Un po’ di pane e un po’ di salame dentro, nella vetrinetta del bar. Per un romano è una pagnottella, per un milanese è un “sànguis”. Per un dongiovanni è un panino gravido. Per un giovanotto è un toast e per una ragazza è una tartina. Per un borghese sposato è un panino imbottito. Per un purista è un tramezzino, per un nostalgico è un tra i due, per il padrone del bar è un club sandwich. Ma sempre pane e salame è.
Marcello Marchesi – Diario Futile di un signore di mezza età, ed. Bompiani
Amo la gente, ma amo ancora di più la mia solitudine, quello spiraglio di silenzio che fa sì che la mia anima affoghi in una nuova luce, e di quella luce si rivesta.
Ho bisogno di stare da sola per poter decidere di restare con gli altri.
Ho bisogno di una piccola morte per vibrare, e per riconoscere l’enorme valore che ha la vita per me.
Conservate i vostri silenzi, e abbiatene cura, sempre.
Sono fatta così, se nutro dei dubbi persistenti nei confronti di qualcuno, io non mi rivolgo al cielo.
Mi rivolgo al diretto interessato.
Sono troppo sensibile per sbagliarmi sulle sensazioni che avverto.
Si muovono inspiegabilmente sottopelle e mi arrivano dritte alla bocca, dalla quale poi fuoriescono le parole.
Mi accorgo sempre di chi è sincero e di chi è falso con me, anche quando sorrido.
Perché la verità di fondo è che non mi importa di piacere a nessuno, se non a me stessa, e chi non sa apprezzare queste qualità non deve restare nella mia vita.
Scegliere con parsimonia, questo il tempo mi ha insegnato.
Ho sofferto troppo per lasciare porte aperte al primo avventore.
Scrivo in presenza della tristezza, avviluppata dalla solitudine.
Nulla traggo dalla gioia abbacinante. La gioia è una radice avvizzita, priva di frutto, sterile d’emozione.
La tristezza e il dolore non pongono limiti alla creatività; al contrario, la esaltano, la ravvivano, accrescono il sentimento di rivalsa nei confronti di una apparente felicità servita goccia a goccia.
Sono gocce di limone le piccole felicità: ti fanno venire il languorino ma poi non durano a lungo.
Rimane solo il sapore acido nella tua bocca che mormora e brama.
Credo che dovremmo applicarci per trasformare quel modo di parlare deleterio in qualcosa di positivo, coltivando pensieri profondamente e spiritualmente elevati.
Le parole ad alta vibrazione, così come i pensieri con alte vibrazioni, mutano il nostro mondo e la nostra mente.
Se ci sminuiamo, la nostra vita avrà un valore effimero e piccolo; se la nostra insoddisfazione avrà la meglio sui nostri successi, allora ogni nostro sforzo sarà vanificato dall’angoscia; se perdiamo la fede nella bellezza di nuovi incontri perché abbiamo abbandonato la strada già battuta per una via sconosciuta, allora non vivremo il privilegio di godere del presente.
Il tessuto delle nostre relazioni è costituito proprio da questo modo di relazionarci e vivere.
Quando incontriamo qualcuno che non comprende la ragione del suo malessere e non lavora su di sé per uscire dalle sue sbarre mentali, chiediamoci come possiamo ripulire il nostro spazio spirituale e attuare su di noi la scelta.
La scelta ci dona una nuova prospettiva, nuovi incontri, tempo da trascorrere in maniera piacevole e una conseguente, abbondante ricchezza.
Scegliere è difficile: implica essere se stessi senza per forza dover lottare per essere accettati, significa lavorare sulla rinascita e abbandonare il disastro. Significa abbracciare il precipizio e la paura di venire sommersi dai fallimenti.
Scegliere è rischioso, sì, ma vale la pena andare avanti, rischiando.
