene, ragazzo. E’ nella legge degli animali accettare che prima o poi la fine arriverà. E’ un tipo di coscienza che noi uomini non possediamo. Ma la nostra strada non è che un tragitto roccioso e le acque talvolta possono rivelarsi inospitali costringendoci a venire a galla. E’ così che funziona sai, vieni a galla, spinto da chissà quale ragione e poi catturato da un gabbiano. Inizi ad agitarti, fino a quando il tuo corpo viene sollevato in aria per una decina di metri e l’acqua pian piano procede verso il basso. Il tuo corpo si asciuga mentre vieni riposto su una spiaggia in mezzo a centinaia di lumachine colorate. Inizialmente ti sembra si tratti dell’arcobaleno; i tuoi polmoni e ogni tuo organo interno cominciano a richiedere acqua. Ti agiti in preda all’ansia, il mare sembra ancora molto vicino, ti basterebbe un colpo di coda, e potresti raggiungerlo. Sei a un passo, quando il becco del gabbiano ti infligge il colpo fatale, dal quale non farai più ritorno. Inizierà dall’occhio che è la parte più molle, e poi arriverà alle tue interiora. In breve tempo di te non rimarrà che l’involucro esterno. Niente altro che quello, e niente più di quello, eri un pesce tra i pesci. Ora sei un cadavere tra i cadaveri. Se non si possiede questo genere di consapevolezza non saremo mai degni pesci di un lago, o degni di stare in questo mare. Le leggi della natura non cambiano, e la vita ha un valore precario da non sciupare in modo effimero. Non è forse vero che la morte è l’ultima tappa di ogni essere vivente? Ebbene, è la morte l’unica cosa davvero sincera in questa vita.”

“Una considerazione sicuramente molto interessante. Devo dire che dopo queste ineluttabili saggezze, ringrazio il cielo di non essere un pesce!” sorrisi nervosamente.

“No infatti, lei è un uomo. E come tale non ha questo genere di coscienza, sebbene un uomo sappia essere peggiore di un gabbiano.”

Mi salutò lesto, poi riprese a tribolare con la sua barca come se neppure io esistessi.

 

Letizia Turrà, LACRIME DI LEGNO (2018)

DIRITTI RISERVATI. Vietata la diffusione, la duplicazione e la modifica di quanto sopra riportato.

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DANA

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Tornai a casa. Ad accogliermi trovai la penombra stanca di un pomeriggio sciatto e irriverente, grigio come mai era stato nel mese di maggio.

Poggiai le chiavi sul tavolo, il cui tonfo mi fece quasi innervosire.

Respirai l’aria oberata dall’olezzo della spazzatura che avevo dimenticato di buttare.

Poi mi recai in soggiorno, e mi gettai come uno zombie sul divano. Mi voltai in direzione della libreria e presi di peso il tomo di cinquecento pagine che mi aveva regalato Martin.

Lo aprii senza troppe pretese di carpirne il significato.

Per me non contava la profondità di quelle parole, era una distrazione dilaniante e frivola quella di cui avevo bisogno.

Lo aprii a pagina sette.

“Oblio, libri, custodi…” iniziai a pronunciare ad alta voce alcune tra le parole che la mia mente riuscì a catturare.

Continuai: “Pagine, segreto, dimenticati…” e nel frattempo infilai la mano destra nei pantaloni raggiungendo velocemente le mutandine. “Nessuna, sottobraccio, rifiutato, capolavoro, dita, prenderla…emulare” tutte parole che pronunciavo a caso e sempre più a stento, ansimando, immersa in un mondo di piacere nel quale mi trovai avviluppata, impantanata come nelle sabbie mobili. Stimolai la clitoride fino a sentire l’umidità trasalire alla base delle dita.

Continuai ancora, e ancora: “Dio, versetti, Vangelo, padre…” tirai un sospiro forte e venni, leggendo quelle ultime parole.

Poi mi fermai guardando fissa la parola “padre”, fino a quando mi bagnai completamente e cacciai un urlo di sfogo, teso a liberarmi da quella possessione.

Strofinai le dita prima di tirarle fuori dai pantaloni, le portai verso il naso e constatai che avevano un odore aspro, simile a una prugna acerba.

Il liquido fuoriuscito era leggermente viscoso, come la polpa delle bacche. Mi ricordò gli alberi che aveva Martin in giardino, a casa di suo zio.

La corteccia del liquidambar è lucida e spessa, quasi liscia al contatto con la mano quando l’albero è ancora molto piccolo.

Man mano che la sua crescita avanza, la corteccia muta in una superficie marrone scuro, si squama come la pelle di una triglia, e si dilata al punto da lasciare che piccoli pezzi di tegumento finiscano per adagiarsi sul terreno.

Ero un liquidambar.

Ero un albero possente ma sfigurato, dentro e fuori, perché la mia anima era più vecchia di quel che si poteva intuire, guardandomi.

Forse avrei dovuto scrivere racconti, di quelli d’amore. Ma come si scrive dell’amore, senza rischiare poi di avere voglia di cancellare tutte le parole scritte in precedenza?

Soffrivo di un amore incosciente che riempiva la mia bocca, le mie braccia, le mie natiche e persino il mio sesso.

Soffrivo per un sentimento che non conoscevo, ma del quale sapevo di non potere fare a meno.

