
11.
Le lettere
“Mia dolce Matilda,
Tu sei nel mio cuore più della pietra, gli strati tuoi sono più duri di qualunque cosa osassi pensare e provare, le tue parole non dette hanno fatto nascere in me la nostalgia per l’incompiuto. Tornerei a rivedere ogni parola di quelle che insieme abbiamo proferito, solo per sapere cosa si prova a vederle pronunciate ancora una volta dalla tua bocca. Vivrò sempre del rimpianto e della melanconia d’esser rimasto solo. Tu sei per me quello che Elena di Sparta fu per Paride, o Angelica per Orlando, o Beatrice per Dante” …
Le poesie che Andrea aveva scritto per Matilda erano conservate nel primo cassetto del suo scrittoio. Erano legate fra loro da un nastro porpora, maniacalmente impilate in ordine cronologico.
Quello che un tempo era un orfanotrofio fondato per merito del benefattore Giovanni Merula, si presentava ora come una struttura museale aperta al pubblico.
L’ingresso, impreziosito da tre cedri del Libano secolari, lasciava intravedere il chiostro che era stato destinato all’Ospedale Civile.
Andrea avanzò quasi scettico sul fatto di proseguire. Una donna alta, dal collo e dalle gambe lunghe, lo seguì con lo sguardo.
‒ Posso aiutarla? ‒ il suo collo sembrò allungarsi ancora di più.
‒ Sì, sono il Questore Andrea Gatti, avrei bisogno di accedere ad alcuni file presenti negli archivi storici.
La donna congiunse le mani con lo sguardo serafico e lo squadrò da capo a piedi corrucciando la bocca. ‒ Sono io la responsabile degli archivi. Mi chiamo Assunta, molto lieta.
La donna gli fece cenno di seguirla.
‒ Sembra tutto molto vecchio, qui. Un luogo pieno di storia.
‒ Almeno quanto me. ‒ accennò un lieve sorriso ‒ Questo edificio fu edificato nei primi decenni del ‘600. Fino a quando non venne soppresso nel 1805, fu un convento di monache terziarie domenicane di clausura. Un tempo comprendeva due chiostri, una chiesa e un giardino con orto.
‒ Davvero interessante. ‒ Andrea sfoggiò un timido sorriso sperando, forse, di vedere scorgere sul viso della donna il medesimo encomio.
Lei, al contrario, non si scompose oltre misura.
‒ A che cosa devo la sua visita, Ispettore.
‒ Non sono proprio un Ispettore, ma…
‒ Non vorrà farmi credere di essere venuto qui per gli affreschi e gli alberi secolari, vero? Mi dica che cosa c’è dietro. ‒ lo interruppe bruscamente.
Assunta lo guardò in attesa di avere una risposta; nel frattempo, accese una sigaretta stringendo in mano il mazzo di chiavi che probabilmente portava alla stanza che Andrea stava cercando.
‒ Circa un mese fa una ragazza è stata ritrovata in un campo nel comune di Mortara, dove io lavoro. Sono stato incaricato di occuparmi delle indagini e un possibile testimone mi ha fornito il nome di questo posto.
La donna ritornò a scrutarlo perplessa.
‒ Guardi che è la verità, stiamo ancora indagando e il nome di questo posto è l’unico elemento che mi è stato fornito al riguardo.
La donna si voltò di scatto, spense il mozzicone con la punta della scarpa e lo invitò a seguirla.
Il frastuono della chiave nella serratura, vecchia e arrugginita, risuonò stridente nelle orecchie di Andrea.
‒ Solitamente nessuno viene qui per un caso di omicidio o scomparsa. Mi dica come si chiamava la giovane ragazza.
Rimase molto stupito dal fatto che la donna avesse intuito che Matilda era giovane.
‒ Matilda, il cognome è Swann.
Assunta mormorò qualcosa tra sé e sé bisbigliando, mentre con il dito indice scorreva sui faldoni polverosi. Quel luogo assomigliava al corpo di un serpente, le cui viscere si snodavano in diversi tunnel di polvere e rimembranze. Persino quei ricordi si sarebbero potuti tramutare in traumi, ripensando a tutti i bambini che avevano vissuto lì gran parte della loro infanzia.
‒ Non mi risulta nulla a questo nome. È sicuro di avermi dato il cognome giusto?
Andrea era confuso, ripensò più e più volte ai racconti di Matilda, a quei pochi dettagli che gli aveva confessato sulla sua infanzia.
‒ Può darsi che mi sia sbagliato. Forse non era una delle bambine che stava qui.
Assunta accese un’altra sigaretta rendendo l’aria una coltre ancora più tossica.
‒ Ora che ci penso, qui non c’è l’elenco dei ragazzi che non erano orfani, ma venivano ospitati dalle suore perché le famiglie erano indigenti o impossibilitate ad occuparsene.
‒ Esistono quindi altri registri?
‒ Sì, alcuni fra loro non erano orfani destinati a restare soli, così venivano classificati in registri diversi. Lo scopo principale era che quei ragazzi si sarebbero potuti ricongiungere con la propria famiglia, un giorno.
‒ Io continuo a non capire. Matilda mi ha raccontato di avere avuto un padre. Lui…era morto sì, ma aveva anche una sorella.
‒ Cerchiamo in quest’altro! ‒ Improvvisamente gli occhi di Assunta si illuminarono, mutando di tonalità.
A fatica tirò giù dallo scaffale più alto un altro registro, assai più grande e obsoleto.
‒ Che strano…a quanto pare la bambina aveva un doppio cognome.
‒ C-cosa?? ‒ esclamò ancora più sbalordito.
‒ Guardi lei stesso, accanto al cognome della ragazza c’è n’è un altro, non si legge bene, ma…
‒ Maggi. Cazzo!
‒ Mi sembra sconvolto. Va tutto bene, Ispettore, conosce questo nome?
‒ Io…sì, ma non sono Ispettore, gliel’ho già detto. Non c’è nessun altro con cui io possa parlare per avere informazioni?
Assunta chiuse il libro e migliaia di particelle di polvere avvolsero l’intera stanza.
‒ Mi dispiace per lei, ma chi gestiva questa struttura è morto da decenni. Qui ci occupiamo di altro, ormai. È già stato fortunato ad aver trovato questi registri, solitamente trascorsi 20 anni vengono mandati al macero.
‒ Ma non è passato così tanto tempo. Matilda aveva appena compiuto 19 anni.
‒ Mi dispiace molto per la sua amica, mi creda. La vita è così ingiusta. Lei dovrebbe saperlo, però, ne avrà viste tante di cose nel corso della sua carriera!
‒ Non se ne vedono mai abbastanza. La ringrazio per avermi fornito preziose informazioni, lei mi è stata veramente utile!
‒ La saluto, Questore Gatti.
Assunta chiuse la porta e non si voltò a guardarlo mentre Andrea lo fece, quasi affascinato dai modi di quella donna.
Ora sapeva finalmente dove dirigere la sua attenzione.
Tratto da “La stanza degli specchi”
È vietata la copia e la riproduzione dei contenuti e immagini in qualsiasi forma.
È vietata la redistribuzione e la pubblicazione dei contenuti e immagini non autorizzata espressamente dall’autore.
Copyright © 2024 · Gaia Fabiani · all rights reserved.
Omaggio a Jack Vettriano
