Kodak Paper

I libri usati riservano anche tante sorprese, come questa vecchia foto stampata su carta fotografica Kodak ( la c.d. “Kodad Paper”) dell’agosto del 1972.
Due bambini sono seduti sul tavolino di una presunta sala da pranzo: lui ha una chioma fulva e uno guardo intimidito; apre poco le mani tenendo gli occhi chiusi.
La piccola ha una faccina trasognante e uno splendido caschetto del colore del cioccolato.
A dividerli, un vaso cinese molto in voga in quegli anni nelle case, che tiene avviluppato un bouquet di fiori dallo stelo lungo, che tanto ricordano i gigli.
Questa fotografia è poesia: la vita impressa nei lineamenti innocenti, nel mistero di due bambini che mi piace immaginare abbiano intrecciato le loro strade, diventando complici e forse, nel loro piccolo, combattenti silenziosi per un bene più grande.

Sì, lo ammetto: sono romantica.
Eppure, nello sguardo di lei rivedo me stessa — bambina fiduciosa, con le calzette bianche e la frangetta ribelle — che attende, con le mani raccolte e la mente già altrove.
I due bambini forse (mi piace pensare) sono diventati migliori amici e hanno, nel loro piccolo, lottato per cambiare in meglio la loro vita e le vite degli altri.
Sono troppo romantica, lo so.
Eppure mi riconosco nello sguardo di lei, con la mente condotta chissà dove, e le manine che attendono un miracolo.
Chissà cosa staranno facendo, oggi, questi due sconosciuti ignoti.
Chissà che la fortuna non voglia che si riconoscano in questa immagine.
Io ci spero ancora.

Letizia T.

Ricordati di me

Ti prego, ricordati dei miei occhi; non lasciare che il ricordo mio si consumi come petali dileguati per mano del vento, pronti per disperdersi.

Ti prego, ricorda il mio cipiglio ribelle, i miei capelli folti come fili di lana, le labbra mie inumidite dai morsi e le lacrime nascoste. Ricorda che non ti ho mai abbandonato e che tu mi appartenesti, un giorno non molto lontano da oggi.

Ti prego, ricordami con un sorriso; non lasciare ch’io secchi come il ramo di un albero infecondo.

Ti prego, ricorda il mio nome come se non fossi mai andata via.

Letizia Turrà

ph: Robert Frank

Odette – morire a Marzo

Mi perdo se mi incontro, dubito se trovo, non possiedo se ho ottenuto.[1]

Mi immagino un giorno d’estate, il cielo è pieno di nuvole; improvvisamente giunge una nuvola grigia; è più grande di tutte le altre e ha un aspetto minaccioso.

Piccole stille cadono lente dal cielo; è un piacevole sìbilo, per nulla fastidioso; poi il vento si solleva di improvviso e lo scroscio diventa prepotente; in breve tempo si trasforma in un acquazzone che fa piangere i vetri; quando ti rendi conto che è arrivata la grandine sarà troppo tardi. Non ti resta che guardare da lontano i danni che avrà prodotto al termine del suo passaggio.

Così ora mi sento.

Una nostalgia muta mi attraversa.
Il passato mi chiama con voce dolce e crudele, mentre il presente mi appare stanco, inascoltato, circondato da un mondo svuotato, un esercito di anime inquiete consunte dalla noia, che camminano senza più guardarsi.

Io stessa non so più di cosa ho circondato la mia vita. Ho nostalgia dell’affetto mai ricevuto di mia madre, come se nella realtà fosse stato qualcosa di vivido, presente. In realtà di quel tanto o poco che nella mia vita ho ricevuto, non ho mai saputo che farmene. L’ho gettato lì, in fondo al fiume nascosto del mio ventre, convertito nel tempo in un pozzo d’odio.

Ho scritto spesso del dolore, parlando degli aspetti più esterni che lo riguardavano. L’ho fatto come si fa con una pietanza: dapprima assaggiandola con curiosità, senza davvero essere in grado di conferirgli un determinato sapore. L’ho masticato e poi gettato via con fare frettoloso, per il terrore di sapere che un giorno quel pasto sarebbe diventato ordinario alla mia tavola.

Ho descritto il dolore, senza averlo mai provato.

Almeno, mai così.

Odette morì alla fine di marzo, uno dei mesi miracolosi ed estremamente più miti dell’anno. Se ci penso oggi, rabbrividisco al pensiero che si possa morire in un momento così bello.

Nei giorni che precedettero quel momento, le nuvole fluttuarono nel cielo come batuffoli di ovatta.

Senza mia madre mi sentii come neve al sole.

Era anche il mese che apparteneva a me e a mio padre, nati a due giorni di distanza l’uno dall’altra.

Quel che riesco chiaramente a ricordare è che smisi improvvisamente di sentire l’odore della morte, e anche mia madre divenne priva di odori.

Niente più mi ricordava la sua figura di megattera: era di colpo appassita, sbiadita come una foto sovraesposta dai contorni bianchi e bruciati.

Una gracile farfalla che non volava più, solo tornava alla sua natura legata agli abissi più profondi, che per tutta la vita l’avevano attesa.

Jonas pianse tanto come non l’avevo mai visto fare.

Mi stupì vedere quanto un uomo può soffrire quando deve separarsi da ciò che ama scelleratamente.

Noi non accettiamo di perdere, mai. Sviluppiamo un senso di appartenenza verso i nostri affetti più stretti, che ci inducono a pensare che non finirà mai il ciclo di quel sentimento.

E invece anche una donna grande come la mamma se n’era andata, ed insieme a lei la sua energia più profonda.

Non le avevo mai detto che le volevo bene, mi ero sempre opposta alla sua figura anteponendo le mie esigenze alle sue.

Credevo che solo perché avesse scelto di mettermi al mondo mi dovesse qualcosa. Niente sconti, solo doveri, solo oneri. Solo una figlia che chiama sua madre per nome, niente di più. Solo una futura donna che improvvisamente avvertiva il gelo.

Da quando mia madre non c’era più avevo compreso una cosa sostanziale: del vero amore non ti manca il profumo, ma l’odore.
L’odore della persona amata è qualcosa che ti lega a quanto di più terreno possa esistere. Di molte cose ricordiamo l’odore: l’erba bagnata, la pioggia, il sudore dopo una giornata intensa, una determinata persona dopo averla sfiorata.
         Il profumo non è che una sequela di ricordi. Ma l’odore, rappresenta il sentimento.

Letizia Turrà, 2025

ph: Sara Punt


[1] Pessoa, Il libro dell’inquietudine.

RI-Costruire.

Penso che ho passato tanto, tantissimo tempo a coltivare qualcosa che non sempre è cresciuto nella maniera in cui avrei desiderato che crescesse.

Tuttavia, ogni cosa ha avuto un impatto profondo su di me e sulla mia crescita personale. Oggigiorno il silenzio si fa spazio tra le mie costole per farsi sentire.

Ogni carezza che ho dato e ricevuto.

Ogni parola che ho scagliato e che è ritornata violentemente indietro.

Ogni sorriso che non ha ricevuto sempre lo stesso rimando.

Tutto mi mancherà di quello che se ne andrà, nonostante sappia benissimo che l’incorrere delle stagioni è qualcosa di naturale, che non posso fermare.

Come scrissi un tempo: “Tutto accadrà, a prescindere da me”.

In questo momento di note dolorose, lo comprendo ancora di più. Sento l’immensità di quell’urlo e la curva del mio viso si fa più consapevole, lo guardo è luminoso, le mie mani e il mio cuore ancora più aperti di prima.

Ora ragiono in termini energetici, non basandomi più sulle parole e sulle azioni altrui.

Vi lascio con le parole di Walter Mercado:

Ogni mattina quando mi sveglio è il primo giorno della mia vita.

Oggi è il mio gran giorno.

Oggi darò il meglio di me.

La vita è un costante reinventarsi, non faccio le prove per essere me stesso.

Letizia T.

ph: Il mio orto.

…90.000 volte Grazie!

Questo mese festeggio le oltre 90.000 visualizzazioni e voglio ringraziare ogni utente che qui si connette nella mia “casa”. Perché da molto tempo questo piccolo spazio rappresenta per me un luogo in cui posso ogni tanto scrivere di me stessa e di ciò che più mi sta a cuore.

Sono immensamente grata per il tempo che posso ancora trascorrere qui, tra questa umanità fatta soprattutto di sentimenti e di nostalgia delle cose belle, che tutti abbiamo vissuto.

Quest’oggi lascerò che mi accompagnino le parole di Carolina Turroni:

Siamo materiale umano, la cui delicatezza è sconosciuta agli aridi.
Hanno il metro nelle mani e la bilancia negli occhi, ma non la grazia necessaria per guardare le lacrime un momento prima che scendano sulle guance.
D’altronde ho visto tremare persino le rose, senza che nessuno mai se ne accorgesse.
Nel silenzio delle foglie, nella consolazione del vento.

