Estratto di un viaggio e di un amore inesplicabile…

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“Non siamo riusciti a bloccare il tempo, se non attraverso poche righe che non ci rappresenteranno più domani, perché nessun domani è uguale, né simile, all’adesso.

Irene è vicina, ed io non so cosa pagherei per essere lì con te.

Quante cose non posso più fare.

Mio caro dolce Jules, spero solo tu abbia dato ascolto al tuo cuore in tutto questo tempo.

Rise Hill e le sue colline millenarie sono ormai lontane, e la prossima tappa potrebbe vederti stanco di viaggiare.”

 

Poche righe paragonabili a martellate accompagnavano la mia macchina usurata dal tempo, e dai chilometri.

Nel posacenere le decine di sigarette, le impronte scure delle mie dita in rilievo sul volante, il cruscotto polveroso, i sedili logori.

Avevo lasciato che la mia macchina si tramutasse nella perfetta riproduzione di me stesso, senza opporre la benché minima resistenza.

Proseguendo sulla Statale 461, la bruma lasciò spazio alle luci del tramonto e il cielo si tinse di un giallo intenso unitamente a un rosso violaceo.

Mi ritrovai ad essere un osservatore muto al cospetto del cielo, di fronte a quello scenario che mi lasciò interdetto.

Le teste ripiegate dei fiori di tarassaco rivolsero un inchino al sole tiepido che pian piano scomparve, ancor prima che la mia mente riuscisse a fotografare quell’attimo.

Mi ricordai di quando da bambino aspettavo il momento in cui si sarebbero seccati per soffiare sulle loro teste, e vederli volare lontano.

Bastava solo quello: un soffio energico, e debolmente il fiore abbandonava il centro del suo micro mondo. Non rimaneva che un chiodino verde e morbido, tra le dita.

Sentii intensamente la mancanza di mia madre, e quella di Angeline.

Come potevamo essere arrivati a separarci, nonostante avessimo condiviso lo stesso amore, e lo stesso dolore?

Come possono due destini distaccarsi e continuare ad amarsi ventidue anni dopo, solo attraverso dei miseri fogli di carta?

Nessuna cosa nella mia vita era mai stata tanto bella, quanto lei.

Neppure Dana, nonostante l’amore immenso che sentivo scalpitare nel petto per lei, era mai riuscita a colmare il vuoto che Angeline aveva lasciato tra le mie mani, facendo sì che arrivassi a cancellare la fiducia che riponevo nell’amore.

Mi mancava una buona bottiglia alla quale affidare i miei dispiaceri, ma avevo già infranto la promessa fatta a me stesso quando avevo incontrato Sybil.

Giunse al mio orecchio il suono di una musica irlandese antica, che rese ancora più incisiva la malinconia.

Mi ficcai nel primo albergo che trovai, per usare il telefono.

Composi lentamente il numero che Angeline aveva segnato sulla copertina del quaderno.

“Pronto.”

La sua voce arrivata dopo molto tempo, apparve talmente lontana da togliermi il fiato.

Rimasi in silenzio per qualche secondo, giusto il tempo necessario per riprendere il respiro.

“Sono io. Come stai Angeline?”

“Non bene Jules, sto peggiorando. Ma tu, dimmi di te.”

“Io ho fatto come mi avevi chiesto. Ma certo che l’ho fatto, è ridicolo che te lo dica anche! È solo che voglio che tu sappia che farò tutto quel che posso per renderti felice, e realizzerò il tuo desiderio, fosse anche l’ultima cosa che farò. Sono così agitato ora, perché mancano solo pochi chilometri e non vedo l’ora di arrivare e consegnare questi diari a tua figlia, per farle sapere quanto è fantastica sua madre!”

Mi resi conto che non riuscivo più a fermare le parole, che mi travolsero come una tempesta in mare aperto.

Iniziò a piangere senza sosta, e mi resi conto che improvvisare ci avrebbe aiutati.

“Ehi, non voglio sentirti piangere Angeline. Ti prego, non farmi questo. Ce la fai a resistere finché arrivo?” chiesi con il magone che mi impediva di continuare.

“Non lo so. Non credo di farcela ad aspettare il tuo ritorno.”

Mi morsi le labbra, e tremai per la paura.

“Allora resisti fino a quando non arrivo da Irene. Domattina sarò lì, te lo prometto.”

“J-Jules, t-ti amo.” gli spasmi che avvertiva le impedivano di parlare serenamente.

Per una vita ero rimasto in attesa di quelle parole ed ora arrivavano nette, decise, come una freccia che viene scagliata da un arco misterioso e ti finisce dritta nel petto.

“Ti amerò sempre.” dissi asciugando gli occhi.

Separarmi dalla cornetta equivalse a separarmi da lei. Avevo la gola e lo stomaco tagliati in due.

In quel momento capii che le avevo perdonato tutto.

Avevo perdonato me stesso, quel vuoto che per anni aveva accompagnato la mia esistenza, quella corda tesa che avevo lasciato appesa al soffitto nel mio garage, il mio amico immaginario con il quale mi arrabbiavo spesso, che non rappresentava altro che il mio riflesso.

E a proposito di riflesso, avevo il viso così stanco e gli occhi così piccoli, che decisi che mi sarei concesso al più presto una dormita abbondante.

Mangiai un piatto di ravioli al formaggio e osservai fuori dalla finestra la pioggia copiosa, grondante.

Pensai alle lacrime di Dio, doveva essere lui che piangeva per me, per quanta pena gli facevo. Forse se fossi diventato un uomo di fede nella mia vita, quello sarebbe bastato a salvarla.

Sentii il cuore fermarsi, permeato da un senso di tristezza infinita.

Ebbi il terribile sospetto che non avrei più ritrovato Angeline al mio ritorno.

Mi sentii assalito da dubbi e rimorsi su quanto avrebbe potuto essere e invece non era mai stato.

Il vento forte fece sì che un volantino si scagliasse contro la finestra. Sobbalzai per lo spavento, sovrappensiero com’ero.

La scritta sopra riportata diceva: “Happiness”. Sembrò quasi si stesse burlando di me.

La mia felicità era lontana da me anni luce, inconquistabile, e irraggiungibile.

Presi un caffè caldo mentre la gola mi bruciava così forte che non riuscivo a deglutire.

Osservai a lungo il vento e la sua minaccia, sentendomi al sicuro al riparo dal suo alito possente.

L’unico desiderio che avevo era quello di riprendere il telefono e richiamare Angeline.

 

Estratto da Lacrime di legno, Letizia Turrà (2018)

Proprietà intellettuale riservata, vietata la duplicazione.

link per acquisto:  goo.gl/hXxm3Y

 

 

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