Un’intervista “intima”

La magnifica intervista dell’artista e Blogger svizzera Sophie Luce Argentea, con la quale ho avuto l’onore di fare una piacevole chiacchierata.

Buona lettura!

 

Oggi a #FlashAsk è ospite Letizia Turrà. Donna dalle mille sfumature, non facile da sintetizzare in poche righe. Dolce, sincera, talvolta schietta. Il suo sguardo pare una piuma delicata pronta ad accarezzarti, ma la sua scrittura è decisa, irremovibile. Ammalia i più guardinghi, e spegne il gelo del quotidiano. Non necessita di filtri e camuffamenti, perché nelle parole ci mette il suo vissuto, il suo passato, e forse ciò che di norma nessuno osa raccontare.

Letizia nasce a Catanzaro, dove vivrà per i primi 15 anni della sua vita. Padre musicista, madre amante della scrittura e un nucleo familiare intriso d’arte, da cui certamente ha ereditato. Nel 1997 decide di trasferirsi a Milano, per intraprendere la carriera di cantante. Vanta numerose collaborazioni musicali, tra cui personaggi noti come: Angela Baggi e Morris Albert, Gigi Cifarelli e Ornella Vanoni. Nel 2000,concorre al Festival di Sanremo, superando il primo giro di selezione e nello stesso anno debutta come corista sul palco di Festival Bar per i Gemelli Diversi. 
Dopo 9 anni, mette in stand by la carriera musicale per dare sfogo alla sua natura intellettuale. Inizia così a sfornare una serie di libri ricchi di sentimento, diventando autrice di numerosi romanzi, tra cui i più conosciuti: ” Il labirinto di orchidee ( 2015 )” , ” Il posto più bello del mondo è da nessuna parte (2016) “, ” Il mio cielo è grigio porpora (2017) ” e ” Lacrime di Legno (2018) “.

Letizia Turrà è una persona fisica, passionale, si divide in quattro fra i tanti impegni lavorativi e la cura per le sue passioni. Ama il contatto con gli altri ed é spesso alla ricerca di gesti carnali che possano regalarle sensazioni positive. Sentimentale, erotica, con un sex appeal che difficilmente si incontra. È l’emblema della maternità e dell’accoglienza, della nostalgia e del pianto. Con lei ti senti a casa anche a chilometri di distanza, anche quando fuori piove e la luce cala. Non ama erigere muri né assecondare pregiudizi, ma di certo non apre porte a chiunque. Cede il suo cuore solo a chi non scorda mai di avere rispetto e umiltà.
Per lei, profumi e suoni hanno significati ben precisi, tanto da provare a immortalarli attraverso la fotografia. Non le sfugge nulla né si fa tentare dalla superficialità del mondo, perché lei il mondo, se lo è costruita da sola, con sudori e sacrifici, pensieri contrastanti e tumulti interiori.

Letizia Turrà è discreta, non supera mai i limiti. Sa rimanere al suo posto, qualora fosse necessario. È concreta, sensibile ma soprattutto umana. Una figura femminile davvero poliedrica, che ha saputo catturare la mia attenzione con la sua intelligenza priva di costruzioni e artifizi. Lei conosce bene il volto del dolore, lo ha tastato sulla sua pelle riesumandone la identità. Lo sente addosso, vivido, come fosse materico, specialmente quando parla di sua madre, scomparsa un po’ di anni fa. Una presenza palpabile che la affianca, anche adesso che non c’è più. Fu proprio sua madre a insegnarle l’importanza della nudità, il contatto con il proprio corpo, in maniera sana senza pudori.

Ecco perché oggi Letizia, si racconterà diversamente, in una variante più viscerale e completa. Darà voce ad una personalità per suo volere inespressa, ma a mio parere meritevole di essere letta e apprezzata.

( Ringrazio Leti per avermi concesso questa straordinaria opportunità.)

DOMANDE:

1 – Denudarsi con gli altri ha sempre un prezzo sia nel bene che nel male. Quali cambiamenti interiori hai subito dopo aver scoperchiato le parti più intime di te stessa?

“Esporsi, o come tu saggiamente hai detto scoperchiare certi lati intimi di noi richiede estremo coraggio, per due ragioni: vi sono persone che osteggiano coloro che hanno un bel rapporto con le proprie sensazioni e l’eventuale esposizione della propria intimità a volte più per l’incapacità che loro stessi possiedono di tirare fuori certe sensazioni recondite, e l’altra ragione, è che le persone amano molto giudicare dall’alto il percorso altrui. Questo li spinge a commettere spesso l’errore di pensare di sapere molto della vita di un altro, e si sentono per questo più inclini al giudizio, possa quest’ultimo essere positivo o negativo (e quindi in quel caso, deleterio). Ho subito molti cambiamenti dentro di me da quando ho scelto, senza inibizioni, di essere sincera nei miei scritti; il primo fra tutti è stato la riscoperta della mia personalità forte e la stima di me che avevo accantonato per un lungo periodo.”

2 – Quanto vale la fisicità? Baratteresti mai un abbraccio con le lodi?

“L’apparenza e la felicità non sempre vanno di pari passo. Si può essere apparentemente felici, o felicemente appariscenti, ma non possedere entrambe le peculiarità. Direi che il fatto di avere un bell’aspetto si è rivelato nella maggior parte dei casi un elemento invalidante per me, anziché spianarmi la strada. Ho costruito così un’individualità forte, composta da molti abbracci delle persone che ho fortemente voluto nella mia vita quotidiana, e di lodi, che hanno lasciato il tempo che trovano. Credo che a ogni donna piaccia essere lodata anche per la sua bellezza, ma quando il contenitore delle effimere lodi è colmo, ciò che ti manca davvero è un abbraccio sincero. Più volte ho sorriso e gioito egoicamente per i complimenti ricevuti, ma poi tornavo a quelli sinceri, diretti, spesso agli antipodi di quella facciata fatta solo di miele.”

3 – Nei tuoi articoli parli spesso di tua madre. La sua perdita ha forse scatenato scompensi emotivi?