Ancora GRAZIE.

Ti accorgi in un momento d’essere cambiato

Mi chiesi se anche noi saremmo cambiati; se ci saremmo induriti, forse, opponendoci al passaggio della vita sopra di noi.

Mentii su tutto quel giorno, come sul fatto che mio fratello non avesse un odore.

Jonas sapeva di tante cose. Era intriso di profumo, di musica, dei suoi libri di Poe e dei quadri di Pollock che adorava, delle carezze di nostra madre che io non ricevetti mai, del legno di faggio del quale avevamo rivestito la nostra casa sull’albero.

Letizia Turrà

La stanza degli specchi – Capitolo FINALE

Siamo giunti alla fine del racconto scritto da mia figlia, Gaia.

Volevo ringraziare le persone che seguono il mio Blog, che mi scrivono sui canali Social dove sono maggiormente attiva (anche se vado a fasi alterne e sento molto più “casa” questo Blog o microspazio che il Web mi concede). Grazie di cuore, da parte mia e di mia figlia.

Buona fine di lettura.

Paese di morte

Le ho viste nelle sere quando son chiuse le fabbriche e le vie

Sulle labbra vaghi sorrisi di attesa e chissà che

Scrivere sui vetri ghiacciati le loro fantasie

Povere belle donne innamorate d’amore e della vita

Le ragazze dell’Est.

Chi era davvero Matilda, la donna che aveva amato?

Andrea non riuscì a fornire a sé stesso nessuna risposta certa. Non avrebbe mai trovato pace, neppure ascoltando le parole di quel brano di Claudio Baglioni, che dal giorno del ritrovamento non aveva mai smesso di sentire.

Quel loop sembrò potesse parlargli di lei e il dolore diventò pian piano come il vento che ogni tanto passa, per poi tornare da dove è venuto.

Un sacco di cose, però, non tornavano: l’uomo fuori dalla casa di Jack che aveva voluto aiutarli, le scarpe pulite di Matilda quando lo stesso Maggi aveva sostenuto che la ragazza fosse fuggita fuori dal casolare per scappare nel bosco e tutto quello scenario che si era posto davanti alla sua vita, senza una reale ragione, strappandogli via dalle mani la persona più cara.

Andrea non aveva potuto sapere cosa fosse successo davvero nel mattino in cui fu uccisa.

Un piccolo paese di provincia si era trasformato di colpo in un luogo di morte.

Fu solo in grado di pregare per lei, pregare un Dio inesistente che ci porta via le persone che amiamo, che ci dilania il cuore e la mente per mezzo di un libero arbitrio lasciato nelle mani di un essere incontrollabile, creato a “sua immagine e somiglianza”, come gli aveva detto un giorno Jack.

L’amore non si controlla, così come l’odio e la rabbia che indurisce il cuore di chi attende che giustizia sia fatta.

In quanto a Jack D., non parlò più con nessuno di quello che era successo né mai ritornò nel luogo in cui era stato all’inizio di quella tragica storia.

Vendette la casa che aveva condiviso con Clara e si traferì insieme al suo cane Zed a Milano, dove iniziò a studiare criminologia forense, ottenendo nel giro di poco tempo una cattedra come insegnante all’Università Statale.

Per diverso tempo lui e Andrea continuarono a sentirsi telefonicamente, fino a quando quella fiammella che li teneva uniti si spense e le telefonate si interruppero.

Ciò che Jack D. si augurava in cuor suo, era che Andrea un giorno potesse ricominciare a vivere.

“Nulla accade per caso”, continuava a ripetersi nella mente.

Nulla davvero, neppure l’incontro con la morte che viene a ricordarti quanto sei minuscolo di fronte al suo orrore, in una giornata qualunque.

Una mattinata come tante, uguale alle altre.



Note dell’autrice: tutti i riferimenti a persone, luoghi e fatti sono da considerarsi casuali e frutto della fantasia dell’autrice.

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Ph: O. Stoian

La stanza degli specchi – Capitolo 12

Trama

L’omicidio di una giovane donna nelle campagne lomelline sconvolge la passeggiata mattutina di Jack D., un inglese residente a Mortara.

Andrea, Questore della Polizia Locale e amico di Jack D., indagherà sul caso, spinto non soltanto da un sentimento di giustizia.

Sarà difficile per lui conciliare sentimenti e ricerca della verità su un intricato caso di omicidio, al limite della crudeltà umana.

12.

Il mandato

Andrea raggiunse la cascina che era quasi buio, insieme ai colleghi e Jack D..

Maggi non sembrò sorpreso del suo ritorno.

Andrea lo fissò negli occhi, con una sicurezza ostentata.

‒ Ho qui un mandato di perquisizione.

‒ È libero di visitare qualunque luogo desideri, libero di andare dovunque lei voglia.

Andrea pensò che se Maggi stava bluffando, ci voleva davvero un incredibile sangue freddo per arrivare a spingersi tanto oltre. A parte qualche gesticolìo con le mani, infatti, non sembrava affatto nervoso per la presenza della Polizia.

‒ Perché non mi ha detto che conosceva benissimo Matilda.

‒ Perché non volevo che lei pensasse che io abbia qualcosa a che fare con quanto le è accaduto.

‒ Lei ha mentito ad un agente mentre c’è un’indagine in corso, questo fa di lei un sospettato o un complice a tutti gli effetti.

Maggi rimase in silenzio lasciando che gli agenti svolgessero il loro lavoro.

Fu come se il tempo si fosse fermato.

Andrea non avrebbe potuto fare niente per la sua Matilda, se non arrivare alla verità.

Le ricerche si rivelarono un buco nell’acqua, poiché gli agenti non trovarono elementi rilevanti.

‒ Siete certi di avere controllato dappertutto? ‒ chiese con un filo di amarezza.

‒ Affermativo. ‒ disse il responsabile del sopralluogo tecnico.

‒ Controllate anche le stalle. ‒ ordinò, con tono incalzante.

Andrea fece ruotare lo sguardo nella speranza di trovare ancora qualche appiglio.

Stava per rinunciare quando un dettaglio destò la sua attenzione.

Con il dito indice indicò una porta differente dalle altre, di colore marrone, con una serratura a doppia mandata.

‒ Quella stanza alla sua destra è chiusa?

‒ Quella è la stanza di mio figlio.

‒ Lei ha un figlio? ‒ Andrea divenne più incalzante.

‒ Sì, Giacomo, il mio unico erede, è lui che cura i miei affari quando sono all’estero.

‒ E mi dica, questo Estero a cui fa riferimento include anche ragazze dell’Est? Voglio dire, lei ha un giro di ragazze che arrivano fino a qui?

‒ Di cosa mi continua ad accusare, Gatti?

‒ Vorrei soltanto sapere cosa c’è in quella stanza, perché si innervosisce tanto?

Andrea si parò davanti a Maggi, e con lo sguardo severo osservò ogni movimento dell’uomo che nel frattempo era diventato visibilmente più nervoso.

Maggi allargò con due dita il foulard che sembrò serrargli il collo come in una morsa.

‒ Gliel’ho già detto, quella stanza è l’ufficio privato di mio figlio Giacomo. Lui non c’è. A nessuno è concesso entrare lì dentro. È tutto quello che ho da dire.

‒ Bene, visto che continua a non voler collaborare, vorrà dire che sfonderemo quella porta. Le chiedo un’ultima volta: c’è niente che deve dirmi ancora, Sig. Maggi? ‒ Andrea trattenne il fiato e i nervi come una bomba a orologeria, pronta per esplodere.

Maggi non rispose, si lasciò cadere sulla poltrona come un fazzoletto che pian piano, leggero, cade sui braccioli, per non muoversi più.

Una volta sfondata la porta, tutto divenne finalmente chiaro.

Era quella la stanza, la tanto ricercata “stanza degli specchi”.

Lui e Jack D. rimasero sconvolti da quel che videro: la stanza, di considerevoli dimensioni, era piena di specchi alti circa due metri tutti collegati tra loro a formare un gioco caleidoscopico di figure e colori. Ne contarono in tutto una trentina.

‒ Ma che diavolo…Ma che ci fate qui dentro? A che cosa serve questa stanza? 

‒ Mio figlio l’ha sempre chiamata “la stanza del piacere”. 

Maggi forniva risposte tanto candide che ci sarebbe stato da chiedersi se fosse completamente folle, o tanto stupido da pensare di farla franca.

‒ Mi sta prendendo per il culo? ‒ Andrea sembrò perdere la pazienza.

‒ Niente affatto, perché dovrei? Lei non ha una vita intima? 

‒ Quello che faccio nel mio privato non la riguarda. Lei non sa un bel niente di me.

