La casa dello straniero – Capitolo 2

Non terrorizzate i vostri bambini con la vita eterna. Ditegli che da morti si diventa alberi.

I grandi alberghi degli uccelli.

Diego Cugia

Ci insegnano a crescere secondo determinati principi; instillano in noi concetti sacri e profani fin dalla nascita, veniamo sopraffatti da messaggi subliminali in continuazione. Tutti ci spiegano la vita, nessuno ci spiega la morte.

La verità è che non siamo mai pronti per “il momento che verrà”. – Vegliate, perché non sapete quando la morte arriverà – dovrebbero dirci i nostri genitori. Invece il pacchetto di bugie è talmente grande, che finiscono per crederci anche loro a quelle fantasie che professano.

Diventiamo cibo per gli uccelli sul terreno, proprio come Matilda, e diventiamo cibo per i vermi, quando siamo sottoterra.

Finiamo per arricchire il suolo su cui siamo stati per un medio o lungo termine durante la nostra vita.

Da quando si era trasferito da Londra a Mortara, la vita di Jack era stata completamente stravolta da una serie di eventi.

Sua moglie Clara desiderava tornare nel luogo in cui era nata, così avevano acquistato la vecchia casa del nonno in Via dei Martiri, su espressa richiesta della donna.

Due anni dopo, una leucemia aveva portato via la sua Clara e tutti i loro progetti futuri.

Andrea era l’unico amico che gli era stato vicino, senza farlo mai sentire uno straniero. Si erano conosciuti per caso, anche se Jack non credeva nel caso; ogni evento, infatti, accade sempre per un motivo specifico.

Non era nemmeno un caso il fatto che fosse stato proprio lui a ritrovare Matilda, la fidanzata del suo più caro amico.

Si guardò intorno come fosse un estraneo. La casa mostrava tutti i segni della decadenza: la poltrona antica e logorata ereditata dal nonno di sua moglie, una lampada vecchia color crema vicino al tavolino da lettura, una vecchia televisione degli anni ottanta che trasmetteva ormai solo due canali e le tende, cariche del tabacco che Jack amava fumare.

‒ Che cos’è accaduto a quella ragazza, Zed? Signore, dammi la forza di aiutare il mio amico in questo momento.

Teneva le mani incrociate mentre il cane lo guardava e allo stesso tempo non poteva fornirgli le risposte alle mille domande che aleggiavano nella sua mente.

Devi trovare qualcuno di davvero fragile come te per affidargli ogni tuo segreto, ogni dettaglio, ogni lato oscuro che ti riguarda. Soltanto così avrai la garanzia che il tuo vivere non sia stato speso inutilmente. O forse tutto ciò che devi fare è trovare qualcuno pazzo come te, così da assolvere ogni tua caduta.

Cadde in un sonno profondo, guardando fuori dalla finestra la gente passare.

Tratto da “La stanza degli specchi”

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La stanza degli specchi di Gaia Fabiani- Capitolo 1

Il racconto a cui assisterete, è stato scritto nel gennaio del 2024 da una persona a me molto cara. Sto parlando di mia figlia Gaia.

Grazie a questo racconto, ha vinto nella categoria giovani il premio letterario “La Provincia in giallo” di Bianca Garavelli. L’intento del comitato organizzatore del Rotary Club Cairoli è che il Premio si connoti mettendo in luce testi di narrativa che appartengono al genere “giallo noir”, di autori italiani o in lingua italiana, che abbiano scelto l’ambientazione provinciale.

Ogni settimana metterò qui un capitolo, in modo che possiate leggerlo e gustarlo, come si gusta la vita: lentamente e intensamente.

Grazie a chi ci sarà.

1.

Una mattinata come tante altre

Nei mattini pallidi ancora imburrati di foschia

Risatine come monete soffiate nei caffè

Facce ingenue appena truccate di tenera euforia

Occhi chiari, laghi gemelli, occhi dolci amari.


Era una mattinata come tante, uguale alle altre.

Jack D. si trovava a spasso con Zed, un adorabile Bassett Hound, il quale quando non era occupato a fiutare profumi e odori della campagna pavese, trascorreva la maggior parte del tempo sul divano a poltrire accanto al suo padrone, in attesa del biscotto.

L’aria spessa e brumosa della campagna si insinuò nei suoi polmoni e stranamente si accorse di quanto avvertisse farsi più pesante il respiro nel petto.