“La perdita di mia madre non è stata solo devastante per me, ma ha cambiato totalmente lo scenario della mia esistenza.
Avevo un rapporto carnale con mia madre, forte e saldo, oserei dire quasi “matrimoniale”. Ho sempre visto il suo corpo nudo e non ho mai avuto problemi a riconoscere in quella nudità la mia bellezza anche. Ho riscoperto così una parte di me sana dal punto di vista sessuale, come un’energia catalizzante che ha rivoluzionato il mio modo di vedere il mio corpo e la mia mente. La scoperta della mia sessualità, avvenuta all’età di 5 anni, mi ha resa potente. Quando scrivo, racconto spesso a chi mi ascolta che non sono mai da sola: mia madre è con me, scrive insieme a me (lei possedeva un’eccellente penna), respira e guida anche in autostrada, insieme a me. La sua scomparsa tragica all’età di 28 anni è stata determinante per tutti i traumi che hanno composto il mio percorso. Per anni ho vissuto come una malattia quella mancanza arrivando ad ammalarmi fisicamente, fino al momento in cui ho compreso che lei non mi avrebbe mai abbandonata, e che era giusto quindi, lasciarla andare. Avviene qualcosa di magico quando lasciamo andare ciò che ci ha procurato del male.
Ciò che sembrava distruggerci, lentamente, si distrugge da solo. L’ho scritto, e lo penso. Non potrò mai cambiare ciò che è stato, nessuno potrà ridarmi mia madre indietro. Posso solo lavorare sul presente, e continuare a scrivere per proseguire sulla strada che lei ha dovuto interrompere.”

4 – Avere un buon rapporto con il proprio corpo é fondamentale nella vita sessuale. Piacersi, fa si che anche un ipotetico amante e compagno venga attratto dalle nostre sinuosità. Ti sei sempre piaciuta, oppure é la scoperta della nudità ad averti liberata da eventuali complessi?

“Vorrei poterti dire che mi sono sempre amata. In realtà ho attraversato un periodo buio proprio dopo la morte di mia madre avvenuta quando avevo dieci anni, e questo ha leso non poco la mia autostima. Il mio corpo era diventato qualcosa da cui dovermi riparare, qualcosa a cui volere male e qualcosa a cui arrecare danno. Mi sono fatta del male seguendo un’alimentazione sbagliata (sono passata brevemente dalla bulimia all’anoressia), mangiando compulsivamente più per il bisogno di essere riconosciuta come individuo, che per la fame. Secondo me ci vuole parecchio tempo e un intenso cammino per arrivare ad amarsi davvero, totalmente, ed essere pienamente coscienti della propria individualità che non permetta né agli eventi, né alle persone esterne di distruggere ciò che hai costruito. Dopo quel periodo sono arrivati i venti anni dove ero bellissima e desiderata da molti uomini. Poi è arrivato il bellissimo dono della maternità a ventisette che ha tramutato il mio corpo in qualcosa di ancor più differente. Le mie forme sono cambiate, sono arrivati dei chili che non ho più perso, unitamente alla felicità per le mie creature. Oggigiorno posso dire che mi piaccio molto, ho raggiunto un accordo con me stessa e ho sviluppato una tale resilienza che mi rende affascinante, soprattutto ai miei occhi. Mi faccio bella per me al mattino, questo è ciò che maggiormente conta. Il mio rapporto vigoroso con la sessualità mi permette di vivere bene anche la sinuosità del mio corpo, mantenendo viva la mia forte passionalità all’interno del matrimonio.”

5 – Amore e carnalità, cosa viene prima?

“Se devo essere sincera, non saprei rispondere in questo momento della mia vita a questa domanda. Forse perché sono amante degli equilibri, seppure utopistici dal punto di vista della loro messa in opera. Per come la vedo io, una non prescinde l’altra. La carnalità è fondamentale, quasi quanto l’amore. Vanno di pari passo. In parole povere, provare un desiderio carnale implica una complicità all’interno del rapporto dettata da più fattori, primo fra tutti la stima che provi per la persona che hai scelto. Se viene a mancare quella, anche il perno dell’intimità e dell’amore può crollare o far crollare il sentimento forte che sentivi. Le delusioni sono armi cocenti da questo punto di vista. Se un uomo ti delude, sarà difficile che continui a provare amore per lui, a meno che non si parli di autolesionismo e ossessione e questo, francamente, non è il mio caso! Non mi è mai piaciuto vivere sentimenti nei quali ero la sola a donare. Essere contraccambiati credo sia una spinta emotiva non indifferente, e lo dico considerando che nelle storie che scrivo spesso i miei personaggi vivono amore inconcludenti, impossibili o incompiuti (ma quelli sono romanzi, nella vita REALE ho sempre saputo cosa volevo).”

Grazie Sophie per questa intervista !

Per chi volesse addentrarsi nella sua dimensione e conoscerla meglio ecco qui i Link:

Pagina Facebook da Scrittrice:

https://www.facebook.com/letiturra/

Profilo Facebook Personale:

https://bit.ly/2R5K4LP

Blog:

www.letiziaturra.com

Link Articolo sulla nudità:

➡➡ https://bit.ly/2PSCeca

Link Amazon per acquisto Libri:

➡➡ https://amzn.to/2QiCGQj

Link Ultimo Libro Letizia Turrà:

➡➡ https://amzn.to/2Rb8aoG

Collaborazioni canore su Youtube:

Letizia turrà e Stefano Bersola, Aladdin:

➡➡https://youtu.be/wZqcfqJZUJ4

Letizia Turrà per LaTvdeiBambini, Parà Papà:

➡➡https://youtu.be/aMrZR-zHh94

Letizia turrà, Mad World:

➡➡https://youtu.be/_c4rpd3u520

Grazie a tutti e alla prossima!!

Per eventuali Info su interviste #FlashAsk scrivetemi qui:

luceargentea.88@gmail.com

La nudità mi appartiene.

 

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In ogni piega di ciò che ricordo della mia infanzia, regna la nudità.

La nudità del corpo mio e di mia madre, dei sentimenti, degli abbracci scarni perché erano naturalmente così; la nudità delle lacrime di mia madre, la nudità dei miei occhi quando inserivo l’occhio nel buco della porta per imparare cose sul mondo che mi erano sconosciute.

La nudità ci rappresenta, ci fa combaciare con un perfetto spazio di immobilità del godimento.

Siamo nudi quando facciamo l’amore, siamo nudi quando ci mostriamo per come realmente siamo ad un’altra persona, siamo nudi quando ci spogliamo alla sera e indaghiamo nel nostro corpo per riscontrare chissà quale cambiamento in nostra assenza potrebbe essere avvenuto.

Mi piace la nudità, mi appartiene totalmente.

 

Letizia Turrà

Ph: Stefano Camba (Me, 2019)

http://www.stefanocamba.it

 

 

 

Io non sono un cursore, cazzo.

 

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“Non c’è più rispetto” – citava una famosa canzone del 1986 (e parliamo di oltre trent’anni fa).

Ci pensavo stamattina mentre in mezzo al traffico, prestavo attenzione a quanta gente maleducata incontro ogni giorno.