‒ Mantenga la calma, Gatti. Non ha senso arrabbiarsi, prima o poi la verità sarebbe venuta a galla, possiamo crederci abbastanza bravi da nasconderla, ma la nostra natura verrà sempre a bussarci. Se sei uno scorpione finirai per pungere, un giorno o l’altro. È inevitabile. 

Jack D. sentì di essere precipitato di colpo in un incubo. La lucidità con la quale Maggi si esprimeva era sconcertante, quasi quanto l’assurdità di fronte a una situazione che sembrò procurargli un evidente piacere.

Gli fu sempre più chiaro che si trovasse davanti al diavolo. Il male aveva una forma ed ora poteva vederla chiaramente.

Improvvisamente, avvertirono delle urla degli agenti provenire dalle stalle.

‒ Abbiamo trovato qualcosa, qui di sotto!

Andrea e Jack corsero a controllare.

Un odore fortissimo investì i due amici e uno dei poliziotti iniziò a vomitare per le esalazioni, tanto erano forti.

Sotto alcune file di fieno si celava una botola dal contenuto sconcertante: almeno sei cadaveri, completamente nudi, erano ammassati in uno spazio piccolo a una profondità di due metri e mezzo circa.

Si trattava di sei giovani donne. Tra i corpi, si poteva distinguere anche un corpo maschile.

La scena sconvolse tutti i presenti. 

Maggi si avvicinò calmo, in direzione di Andrea. 

‒ Voglio spiegarle perché non l’ho fermata quando è tornato qui. Sono ormai troppo vecchio per continuare e volevo che qualcuno scoprisse la verità. Ho un figlio pazzo, un assassino. Tutto era iniziato per gioco, circa nove mesi fa: Giacomo ingaggiava e portava qui le ragazze per dilettare alcuni corrieri importanti della droga, erano quasi tutte dell’Est. Pensò che Matilda sarebbe stata perfetta per quel lavoro perché parlava la lingua di quelle ragazze e così finì per essere coinvolta nel giro. Ricordo ancora quando suo padre la affidò a me: era spaventata, infreddolita, non mangiava da giorni e il suo corpo era pieno di lividi. Era finita per sbaglio in quella specie di orfanotrofio, un postaccio lugubre e desolato. Avevo fatto sì che al suo cognome fosse affiancato il mio, così quando sarebbe arrivato il momento opportuno, mi sarei occupato io di lei.

‒ Perché mai avrebbe dovuto occuparsene, se Matilda aveva già un padre?

‒ Il padre di Matilda si chiamava Sergey. Lavorava per me da diversi anni, gli avevano diagnosticato un tumore terminale; decisi che alla sua morte mi sarei occupato io di lei. Non era come le altre, lei aveva una luce speciale negli occhi, così me ne innamorai perdutamente. Divenne per me la mia donna, mia figlia, qualcuno di cui fidarmi e alla quale affidare i miei affari segreti. Lei sapeva che la cascina era solo una copertura per nascondere un traffico di eroina che coinvolge la Lomellina e alcune zone dell’hinterland milanese. Pochi mesi fa mi aveva confessato di essere innamorata di un altro. Disse che voleva farla finita, che voleva lasciarmi e che se non la lasciavo libera di andare, avrebbe detto tutto quello che si nasconde dietro alle nostre attività.

‒ Così lei l’ha uccisa.

‒ Non sono stato io. Non l’avrei mai uccisa…io l’amavo e sapevo bene che non mi avrebbe mai davvero tradito. Era innamorata di lei, Gatti, ed era con lei che avrebbe voluto proseguire la sua vita. È stato Giacomo a ideare tutto, non sopportava che lei se ne andasse e potesse spifferare tutto alla Polizia. Matilda le avrebbe confessato ogni cosa prima o poi, Sig. Gatti, ed essere scoperti dalla Polizia non era tra i rischi che potevamo permetterci. Così ha ucciso a bruciapelo le ragazze che giravano qui fisse per i clienti esterni e voleva fare lo stesso anche con lei. Ma Matilda era scaltra, una volta compreso che avrebbe fatto la stessa fine, si lanciò fuori dalla stanza e percorse a piedi la campagna per scappare via dal suo potenziale assassino. Io mi sono occupato di nascondere i cadaveri che ci sono qui, del resto non so molto altro. Dal momento in cui ha lasciato la mia casa, non l’ho più vista. Solo grazie a lei ho saputo che era morta e da quel momento sono finito in un oblio di sofferenza.

‒ Dove si trova suo figlio, ora?

‒ Mio figlio, dice? È in quella botola, dove finiscono quelli che tradiscono il proprio sangue, o che non servono più a niente. L’infedeltà è qualcosa che non posso tollerare. Prima di quell’avvenimento avevo scoperto che gran parte dei proventi ottenuti con il traffico di droga li aveva trasferiti su un conto intestato a suo nome ad Antigua, nei Caraibi. Così sono diventato io l’assassino. E non solo perché aveva ucciso la mia Matilda, ma per avermi mentito riguardo al fatto che era scappata e lui non sapeva dove fosse finita. Non mi resta che veleno nel sangue. L’amore possiede qualcosa di bizzarro e contraddittorio dentro di sé e può portare alla follia, se non lo controlliamo.

Andrea rimase pietrificato in un angolo, mentre arrivavano i rinforzi e Maggi veniva posto in arresto.

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ph: Kendall Lane

La stanza degli specchi – Capitolo 11

11.

Le lettere


“Mia dolce Matilda,

Tu sei nel mio cuore più della pietra, gli strati tuoi sono più duri di qualunque cosa osassi pensare e provare, le tue parole non dette hanno fatto nascere in me la nostalgia per l’incompiuto. Tornerei a rivedere ogni parola di quelle che insieme abbiamo proferito, solo per sapere cosa si prova a vederle pronunciate ancora una volta dalla tua bocca. Vivrò sempre del rimpianto e della melanconia d’esser rimasto solo. Tu sei per me quello che Elena di Sparta fu per Paride, o Angelica per Orlando, o Beatrice per Dante” …

Le poesie che Andrea aveva scritto per Matilda erano conservate nel primo cassetto del suo scrittoio. Erano legate fra loro da un nastro porpora, maniacalmente impilate in ordine cronologico.

Quello che un tempo era un orfanotrofio fondato per merito del benefattore Giovanni Merula, si presentava ora come una struttura museale aperta al pubblico.

L’ingresso, impreziosito da tre cedri del Libano secolari, lasciava intravedere il chiostro che era stato destinato all’Ospedale Civile. 

Andrea avanzò quasi scettico sul fatto di proseguire. Una donna alta, dal collo e dalle gambe lunghe, lo seguì con lo sguardo.

‒ Posso aiutarla? ‒ il suo collo sembrò allungarsi ancora di più.

‒ Sì, sono il Questore Andrea Gatti, avrei bisogno di accedere ad alcuni file presenti negli archivi storici.

La donna congiunse le mani con lo sguardo serafico e lo squadrò da capo a piedi corrucciando la bocca. ‒ Sono io la responsabile degli archivi. Mi chiamo Assunta, molto lieta.

La donna gli fece cenno di seguirla.

‒ Sembra tutto molto vecchio, qui. Un luogo pieno di storia.

‒ Almeno quanto me. ‒ accennò un lieve sorriso ‒ Questo edificio fu edificato nei primi decenni del ‘600. Fino a quando non venne soppresso nel 1805, fu un convento di monache terziarie domenicane di clausura. Un tempo comprendeva due chiostri, una chiesa e un giardino con orto.  

‒ Davvero interessante. ‒ Andrea sfoggiò un timido sorriso sperando, forse, di vedere scorgere sul viso della donna il medesimo encomio.

Lei, al contrario, non si scompose oltre misura.

‒ A che cosa devo la sua visita, Ispettore.

‒ Non sono proprio un Ispettore, ma…

‒ Non vorrà farmi credere di essere venuto qui per gli affreschi e gli alberi secolari, vero? Mi dica che cosa c’è dietro. ‒ lo interruppe bruscamente.

Assunta lo guardò in attesa di avere una risposta; nel frattempo, accese una sigaretta stringendo in mano il mazzo di chiavi che probabilmente portava alla stanza che Andrea stava cercando.

‒ Circa un mese fa una ragazza è stata ritrovata in un campo nel comune di Mortara, dove io lavoro. Sono stato incaricato di occuparmi delle indagini e un possibile testimone mi ha fornito il nome di questo posto.

La donna ritornò a scrutarlo perplessa.

‒ Guardi che è la verità, stiamo ancora indagando e il nome di questo posto è l’unico elemento che mi è stato fornito al riguardo.

La donna si voltò di scatto, spense il mozzicone con la punta della scarpa e lo invitò a seguirla.

Il frastuono della chiave nella serratura, vecchia e arrugginita, risuonò stridente nelle orecchie di Andrea.

‒ Solitamente nessuno viene qui per un caso di omicidio o scomparsa. Mi dica come si chiamava la giovane ragazza.

