La stanza degli specchi – Capitoli 9 e 10

9.

La stanza degli specchi

I funerali di Matilda si svolsero nel completo silenzio. La ragazza non aveva nessun parente, solo qualche documento immacolato che serviva a identificarla nel mondo. Nessuno si era presentato, neppure per il riconoscimento. Solo Andrea sapeva cosa volesse dire amarla nel profondo. Lui e Jack D., insieme a qualche collega di Andrea condussero la salma al cimitero urbano. 

Fu un momento molto triste anche per Jack che ricordò il giorno del funerale di Clara. 

Che cosa era la stanza degli specchi?

Ma soprattutto, a chi doveva porre quella specifica domanda?

Iniziarono a cercare su Internet per comprendere che cosa fosse la stanza degli specchi.

Ne uscì il titolo di un romanzo, una serie tv americana con Charles Bronson e un locale ormai chiuso che era una specie di bordello degli anni cinquanta che aveva sede a Ferrara.

Nessun altro indizio. Un altro chiacchierone ubriacone dei Pub che tentava di depistare le indagini.

Nel corso di tre settimane in centrale avevano ricevuto più chiamate di presunti testimoni oculari, che denunce per furti.

Andrea cominciava ad essere impaziente, sempre più iracondo e insoddisfatto.

Forse in cuor suo cominciava a concepire l’idea che Matilda fosse morta per mano di ignoti e non ci fosse molto altro da fare, la verità ci avrebbe messo troppo tempo per emergere.

Eppure non poteva finire così. Matilda meritava giustizia, così come ogni vittima.

Frattanto, giunsero i risultati degli esami scientifici del DNA sui frammenti di pelle ritrovati sotto le unghie.

Dal materiale organico emerse che i residui organici appartenevano ad un maschio caucasico, presumibilmente sulla quarantina. La vittima presentava gli stessi residui anche in corrispondenza dell’addome, unitamente a piccole porzioni di sangue e liquidi di colui che l’aveva abusata.

Fu una rivelazione ancora più scioccante.

Dopo settimane un piccolo spiraglio si apriva e Andrea seguitò ad indagare.

Nel frattempo il mandato di perquisizione era giunto nelle sue mani quasi per miracolo, considerato che non c’erano valide motivazioni che spingessero a sospettare del proprietario della cascina.

Il particolare del nastro giallo e dell’uomo che aveva parlato della stanza degli specchi avevano convinto il Magistrato che forse potesse essere opportuno controllare più accuratamente. 

Da ulteriori indagini emerse infatti che Maggi non era completamente pulito. Diversi anni fa aveva ricevuto una condanna per detenzione illegale di armi non autorizzate e incitamento alla prostituzione.

Eppure Andrea non lo riteneva capace di un simile gesto; non era così giovane, non era prestante e le coltellate erano state inferte da qualcuno dotato di una forza incontrollabile. Si trattava di un delitto passionale, legato a questioni finanziarie.

Inoltre l’uomo era stato così disponibile da non destare i suoi sospetti.

Andrea aveva ormai raggiunto una vasta esperienza con simili casi, al punto che fu quasi certo che quello sarebbe stato un ulteriore buco nell’acqua.

10.

Matilda

Le ho viste portare fiori e poi fuggire via

E provare a dire qualcosa in un italiano strano

Io le ho viste coi capelli di sabbia raccolti nei foulards

E un dolore nuovo e lontano tenuto per la mano.

‒ Voglio portarti al mare.

Andrea accarezzava piano il profilo di Matilda, lasciando che le sue mani non perdessero neppure un dettaglio di quella bellezza giovane.

‒ Il mare mi fa paura. Ci sono punti dove non si tocca.

Un’innocenza mai vista prima di allora, raccolta in un groviglio di occhi e capelli tinti di rosso, pronti a mostrare una tenerezza sconosciuta al mondo.

Matilda era una donna bellissima, di una bellezza rara, non solo perché fosse bella dal punto di vista oggettivo del termine. Quello che di lei colpiva era il fatto che portasse negli occhi la sua storia. C’era uno strato spesso come il cemento che la separava dagli altri.