Chi sorpassa a destra e chi a sinistra, chi taglia la strada, chi sta al cellulare senza auricolare, chi nel bel mezzo del tragitto muove su e giù il pollice perché sta guardando la vita di altri o le proprie notifiche sui Social, ma non guarda davanti a sé.

Lo stesso vale con chi incontro di persona: le risposte sono sempre approssimative, decine di “visualizzato senza risposta”, risposte secche al telefono, ignoranza di fondo sulle cose più banali, messa in mostra delle proprie capacità spacciate sempre per geniali.

C’è una maleducazione cibernetica che si ripercuote anche nei rapporti umani, quelli vis-à-vis, fatti di persone in carne e ossa.

È sconfortante, a dir poco deludente. Mi trovo a parlare con persone che mi trattano come fossi un cursore, come se davanti avessero un monitor e non una donna vera.

Eppure io non sono un cursore, cazzo.

Io ti rispondo apertamente, io chiedo apertamente, parlo apertamente, discuto apertamente. Non mi va di trincerarmi dietro discorsi superficiali e sterili per dimostrare chissà cosa, perché ti sto davanti!

Oramai il disagio è tangibile: rispondiamo agli altri nello stesso modo impetuoso, inconsapevole, zotico con il quale scriviamo cazzate e diamo risposte spedite sui Social.

Siamo soli fondamentalmente, per il 60% della nostra giornata, in un mix di digitazioni, pressioni lavorative, lamenti di ogni genere, cibo da ingurgitare, bollette e figli da gestire.

Ma lo capite sì, che questo è un insulto alla nostra stessa intelligenza?

Lo capite che siamo ridicoli, patetici, quando trattiamo tutti come fossero oggetti solo perché in quel momento ci servono e da loro prendiamo quello che vogliamo prendere alla stregua di dannati vampiri energetici? E dopo il nostro passaggio non facciamo che lasciare solo una scia di delusione profonda in chi abbiamo incontrato?

Stiamo al contempo educando i nostri figli ad applicare lo stesso metodo col prossimo.

Non mi sorprende che vi siano uomini che ce l’hanno con le donne e donne che ce l’hanno con gli uomini… no, non mi sorprende affatto… perché trattiamo ogni cosa come fosse un bene di consumo, a partire dalla tanto osannata forma fisica perfetta, per finire alla risposta data con noncuranza, perché tanto… persa una persona ne arriverà un’altra (ci hanno convinto anche di questa stronzata, eppure certe persone che valgono dopo averle perse le rimpiangi senza sosta)!

Non mi sorprende anche sapere che alcuni esseri umani preferiscano interagire con gli animali, piuttosto che con i loro simili.

Ritorniamo al VERO, ve ne prego.

Non trattiamo le persone come muri da abbattere, ma come specchi nei quali rifletterci.

Perché qui sì, c’è parecchio da riflettere, sull’amor proprio, sulla gestione delle proprie insicurezze che tanto ci piace addossare sugli altri, sui rapporti umani con chi ci circonda, sui dialoghi che non si possono gestire on-line.

Mi torna spesso alla mente quanto sosteneva Dickens: “La comunicazione elettrica non sarà mai un sostituto del viso di qualcuno che con la propria anima incoraggia un’altra persona ad essere coraggiosa e onesta.”

Buona giornata, a voi tutti. Vostra, Letizia T.

ph: Web

Parole, come sassi, scagliate con l’intento di non fare male, però.

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6 NOVEMBRE-MESSENGER (LUI SCRIVE):

Certo cinema asiatico – in ispecie giapponese- tratteggia la poesia di queste storie silenziose di uomini e donne che per anni si sono guardati, tacendo, salutandosi a malapena, oppressi da storie familiari proibitive o da protocolli professionali avversi ad ogni tipo di contatto tra loro. Finiscono sempre con l’attrazione frustrata di lui o con la passione inespressa di entrambi, con lei che parte per sempre e lui che ogni giorno metterà fiori freschi in un vaso rituale o robe così.

Io ne ho visti pochi di questi film; è una poetica che non reggo. Sto sempre a pensare “Ma diglielo, minchia!.. Ma fai qualcosa, no? Aspettala fuori dall’ufficio o non so… Almeno scrivile una lettera, minchia!” E invece niente; quel tipo di poesia sembra edificarsi nel silenzio e nella rinuncia; anche nell’opera narrativa di Mishima mi par di ricordare situazioni simili.

Io sinceramente quando penso a te penso che sei bellissima e che mi piaci un casino: tu posti sempre queste foto di te stessa così attraenti ed estetizzanti.

Poi ci sono le foto che ti ritraggono in assetto familiare solido e idealizzato, foto che sempre riaffermano il tuo stato di madre e moglie felicemente sposata, foto in cui appari scrittrice bella e sexy che però se la cava bene in cucina e anche nell’orto; in qualche modo mi trasmettono un senso di insicurezza, di perenne bisogno di confermare il raggiungimento di un traguardo, non so se di stabilità sociale o individuale.

Poi ci sono le frasi che posti, gli estratti dalle tue pubblicazioni: apoteosi dei sentimenti, iperboli amorose e passioni che travolgono, estremizzazioni e aforismi che a volte sono brevi brani di prosa e nulla più. Mi suggeriscono l’idea di una scrittura con funzione terapeutica prima ancora che narrativa, che con il “genere” e le trame mistifica appena un’urgenza d’altro tipo, forse sublimazione.

Poi ci sono i brevi video in cui canti, video in cui tu appari al meglio ma sempre “easy” e mai troppo professionalizzati; rilassate prove canore su semplici basi registrate o addirittura interrotte dalle bambine: coabitazione dell’ambizione artistica con l’ambito familiare, una tensione che non si è esaurita.

Tutti questi aspetti di te che rifulgono dal tuo profilo Facebook mi suggeriscono che tu non sia lì: non lo so dove sei, forse proprio sotto agli occhi di tutti e io non ti vedo.

Anche Bob Dylan negli anni ’60 era sempre sotto gli occhi di tutti, ma una delle sue canzoni più strane e meno conosciute di quel periodo si chiama proprio “I’m not there”; quando Todd Hynes nel 2007 fece quello splendido film su di lui lo intitolò esattamente così:

“Io non sono qui”.

Lo confesso, ricevere queste parole è forse ciò che ogni tanto mi serve.

Sentirmi scuotere dentro è proprio ciò che mi occorre di tanto in tanto, per sentirmi viva, per sentire che esisto, anche solo per un amico.