Rimase molto stupito dal fatto che la donna avesse intuito che Matilda era giovane.

‒ Matilda, il cognome è Swann.

Assunta mormorò qualcosa tra sé e sé bisbigliando, mentre con il dito indice scorreva sui faldoni polverosi. Quel luogo assomigliava al corpo di un serpente, le cui viscere si snodavano in diversi tunnel di polvere e rimembranze. Persino quei ricordi si sarebbero potuti tramutare in traumi, ripensando a tutti i bambini che avevano vissuto lì gran parte della loro infanzia.

‒ Non mi risulta nulla a questo nome. È sicuro di avermi dato il cognome giusto?

Andrea era confuso, ripensò più e più volte ai racconti di Matilda, a quei pochi dettagli che gli aveva confessato sulla sua infanzia. 

‒ Può darsi che mi sia sbagliato. Forse non era una delle bambine che stava qui.

Assunta accese un’altra sigaretta rendendo l’aria una coltre ancora più tossica.

‒ Ora che ci penso, qui non c’è l’elenco dei ragazzi che non erano orfani, ma venivano ospitati dalle suore perché le famiglie erano indigenti o impossibilitate ad occuparsene.

‒ Esistono quindi altri registri?

‒ Sì, alcuni fra loro non erano orfani destinati a restare soli, così venivano classificati in registri diversi. Lo scopo principale era che quei ragazzi si sarebbero potuti ricongiungere con la propria famiglia, un giorno.

‒ Io continuo a non capire. Matilda mi ha raccontato di avere avuto un padre. Lui…era morto sì, ma aveva anche una sorella.

‒ Cerchiamo in quest’altro! ‒ Improvvisamente gli occhi di Assunta si illuminarono, mutando di tonalità.

A fatica tirò giù dallo scaffale più alto un altro registro, assai più grande e obsoleto.

‒ Che strano…a quanto pare la bambina aveva un doppio cognome.

‒ C-cosa?? ‒ esclamò ancora più sbalordito.

‒ Guardi lei stesso, accanto al cognome della ragazza c’è n’è un altro, non si legge bene, ma…

‒ Maggi. Cazzo!

‒ Mi sembra sconvolto. Va tutto bene, Ispettore, conosce questo nome?

‒ Io…sì, ma non sono Ispettore, gliel’ho già detto. Non c’è nessun altro con cui io possa parlare per avere informazioni?

Assunta chiuse il libro e migliaia di particelle di polvere avvolsero l’intera stanza.

‒ Mi dispiace per lei, ma chi gestiva questa struttura è morto da decenni. Qui ci occupiamo di altro, ormai. È già stato fortunato ad aver trovato questi registri, solitamente trascorsi 20 anni vengono mandati al macero.

‒ Ma non è passato così tanto tempo. Matilda aveva appena compiuto 19 anni.

‒ Mi dispiace molto per la sua amica, mi creda. La vita è così ingiusta. Lei dovrebbe saperlo, però, ne avrà viste tante di cose nel corso della sua carriera!

‒ Non se ne vedono mai abbastanza. La ringrazio per avermi fornito preziose informazioni, lei mi è stata veramente utile!

 ‒ La saluto, Questore Gatti.

Assunta chiuse la porta e non si voltò a guardarlo mentre Andrea lo fece, quasi affascinato dai modi di quella donna.

Ora sapeva finalmente dove dirigere la sua attenzione.

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Omaggio a Jack Vettriano

La stanza degli specchi – Capitoli 9 e 10

9.

La stanza degli specchi

I funerali di Matilda si svolsero nel completo silenzio. La ragazza non aveva nessun parente, solo qualche documento immacolato che serviva a identificarla nel mondo. Nessuno si era presentato, neppure per il riconoscimento. Solo Andrea sapeva cosa volesse dire amarla nel profondo. Lui e Jack D., insieme a qualche collega di Andrea condussero la salma al cimitero urbano. 

Fu un momento molto triste anche per Jack che ricordò il giorno del funerale di Clara. 

Che cosa era la stanza degli specchi?

Ma soprattutto, a chi doveva porre quella specifica domanda?

Iniziarono a cercare su Internet per comprendere che cosa fosse la stanza degli specchi.

Ne uscì il titolo di un romanzo, una serie tv americana con Charles Bronson e un locale ormai chiuso che era una specie di bordello degli anni cinquanta che aveva sede a Ferrara.

Nessun altro indizio. Un altro chiacchierone ubriacone dei Pub che tentava di depistare le indagini.

Nel corso di tre settimane in centrale avevano ricevuto più chiamate di presunti testimoni oculari, che denunce per furti.

Andrea cominciava ad essere impaziente, sempre più iracondo e insoddisfatto.

Forse in cuor suo cominciava a concepire l’idea che Matilda fosse morta per mano di ignoti e non ci fosse molto altro da fare, la verità ci avrebbe messo troppo tempo per emergere.

Eppure non poteva finire così. Matilda meritava giustizia, così come ogni vittima.

Frattanto, giunsero i risultati degli esami scientifici del DNA sui frammenti di pelle ritrovati sotto le unghie.

Dal materiale organico emerse che i residui organici appartenevano ad un maschio caucasico, presumibilmente sulla quarantina. La vittima presentava gli stessi residui anche in corrispondenza dell’addome, unitamente a piccole porzioni di sangue e liquidi di colui che l’aveva abusata.

Fu una rivelazione ancora più scioccante.

Dopo settimane un piccolo spiraglio si apriva e Andrea seguitò ad indagare.

Nel frattempo il mandato di perquisizione era giunto nelle sue mani quasi per miracolo, considerato che non c’erano valide motivazioni che spingessero a sospettare del proprietario della cascina.

Il particolare del nastro giallo e dell’uomo che aveva parlato della stanza degli specchi avevano convinto il Magistrato che forse potesse essere opportuno controllare più accuratamente. 

Da ulteriori indagini emerse infatti che Maggi non era completamente pulito. Diversi anni fa aveva ricevuto una condanna per detenzione illegale di armi non autorizzate e incitamento alla prostituzione.

Eppure Andrea non lo riteneva capace di un simile gesto; non era così giovane, non era prestante e le coltellate erano state inferte da qualcuno dotato di una forza incontrollabile. Si trattava di un delitto passionale, legato a questioni finanziarie.

Inoltre l’uomo era stato così disponibile da non destare i suoi sospetti.

Andrea aveva ormai raggiunto una vasta esperienza con simili casi, al punto che fu quasi certo che quello sarebbe stato un ulteriore buco nell’acqua.

10.

Matilda

Le ho viste portare fiori e poi fuggire via

E provare a dire qualcosa in un italiano strano

Io le ho viste coi capelli di sabbia raccolti nei foulards

E un dolore nuovo e lontano tenuto per la mano.

‒ Voglio portarti al mare.

Andrea accarezzava piano il profilo di Matilda, lasciando che le sue mani non perdessero neppure un dettaglio di quella bellezza giovane.

‒ Il mare mi fa paura. Ci sono punti dove non si tocca.

Un’innocenza mai vista prima di allora, raccolta in un groviglio di occhi e capelli tinti di rosso, pronti a mostrare una tenerezza sconosciuta al mondo.

Matilda era una donna bellissima, di una bellezza rara, non solo perché fosse bella dal punto di vista oggettivo del termine. Quello che di lei colpiva era il fatto che portasse negli occhi la sua storia. C’era uno strato spesso come il cemento che la separava dagli altri.

Lei e Andrea si erano conosciuti a Milano, poco prima di Natale. Faceva la hostess per un evento organizzato dall’associazione disabili di cui la sorella di Andrea era la presidentessa.

Venne subito attratto da lei e rapito da quei lunghi capelli rossi che apparivano come un velo dietro cui tentava di nascondersi.

Poche parole, molti sguardi e tra i due era scoppiata la scintilla. Andrea raggiungeva Matilda appena poteva; gli incontri si susseguirono più e più volte, fino a quando divenne una vera e propria relazione, seppure ci fosse sempre un alone di mistero che Matilda tendeva a mantenere. Odiava specchiarsi, come se il suo riflesso le procurasse vergogna.

Non rivelò mai ad Andrea dove vivesse né da quale passato provenisse.

Solo una volta, mentre erano a letto, gli aveva confessato di avere avuto un’infanzia difficile con una sorella che era stata crudele con lei e un padre violento che la picchiava con la cinghia; confessò di aver provato una felicità immensa nel giorno della morte del padre, una felicità della quale si vergognava e che ancora bruciava dentro di lei. Nel raccontare quella storia, tutta la vicenda assunse i contorni di un horror, al punto che per Andrea divenne difficile riuscire a riportarla alla serenità.

Probabilmente le ferite di Matilda erano più vistose di quanto non lasciasse trasparire.

