Odette – morire a Marzo

Mi perdo se mi incontro, dubito se trovo, non possiedo se ho ottenuto.[1]

Mi immagino un giorno d’estate, il cielo è pieno di nuvole; improvvisamente giunge una nuvola grigia; è più grande di tutte le altre e ha un aspetto minaccioso.

Piccole stille cadono lente dal cielo; è un piacevole sìbilo, per nulla fastidioso; poi il vento si solleva di improvviso e lo scroscio diventa prepotente; in breve tempo si trasforma in un acquazzone che fa piangere i vetri; quando ti rendi conto che è arrivata la grandine sarà troppo tardi. Non ti resta che guardare da lontano i danni che avrà prodotto al termine del suo passaggio.

Così ora mi sento.

Una nostalgia muta mi attraversa.
Il passato mi chiama con voce dolce e crudele, mentre il presente mi appare stanco, inascoltato, circondato da un mondo svuotato, un esercito di anime inquiete consunte dalla noia, che camminano senza più guardarsi.

Io stessa non so più di cosa ho circondato la mia vita. Ho nostalgia dell’affetto mai ricevuto di mia madre, come se nella realtà fosse stato qualcosa di vivido, presente. In realtà di quel tanto o poco che nella mia vita ho ricevuto, non ho mai saputo che farmene. L’ho gettato lì, in fondo al fiume nascosto del mio ventre, convertito nel tempo in un pozzo d’odio.

Ho scritto spesso del dolore, parlando degli aspetti più esterni che lo riguardavano. L’ho fatto come si fa con una pietanza: dapprima assaggiandola con curiosità, senza davvero essere in grado di conferirgli un determinato sapore. L’ho masticato e poi gettato via con fare frettoloso, per il terrore di sapere che un giorno quel pasto sarebbe diventato ordinario alla mia tavola.

Ho descritto il dolore, senza averlo mai provato.

Almeno, mai così.

Odette morì alla fine di marzo, uno dei mesi miracolosi ed estremamente più miti dell’anno. Se ci penso oggi, rabbrividisco al pensiero che si possa morire in un momento così bello.

Nei giorni che precedettero quel momento, le nuvole fluttuarono nel cielo come batuffoli di ovatta.

Senza mia madre mi sentii come neve al sole.

Era anche il mese che apparteneva a me e a mio padre, nati a due giorni di distanza l’uno dall’altra.

Quel che riesco chiaramente a ricordare è che smisi improvvisamente di sentire l’odore della morte, e anche mia madre divenne priva di odori.

Niente più mi ricordava la sua figura di megattera: era di colpo appassita, sbiadita come una foto sovraesposta dai contorni bianchi e bruciati.

Una gracile farfalla che non volava più, solo tornava alla sua natura legata agli abissi più profondi, che per tutta la vita l’avevano attesa.

Jonas pianse tanto come non l’avevo mai visto fare.

Mi stupì vedere quanto un uomo può soffrire quando deve separarsi da ciò che ama scelleratamente.

Noi non accettiamo di perdere, mai. Sviluppiamo un senso di appartenenza verso i nostri affetti più stretti, che ci inducono a pensare che non finirà mai il ciclo di quel sentimento.

E invece anche una donna grande come la mamma se n’era andata, ed insieme a lei la sua energia più profonda.

Non le avevo mai detto che le volevo bene, mi ero sempre opposta alla sua figura anteponendo le mie esigenze alle sue.

Credevo che solo perché avesse scelto di mettermi al mondo mi dovesse qualcosa. Niente sconti, solo doveri, solo oneri. Solo una figlia che chiama sua madre per nome, niente di più. Solo una futura donna che improvvisamente avvertiva il gelo.

Da quando mia madre non c’era più avevo compreso una cosa sostanziale: del vero amore non ti manca il profumo, ma l’odore.
L’odore della persona amata è qualcosa che ti lega a quanto di più terreno possa esistere. Di molte cose ricordiamo l’odore: l’erba bagnata, la pioggia, il sudore dopo una giornata intensa, una determinata persona dopo averla sfiorata.
         Il profumo non è che una sequela di ricordi. Ma l’odore, rappresenta il sentimento.

Letizia Turrà, 2025

ph: Sara Punt


[1] Pessoa, Il libro dell’inquietudine.

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