Non farò il nome di chi ha scritto queste parole, ma è una persona speciale per me, e voglio conservare queste sue parole, perché forse ha ragione lui: io sono come dice il pezzo di Bob Dylan…io non sono lì, sono sempre a un passo fuori da me; non sono fra la gente, non sono nelle mie canzoni intonate nella cucina della mia bella casa, non sono neppure nell’abbraccio delle mie figlie. Forse sono nella scrittura, che è l’unica cosa che mi tiene incollata lì, nella profondità abissale di una ricercata forma narrativa, quasi fino allo stremo delle mie forze.

Parole come sassi, scagliate con l’intento di non fare male, però.

Parole, non solo parole. GRAZIE. Solo questo. GRAZIE.

 

 

 

Subire una violenza

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Subire una violenza è devastante.
Subire una violenza, soprattutto domestica, dove le persone che dovrebbero amarti ti toccano, indagano nel tuo intimo e ti costringono a fare cose che non dovresti fare con loro, è aberrante.
Non si torna più indietro dal panico notturno e dai sensi di colpa che, in quanto donna, ti attanagliano con mordente costanza.
Ti viene da vomitare.
Ti fai schifo.
Ti reputi inopportuna.
Subire una violenza non è qualcosa che si sceglie.
Avviene e basta, e qualcun altro ha già scelto per te. Ha scelto TE.
Hai due sole probabilità da quel momento: lasci morire il tuo corpo e ti getti nelle mani del tuo carnefice, oppure sviluppi una resilienza incontrollata, una capacità unica di NON piegarti agli eventi drammatici che hanno scelto di accompagnare la tua esistenza.
Ora hai la tua storia, da scrivere e raccontare.

Sei conscia di avere imparato una lezione importante: è solo sulle tue FORZE che puoi contare, e il GIUDIZIO del mondo è qualcosa che non ti appartiene più.

Letizia Turrà

ph: Francesca Wood

I papà sono creature strane.

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Amo mio padre come si amano le cose lontane, che non puoi toccare.

Io mio padre me lo sono sempre immaginato come qualcuno non appartenente a questo mondo; una creatura strana che rappresenta la più intima parte di me, e il mio lato maschile che preservo da sempre.

Siamo entrambi appassionati di ufologia, di musica (lui è un insegnante di musica, insegna batteria per la precisione), discorsi filosofici e astrali che nulla hanno a che vedere con la stragrande maggioranza degli argomenti che tratta il mondo o che ponga i suoi riferimenti verso un modo di vivere meramente religioso dove la persona spera (o pensa) che vi sarà un posto in paradiso per ciascuno di noi.

Io e mio padre abbiamo conosciuto il paradiso e l’inferno qui sulla terra ed all’interno di questo micro spazio che ci è stato riservato siamo rimasti lontani, ma non troppo da dimenticarci l’uno dell’esistenza dell’altra.

Amo mio padre perché non l’ho mai potuto davvero toccare, perché come molti amo le cose che non si possono avere o che è più semplice compiangere. E lo amo pure perché quello che provo anche solo quando vedo il suo like sui miei post è inspiegabile, come un cuore che batte dall’altra parte e mi dice: “anche se non ci sentiamo mai, io ti penso.”

Lo amo perché mi ricorda le canzoni belle che insieme abbiamo ascoltato migliaia di volte senza dire niente altro. Non c’era bisogno di dirsi nulla, avevamo solo bisogno di ascoltare.

Rifletto sul fatto che è bello essere pensati dalle persone che amiamo, perché noi apparteniamo alle persone che amiamo, anche nel silenzio del mondo che non può ascoltare le nostre preghiere.

Il tempo sul volto di mio padre è passato cambiando i suoi tratti di bambino in quelli di un ragazzo dagli occhi brillanti, poi un eccellente musicista, poi un padre un po’ assente, e infine una persona in cerca della saggezza con le doti di un grande comunicatore.

Ed io che non riuscivo a perdonarlo per una marea di motivi, mi sono ritrovata a comprendere ogni suo passo solo oggi, dopo 36 anni, lunghi e pesanti come i macigni scuri che porto al posto degli occhi.

Due pietre che sono appartenute a mio padre e mia madre un giorno, e che oggi porto con me, come diamanti allo stato grezzo.

Io lo amo mio padre, e glielo scrivo perché non sono mai riuscita a dirglielo davvero.

Perché lui sappia che il perdono è la più alta forma di crescita umana.

Sono troppo grande per essere abbracciata ora, forse.

Ma mai troppo per sentirmi amata, perché voglio sentirmelo dire ancora che quello sarà per sempre.

Ti amo papà, spero che sorriderai leggendo questa.

Tua figlia, Letizia T.

Nella foto: mio padre.

Le collane di perle…

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Mia nonna Rosina

È il giorno della Festa del Patrono, nel paese accanto al mio.

Tra luci e suoni indistinti, imbocco un piccolo vicolo solitario, dove si trova una bancarella di oggetti vecchi e dimenticati.

Il mio sguardo si sofferma ora sulle ceramiche, ora sui quadri raffiguranti Venezia e luoghi a me sconosciuti. Osservo con attenzione e nostalgia quegli oggetti inutili per molti, che al contrario io rivedo pregni della vita di qualcun altro, terminata chissà dove e chissà come.

I miei occhi si illuminano quando l’occhio ricade sulle collane di perle.

Già, le collane di perle.

Improvvisamente risorge dal cassetto della memoria il ricordo di quando frugavo nei cassetti della mia nonna paterna e vi trovavo le sue collane di perle.

Una volta finii in ospedale col mal di pancia perché mangiai una collana intera, perla dopo perla.

Dal giorno in cui sono nata non gliele ho mai viste indossare, nonostante fosse di origini francesi e per questo amante delle cose belle. Mia nonna era una donna devota e pulita in viso, vestita con indumenti semplici e poco vistosi, seppure molto elegante nei movimenti.

In quel momento ho compreso che non l’ho neppure salutata prima che morisse, ero lontana quando se n’è andata improvvisamente, lasciandoci tutti sgomenti.

Ho ripensato alle sue collane e alla vetrina in sala da pranzo infarcita dei suoi cimeli, e ho riso di gusto ripensando al fatto che mangiavo le sue collane di perle.

Una vera follia. Ho rivissuto qualcosa che avevo rimosso; ho ricordato mia nonna, che amava sentirmi cantare.

Perché sia avvenuto ora è qualcosa che probabilmente non riuscirò mai davvero a spiegarmi. Forse sono più ricettiva di un tempo, o forse ho bisogno di aggrapparmi al passato per poter comprendere che vivo oggi in questo, ormai lontano da allora, Presente.