Chiedetevi ogni giorno qual è la ragione per la quale restare dove siete e se non trovate più una valida motivazione alla vostra permanenza in una situazione disagevole e infelice, allora fate la scelta di CAMBIARE.
Non abbiate mai paura del cambiamento; non restate fermi ad aspettare che arrivi qualcuno a cambiare la vostra vita, cambiatela VOI, con i vostri pensieri e la vostra determinazione.
Oggi è un bel giorno, oggi è un nuovo giorno, scegliete di cambiare e di rivoluzionare la vostra VITA.
Penso che ciascuno di noi abbia una storia dietro e dentro di sé, un bagaglio più o meno pesante dalla forza inesplicabile, spesso invisibile perché non è la prima cosa che traspare.
E se quel bagaglio ci ha resi più forti, allora non ci dispiace essere diretti né ci preoccupiamo di non piacere agli altri.
Le persone dirette e sincere fanno paura per questo: non sono manipolabili e non sono ricattabili; contano su se stesse praticamente da sempre e non hanno più paura di restare ancorate a situazioni che non funzionano, costi quel che costi.
Vengono spesso trascurate e messe da parte, ma poi quando v’è bisogno di una parola sincera, è sempre da loro che si torna.
Amici, sostenitori, ammiratori, lodatori, imbonitori…poco valete, se poi non siete in grado di far corrispondere le parole ai gesti.
Una giornata memorabile, quella di sabato 17 febbraio! DisneiAmo è andata in scena davanti a un pubblico vastissimo! Moltissimi gli amici, i follower e i colleghi che sono venuti a sostenerci, alcuni affezionati e altri incuriositi dal nostro progetto. Mi commuove sapere che la nostra squadra riceva tanto amore dalle persone che come noi sognano sulle note dei grandi classici, ricordando i momenti magici della nostra infanzia.
Ringraziamo Lucio e tutta la splendida organizzazione composta dal suo Staff per averci accolti! Ringrazio la nostra tour manager Dayana Rusciano e Paolo Gagliardi per le foto scattate durante il Meet&Greet.
Ringrazio Emanuele Merisio che sempre, con infinita pazienza e amore, coadiuva la preparazione e l’esecuzione di ogni brano affinché tutto sia perfetto.
Grazie ai miei compagni di viaggio: Stefano, Giorgia e il mitico Pietro Ubaldi, stare con voi è sempre bellissimo!
Infine grazie anche alla nostra ospite speciale, Alessia Cimini in arte Thymeka, per essere stata con noi nelle vesti di Isabela nella cover che abbiamo realizzato “Non si nomina Bruno” tratta dal film di animazione “Encanto”.
Grazie infatti al pubblico che ci segue sul Canale abbiamo superato le 5 milioni di visualizzazioni! Non lo avete ancora visto? Allora recuperate subito, cliccando qui sotto!
Vi ricordiamo il prossimo appuntamento con DisneiAmo il prossimo 9 marzo al Cerea Comics&Games Area EXP Cerea (Verona).
Non mancate!
Per aggiornamenti sulle prossime date, date un’occhiata al calendario qui 😉
Le tocco il cuIo(ne) e mi rendo conto che, nonostante la montagna di anni che mi porto sulle spalle, la cosa non passa inosservata ai piani bassi.
Lei sorride.
Per quanto di cattivo gusto, soprattutto all’interno di un locale pubblico, questo mio gesto da teenager in calore sembra farle piacere.
Abbiamo passato una vita insieme.
La verità è che mi auguro di poterle toccare il cuIo anche nel corso della prossima.
I nostri figli sono diventati genitori.
I loro figli, i nostri nipoti, sono invece alla prese con i primi amori.
Corrisposti e non.
Tutto come da copione.
Non sento più come una volta.
Sessant’anni fa il rumore prodotto dalle onde del mare contro gli scogli era la mia sveglia mattutina. Oggi, quando voglio fare una chiacchierata con gli amici, devo mettermi uno stupido aggeggio nell’orecchio.