Andrea amava ogni lato di quella donna, anche il suo accento dell’Est molto pronunciato che le faceva aggrovigliare la lingua mentre tentava di pronunciare determinate parole.

A quel punto un sorriso si apriva su quel volto sbarazzino e gli occhi si spalancavano come quelli di una bambina, la mattina di Natale.

Matilda fu un regalo importante nella vita di Andrea. Forse, il più importante.

Non restava che il ricordo di quella donna.

Una nostalgia che non serve, che ti consuma e non fa che accrescere il senso di impotenza.

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La stanza degli specchi – Capitoli 7 e 8

7.

Un indizio è pur sempre un indizio…

Il telefono di casa squillò intorno alle 11. Jack D. aveva quasi paura di rispondere.

Per quella stessa paura non aveva nemmeno portato fuori Zed che continuava ad abbaiare reclamando la sua uscita giornaliera.

‒ Pronto, chi è?

‒ Chi vuoi che sia? Sono io, Andrea, sono l’unico ad avere il tuo numero.

‒ Non direi che sei l’unico! Ieri sera ho ricevuto una telefonata che mi ha messo in allarme!

‒ Quale telefonata?

‒ Ho il terrore di parlarne così, ora. Non hai sentito il messaggio in segreteria? Devi venire qui, io non voglio più parlare al telefono!

Jack si dimostrò risoluto, oltre che impaurito.

Andrea si precipitò a casa sua, trovando tutte le finestre serrate.

‒ Pensavo che nel frattempo avessi cambiato idea e fossi uscito, qui è tutto chiuso. Non è mai successo che tu chiudessi tutte le finestre!

‒ È quello che succede quando vieni minacciato da qualcuno al telefono. Ieri sera qualcuno era qui fuori da casa mia, e mi spiava dal cancello dietro la siepe.

‒ Non essere assurdo, sarà suggestione la tua. Forse non dovrei continuare a coinvolgerti in questa storia.

‒ Non essere ridicolo. Io ho paura per davvero, Andrea! C’è qualcuno che mi osserva e non vuole che io ti aiuti in questa storia. E poi come puoi chiedermi di restarne fuori dal momento che io ho trovato il corpo di quella ragazza!! Devo farmi un tè, ho bisogno di un tè, devo rilassarmi.

Cominciò a farfugliare agitato, sbattendo tutti gli stipetti della cucina.

‒ Lo faccio io il tè, basta che ti calmi. Sono andato alla cascina e ho parlato con Maggi, ho avuto l’impressione che fosse pulito ma qualcosa mi ha insospettito quando stavo per uscire: un dettaglio sul nastro giallo che avvolgeva le balle di fieno. Era lo stesso del fieno trovato vicino al corpo di Matilda.

‒ Mio dio…credi che sia coinvolto nell’omicidio?

‒ Se non è Maggi quello coinvolto, c’è qualcuno che lavora per lui che senza dubbio potrebbe dirmi di più su questa storia. Ho bisogno di un mandato autorizzato dal Magistrato.

‒ Loro sanno che frequentavi quella ragazza? I tuoi colleghi e altre persone, intendo.

‒ No, nessuno sapeva nulla perché era troppo giovane e si vergognava di far sapere che stava con un uomo più grande di lei.

‒ È un vero peccato. L’amore non ha età. Il tempo non conta niente di fronte a un sentimento come l’amore.

‒ Dici una cosa vera. Ed io la amavo, te lo giuro, non so esprimere quello che sto sentendo, non dormo da quattro giorni. Ormai non ragiono più lucidamente.

Andrea era visibilmente stanco. Decise di restare a casa dell’amico tentando di rintracciare il Magistrato per ottenere il mandato.

Jack ebbe incubi per tutta la notte.

Nei suoi sogni c’era Matilda, il suo corpo dilaniato dalla violenza e infine Clara, che gli sorrideva, seduta sulla poltrona intenta a leggere alcuni passi della Bibbia.

Fu una notte interminabile.

8.

La ricomparsa

Come uno che afferra le ombre e insegue il vento, così chi si appoggia ai sogni.

Siracide

Clara amava leggere le parole della Bibbia. Era una fervente cattolica, frequentava la Chiesa e da piccola era stata anche chierichetta.

Jack non credeva più a nulla ma di tanto in tanto, reclamava quel Dio implorando la sua pietà Divina.

Dio avrebbe potuto salvare una donna devota come Clara?

Dio avrebbe potuto fermare colui che aveva ucciso Matilda?

Matilda era davvero coinvolta in un giro di prostituzione?

Doveva avere dei segreti inconfessabili, senza dubbio, proprio per questo era stata fatta tacere per sempre.

Andrea rimase tutto il tempo in attesa di una risposta dai piani alti per ottenere il tanto bramato mandato, ma non arrivò nessuna risposta.

Decise di prendere un giorno tutto per sé che passò insieme a Jack D., leggendo alcuni passi della Bibbia.

‒ Tu credi in quello che leggi? ‒ Andrea lo guardò con gli occhi visibilmente lucidi.

‒ Non ne sono stato sempre così certo. Passo la maggior parte del tempo a interrogarmi sulla natura contraddittoria dell’uomo, di questo essere fatto a immagine e somiglianza di qualcuno che non vedremo mai. Mi sento forse più vicino a mia moglie, quando apro questo libro. È come se ci fosse lei a guidarmi e mi sento sicuro, ecco perché lo tengo in questo cassetto accanto alla poltrona dove di solito si sedeva lei.

‒ Allora continua pure a leggere.  

Vi vergognerete delle querce di cui vi siete compiaciuti, arrossirete dei giardini che vi siete scelti, poiché sarete come quercia dalle foglie avvizzite e come giardino senza acqua. Il forte diverrà come stoppa, la sua opera come scintilla; bruceranno tutte e due insieme e nessuno le spegnerà.

Sfogliarono diversi passi di Siracide fino ad annoiarsi.

‒ C’è una donna che mi scrive costantemente. Sono certo che nutra un interesse nei miei confronti, ma io non rispondo quasi mai. Preferisco rimanere da solo, piuttosto che contornarmi di donne che non mi darebbero comunque ciò che voglio. E se mi chiedi cosa voglio, in realtà non so rispondere con precisione. Credo di volere quello che vogliono tutti, un po’ di pace su cui contare e bei ricordi da lasciare, in coloro che resteranno.

Jack D. strinse con entrambe le mani i bordi della poltrona.

‒ Io quello che mi bastava credevo di averlo già. Da quando mia moglie è scomparsa, mi sono chiesto se fosse davvero così, cioè se avevo davvero quello che mi rendeva felice già prima. Credo di non essere mai stato davvero felice, nemmeno un tempo. Forse la verità più profonda è che non sono tagliato per il matrimonio.

‒ Il matrimonio è una trappola per topi, Jack D..

‒ Non puoi saperlo, non sei mai stato sposato.

‒ Ma tu sai che è vero.

Andrea gli diede una gomitata, canzonandolo.

‒ A questo punto potrei dire di sì. Una trappola bella grossa e stretta stretta. Stai ancora scrivendo per lei?

‒ Ogni giorno. Lo faccio come se fosse un esercizio contro il dolore.

‒ E se fosse la distanza a rendere tutto più potente? Voglio dire, se fosse la distanza a far aumentare l’amore? Amiamo perché non possiamo più dire certe cose all’altra persona, non possiamo più viverla, abbracciarla e parlarle e proprio a causa di questa distanza aumenta la nostalgia.

La sera era ormai giunta e Jack D. uscì per chiudere le finestre.

Nuovamente alle sue spalle ricomparve quell’ombra che aveva già visto la sera precedente.

‒ Ancora tu, ma chi diavolo sei. Andrea, vieni subito!!!

Alla vista di Andrea, l’uomo alzò le braccia e si avvicinò quel tanto che bastava per restare ancora nell’ombra.

‒ Chiedetegli della stanza degli specchi e dell’Orfanotrofio Merula.

‒ Chi sei, di che diavolo parli? ‒ Andrea intimò all’uomo di presentarsi.

‒ Solo uno che vuole aiutarvi, capirà a tempo debito come arrivare a risolvere questo caso.

L’uomo si allontanò a gran velocità prima che potessero raggiungerlo.

Andrea rimase nuovamente scosso per quell’avvenimento, già provato per tutto il trambusto mediatico e giudiziario che si era aperto dal ritrovamento di Matilda.

Che collegamento c’era tra l’Orfanotrofio Merula, e Matilda?

Doveva e voleva scoprirlo.

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La stanza degli specchi – Capitoli 5 e 6

Capitolo 5. L’uomo misterioso

Andrea non chiamò per tutto il resto del giorno. 

Nel frattempo Jack si era recato al 9210, un Pub vicino a casa e aveva ordinato il solito London Dry.

Sentì due uomini mormorare alle sue spalle.

