Ti accorgi in un momento d’essere cambiato

Mi chiesi se anche noi saremmo cambiati; se ci saremmo induriti, forse, opponendoci al passaggio della vita sopra di noi.

Mentii su tutto quel giorno, come sul fatto che mio fratello non avesse un odore.

Jonas sapeva di tante cose. Era intriso di profumo, di musica, dei suoi libri di Poe e dei quadri di Pollock che adorava, delle carezze di nostra madre che io non ricevetti mai, del legno di faggio del quale avevamo rivestito la nostra casa sull’albero.

Letizia Turrà

La stanza degli specchi – Capitolo FINALE

Siamo giunti alla fine del racconto scritto da mia figlia, Gaia.

Volevo ringraziare le persone che seguono il mio Blog, che mi scrivono sui canali Social dove sono maggiormente attiva (anche se vado a fasi alterne e sento molto più “casa” questo Blog o microspazio che il Web mi concede). Grazie di cuore, da parte mia e di mia figlia.

Buona fine di lettura.

Paese di morte

Le ho viste nelle sere quando son chiuse le fabbriche e le vie

Sulle labbra vaghi sorrisi di attesa e chissà che

Scrivere sui vetri ghiacciati le loro fantasie

Povere belle donne innamorate d’amore e della vita

Le ragazze dell’Est.

Chi era davvero Matilda, la donna che aveva amato?

Andrea non riuscì a fornire a sé stesso nessuna risposta certa. Non avrebbe mai trovato pace, neppure ascoltando le parole di quel brano di Claudio Baglioni, che dal giorno del ritrovamento non aveva mai smesso di sentire.

Quel loop sembrò potesse parlargli di lei e il dolore diventò pian piano come il vento che ogni tanto passa, per poi tornare da dove è venuto.

Un sacco di cose, però, non tornavano: l’uomo fuori dalla casa di Jack che aveva voluto aiutarli, le scarpe pulite di Matilda quando lo stesso Maggi aveva sostenuto che la ragazza fosse fuggita fuori dal casolare per scappare nel bosco e tutto quello scenario che si era posto davanti alla sua vita, senza una reale ragione, strappandogli via dalle mani la persona più cara.

Andrea non aveva potuto sapere cosa fosse successo davvero nel mattino in cui fu uccisa.

Un piccolo paese di provincia si era trasformato di colpo in un luogo di morte.

Fu solo in grado di pregare per lei, pregare un Dio inesistente che ci porta via le persone che amiamo, che ci dilania il cuore e la mente per mezzo di un libero arbitrio lasciato nelle mani di un essere incontrollabile, creato a “sua immagine e somiglianza”, come gli aveva detto un giorno Jack.

L’amore non si controlla, così come l’odio e la rabbia che indurisce il cuore di chi attende che giustizia sia fatta.

In quanto a Jack D., non parlò più con nessuno di quello che era successo né mai ritornò nel luogo in cui era stato all’inizio di quella tragica storia.

Vendette la casa che aveva condiviso con Clara e si traferì insieme al suo cane Zed a Milano, dove iniziò a studiare criminologia forense, ottenendo nel giro di poco tempo una cattedra come insegnante all’Università Statale.

Per diverso tempo lui e Andrea continuarono a sentirsi telefonicamente, fino a quando quella fiammella che li teneva uniti si spense e le telefonate si interruppero.

Ciò che Jack D. si augurava in cuor suo, era che Andrea un giorno potesse ricominciare a vivere.

“Nulla accade per caso”, continuava a ripetersi nella mente.

Nulla davvero, neppure l’incontro con la morte che viene a ricordarti quanto sei minuscolo di fronte al suo orrore, in una giornata qualunque.

Una mattinata come tante, uguale alle altre.



Note dell’autrice: tutti i riferimenti a persone, luoghi e fatti sono da considerarsi casuali e frutto della fantasia dell’autrice.

Tratto da “La stanza degli specchi

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Ph: O. Stoian

La stanza degli specchi – Capitolo 12

Trama

L’omicidio di una giovane donna nelle campagne lomelline sconvolge la passeggiata mattutina di Jack D., un inglese residente a Mortara.

Andrea, Questore della Polizia Locale e amico di Jack D., indagherà sul caso, spinto non soltanto da un sentimento di giustizia.

