L’uomo misterioso -Capitolo Settimo

INNAMORATI6

La mia prima volta era stata con un uomo misterioso, ma che era sempre stato nei miei sogni ed ora i miei sogni si erano realizzati trasformandosi in passione folle.

Fu così intenso che mi sembrò passassero delle ore prima di poter urlare:<<Sto venendo!>> portando così a termine quella sensazione meravigliosa consumata in un bagno solo pochi giorni prima pensando a lui.

Non ero più vergine.

Questa è una di quelle cose che si corre subito dalle amiche a raccontare, ma per me non fu così, volevo tenerla per me, come un prezioso tesoro di cui avere cura e sigillare quell’attimo, come se potesse durare per sempre.

E poi oltre a Maria Antonietta non è che avessi uno stuolo di amiche su cui poter contare.

Ancora non lo sapevo, ma quell’uomo avrebbe cambiato per sempre il corso delle cose.

Quello che mi colpiva era la straordinaria naturalezza con cui il nostro atto sessuale partiva dapprima da uno sguardo, si concentrava sui respiri e sui battiti agitati nei nostri petti, per finire infine in un mare di emozioni che sembravano assomigliare ad una diga che cede sommergendo tutto quello che la circonda.

<<Ora sei tu che dovresti raccontarmi qualcosa di te>>, gli dissi.

<<Ok hai a disposizione una vita intera per stare qui sdraiata vicino a me a sentire la mia triste storia? Sono nato in una famiglia di ebrei americani, i miei famigliari come ti dicevo sono tutti artisti così come i miei genitori che erano attori teatrali e che giravano di Città in Città sempre con la valigia dietro, ed io con loro.

Avevamo tutta la vita programmata, io sono sempre stato così programmato in tutto, gli appuntamenti infatti non me li ricorda il mio agente, ho una preziosa agenda dove segno ogni evento e mi piace essere autonomo il più possibile, sono stato educato così. Comunque decido che il teatro non fa per me, fin da bambino ho sempre amato scrivere, avevo solo otto anni quando iniziai a scrivere piccoli racconti fiabeschi, storie di maghi e di fate. Col tempo poi decisi di trattare argomenti più complessi, quando la mia vita diventò anch’essa più programmata di me. Anche mia moglie fu una scelta programmata.>>

Sussultai.

<<Tua moglie?? Come, sei sposato?>>

<<Sì te l’ho già detto con Sara, anche se solo per tre anni. Così volle la mia famiglia, lei era ebrea come noi ed era nipote di un facoltoso petroliere che aveva investito molto nel loro spettacolo pur di combinare le cose tra di noi. So che può sembrare crudele, ma dalle nostre parti funziona anche così e nessuno si scompone. La mia fortuna fu che io amavo Sara, la amai dal primo istante in cui la vidi ballare, era un etoile e ballava divinamente. Io ero ancora agli inizi, i miei libri non andavano neppure forte ma lei credeva fermamente in me e mi sosteneva in tutto. Tentammo anche di avere un bambino, ed alla fine decidemmo che avremmo voluto vederlo nascere e crescere nella nostra amata Parigi, la nostra Città dei sogni. Passammo un periodo molto felice, nessun pensiero ci assillava, non avevamo problemi di nessun genere, neppure economici. La casa a Parigi ci era stata regalata e pagata interamente da suo padre, solo questa cosa mi stava un po’ stretta.>>

Silenzio.

<<E poi?>>

<<E poi accadde che un giorno mi contattò un editore, non parlavo ancora molto bene il Francese, quindi le chiesi di venire con me per aiutarmi nella mediazione, non volevo beccare qualche fregatura visto che si trattava del mio esordio. Così ci incamminammo, la giornata era caldissima. Sara ebbe un malore ma poco dopo si riprese subito, quindi non abbiamo dato molta importanza all’avvenimento, poteva essere stato un calo di pressione. Di notte le sue condizioni peggiorarono nettamente, le venne la febbre a 42 e quando la portai in ospedale era ormai troppo tardi. In breve cadde in coma. Io ero incredulo di fronte a tutta la situazione, non riuscivo a capire cosa stesse succedendo, rischiavo di impazzire da quanto mi sentivo impotente. Morì qualche ora dopo per setticemia, era incinta e la gravidanza extrauterina le aveva causato un’infezione alla quale il suo esile corpo finì per soccombere. Sono passati 6 anni, sembra ieri, lei aveva in grembo nostro figlio, lui l’aveva abbandonata ancora prima che lei abbandonasse me. Non è stato facile riprendere in mano la mia vita da allora, mi sono buttato a capo fitto nella scrittura partecipando solo agli eventi che riguardavano i miei libri ed isolandomi dal resto del mondo. Per i miei fu anche più dura, loro la adoravano, mio padre morì stroncato da un infarto, mia madre si ammalò di depressione e morì qualche anno dopo. Non so se è da ricollegarsi a quell’evento, ma sicuramente cambiò la vita di tutti noi. E ora mi ritrovo qui, solo, a 35 anni con una bellissima ragazza che è un sogno.>>