Lei e Andrea si erano conosciuti a Milano, poco prima di Natale. Faceva la hostess per un evento organizzato dall’associazione disabili di cui la sorella di Andrea era la presidentessa.

Venne subito attratto da lei e rapito da quei lunghi capelli rossi che apparivano come un velo dietro cui tentava di nascondersi.

Poche parole, molti sguardi e tra i due era scoppiata la scintilla. Andrea raggiungeva Matilda appena poteva; gli incontri si susseguirono più e più volte, fino a quando divenne una vera e propria relazione, seppure ci fosse sempre un alone di mistero che Matilda tendeva a mantenere. Odiava specchiarsi, come se il suo riflesso le procurasse vergogna.

Non rivelò mai ad Andrea dove vivesse né da quale passato provenisse.

Solo una volta, mentre erano a letto, gli aveva confessato di avere avuto un’infanzia difficile con una sorella che era stata crudele con lei e un padre violento che la picchiava con la cinghia; confessò di aver provato una felicità immensa nel giorno della morte del padre, una felicità della quale si vergognava e che ancora bruciava dentro di lei. Nel raccontare quella storia, tutta la vicenda assunse i contorni di un horror, al punto che per Andrea divenne difficile riuscire a riportarla alla serenità.

Probabilmente le ferite di Matilda erano più vistose di quanto non lasciasse trasparire.

Andrea amava ogni lato di quella donna, anche il suo accento dell’Est molto pronunciato che le faceva aggrovigliare la lingua mentre tentava di pronunciare determinate parole.

A quel punto un sorriso si apriva su quel volto sbarazzino e gli occhi si spalancavano come quelli di una bambina, la mattina di Natale.

Matilda fu un regalo importante nella vita di Andrea. Forse, il più importante.

Non restava che il ricordo di quella donna.

Una nostalgia che non serve, che ti consuma e non fa che accrescere il senso di impotenza.

Tratto da “La stanza degli specchi

È vietata la copia e la riproduzione dei contenuti e immagini in qualsiasi forma.
È vietata la redistribuzione e la pubblicazione dei contenuti e immagini non autorizzata espressamente dall’autore.

Copyright © 2024 · Gaia Fabiani · all rights reserved.

La stanza degli specchi – Capitoli 7 e 8

7.

Un indizio è pur sempre un indizio…

Il telefono di casa squillò intorno alle 11. Jack D. aveva quasi paura di rispondere.

Per quella stessa paura non aveva nemmeno portato fuori Zed che continuava ad abbaiare reclamando la sua uscita giornaliera.

‒ Pronto, chi è?

‒ Chi vuoi che sia? Sono io, Andrea, sono l’unico ad avere il tuo numero.

‒ Non direi che sei l’unico! Ieri sera ho ricevuto una telefonata che mi ha messo in allarme!

‒ Quale telefonata?

‒ Ho il terrore di parlarne così, ora. Non hai sentito il messaggio in segreteria? Devi venire qui, io non voglio più parlare al telefono!

Jack si dimostrò risoluto, oltre che impaurito.

Andrea si precipitò a casa sua, trovando tutte le finestre serrate.

‒ Pensavo che nel frattempo avessi cambiato idea e fossi uscito, qui è tutto chiuso. Non è mai successo che tu chiudessi tutte le finestre!

‒ È quello che succede quando vieni minacciato da qualcuno al telefono. Ieri sera qualcuno era qui fuori da casa mia, e mi spiava dal cancello dietro la siepe.

‒ Non essere assurdo, sarà suggestione la tua. Forse non dovrei continuare a coinvolgerti in questa storia.

‒ Non essere ridicolo. Io ho paura per davvero, Andrea! C’è qualcuno che mi osserva e non vuole che io ti aiuti in questa storia. E poi come puoi chiedermi di restarne fuori dal momento che io ho trovato il corpo di quella ragazza!! Devo farmi un tè, ho bisogno di un tè, devo rilassarmi.