Tutto a un tratto Zed sembrò inquieto, cominciò ad agitarsi e a scodinzolare senza un reale motivo. Forse era stata una volpe ad attrarre la sua attenzione o forse una talpa; o ancora, un topo quercino che tanto adora vivere in ambienti ricchi di vegetazione.

Ma non poteva essere così, Zed era esageratamente agitato. Duecento metri più in là numerosi uccelli si erano radunati formando quasi un cerchio, agitando le ali come in attesa dell’occasione di gettarsi nel mucchio e accaparrarsi qualcosa.

‒ Zed!! ‒ gridò a gran voce per richiamare il suo cane.

Il cane non sembrò dargli ascolto, era solo interessato a quel movimento degli uccelli.

Decise allora di avvicinarsi; man mano che i passi avanzavano, sentiva il corpo diventare sempre più affaticato e sofferente.

La scoperta che avrebbe fatto di lì a poco lo avrebbe lasciato sconvolto: il corpo di una giovane donna si trovava in posizione supina tra l’erba e il fango; si riuscivano a distinguere i lunghi capelli rossi, mentre il viso era stato ricoperto di fieno. Jack D. pensò subito che chi l’aveva ridotta in quello stato si era assicurato anche di non vedere il volto della vittima. 

Mentre Jack agitava le braccia tentando di far desistere gli animali dall’infierire su quel povero corpo, Zed forniva il suo contributo abbaiando contro le bestie selvatiche.

Non restava che chiamare Andrea, il suo amico della Polizia locale di Mortara. 

Avvenne tutto velocemente: prima la polizia accorse sul luogo per effettuare i primi rilievi, poco dopo arrivò Andrea, poi giunse la scientifica con la squadra mobile. Infine, il medico legale, che confermò la tesi dell’omicidio. 

Dai documenti contenuti nel portafoglio, risultava che il corpo della ragazza che Jack D. aveva trovato appartenesse a Matilda Swann, una diciannovenne originaria della Repubblica Ceca. 

Nonostante il freddo invernale di quei primi giorni d’ottobre, la ragazza indossava un top corto che lasciava intravedere la pancia.

I jeans erano molto stretti e calati fino alle ginocchia; sull’addome qualcuno le aveva inferto numerosi fendenti.

Se Jack D. era terrorizzato, quello che sin da subito apparve più turbato fu proprio Andrea.

Mentre curava il lavoro della scientifica, i suoi occhi si bagnarono di un velo di tristezza che Jack non poté fare a meno di notare.

Gli si accostò con la sua consueta moderazione.

‒ È sconvolgente.

‒ Avevo una relazione con lei. ‒ pronunciò con un filo di voce, guardandolo dritto negli occhi.

Jack non riusciva a crederci.

‒ Cosa? Non sapevo nulla di lei, non me ne hai mai parlato.

‒ Non l’ho fatto perché stavamo insieme da poco. Io ho 30 anni e una reputazione da difendere e lei ne aveva 19, mi era sembrato prematuro parlarne.

‒ Chi può averla ridotta così?

‒ Non lo so, Jack. Troverò il bastardo che le ha fatto questo.

Andrea si voltò di scatto, dandogli le spalle.

Jack non fu sorpreso nel vederlo così scostante. Al contrario, comprendeva perfettamente la portata del dolore che Andrea sentiva.

Lui sapeva bene che cosa si prova quando perdiamo qualcuno che abbiamo amato profondamente.

To be continued…

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#2025



Si può essere felici anche se non hai in progetto di fare nulla di spettacolare.
Si può essere sereni anche senza fare del male agli altri.
Si possono vivere momenti felici che non dovranno per forza essere immortalati.
Si può essere se stessi anche senza la paura di non piacere.
In questo momento della mia vita sto percorrendo, lentamente, un passo alla volta. Per alcune persone “impegnate” non sto facendo nulla; eppure vivo in uno stato di quiete pura, agganciata alle piccole cose che da tanto tempo non “annusavo”. 
Finalmente sfoglio le pagine di una vita cui anelavo, finalmente sorrido perché non devo fingermi qualcun altro tra persone che non mi rispettano.
Finalmente posso selezionare, un passo alla volta, e posso togliermi qualche sassolino molesto dalla scarpa.
FINALMENTE. POSSO.

Letizia Turrà
ph: Cristal Caporale