Quel passato dove ridevamo con poco e avevamo poco, succhiavamo stecchi di liquirizia di un gelato al limone, piangevamo con Nino Buonocore e la sua “Scrivimi”, attendevamo la riapertura dei Lidi in vista dell’estate, facevamo nuove conoscenze che lasciavano il segno, bevevamo Gazzosa fino a farci scoppiare la pancia, sentivamo il cuore esplodere per un ragazzo biondo che metteva Ligabue al Jukebox sperando che fosse dedicata a noi, sognavamo di fuggire via dal luogo dove eravamo nate….

Sorrido ripensando alle collane di mia nonna che spezzavo per poi mangiarle, alle discese veloci in sella a una bici senza freni, alle risate sguaiate quando imitavo la Pausini al Karaoke.

Tutte cose così, tra presente e passato, che fanno sorridere il cuore.

Letizia Turrà

Faccio fatica a fidarmi delle persone.

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Non so ancora perché mi succeda, ma faccio fatica a fidarmi delle persone.

Faccio fatica a incamerare un complimento, una critica, un gesto gentile e autentico, senza poi sentire una fitta lacerante allo stomaco.

Forse le troppe, vistose ferite, chissà. O forse è solo il dolore trascorso a tenermi lontana da  un ulteriore dolore.

Mi occupo delle persone costantemente, ma spesso mi sento abbandonata da molti altri, ed è una di quelle sensazioni che nessuno riesce a levarmi dalle ossa.

Mi muovo in silenzio, parlo sempre meno, scrivo sempre di più, osservo da lontano gli altri come fossero orizzonti lontani, amo fotografare e salire sugli alberi grandi.

Rileggo i sentimenti che gli altri avevano nel passato nei miei confronti, che sembrano ormai sopiti come pagine sbiadite, quasi senza una ragione.

Forse siamo solo di passaggio – penso concretamente – quindi anche il bene provato è stato qualcosa di passaggio. Io però quando voglio bene lo faccio sul serio, e non tutte le persone che oggi provano per me un sentimento indifferente o sono sparite dalla mia vita le ho dimenticate.

E neppure coloro che mi dimostrano amore adesso. Io faccio fatica a dimenticare, quasi quanto faccio fatica ad affidare i miei sentimenti nel palmo della mano di un altro essere vivente.

Io non ce la faccio a non mettere paletti, mantenere distanze, fare finta di non essere suscettibile, impressionabile, emotiva.

Ho appena scritto sotto al post di un amico che non conosco la paura, e forse ho pronunciato la più ardita bugia fra tutte quelle che avrei mai potuto sostenere.

Invece ho paura di come mi sento. Ho paura di non essere amata a lungo come fossi un’onda che si ripete all’infinito. Ho paura di essere dimenticata, bistrattata, turlupinata. Ho paura di fare la richiesta diretta con scritto: “Rimani”!

Così molto spesso mi allontano dal riflesso della vita, come quando ti specchi e ti vedi brutta e non torni a specchiarti, finché la tua autostima non riprende il giusto assetto.

Forse è più colpa mia quello che accade, sono stata più in grado di ascoltare e “sentire” gli altri, ma poco ho ascoltato me stessa per via dei mezzi che ho usato come ponte per presentarmi agli altri.

A volte guardo il mio volto e vi scorgo qualcuno che non è stato ancora emotivamente compreso, né completo.

Sento che userò sempre uno scudo per proteggermi; che vorrò sempre bene a certe persone nonostante tutto; che verrò dimenticata.

Nel frattempo mi occupo di questo presente, in cui faccio finta che la paura per me NON esista.

Letizia Turrà

ph: Noelle Oswald

Non siamo più lì. Non siamo più noi.

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Vorrei tanto che ti sedessi qui, e col tuo profilo greve mi raccontassi qual è stato il sogno più bello che hai fatto recentemente; qual è stata l’ultima volta che hai pianto; qual è stato il momento in cui hai compreso che mollare era più importante che vincere.

Vorrei restare da sola con te, anche solo per due minuti, per sentire quella favola antica, che trasposta dalla tua bocca mi apparirà come sempre nuova.

Invece vivo qui, ancorata ad un presente che non mi appartiene, a desiderare di resistere perché fa più male abbandonare tutto.

Riguardo vecchie foto, le trapasso con lo sguardo.

Non siamo più lì. Non siamo più noi.

Letizia Turrà

 

La leggenda di Gina Cardamone, l’autostoppista fantasma.

 

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È ormai noto ai più l’attaccamento ai fenomeni paranormali diffusi nel Sud Italia. Siamo un popolo molto legato alla religiosità estrema, alla parte spirituale più pura, a fenomeni di suggestione che si protraggono da anni attraverso i racconti di grandi e piccini.

Oggi voglio parlarvi di una storia che ha dell’incredibile, incastonata come una pietra preziosa, tra realtà e leggenda.

È la storia di Gina Cardamone, una studentessa da tutti conosciuta come “l’autostoppista della pioggia”.

Gina Cardamone nacque nel 1930 e morì nel 1947, a soli 17 anni, a causa di una malattia incurabile, lasciando i genitori nello sconforto più totale per molti anni (si pensi al fatto che la madre morì nel 2000 alla veneranda età di novantatré anni, sopravvivendo alla perdita della sua unica figlia).

Tornando alla leggenda che riguarda la studentessa, si narra che in una notte piovosa e fredda per la strada fosse possibile incontrare una fanciulla di bell’aspetto e ben vestita, priva di cappotto.

Gli ignari passanti, mossi a compassione, avrebbero offerto un passaggio alla ragazza, prestandole il proprio cappotto affinché non sentisse freddo.

In macchina la ragazza raccontava di essere una studentessa all’ultimo anno, di chiamarsi Gina e chiedeva di essere accompagnata in uno specifico luogo. Una volta scesa dall’auto scompariva, dissolvendosi nel nulla.

Quel luogo in cui terminava il viaggio, era effettivamente la casa della famiglia Cardamone.

La ragazza chiedeva anche all’automobilista di tornare il giorno successivo per ritirare il cappotto.

Così, per molto tempo, decine di persone sono andate a bussare alla porta della madre di Gina, venendo a scoprire che la ragazza era morta molti anni orsono.

La scoperta più sconcertante riguardava il cappotto, che nessuno fra gli automobilisti ritrovava nel luogo indicato dalla ragazza, bensì sulla sua tomba, un mausoleo con una statua femminile, che tutti riconducevano per la somiglianza proprio alla studentessa.

Ero bambina quando mi raccontarono questa storia. 

Una persona a me molto vicina asserì addirittura di averla vista per davvero, facendomi venire i brividi.

Ho deciso di andare direttamente al Cimitero di Catanzaro davanti alla sua tomba per rivedere quella statua che da piccola tanto mi incupiva e incuriosiva allo stesso tempo.

