
Trama
L’omicidio di una giovane donna nelle campagne lomelline sconvolge la passeggiata mattutina di Jack D., un inglese residente a Mortara.
Andrea, Questore della Polizia Locale e amico di Jack D., indagherà sul caso, spinto non soltanto da un sentimento di giustizia.
Sarà difficile per lui conciliare sentimenti e ricerca della verità su un intricato caso di omicidio, al limite della crudeltà umana.
12.
Il mandato
Andrea raggiunse la cascina che era quasi buio, insieme ai colleghi e Jack D..
Maggi non sembrò sorpreso del suo ritorno.
Andrea lo fissò negli occhi, con una sicurezza ostentata.
‒ Ho qui un mandato di perquisizione.
‒ È libero di visitare qualunque luogo desideri, libero di andare dovunque lei voglia.
Andrea pensò che se Maggi stava bluffando, ci voleva davvero un incredibile sangue freddo per arrivare a spingersi tanto oltre. A parte qualche gesticolìo con le mani, infatti, non sembrava affatto nervoso per la presenza della Polizia.
‒ Perché non mi ha detto che conosceva benissimo Matilda.
‒ Perché non volevo che lei pensasse che io abbia qualcosa a che fare con quanto le è accaduto.
‒ Lei ha mentito ad un agente mentre c’è un’indagine in corso, questo fa di lei un sospettato o un complice a tutti gli effetti.
Maggi rimase in silenzio lasciando che gli agenti svolgessero il loro lavoro.
Fu come se il tempo si fosse fermato.
Andrea non avrebbe potuto fare niente per la sua Matilda, se non arrivare alla verità.
Le ricerche si rivelarono un buco nell’acqua, poiché gli agenti non trovarono elementi rilevanti.
‒ Siete certi di avere controllato dappertutto? ‒ chiese con un filo di amarezza.
‒ Affermativo. ‒ disse il responsabile del sopralluogo tecnico.
‒ Controllate anche le stalle. ‒ ordinò, con tono incalzante.
Andrea fece ruotare lo sguardo nella speranza di trovare ancora qualche appiglio.
Stava per rinunciare quando un dettaglio destò la sua attenzione.
Con il dito indice indicò una porta differente dalle altre, di colore marrone, con una serratura a doppia mandata.
‒ Quella stanza alla sua destra è chiusa?
‒ Quella è la stanza di mio figlio.
‒ Lei ha un figlio? ‒ Andrea divenne più incalzante.
‒ Sì, Giacomo, il mio unico erede, è lui che cura i miei affari quando sono all’estero.
‒ E mi dica, questo Estero a cui fa riferimento include anche ragazze dell’Est? Voglio dire, lei ha un giro di ragazze che arrivano fino a qui?
‒ Di cosa mi continua ad accusare, Gatti?
‒ Vorrei soltanto sapere cosa c’è in quella stanza, perché si innervosisce tanto?
Andrea si parò davanti a Maggi, e con lo sguardo severo osservò ogni movimento dell’uomo che nel frattempo era diventato visibilmente più nervoso.
Maggi allargò con due dita il foulard che sembrò serrargli il collo come in una morsa.
‒ Gliel’ho già detto, quella stanza è l’ufficio privato di mio figlio Giacomo. Lui non c’è. A nessuno è concesso entrare lì dentro. È tutto quello che ho da dire.
‒ Bene, visto che continua a non voler collaborare, vorrà dire che sfonderemo quella porta. Le chiedo un’ultima volta: c’è niente che deve dirmi ancora, Sig. Maggi? ‒ Andrea trattenne il fiato e i nervi come una bomba a orologeria, pronta per esplodere.
Maggi non rispose, si lasciò cadere sulla poltrona come un fazzoletto che pian piano, leggero, cade sui braccioli, per non muoversi più.
Una volta sfondata la porta, tutto divenne finalmente chiaro.
Era quella la stanza, la tanto ricercata “stanza degli specchi”.
Lui e Jack D. rimasero sconvolti da quel che videro: la stanza, di considerevoli dimensioni, era piena di specchi alti circa due metri tutti collegati tra loro a formare un gioco caleidoscopico di figure e colori. Ne contarono in tutto una trentina.
‒ Ma che diavolo…Ma che ci fate qui dentro? A che cosa serve questa stanza?
‒ Mio figlio l’ha sempre chiamata “la stanza del piacere”.
Maggi forniva risposte tanto candide che ci sarebbe stato da chiedersi se fosse completamente folle, o tanto stupido da pensare di farla franca.
‒ Mi sta prendendo per il culo? ‒ Andrea sembrò perdere la pazienza.
‒ Niente affatto, perché dovrei? Lei non ha una vita intima?
‒ Quello che faccio nel mio privato non la riguarda. Lei non sa un bel niente di me.
‒ Mantenga la calma, Gatti. Non ha senso arrabbiarsi, prima o poi la verità sarebbe venuta a galla, possiamo crederci abbastanza bravi da nasconderla, ma la nostra natura verrà sempre a bussarci. Se sei uno scorpione finirai per pungere, un giorno o l’altro. È inevitabile.
Jack D. sentì di essere precipitato di colpo in un incubo. La lucidità con la quale Maggi si esprimeva era sconcertante, quasi quanto l’assurdità di fronte a una situazione che sembrò procurargli un evidente piacere.