Cominciò a farfugliare agitato, sbattendo tutti gli stipetti della cucina.

‒ Lo faccio io il tè, basta che ti calmi. Sono andato alla cascina e ho parlato con Maggi, ho avuto l’impressione che fosse pulito ma qualcosa mi ha insospettito quando stavo per uscire: un dettaglio sul nastro giallo che avvolgeva le balle di fieno. Era lo stesso del fieno trovato vicino al corpo di Matilda.

‒ Mio dio…credi che sia coinvolto nell’omicidio?

‒ Se non è Maggi quello coinvolto, c’è qualcuno che lavora per lui che senza dubbio potrebbe dirmi di più su questa storia. Ho bisogno di un mandato autorizzato dal Magistrato.

‒ Loro sanno che frequentavi quella ragazza? I tuoi colleghi e altre persone, intendo.

‒ No, nessuno sapeva nulla perché era troppo giovane e si vergognava di far sapere che stava con un uomo più grande di lei.

‒ È un vero peccato. L’amore non ha età. Il tempo non conta niente di fronte a un sentimento come l’amore.

‒ Dici una cosa vera. Ed io la amavo, te lo giuro, non so esprimere quello che sto sentendo, non dormo da quattro giorni. Ormai non ragiono più lucidamente.

Andrea era visibilmente stanco. Decise di restare a casa dell’amico tentando di rintracciare il Magistrato per ottenere il mandato.

Jack ebbe incubi per tutta la notte.

Nei suoi sogni c’era Matilda, il suo corpo dilaniato dalla violenza e infine Clara, che gli sorrideva, seduta sulla poltrona intenta a leggere alcuni passi della Bibbia.

Fu una notte interminabile.

8.

La ricomparsa

Come uno che afferra le ombre e insegue il vento, così chi si appoggia ai sogni.

Siracide

Clara amava leggere le parole della Bibbia. Era una fervente cattolica, frequentava la Chiesa e da piccola era stata anche chierichetta.

Jack non credeva più a nulla ma di tanto in tanto, reclamava quel Dio implorando la sua pietà Divina.

Dio avrebbe potuto salvare una donna devota come Clara?

Dio avrebbe potuto fermare colui che aveva ucciso Matilda?

Matilda era davvero coinvolta in un giro di prostituzione?

Doveva avere dei segreti inconfessabili, senza dubbio, proprio per questo era stata fatta tacere per sempre.

Andrea rimase tutto il tempo in attesa di una risposta dai piani alti per ottenere il tanto bramato mandato, ma non arrivò nessuna risposta.

Decise di prendere un giorno tutto per sé che passò insieme a Jack D., leggendo alcuni passi della Bibbia.

‒ Tu credi in quello che leggi? ‒ Andrea lo guardò con gli occhi visibilmente lucidi.

‒ Non ne sono stato sempre così certo. Passo la maggior parte del tempo a interrogarmi sulla natura contraddittoria dell’uomo, di questo essere fatto a immagine e somiglianza di qualcuno che non vedremo mai. Mi sento forse più vicino a mia moglie, quando apro questo libro. È come se ci fosse lei a guidarmi e mi sento sicuro, ecco perché lo tengo in questo cassetto accanto alla poltrona dove di solito si sedeva lei.

‒ Allora continua pure a leggere.  

Vi vergognerete delle querce di cui vi siete compiaciuti, arrossirete dei giardini che vi siete scelti, poiché sarete come quercia dalle foglie avvizzite e come giardino senza acqua. Il forte diverrà come stoppa, la sua opera come scintilla; bruceranno tutte e due insieme e nessuno le spegnerà.

Sfogliarono diversi passi di Siracide fino ad annoiarsi.

‒ C’è una donna che mi scrive costantemente. Sono certo che nutra un interesse nei miei confronti, ma io non rispondo quasi mai. Preferisco rimanere da solo, piuttosto che contornarmi di donne che non mi darebbero comunque ciò che voglio. E se mi chiedi cosa voglio, in realtà non so rispondere con precisione. Credo di volere quello che vogliono tutti, un po’ di pace su cui contare e bei ricordi da lasciare, in coloro che resteranno.