Una specie di alveare pieno di api isteriche impiantato nel cervello.
Con lei è diverso.
Noi ci parliamo con gli occhi.
Basta uno sguardo ed è già tutto chiaro.
Poche parole.
Solo quando è necessario. Praticamente mai.
Dopo cinquant’anni di matrimonio, almeno un milione di sacchi di immondizia gettati nei vari cassonetti, e altrettanti rimproveri per non aver fatto, o per aver fatto ma non nel modo corretto, siamo ancora qui: nel pub di un paesino di provincia, aspettando che un sabato pomeriggio qualunque si trasformi in oscurità.
Lo so che fa ridere.
Due più che ottantenni seduti al banco di un bar a bere due pinte di Guinness.
Alla faccia della gastrite e della prostata ingrossata.
Sembra la scena di un film di Fellini.
Parlano di qualche mese.
Tre, forse addirittura sei.
Probabilmente quattro.
So che non dovrei prendermela troppo.
In fondo ho campato parecchio. Ci sono migliaia di bambini che muoiono ogni giorno. Anche ora: in questo preciso instante.
Se sommando le loro giovani età fino a raggiungere i miei anni, avessi la certezza che questa mia uscita di scena potesse salvare loro la vita, beh… me ne andrei più tranquillo.
So che non è così.
Non lo sarà mai.
Non esiste alcun contratto dove sta scritto che la vita è una questione di algebra.
Non esiste alcun contratto, per la verità.
Lei non lo sa ancora.
Non ho il coraggio di dirglielo.
Come si reagisce alla notizia che il tizio con cui dormi da più di mezzo secolo, tra qualche mese sarà solo un cuscino vuoto?
Non lo so.
Ho paura.
Non solo per me. Anche per lei.
La verità è che non siamo fatti per morire.
Lo so che sembra infantile come ragionamento, ma vi posso garantire che le cose stanno proprio così. Ogni giorno vivi la vita ai cento all’ora con la voglia matta di alzare il piede dall’acceleratore. Poi, senza alcun preavviso, si accende la spia rossa e allora ti fermi a fare rifornimento. Sali di nuovo in macchina, giri la chiave e – colpo di scena – non accade nulla. Il motore non ruggisce più. È morto. Ma com’è possibile? Ti chiedi. Stavo viaggiando alla velocità della luce proprio un attimo fa. Avevo dei progetti, degli assi nella manica da giocare al momento giusto, e ora invece mi ritrovo con le mutande calate all’altezza delle ginocchia in attesa che un corpo estraneo penetri nelle mie stanze e faccia piazza pulita.
Credetemi: anche a ottant’anni si fanno progetti.
E uno di quelli più ricorrenti, ironia della sorte, è proprio quello di non morire.
Comico, no?
– Ci facciamo un altro giro?
La guardo. E’ bellissima. Con il vestito a pois e gli occhiali in tinta.
– Perché no! – esclamo – In fondo…
Lascio la frase a metà.
Lei aggrotta le sopracciglia.
Forse ha capito.
Forse no.
Forse… chissà.
Faccio segno al barista di portarne altre due.
Lui annuisce.
– Hai ancora un gran bel cuIo – le dico aggiustandomi il berretto.
“CO-HOUSING“, una parola che mi è piaciuta sin da subito. Per una come me, che nutre il sogno di costituire una Comunità come negli anni ’70, la condivisione di un territorio circoscritto in cui pochi esseri umani si aiutano e si sostengono, è un punto fermo (seppure sembri un’utopia per la massa).
Questo articolo trovato sul sito “Curiosando si impara” (scorri in fondo per il link) mi è piaciuto molto e ho voluto riportarlo qui.
Foto del sito Cohousing Solutions
Il co-housing è nato in Olanda ed in Danimarca negli anni ’70, partendo, soprattutto, dalle necessità delle giovani famiglie. A differenza del modello delle “comuni”, il co-housing permetteva di avere un’abitazione ad uso privato ed una propria economia domestica, ma anche di poter condividere attività come i lavori di casa, l’educazione dei bambini ecc. Si estese rapidamente sia in questi paesi che in molti altri come la Svezia, la Germania, gli Stati Uniti, il Canada, ecc.