Non riuscii a trattenere le lacrime.

Era stato così toccante nella descrizione che decisi che mi sarei fermata al suo fianco, lì vicino a lui e alle sue forti braccia, stretta forte a lui, e gli avrei curato le ferite.

Mi sentivo quasi di troppo in quella circostanza tra lui e lei.

Ma cercai di guardare aldilà del muro che sembrava separare le nostre storie, e ora sapevo finalmente anche quanti anni aveva.

“Aldilà del muro -Diario e confessioni di una Escort” di Letizia Turrà

Photo: Google

Il legame che può esistere tra una persona e una canzone.

11393177_687740141354140_6172533740126566629_n

Capitolo primo

“Way down Louisiana close to New Orleans, way back up in the woods among the evergreens…”.

Spegne la radio. Spegne la sigaretta.

Da un po’ di tempo ha anche iniziato a fumare, dapprima per darsi un tono, poi col tempo, anche quella si è trasformata in un’abitudine da cui è divenuto difficile separarsi.

Per un’intera settimana il volto di Milano è stato uggioso, la pioggia non ha mai cessato di battere sui marciapiedi e questo brano sembra essere l’unico raggio di sole che filtra nella sua stanza buia.

Sul tavolino un bicchiere d’acqua mezzo pieno, un flacone degli inseparabili tranquillanti, quel famoso libro di William Shakespeare.

Ascolta quella canzone consapevole del legame che c’è tra lei ed essa. E’ strambo pensare che ci sia un legame tra una persona e un brano musicale, ma è così.

Tutto merito del luogo da cui proviene, tutta colpa di suo padre: amante di Chuck Berry e della musica  Soul in

generale, Richard Backer è General Manager di un’industria farmaceutica di origini irlandesi cresciuto in Florida. Sua madre Margareth, nata e cresciuta fino all’età 17 anni a New Orleans, è una casalinga tutta casa e chiesa, puntigliosa e taciturna in quasi tutte le occasioni, tranne che durante le manifestazioni parrocchiali, fa parte infatti del gruppo della parrocchia di East Baton Rouge, da anni combatte ardentemente per la raccolta fondi e per la riunificazione delle comunità dei ragazzi di colore.

Ecco perché lei si chiama così.

Nonostante nessun problema in apparenza, Louisiana si sentiva oppressa all’interno del nucleo famigliare e da quel luogo dove era nata e cresciuta. I soldi nella loro casa non erano mai mancati ma il prezzo da pagare era stata la totale assenza della figura paterna nella sua vita.

La madre le aveva imposto un indottrinamento religioso ossessivo che l’aveva portata ad avere repulsione della religione e di Dio, come conseguenza.

Riteneva infatti che non potesse esistere un Dio superiore che ci aveva creati “a sua immagine e somiglianza”, ma che piuttosto eravamo frutto di un’energia proveniente da chissà dove e tutti gli eventi che si verificarono intorno a lei (come l’arrivo dell’uragano), le fecero pensare sempre di più che aveva ragione.

“Una spiritualità che va oltre la religiosità imposta da mia madre, che mi scava la pelle arrivando fino al mio sangue. Una spiritualità forte come il legame che ho sempre avuto con il sesso ma che gestisco con opportuno riserbo, che bagna i miei occhi di lacrime e mi fa intravedere quel ritorno all’illuminazione, alla luce forte che staziona in ognuno di noi. Avrei voluto godere di quella normalità e quella pace a lungo ricercata, ma non vi è mai stato modo per me di mantenerla sempre lì costante, tanta era la voglia della pace di rifugiarsi in un luogo misterioso dove nessuno avrebbe mai potuto scovarla”.