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Ai piedi di Gina ora ci sono i suoi genitori, Fioramante Cardamone e Raffaella Loprete, e il fantasma di Gina sembra aver cessato di esistere da molto tempo.

I genitori scrissero parole molto toccanti dedicate alla loro unica figlia, che ora fiera punta il suo sguardo di marmo bianco verso il cielo: “Con te, o figlia diletta, s’è spento l’orgoglio dei tuoi. Sorretto dalla fede, vivificato dalla speranza, vivrà l’affetto per te finché i nostri cuori avranno un palpito e una lagrima le nostre pupille”.

Ho avvertito un senso di pace lì, tra quei silenzi sigillati, in cui è possibile udire solo il bisbiglio sofferente di chi va a trovare i propri cari e la certezza che solo gli alberi possano custodire ogni singolo alito di vento.

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Ho pensato a molte cose, e spero che Gina sia in pace ora, stretta nell’abbraccio dei suoi genitori che tanto l’avevano amata.

A presto, Letizia T.

ph: Leti Turrà, Cimitero di Catanzaro, 2018

Sulla mia tomba voglio che vengano piantati dei gigli…

L’ennesima lesione ha preso forma; inizialmente era apparsa come una grossa bolla piena d’acqua dietro al collo, adesso è una macchia rossa indelebile come vernice, e il resto del corpo ne è pieno.

Anni di cure non sono stati sufficienti a nascondere il mio terribile segreto.

La mia anima imputridita si aggira ora tra le stanze della mia casa, come fossi uno spettro.

Jules non ha mai aperto la porta, e non ha voluto più vedermi. Deve avere capito tutto, e mi odia per tutto il dolore che gli ho procurato.

Ho sempre pensato che il male fosse qualcosa da propagare, non ho mai accettato che rappresentasse solo un mio fardello; le sofferenze dovevano essere condivise, per essere davvero reali.

E con la mia scelta ho distrutto la vita di molte persone che mi hanno amata, mentre io non ho mai conosciuto bene il significato della parola “amore”.

Non conoscevo né desideravo l’amore, quindi come avrebbe potuto farmi del male?

E invece l’unico amore che ho conosciuto è stato un amore malato, di una malattia atroce, che mi sta consumando dall’interno e che pian piano giungerà a impossessarsi anche del mio volto sfigurato.

Sulla mia tomba voglio che vengano piantati dei gigli, non profumano ma sporcano, con i loro pistilli color dell’oro.

Tutti amano e odiano i gigli.

Sarò qualcosa che viene ammirato ma odiato, per i suoi effetti collaterali.

“Lacrime di legno”, Letizia Turrà

Tutti i diritti riservati: è vietata la riproduzione, anche parziale, dei contenuti di questo articolo, senza il consenso dell’autrice.

ph: George Gvasalia from unsplash.com

Mi manca mia madre, insieme a un mucchio di altre cose.

 

Mi manca mia madre in questo periodo dell’anno, insieme a un mucchio di altre cose.

In estate accade spesso perché è il momento dell’anno in cui arrivo a sentirmi più stanca, sfibrata, e la pressione si abbassa vertiginosamente.

Non riesco a dormire la notte, né a gioire più di tanto per quello che mi accade perché i miei occhi sono sempre velati da una malinconia color seppia, simile a quella degli anziani.

Cerco di ascoltare profondamente i dialoghi delle persone più adulte di me, provando un’insana invidia quando scorgo nelle loro riflessioni quella saggezza che a me manca tanto.

Perché sarò anche matura per la mia età, ma sono pur sempre troppo giovane per la vita, che si rifiuta di riconoscermi.

Non riesco più a fare un sacco di cose, tranne che annotare pensieri, studiare i comportamenti umani, sentire dolore fisico costante per via di alcuni problemi al fegato che ormai porto con me da anni.

Mi piace ascoltare gli altri, ma sempre meno ascolto me stessa.

Piuttosto sento un sacco di musica triste in questo periodo, e affido alla carta la maggior parte delle mie emozioni perché lei vuole conoscermi man mano che le righe si compongono e quindi non vive del pregiudizio di sapere già cosa avverrà; la carta non è avara perché ti lascia spazio, non ti giudica se scrivi o pensi cose sconce né se le confidi segreti tanto intimi da vergognarti dei tuoi stessi pensieri.

Esco di casa, faccio piccoli spostamenti e fotografo, vivo appieno i sorrisi della mia famiglia e subito dopo ritorno ad avere quel velo di malinconia che trapassa lo sguardo, per la consapevolezza che niente si ripete, niente dura, niente mi sarà restituito.

Lo dico spesso infatti: il tempo che viviamo NON sarà restituito.

E forse queste mie confessioni resteranno solo follie di una pazza amante dell’amore.

Mi ritiro nel mio nido fatto di amore e compassione, i cui rovi sono costituiti da incertezze ferme nel tempo.

Mi manca mia madre, insieme a un mucchio di altre cose.

Letizia T.

Ph: Annie Spratt

 

 

Il voler BENE

Ph: Nick Fewings

 

 

Il voler bene non si compra.
Il voler bene si sente, come io lo sento, fin dentro la mia carne.
Il voler bene è più forte dell’amore, più avvinghiante di una catena, più duro del ghiaccio, più ambizioso di un volo.
Il voler bene è racchiuso tra due ali di farfalla fragili, che molti chiamano amicizia.

 

Letizia Turrà

La telefonata…

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Il numero è rimasto quello, o almeno…così spero.
Lo avevo scritto sul bordo del muro, vicino alla porta.
Mi mangio le unghie nell’attesa di capire quale sarà la prossima mossa del cuore.
Tremo mentre compongo le dieci cifre.
Sto per mettere giù, ma poi sento di nuovo quelle note risuonare; sono quelle della sua voce che mi è sempre apparsa come uno xilofono leggero.
“Sono io” dico piano.
Resta in silenzio, sa che “io” posso essere solo io.
Rivedo l’ultimo nostro bacio, i morsi sulle spalle, i capelli miei stretti nelle sue mani, il suo calore immerso nel mio.
“Perché mi hai chiamato?”
“Non lo so – pronuncio asciugandomi il naso – forse perché mi mancavi. Forse volevo dirti che ti auguro di trovare qualcuno come te, che ti ami e sia capace di donarti l’amore che meriti.”
Di nuovo un disarmante silenzio torna a impossessarsi del nostro tempo.
“Grazie, sono proprio le parole che avevo bisogno di sentire in questo periodo.”
“È la mia condanna lo sai, donare agli altri ciò di cui io stessa ho estremo bisogno.”
“Chiamerai ancora?”
“Non lo so. Forse quando avrò qualcos’altro da dirti.”
“Forse mai.”
Punzecchio le labbra con l’angolo dell’anulare.
“Già, forse mai.”
Chiudo la cornetta, prendo la matita, cancello quel numero.
Da certe cose non se ne esce, e i sentimenti sono una fra queste.
Letizia Turrà, “aforismi estemporanei”
pic from: mishal-ibrahim-615607-unsplash

Praticate gentilezza a casaccio e atti di bellezza privi di senso…

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“Ciao Letizia, come va? Spero bene! Innanzitutto complimenti per il nuovo libro…L’altro giorno ho letto il post sui 50 anni non compiuti di tua madre… mi dispiace tanto! Ho visto il tuo blog ed ho visto che l’immagine di copertina è sgranata; mi sono permessa di fartene una molto simile, ma non sgranata… spero ti piaccia e ti faccia piacere riceverla!”