Le motivazioni che portano le persone più anziane ad adottare questo tipo di vita sono differenti. Spesso, nascono per via del pensiero di un futuro che non si desidera, come per esempio: “non voglio essere un peso per i miei figli”, “non voglio che nessuno decida per me il luogo in cui andrò a vivere”. In principio, queste riflessioni possono risultare impulsive, ma l’idea si consolida e diventa più forte quando la persona vede il co-housing come un’enorme opportunità: invecchiamento attivo, supporto emotivo da parte di una comunità in cui ci si sente inclusi, risparmio economico, un ambiente di formazione in cui intraprendere progetti e che si adatta alle esigenze di ognuno che col tempo possono cambiare, molto divertimento.
Dopodiché, negli anni ’80, quando alcuni di questi pionieri iniziarono ad invecchiare, si resero conto che le loro esigenze erano diverse da quelle delle persone più giovani e, per questo, cominciarono a creare delle comunità “senior”. Si tratta di scelte personali: c’è chi pensa che confrontarsi con persone affini e che vivere insieme a gente della stessa età possa aiutare. In ogni caso, la vita in queste comunità è veramente intergenerazionale, poiché è aperta al quartiere o alla comunità più ampia.
Queste sono le caratteristiche che accomunano le co-housing di tutto il mondo:
È auto-promosso, con iniziative e design del gruppo.
È co-progettato, con un modello atto a favorire le relazioni tra vicini.
Esistono zone comuni significative, le quali sono un’estensione dell’abitazione.
È autogestito, con un’organizzazione che comprende la collaborazione per le attività comuni (commissioni, ecc,).
Non esiste gerarchia, i ruoli vengono suddivisi in modo naturale.
L’economia è privata e le case sono dotate di tutti gli elementi che garantiscono l’indipendenza di chi le vive.
Nell’immaginario comune le comunità co-housing di anziani vengono associate erroneamente ad un determinato modello che deriva dalle residenze per anziani: spesso vengono confuse con “appartamenti con servizi”, “senior resorts”, o “appartamenti sorvegliati”, dove non si possono trovare le sei caratteristiche menzionate in precedenza, principalmente per quanto riguarda l’autopromozione, l’autogestione e la mancanza di gerarchia.
Foto del sito Cohousing Solutions US
Il co-housing non può nemmeno essere definito per la composizione degli edifici, però si può riconoscere per il proprio disegno sociale. Di fatto, il co-housing assomiglia di più ad un piccolo quartiere o ad una comunità di vicini ben assortita, proprio perché viene creata con l’intenzione di vita collaborativa e di aiuto reciproco.
Il processo di creazione della comunità, prima della creazione del complesso abitativo, esige metodologie partecipative e strumenti di intelligenza collettiva. E, soprattutto, il desiderio di “far parte” (= partecipazione, in misura maggiore o minore) è una delle chiavi di questo stile di vita.
E voi, cosa ne dite? Vi piace questo concetto di intelligenza umana in un’epoca in cui sembra che sia l’intelligenza artificiale a farla da padrona?
“Caro amico ti scrivo”… diceva una canzone di fine anni settanta e siccome proprio in quel periodo siamo nati noi, ho deciso di scriverti, amico mio.
Lo faccio con un velo di malinconia, forse perché man mano che si invecchia si sente l’esigenza di scrivere per lasciare qualcosa di sé agli altri o ai propri cari o forse perché mi sento in colpa nei tuoi confronti per non esserci stata come desideravo, anche nei giorni più importanti per te.