‒ Hai sentito di quella ragazza? Pare che sia stata uccisa mentre la violentavano.

‒ A me non sembra di avere sentito che sia andata così. Pare che abbia corso per chilometri prima di essere presa e uccisa. ‒ bisbigliò un altro, ancora.

‒ Ma che vai dicendo? È stata ammazzata perché era una prostituta, stava battendo, deve averla uccisa qualcuno del giro.

Jack D. era confuso. In una piccola realtà come quella, un paese di circa 15 mila abitanti, udire pettegolezzi e frottole varie non era una novità. Ma quel cicaleccio lo irritava, gli procurava insofferenza. Aveva voglia di battersi il petto perché era stato lui a trovarla, lui per primo aveva visto quel corpo dilaniato dalla tirannia di uno sconosciuto, lui era il primo a voler difendere e proteggere il suo amico.

Lasciò il Pub rattristato, con le mani in tasca e Zed al guinzaglio.

Giunte le nove di sera, mentre la televisione trasmetteva le solite notizie nefaste, il telefono di casa squillò.

‒ Ce ne hai messo di tempo per chiamarmi.

‒ Avresti dovuto farti gli affari tuoi!

Una voce sconosciuta e profonda lo minacciava.

‒ Chi parla?? 

Non fece in tempo a proseguire, che avevano già interrotto la comunicazione.

Chiamò subito Andrea, che non rispose. Decise di lasciare un messaggio in segreteria.

‒ Andrea, devi chiamarmi subito. Qualcuno mi ha telefonato per minacciarmi!

Uscì per chiudere subito le finestre della cucina.

Fece appena in tempo ad alzare lo sguardo; un’ombra scura e alta vestita con un cappotto lungo e un cappello nero, lo stava osservando.

‒ Chi c’è lì? 

Zed uscì di colpo abbaiando, e l’ombra si dileguò facendo perdere le sue tracce.

A quel punto Jack si sentì davvero spaventato. Doveva esserci qualcosa di più dietro alla morte di quella ragazza.

‒ Nulla avviene per caso ‒ Lo ripeté tra sé e sé più volte restando inchiodato alla poltrona.

Capitolo 6. Il sopralluogo

Era finalmente giunta la chiamata da parte di Maggi, il proprietario della Cascina Bibbiena. 

Andrea aveva deciso di andare lì da solo senza consultare nessuno, perché voleva andare a fondo in quella storia.

La cascina si presentava come un comprensorio di più casolari, con diverse stalle e molti operai che lavoravano per il Sig. Maggi, un uomo distinto per nulla simile ai suoi operai che apparivano rozzi, quasi tutti tarchiati e con mani grossolane, indice del grande lavoro svolto per una vita.

Una grande fontana troneggiava al centro della proprietà. Andrea ebbe l’impressione di trovarsi di fronte a una piccola impresa di lusso, più che una modesta cascina agricola.

Il Sig. Maggi non si dimostrò affatto nervoso, fu un padrone di casa molto collaborativo e si disse rammaricato del fatto che nei terreni di sua proprietà fosse stato consumato un delitto tanto efferato.

Offrì da bere ad Andrea, che rifiutò, più che mai determinato a svolgere il suo lavoro con la diligenza che gli si addiceva.

‒ Sono costretto a chiederglielo nuovamente, non ha mai visto questa ragazza?

Andrea mostrò a Maggi la foto di Matilda. Un lampo rosso come i capelli della ragazza, attraversò il suo sguardo; poi alzò gli occhi al cielo e con estrema calma ripose la foto nelle mani di Andrea.

‒ Credo che mi sarei ricordato di un così bel fiore, semmai l’avessi vista. Torno a ripetere, non la conosco. Adesso, se vuole scusarmi, avrei molto lavoro da fare. A meno che lei non voglia arrestarmi devo congedarmi, perché ho molte cose da fare.

‒ D’accordo, si ricordi di chiamarmi se dovesse avere delle novità o se qualcuno dei suoi uomini dovesse ricordare qualcosa. Gliene sarei molto grato.

Maggi annuì con un piccolo cenno della testa e lo congedò con gentilezza.

Uscendo per raggiungere la macchina, Andrea notò un dettaglio che lo lasciò colpito: le balle di fieno che venivano utilizzate come foraggio erano legate da un nastro giallo che le avvolgeva, proprio quello che era stato rinvenuto sulla scena del crimine, vicino al volto di Matilda.

Andrea ebbe la sensazione che fosse lo stesso usato per strangolare e terminare la ragazza se non fosse morta per le coltellate.

‒ Solo un’ultima cosa, Sig. Maggi. ‒ si voltò verso l’uomo con un ghigno di sfida.

‒ Parli e chieda pure. ‒ tuonò quasi scocciato.

‒ Le balle di fieno sono della sua azienda o gliele fornisce qualche ditta esterna?

‒ Sono nostre, mi costerebbe troppo farle produrre da altri. Qui tutto è di nostra produzione.

‒ La ringrazio per il tempo che mi ha dedicato. 

Andrea lasciò la cascina con la consueta impazienza.

ph: Kenneth Josephson

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Cose che non capirò mai.

Ci sono un sacco di cose che di questa vita non capisco.

Il male che arriva e poi ci lascia un vuoto.

Un abbraccio che volevamo dare e non abbiamo dato.

L’afferrare stretto cose che non ci appartengono.

Le chiamate perse per questioni di orgoglio.

Le attenzioni date a chi spesso non ci considera neanche.

I momenti che passano come note nel vento.

La tristezza che assale alla una notizia di una malattia o di una morte inaspettata.

Di poche cose ricordiamo l’inizio.

Eppure l’inizio era tanto bello, con l’eccitazione delle prime volte e ancora niente da dirsi, niente da afferrare, niente da perdere.

Godetevi ogni giorno, non tenete nulla per voi ma distribuite con generosità il più possibile i semi che restano di voi.

Letizia Turrà

In sottofondo https://www.youtube.com/watch?v=63E8netP2xM

Capitoli 3 e 4- La stanza degli specchi

Fabian Perez

Il sonno fu interrotto dallo squillo del telefono di casa.

‒ Pronto.

‒ Scusa se ti ho disturbato, sono io. Puoi venire da me? La voce all’altro capo del telefono era quella di Andrea. ‒ Ho bisogno di parlarti. ‒ Si sentiva che era sconvolto.

‒ Si…mi vesto e vengo da te. ‒ disse senza esitare.

Innumerevoli pensieri attraversarono la mente mentre si dirigeva in auto al comando di Polizia.

Andrea si trovava nel suo ufficio, avvolto da una coltre di fumo. Il posacenere era pieno di mozziconi di sigaretta e le finestre erano praticamente socchiuse. Dall’unica fessura delle persiane, penetrò appena un filo di luce che inondò il volto di Andrea.

‒ Ti chiedo scusa per il disordine ma sai, non ho avuto tempo di rimettere in ordine, in questo momento tutto ha perso interesse ai miei occhi.

‒ Credo di capire come ti senti. E comunque il disordine non è mai stato un problema per me, vedessi casa mia. Comunque…mi hai chiamato come se avessi qualcosa di importante da dirmi. Hai qualche novità sul caso?

‒ Purtroppo sì. Ho parlato con il medico legale, Matilda è stata uccisa con tredici coltellate all’addome, la morte è avvenuta presumibilmente intorno alle 6 del mattino per dissanguamento.

‒ Le sei del mattino? Praticamente due ore prima che io mi trovassi lì a passeggiare con Zed! ‒ Lo interruppe Jack.

‒ Già, sembra che abbia anche tentato di difendersi, lo confermano i frammenti di pelle trovati sotto le sue unghie. I jeans erano abbassati perché è stata violentata prima di essere accoltellata.  Il fax che mi ha mandato riporta queste parole: 19 anni, un metro e settantuno centimetri, peso 70 kg, capelli rossi, corporatura media. La vittima presenta vistose ferite a carico dell’addome. La sclera si presenta diafana e traspare il pigmento coroideo agli angoli dell’occhio.

Le unghie presentano striature e sono sporche alla base di materiale genetico e terroso, un segno che la vittima abbia lottato a lungo con l’aggressore. La rigidità cadaverica è presente per via del processo di autolisi. Sono stati eseguiti esami radiografici dai quali non sono emerse fratture di nessun genere; il corpo non presenta segni di operazioni, amputazioni o cicatrici; nessun segno di altra natura, nessun tatuaggio.  Sulle ginocchia e sul collo sono presenti ecchimosi; la mano destra presenta un alone sul dito anulare destro, indicante la presenza di un anello piuttosto grande, non rinvenuto al momento del ritrovamento. All’interno della bocca, sui tessuti molli della mucosa orale sono presenti vistose vescicole.

LIVOR MORTIS

Sul corpo ci sono evidenti ecchimosi, in maggiore quantità in corrispondenza delle braccia e delle gambe.

