
Il sonno fu interrotto dallo squillo del telefono di casa.
‒ Pronto.
‒ Scusa se ti ho disturbato, sono io. Puoi venire da me? La voce all’altro capo del telefono era quella di Andrea. ‒ Ho bisogno di parlarti. ‒ Si sentiva che era sconvolto.
‒ Si…mi vesto e vengo da te. ‒ disse senza esitare.
Innumerevoli pensieri attraversarono la mente mentre si dirigeva in auto al comando di Polizia.
Andrea si trovava nel suo ufficio, avvolto da una coltre di fumo. Il posacenere era pieno di mozziconi di sigaretta e le finestre erano praticamente socchiuse. Dall’unica fessura delle persiane, penetrò appena un filo di luce che inondò il volto di Andrea.
‒ Ti chiedo scusa per il disordine ma sai, non ho avuto tempo di rimettere in ordine, in questo momento tutto ha perso interesse ai miei occhi.
‒ Credo di capire come ti senti. E comunque il disordine non è mai stato un problema per me, vedessi casa mia. Comunque…mi hai chiamato come se avessi qualcosa di importante da dirmi. Hai qualche novità sul caso?
‒ Purtroppo sì. Ho parlato con il medico legale, Matilda è stata uccisa con tredici coltellate all’addome, la morte è avvenuta presumibilmente intorno alle 6 del mattino per dissanguamento.
‒ Le sei del mattino? Praticamente due ore prima che io mi trovassi lì a passeggiare con Zed! ‒ Lo interruppe Jack.
‒ Già, sembra che abbia anche tentato di difendersi, lo confermano i frammenti di pelle trovati sotto le sue unghie. I jeans erano abbassati perché è stata violentata prima di essere accoltellata. Il fax che mi ha mandato riporta queste parole: 19 anni, un metro e settantuno centimetri, peso 70 kg, capelli rossi, corporatura media. La vittima presenta vistose ferite a carico dell’addome. La sclera si presenta diafana e traspare il pigmento coroideo agli angoli dell’occhio.
Le unghie presentano striature e sono sporche alla base di materiale genetico e terroso, un segno che la vittima abbia lottato a lungo con l’aggressore. La rigidità cadaverica è presente per via del processo di autolisi. Sono stati eseguiti esami radiografici dai quali non sono emerse fratture di nessun genere; il corpo non presenta segni di operazioni, amputazioni o cicatrici; nessun segno di altra natura, nessun tatuaggio. Sulle ginocchia e sul collo sono presenti ecchimosi; la mano destra presenta un alone sul dito anulare destro, indicante la presenza di un anello piuttosto grande, non rinvenuto al momento del ritrovamento. All’interno della bocca, sui tessuti molli della mucosa orale sono presenti vistose vescicole.
LIVOR MORTIS
Sul corpo ci sono evidenti ecchimosi, in maggiore quantità in corrispondenza delle braccia e delle gambe.
ALGOR MORTIS
La temperatura del corpo della vittima si aggira intorno ai 10-12°, compatibili con le 48 ore dal momento del decesso. Nello stomaco sono stati trovati i resti di un pasto vegetariano.
Andrea si alzò di scatto, mordendosi una mano per la rabbia.
Jack D., inchiodato alla sedia, si sentiva confuso per tutti quei termini.
‒ Se vuoi possiamo anche parlarne in un altro momento, non sei costretto a farlo.
‒ No, non mi servirebbe a niente aspettare. Quelle vesciche sono dovute a una bustina di eroina che le hanno ficcato in bocca. Sono certo che non avesse niente a che fare con quella roba. Era una brava ragazza, non una drogata. Qualcuno le ha fatto questo perché voleva che tenesse la bocca chiusa.
‒ Aveva visto troppo, forse.
‒ Sì, aveva visto troppo, solitamente quello è il segnale che indica che l’assassino volesse farla tacere.
‒ Adesso cosa pensi di fare?
Andrea assunse uno sguardo colmo di rabbia, una rabbia simile al fuoco che brucia occhi e gola.
‒ Andiamo.
‒ Dove!? ‒ esclamò Jack sorpreso.
La strada verso il luogo del delitto sembrò lunga, tanto più lunga del solito, sebbene Jack la conoscesse perfettamente.
La scena era stata recintata dalla scientifica. Andrea si avvicinò cercando elementi che potessero essere sfuggiti ai colleghi, giunti poco prima di lui sulla scena del delitto.
‒ Ci sono altri elementi che il medico legale ti ha fornito?
‒ Non moltissimi, ma al telefono mi ha svelato un particolare che mi ha colpito: ha detto che le scarpe di Matilda erano pulite, le suole non erano sporche di fango, quasi come se fosse stata condotta fino a qui e poi le scarpe le fossero state messe addosso quando era già esanime.
Improvvisamente, scorsero la sagoma di qualcuno arrivare nella nebbia.
Sembrò quasi si trattasse di una visione.
La figura era di un uomo corpulento, vestito come un campagnolo.