Diletta Potì è uno dei miei contatti su Facebook. Non la conosco personalmente, ma se una persona fa un gesto bello per me diventa automaticamente mia amica, pur essendo un semplice contatto acquisito sulla piattaforma Social.

Ebbene, ci tengo a ringraziarla oggi, perché ha avuto un pensiero bellissimo e quindi ho deciso di cambiare la mia immagine di copertina del Blog con questa che trovo decisamente bellissima!

Grazie dal profondo del cuore per i pensieri che avete per me; sappiate che non vanno perduti nell’etere, ma sono custoditi gelosamente tra le cose che amo di più.

Perché alla fine dei conti ho sempre ritenuto che ritorna indietro quel che doniamo.

Da oggi sarà questa la mia immagine!

Un abbraccio Diletta, e grazie.

Letizia T.

Una storia a km zero, come ho ritrovato me stessa attraverso il r(accolto)!

 

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Ore 7.22. Tanto sonno. Poca voglia di alzarsi. Andata a letto all’una ieri sera.

Poi guardo il soffitto e penso: “Ehi, ma perché mai dovrei restare a letto? Ho un orto che mi aspetta!”

Sono una scrittrice a tempo libero, questo ormai si sa. Il mio non è un lavoro, seppure dedichi tempo e attenzione estrema ai miei innumerevoli hobby.

Abitando in campagna poi, è semplice poter godere di un pezzetto di terra, che puoi sfruttare al meglio, se ci metti un po’ di buona volontà.

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Con queste due parole per me fondamentali (è stato mio nonno ad insegnarmele), è iniziata la mia avventura tre anni fa. Mio marito non era particolarmente entusiasta della scelta di dovermi “cedere” un quarto del suo giardino per questa missione che vedeva più come un passatempo momentaneo, che mi avrebbe demotivata e fatta cedere al primo colpo non appena mi fossi accorta che era difficile fare la contadina.

Come ogni volta che ho desiderato qualcosa, mi sono impegnata affinché riuscissi a stabilire un’empatia di fondo con la terra, un vero e autentico rapporto come quello che avevo con lei da bambina (sono cresciuta tra verde, mare, animali e terra coltivata con metodi antichi).

Quando sono uscita c’era tanto da fare. Non sapevo da dove iniziare. Poi ho visto tre piccole libellule rosse e un farfalla bianca volare tra le zucchine e i pomodori, ed ho ritrovato subito la carica.

Ho riscoperto il valore di accogliere una sfida come quella di avere i prodotti della tua terra per non dover più dipendere da un supermercato, se non per lo stretto necessario.

Perché accogliere equivale a raccogliere, anche.

La terra mi ha accolta fra le sue braccia e mi ha dato amore; quello vero, senza pretese, come farebbe una madre con il proprio figlio.

Questa è un’esperienza che condivido spesso con amici e lettori, perché ne vado fiera. Guardate come si dà da fare mio marito adesso!

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Perché alla fine più sono in mezzo agli altri e ascolto le loro storie, più comprendo che il tempo che dedichiamo a qualcuno e a qualcosa che amiamo, alla lunga, ci verrà restituito con gli interessi. Perché non puoi pensare di non fare niente e di ottenere qualcosa comunque. In quel caso quello che ti arriva non sarà determinato da una tua azione, e non avrà mai lo stesso sapore.

Ora andrò a preparare una bella pasta con le zucchine e una caponatina di pomodori e melanzane, come mi ha insegnato la tradizione.

Vi abbraccio forte, ricordate sempre: “chi non semina non raccoglie!”

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Vostra, Letizia T.

10 motivi per cancellarsi dai social all’istante – Ti va di perdere il libero arbitrio?

 

 

Ero in metro dieci minuti fa.

Orario di punta, gente di ogni genere, odori di ogni genere.

Come di consueto avevo la musica nelle orecchie, una di quelle che mi tiene compagnia, la metto spesso per non sentirmi sola tra la gente più sola di me in quel momento.

Mi sono seduta e di fronte a me c’erano cinque persone, tutte con lo sguardo letteralmente avvolto dai monitor dei loro cellulari.

Un ragazzo fra loro a un certo punto ha alzato gli occhi incappando nei miei che erano belli alti, e li ha strabuzzati quasi incredulo per il fatto di stare incontrando qualcuno che non guardava il cellulare, ma i volti delle persone.

Ho pensato dentro di me: “Ne usciremo mai? Quand’è che riprenderemo a guardarci?”

Mi chiedo spesso se questa “moda” dei cellulari ci abbandonerà mai; se, come molte altre cose passate, ci sarà una fine a tutto questo esserci.

Siamo dappertutto nell’etere, ma mai dove vorremmo davvero essere.

C’è un confine infatti tra il desiderio che sviluppiamo internamente e idealmente all’interno dei nostri micro mondi, e la realtà invece sempre più disarmante contro cui ci tocca lottare ogni minuto.

Uno fra i cento uomini più influenti del pianeta, Jaron Lanier, ha scritto un libro che si intitola “Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social”, in cui parla del meccanismo di dipendenza dalla rete Social definendolo come “il grande miraggio”.

Lanier sostiene che l’essere umano stia pian piano perdendo il libero arbitrio poiché incontra soluzioni costruite ad hoc per lui, senza la reale possibilità di scelta di qualsiasi prodotto. Stiamo diventano una manica di stronzi narcisisti – parole sue – maleducati e impertinenti, rabbiosi e prepotenti, perché sui Social possiamo scrivere ciò che vogliamo, pubblicare fake news, video che inneggiano all’odio verso qualsiasi categoria che reputiamo diversa da noi, foto di dubbia provenienza etica e molto altro.

Abbiamo perso il senno, insomma.

È vero tutto ciò?

Abbiamo secondo me una grossa potenzialità che non è per forza tutta da investire on line, ma tra la gente, che spera, mangia e respira proprio come noi.