ALGOR MORTIS

La temperatura del corpo della vittima si aggira intorno ai 10-12°, compatibili con le 48 ore dal momento del decesso. Nello stomaco sono stati trovati i resti di un pasto vegetariano.

Andrea si alzò di scatto, mordendosi una mano per la rabbia.

Jack D., inchiodato alla sedia, si sentiva confuso per tutti quei termini.

‒ Se vuoi possiamo anche parlarne in un altro momento, non sei costretto a farlo. 

‒ No, non mi servirebbe a niente aspettare. Quelle vesciche sono dovute a una bustina di eroina che le hanno ficcato in bocca. Sono certo che non avesse niente a che fare con quella roba. Era una brava ragazza, non una drogata. Qualcuno le ha fatto questo perché voleva che tenesse la bocca chiusa.

‒ Aveva visto troppo, forse.

‒ Sì, aveva visto troppo, solitamente quello è il segnale che indica che l’assassino volesse farla tacere. 

‒ Adesso cosa pensi di fare? 

Andrea assunse uno sguardo colmo di rabbia, una rabbia simile al fuoco che brucia occhi e gola.

‒ Andiamo.

‒ Dove!? ‒ esclamò Jack sorpreso.

La strada verso il luogo del delitto sembrò lunga, tanto più lunga del solito, sebbene Jack la conoscesse perfettamente.

La scena era stata recintata dalla scientifica. Andrea si avvicinò cercando elementi che potessero essere sfuggiti ai colleghi, giunti poco prima di lui sulla scena del delitto.

‒ Ci sono altri elementi che il medico legale ti ha fornito? 

‒ Non moltissimi, ma al telefono mi ha svelato un particolare che mi ha colpito: ha detto che le scarpe di Matilda erano pulite, le suole non erano sporche di fango, quasi come se fosse stata condotta fino a qui e poi le scarpe le fossero state messe addosso quando era già esanime.

Improvvisamente, scorsero la sagoma di qualcuno arrivare nella nebbia.

Sembrò quasi si trattasse di una visione.

La figura era di un uomo corpulento, vestito come un campagnolo.

‒ Buongiorno. Cosa è successo qui? Perché quest’area è recintata?

‒ C’è un’indagine in corso, c’è stato un omicidio. Sono Andrea Gatti, l’agente che se ne sta occupando. Lei vive da queste parti?

‒ Io non c’entro niente con tutto questo!! ‒ l’uomo fece dei passi indietro.

‒ Non si agiti, dopotutto è lei che si è avvicinato a una scena del crimine ed io ho il diritto di farle delle domande.

‒ Volevo solo sapere cosa è successo, lavoro qualche volta in questi campi per il proprietario della cascina, perciò mi sono incuriosito.

‒ Ho sempre odiato i curiosi. ‒ Andrea lo guardò in tralice.

L’uomo, intimorito, indietreggiò ancora di qualche passo.

‒ Ha detto che lavora per qualcuno qui vicino. È corretto? ‒ Jack irruppe nella discussione.

‒ Io…sì, lavoro per il Signor Maggi, proprietario della cascina Bibbiena.

‒ Come posso rintracciarlo? ‒ incalzò Andrea.

‒ Può provare a telefonargli, al citofono non rispondono mai, sono molto occupati con l’Azienda agricola.

‒ Davvero? ‒ Andrea ritornò ad essere dubbioso.

‒ Sì, la cascina si trova non molto lontano da qui.

‒ Potrebbe fornirmi l’indirizzo? Lo scriva qui sul mio taccuino.

L’uomo scrisse, riconsegnò il blocco nelle mani di Andrea e poi si allontanò rapidamente senza voltarsi indietro.

I due amici si guardarono con stupore.

‒ Credo sia il caso di fare una visita al Sig. Maggi. Che ne dici, Jack?

‒ Mi sembra un’idea sensata.

Capitolo 4. La Cascina Bibbiena

Un lungo stradone alberato lastricato di ghiaia portava all’ingresso della cascina.

Andrea suonò il citofono, senza ottenere risposta.

Quando stava per desistere, vide un furgone avvicinarsi con a bordo due persone, di cui una armata.

Un uomo grande e grosso scese dall’auto.

‒ Che cosa volete?

‒ Solitamente accogliete le persone così, armati fino ai denti?

‒ Le ho chiesto lei chi è? 

‒ Sono Andrea Gatti, Questore della Polizia Locale di Mortara. Devo chiederle di abbassare l’arma, se non vuole finire nei guai. ‒ Avanzò mostrando il distintivo.

L’uomo abbassò subito la guardia, buttando un’occhiata anche all’altro che era con lui.

‒ Mi scusi, è che abbiamo subito diversi furti ultimamente, e hanno danneggiato la nostra proprietà.

‒ Lei quindi è il proprietario?

‒ No, il padrone non si trova in casa adesso. 

Andrea si avvicinò al cancello e l’uomo seguì il suo incedere.

‒ Gli dica di chiamarmi, allora. A pochi chilometri da qui, proprio nei vostri stessi campi, si è svolto un omicidio. 

‒ Un omicidio?? — L’uomo apparve come scosso da un brivido.

‒ Proprio così. Mi faccia chiamare dal proprietario, per cortesia. È molto importante.

‒ Certamente, sarà fatto.

Durante il viaggio di ritorno Andrea fu molto silenzioso, non proferì parola neppure riguardo alle sue prime impressioni sulla visita alla cascina.

Non era da lui. Jack D. comprese che c’era qualcosa che lo rendeva inquieto.

‒ Non riesco ancora a capire perché sia successo proprio a me. Proprio a me che non riesco ad accettarlo.

‒ Mia madre sosteneva che dobbiamo accettare quello che la vita ci manda. Arriva una malattia? Ebbene, la accetti; lo stesso valga per la ricchezza, la solitudine, la gioia, una persona sgradevole nella quale incapperai spesso o anche solo una volta, o una faccenda rognosa da risolvere. Possa tutto ciò che non potrai cambiare, trovare il tuo accoglimento, la tua accettazione. Che non si traduce nel restare inerme, ma nel trattare quel che avviene come fosse un miracolo occasionale. Vedere in ogni cosa un miracolo è la prima parte dell’evoluzione. Ma mia madre era un’idealista. Io cerco di essere più concreto, tanto da apparire disilluso agli occhi degli altri. Mi dispiaccio per questo: la gente pensa che essere concreti sia un male. Io invece ritengo che sia necessario per salvarsi da molte situazioni: è come stare ad osservare da lontano una scena e coglierne le centinaia di particolari; osservare e scrutare ogni persona da lontano, usare la lente di ingrandimento per le cose più piccole e poi sommare gli indizi, anche i più grandi. Non è questo che fai anche tu, con il tuo lavoro? 

Andrea pensò e ripensò a quelle parole, instillando ancor di più dentro sé il dubbio che qualche elemento potesse essere sfuggito al suo controllo.

Qualcosa di piccolo o grande, eppure presente.

Lasciò Jack a casa e ripartì, come in preda a una furia.

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La casa dello straniero – Capitolo 2

Non terrorizzate i vostri bambini con la vita eterna. Ditegli che da morti si diventa alberi.

I grandi alberghi degli uccelli.

Diego Cugia

Ci insegnano a crescere secondo determinati principi; instillano in noi concetti sacri e profani fin dalla nascita, veniamo sopraffatti da messaggi subliminali in continuazione. Tutti ci spiegano la vita, nessuno ci spiega la morte.

La verità è che non siamo mai pronti per “il momento che verrà”. – Vegliate, perché non sapete quando la morte arriverà – dovrebbero dirci i nostri genitori. Invece il pacchetto di bugie è talmente grande, che finiscono per crederci anche loro a quelle fantasie che professano.

Diventiamo cibo per gli uccelli sul terreno, proprio come Matilda, e diventiamo cibo per i vermi, quando siamo sottoterra.

Finiamo per arricchire il suolo su cui siamo stati per un medio o lungo termine durante la nostra vita.

Da quando si era trasferito da Londra a Mortara, la vita di Jack era stata completamente stravolta da una serie di eventi.

Sua moglie Clara desiderava tornare nel luogo in cui era nata, così avevano acquistato la vecchia casa del nonno in Via dei Martiri, su espressa richiesta della donna.

Due anni dopo, una leucemia aveva portato via la sua Clara e tutti i loro progetti futuri.

Andrea era l’unico amico che gli era stato vicino, senza farlo mai sentire uno straniero. Si erano conosciuti per caso, anche se Jack non credeva nel caso; ogni evento, infatti, accade sempre per un motivo specifico.

Non era nemmeno un caso il fatto che fosse stato proprio lui a ritrovare Matilda, la fidanzata del suo più caro amico.