Jack D. strinse con entrambe le mani i bordi della poltrona.

‒ Io quello che mi bastava credevo di averlo già. Da quando mia moglie è scomparsa, mi sono chiesto se fosse davvero così, cioè se avevo davvero quello che mi rendeva felice già prima. Credo di non essere mai stato davvero felice, nemmeno un tempo. Forse la verità più profonda è che non sono tagliato per il matrimonio.

‒ Il matrimonio è una trappola per topi, Jack D..

‒ Non puoi saperlo, non sei mai stato sposato.

‒ Ma tu sai che è vero.

Andrea gli diede una gomitata, canzonandolo.

‒ A questo punto potrei dire di sì. Una trappola bella grossa e stretta stretta. Stai ancora scrivendo per lei?

‒ Ogni giorno. Lo faccio come se fosse un esercizio contro il dolore.

‒ E se fosse la distanza a rendere tutto più potente? Voglio dire, se fosse la distanza a far aumentare l’amore? Amiamo perché non possiamo più dire certe cose all’altra persona, non possiamo più viverla, abbracciarla e parlarle e proprio a causa di questa distanza aumenta la nostalgia.

La sera era ormai giunta e Jack D. uscì per chiudere le finestre.

Nuovamente alle sue spalle ricomparve quell’ombra che aveva già visto la sera precedente.

‒ Ancora tu, ma chi diavolo sei. Andrea, vieni subito!!!

Alla vista di Andrea, l’uomo alzò le braccia e si avvicinò quel tanto che bastava per restare ancora nell’ombra.

‒ Chiedetegli della stanza degli specchi e dell’Orfanotrofio Merula.

‒ Chi sei, di che diavolo parli? ‒ Andrea intimò all’uomo di presentarsi.

‒ Solo uno che vuole aiutarvi, capirà a tempo debito come arrivare a risolvere questo caso.

L’uomo si allontanò a gran velocità prima che potessero raggiungerlo.

Andrea rimase nuovamente scosso per quell’avvenimento, già provato per tutto il trambusto mediatico e giudiziario che si era aperto dal ritrovamento di Matilda.

Che collegamento c’era tra l’Orfanotrofio Merula, e Matilda?

Doveva e voleva scoprirlo.

Tratto da “La stanza degli specchi

È vietata la copia e la riproduzione dei contenuti e immagini in qualsiasi forma.
È vietata la redistribuzione e la pubblicazione dei contenuti e immagini non autorizzata espressamente dall’autore.

Copyright © 2024 · Gaia Fabiani · all rights reserved.

In sottofondo https://youtu.be/ZWe5ml8Zb74?si=B2MyuCMm2AaaUqO4

La stanza degli specchi – Capitoli 5 e 6

Capitolo 5. L’uomo misterioso

Andrea non chiamò per tutto il resto del giorno. 

Nel frattempo Jack si era recato al 9210, un Pub vicino a casa e aveva ordinato il solito London Dry.

Sentì due uomini mormorare alle sue spalle.

‒ Hai sentito di quella ragazza? Pare che sia stata uccisa mentre la violentavano.

‒ A me non sembra di avere sentito che sia andata così. Pare che abbia corso per chilometri prima di essere presa e uccisa. ‒ bisbigliò un altro, ancora.

‒ Ma che vai dicendo? È stata ammazzata perché era una prostituta, stava battendo, deve averla uccisa qualcuno del giro.

Jack D. era confuso. In una piccola realtà come quella, un paese di circa 15 mila abitanti, udire pettegolezzi e frottole varie non era una novità. Ma quel cicaleccio lo irritava, gli procurava insofferenza. Aveva voglia di battersi il petto perché era stato lui a trovarla, lui per primo aveva visto quel corpo dilaniato dalla tirannia di uno sconosciuto, lui era il primo a voler difendere e proteggere il suo amico.