Sarà difficile per lui conciliare sentimenti e ricerca della verità su un intricato caso di omicidio, al limite della crudeltà umana.

12.

Il mandato

Andrea raggiunse la cascina che era quasi buio, insieme ai colleghi e Jack D..

Maggi non sembrò sorpreso del suo ritorno.

Andrea lo fissò negli occhi, con una sicurezza ostentata.

‒ Ho qui un mandato di perquisizione.

‒ È libero di visitare qualunque luogo desideri, libero di andare dovunque lei voglia.

Andrea pensò che se Maggi stava bluffando, ci voleva davvero un incredibile sangue freddo per arrivare a spingersi tanto oltre. A parte qualche gesticolìo con le mani, infatti, non sembrava affatto nervoso per la presenza della Polizia.

‒ Perché non mi ha detto che conosceva benissimo Matilda.

‒ Perché non volevo che lei pensasse che io abbia qualcosa a che fare con quanto le è accaduto.

‒ Lei ha mentito ad un agente mentre c’è un’indagine in corso, questo fa di lei un sospettato o un complice a tutti gli effetti.

Maggi rimase in silenzio lasciando che gli agenti svolgessero il loro lavoro.

Fu come se il tempo si fosse fermato.

Andrea non avrebbe potuto fare niente per la sua Matilda, se non arrivare alla verità.

Le ricerche si rivelarono un buco nell’acqua, poiché gli agenti non trovarono elementi rilevanti.

‒ Siete certi di avere controllato dappertutto? ‒ chiese con un filo di amarezza.

‒ Affermativo. ‒ disse il responsabile del sopralluogo tecnico.

‒ Controllate anche le stalle. ‒ ordinò, con tono incalzante.

Andrea fece ruotare lo sguardo nella speranza di trovare ancora qualche appiglio.

Stava per rinunciare quando un dettaglio destò la sua attenzione.

Con il dito indice indicò una porta differente dalle altre, di colore marrone, con una serratura a doppia mandata.

‒ Quella stanza alla sua destra è chiusa?

‒ Quella è la stanza di mio figlio.

‒ Lei ha un figlio? ‒ Andrea divenne più incalzante.

‒ Sì, Giacomo, il mio unico erede, è lui che cura i miei affari quando sono all’estero.

‒ E mi dica, questo Estero a cui fa riferimento include anche ragazze dell’Est? Voglio dire, lei ha un giro di ragazze che arrivano fino a qui?

‒ Di cosa mi continua ad accusare, Gatti?

‒ Vorrei soltanto sapere cosa c’è in quella stanza, perché si innervosisce tanto?

Andrea si parò davanti a Maggi, e con lo sguardo severo osservò ogni movimento dell’uomo che nel frattempo era diventato visibilmente più nervoso.

Maggi allargò con due dita il foulard che sembrò serrargli il collo come in una morsa.

‒ Gliel’ho già detto, quella stanza è l’ufficio privato di mio figlio Giacomo. Lui non c’è. A nessuno è concesso entrare lì dentro. È tutto quello che ho da dire.

‒ Bene, visto che continua a non voler collaborare, vorrà dire che sfonderemo quella porta. Le chiedo un’ultima volta: c’è niente che deve dirmi ancora, Sig. Maggi? ‒ Andrea trattenne il fiato e i nervi come una bomba a orologeria, pronta per esplodere.

Maggi non rispose, si lasciò cadere sulla poltrona come un fazzoletto che pian piano, leggero, cade sui braccioli, per non muoversi più.

Una volta sfondata la porta, tutto divenne finalmente chiaro.

Era quella la stanza, la tanto ricercata “stanza degli specchi”.

Lui e Jack D. rimasero sconvolti da quel che videro: la stanza, di considerevoli dimensioni, era piena di specchi alti circa due metri tutti collegati tra loro a formare un gioco caleidoscopico di figure e colori. Ne contarono in tutto una trentina.

‒ Ma che diavolo…Ma che ci fate qui dentro? A che cosa serve questa stanza? 

‒ Mio figlio l’ha sempre chiamata “la stanza del piacere”. 

Maggi forniva risposte tanto candide che ci sarebbe stato da chiedersi se fosse completamente folle, o tanto stupido da pensare di farla franca.

