
Nonno Nestor biasimava le cattive abitudini di mia madre.
Anche se non disse mai apertamente quello che pensava riguardo questa cosa, poiché rispettava enormemente le scelte di mio padre, era possibile intuire il suo pensiero dagli sguardi e le occhiatacce ogni volta che metteva piede in casa nostra.
Fece in modo che io passassi più tempo possibile con lui per portarmi al di fuori di quelle quattro mura.
Mio padre era ormai rassegnato per la situazione e anche io dovetti constatare che quella donna che tanto avevo amato da bambina, si era trasformata nella sua controfigura imbruttita e a tratti sprezzante.
Solo a volte.
Perché vi sono stati momenti in cui ho davvero tentato di comprendere che quello che mia madre ha vissuto non è stato semplice e che forse io stessa mi sarei chiusa in me stessa se avessi visto mio padre morire davanti ai miei occhi.
Forse fare i genitori non è facile come si possa pensare, soprattutto quando si hanno ferite inconcluse, e certi capitoli sono ancora tanto vistosamente aperti.
Probabilmente come figlia avrei dovuto essere in grado di perdonare mia madre per le sue mancanze e lasciare il passato alle spalle accettando quello che nel presente le persone amate scelgono di diventare.
Mi mancavano tanto i momenti in cui le chiedevo cosa fosse quella grande e luminosa palla gialla nel cielo che tutti chiamavano “luna”.
La guardavo spesso chiedendomi se ci stesse seguendo perché, da qualunque parte ci girassimo lei era sempre lì, ferma e nella stessa posizione.
-“Mamma guarda, la luna ci segue!”, le dicevo convinta.
-“Non è così, tesoro. Siamo noi che continuiamo a girare con la macchina, ma la luna rimane sempre lì, ferma sullo stesso posto.”
Nonostante la sua risposta che doveva servire a togliere ogni dubbio, continuai a ritenere a lungo che fosse la luna a seguirci. “Ci segue eccome”, mi dicevo.
Letizia Turrà, “Il labirinto di orchidee”
ph: Georges Dambier – Marie Hélène Arnaud