Lasciò il Pub rattristato, con le mani in tasca e Zed al guinzaglio.

Giunte le nove di sera, mentre la televisione trasmetteva le solite notizie nefaste, il telefono di casa squillò.

‒ Ce ne hai messo di tempo per chiamarmi.

‒ Avresti dovuto farti gli affari tuoi!

Una voce sconosciuta e profonda lo minacciava.

‒ Chi parla?? 

Non fece in tempo a proseguire, che avevano già interrotto la comunicazione.

Chiamò subito Andrea, che non rispose. Decise di lasciare un messaggio in segreteria.

‒ Andrea, devi chiamarmi subito. Qualcuno mi ha telefonato per minacciarmi!

Uscì per chiudere subito le finestre della cucina.

Fece appena in tempo ad alzare lo sguardo; un’ombra scura e alta vestita con un cappotto lungo e un cappello nero, lo stava osservando.

‒ Chi c’è lì? 

Zed uscì di colpo abbaiando, e l’ombra si dileguò facendo perdere le sue tracce.

A quel punto Jack si sentì davvero spaventato. Doveva esserci qualcosa di più dietro alla morte di quella ragazza.

‒ Nulla avviene per caso ‒ Lo ripeté tra sé e sé più volte restando inchiodato alla poltrona.

Capitolo 6. Il sopralluogo

Era finalmente giunta la chiamata da parte di Maggi, il proprietario della Cascina Bibbiena. 

Andrea aveva deciso di andare lì da solo senza consultare nessuno, perché voleva andare a fondo in quella storia.

La cascina si presentava come un comprensorio di più casolari, con diverse stalle e molti operai che lavoravano per il Sig. Maggi, un uomo distinto per nulla simile ai suoi operai che apparivano rozzi, quasi tutti tarchiati e con mani grossolane, indice del grande lavoro svolto per una vita.

Una grande fontana troneggiava al centro della proprietà. Andrea ebbe l’impressione di trovarsi di fronte a una piccola impresa di lusso, più che una modesta cascina agricola.

Il Sig. Maggi non si dimostrò affatto nervoso, fu un padrone di casa molto collaborativo e si disse rammaricato del fatto che nei terreni di sua proprietà fosse stato consumato un delitto tanto efferato.

Offrì da bere ad Andrea, che rifiutò, più che mai determinato a svolgere il suo lavoro con la diligenza che gli si addiceva.

‒ Sono costretto a chiederglielo nuovamente, non ha mai visto questa ragazza?

Andrea mostrò a Maggi la foto di Matilda. Un lampo rosso come i capelli della ragazza, attraversò il suo sguardo; poi alzò gli occhi al cielo e con estrema calma ripose la foto nelle mani di Andrea.

‒ Credo che mi sarei ricordato di un così bel fiore, semmai l’avessi vista. Torno a ripetere, non la conosco. Adesso, se vuole scusarmi, avrei molto lavoro da fare. A meno che lei non voglia arrestarmi devo congedarmi, perché ho molte cose da fare.

‒ D’accordo, si ricordi di chiamarmi se dovesse avere delle novità o se qualcuno dei suoi uomini dovesse ricordare qualcosa. Gliene sarei molto grato.

Maggi annuì con un piccolo cenno della testa e lo congedò con gentilezza.

Uscendo per raggiungere la macchina, Andrea notò un dettaglio che lo lasciò colpito: le balle di fieno che venivano utilizzate come foraggio erano legate da un nastro giallo che le avvolgeva, proprio quello che era stato rinvenuto sulla scena del crimine, vicino al volto di Matilda.

Andrea ebbe la sensazione che fosse lo stesso usato per strangolare e terminare la ragazza se non fosse morta per le coltellate.

‒ Solo un’ultima cosa, Sig. Maggi. ‒ si voltò verso l’uomo con un ghigno di sfida.

‒ Parli e chieda pure. ‒ tuonò quasi scocciato.

