DANA

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Tornai a casa. Ad accogliermi trovai la penombra stanca di un pomeriggio sciatto e irriverente, grigio come mai era stato nel mese di maggio.

Poggiai le chiavi sul tavolo, il cui tonfo mi fece quasi innervosire.

Respirai l’aria oberata dall’olezzo della spazzatura che avevo dimenticato di buttare.

Poi mi recai in soggiorno, e mi gettai come uno zombie sul divano. Mi voltai in direzione della libreria e presi di peso il tomo di cinquecento pagine che mi aveva regalato Martin.

Lo aprii senza troppe pretese di carpirne il significato.

Per me non contava la profondità di quelle parole, era una distrazione dilaniante e frivola quella di cui avevo bisogno.

Lo aprii a pagina sette.

“Oblio, libri, custodi…” iniziai a pronunciare ad alta voce alcune tra le parole che la mia mente riuscì a catturare.

Continuai: “Pagine, segreto, dimenticati…” e nel frattempo infilai la mano destra nei pantaloni raggiungendo velocemente le mutandine. “Nessuna, sottobraccio, rifiutato, capolavoro, dita, prenderla…emulare” tutte parole che pronunciavo a caso e sempre più a stento, ansimando, immersa in un mondo di piacere nel quale mi trovai avviluppata, impantanata come nelle sabbie mobili. Stimolai la clitoride fino a sentire l’umidità trasalire alla base delle dita.

Continuai ancora, e ancora: “Dio, versetti, Vangelo, padre…” tirai un sospiro forte e venni, leggendo quelle ultime parole.

Poi mi fermai guardando fissa la parola “padre”, fino a quando mi bagnai completamente e cacciai un urlo di sfogo, teso a liberarmi da quella possessione.

Strofinai le dita prima di tirarle fuori dai pantaloni, le portai verso il naso e constatai che avevano un odore aspro, simile a una prugna acerba.

Il liquido fuoriuscito era leggermente viscoso, come la polpa delle bacche. Mi ricordò gli alberi che aveva Martin in giardino, a casa di suo zio.

La corteccia del liquidambar è lucida e spessa, quasi liscia al contatto con la mano quando l’albero è ancora molto piccolo.

Man mano che la sua crescita avanza, la corteccia muta in una superficie marrone scuro, si squama come la pelle di una triglia, e si dilata al punto da lasciare che piccoli pezzi di tegumento finiscano per adagiarsi sul terreno.

Ero un liquidambar.

Ero un albero possente ma sfigurato, dentro e fuori, perché la mia anima era più vecchia di quel che si poteva intuire, guardandomi.

Forse avrei dovuto scrivere racconti, di quelli d’amore. Ma come si scrive dell’amore, senza rischiare poi di avere voglia di cancellare tutte le parole scritte in precedenza?

Soffrivo di un amore incosciente che riempiva la mia bocca, le mie braccia, le mie natiche e persino il mio sesso.

Soffrivo per un sentimento che non conoscevo, ma del quale sapevo di non potere fare a meno.

Lacrime di legno, Letizia Turrà

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