‒ Mi sta prendendo per il culo? ‒ Andrea sembrò perdere la pazienza.

‒ Niente affatto, perché dovrei? Lei non ha una vita intima? 

‒ Quello che faccio nel mio privato non la riguarda. Lei non sa un bel niente di me.

‒ Mantenga la calma, Gatti. Non ha senso arrabbiarsi, prima o poi la verità sarebbe venuta a galla, possiamo crederci abbastanza bravi da nasconderla, ma la nostra natura verrà sempre a bussarci. Se sei uno scorpione finirai per pungere, un giorno o l’altro. È inevitabile. 

Jack D. sentì di essere precipitato di colpo in un incubo. La lucidità con la quale Maggi si esprimeva era sconcertante, quasi quanto l’assurdità di fronte a una situazione che sembrò procurargli un evidente piacere.

Gli fu sempre più chiaro che si trovasse davanti al diavolo. Il male aveva una forma ed ora poteva vederla chiaramente.

Improvvisamente, avvertirono delle urla degli agenti provenire dalle stalle.

‒ Abbiamo trovato qualcosa, qui di sotto!

Andrea e Jack corsero a controllare.

Un odore fortissimo investì i due amici e uno dei poliziotti iniziò a vomitare per le esalazioni, tanto erano forti.

Sotto alcune file di fieno si celava una botola dal contenuto sconcertante: almeno sei cadaveri, completamente nudi, erano ammassati in uno spazio piccolo a una profondità di due metri e mezzo circa.

Si trattava di sei giovani donne. Tra i corpi, si poteva distinguere anche un corpo maschile.

La scena sconvolse tutti i presenti. 

Maggi si avvicinò calmo, in direzione di Andrea. 

‒ Voglio spiegarle perché non l’ho fermata quando è tornato qui. Sono ormai troppo vecchio per continuare e volevo che qualcuno scoprisse la verità. Ho un figlio pazzo, un assassino. Tutto era iniziato per gioco, circa nove mesi fa: Giacomo ingaggiava e portava qui le ragazze per dilettare alcuni corrieri importanti della droga, erano quasi tutte dell’Est. Pensò che Matilda sarebbe stata perfetta per quel lavoro perché parlava la lingua di quelle ragazze e così finì per essere coinvolta nel giro. Ricordo ancora quando suo padre la affidò a me: era spaventata, infreddolita, non mangiava da giorni e il suo corpo era pieno di lividi. Era finita per sbaglio in quella specie di orfanotrofio, un postaccio lugubre e desolato. Avevo fatto sì che al suo cognome fosse affiancato il mio, così quando sarebbe arrivato il momento opportuno, mi sarei occupato io di lei.

‒ Perché mai avrebbe dovuto occuparsene, se Matilda aveva già un padre?

‒ Il padre di Matilda si chiamava Sergey. Lavorava per me da diversi anni, gli avevano diagnosticato un tumore terminale; decisi che alla sua morte mi sarei occupato io di lei. Non era come le altre, lei aveva una luce speciale negli occhi, così me ne innamorai perdutamente. Divenne per me la mia donna, mia figlia, qualcuno di cui fidarmi e alla quale affidare i miei affari segreti. Lei sapeva che la cascina era solo una copertura per nascondere un traffico di eroina che coinvolge la Lomellina e alcune zone dell’hinterland milanese. Pochi mesi fa mi aveva confessato di essere innamorata di un altro. Disse che voleva farla finita, che voleva lasciarmi e che se non la lasciavo libera di andare, avrebbe detto tutto quello che si nasconde dietro alle nostre attività.

‒ Così lei l’ha uccisa.

‒ Non sono stato io. Non l’avrei mai uccisa…io l’amavo e sapevo bene che non mi avrebbe mai davvero tradito. Era innamorata di lei, Gatti, ed era con lei che avrebbe voluto proseguire la sua vita. È stato Giacomo a ideare tutto, non sopportava che lei se ne andasse e potesse spifferare tutto alla Polizia. Matilda le avrebbe confessato ogni cosa prima o poi, Sig. Gatti, ed essere scoperti dalla Polizia non era tra i rischi che potevamo permetterci. Così ha ucciso a bruciapelo le ragazze che giravano qui fisse per i clienti esterni e voleva fare lo stesso anche con lei. Ma Matilda era scaltra, una volta compreso che avrebbe fatto la stessa fine, si lanciò fuori dalla stanza e percorse a piedi la campagna per scappare via dal suo potenziale assassino. Io mi sono occupato di nascondere i cadaveri che ci sono qui, del resto non so molto altro. Dal momento in cui ha lasciato la mia casa, non l’ho più vista. Solo grazie a lei ho saputo che era morta e da quel momento sono finito in un oblio di sofferenza.