Se avessi tentato di fare quattro chiacchiere questa mattina con quel ragazzo che mi ha guardato sbarrando gli occhi, mi avrebbe presa per pazza.

Avrebbe pensato: “Ehi, che diavolo vuole questa da me?”

Il pensiero mi ha fatto sorridere e al tempo stesso mi ha resa inquieta.

Abbiamo delle precise responsabilità nei confronti degli altri e nei nostri confronti: quello di rispondere con educazione durante una discussione riguardante un post, postare possibilmente solo notizie che ci siamo sincerati abbiano fondamento (e anche qui io eviterei, visto che non siamo giornalisti e non ce lo ha ordinato il medico di descrivere fatti di cronaca), condividere un certo genere di messaggio che sia quanto meno positivo e propositivo, non distruttivo, nel livello più basso che l’essere umano possa toccare.

Siamo maleducati, dunque? Non lo so, di sicuro non siamo la perfezione, né tecnologicamente né umanamente parlando.

Se siamo incattiviti dalle rete, quasi automaticamente ci verrà da pensare male anche di quello che ci circonda. È implicito, e la cosa peggiore è che avviene in maniera ormai naturale e sistematica.

Ecco perché Lanier suggerisce caldamente di chiudere nell’immediato i propri account twitter, facebook, instagram.

Perché stiamo regalando le nostre vite a questo sistema Bummer, acronimo di Behaviours of Users Modified, and Made into an Empire for Rent, ovvero “il comportamento degli utenti, modificato e trasformato in un impero in affitto”.

E a proposito di affitto, ci sarebbe da chiedersi a questo punto come consideriamo i nostri account. Come case, forse? E noi in casa nostra ci facciamo entrare la merda, o ne abbiamo rispetto? Stiamo forse al cellulare quando siamo a tavola? Urliamo per farci udire dai commensali che mangiano con noi? Prestiamo attenzione a non ferire i sentimenti dei nostri cari?

Ecco, forse dovremmo essere così, anche sui Social.

Non vi sto dicendo di chiudere Facebook o altro, non sono così estrema, ma manca l’educazione a qualcuno su questa piattaforma a giro chiuso. Sì, perché è di questo che si tratta, di un centimetro quadrato che ti viene riservato (concesso) per dire la tua; una sorta di investimento a vuoto di pensieri, che una volta che hai donato non sai se frutterà o meno qualcosa.

Modifichiamo il pensiero, e modificheremo le nostre vite interiori, non si tratta che di quello in fondo.

Vi abbraccio tutti, Letizia T.

P.S.: l’immagine allegata è tratta da un video di Moby dal titolo Are You Lost in the World Like Me?. Le illustrazioni sono di Steve Cutts.

Niente dura.

 

 

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Niente dura in eterno. Niente proprio.

Man mano che il tempo avanza ne sono sempre più consapevole; ché tutto ha avuto la sua importanza e niente mi è stato restituito, né il bene che ho fatto né le parole che ho pronunciato.

Niente ritorna, neppure la mia voglia di ricominciare a scrivere.

È un periodo di vuoto letterario, di svuotamento del contenitore che era la mia cassa toracica fatta di sentimenti, che lentamente si dipana per lasciare spazio a delle nubi interpretative su quanto precedentemente vissuto.

Ho scritto milioni di parole, ne avrò dette altrettante. Tuttavia, tutta questa richiesta di essere ascoltata non è stata che un vano tentativo per me di ritrovare ciò che credevo di voler essere, una scrittrice.

Oggi so che sono molto più di questo.

Non penso più a me come la persona che voleva lasciare un segno nell’editoria; io voglio lasciare un segno nella mia vita riservata, fatta degli sguardi innocenti delle mie figlie ancora piccole, del mio orto bagnato dal sole e della voce di mio marito, l’unica presenza indispensabile nella mia vita.

Avevo molti amici scrittori e artisti. Qualcuno è rimasto, qualcun altro si è volatilizzato ed è stato di passaggio sul sentiero giusto il tempo di un battito d’ali. Qualcun altro ha lasciato delle cicatrici indelebili che non potrò mai cancellare, qualcun altro giungerà di nuovo a riempire gli spazi tra un rigo e un altro.

Sono solo io che sono cambiata; non mi sento più incastrata in un meccanismo dal quale ho voglia o necessità di uscire perché mi sta togliendo aria vitale.

Ora so che respiro a fondo anche senza tutte quelle cose che sembravano l’inizio di chissà quale nuovo mondo.

Ecco, io non mi ci ritrovo più tra quelle parole e non ho voglia di scriverne altre, poiché non devo più riempire in modo assoluto i miei giorni.

Perché a un certo punto sono diventati i “nostri” giorni, qualcosa che volevo e potevo condividere insieme alla mia famiglia, senza nessun altro ad interferire.

Niente dura, quindi vivo del presente che mi viene consegnato nelle mani in ogni istante, non esiste niente di più importante del presente, racchiuso fra queste mie dita.

Ho impiegato anni per comprenderlo. Anni fatti di silenzi, di lacrime, di momenti esilaranti ed estremo caos interiore.

Non ho più bisogno di sentire, so che esiste tanto al di là di tutto questo mare, che già prima sentivo e percepivo, e avevo a mia disposizione.

Abbiate cura di voi e prendete per mano anche i silenzi che vi porterà ogni vostro giorno, senza avere la paura di riconoscere che è solo lì, nel presente, che risiede il vostro reale potere.

A presto, Letizia T.

L’IMMORTALITA’

 

 

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Non donate mai immortalità a qualcuno che avete amato scrivendo di lui.
Vi strapperà il cuore e lo morderà, come il peggiore fra i lupi.
Poi lo getterà in fondo a un fiume impervio, facendo di voi delle persone ferite a morte.
Non donate mai troppo amore a ciò che bramate di raggiungere o si allontanerà, lasciandovi derisi.

 

Letizia Turrà

Ti penso…

 

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Ti penso ogni volta che mi chiudo in un silenzio ermetico che molto dice di me, per chi sa dargli ascolto.
Ti penso ogni volta che guardo la natura seccare, e ripenso al fatto che ogni stagione possiede il suo inizio e il suo termine.
Ti penso quando mi sento stanca, ferita, emarginata, perché le persone diverse come me tu le hai sempre amate, abbracciate, protette.
Ti penso ogni volta che il cuore mi batte forte per l’ira che sento, lontana da te.
Ti penso ogni volta che si parla di malattia, di morte, per ricordare che neppure la morte potrebbe far sì che il mio volerti bene perisca.
Ti penso, perché non so far altro se non pensarti.

 

Letizia Turrà