‒ Le balle di fieno sono della sua azienda o gliele fornisce qualche ditta esterna?

‒ Sono nostre, mi costerebbe troppo farle produrre da altri. Qui tutto è di nostra produzione.

‒ La ringrazio per il tempo che mi ha dedicato. 

Andrea lasciò la cascina con la consueta impazienza.

ph: Kenneth Josephson

Tratto da “La stanza degli specchi”

È vietata la copia e la riproduzione dei contenuti e immagini in qualsiasi forma.
È vietata la redistribuzione e la pubblicazione dei contenuti e immagini non autorizzata espressamente dall’autore.

Copyright © 2024 · Gaia Fabiani · all rights reserved.

Cose che non capirò mai.

Ci sono un sacco di cose che di questa vita non capisco.

Il male che arriva e poi ci lascia un vuoto.

Un abbraccio che volevamo dare e non abbiamo dato.

L’afferrare stretto cose che non ci appartengono.

Le chiamate perse per questioni di orgoglio.

Le attenzioni date a chi spesso non ci considera neanche.

I momenti che passano come note nel vento.

La tristezza che assale alla una notizia di una malattia o di una morte inaspettata.

Di poche cose ricordiamo l’inizio.

Eppure l’inizio era tanto bello, con l’eccitazione delle prime volte e ancora niente da dirsi, niente da afferrare, niente da perdere.

Godetevi ogni giorno, non tenete nulla per voi ma distribuite con generosità il più possibile i semi che restano di voi.

Letizia Turrà

In sottofondo https://www.youtube.com/watch?v=63E8netP2xM

Capitoli 3 e 4- La stanza degli specchi

Fabian Perez

Il sonno fu interrotto dallo squillo del telefono di casa.

‒ Pronto.

‒ Scusa se ti ho disturbato, sono io. Puoi venire da me? La voce all’altro capo del telefono era quella di Andrea. ‒ Ho bisogno di parlarti. ‒ Si sentiva che era sconvolto.

‒ Si…mi vesto e vengo da te. ‒ disse senza esitare.

Innumerevoli pensieri attraversarono la mente mentre si dirigeva in auto al comando di Polizia.

Andrea si trovava nel suo ufficio, avvolto da una coltre di fumo. Il posacenere era pieno di mozziconi di sigaretta e le finestre erano praticamente socchiuse. Dall’unica fessura delle persiane, penetrò appena un filo di luce che inondò il volto di Andrea.

‒ Ti chiedo scusa per il disordine ma sai, non ho avuto tempo di rimettere in ordine, in questo momento tutto ha perso interesse ai miei occhi.

‒ Credo di capire come ti senti. E comunque il disordine non è mai stato un problema per me, vedessi casa mia. Comunque…mi hai chiamato come se avessi qualcosa di importante da dirmi. Hai qualche novità sul caso?

‒ Purtroppo sì. Ho parlato con il medico legale, Matilda è stata uccisa con tredici coltellate all’addome, la morte è avvenuta presumibilmente intorno alle 6 del mattino per dissanguamento.

‒ Le sei del mattino? Praticamente due ore prima che io mi trovassi lì a passeggiare con Zed! ‒ Lo interruppe Jack.

‒ Già, sembra che abbia anche tentato di difendersi, lo confermano i frammenti di pelle trovati sotto le sue unghie. I jeans erano abbassati perché è stata violentata prima di essere accoltellata.  Il fax che mi ha mandato riporta queste parole: 19 anni, un metro e settantuno centimetri, peso 70 kg, capelli rossi, corporatura media. La vittima presenta vistose ferite a carico dell’addome. La sclera si presenta diafana e traspare il pigmento coroideo agli angoli dell’occhio.