Non sono potuta essere sempre presente neppure negli istanti più preziosi per noi, perché la vita a volte non ci fa fermare a riflettere. L’unico vero istante in cui riusciamo a farlo è quando ci osserviamo con reale introspezione, nel totale silenzio e nella tanto ricercata beatitudine, e forse tutto questo avviene in vecchiaia quando abbiamo già perso numerose occasioni lungo il tragitto.
Sono distesa su un prato e il vento accarezza i miei capelli che col tempo sono diventati sfibrati. Il mio corpo stesso si è modificato, la mia testa e i miei pensieri sono diversi rispetto a quando eravamo ragazzi spensierati.
Ora vedo le cose nella loro interezza, non ho più gli occhi di prima per osservare ciò che mi circonda e vedo chiaramente la sofferenza per ciò che è.
Nulla mi è mai stato tanto chiaro. Ogni sentimento viene amplificato ed io giudico per ciò che vedo nella consapevolezza: indifferenza con indifferenza, amore con amore, odio con odio.
Guardo ogni giorno il melo che mi hai regalato. È posto lì, al centro del mio giardino e in esso scorgo ancora meraviglia, prodigio, vita che nasce, cresce e termina nella terra.
Caro amico, io ti auguro da oggi e per sempre di vedere le cose con questi occhi; di guardare tua moglie, i tuoi figli come un miracolo e una vita che sono parte integrante della tua esistenza.
Non avere e non nutrire mai la rabbia, perché essa modifica le persone. Non provare mai invidia per gli altri, perché solo quando non riusciamo a vedere la bellezza di ciò che abbiamo già, nutriamo per gli altri invidia e rabbia e questi sono sentimenti che non fanno crescere un uomo; tutt’altro, fanno in modo che si autocommiseri e devii lo sguardo dalle proprie responsabilità.
E scusa se con ironia ti dico che non sono invecchiata più di te, che i miei occhi brillano come e più di prima e che ti auguro di guardarti allo specchio e vedere quello stesso barlume.
Non saremo mai distanti finchè i nostri cuori saranno uniti.
Ti ho scritto, così mi sono distratta un po’, il farlo mi ha aiutato a dimenticare per un attimo anche il perché ho iniziato a scrivere, e la malinconia si è quantomeno dissipata.
Ti abbraccio forte, consapevole di una cosa: saremo come quel melo un giorno: forte, vigoroso e carico di frutti, pronti a cedere le nostre radici alla terra.
Io che la gente fa schifo l’ho capito quando avevo solo dieci anni.
E per “solo” sottintendo che a quell’età i miei occhi e le mie orecchie avevano visto e udito una gran quantità di cose che non si dovrebbero vedere e sentire.
Non conoscevo molto né avevo visto molto mio padre se non una decina di volte, e chi doveva proteggermi in molti casi applicava prevaricazioni sulla mia figura mingherlina. Non credevo nemmeno a Babbo Natale e alla Befana. E una volta avevo pescato mia nonna nell’atto di infilarmi i soldi sotto il cuscino mentre dormivo. Da quel momento, anche la fatina dei dentini era evaporata dai miei sogni fanciulleschi.
Sono cresciuta parecchio da allora, ma ancora oggi mi mortifica sapere che ci sono persone che tentano di manipolare e applicare vessazioni sulla sottoscritta pensando che io non me ne accorga.
Sfruttano la mia pazienza come fosse infinita; alcuni addirittura tolgono il saluto alle mie figlie perché non parlano più con me e costringono i loro figli a fare altrettanto.
Altri ancora, sparlano con me del prossimo e al prossimo di me, quando non ci sono.
Pensano che questo mi colpirà o colpirà coloro che amo. Si sentono importanti quelli che fanno del male, trascurano il dettaglio che saranno i primi a ricevere una risposta dall’Universo quando meno se lo aspetteranno.
La verità è che quando ti abitui a prendere certi montanti, non ti importa davvero più degli altri.
Gli altri diventano irrilevanti, superflui, trascurabili.
