Chiudo gli occhi e mi preparo al prossimo giro. Di birra. Di vita.

Foto di David Seidner

Le tocco il cuIo(ne) e mi rendo conto che, nonostante la montagna di anni che mi porto sulle spalle, la cosa non passa inosservata ai piani bassi.

Lei sorride.

Per quanto di cattivo gusto, soprattutto all’interno di un locale pubblico, questo mio gesto da teenager in calore sembra farle piacere.

Abbiamo passato una vita insieme.

La verità è che mi auguro di poterle toccare il cuIo anche nel corso della prossima.

I nostri figli sono diventati genitori.

I loro figli, i nostri nipoti, sono invece alla prese con i primi amori.

Corrisposti e non.

Tutto come da copione.

Non sento più come una volta.

Sessant’anni fa il rumore prodotto dalle onde del mare contro gli scogli era la mia sveglia mattutina. Oggi, quando voglio fare una chiacchierata con gli amici, devo mettermi uno stupido aggeggio nell’orecchio.

Una specie di alveare pieno di api isteriche impiantato nel cervello.

Con lei è diverso.

Noi ci parliamo con gli occhi.

Basta uno sguardo ed è già tutto chiaro.

Poche parole.

Solo quando è necessario. Praticamente mai.

Dopo cinquant’anni di matrimonio, almeno un milione di sacchi di immondizia gettati nei vari cassonetti, e altrettanti rimproveri per non aver fatto, o per aver fatto ma non nel modo corretto, siamo ancora qui: nel pub di un paesino di provincia, aspettando che un sabato pomeriggio qualunque si trasformi in oscurità.

Lo so che fa ridere.

Due più che ottantenni seduti al banco di un bar a bere due pinte di Guinness.

Alla faccia della gastrite e della prostata ingrossata.

Sembra la scena di un film di Fellini.

Parlano di qualche mese.

Tre, forse addirittura sei.

Probabilmente quattro.

So che non dovrei prendermela troppo.

In fondo ho campato parecchio. Ci sono migliaia di bambini che muoiono ogni giorno. Anche ora: in questo preciso instante.

Se sommando le loro giovani età fino a raggiungere i miei anni, avessi la certezza che questa mia uscita di scena potesse salvare loro la vita, beh… me ne andrei più tranquillo.

So che non è così.

Non lo sarà mai.

Non esiste alcun contratto dove sta scritto che la vita è una questione di algebra.

Non esiste alcun contratto, per la verità.

Lei non lo sa ancora.

Non ho il coraggio di dirglielo.

Come si reagisce alla notizia che il tizio con cui dormi da più di mezzo secolo, tra qualche mese sarà solo un cuscino vuoto?

Non lo so.

Ho paura.

Non solo per me. Anche per lei.

La verità è che non siamo fatti per morire.

Lo so che sembra infantile come ragionamento, ma vi posso garantire che le cose stanno proprio così. Ogni giorno vivi la vita ai cento all’ora con la voglia matta di alzare il piede dall’acceleratore. Poi, senza alcun preavviso, si accende la spia rossa e allora ti fermi a fare rifornimento. Sali di nuovo in macchina, giri la chiave e – colpo di scena – non accade nulla. Il motore non ruggisce più. È morto. Ma com’è possibile? Ti chiedi. Stavo viaggiando alla velocità della luce proprio un attimo fa. Avevo dei progetti, degli assi nella manica da giocare al momento giusto, e ora invece mi ritrovo con le mutande calate all’altezza delle ginocchia in attesa che un corpo estraneo penetri nelle mie stanze e faccia piazza pulita.

Credetemi: anche a ottant’anni si fanno progetti.

E uno di quelli più ricorrenti, ironia della sorte, è proprio quello di non morire.

Comico, no?

– Ci facciamo un altro giro?

La guardo. E’ bellissima. Con il vestito a pois e gli occhiali in tinta.

– Perché no! – esclamo – In fondo…

Lascio la frase a metà.

Lei aggrotta le sopracciglia.

Forse ha capito.

Forse no.

Forse… chissà.

Faccio segno al barista di portarne altre due.

Lui annuisce.

– Hai ancora un gran bel cuIo – le dico aggiustandomi il berretto.

Lei sorride.

Una carezza sulla guancia.

Chiudo gli occhi e mi preparo al prossimo giro.

Di Birra.

Di Vita.

– A. Casalini

da Sessualita’ Sacra

DonnedOnNeDONNE©2012

E se invece dell’IA utilizzassimo l’intelligenza collettiva?

CO-HOUSING“, una parola che mi è piaciuta sin da subito. Per una come me, che nutre il sogno di costituire una Comunità come negli anni ’70, la condivisione di un territorio circoscritto in cui pochi esseri umani si aiutano e si sostengono, è un punto fermo (seppure sembri un’utopia per la massa).

Questo articolo trovato sul sito “Curiosando si impara” (scorri in fondo per il link) mi è piaciuto molto e ho voluto riportarlo qui.