Lacrime di legno, Letizia Turrà

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La recensione del cuore – “La bambina celeste” di Francesco Borrasso

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Credevo che avrei pianto dall’inizio alla fine leggendo questo libro, ma lo stomaco era così avvolto dalle emozioni, che neppure una stilla si è affacciata sul mio viso, pronta per confortare Daniel, il protagonista di un dolore netto, pulito, asciutto, crudo, inestirpabile poiché ormai entrato nelle ossa, tanto crudele da scaturire quasi meraviglia e al contempo rabbia contenuta.

E’ attraverso le parole di Francesco Borrasso che conosciamo Daniel il pittore, l’uomo narrante, e la sua “bambina celeste”, Giorgia.

Daniel racconta con estrema sintesi e lucidità del momento in cui avviene l’innamoramento con Victoria, la sua futura moglie, da lui chiamata spesso con il nomignolo di “Vic”.

“Tutte le volte che ho pianto, che ho riso, tutte le volte che pensavo fosse finita, tutto il vento e la pioggia e poi il sole, tutte le colazioni e i sorrisi di mio padre, tutti i pranzi e le carezze di mia madre, tutti i desideri spenti sulle torte e quelli persi scommettendo su una stella, tutti i lividi e i cazzotti, le delusioni in serie, le sbornie per dimenticare, tutta la rabbia che ho accumulato, tutto questo mi ha portato a lei.”

Da quell’amore inizialmente acerbo, e poi sempre più profondo nascerà un bambino.

Daniel è continuamente assalito da momenti profetici, come quello in cui Victoria, a pochi passi dal parto, cede allo sconforto dovuto a un senso di inadeguatezza come futura madre.

E’ ancora giovane, perciò è comprensibile che non senta di volere abbandonare la sua vita fatta di uscite con gli amici, le bevute e le serate fino a fare le ore piccole.

Forse ciò che si riesce meglio a delineare in questa sequenza, è che il più delle volte ciò che rifiutiamo in fase embrionale, è destinato ad essere rifiutato anche dall’Universo futuro, il quale non fa che rispondere alle nostre richieste, seppure inespresse verbalmente.

Victoria e Daniel affrontano la felicità della nascita di Giorgia, e Daniel comprende cosa significhi sentirsi vivo, “messo al mondo” per la prima volta.

“La notte non dormo; Giorgia è silenziosa, sonnecchia, solo io mi incanto a guardarla, seduto sul letto, le ginocchia al petto. Alza e abbassa il suo petto senza pretese, quel corpo che ha bisogno di me e Vic per sopravvivere; la fisso per capire se è viva, gli occhi mi fanno tranelli, raccontano bugie. Voi ce l’avete un ricordo perfetto? Uno di quelli che a ripensarci vi accorgete che non mancava nulla?”

Racconta così, con inesplicabile freddezza eppure incredibile calore, il vissuto della sua bambina felice.

Una felicità destinata a spezzarsi a soli quattro anni, quando scoprono che Giorgia ha una macchia nella testa.

Quella macchia è un tumore che la porterà alla morte, ma lei ancora non lo sa. E non lo sanno neppure mamma e papà quanto è difficile distaccarsi da qualcosa che hai così tanto amato e così fortemente voluto.

E’ contro ogni regolamento della natura e di Dio (che qui viene sottoposto, ovviamente, ad un aspro giudizio da parte del protagonista), perdere un figlio. Non esiste una definizione per i genitori senza figli, è questa la semplice realtà.

Non esiste appiglio, parola, religione, sostegno, forma d’arte né tela sulla quale imprimere i tuoi giorni grigi, che possa acquietare tutto quel viluppo.

Non esiste sorriso da cui si intravedano le gengive uguali a quello di tuo figlio, non esistono più i suoi passi di bambino, quei dialoghi profondi e quel contatto con il mondo delle favole che un adulto disconosce, spinto dalla disillusione quotidiana.

Daniel prova invidia e stupore per la dignità con la quale Giorgia affronta la malattia, quando vede i suoi capelli caderle sui piedini come foglie leggere.

Lei è la bambina celeste, che punta alle stelle e vuole volare, perché è una fata. La fata di papà.

“Forse ai bambini le favole non dovrebbero essere lette, rischiano di illudersi, di credere nella giustizia, di pensare che i buoni vincano sempre; le favole sono fasulle, piene di bugie…”

Nonostante ogni speranza da parte dei genitori, e la convinzione determinata che vincerà lei contro la malattia la metastasi avanza, e Giorgia lascia il mondo terreno per tornare a quello da cui è venuta, tra le stelle.

Difficile definire fino a che punto si possa accettare che una bambina innocente, così in tenera età, sia destinata a morire.

Personalmente, da madre lo trovo ancora inammissibile.

Tuttavia la vita ci pone spesso di fronte a ciò che non vogliamo. Regala spiragli di luce e numerosi punti di buio che ti servano proprio a comprendere che la luce è importante, tanto quanto l’oscurità.

Concludo con le parole dell’autore, con la quale mi complimento per questa storia intensa e profonda.

“Ho scoperto che un bambino muore con una dignità sconosciuta ad un adulto. Non hai protestato, non hai cercato ribellione, non ti sei disperata per le operazioni, per la chemioterapia, non sei stata di malumore, eri solamente stanca. La tua lotta è stata innocente.”

A presto, Letizia T.

Immagine: Facebook, pagina dell’autore.