Ormai Louisiana vive a Milano da quattro anni, è una studentessa di 23 anni, dai capelli mori e ricci, alta carismatica e dai grandi occhi.

E’ bella lei, talmente bella che non ha bisogno di mettere abiti che la rendano appariscente, gli uomini la noterebbero comunque. Non ha amici, tranne una compagna di stanza con la quale condivide un grande affetto e una grande stima.

Questa è la storia in cui si narra la mia vita.

Sarà raccontata senza ipocrisia e senza ritocchi fantasiosi nè riassunti, perché quando si parla della vita delle persone non si può ridurre tutto a due minuti di riassunzione degli eventi, ogni vita merita rispetto e il mio unico dovere sarà quello di raccontarvela, per quanto possibile, interamente.

Se pensate che leggendo questo racconto vi sentirete più leggeri o saprete quello che fa una studentessa tutti i giorni dal mattino fino alla sera come fosse una sorta di diario giornaliero, allora vi consiglio di cambiare libro.

Questa è una storia seria, piena di sentimento, e rappresenta la vita di una donna che ha davvero amato, oltre ogni aspettativa: me stessa.

Stralcio Capitolo primo tratto da “Aldilà del muro- Diario e confessioni di una Escort”  di Letizia Turrà

Photo: Google

Un bacio innocente e dolce come il miele

ragazzini

Io e Cesare a quel punto lasciammo Francis alla sua malinconia e uscimmo in giardino per proseguire con i nostri giochi.

-“Lo sai Cesare, ho paura di essere incinta.”

Mi guardò incredulo.

-“Incinta? Ma come cavolo fai a dirlo?”

-“Mi fa male la pancia, ecco tutto. Un dolore così forte non l’ho mai avuto, quindi credo di aspettare un bambino.”

Si avvicinò alla mia faccia, scrutando seriamente e attentamente le mie pupille.

-“Non credo tu lo sia, quando una donna è incinta le pupille sono arrossate e gli occhi si sbarrano.”

-“Ignorante – gli dissi – quello accade solo quando una donna sta partorendo!”

-“Allora se io sono ignorante come è possibile che tu non sappia che un mal di pancia non può significare che aspetti un bambino?? Hai mai baciato un ragazzo? Mi hanno detto che così forse si rimane incinta.”

Ci pensai un po’ su, anche se non mi sembrava credibile.

-“No, non ho mai baciato nessuno, mi imbarazza anche solo pensarci, e comunque ne sono certa, non si resta incinta per un semplice bacio.”

Mi tirò per una mano e mi portò dentro casa, in biblioteca.

-“Scegli un libro a caso adesso, voglio farti sentire una cosa.”

Lo guardai indispettita, non capivo cosa avesse in mente, ma mi fidavo di Cesare, quindi presi il libro della favola di Hansel e Gretel, un gran bel volume alto contenente la favola in diverse lingue.

-“Ora mettilo per terra e salici sopra.”, disse.

Così feci. A quel punto si avvicinò con la sua testa alla mia, e mi diede un bacio, tenero e innocente, così spontaneo che mi sembrò la cosa più dolce mai provata.

Divenni rossa in un lampo. Non era stato un vero e proprio bacio, ma uno a stampo, che bastò a farmi battere il cuore.

Al termine mi guardò.

-“Allora come ti senti? Ti è piaciuto?”

Sorrisi: “Sì, è stato tenero.”

Con tono rassicurante aggiunse: “Bene, staremo a vedere che succede. Se tra qualche giorno il tuo dolore sarà passato, significa che non sei incinta.”

Rimasi piacevolmente sorpresa da quel suo modo di alleviare il mio dolore, con la tenerezza di un bacio innocente e dolce come il miele.

Tratto da “Il labirinto di orchidee -Niente è come sembra” di Letizia Turrà

Photo: Google

Blogger at Work – “Lush” e la cosmesi naturale a Milano

2015-09-04 14.11.47

Entrare in un luogo e sentirsi come a casa.