Le unghie presentano striature e sono sporche alla base di materiale genetico e terroso, un segno che la vittima abbia lottato a lungo con l’aggressore. La rigidità cadaverica è presente per via del processo di autolisi. Sono stati eseguiti esami radiografici dai quali non sono emerse fratture di nessun genere; il corpo non presenta segni di operazioni, amputazioni o cicatrici; nessun segno di altra natura, nessun tatuaggio.  Sulle ginocchia e sul collo sono presenti ecchimosi; la mano destra presenta un alone sul dito anulare destro, indicante la presenza di un anello piuttosto grande, non rinvenuto al momento del ritrovamento. All’interno della bocca, sui tessuti molli della mucosa orale sono presenti vistose vescicole.

LIVOR MORTIS

Sul corpo ci sono evidenti ecchimosi, in maggiore quantità in corrispondenza delle braccia e delle gambe.

ALGOR MORTIS

La temperatura del corpo della vittima si aggira intorno ai 10-12°, compatibili con le 48 ore dal momento del decesso. Nello stomaco sono stati trovati i resti di un pasto vegetariano.

Andrea si alzò di scatto, mordendosi una mano per la rabbia.

Jack D., inchiodato alla sedia, si sentiva confuso per tutti quei termini.

‒ Se vuoi possiamo anche parlarne in un altro momento, non sei costretto a farlo. 

‒ No, non mi servirebbe a niente aspettare. Quelle vesciche sono dovute a una bustina di eroina che le hanno ficcato in bocca. Sono certo che non avesse niente a che fare con quella roba. Era una brava ragazza, non una drogata. Qualcuno le ha fatto questo perché voleva che tenesse la bocca chiusa.

‒ Aveva visto troppo, forse.

‒ Sì, aveva visto troppo, solitamente quello è il segnale che indica che l’assassino volesse farla tacere. 

‒ Adesso cosa pensi di fare? 

Andrea assunse uno sguardo colmo di rabbia, una rabbia simile al fuoco che brucia occhi e gola.

‒ Andiamo.

‒ Dove!? ‒ esclamò Jack sorpreso.

La strada verso il luogo del delitto sembrò lunga, tanto più lunga del solito, sebbene Jack la conoscesse perfettamente.

La scena era stata recintata dalla scientifica. Andrea si avvicinò cercando elementi che potessero essere sfuggiti ai colleghi, giunti poco prima di lui sulla scena del delitto.

‒ Ci sono altri elementi che il medico legale ti ha fornito? 

‒ Non moltissimi, ma al telefono mi ha svelato un particolare che mi ha colpito: ha detto che le scarpe di Matilda erano pulite, le suole non erano sporche di fango, quasi come se fosse stata condotta fino a qui e poi le scarpe le fossero state messe addosso quando era già esanime.

Improvvisamente, scorsero la sagoma di qualcuno arrivare nella nebbia.

Sembrò quasi si trattasse di una visione.

La figura era di un uomo corpulento, vestito come un campagnolo.

‒ Buongiorno. Cosa è successo qui? Perché quest’area è recintata?

‒ C’è un’indagine in corso, c’è stato un omicidio. Sono Andrea Gatti, l’agente che se ne sta occupando. Lei vive da queste parti?

‒ Io non c’entro niente con tutto questo!! ‒ l’uomo fece dei passi indietro.

‒ Non si agiti, dopotutto è lei che si è avvicinato a una scena del crimine ed io ho il diritto di farle delle domande.

‒ Volevo solo sapere cosa è successo, lavoro qualche volta in questi campi per il proprietario della cascina, perciò mi sono incuriosito.

‒ Ho sempre odiato i curiosi. ‒ Andrea lo guardò in tralice.

L’uomo, intimorito, indietreggiò ancora di qualche passo.

‒ Ha detto che lavora per qualcuno qui vicino. È corretto? ‒ Jack irruppe nella discussione.

‒ Io…sì, lavoro per il Signor Maggi, proprietario della cascina Bibbiena.

‒ Come posso rintracciarlo? ‒ incalzò Andrea.

‒ Può provare a telefonargli, al citofono non rispondono mai, sono molto occupati con l’Azienda agricola.

‒ Davvero? ‒ Andrea ritornò ad essere dubbioso.

‒ Sì, la cascina si trova non molto lontano da qui.