‒ Dove si trova suo figlio, ora?

‒ Mio figlio, dice? È in quella botola, dove finiscono quelli che tradiscono il proprio sangue, o che non servono più a niente. L’infedeltà è qualcosa che non posso tollerare. Prima di quell’avvenimento avevo scoperto che gran parte dei proventi ottenuti con il traffico di droga li aveva trasferiti su un conto intestato a suo nome ad Antigua, nei Caraibi. Così sono diventato io l’assassino. E non solo perché aveva ucciso la mia Matilda, ma per avermi mentito riguardo al fatto che era scappata e lui non sapeva dove fosse finita. Non mi resta che veleno nel sangue. L’amore possiede qualcosa di bizzarro e contraddittorio dentro di sé e può portare alla follia, se non lo controlliamo.

Andrea rimase pietrificato in un angolo, mentre arrivavano i rinforzi e Maggi veniva posto in arresto.

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ph: Kendall Lane

La stanza degli specchi – Capitolo 11

11.

Le lettere


“Mia dolce Matilda,

Tu sei nel mio cuore più della pietra, gli strati tuoi sono più duri di qualunque cosa osassi pensare e provare, le tue parole non dette hanno fatto nascere in me la nostalgia per l’incompiuto. Tornerei a rivedere ogni parola di quelle che insieme abbiamo proferito, solo per sapere cosa si prova a vederle pronunciate ancora una volta dalla tua bocca. Vivrò sempre del rimpianto e della melanconia d’esser rimasto solo. Tu sei per me quello che Elena di Sparta fu per Paride, o Angelica per Orlando, o Beatrice per Dante” …

Le poesie che Andrea aveva scritto per Matilda erano conservate nel primo cassetto del suo scrittoio. Erano legate fra loro da un nastro porpora, maniacalmente impilate in ordine cronologico.

Quello che un tempo era un orfanotrofio fondato per merito del benefattore Giovanni Merula, si presentava ora come una struttura museale aperta al pubblico.

L’ingresso, impreziosito da tre cedri del Libano secolari, lasciava intravedere il chiostro che era stato destinato all’Ospedale Civile. 

Andrea avanzò quasi scettico sul fatto di proseguire. Una donna alta, dal collo e dalle gambe lunghe, lo seguì con lo sguardo.

‒ Posso aiutarla? ‒ il suo collo sembrò allungarsi ancora di più.

‒ Sì, sono il Questore Andrea Gatti, avrei bisogno di accedere ad alcuni file presenti negli archivi storici.

La donna congiunse le mani con lo sguardo serafico e lo squadrò da capo a piedi corrucciando la bocca. ‒ Sono io la responsabile degli archivi. Mi chiamo Assunta, molto lieta.

La donna gli fece cenno di seguirla.

‒ Sembra tutto molto vecchio, qui. Un luogo pieno di storia.

‒ Almeno quanto me. ‒ accennò un lieve sorriso ‒ Questo edificio fu edificato nei primi decenni del ‘600. Fino a quando non venne soppresso nel 1805, fu un convento di monache terziarie domenicane di clausura. Un tempo comprendeva due chiostri, una chiesa e un giardino con orto.  

‒ Davvero interessante. ‒ Andrea sfoggiò un timido sorriso sperando, forse, di vedere scorgere sul viso della donna il medesimo encomio.

Lei, al contrario, non si scompose oltre misura.

‒ A che cosa devo la sua visita, Ispettore.

‒ Non sono proprio un Ispettore, ma…

‒ Non vorrà farmi credere di essere venuto qui per gli affreschi e gli alberi secolari, vero? Mi dica che cosa c’è dietro. ‒ lo interruppe bruscamente.

Assunta lo guardò in attesa di avere una risposta; nel frattempo, accese una sigaretta stringendo in mano il mazzo di chiavi che probabilmente portava alla stanza che Andrea stava cercando.