Il dolore lo senti, è ovvio, ma non è più lo stesso che ti costringeva a stare rinchiusa nella tua stanza ascoltando canzoni che aumentavano maggiormente il tuo senso di tristezza. Ora quel dolore lo conduci in una stanza diversa, e ci fai a pugni per fargli comprendere che tu non ne uscirai sopraffatto.
E questo perché sono cosciente che ogni sensazione che fai entrare nella tua “stanza” deve essere incanalata in modo adeguato e bisogna assumersene la piena responsabilità.
Una volta ho letto un aforisma nel quale si diceva che una conversazione con qualcuno che non ha sofferto si traduce in semplice chiacchiera.
Trovo che sia una cosa vera, chi non ha sofferto la tua stessa pena non può capire e non solo perché non ne abbia intenzione, è che semplicemente gli manca quella determinata esperienza.
Quindi ho smesso di condannare anche chi non capisce proprio niente, soprattutto quelle persone alle quali hai fatto una richiesta di aiuto e l’hanno abbandonata lì, come fosse un accendino in un bar.
Io di chiacchiere ne ho fatte tante, ho offerto la mia spalla a chi ne aveva la necessità.
Tuttavia di confessioni ne ho fatte poche perché non mi fido dell’instabilità di alcuni.
L’unica amica è stata la carta, il solo rifugio davvero efficace è stata la letteratura.
Vedo, sento, percepisco proprio tutto in maniera davvero disarmante e l’unica cosa che so è che voglio continuare a coltivare cose buone, seminare abbondanza nel mio giardino in maniera positiva, distaccarmi da chi tenta di farmi del male lasciando andare quelle persone.
Consiglio a tutti di pensarla così, non vale la pena di soffermarsi troppo sulle emozioni negative; fate in modo che non durino più di 90 secondi. E poi dovete anche pensare che le cose brutte durano esattamente come quelle belle: scompaiono in un soffio.
Quindi se ora state male, finirà quel malessere e se state bene, pure quella sensazione bella avrà un termine.
Ci sono cose che non possiamo controllare, come la stronzaggine di alcune persone e un sacco di altri eventi spesso inevitabili e certe ferite dobbiamo leccarcele da soli.
L’unica cosa che possiamo controllare è la nostra reazione a ciò che accade.
Un maestro zen chiese ai suoi allievi: “se una persona viene da te con un regalo e tu non lo accetti, a chi appartiene il dono?” “Alla persona che ha cercato di regalarmelo”, rispose uno degli allievi. “Ecco, lo stesso vale per l’invidia, la rabbia e gli insulti” aggiunse il maestro. “Quando non li accettiamo, continuano ad appartenere a chi li portava con sé”.
Non fatevi abbattere, MAI, da niente e da nessuno.
Vi abbraccio con abbondanza, e grazie per essere giunti fin qui.
“Nonostante tu possa estendere i tuoi campi all’infinito non potrai mai mangiare più di tanto riso al giorno; e nonostante possa rendere la tua casa grande come un castello quando ti sdraierai non occuperai più spazio di prima.”
Non ha alcun senso condannare chi non ci è stato vicino quando ne avremmo avuto bisogno. Troppo spesso ignoriamo che anche le persone che si sono sempre dimostrate empatiche e sensibili nei nostri confronti possano aver attraversato o stiano attraversando un percorso di dolore; un male interiore che non rivelano ad altri, che rimane silente e proprio per questo scompare alla vista del mondo esterno.
Ricordiamo che non è per forza amico fedele chi ci sorregge nei momenti difficili.
Amico è soprattutto chi condivide le gioie con noi, senza invidiarle né pensare che non le abbiamo meritate.
Amico è chi affronta con forza i propri dolori e non per forza i nostri.
Dovremmo più spesso interrogarci sulla fonte del nostro dolore e smetterla di aspettarci che arrivino gli altri in nostro soccorso.