‒ Potrebbe fornirmi l’indirizzo? Lo scriva qui sul mio taccuino.

L’uomo scrisse, riconsegnò il blocco nelle mani di Andrea e poi si allontanò rapidamente senza voltarsi indietro.

I due amici si guardarono con stupore.

‒ Credo sia il caso di fare una visita al Sig. Maggi. Che ne dici, Jack?

‒ Mi sembra un’idea sensata.

Capitolo 4. La Cascina Bibbiena

Un lungo stradone alberato lastricato di ghiaia portava all’ingresso della cascina.

Andrea suonò il citofono, senza ottenere risposta.

Quando stava per desistere, vide un furgone avvicinarsi con a bordo due persone, di cui una armata.

Un uomo grande e grosso scese dall’auto.

‒ Che cosa volete?

‒ Solitamente accogliete le persone così, armati fino ai denti?

‒ Le ho chiesto lei chi è? 

‒ Sono Andrea Gatti, Questore della Polizia Locale di Mortara. Devo chiederle di abbassare l’arma, se non vuole finire nei guai. ‒ Avanzò mostrando il distintivo.

L’uomo abbassò subito la guardia, buttando un’occhiata anche all’altro che era con lui.

‒ Mi scusi, è che abbiamo subito diversi furti ultimamente, e hanno danneggiato la nostra proprietà.

‒ Lei quindi è il proprietario?

‒ No, il padrone non si trova in casa adesso. 

Andrea si avvicinò al cancello e l’uomo seguì il suo incedere.

‒ Gli dica di chiamarmi, allora. A pochi chilometri da qui, proprio nei vostri stessi campi, si è svolto un omicidio. 

‒ Un omicidio?? — L’uomo apparve come scosso da un brivido.

‒ Proprio così. Mi faccia chiamare dal proprietario, per cortesia. È molto importante.

‒ Certamente, sarà fatto.

Durante il viaggio di ritorno Andrea fu molto silenzioso, non proferì parola neppure riguardo alle sue prime impressioni sulla visita alla cascina.

Non era da lui. Jack D. comprese che c’era qualcosa che lo rendeva inquieto.

‒ Non riesco ancora a capire perché sia successo proprio a me. Proprio a me che non riesco ad accettarlo.

‒ Mia madre sosteneva che dobbiamo accettare quello che la vita ci manda. Arriva una malattia? Ebbene, la accetti; lo stesso valga per la ricchezza, la solitudine, la gioia, una persona sgradevole nella quale incapperai spesso o anche solo una volta, o una faccenda rognosa da risolvere. Possa tutto ciò che non potrai cambiare, trovare il tuo accoglimento, la tua accettazione. Che non si traduce nel restare inerme, ma nel trattare quel che avviene come fosse un miracolo occasionale. Vedere in ogni cosa un miracolo è la prima parte dell’evoluzione. Ma mia madre era un’idealista. Io cerco di essere più concreto, tanto da apparire disilluso agli occhi degli altri. Mi dispiaccio per questo: la gente pensa che essere concreti sia un male. Io invece ritengo che sia necessario per salvarsi da molte situazioni: è come stare ad osservare da lontano una scena e coglierne le centinaia di particolari; osservare e scrutare ogni persona da lontano, usare la lente di ingrandimento per le cose più piccole e poi sommare gli indizi, anche i più grandi. Non è questo che fai anche tu, con il tuo lavoro? 

Andrea pensò e ripensò a quelle parole, instillando ancor di più dentro sé il dubbio che qualche elemento potesse essere sfuggito al suo controllo.

Qualcosa di piccolo o grande, eppure presente.

Lasciò Jack a casa e ripartì, come in preda a una furia.

Tratto da “La stanza degli specchi”

È vietata la copia e la riproduzione dei contenuti e immagini in qualsiasi forma.
È vietata la redistribuzione e la pubblicazione dei contenuti e immagini non autorizzata espressamente dall’autore.

Copyright © 2024 · Gaia Fabiani · all rights reserved.