Gli fu sempre più chiaro che si trovasse davanti al diavolo. Il male aveva una forma ed ora poteva vederla chiaramente.
Improvvisamente, avvertirono delle urla degli agenti provenire dalle stalle.
‒ Abbiamo trovato qualcosa, qui di sotto!
Andrea e Jack corsero a controllare.
Un odore fortissimo investì i due amici e uno dei poliziotti iniziò a vomitare per le esalazioni, tanto erano forti.
Sotto alcune file di fieno si celava una botola dal contenuto sconcertante: almeno sei cadaveri, completamente nudi, erano ammassati in uno spazio piccolo a una profondità di due metri e mezzo circa.
Si trattava di sei giovani donne. Tra i corpi, si poteva distinguere anche un corpo maschile.
La scena sconvolse tutti i presenti.
Maggi si avvicinò calmo, in direzione di Andrea.
‒ Voglio spiegarle perché non l’ho fermata quando è tornato qui. Sono ormai troppo vecchio per continuare e volevo che qualcuno scoprisse la verità. Ho un figlio pazzo, un assassino. Tutto era iniziato per gioco, circa nove mesi fa: Giacomo ingaggiava e portava qui le ragazze per dilettare alcuni corrieri importanti della droga, erano quasi tutte dell’Est. Pensò che Matilda sarebbe stata perfetta per quel lavoro perché parlava la lingua di quelle ragazze e così finì per essere coinvolta nel giro. Ricordo ancora quando suo padre la affidò a me: era spaventata, infreddolita, non mangiava da giorni e il suo corpo era pieno di lividi. Era finita per sbaglio in quella specie di orfanotrofio, un postaccio lugubre e desolato. Avevo fatto sì che al suo cognome fosse affiancato il mio, così quando sarebbe arrivato il momento opportuno, mi sarei occupato io di lei.
‒ Perché mai avrebbe dovuto occuparsene, se Matilda aveva già un padre?
‒ Il padre di Matilda si chiamava Sergey. Lavorava per me da diversi anni, gli avevano diagnosticato un tumore terminale; decisi che alla sua morte mi sarei occupato io di lei. Non era come le altre, lei aveva una luce speciale negli occhi, così me ne innamorai perdutamente. Divenne per me la mia donna, mia figlia, qualcuno di cui fidarmi e alla quale affidare i miei affari segreti. Lei sapeva che la cascina era solo una copertura per nascondere un traffico di eroina che coinvolge la Lomellina e alcune zone dell’hinterland milanese. Pochi mesi fa mi aveva confessato di essere innamorata di un altro. Disse che voleva farla finita, che voleva lasciarmi e che se non la lasciavo libera di andare, avrebbe detto tutto quello che si nasconde dietro alle nostre attività.
‒ Così lei l’ha uccisa.
‒ Non sono stato io. Non l’avrei mai uccisa…io l’amavo e sapevo bene che non mi avrebbe mai davvero tradito. Era innamorata di lei, Gatti, ed era con lei che avrebbe voluto proseguire la sua vita. È stato Giacomo a ideare tutto, non sopportava che lei se ne andasse e potesse spifferare tutto alla Polizia. Matilda le avrebbe confessato ogni cosa prima o poi, Sig. Gatti, ed essere scoperti dalla Polizia non era tra i rischi che potevamo permetterci. Così ha ucciso a bruciapelo le ragazze che giravano qui fisse per i clienti esterni e voleva fare lo stesso anche con lei. Ma Matilda era scaltra, una volta compreso che avrebbe fatto la stessa fine, si lanciò fuori dalla stanza e percorse a piedi la campagna per scappare via dal suo potenziale assassino. Io mi sono occupato di nascondere i cadaveri che ci sono qui, del resto non so molto altro. Dal momento in cui ha lasciato la mia casa, non l’ho più vista. Solo grazie a lei ho saputo che era morta e da quel momento sono finito in un oblio di sofferenza.
‒ Dove si trova suo figlio, ora?
‒ Mio figlio, dice? È in quella botola, dove finiscono quelli che tradiscono il proprio sangue, o che non servono più a niente. L’infedeltà è qualcosa che non posso tollerare. Prima di quell’avvenimento avevo scoperto che gran parte dei proventi ottenuti con il traffico di droga li aveva trasferiti su un conto intestato a suo nome ad Antigua, nei Caraibi. Così sono diventato io l’assassino. E non solo perché aveva ucciso la mia Matilda, ma per avermi mentito riguardo al fatto che era scappata e lui non sapeva dove fosse finita. Non mi resta che veleno nel sangue. L’amore possiede qualcosa di bizzarro e contraddittorio dentro di sé e può portare alla follia, se non lo controlliamo.
Andrea rimase pietrificato in un angolo, mentre arrivavano i rinforzi e Maggi veniva posto in arresto.
Tratto da “La stanza degli specchi”
È vietata la copia e la riproduzione dei contenuti e immagini in qualsiasi forma.
È vietata la redistribuzione e la pubblicazione dei contenuti e immagini non autorizzata espressamente dall’autore.
Copyright © 2024 · Gaia Fabiani · all rights reserved.
ph: Kendall Lane