Questo è ciò che mi aspetto quando visito o entro in un posto, sia esso una dimora o, come in questo caso, uno spazio riservato ai profumi avvolgenti e alla cosmetica naturale, come casa “Lush”.

Siccome da molti anni non mi occupo più di bellezza, lascio che la mia amica e collega Vale, in qualità di fashion Blogger, mi porti in giro a fare danni!

Così ci siamo imbattute nel negozio Lush di Via Torino, a Milano.

Lush è un’azienda con una filosofia legata alla terra, nel senso letterale della parola, compone prodotti naturali, alcuni dei quali prevedono l’esclusione di SLS, SLES e Parabeni.

Abbiamo avuto la possibilità, in qualità di Blogger, di provare alcuni prodotti fra cui la gelatina da doccia “Needles and Pines”, un gel doccia con olio di cedro siberiano che a contatto con la pelle sembra un budino solidificato, e la saponetta “Sambuco”, al ribes nero e Sambuco.

Il risultato è stato meraviglioso, la pelle era morbida al tatto, delicatamente profumata e luminosa.

Inoltre le ragazze che accolgono i passanti curiosi e i clienti fidelizzati del negozio (piccolo ma ricco di dettagli e messaggi positivi), sono preparate e competenti su ciascun prodotto che viene proposto.

La filosofia principale è quella di lavorare in laboratorio senza l’impiego di animali per i test nella fase di produzione i prodotti, grazie a persone che lottano per preservare la loro vita, come la dottoressa Carol Barker, vincitrice del Lush Prize 2013 e fondatrice dei laboratori XCELLR8, che sostiene sia possibile una creazione cosmetica escludendo i test sugli animali, agendo sullo studio diretto dell’uomo e delle sue patologie.

La proposta cosmetica non è solo rivolta alle donne, ma anche agli uomini. Vista la tendenza dell’ultimo anno di portare la barba, è stata creata anche una linea di saponi per barba e baffi, molto apprezzata dal pubblico maschile, ormai sempre più attento alla bellezza.

Anche le creme viso sono create basandosi su spezie naturali, componenti legati alla nostra amata terra, come le maschere viso all’aglio.

Le ragazze affabilissime e gentili ci hanno anche omaggiato di saponi per la pelle, così belli e buoni che avremmo voluto mangiarli.

Vi invito a visitare gli Store Lush, non vi dispiacerà esserci entrati, ve lo assicuro ed è anche un’ottima occasione per donare benessere anche agli altri, non solo a se stessi!

Ci rivedremo presto amici di Lush!

Letizia T.

SITO: https://www.lush.it/

Vola l’aquilone….

aquilone (1)

Per non dimenticare quella esperienza tanto bella insieme, costruimmo un aquilone perché il vento del mare era perfetto per farlo volare.

Il nonno ci accompagnò sulla spiaggia e stette ad assistere a tutta la scena, anche se in disparte, con le gambe distese l’una sull’altra ed il cappello sopra gli occhiali.

Cesare prese la rincorsa forte ed io tenevo il conto dei passi, cronometrando il momento in cui avrebbe preso il volo. Era difficile mantenere l’equilibrio su quei sassi tanto spigolosi e grandi, ma Cesare ci riuscì e l’aquilone iniziò a volare e a volteggiare.

-“Nonno! Guarda!! L’aquilone vola, ce l’abbiamo fatta!”, dissi emozionata.

Il nonno non rispose.

-“Nonno ma mi stai ascoltando, guarda il nostro aquilone!”

-“Oh Laura, non ora, lasciami sognare in pace.”

Capii che era pensieroso per qualcosa, anche se non sapevo con esattezza cosa lo turbasse.

Capii che per “sognare” voleva intendere che quello era per lui un momento di beatitudine, in cui finalmente godeva del presente senza pensare a tutte quelle cose complicate che aleggiano nella mente dell’adulto.

Finalmente era in pace.

Ed anche io lo ero. Guardavo felice Cesare, che teneva stretto il filo dell’aquilone. Lo guardavo e mi commossi al pensiero che quella bellezza non era destinata a durare per sempre. In un dato momento si sarebbe interrotta, per tornare alla realtà.

Aprii le braccia e mi distesi come una farfalla sulla sabbia, lasciando che l’acqua entrasse dentro di me e guardando il cielo, azzurro e pulito.