‒ Circa un mese fa una ragazza è stata ritrovata in un campo nel comune di Mortara, dove io lavoro. Sono stato incaricato di occuparmi delle indagini e un possibile testimone mi ha fornito il nome di questo posto.

La donna ritornò a scrutarlo perplessa.

‒ Guardi che è la verità, stiamo ancora indagando e il nome di questo posto è l’unico elemento che mi è stato fornito al riguardo.

La donna si voltò di scatto, spense il mozzicone con la punta della scarpa e lo invitò a seguirla.

Il frastuono della chiave nella serratura, vecchia e arrugginita, risuonò stridente nelle orecchie di Andrea.

‒ Solitamente nessuno viene qui per un caso di omicidio o scomparsa. Mi dica come si chiamava la giovane ragazza.

Rimase molto stupito dal fatto che la donna avesse intuito che Matilda era giovane.

‒ Matilda, il cognome è Swann.

Assunta mormorò qualcosa tra sé e sé bisbigliando, mentre con il dito indice scorreva sui faldoni polverosi. Quel luogo assomigliava al corpo di un serpente, le cui viscere si snodavano in diversi tunnel di polvere e rimembranze. Persino quei ricordi si sarebbero potuti tramutare in traumi, ripensando a tutti i bambini che avevano vissuto lì gran parte della loro infanzia.

‒ Non mi risulta nulla a questo nome. È sicuro di avermi dato il cognome giusto?

Andrea era confuso, ripensò più e più volte ai racconti di Matilda, a quei pochi dettagli che gli aveva confessato sulla sua infanzia. 

‒ Può darsi che mi sia sbagliato. Forse non era una delle bambine che stava qui.

Assunta accese un’altra sigaretta rendendo l’aria una coltre ancora più tossica.

‒ Ora che ci penso, qui non c’è l’elenco dei ragazzi che non erano orfani, ma venivano ospitati dalle suore perché le famiglie erano indigenti o impossibilitate ad occuparsene.

‒ Esistono quindi altri registri?

‒ Sì, alcuni fra loro non erano orfani destinati a restare soli, così venivano classificati in registri diversi. Lo scopo principale era che quei ragazzi si sarebbero potuti ricongiungere con la propria famiglia, un giorno.

‒ Io continuo a non capire. Matilda mi ha raccontato di avere avuto un padre. Lui…era morto sì, ma aveva anche una sorella.

‒ Cerchiamo in quest’altro! ‒ Improvvisamente gli occhi di Assunta si illuminarono, mutando di tonalità.

A fatica tirò giù dallo scaffale più alto un altro registro, assai più grande e obsoleto.

‒ Che strano…a quanto pare la bambina aveva un doppio cognome.

‒ C-cosa?? ‒ esclamò ancora più sbalordito.

‒ Guardi lei stesso, accanto al cognome della ragazza c’è n’è un altro, non si legge bene, ma…

‒ Maggi. Cazzo!

‒ Mi sembra sconvolto. Va tutto bene, Ispettore, conosce questo nome?

‒ Io…sì, ma non sono Ispettore, gliel’ho già detto. Non c’è nessun altro con cui io possa parlare per avere informazioni?

Assunta chiuse il libro e migliaia di particelle di polvere avvolsero l’intera stanza.

‒ Mi dispiace per lei, ma chi gestiva questa struttura è morto da decenni. Qui ci occupiamo di altro, ormai. È già stato fortunato ad aver trovato questi registri, solitamente trascorsi 20 anni vengono mandati al macero.

‒ Ma non è passato così tanto tempo. Matilda aveva appena compiuto 19 anni.

‒ Mi dispiace molto per la sua amica, mi creda. La vita è così ingiusta. Lei dovrebbe saperlo, però, ne avrà viste tante di cose nel corso della sua carriera!

‒ Non se ne vedono mai abbastanza. La ringrazio per avermi fornito preziose informazioni, lei mi è stata veramente utile!

 ‒ La saluto, Questore Gatti.

Assunta chiuse la porta e non si voltò a guardarlo mentre Andrea lo fece, quasi affascinato dai modi di quella donna.

Ora sapeva finalmente dove dirigere la sua attenzione.

Tratto da “La stanza degli specchi

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Omaggio a Jack Vettriano