Si guardò intorno come fosse un estraneo. La casa mostrava tutti i segni della decadenza: la poltrona antica e logorata ereditata dal nonno di sua moglie, una lampada vecchia color crema vicino al tavolino da lettura, una vecchia televisione degli anni ottanta che trasmetteva ormai solo due canali e le tende, cariche del tabacco che Jack amava fumare.

‒ Che cos’è accaduto a quella ragazza, Zed? Signore, dammi la forza di aiutare il mio amico in questo momento.

Teneva le mani incrociate mentre il cane lo guardava e allo stesso tempo non poteva fornirgli le risposte alle mille domande che aleggiavano nella sua mente.

Devi trovare qualcuno di davvero fragile come te per affidargli ogni tuo segreto, ogni dettaglio, ogni lato oscuro che ti riguarda. Soltanto così avrai la garanzia che il tuo vivere non sia stato speso inutilmente. O forse tutto ciò che devi fare è trovare qualcuno pazzo come te, così da assolvere ogni tua caduta.

Cadde in un sonno profondo, guardando fuori dalla finestra la gente passare.

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La stanza degli specchi di Gaia Fabiani- Capitolo 1

Il racconto a cui assisterete, è stato scritto nel gennaio del 2024 da una persona a me molto cara. Sto parlando di mia figlia Gaia.

Grazie a questo racconto, ha vinto nella categoria giovani il premio letterario “La Provincia in giallo” di Bianca Garavelli. L’intento del comitato organizzatore del Rotary Club Cairoli è che il Premio si connoti mettendo in luce testi di narrativa che appartengono al genere “giallo noir”, di autori italiani o in lingua italiana, che abbiano scelto l’ambientazione provinciale.

Ogni settimana metterò qui un capitolo, in modo che possiate leggerlo e gustarlo, come si gusta la vita: lentamente e intensamente.

Grazie a chi ci sarà.

1.

Una mattinata come tante altre

Nei mattini pallidi ancora imburrati di foschia

Risatine come monete soffiate nei caffè

Facce ingenue appena truccate di tenera euforia

Occhi chiari, laghi gemelli, occhi dolci amari.


Era una mattinata come tante, uguale alle altre.

Jack D. si trovava a spasso con Zed, un adorabile Bassett Hound, il quale quando non era occupato a fiutare profumi e odori della campagna pavese, trascorreva la maggior parte del tempo sul divano a poltrire accanto al suo padrone, in attesa del biscotto.

L’aria spessa e brumosa della campagna si insinuò nei suoi polmoni e stranamente si accorse di quanto avvertisse farsi più pesante il respiro nel petto.

Tutto a un tratto Zed sembrò inquieto, cominciò ad agitarsi e a scodinzolare senza un reale motivo. Forse era stata una volpe ad attrarre la sua attenzione o forse una talpa; o ancora, un topo quercino che tanto adora vivere in ambienti ricchi di vegetazione.

Ma non poteva essere così, Zed era esageratamente agitato. Duecento metri più in là numerosi uccelli si erano radunati formando quasi un cerchio, agitando le ali come in attesa dell’occasione di gettarsi nel mucchio e accaparrarsi qualcosa.

‒ Zed!! ‒ gridò a gran voce per richiamare il suo cane.

Il cane non sembrò dargli ascolto, era solo interessato a quel movimento degli uccelli.

Decise allora di avvicinarsi; man mano che i passi avanzavano, sentiva il corpo diventare sempre più affaticato e sofferente.

La scoperta che avrebbe fatto di lì a poco lo avrebbe lasciato sconvolto: il corpo di una giovane donna si trovava in posizione supina tra l’erba e il fango; si riuscivano a distinguere i lunghi capelli rossi, mentre il viso era stato ricoperto di fieno. Jack D. pensò subito che chi l’aveva ridotta in quello stato si era assicurato anche di non vedere il volto della vittima. 

Mentre Jack agitava le braccia tentando di far desistere gli animali dall’infierire su quel povero corpo, Zed forniva il suo contributo abbaiando contro le bestie selvatiche.

Non restava che chiamare Andrea, il suo amico della Polizia locale di Mortara. 

Avvenne tutto velocemente: prima la polizia accorse sul luogo per effettuare i primi rilievi, poco dopo arrivò Andrea, poi giunse la scientifica con la squadra mobile. Infine, il medico legale, che confermò la tesi dell’omicidio. 

Dai documenti contenuti nel portafoglio, risultava che il corpo della ragazza che Jack D. aveva trovato appartenesse a Matilda Swann, una diciannovenne originaria della Repubblica Ceca. 

Nonostante il freddo invernale di quei primi giorni d’ottobre, la ragazza indossava un top corto che lasciava intravedere la pancia.

I jeans erano molto stretti e calati fino alle ginocchia; sull’addome qualcuno le aveva inferto numerosi fendenti.

Se Jack D. era terrorizzato, quello che sin da subito apparve più turbato fu proprio Andrea.

Mentre curava il lavoro della scientifica, i suoi occhi si bagnarono di un velo di tristezza che Jack non poté fare a meno di notare.

Gli si accostò con la sua consueta moderazione.

‒ È sconvolgente.

‒ Avevo una relazione con lei. ‒ pronunciò con un filo di voce, guardandolo dritto negli occhi.

Jack non riusciva a crederci.

‒ Cosa? Non sapevo nulla di lei, non me ne hai mai parlato.

‒ Non l’ho fatto perché stavamo insieme da poco. Io ho 30 anni e una reputazione da difendere e lei ne aveva 19, mi era sembrato prematuro parlarne.

‒ Chi può averla ridotta così?

‒ Non lo so, Jack. Troverò il bastardo che le ha fatto questo.

Andrea si voltò di scatto, dandogli le spalle.

Jack non fu sorpreso nel vederlo così scostante. Al contrario, comprendeva perfettamente la portata del dolore che Andrea sentiva.

Lui sapeva bene che cosa si prova quando perdiamo qualcuno che abbiamo amato profondamente.

To be continued…

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#2025



Si può essere felici anche se non hai in progetto di fare nulla di spettacolare.
Si può essere sereni anche senza fare del male agli altri.
Si possono vivere momenti felici che non dovranno per forza essere immortalati.
Si può essere se stessi anche senza la paura di non piacere.
In questo momento della mia vita sto percorrendo, lentamente, un passo alla volta. Per alcune persone “impegnate” non sto facendo nulla; eppure vivo in uno stato di quiete pura, agganciata alle piccole cose che da tanto tempo non “annusavo”. 
Finalmente sfoglio le pagine di una vita cui anelavo, finalmente sorrido perché non devo fingermi qualcun altro tra persone che non mi rispettano.
Finalmente posso selezionare, un passo alla volta, e posso togliermi qualche sassolino molesto dalla scarpa.
FINALMENTE. POSSO.

Letizia Turrà
ph: Cristal Caporale

Il posto più bello del mondo è da nessuna parte

Così restava ad osservarla, pensando al fatto che adorasse il temperamento di quella donna, più insicura di chiunque altro e ancor più bella di quanto non fosse insicura.

La amava al punto da starsene ogni mattina lì, a fissarla mentre dormiva in quello spazio ristretto, quando la luce ancora fioca cercava uno spiraglio tra cui insinuarsi nell’oscurità della stanza.

Letizia Turrà, “Il posto più bello del mondo è da nessuna parte”

ph: Me for Cristal Caporale

Come si mantengono vive le cose intorno a noi?

Come si mantengono vive le cose intorno a noi? In tanti sovente me lo chiedono.
“Coltivandole”, è la risposta più ovvia che so dare.
Coltivare il proprio giardino interiore con rispetto, attesa dell’evoluzione e l’assenza di determinati risultati a tutti i costi, produrrà buoni frutti.
E questo concetto vale per tutti gli aspetti della nostra vita.
Tutto ciò che non viene coltivato, non troverà la sua strada, né il senso per restare; così come ogni cosa che avremo la pretesa di ottenere senza aver prima sperimentato l’attesa, non troverà mai la sua essenza.

Letizia Turrà

ph: Alain Laboile

Le persone che non dimentico

Ci sono un sacco di cose che non dimentico, come quella volta da bambina in cui ebbi un collasso a scuola e misero i miei polsi sotto l’acqua fredda; ancora oggi lo faccio ricordando sempre, puntualmente, quell’istante. O come quella volta in cui stavo affogando e un signore mi salvò afferrandomi per l’unico braccio che mi teneva ancorata al bordo della piscina, mentre andavo giù.

Ci sono persone che mi hanno fatto del bene, mi hanno salvata, anche solo con una parola o un piccolo gesto.

Persone che ho visto solo per pochi istanti e poi mai più, mandate da chissà dove nel momento giusto; persone che mi hanno preso ​per mano e mi hanno condotta verso un sentiero sicuro.​

È di questo che è composta l’umanità che ricerco in ciascuna persona che incontro.

Coloro che ci hanno fatto del bene, meritano di essere ricordati.

Letizia Turrà