Passammo lì pochi giorni sfortunatamente, nonno Francis cominciava a non stare molto bene.

Da “Il labirinto di orchidee – Niente è come sembra” di Letizia Turrà

Photo: Google

VOCE DEL VERBO “PERDERE”

11951890_1167373439945661_2924588495324214446_n

E’ un giorno qualunque. O forse no.

Ho deciso di sedermi sulla panchina della metropolitana e stare ad osservare almeno una decina di treni passare, così, come se li stessi per perdere.

E’ tutto l’anno che non sento altro che quella parola: “Perdere”.

Che poi perdere cos’è esattamente?

Quanta importanza può avere perdere qualcosa, e quanta invece può averne perdere qualcuno…

La differenza sembra sottile, ma non lo è.

Allora mi sono fermata, ho stiracchiato la schiena, ho osservato le luci al neon vecchie e sporche ed ho pensato a tutto quello che ho perso nel corso del tempo.

Che cosa non ha funzionato?

Perchè vincere è tanto più importante che perdere?

Quando ad esempio si dice “Ho perso mia madre”, oppure “Ho perso un’occasione”, cosa davvero dovremmo ritenere di aver perso?

Il primo avvenimento ha lasciato un vuoto incolmabile, il secondo ci darà la possibilità di riscattarci, invitandoci a cercare un’alternativa.

E’ dalle cose, persone e occasioni che ho perso, che ho davvero imparato che ogni dolore si sviluppa dentro di noi in modo del tutto differente in base alle nostre priorità, e che non tutte le perdite rappresenteranno necessariamente una sconfitta.

Ho perso un sacco di occasioni. La settimana scorsa avrei dovuto iniziare a scrivere per una rivista, il mio sogno da sempre. Poi, una serie di telefonate inconcludenti e non se n’è fatto niente.

Se mi pento?

<<Chi cazzo se ne frega!>>, penso.

E’ un giorno qualunque, o forse no, perchè oggi ho davvero compreso che non sono le occasioni lavorative o temporali a contare, ma la salute e la vita di coloro che ami.

E certe cose non le do più per scontate.

Tengo preziosi questi dieci minuti trascorsi a guardare quei treni;

Sono ben consapevole che quest’oggi, e quello che sono oggi, non tornerà.

A presto,

Letizia T.

Photo: Google photo

Le scelte che si fanno con la ragione e quelle che si fanno col cuore…

capire-se-è-innamorato

-“Ho deciso di iscrivermi all’Università, che ne pensi?”, mi disse Cesare un mercoledì mentre pranzavamo in centro.

-“E’ una splendida idea direi, perché me lo chiedi, non era già previsto che tu proseguissi negli studi di filosofia?”

-“Bè, la realtà è che vorrei farlo, ma non qui, volevo iscrivermi all’Università di Pavia.”

Il cibo mi andò di traverso: “Vuoi scherzare? Pavia? E’ così lontano! Non essere ridicolo Cesare! Cos’è l’ultima follia del principino?”

Mi guardò deluso.

-“Dico sul serio e sai anche un’altra cosa? Tu verrai con me in questo viaggio, ti voglio al mio fianco, qualunque sarà la mia scelta.”

Non mi entusiasmava affatto l’idea di seguirlo in quella che per me era una scemenza, soprattutto non volevo seguirlo neppure così lontano.

Ad ogni modo, partii con lui, lo feci proprio per il suo bene, perché sapevo che era ciò che desiderava.

Non era fatto come me, Cesare sceglieva con la ragione e raramente col cuore, rischiando di imbarcarsi in esperienze poco sicure.

Durante il viaggio in treno, mi teneva stretta la mano, felice che condividessi con lui quella nuova esperienza.

Arrivati a Pavia, ci imbattemmo in una cittadina interessante, ricca di monumenti risalenti al tempo degli antichi Romani, particolarmente ricca di locali e di gente di ogni nazionalità, turisti e passeggeri di viaggio, alcuni tra i quali avevano scelto di restare lì per viverci.

Entrammo all’Università per vederla da vicino. All’interno più stanze e corridoi che in un labirinto, aveva quasi l’aria di un manicomio in stato di abbandono, un posto che si lascia ma che non si dimentica, come tutte le cose lasciate lì ad essere divorate dal tempo.