Foto del sito Cohousing Solutions

Il co-housing è nato in Olanda ed in Danimarca negli anni ’70, partendo, soprattutto, dalle necessità delle giovani famiglie. A differenza del modello delle “comuni”, il co-housing permetteva di avere un’abitazione ad uso privato ed una propria economia domestica, ma anche di poter condividere attività come i lavori di casa, l’educazione dei bambini ecc. Si estese rapidamente sia in questi paesi che in molti altri come la Svezia, la Germania, gli Stati Uniti, il Canada, ecc.

Le motivazioni che portano le persone più anziane ad adottare questo tipo di vita sono differenti. Spesso, nascono per via del pensiero di un futuro che non si desidera, come per esempio: “non voglio essere un peso per i miei figli”“non voglio che nessuno decida per me il luogo in cui andrò a vivere”.
In principio, queste riflessioni possono risultare impulsive, ma l’idea si consolida e diventa più forte quando la persona vede il co-housing come un’enorme opportunità: invecchiamento attivo, supporto emotivo da parte di una comunità in cui ci si sente inclusi, risparmio economico, un ambiente di formazione in cui intraprendere progetti e che si adatta alle esigenze di ognuno che col tempo possono cambiare, molto divertimento.

Dopodiché, negli anni ’80, quando alcuni di questi pionieri iniziarono ad invecchiare, si resero conto che le loro esigenze erano diverse da quelle delle persone più giovani e, per questo, cominciarono a creare delle comunità “senior”. Si tratta di scelte personali: c’è chi pensa che confrontarsi con persone affini e che vivere insieme a gente della stessa età possa aiutare. In ogni caso, la vita in queste comunità è veramente intergenerazionale, poiché è aperta al quartiere o alla comunità più ampia.

Queste sono le caratteristiche che accomunano le co-housing di tutto il mondo:

È auto-promosso, con iniziative e design del gruppo.

È co-progettato, con un modello atto a favorire le relazioni tra vicini.

Esistono zone comuni significative, le quali sono un’estensione dell’abitazione.

È autogestito, con un’organizzazione che comprende la collaborazione per le attività comuni (commissioni, ecc,).

Non esiste gerarchia, i ruoli vengono suddivisi in modo naturale.

L’economia è privata e le case sono dotate di tutti gli elementi che garantiscono l’indipendenza di chi le vive.

Nell’immaginario comune le comunità co-housing di anziani vengono associate erroneamente ad un determinato modello che deriva dalle residenze per anziani: spesso vengono confuse con “appartamenti con servizi”, “senior resorts”, o “appartamenti sorvegliati”, dove non si possono trovare le sei caratteristiche menzionate in precedenza, principalmente per quanto riguarda l’autopromozione, l’autogestione e la mancanza di gerarchia.

Foto del sito Cohousing Solutions US

Il co-housing non può nemmeno essere definito per la composizione degli edifici, però si può riconoscere per il proprio disegno sociale. Di fatto, il co-housing assomiglia di più ad un piccolo quartiere o ad una comunità di vicini ben assortita, proprio perché viene creata con l’intenzione di vita collaborativa e di aiuto reciproco.

Il processo di creazione della comunità, prima della creazione del complesso abitativo, esige metodologie partecipative e strumenti di intelligenza collettiva. E, soprattutto, il desiderio di “far parte” (= partecipazione, in misura maggiore o minore) è una delle chiavi di questo stile di vita.

E voi, cosa ne dite? Vi piace questo concetto di intelligenza umana in un’epoca in cui sembra che sia l’intelligenza artificiale a farla da padrona?

Fonte sito Internet https://curiosandosimpara.com/2018/07/28/abitazioni-collaborative-sempre-piu-persone-scelgono-di-invecchiare-tra-amici/?fbclid=IwAR3MwjedqdHOX-0NBo8ECPRvzBr3lykKMMoA7ANfaicH3VdOZ8Ty1z_sfsA&utm_content=cmp-true

DisneiAmo al Gardacon di Montichiari sabato 11 novembre 2023

Io e Dayana, la nostra magica Tour manager
Giorgia Vecchini, la nostra direttrice artistica

Ancora una volta è stato un successo per DisneiAmo al Gardacon di Montichiari che si è tenuto presso la Fiera di Montichiari!!

Tanti amici sono venuti a trovarci e la gioia di fare musica con uno splendido pubblico lì presente è stata come sempre immensa!

Grazie infinite per le vostre storie, la partecipazione calorosa, i vostri abbracci durante il Meet & Greet…per tutto, insomma!

Come sempre è stato bellissimo! Sono venuti a trovarmi anche due cari amici che non vedevo da tempo, Luca e Anita!

E come non ringraziare anche Salvatore che mi ha mandato questa bellissima foto, in cui c’è anche Pietro Ubaldi, inseparabile compagno di viaggio!

E anche Antonio, che ha postato delle bellissime storie sul suo canale Instagram!

Ritorneremo in scena sabato 2 Dicembre al Gamics Cesena ! Non mancate!

A presto, Letizia T.