Piuttosto, chiediamo a noi stessi qual è stato il percorso che ci ha condotti fino a quel “sentire” e accettiamo che certe cronicità diventino malattie solo nostre.
Le persone che ci amano e ci sostengono, saranno sicuramente un importante appiglio.
Ma quelle che si allontanano vanno ringraziate e comprese allo stesso modo, non criticate.
Non condannate né biasimate mai nessuno; è questa la vera forza che risiede in tutti NOI, quel seme di abbondanza che porta altra abbondanza.
Su richiesta di Apple, il fotoreporter russo Sergei Ponomarev, vincitore del Premio Pulitzer, ha percorso 9289 chilometri e 8 fusi orari in una settimana e ha registrato sul suo iPhone un viaggio lungo il binario ferroviario più lungo del mondo: la Transiberiana.
“Guidare per così tanto tempo ti dà uno strano stato d’animo. Non sei più a casa, ma non sei ancora arrivato da nessuna parte. Tutto è monotono e tutto cambia: paesaggi, persone. Anche il tempo è volubile. Attraversando un nuovo fuso orario, perdi un’ora. Cioè, mentre sei in treno, ci sono solo 23 ore nella tua giornata. Questo è strano, perché con la nostra velocità di vita, non abbiamo tempo per tutto in 24 ore. Entri a far parte di una piccola comunità di viaggiatori e improvvisamente diventi una nuova versione di te stesso. Dopotutto, nessuno ti conosce e c’è la possibilità di essere qualcun altro. O forse solo reale.
Non abbiamo avuto alcuna limitazione: abbiamo potuto scattare foto e girare video in tutti i vagoni del treno e a tutte le persone che hanno accettato di partecipare al progetto”.
Non ho mai passato così tanto tempo faccia a faccia con il mio paese. Ci sono così tante nazionalità diverse, così tante tradizioni, così tante persone, ma tutti parlano la stessa lingua, con un accento – da Mosca a Vladivostok. Non lo vedrai da nessun’altra parte.
Che meraviglia i sorci da tastiera. Ci troviamo di fronte a un’artista abbastanza brava, la cui musica può piacere o no. Ha un corpo formoso che sovente diventa oggetto di meme in cui viene schernita per il fatto di essere grassa, e per non avere un aspetto conforme alle Vip famose come e più di lei. Un giorno decide di reagire e di dimagrire: non lo fa per gli altri, lo fa per sé perché si rende conto che non si piace più, che quel corpo non la rappresenta; rappresenterà milioni di donne, forse, ma non lei, e con coraggio parte per quella che sarà la sua evoluzione. Diventa una splendida donna, inizia a posare molto più spesso per i giornali e il suo profilo Social comincia ad essere più ricco di selfie e di foto in cui finalmente, orgogliosa, si mostra. Poi giungono i topi da tastiera (non meritano di essere chiamati leoni), e le frasi più incredibili che riescono a concepire sono: “Abbiamo capito che sei dimagrita, ora basta”, “Sinceramente ti preferivo prima”, “Non sei più autentica e così non mi piaci più”,”Che palle…ma non dovresti cantare?!”. In sostanza, una sfilza di commenti denigratori piovono sulla testa di chi ha finalmente trovato la strada dell’accettazione e ha imparato ad AMARSI. Vi meritate quelle Vip che ritoccano le foto all’inverosimile uccidendo la realtà che ci vede invecchiare e quei cessi a pedali che tanto idolatrate sepolti sotto chili di mascara e make up, per giunta discutibili. Questo penso. Anche a me hanno dato della grassa alcuni, ancora oggi glielo leggo negli occhi quando mi guardano perché non si capacitano di come io riesca a vivere nonostante le mie forme; di come io possa muovermi con grazia e ami il mio involucro che per tanto tempo ho maltrattato con anoressia, inquietudine e alimentazione violenta. Dietro ogni persona c’è sempre una storia, cari miei topini viscidi. L’invidia è il vero mostro insanabile di questa Società “evoluta”.