Un cortile quadrato con le statue dei famosi rettori atte a commemorarli faceva da cornice iniziale ai visitatori curiosi, come lo eravamo noi.

Guardavo le statue e in contemporanea il terreno. Le radici puntavano ai piedi come rovi violenti, come punte di un ago, le statue da bianche erano ora diventate oscuri rifugi per i piccioni, effigi a ricordare l’onore dovuto a quegli uomini che tanto si erano adoperati per la medicina e la cultura generale, per gli studi glottologici, economia, politica e scienza delle finanze, storia del diritto romano, letteratura.

Infinite statue e grate, finestre dalle quali aleggiava aria di studi, ragazzi, studenti, con la mente carica di obiettivi e sogni.

Mi strinsi forte al suo fianco.

-“Sei davvero sicuro di voler venire qui a studiare? Vuoi finire come quelle statue piene di cacca di piccione sulla testa? Guarda che tristezza, poca cura e negligenza.”

Si voltò di 180 gradi guardandomi dritto negli occhi.

-“Sai cosa diceva sempre il nonno Francis? Nessun vento può essere favorevole se il marinaio non sa dove andare. Direi che è giunta l’ora che io decida dove voglio investire le mie energie.”

Sospirai senza aggiungere altro. Sapevo bene che vi sono momenti in cui aggiungere anche solo una sillaba superflua a un dialogo importante, rischia di bruciare le emozioni autentiche in anticipo, e non volevo lui avesse l’impressione che a causa della mia disapprovazione io mancassi di rispetto alle sue sensazioni.

Tratto da “Il labirinto di orchidee – Niente è come sembra” di Letizia Turrà

Photo: Google

L’inaudita crudeltà dell’uomo che si ama

FB_IMG_1439068186300

Mentre guidavo una musica raggiunse il mio cuore.

Era quella del cantante che sentii per la prima volta a casa di Giorgio, quando lo conobbi:“Comincia a ingiallirsi il nero del livido, non è più così tanto nitido e da oggi il dolore ritorna semplicemente sottocutaneo; ho lavato nel lago lo spirito e nel farlo il tuo corpo ha finito per essermi estraneo, è un periodo pieno di sorprese e non si contano più le offese, che per decenza mi rimangerei, ma ero stanco di sentirmi come uno straccio sotto ai tuoi piedi, mi sarebbe esploso il cuore prima o poi, in quale labirinto se non c’è uscita o speranza di evadere…

Esplosi piangendo disperatamente, sembrava parlasse proprio di me.

E’ quello il potere della musica: emoziona ma non mantiene le promesse fatte.

Tornai a casa e trovai Giorgio seduto al tavolo che guardava il mio computer.

Aveva nel frattempo letto ogni mia chat, ogni messaggio, spiato le foto, il profilo mio e dei miei amici. Tutto. Sapeva tutto.

-“Ciao Laura, ti stavo aspettando.”

-“Ah sì? E come mai?”

Mi diede uno schiaffo gettandomi a terra e riempiendomi di calci allo stomaco prese a urlarmi contro: “E così mentre io vado a lavorare, tu organizzi le tresche con il tuo ex, non è così? Maledetta stronza, maledetta, ti ammazzo, ti pentirai di questo giorno!”

Iniziai a sputare sangue.

Mi caricò allora sulle spalle. Mi portò in camera da letto e mi legò con lo spago da cucina i polsi alla testiera in ferro battuto.

Si spogliò e pose davanti al mio viso il suo membro in erezione.

Con violenza mi costrinse ad un rapporto anale, doloroso e torturante, tenendomi avviluppata a lui perché non mi opponessi.

Al termine, mi impose anche un rapporto orale, mentre per il dolore allo stomaco gemevo stremata.

-“Così sgualdrina, così, ahhhhhhh.”

Ero arrivata a toccare il fondo.

Ebbi la certezza che non sarei mai più risalita in superficie, neppure con la più grande forza di volontà si potesse mai possedere.

Lo guardai con rabbia e in quel momento fui consapevole che non mi avesse mai davvero amata.Per lui io rappresentavo solo un oggetto del desiderio, qualcosa da dominare.

Da “Il labirinto di orchidee – Niente è come sembra” di Letizia Turrà

Photo: Facebook