‒ Buongiorno. Cosa è successo qui? Perché quest’area è recintata?
‒ C’è un’indagine in corso, c’è stato un omicidio. Sono Andrea Gatti, l’agente che se ne sta occupando. Lei vive da queste parti?
‒ Io non c’entro niente con tutto questo!! ‒ l’uomo fece dei passi indietro.
‒ Non si agiti, dopotutto è lei che si è avvicinato a una scena del crimine ed io ho il diritto di farle delle domande.
‒ Volevo solo sapere cosa è successo, lavoro qualche volta in questi campi per il proprietario della cascina, perciò mi sono incuriosito.
‒ Ho sempre odiato i curiosi. ‒ Andrea lo guardò in tralice.
L’uomo, intimorito, indietreggiò ancora di qualche passo.
‒ Ha detto che lavora per qualcuno qui vicino. È corretto? ‒ Jack irruppe nella discussione.
‒ Io…sì, lavoro per il Signor Maggi, proprietario della cascina Bibbiena.
‒ Come posso rintracciarlo? ‒ incalzò Andrea.
‒ Può provare a telefonargli, al citofono non rispondono mai, sono molto occupati con l’Azienda agricola.
‒ Davvero? ‒ Andrea ritornò ad essere dubbioso.
‒ Sì, la cascina si trova non molto lontano da qui.
‒ Potrebbe fornirmi l’indirizzo? Lo scriva qui sul mio taccuino.
L’uomo scrisse, riconsegnò il blocco nelle mani di Andrea e poi si allontanò rapidamente senza voltarsi indietro.
I due amici si guardarono con stupore.
‒ Credo sia il caso di fare una visita al Sig. Maggi. Che ne dici, Jack?
‒ Mi sembra un’idea sensata.
Capitolo 4. La Cascina Bibbiena
Un lungo stradone alberato lastricato di ghiaia portava all’ingresso della cascina.
Andrea suonò il citofono, senza ottenere risposta.
Quando stava per desistere, vide un furgone avvicinarsi con a bordo due persone, di cui una armata.
Un uomo grande e grosso scese dall’auto.
‒ Che cosa volete?
‒ Solitamente accogliete le persone così, armati fino ai denti?
‒ Le ho chiesto lei chi è?
‒ Sono Andrea Gatti, Questore della Polizia Locale di Mortara. Devo chiederle di abbassare l’arma, se non vuole finire nei guai. ‒ Avanzò mostrando il distintivo.
L’uomo abbassò subito la guardia, buttando un’occhiata anche all’altro che era con lui.
‒ Mi scusi, è che abbiamo subito diversi furti ultimamente, e hanno danneggiato la nostra proprietà.
‒ Lei quindi è il proprietario?
‒ No, il padrone non si trova in casa adesso.
Andrea si avvicinò al cancello e l’uomo seguì il suo incedere.
‒ Gli dica di chiamarmi, allora. A pochi chilometri da qui, proprio nei vostri stessi campi, si è svolto un omicidio.
‒ Un omicidio?? — L’uomo apparve come scosso da un brivido.
‒ Proprio così. Mi faccia chiamare dal proprietario, per cortesia. È molto importante.
‒ Certamente, sarà fatto.
Durante il viaggio di ritorno Andrea fu molto silenzioso, non proferì parola neppure riguardo alle sue prime impressioni sulla visita alla cascina.
Non era da lui. Jack D. comprese che c’era qualcosa che lo rendeva inquieto.
‒ Non riesco ancora a capire perché sia successo proprio a me. Proprio a me che non riesco ad accettarlo.
‒ Mia madre sosteneva che dobbiamo accettare quello che la vita ci manda. Arriva una malattia? Ebbene, la accetti; lo stesso valga per la ricchezza, la solitudine, la gioia, una persona sgradevole nella quale incapperai spesso o anche solo una volta, o una faccenda rognosa da risolvere. Possa tutto ciò che non potrai cambiare, trovare il tuo accoglimento, la tua accettazione. Che non si traduce nel restare inerme, ma nel trattare quel che avviene come fosse un miracolo occasionale. Vedere in ogni cosa un miracolo è la prima parte dell’evoluzione. Ma mia madre era un’idealista. Io cerco di essere più concreto, tanto da apparire disilluso agli occhi degli altri. Mi dispiaccio per questo: la gente pensa che essere concreti sia un male. Io invece ritengo che sia necessario per salvarsi da molte situazioni: è come stare ad osservare da lontano una scena e coglierne le centinaia di particolari; osservare e scrutare ogni persona da lontano, usare la lente di ingrandimento per le cose più piccole e poi sommare gli indizi, anche i più grandi. Non è questo che fai anche tu, con il tuo lavoro?
Andrea pensò e ripensò a quelle parole, instillando ancor di più dentro sé il dubbio che qualche elemento potesse essere sfuggito al suo controllo.
Qualcosa di piccolo o grande, eppure presente.
Lasciò Jack a casa e ripartì, come in preda a una furia.
Tratto da “La stanza degli specchi”
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